Chaos Non Musica… Piscia Korsakov e 101% Odio

Uno legge il titolo e giustamente non ci capisce un cazzo. Non si capisce dove voglia andare a parare questo articolo, di cosa parlerà nello specifico ma sopratutto perchè. State calmi e tutto vi sarà chiaro, o almeno lo spero. In realtà per chi conosce i due gruppi citati nel titolo, apparirà alquanto banale il motivo che mi ha spinto a scrivere un unico articolo/recensione in merito alle “mirabolanti” gesta dei 101%Odio e Piscia Korsakov. Entrambi emersi tra la metà e la fine degli anni ’90, nella loro brevissima ma intensa esistenza i suddetti gruppi rappresentano alla perfezione l’essenza di ciò che si può definire e che amo definire “chaos-punk”. Un vero concentrato di disastro sonoro, di purissimo punk sporcato con il crust e dalle venature anarcho capace di andare oltre la musica e oltre il rumore, manifestandosi in tutta la sua travolgente irruenza in un vortice di caos, odio e rabbia primitiva devastanti per i timpani anche dei punx abituati alle sonorità più pesanti. Sono questi gli elementi che accomunano i Piscia Korsakov e i 101%Odio. Sono questi gli elementi che mi hanno spinto a scrivere questo articolo-recensione. L’odio che li accomuna ed il caos che hanno messo in musica li rendono di diritto protagonisti di questo articolo.

A metà degli anni ’90, quando la scena hardcore-punk friulana stava vivendo una fase di estrema stagnazione rispetto al decennio precedente che aveva visto le mirabolanti gesta di storici gruppi come Upset Noise, Warfare, Soglia del Dolore e sopratutto Eu’s Arse, si affaccia nel circuito underground di Udine un gruppo dal nome a tratti imbarazzante (chiaramente in senso buono) e dedito ad un hardcore punk vecchia scuola molto grezzo, caotico e rumoroso, a tratti imbastardito con sonorità anarcho punk. Sto chiaramente parlando dei Piscia Korsakov, il gruppo formato da Gigi, Robi, Sebi e Enrico che nel 1997 rilascia il suo primo e unico demo dall’emblematico titolo “Vivere la Merda”, una vera dichiarazione di intenti. Il titolo del demo sembra quasi volerci far capire fin da subito cosa ci troveremo ad ascoltare una volta: un concentra di nichilismo e di misantropia urlato con rabbia primitiva dalla voce sgraziata della Robi che a tratti, complice una registrazione lo-fi tipica di questo genere di produzioni, rende difficile comprendere il testo degli otto pezz(acc)i presenti su questo “Vivere la Merda”, il tutto sopra un tessuto sonoro chiaramente debitore al punk-hardcore più caotico e grezzo della vecchia scuola italiana degli anni ’80 (faccio solo un nome: Raf Punk).

Si parte alla grande! Difatti il pezzo con cui si apre il demo non può che essere intitolato “Vivere Merda” (nome che assumerà poi il gruppo nato quasi dieci anni più tardi dalle ceneri degli stessi Piscia Korsakov) brevemente descrivibile come il manifesto sonoro e lirico della Robi e compagnia rumorosa. Nichilismo puro. Se la partenza è stata affidata ad un pezzo simile di rara bellezza, il proseguimento non può che farci imbattere in una parodia irriverente di “Pregherò Per Te” (cover in italico idioma della ben più famosa “Stand By Me”) che parte tranquilla, quasi malinconica nella voce della Robi e nel suo incedere “melodico” (mai avrei pensato di utilizzare questo aggettivo parlando dei Piscia Korsakov, ma tant’è…) ma che immediatamente, in prossimità del ritornello, esplode in una rabbia stonatissima e schizofrenica, tanto che ci si ritrova a muovere la testa quasi senza accorgersene. In tutto il suo grezzume, un pezzone! La nostra iniezione di caos e odio prosegue con due pezzi devastanti, brutali e tiratissimi come “Cannibali” e “Assassinio”, sempre in bilico tra l’hardcore punk dei primi Wretched e certe sonorità crust-core, quelle più caotiche e rumorose. Il demo continua presentandoci altri 4 pezzi tra cui è impossibile non citare l’aggressiva “Repressione”, dalle liriche antagoniste e militanti che piacciono tanto a noi punx. Gli ultimi due pezzi sono “No Eroina”, che vede la doppia voce maschile/femminile di Enrico e della Robi urlare un testo (che fa molto punk anni ’80) di forte denuncia sociale contro la “droga del potere”, e l’inno di ogni punx che si rispetti dal titolo chiaro ed immediato “Tutti Punx”, brano dalle sonorità vagamente street e dal testo che recita: “A tutti i punx birra e vino gratis!”; pezzo migliore per concludere questo album non credo potesse esistere. Ennesima dichiarazione d’intenti dei Piscia Korsakov, punx nichilisti e alcolizzati autori in tutto di 16 minuti tiratissimi di disastro sonoro.

Ma, come già detto sopra, i Piscia Korsakov nella seconda metà degli anni ’90 non erano certamente gli unici a suonare “Chaos non musica” incazzato, veloce e grezzo. Difatti due anni prima dell’uscita del demo “Vivere la Merda” (1997), emersero dai putridi bassifondi dell’alienata metropoli milanese strane creature che, in un momento di follia collettiva dovuta, senza ombra di dubbio, alla giovanissima età, decisero fosse una buona idea mettere su un gruppo e suonare rumoroso punk, nonostante i mezzi fossero pochi e la qualità, almeno in quegli anni, ancora meno. E’ così che nell’autunno 1995 si formano i 101% Odio, gruppo formato da Sarta, Puj, Ghallonz e Rissa (alcuni di loro li avremmo visti all’opera successivamente nei Kalashnikov Collective) e impegnato a “suonare” puro “chaos punk” che negli intenti dei nostri sarebbe dovuto essere un concentrato di rumorosissimo anarcopunk imbastardito con derive crust-core; negli intenti per l’appunto, perchè ciò che ci troviamo sparato nelle orecchie al massimo volume è un distillato di odio (e come poteva essere altrimenti con un nome simile?) misto rabbia altamente rumoroso e altamente fastidioso (ma a noi piace così, ribadiamolo!).

