Ebola – Il Vero Degrado è l’Abitudine al Vivere (2008)

“Il vero degrado è nelle menti abituate al buio, nei cervelli atrofizzati, nell’accettazione incondizionata. Il vero degrado è il funerale delle idee, il vero degrado è l’abitudine al vivere.”

Gli Ebola, ossia i cantatori della decadenza e del disagio della società moderna; moderni menestrelli nichilisti che sputano il loro veleno ed il loro odio sotto forma di invettive indirizzate contro la vacua esistenza e l’apparente quieto vivere della società del consumo. Sono rumorosi e incazzati e quasi dieci anni fa, nel lontano 2008, hanno rilasciato il loro album di debutto dal titolo “Il Vero Degrado è l’Abitudine al Vivere”: più di un semplice titolo, una dichiarazione di intenti, un manifesto misantropo-nichilista pregno di odio! Un concentrato di rumore nel quale trovano spazio echi di grindcore, hardcore e crust e che i nostri “bastards from Brescia” non ci hanno pensato due volte a definire “Ultracore” (mai etichetta fu più azzeccata).

Questo “Il Vero Degrado è l’Abitudine al Vivere” ci presenta un suono estremamente grezzo, istintivo e condito dalla rabbia primordiale che dilania le menti atrofizzate dell’uomo-automa moderno. Ci presenta un gruppo secondo a nessuno in quanto attitudine e passione, in quanto a efferatezza sonora e a lacerante nichilismo lirico; un gruppo di bastardi dediti completamente al culto del rumore.

Dodici i pezzacci presente sul debutto degli Ebola, tra i quali troviamo ben cinque cover quasi irriconoscibili e interpretate in maniera del tutto personale e caotica dai nostri bastardi from Udine. Da citare su tutte le personali reinterpretazioni di “Fino in Fondo” dei Wretched, di “Nassirya” degli anarco-punx Tetano e di “Tutti i Punx” dei Vivere Merda. Accanto alla scelta di coverizzare brani di gruppi che certamente hanno influenzato la loro proposta, gli Ebola hanno saputo scrivere delle brevi schegge incazzate e devastanti che colpiscono nel segno come la titletrack, “Chiuso in Stereotipi Inutili” o “Libera Interpretazione della Vita Altrui”, tutti pezzi che si aggirano tra i quaranta secondi e il minuto scarso; questo a dimostrare ancora una volta che ai nostri interessa solo una cosa: sputare la loro rabbia primordiale in un vortice di rumore annichilente con una voce sguaiata e fastidiosa nel breve tempo possibile. In breve è questa la sintesi dei dodici pezzi che vi ritroverete ad ascoltare. Da sottolineare la scelta degli Ebola di porre come intro di ogni brano uno spezzone preso da chissà quale filmaccio/filmato di serie Z.

Ho parlato fin troppo di questo “Il Vero Degrado è l’Abitudine al Vivere”, un vero e proprio capolavoro del rumore e della decadenza. Invito caldamente chi non lo avesse ancora fatto in questi dieci anni a resistere e perchè no a godersi quasi 15 minuti di purissimo disastro sonoro che ci vomita nelle orecchie tutto l’odio e la rabbia che anima l’esistenza dei nostri “Bastards from Brescia”. Se sopravvivete a questo concentrato di “Ultracore”, potrete ascoltare qualsiasi cosa in futuro.

Rumore non musica, Disastro Sonoro.

 

 

 

“Punx e la Metropoli” – Ma(la)tinee in Villa Vegan (12/11/17)

“è come                                                                                           
attender la pioggia 
sperando che piova sotto cieli di piombo 
sperando che piova sotto cieli di piombo 
aspettando la pioggia… “

Milano, un pomeriggio di novembre. Cielo plumbeo, grigiore opprimente della metropoli, pioggia malinconica senza motivo. Cosa c’è di meglio per riempire un uggioso pomeriggio autunnale se non un concerto punk-hardcore nella splendida cornice di Villa Vegan con tanti ben compagni di disavventura? NULLA, giusto.

Hanno aperto le danze gli WOWS, gruppo veronese composto da sei misteriosi individui. La loro proposta sonora è un drone-doom metal granitico e opprimente, venato di sludge atmosferico, la perfetta colonna sonora del cupo e piovoso pomeriggio dell’autunno milanese. Il muro sonoro creato dagli WOWS, pesante, acido e a tratti psichedelico, è riuscito a costruire una atmosfera opprimente e a trascinare l’ascoltatore in un abisso dove a farla da padrone sono stati la distorsione e la sensazione di annichilimento creata dai nostri. A metà strada tra Neurosis, Eyehategod, Sunn O))) e Hate&Merda, i misteriosi WOWS sono stati autori di una buonissima performance. Interessante scoperta da approfondire.

L’atmosfera oscura e opprimente creata dal gruppo di Verona ha poi ceduto il posto al fast-hardcore/powerviolence militante e rabbioso dei bolognesi Repressione, vere e proprie macchine da guerra. C’è poco da dire su di loro; un gruppo che mette sempre tantissima passione, tantissimo sudore e tantissima attitudine in quello che fa e la loro esibizione, ancora una volta, ce ne ha dato prova nel caso avessimo qualche dubbio. Passione e attitudine certo, ma anche tanta qualità e tanta “tecnica” se così vogliamo chiamarla. Pezzacci come “Tempi Bui”, “Huye Hombre”, “Guerra alla Città” e “Cielo di Piombo” (da cui è presa la strofa posta ad introduzione di questo articolo) come al solito, ancora più che su disco, fanno la loro porca figura. Anche un pezzo nuovo come “Fiamme” non ha cambiato di una virgola la proposta dei nostri: rabbia, rumore e velocità contro tutto e tutti. Nonostante il freddo che invadeva le ossa e rendeva lenti i movimenti è stato impossibile esimersi dal pogare quasi ininterrottamente sui pezzi proposti dai Repressione capaci di far risplendere il fuoco sotto cieli di piombo. Rabbia e rumore from Bologna, nothing less, nothing more.

Cocaine Slave – Pic taken from Facebook

Non è facile per nessuno essere posti in scaletta subito dopo una performance impeccabile come  quella dei Repressione; ai Cocaine Slave però non frega un cazzo e ce lo hanno dimostrato chiaramente regalandoci anch’essi una performance che in quanto ad passione e attitudine non è stata sicuramente seconda a quella dei bolognesi. Il powerviolence dei nostri non scende a compromessi, non conosce pause, tira dritto tritando ossa e non facendo prigionieri, dimostrandosi estremamente godibile (come del resto aveva già fatto intravedere su disco) e permettendo che le danz…ehm il pogo continui senza freni. Due cose da evidenziare: il nuovo cantante ha regalato una performance vocale estremamente convincente e a tratti “molto metal” (qualsiasi cazzo di cosa voglia dire) che ha sicuramente aggiunto qualcosa in più alla proposta dei Cocaine Slave; alcuni problemi tecnici (interferenze cassa-microfono e corda della chitarra di Mike rotta appena prima dell’ultima canzone) hanno invece in piccola parte penalizzato la qualità dei suoni, ma dopotutto di questo non ce ne deve fregare un cazzo dinanzi ad un’altra esibizione che ha riscaldato alla grande il freddo pomeriggio milanese. Ah postilla finale sui Cocaine Slave: il batterista è veramente un cazzone che gioca a fare la rockstar e che fa troppa autocritica anche quando non dovrebbe… ma è anche per questo che gli voglio/amo tanto bene. (Gian se stai leggendo questo schifo di “live report”, spero apprezzerai questa mia dichiarazione d’ammmore per te.)

Gli Stronzi senza la Clara

Ultimo gruppo che ho potuto godermi prima di fuggire dal nubifragio che ha travolto Milano sono stati Gli Stronzi from Imperia. Ultimo gruppo della mia giornata, ma non della Ma(la)tinee visto che dopo di loro si sono esibiti i berlinesi Feral Thrust e la one-man band Misa Histerica direttamente dal Cile, entrambe dedite a sonorità crust. Me li sono persi, questo “live report” è parziale ed io sono uno stronzo. Tornando a parlare degli Stronzi e del loro punk-hardcore in stile molto old school, mi limito a dire che come al solito la nota da sottolineare è l’attitudine dell’instancabile cantante (la Clara), che con la sua voce incazzata e sgraziata ci regala una prova molto buona e assolutamente godibile. In generale una performance quella degli Stronzi che scorre senza soste e che colpisce nel segno. I pezzacci presenti sul loro “Nessuna Prospettiva” si dimostrano ottimi, addirittura migliore in versione live, e questo non può che essere un grande pregio dei nostri.