Leggenda narra che il primo demotape dei 101% Odio fu registrato tutto in presa diretta e nel giro di un’ora e mezza e che fu stampato in pochissime copie. I mezzi eran pochi, ma la voglia di fare e la rabbia che animavano Sarta, Puj e compagnia incazzata era tanta a quanto pare. Il demotape in questione presentava 10 tracce dai tra cui tre cover, una degli Anti-Nowhere League (“I Hate People”) e ben due degli Exploited (“Punk’s Not Dead” e “Alternative”). Non si sa come, non si sa perchè, ma il caotico hardcore punk dalle derive crust-core e anarcho punk intriso di rabbia, misantropia e passione dei 101% Odio trovò qualcuno che lo apprezzava e perciò i nostri si trovarono a suonare per la seconda volta dal vivo sul palco del fu Laboratorio Anarchico di via De Amicis a Milano in compagnia di Frammenti e Alterazione. Nell’autunno del 2004 Sarta e Ghallonz per tributare il giusto ricordo alla loro esperienza giovanile con i 101%Odio decidono di mettersi a risuonare vecchio materiale registrando quella che è a tutti gli effetti una antologia postuma di questa misconosciuta band milanese. E’ così che ci troviamo ad ascoltare 10 tracce (tra cui troviamo la cover di “Finirà Mai?” dei Wretched, gruppo che risulta essere la principale influenza dei nostri) di rumoroso crust-core primordiale e incazzato risalenti agli ultimi mesi di vita dei 101%Odio. Nonostante la qualità della registrazione, altamente precaria e volutamente grezza, i brani si fanno apprezzare e puzzano tanto di quella rabbia e di quell’odio contro tutto e tutti tipicamente adolescenziale-giovanile. La tripletta “Indelebile Sangue di Guerra”, “Neve Nera” e “Polizia di Merda”, ma anche un brano come “Autorità = Morte” sono pezzi altamente godibili ancora oggi. E’ questo dopotutto il rumore che ci piace e i 101%Odio suonavano rumore di primissima qualità.

 

Siamo giunti per fortuna dei miei lettori alla conclusione di questa divagazione su due misconosciuti gruppi attivi nella seconda metà degli anni 90 che hanno rappresentato probabilmente la faccia più rumorosa, caotica e grezza della scena hardcore punk italiana. Piscia Korsakov e 101%Odio, ovvero discutibili esemplari di non musicisti (come al solito in senso affettivo) dediti a suonare “Chaos non Musica” che piace tanto a noi punx marci e molesti. Se non avete mai ascoltato qualcosa registrato dai suddetti gruppi cazzo aspettate a devastarvi le orecchie con un concentrato purissimo di disastro sonoro?

Oltre il rumore, odio contro la musica!

 

 

Drunkards – “Al Baghdadi and the Desert Worms” – I Guerrieri Post-Apocalittici sfidano Daesh!

 

Tornano i Drunkards con il loro nuovo “La Festa dei Pazzi” (split con un altro nome storico della scena crust, i Disforia) e lo fanno in grande stile con il videoclip dell’ottimo pezzo “Al Baghdadi and the Desert Worms”. Preparate le vostre orecchie a questo nuovo pezzaccio, un concentrato di “post apocalyptic thrash punk rock’nroll” condito con dosi ingenti di marciume e amore spassionato per l’alcool che sta sempre bene in ogni contesto. I Drunkards sono tornati! Quando il drappo nero sventolerà su San Pietro sarà giunta l’ora di brindare! Fino a quel momento, come ci insegna il video, teniamoci pronti ad imbracciare i nostri Ak da bravi guerrieri post-nucleari quali siamo e non perdiamo occasione di sfasciarci a merda tra alcool di sottobanco e concerti punk-hardcore di dubbio gusto.

“Il Bataclan ve lo diamo sulla faccia! Fanculo!” è questo il messaggio diretto a Daesh che hanno avuto più volte modo di dichiarare negli ultimi mesi gli alessandrini. Pronti a questo disastro sonoro di thrash crust punk post apocalittico? Pronti a vedere sventolare la bandiera nera sulla cupola di San Pietro? Si salvi chi può!

Informazione di servizio: questi quattro brutti ceffi suoneranno insieme ad altre strani e marci personaggi venerdì 13 in Villa Vegan a Milano, vedete di non mancare bestie che leggete per sbaglio questa merda di blog!

Sarà questo l’unico drappo nero che vedremo sventolare dall’alto della cupola di San Pietro! E a noi piace così! Fuck Daesh!

Bahnhof – February 1982

Da quando ho deciso di aprire questo blog mi sono ripromesso di seguire una sola “regola”: parlare solamente di ciò che mi piace, di ciò che ascolto, di ciò che mi interessa. Non ho alcuna voglia di perdere tempo a recensire album di gruppi che non supporto, per dirla in parole povere. Ed è per questo che nella recensione di oggi si parlerà dei Bahnhof, gruppo punk italiano della primissima ondata, emerso dalla metropoli milanese nel lontanissimo 1979. Nel 1982 i milanesi Bahnhof pubblicano il loro demo dal titolo “February 1982” che ci tiene a sottolineare fin da sbuito due cose: innanzitutto che a differenza della stra grande maggioranza della scena hardcore punk italiana degli anni ’80 i Bahnhof cantano in inglese, ma sopratutto che il genere e le sonorità a cui fanno riferimento e da cui prendono ispirazioni sono quelle tipicamente punk’77 sporcate con l’Oi. Questi due elementi rendono sicuramente “February 1982” un lavoro interessante ed assolutamente imperdibile per tutti gli amanti di certe sonorità; inoltre sarebbe intellettualmente disonesto non ammettere che se fosse uscito in Inghilterra, questo demo avrebbe avuto una risonanza ben diversa e sicuramente una rilevanza storica ben più ampia. Il demo in questione si compone di sole 4 tracce per un totale di 11 minuti: quanto basta per l’immediatezza del punk rock dei nostri. Come già detto i Bahnhof si discostavano totalmente dalle sonorità hardcore punk che avrebbero influenzato pesantemente i gruppi italiani degli anni ’80 e che avrebbero portato alla nascita di una vera e propria scena “italian hardcore” riconosciuta a livello internazionale e che ha fatto storia. Ma questo più che essere un punto a sfavore del gruppo milanese, a parer mio, rende ancor più interessante riscoprire questo loro unico lavoro e riassaporare quelle sonorità immediate tipiche del punk’77 e quelle line vocali facilmente memorizzabili che, volenti o nolenti, hanno occupato gli ascolti di ognuno di noi durante l’adolescenza. Chi a 13-14 anni non si è imbattuto nei primissimi lavori di band come The Exploited, The Adicts, Germs e compagnia? Senza tralasciare il passaggio obbligato di ogni punk per i dischi di Clash (si si sono il primo a volermi tatuare la storica frase “Crass not Clash”, ma suvvia chi di noi punx non ha mai canticchiato almeno una volta tutta “London Calling”?) e Sex Pistols, ci mancherebbe! In tutto questo elenco di gruppi che certamente hanno influenzato i milanesi, i Bahnhof ci aggiungevano ingenti dosi della prima ondata oi/street punk britannica, giusto per non farsi mancare nulla del periodo punk che va dal 1977 al 1982. Ed è proprio per questa loro sonorità stradaiola di scuola britannica che i Bahnhof furono tra i partecipanti ai due primi raduni-concerti Oi! organizzati in Italia, quello di Monza nel novembre del 1982 e quello di Bologna nel gennaio 1983. Tornando a capofitto a parlare nello specifico di “February 1982”, unica uscita del gruppo prima dello scioglimento avvenuto due anni dopo a causa di un incidente accaduto al cantante, i 4 pezzi presenti su questa demo sono tutti caratterizzati da sonorità immediate, da linee vocali che si stampano in testa subito dopo il primo ascolto, da un ritmo di batteria a tratti “dance-punk” e in generale da melodie e che farebbero invidia a qualsiasi gruppo sopracitato, ne sono certo. Elemento in più presente in quasi tutte le canzoni di questo “February 1982” è la presenza di brevi assoli che danno un sapore diverso alla proposta musicale dei nostri. Il pezzo con cui si apre il demo, “Fashion”, è il perfetto esempio di quanto appena detto, presentandoci nel giro di pochi secondi tutti gli elementi di cui abbiamo parlato poco sopra. Come non parlare poi di “February 1982”, titletrack che in più di un passaggio mi ha ricordato la ben più nota “Sex and Violence” degli scozzesi Exploited. Le ultime due tracce, “Manager” e “Presage” invece ci mostrano senza pudore le pesanti influenze Oi! dei nostri. E’ innegabile il fatto che ci troviamo dinanzi ad un gruppo e un lavoro di importanza storica essendo stati parte della nascente scena punk italiana; un gruppo sconosciuto forse ai più ma che merita di essere riscoperto, sicuramente per il fatto che in Italia pochi altri hanno riproposto questo tipo di sonorità in classico stile british e ’77 nel modo dei Bahnhof. “February 1982” è un tuffo nel passato, è un ritorno alle sonorità e agli ascolti della nostra adolescenza, quindi cazzo aspettate? Su su veloci ad ascoltare i Bahnhof!

Viaggio negli Abissi della Scena Crust Punk/D-Beat Italiana

“Crust vuol dire “crosta” ed è uno dei tanti sottogeneri del punk. Le sue caratteristiche sono un ritmo di batteria a rotta di collo, chitarroni fangosi e una visione cupa e paranoica dell’esistenza. Crust però è anche un’estetica e uno stile di vita e le band che questo stile di vita ce l’hanno, il crust lo suonano meglio di altre.” Parole introduttive di Stiopa, storico chitarrista dei Kalashnikov Collective, durante l’episodio #24 de La Casa del Disastro dedicato agli Warpath, gruppo di cui parlerò anche io in questo speciale articolo, o meglio, in questo viaggio negli abissi della scena Crust punk/ d-beat italiana. Ho scelto questa definizione del sottogenere crust punk per il semplice motivo che essa riesce a risultare chiara ed esplicativa pur nel suo essere estremamente concisa. E va bene così visto che se avessi dovuto perdere righe provando a spiegare in profondità la storia e le particolarità di questo sottogenere dell’hardcore punk, probabilmente a fine articolo ci sarebbero arrivati in pochi. Quindi, ribadisco, va bene così: brevi e concisi, iniziamo questo nostro viaggio alla scoperta della scena crust punk italiana, ricostruendo le tappe e la storia dei gruppi che, io misterioso scrittore di Disastro Sonoro, ritengo meritevoli di attenzione, menzione e interesse.

 

Per parlare di Crust Punk in Italia son convinto non si possa che partire da un gruppo storico di quello che le riviste d’oltreoceano definirono “italian hardcore”, ossia i seminali Wretched. Autori di un hardcore molto primordiale e sgraziato, fortemente influenzato e tendente a sonorità, immaginario e tematiche che hanno caratterizzato l’anarcho punk britannico di Crass, Discharge e compagnia, questi punx milanesi agli inizi degli anni ’80 rappresentavano la faccia più veloce, sporca ed estrema della scena hardcore punk italiana. La loro proposta musicale, sintentizzata perfettamente nella formula “Chaos non Musica”, titolo di un bootleg/split dell’96 con i maestri del grindcore Cripple Bastards (ma stampato e rilasciato da questi ultimi senza consultare i Wretched), era caratterizzata da una feroce rabbia, da un senso di ribellione misto impotenza, da tematiche anarchiche ed antimilitariste e da tutto quell’immaginario che sarà poi ripreso in futuro dalla stra grande maggioranza dei gruppi crust, italiani e non solo. Ma i Wretched non erano solo musica, non erano solo rumore; difatti accanto al lato sonoro questi punx sono stati fondamentali nella nascente scena hardcore italiana sopratutto per il loro impegno militante fatto di autoproduzioni, controcultura, indipendenza musicale, attitudine do it yourself. Tutto questo ha reso certamente i Wretched uno dei gruppi più genuini e importanti della scena negli anni ’80 e possiamo oggi considerarli senza troppi problemi l’influenza principale di tutti quei gruppi che saranno oggetto di questo speciale articolo sulla “scena” crust/d-beat italica. Dopotutto è innegabile che dischi seminali come “In Nome del Loro Potere Tutto è Stato Fatto” (1983), “Finirà Mai?” (1984) e l’L.P. “Libero di Vivere, Libero di Morire” abbiano occupato gli ascolti di ognuno di noi per parecchio tempo e ci abbiano influenzato tanto a livello musicale quanto a livello lirico-concettuale.