Come già detto alla fine della loro esibizione me ne sono scappato sotto la pioggia battente a prendere la metro e in questo modo mi sono perso i due gruppi crust che avrebbero dato certamente degna conclusione a questo pomeriggio-serata di punk-hardcore in Villa Vegan, quindi questa “recensione” può considerarsi conclusa qui (e meno male).

Non un semplice concerto, come al solito non è solo musica. Vita, lotta, passione, autogestione, questo è quello che porta con se un concerto come questo. Storie di diserzione della quotidianità e di sovversione del quieto vivere della grigia metropoli milanese. Una storia di punx nella metropoli che creano l’anarchia per qualche momento… “aspettando la pioggia sotto cieli di piombo”. Milano, pioggia e punk-hardcore.

 

 

Zona D’Ombra – Unica Dimensione di Vuoto (2017)

“Nella ricerca di un altrove che non ci faccia soffocare lentamente. 
Nell’agire, in ogni modo possibile, abbracciando l’ignoto. 
Nell’impeto di una coscienza che s’accende. 
Per sentirsi ancora vivi, ancora umani, ancora felici.” 

 

Gli Zona D’Ombra sono uno di quei gruppi che sai già che non ti deluderà. La loro proposta è sempre la stessa fin dal debutto “Promo” del 2014, ma questo non è affatto un problema, anzi: un hardcore di classica scuola italiana che prende a piene mani tanto dalla tradizione degli anni ’80 quanto dall’interpretazione del genere data nei ’90 da gruppi come i Sottopressione. Una proposta quella dei comaschi (gli Zona d’Ombra si sono infatti formati nell’autunno del 2011 in quel di Como) che, per via anche dell’ottima qualità del songwriting e delle liriche, può riportare alla mente, in più di un episodio, le sonorità di Attrito, Grandine e sopratutto Congegno. Detto questo è però fondamentale sottolineare che i nostri reinterpretano queste sonorità in chiave assolutamente personale, mettendoci tanto del loro e risultando tutt’altro che scontati o banali. Inoltre i testi introspettivi ma rabbiosi che condiscono l’hardcore degli Zona d’Ombra dimostrano un livello veramente elevato nella capacità dei nostri di trasmettere in musica sensazioni comuni alla maggioranza di noi “disertori della quotidianità“. E’ questa è una capacità che non tutti possono vantare.

Detto questo oggi voglio parlarvi del nuovo “Unica Dimensione di Vuoto” uscito nel marzo del 2017, secondo EP degli Zona D’Ombra che riparte perfettamente da dove si era interrotto il precedente (e ottimo) “Guerra all’Apatia” (2015), tanto nelle sonorità quanto nel mood generale dell’album e delle liriche. Difficile descrivere la sensazione che si prova ascoltando questo EP, forse le parole migliori sono quelle scritte dagli stessi Zona d’Ombra sul loro bandcamp: “Ci sono momenti in cui, attraversando un’uggiosa quotidianità, si ha la sensazione di essere fuori dal proprio corpo, di essere spettatori della vita che non stiamo vivendo.”. Questo “Unica Dimensione di Vuoto” appare quindi come un grido di rabbia verso l’esistenza vacua e apatica con la quale ci troviamo a combattere quotidianamente, come un anelo di libertà da questa apparente tranquillità artificiale che opprime e immobilizza tutti, da questo sistema che mercifica tutto, in primis le relazioni e i sentimenti. Gli Zona D’Ombra dichiarano guerra a questa “dimensione di vuoto” che è in fin dei conti l’esistenza umana all’interno della società consumistica ed egoista moderna. E lo fanno attraverso i cinque brani che compongono questo nuovo album.

“Unica Dimensione di Vuoto” è avvolto da una generale sensazione di rivolta e di malessere nei confronti dell’impotenza e della disillusione dell’essere umano apatico e immobile di tempi moderni. L’EP si apre con l’intro dal sapore melanconico della stupenda “Carta Carbone”, invettiva rabbiosa contro la ruotine quotidiana che intrappola in un paranoico ripetersi delle azioni, delle parole, del vissuto e che cerca di eliminare la pulsione liberatrice dell’imprevedibile e dell’ignoto. “Sogno rivolta, sogno imperfezione”, nel crescendo del brano questa frase assume le sembianze del malessere esistenziale che si tramuta in azione sovversiva del quieto vivere superficiale e falso.