Altro gruppo su cui ci tengo a spendere due parole in questa nostra lenta discesa verso gli abissi della scena crust punk italiana sono senza ombra di dubbio gli storici Scum of Society, coloro che possono essere definiti come il primo gruppo italiano dedito totalmente a sonorità crust punk ed emerso nell’underground hardcore romano nei primi anni ’90. Riprendendo direttamente le loro parole, presenti sull’EP “Violenza Legale”del 1997, gli Scum of Society “nascono dalla voglia di poter comunicare le loro sensazioni riguardo alle numerose problematiche che questo mondo racchiude”. Anche loro come i Wretched erano animati da un forte impegno militante e antagonista perfettamente espresso nei loro testi dalle tinte fortemente anarchiche che si scagliano contro tutte quelle “istituzioni” che ancora agli albori degli anni 2000 venivano viste come intoccabili: la patria, la guerra, la famiglia, la polizia, la scuola e la chiesa. Come da tradizione anarcho punk gli Scum of Society sono quindi convinti che la musica non debba essere mai fine a se stessa, bensì fungere da mezzo necessario al fine di “far aprire gli occhi a chi da tempo li tiene chiusi.” Musicalmente molto rozzi e primordiali, con le vocals molto crude e rabbiose, quello che ci fa apprezzare gli Scum of Society e li rende meritevoli di esser citati all’interno di questo articolo è certamente l’impegno e l’attitudine Diy che, ancora oggi a distanza di anni, riescono a trasmettere i loro pezzi.  Agli albori della diffusione delle sonorità crust punk nella “nostra” penisola, gli Scum of Society hanno avuto un ruolo certamente importante anche per il semplice fatto di esser stati il primo, o uno dei primi, gruppo dedito a certe sonorità.

Proseguendo in ordine cronologico la nostra odissea verso queste marce e rumorose sonorità ci imbattiamo negli storici crust punx abruzzesi Disforia, attivi dall’inverno del XXI secolo. Quello che si può notare fin da subito ascoltando il materiale dei nostri è l’enorme influenza che hanno avuto Doom e Discharge sulla loro musica (sarebbe più facile chiedersi chi non sia stato influenzato dalle suddette band all’interno della scena crust e hardcore in generale), ma anche altre realtà della prima scena d-beat svedese come Mob 47 e Discard. Ma c’è altro oltre tutto questo e lo vedremo più avanti. Il loro primo demo, datato 2002 e intitolato “Quattro Frammenti di Orrore Quotidiana”, è un concentrato di crust veloce e grezzo che sfocia spesso in lidi grindcore, come testimonia perfettamente “Contro la Chiesa”, brano con cui si apre questo Ep. Anche sul full lenght “L’Oblio Copre Ogni Cosa” del 2003 la formula compositiva e la proposta rumorosa dei nostri rimane la stessa: crust punk suonato veloce, marcio, sporco, caotico e altamente incazzato, imbastardito con ingenti dosi di grindcore. E’ chiara già dopo pochissimi ascolti che il suono proposto da Disforia è fortemente debitore dei primissimi lavori (“A Holocaust in Your Head” su tutti) dei primordiali Extreme Noise Terror. Per quanto invece riguarda le vocals, divise a metà tra lo scream di Paguro e il growl di Andrea, non è difficile percepire una vaga influenza della voce di Gianmario sui primi lavori dei Wretched. Impossibile non citare poi, per avvicinarci ai tempi recenti, l’ultima fatica in casa Disforia, ovvero uno split (dal titolo “Solve et Coagula”) con un altro grande, storico gruppo della scena crust italiana, i “post nuclear warriors” Drunkards. Di questi guerrieri post nucleari alessandrini in giro dal 1997 parleremo a breve.

Eccoci qui quindi a parlare dei Drunkards, altra storica realtà della scena hardcore italiana di fine anni ’90-inizio ’00. Immagino vi starete chiedendo cosa suonano questi quattro “alcolizzati mutanti” emersi nel 1997 dalle nebbie post nucleari della provincia di Alessandria. Secondo voi? Crust? Certamente, ma non solo. I Drunkards, dandoci un’immagine abbastanza chiara della loro proposta musicale, delle tematiche trattate e dell’universo concettuale da cui traggono ispirazione, amano definire il loro genere “post apocalyptic thrash punk rock’nroll” e credo vivamente che definizione migliore non possa esistere. Questi guerrieri post nucleari si sono fatti conoscere nel 1999 con il loro primo demo “Minaccia Nucleare”, un demo composto da 8 tracce dalle sonorità molto lo-fi, rumorose, caotiche e con una registrazione che, tutt’altro che impeccabile, lascia comunque intravedersi la passione, l’attitudine e le potenzialità dei nostri. Potenzialità che emergeranno in modo dirompente nel bellissimo “Sentenza di Morte” del 2006, album che, finalmente grazie ad una registrazione ottimale, rende onore al crust punk (fortemente ispirato ai belga Hiatus) dei Drunkards, imbastardito con il thrash metal più grezzo e con un sapore-attitudine rock’n’roll direttamente presi in prestito dai Motorhead (difatti è presente su questo album la cover di “Aces of Spades”). A livello lirico i nostri alternano pezzi impegnati e dalle tematiche sempre attuali come “Il Sangue Continua a Scorrere” ad altri completamente cazzoni ed irriverenti come “Bordello Alcolico” che risulta esserne l’emblematico esempio. Come ho già potuto accennare nelle righe dedicate ai Disforia, a settembre è uscito “La Festa dei Pazzi”, ultimo lavoro di questi quattro guerrieri post-nucleari contenente cinque nuove pezzi di purissimo “trash punk rock’n’roll” post apocalittico in perfetto stile Drunkards!

Passiamo ora a tracciare una breve storia degli ormai defunti Disprezzo. Il gruppo, che nasce nel 2001, era dedito a sonorità tipicamente crust, anche se imbastardite sapientemente con il black metal vecchia scuola che non sta mai male. Andando più in profondità nella loro musica, possiamo definire il suono proposto dai nostri come un classico crust punk che però lascia trasparire tutte le influenze extreme metal dei Disprezzo, il tutto condito con testi politicizzati ed incazzatissimi e vocals marcissime e putride che faranno la felicità tanto dei punx quanto dei metallari più trve! Dopo un fantastico album, grezzo e pregno di rabbia primordiale, dall’emblematico titolo “Nel Mio Mondo il Sole Non Sorge Mai” (titolo che, ne sono certo, farebbe invidia ai primissimi Amebix) del 2004, il gruppo, aihnoi, si sciolse facendo perdere le sue tracce.

Per rimanere in tema di “blackened crust” (come ama chiamarlo la “stampa specializzata”) è impossibile non citare e non spendere più due parole su un altro grandissimo gruppo che ha avuto un’esistenza breve ma estremamente intensa. Sto parlando dei baresi Nagasaki Nightmare, nome direttamente preso dall’omonimo brano dei maestri Crass presente su “Christ The Album”, doppio LP rilasciato nel 1982. Stando alle scarse informazioni reperibili in giro, il gruppo sembra essersi formato intorno al 2003. La loro musica come ho già avuto modo di accennare rappresenta il perfetto incontro tra la rabbia travolgente e frenetica del crust e le melodie tipiche di certo black metal, quello più atmosferico e caratterizzato da aperture/intermezzi melodici. Qualcuno potrebbe etichettare la proposta sonora dei Nagasaki Nightmare come “NeoCrust”, termine che però, personalmente almeno, mi sta parecchio sui coglioni e trovo privo di significato. Se proprio dovessi fare dei nomi per inquadrare il suono dei nostri punx baresi mi verrebbero ovviamente da citare gruppi come gli spagnoli Ekkaia, i Fall of Efrara o i Blunt (anch’essi spagnoli), gruppo con cui gli stessi Nagasaki Nightmare hanno inciso uno split nel 2007 e che contiene tre pezzi, tra cui spicca sicuramente “Biodegradabilità del Genere Umano”. Come non citare inoltre lo split, sempre del 2007, con uno dei gruppi storici dell’punk-hardcore italiano, ossia i cesenati Contrasto, che presenta quattro pezzi, tra i quali quello che ritengo il loro capolavoro, il loro brano più rappresentativo: “Ogni Giorno” (già presente sul demo del 2006). Melodia, rabbia e atmosfere, questo e molto altro erano gli ingredienti dei Nagasaki Nightmare, indimenticato gruppo crust che decise di porre fine alla propria attività nel 2008.

Risalendo la penisola, in un continuo su e giù tra nord e sud, e rimanendo ancorati alla prima metà degli anni ’00 ci imbattiamo nei modenesi Cancer Spreading. Il nome della band, non a caso, è ripreso dal titolo di una canzone di coloro che sono riconosciuti da tutti come i fondatori, con il loro secondo demo del 1986 “Terminal Filth Stenchcore”, dello “stenchcore” (a quanto pare sottogenere del crust), i britannici Deviated Instinct. Detto ciò cosa potranno mai suonare questi Cancer Spreading se non marcio crust punk influenzato pesantemente tanto dal death metal più old school quanto dal proto-thrash più virato verso sonorità sporche, oscure e grezze (quello di Hellhammer/Celtic Frost tanto per capirci)? Non ci troviamo quindi dinanzi al classico crust punk fedele agli stilemi del genere, ma piuttosto ad un ibrido bastardo nel quale la componente death metal si fa sentire eccome, a volte prendendo quasi il sopravvento sul resto ma senza mai tranciare definitivamente le ben salde radici che tengono ancorati i nostri modenesi alle sonorità crust. Autori di innumerevoli uscite tra demo, split, Ep, Lp e chi più ne ha più ne metta, la loro ultima fatica in studio risale al 2016 quando hanno pubblicato “Ghastly Visions” per la belga neanderthal.stench Records, la slovacca Heavy Metal Vomit Party Records (un nome che è tutto un programma eheheh) e la brasiliana Back on Tracks Records. Ci troviamo dinanzi ad una band ormai in piena maturazione lirica e musicale che ci regala 40 minuti di puro stenchcore old school che avrebbe fatto certamente invidia ai maestri Deviated Instinct. Citando le parole dei Cancer Spreading, che trovo perfette per concludere queste righe a loro dedicate, il loro scopo dichiarato è quindi quello di diffondere il più possibile il loro messaggio di nichilismo e autodistruzione attraverso l’autoproduzione e l’attitudine do it yourself. Avanti così allora, la strada intrapresa appare molto interessante cari i miei modenesi!