“Gabbie”, altro pezzo che prosegue il discorso iniziato da “Carta Carbone”, sposta però questa volta l’attenzione sulla sensazione di impotenza e annullamento che si prova quando ci si trova tra le grinfie di quel gelido mostro che annienta le esistenze, ossia il carcere. “E mi chiedo se fuori sia diverso o se la gabbia è ancor più grande”, la frase con la quale si conclude il brano mette i brividi.

“Gioia di vivere abbracciami ora, Gioia di esistere prendimi ancora” può essere solamente questo il commento al terzo brano “Le Ombre Non Hanno Nome”, tutto il resto sarebbe superfluo perciò evito di aggiungere del mio. Così come mi astengo dal aggiungere un commento ad un altro brano impeccabile come il successivo “La Lingua dei Numeri”, probabilmente insieme all’introduttiva “Carta Carbone” uno dei momenti migliori di questo album.

Dopo appena una quindicina di minuti scarsi (mannaggia a voi Zona d’Ombra, ne voglio ancora…)”Unica Dimensione di Vuoto” si conclude con l’ottima “Una Goccia alla Volta”; il pezzo riprende il mood irrequieto della traccia iniziale e lo trasforma in un vero e proprio sfogo di rabbia, in un desiderio profondo del non-conosciuto, del percorrere strade nuove e differenti senza accettare di arrendersi al vivere, disertando la quotidianità. “Cerco l’ignoto, cerco l’incerto, aggrappato all’impossibile”,una dichiarazione di intenti.

Tirando le fila, essendo ormai giunti alla conclusione di questa recensione, posso dire senza ombra di dubbio che questo “Unica Dimensione di Vuoto” non ha nulla da invidiare ad altri capolavori del genere quali “Metamorfosi” dei Congegno, “L’attimo del Dubbio” degli Attrito e in parte l’indimenticato “Accendi la Miccia dei Tuoi Pensieri” dei Grandine. Aggiungiamoci che il mood generale dell’album ricorda spesso quello di un altro capolavoro dell’hardcore italiano, ossia “Così D’Istante” dei Sottopressione, e capite immediatamente che ci troviamo dinanzi ad un album che sarebbe un errore non degnare almeno di un ascolto.

Produrre, consumare e crepare. Questo è quello che ci insegna e ci impone il sistema. Vivere, lottare, amare questo il messaggio degli Zona d’Ombra. Sogniamo rivolta e imperfezione! Dichiariamo guerra al quieto vivere!

 

Una toppa delle SS NON E’ SOLO UN’OPINIONE

“Nazi Punks fuck off!” era solita urlare la voce teatrale e sgraziata di Jello Biafra durante i concerti dei Dead Kennedys. Non solo una semplice frase, bensì il titolo di un brano storico della band datato 1981. Una presa di posizione chiara e decisa che non lasciava dubbi ai fan e agli ascoltatori dei Dead Kennedys. Il gruppo californiano non ce li voleva i cazzo di nazisti tra il proprio pubblico, non voleva vedere svastiche cucite sui giubbotti dei punks presenti ai loro concerti e molto probabilmente Jello e compagnia se avessero beccato un nazi lo avrebbero gentilmente invitato ad andarsene a calci nel culo. I Dead Kennedys avevano le idee chiare in merito al nazi-fascismo nella scena hardcore e in generale, come è giusto che sia. “Si devono fottere!”, messaggio breve e conciso.

Pochi giorni fa, il 3 novembre, prima del concerto al Jewel Night Club di Manchester in New Hampshire gli Svetlanas (gruppo hc-punk con il cuore diviso a metà tra Mosca e Milano) hanno notato che tra il pubblico presente nel locale per assistere alla loro esibizione e a quella dei greci Barb Wire Dolls erano presenti alcuni individui che sfoggiavano indisturbati simboli nazisti come toppe delle SS e svastiche. Gli Svetlanas, punks con i controcoglioni, non ci hanno pensato due volte: concerto annullato. Non ci stanno a suonare davanti a dei fottuti nazi che pensano sia “figo” indossare toppe raffiguranti svastiche o altre merdate da nostalgici del Terzo Reich. Non ci stanno a suonare in un locale che non prende posizione contro la presenza di nazi tra il pubblico.

Fermi sulla posizione di annullare la propria performance, il gruppo ha cercato supporto nei colleghi con i quali avrebbe dovuto condividere il palco quella sera, ossia i già citati Barb Wire Dolls e i sudcoreani 57. Mentre i secondi hanno immediatamente condiviso il pensiero del gruppo italo-russo, la condanna dei greci nei confronti dei “nazi punks” presenti non è arrivata. Ecco allora che gli Svetlanas, gruppo con i controcoglioni (già detto? ESTICAZZI? giusto ribadirlo!), prende la decisione di annullare l’intero tour americano insieme ai Barb Wire Dolls. Gli italo-russi non ci stavano a suonare dinanzi a dei nazi, figuriamoci se hanno la voglia di condividere il palco con qualcuno che non vede nulla di male nella presenza di alcuni nostalgici della Germania Nazista ad un concerto hardcore-punk. “Nazi-Punks go fuck yourself!” come si dice in questi casi, no?

Gli Svetlanas non hanno tardato a dare una spiegazione dell’accaduto a tutti i loro fan con una serie di post scritti sulla pagina facebook della band. “Noi non tolleriamo la presenza di alcun nazi a concerti degli Svetlanas!”, queste le prime parole del gruppo il giorno seguente alla decisione di annullare concerto e tour. Una decisione inevitabile per chi crede che il punk-hardcore non sia solamente musica. Una decisione estremamente importante per chiunque ritenga fondamentale prendere una posizione netta e chiara contro ogni forma di discriminazione e di violenza di stampo nazi-fascista all’interno e all’esterno della scena punk-hardcore.

L’ultimo post degli Svetlanas spiega in modo ineccepibile, fugando gli ultimi dubbi (se ce ne fossero ancora) rimasti in merito alla decisione di sospendere il tour con i Barb Wire Dolls, il punto di vista della band su quanto accaduto: “Noi non vogliamo continuare a supportare un gruppo che, dopo una lunga discussione faccia a faccia, sostiene che tutti, nazi inclusi, sono benvenuti ai loro concerti e che mostrare una toppa delle SS è solamente un’opinione!”. Il messaggio degli Svetlanas è chiaro quanto quello dei Dead Kennedys nei lontani anni ’80: Nazi-Punks fuck off!

E’ bene ricordarlo: una toppa delle SS NON E’ SOLO UN’OPINIONE! E’ giusto ribadirlo: non ci deve essere nessuno spazio per la feccia nazi-fascista all’interno della scena punk-hardcore! NAZI-PUNKS GO FUCK YOURSELF!

 

Eboli Odia! – Intervista ai One Day in Fukushima

Dopo aver recensito il loro demo qualche mese fa, quest’oggi porto ai lettori di Disastro Sonoro un’intervista ai One Day in Fukushima, gruppo grindcore provenienti dalla Campania che vale assolutamente la pena ascoltare e supportare. Ringrazio moltissimo Valerio e Fabrizio per la loro estrema disponibilità e per aver risposto alle seguenti domande con passione. Stay Grind e buona lettura!

Innanzitutto, come da peggior tradizione di ogni fanzine/blog, una recensione non può che iniziare con una fatidica serie di domande a raffica, utile al lettore per far capire chi si nasconde dietro al monicker “One Day in Fukushima”: chi siete, da dove venite, quando vi siete formati e di conseguenza quando vi è venuta la malsana idea di creare il gruppo?

Salve a tutti, prima di iniziare volevamo ringraziare Stefano di Disastro Sonoro per averci concesso, ancora una volta, spazio e tempo.

Qui alla tastiera sono Valerio e Fabrizio che, in questa uggiosa domenica pomeriggio di fine Ottobre, si sono beccati per fare due chiacchiere. La nostra band nasce nell’estate del 2014 per volere mio (Valerio) e di Fabrizio,  poiché entrambi accomunati dalla passione per le sonorità estreme, in particolare per il grindcore. Veniamo da un piccola cittadina in provincia di Salerno, Eboli.

L’idea di creare questa band è stata partorita, non solo per la nostra voglia di mettere su un progetto estremo, ma anche perché, dopo varie esperienze con altri gruppi, abbiamo trovato una affinità viscerale che ci ha portato a fare ciò.

Agli inizi eravamo in due, ovvero io e Fabrizio: quest’ultimo, essendo principalmente chitarrista, si occupava di tutta la sezione strumentale (chitarra, basso e programming), mentre io mi occupavo delle liriche e delle voci. Poco dopo esserci formati, abbiamo reclutato due amici di vecchia data, ovvero Vincenzo (basso) e Francesco (chitarra ritmica).