I lettori più attenti, appassionati e attivi frequentatori della scena hardcore italiana, si saranno sicuramente accorti che in mezzo a tutti i gruppi citati finora mancano forse coloro che hanno saputo interpretare e rivisitare al meglio gli insegnamenti della scena hardcore/d-beat svedese degli anni ’80 e inizio dei ’90 di gruppi storici del genere quali Anti-Cimex, Avskum, Driller Killer e compagnia sbraitante. Sto naturalmente parlando dei Kontatto, gruppo d-beat/crust bolognese on the road dal lontano settembre del 1998, una vera macchina da guerra tritaossa dal vivo (chi se li è potuti godere in concerto potrà sicuramente confermare questa affermazione). Non a caso ho citato gli Anti-Cimex perchè, stando anche da quanto dichiarato più volte da loro stessi, insieme ai Wretched, rappresentano di sicuro la maggiore influenza a livello musicale dei Kontatto. E sempre tutt’altro che a caso ho rispolverato il nome degli Avskum; difatti le melodie create da Koppa e Febo (i due chitarristi) ricordano molto la lezione della band di Kristinehamn. Fino al 2002 i Kontatto sono andati avanti di soli split; ben 4, tra cui uno con gli storici grinders belga Agatochles (attivi dal 1985). Leggende narrano che tutto il materiale presente su questi quattro split siano stati tutto frutto di una sola registrazione (ascoltare l’episodio #11 de La Casa del Disastro per averne conferma). Dopo l’ultimo split del 2002, una serie di abbandoni e cambi di line-up che rischiarono di mettere la parola fine sull’esistenza del gruppo, con l’ingresso della formidabile Marzia dietro le pelli (che risulterà fondamentale con la sua tecnica e il suo suono di scuola d-beat martellante come piace a noi) si arriva finalmente al 2008, anno in cui vede finalmente la luce “Disillusione”, il primo Lp dei Kontatto. Suddetto album dimostra tutta la qualità del gruppo bolognese, sopratutto per quanto riguarda il songwriting; infatti canzoni come “Paradisi Artificiali”, “La Tua Malattia”, ma sopratutto “Medaglia al Valore” (quello che considero a tutti gli effetti l’inno del gruppo) rimangono impresse nella mente già al primo ascolto, tanto la parte strumentale quanto quella lirica contenuta nei testi. Avendo ormai ingranato, i Kontatto continuano la loro maturazione artistica sfornando due anni dopo il loro secondo full lenght “Mai Come Voi”. Undici i brani presenti su questo album, tra i quali spiccano senza ombra di dubbio “Ogni Giorno di Meno” e la mia preferita in assoluto dei Kontatto “Cospirazioni”, quest’ultima con un riff iniziale e un ritornello che ti si stampano immediatamente in testa e non ti lasciano più. Dopo un’altro split con i brasiliani Besthoven (anch’essi autori di un crust/d-beat molto veloce) del 2011, finalmente a marzo scorso è uscito il nuovissimo “Fino Alla Fine”, una bomba carica del solito crust/d-beat tiratissimo e incazzatissima ma condito con melodie e riff immediatamente riconoscibili a cui ci hanno abituato negli anni i Kontatto. Unico consiglio che posso darvi su di loro è quello di vederli dal vivo il prima possibile. Sudore, attitudine, qualità e tanta ma tanta passione rendono ogni loro concerto un’esperienza indimenticabile.

Altro gruppo impossibile da non citare in quello che è ormai diventato un vero e proprio viaggio nel tempo e nello spazio per raccontare quanto più possibile delle migliori realtà crust punk, attive o defunte, presenti nella penisola italiana sono certamente i Campus Sterminii. Il gruppo, che vede tra le proprie fila tre brutti ceffi già attivi nei Kontatto (Febo, Koppa e Marzia), si è formato nella primavera del 2002 e per diversi anni è stato uno dei nomi di punta della scena crust italiana, per attitudine, passione e qualità. Molto simili per sonorità ai modenesi Cancer Spreading di cui abbiamo parlato poco sopra, anche loro possono essere buttati nel calderone stenchcore, anche se interpretano il genere in maniera sempre personale e leggermente più “melodica” (per quanto si possa parlare di melodia in mezzo al rumore) rispetto ad altre band. Ascoltando i Campus Sterminii sono principalmente tre i gruppi che vengono in mente: Hellshock, Driller Killer e Disrupt. La prima fatica a nome Campus Sterminii fu uno split con i Disgusting Lies dal doppio titolo “No Choice, No Way!/ Non c’è Limite al Peggio” datato 2002, a pochi mesi dalla nascita del gruppo, che faceva già intravedere tutte le qualità dei nostri, seppur la qualità della registrazione era molto lo-fi e il songwriting molto primordiale e grezzo. Pezzi come “Non c’è Limite al Peggio”, “E Così Sia” e”Credi Veramente di Combattere il Sistema” oltre ad esser divenuti brani immortali del gruppo, sono delle vere e proprie manifestazioni di intenti dei nostri, che con feroce rabbia sputano in faccia all’ascoltatore tutto il loro odio ed il rancore verso questo mondo. Finalmente nel 2009 i Campus Sterminii replicano con il loro primo full lenght “Life is a Nightmarish Struggle” (un titolo che è tutto un programma), album che evidenzia una importante crescita della band a livello compositivo e di tematiche, ma anche e sopratutto un ottima qualità in fase di registrazione. Nulla di nuovo è uscito da quel lontano 2009, sopratutto a causa degli impegni dei componenti del gruppo con svariati altri progetti tra cui i già citati Kontatto e Cancer Spreading; nonostante ciò io sono ancora qui ad attendere impazientemente di poter ascoltare nuovamente il veloce e rabbioso stenchcore dei Campus Sterminii.

Avviandoci finalmente verso la conclusione di questo lunghissimo ed estenuante (per chi scrive, ma sicuramente anche per chi si ritroverà sfortunatamente a leggerselo) speciale articolo sulla scena crust punk italiana, ci avviciniamo ai tempi recenti e precisamente a due anni, il 2008 ed il 2011, anni che han visto la formazione di due nuove realtà dedite a sonorità crust-core/d-beat: mi sto riferendo rispettivamente ai milanesi Warpath e ai montebellunesi Kompost.

I Warpath (letteralmente “Sentiero di Guerra”, nome spettacolare) nascono quindi intorno al 2008-2009, dalle ceneri e fondendosi con i Land of Devastation, band di cui praticamente facevano parte gli stessi componenti che avrebbero poi formato gli stessi Warpath. La materia rumorosa a cui hanno dedicato le loro fatiche non può che essere un solido e tiratissimo crust punk/d-beat (altrimenti non sarebbero menzionati in questo articolo, logicamente) caratterizzato da doppia voce maschile/femminile che ricorda in più frangenti i Nausea, altro storico gruppo del genere. Ma i Nausea non sono l’unica influenza che possiamo assaporare nella musica dei Warpath; difatti altri gruppi che vengono immediatamente alla mente sono sicuramente i Disrupt e gli Hellbastard di “Ripper Crust”. Nel 2011 rilasciano “Nel Dilagare della Follia”, uno split con i NIS, altro gruppo storico della scena crust italiana di cui purtroppo non vi parlerò, composto da soli due pezzi più un’intro che già aveva fatto drizzare le orecchie (e non solo, ci siamo capiti…) a tutti gli amanti di questo tipo di sonorità. Ma è solo nel 2016 che i Warpath ci regalano il loro primo marcio full lenght dal titolo “Oblio”, una ventina di minuti scarsi di puro crust-core in stile Nausea, poco originale ma suonato con un’attitudine e una convinzione da far invidia ai più. I testi trattano le tematiche classiche del genere, dall’alienazione umana alla critica feroce alla guerra, dall’invettiva pregna d’odio verso questa società di merda ai contenuti più “politici”. E’ inoltre presente tra gli otto pezzi che compongono questo “Oblio” anche “Nel Dilagare della Follia”, brano già presente sull’omonimo split che suona sempre fresco e risulta essere uno dei pezzi migliori fin qui scritto dai Warpath.

I Kompost rilasciano la loro prima demo nel 2012, composta da 6 pezzi più una cover di “Fame” storico pezzo degli storici crusters Berserk (anche di loro, per esigenze di spazio e tempo, ho deciso di non parlavi purtroppo). Su questa demo è presente un pezzo che, sempre a parere inutile di chi scrive, rappresenta in modo emblematico il mood misantropo e nichilista che anima la band e che la band sa trasmettere in modo impeccabile con la propria musica: “Io Non Vorrei Essere Umano”, 3min e 32 secondi di pura misantropia in salsa crust, nient’altro da aggiungere. Nel 2016 i Kompost rilasciano la loro ultima fatica intitolata “La Vera Bestia” (recensita qualche mese fa proprio su Disastro Sonoro Clicca qui per la recensione), uno dei migliori album in ambito crust che io abbia avuto la fortuna di sentire negli ultimi tempi; 25 minuti di sonorità sempre in bilico tra la vecchia e la nuova scuola del genere con forti influenze death metal per nulla tenute nascoste dai nostri; 25 minuti che ci presentano un mix perfetto tra parti più grezze e tirate e altre più atmosferiche e melodiche. Se proprio volessimo fare dei nomi la proposta dei Kompost ricorda molto quella di Disfear e Martyrdod (e di un gruppo crust/death metal dell’underground spagnolo che risponde al nome di Cruz), e di questi accostamenti Bre (batterista), Pozze (vocals) e compagnia non possono che andarne fieri.

Dopo aver parlato più o meno approfonditamente di ben 11 gruppi che hanno rappresentato le radici, gli albori, lo sviluppo e la “nuova scuola” della scena crust punk/ d-beat italiana, dopo esserci addentrati negli abissi di questo mondo fatto di guerrieri post-nucleari e post-apocalittici e sonorità grezze, putride e marce, dopo aver intrapreso questo viaggio nello spazio e nel tempo cercando di ricostruire al meglio la storia del crust punk in Italia, credo sia giunta l’ora di concludere qui questo speciale articolo. Ci sarebbe ancora una miriade di gruppi che meriterebbero il nostro interesse e di essere menzionati all’interno di questo articolo, basti pensare a Humus, Berserk, NIS, Dirty Power Game, Disgusto, Overcharge, Motron, ecc., tutta gente che tiene e ha tenuto viva la passione per questo genere di sonorità con attitudine, impegno e sudore. Purtroppo (o per fortuna) siamo giunti alla conclusione di questo nostro apparentemente interminabile viaggio verso gli abissi della scena crust punk italiana, io non ho nient’altro da aggiungere se non una frase che è più l’essenza di uno stile di vita: IN CRUST WE TRUST! 

Oltre la musica, oltre il rumore! Disastro Sonoro!

Tunonna – Buono (2017)

Questo album è uscito a inizio luglio e appena ho aperto questo blog (che nella mia testa dovrebbe tutt’ora essere una webzine), dopo averlo ascoltato divorandomelo più e più volte, mi sono immediatamente detto :<<devi assolutamente recensirlo su Disastro Sonoro!>>. In realtà per motivi a me del tutto sconosciuti, un mix di mancanza di voglia, di tempo e di altre recensioni durante questa ultima terribile estate, mi ritrovo oggi a inizio ottobre, in pieno e perfetto clima autunnale, con questa splendida opera prima di Silvia a.k.a. Tunonna, punk-cantautrice de Roma, ancora nelle cuffie e ancora li che chiede a gran voce di esser recensita. E allora cosa aspettiamo? E’ giunto ormai il moento di parlare di “Buono” e di Tunonna! Ora o mai più!

L’idea e la voglia di recensire quest’album mi è tornata all’improvviso questo pomeriggio, ascoltandolo come compagnia di sottofondo durante ore di studio universitario, guardando fuori dalla finestra e vedendo un cielo plumbeo e malinconico tipicamente autunnale che ho subito trovato perfetto come immagine per la musica “diversamente allegra” di Tunonna. Avviso per i lettori: questa recensione trasmetterà voglia di vivere, felicità ed altre bellissime emozioni di cui sotto sotto non ce ne frega un cazzo (“sono felice, domenica mi ammazzo”…).

Ricollegadomi immediatamente a quest’ultimo avviso ai lettori, vorrei iniziare a parlare dei singoli brani (10 precisamente) presenti su questo “Buono” partendo da un brano “a caso ma non troppo”, ossia “Allegria”, nona traccia, nonchè la più lunga e appunto “allegra”. Bastano pochi secondi di musica e il primo verso della canzone per capire che l’atmosfera volutamente creata da Silvia con la sua chitarra acustica e la sua voce è tutt’altro che allegra nonostante il titolo del brano dica il contrario. Il testo è un lento climax pregno di malinconia e dalla vena fortemente ironica (come tutti i testi presenti sull’album del resto e come è tradizione di Tunonna), interpretato magistralmente dalla voce sgraziata di Silvia, che dirompe in tutta la sua allegra tristezza nel ritornello che recita così: <<che vuoi di più non sei contento che respiri? prendiamoci un gelato che sono su di giri, felice tutti i giorni e non mi frega un cazzo, sono felice domenica mi ammazzo…>>. Un capolavoro che ricorda a tratti, tanto nella voce di Silvia quanto nella melodia, le primissime fatiche di Kurt Cobain e dei Nirvana, sopratutto per quanto riguarda l’atmosfera creata ed il mood generale del brano.

Altro pezzo che ha rapito il mio cuore al primo ascolto è certamente l’opening track dal titolo emblematico “A Caccia di Peroni”, la solita schitarrata acustica accompagnata dalla voce sgraziata e densa di malinconia di Silvia capace di costruire l’atmosfera perfetta ogni volta. Un pezzo che è una vera e propria dichiarazione d’amore di Tunonna nei confronti della sua più fedele compagna di vita, compagna delle sue serate e delle sue estati (“non c’entra niente che si freddo oppure estate, un euro e venti il prezzo delle mie serate”): la Peroni. E’ una storia d’amore romantica e che appassiona quella che ci racconta Silvia in questo brano, la storia d’amore più importante di tutte nonchè la più sincera, quella che non finira mai e che non potrai mai deluderti: quella tra l’uomo e la birra.

Vi parlerei volentieri di tutti e 10 i brani ma non lo farò per due motivi principali: innanzitutto non so quanti cazzo di voi hanno realmente voglia di leggersi 10 righe per ogni singolo brano (anche se le varrebbero tutte, c’è da ammetterlo), ma sopratutto non ho idea di come rendere a parole le emozioni scatenate in me da questi fantastici brani scritti e suonati da Silvia. Quindi ne ho scelti ancora tre di cui vi parlerò.

Proseguiamo infatti con il mio pezzo preferito dell’abum: “Mia Nonna”. Il testo è contraddistinto dalla solita ironia di Silvia, ma questa volta quello che emerge e che per lo meno io ho sentito ascoltando tale pezzo è un’emozione che non saprei descrivere a parole, un’emozione a metà strada tra la malinconia e la felicità innocente da bambini che, coniando un neologismo, mi permetto di nominare “felinconia” (o malincità, siate voi a decidere quello più appropriato, a me sinceramente fan cagare entrambi). Il testo di “Mia Nonna”, mettendo da parte per una volta la maschera dei duri e puri, racchiude tutto quello che chiunque di noi vorrebbe dire alla propria nonna. Non stupitevi se ascoltando questa traccia vi ritroverete con gli occhi lucidi a ricordare i momenti dell’infanzia (e non solo), le puntate di Forum, i soldi per il gelato anche a vent’anni (spesi rigorosamente per tutt’altro),il sempreverde “copriti che fa freddo prima che ti prendi qualcosa”, le domeniche a pranzo a casa della nonna di cui, anche se ti rompi il cazzo, non puoi farne a meno perchè in fin dei conti li con lei ci stai bene. In questa canzone Silvia si è sinceramente superata e la frase che rappresenta al meglio questo pezzo non può che essere la seguente: <<nonna non piangere devo pur crescere magari arrivacce vecchi come te>>. Lacrimoni.

L’ultimo pezzo di cui vorrei parlare nello specifico è “A Natale siamo tutti più parenti” che si muove sulle stesse cordinate di “Mia Nonna” in quanto ad emozioni e atmosfere create. Un pezzo che trasuda nostalgia e ricordi dei cenoni e dei pranzi di Natale passati con i parenti, dei regali imbarazzanti che fingi apprezzare, il divano che chiama dopo essersi riempiti di cibo, le partite a carte e a tombola, la tradizionale diatriba “pandoro vs panettone”, le domande scomode dei vecchi parenti e tutto il resto che rimane impresso nella memoria fino al prossimo Natale e che in fin dei conti rende “piacevole” questa giornata di festa. Nostalgia distillata e di rara bellezza.

A chiudere l’album c’è infine una grandissima cover; sto parlando di “Dora Daccela Ancora” degli indimenticati Prophilax, canzone che vede un featuring con Fabio Ceppaflex Pinci, il cantanto appunto del suddetto gruppo.

Tunonna a.k.a. Silvia parla di vita quotidiana, parla della vita di tutti i noi, con una semplicità e una immediatezza spiazzanti e grazie alla sua voce sgraziata e emozionale riesce a trasmettere un vortice di emozioni che cattura l’ascoltatore come se fosse lui stesso ad aver scritto i testi. E questa è una qualità che pochi artisti possono vantare. Silvia è spontanea, sia quando nei brani è preponderante il suo lato irriverente e ironico (vedasi pezzi come “Marco Jeans e la profonda quanto ilare “Gelardo), sia quando a farla da padrona è l’alone di malinconia e introspezione con cui racconta la vita di tutti i giorni. E parla di tutto ciò con un perfetto stile cantautoriale, accompagnata solamente dalla sua chitarra acustica. Tunonna è Silvia, ma in fin dei conti siamo un po’ tutti Tunonna. Non credo si possa aggiungere altro in merito a questo “Buono” e a Tunonna, quindi vi lascio con un solo consiglio: ascoltatevi queste 10 canzoni il prima possibile, non ve ne pentirete.

“Ho un cuore fatto strano che soffre la bellezza…” canta così Silvia in “Allegria”. Ed è per questo motivo forse che piango, ma non di tristezza, dinanzi a quest’album. Preparate i fazzoletti, ne avrete bisogno.