Dopo aver registrato con la formazione a due dei brani come promo (tra cui uno presente nella compilation “Italia Violenta”), abbiamo deciso, nella primavera del 2015, di concretizzare il nostro lavoro e quindi abbiamo rilasciato la prima demo (“Demo 2015”), tutto autoprodotto.

Ascoltando il vostro demo, la primissima cosa, ancora prima della musica e dei testi, che mi ha colpito è stata la bellezza del nome che avete scelto. Vi va di raccontare ai lettori di Disastro Sonoro il motivo che vi ha spinto a scegliere un nome come One Day in Fukushima, che riporta alla mente un tristemente noto disastro nucleare? A chi è venuta l’illuminazione per questo splendido monicker dal sapore post-nucleare?

Innanzitutto, grazie mille per i complimenti, siamo contenti che tale monicker sia di vostro gradimento!

L’idea venne da Fabrizio, ma in realtà fu scelto fra varie opzioni ed effettivamente, quello che trovammo più azzeccato fu proprio One Day In Fukushima. Il suddetto nome da un lato rispecchia una sorta di “cliché” alla base del genere, fatto di tematiche inerenti ad eventi catastrofici causati dall’uomo, principalmente bellici e/o atomici. Dall’altra, invece, riflette il nostro pensiero riguardo non solo i succitati eventi, ma anche la realtà che ci circonda.

Tutto ciò si può sintetizzare, appunto, nel nome scelto, che simboleggia l’egocentrismo, la malattia e la mancanza di criterio dell’uomo verso se stesso e verso ciò che ha intorno.

Quando uno ascolta i vostri pezzi si trova catapultato in un vortice rumoroso il cui ingrediente principale è un grindcore brutale che si pone perfettamente a metà strada fra la vecchia storica scuola e le sfumature più moderne del genere. Vi va di parlarci delle vostre influenze principali e del vostro sound in modo più personale ed approfondito?

Varie sono le nostre influenze: per quanto riguarda l’aspetto più strettamente musicale, abbiamo avuto la fortuna di ascoltare e di conoscere molti generi diversi, arricchendo il nostro background. Le nostre influenze possono essere cercate non solo nei nostri ascolti, ma anche in molti libri e pellicole.

Direttamente collegata alla domanda di cui sopra, domanda a bruciapelo: Elencate e se ne avete voglia commentate brevemente i 5 album che hanno catturato il vostro cuore e che hanno occupato i vostri ascolti per più tempo.

A questa domanda rispondiamo separatamente:

Valerio: sinceramente trovo difficile riassumere in pochi punti gli album che hanno catturato di più il mio cuore, dal momento che ogni album mi ha trasmesso qualcosa. E quindi, ogni disco e ogni band che adoro hanno un posto particolare dentro di me.

Fabrizio: cercare di condensare quasi una vita di musica in uno spazio così ristretto è impresa ardua, ma cercherò di fare una piccola classifica, magari con un disco diverso per ogni genere (non necessariamente d’ambito estremo) che ha contribuito alla mia crescita come musicista: 1- Pantera – Cowboys From Hell; 2- Exodus – Fabolous Disaster; 3 – Manowar – Kings Of Metal; 4 – Muse – Origin Of Symmetry; 5 – Napalm Death – From Enslavement To Obliteration.

Cosa vi ha spinto a suonare proprio questo genere di musica accompagnato da liriche cosi pregne di odio, nichilismo e misantropia? Da cosa prendete spunto per scrivere i vostri testi? Da dove nasce tutto questo odio che travolge l’ascoltatore e non gli lascia nemmeno un secondo per prendere fiato?

Ho scelto il grind come mezzo di espressione semplicemente perché è il genere in cui mi riconosco al 110%. Di conseguenza, le liriche, così cupe e ricche di immagini metaforiche, sono il mio punto di vista riguardo la quotidianità che ho intorno: tutto ciò deriva dalla poca fiducia verso l’essere umano, che ha sempre seminato odio per poi raccogliere disperazione.

Domanda di natura sociale-politica che è conseguenza naturale delle vostre liriche: citando il titolo del vostro album del 2016 (“One More Step to Extinction”), siete convinti che ormai l’uomo abbia intrapreso in modo irreparabile la strada verso una più o meno imminente estinzione? Che considerazioni avete in merito a ciò? (Liberi di dire il cazzo che volete qui)

In virtù di quanto detto precedentemente, sì, pensiamo seriamente che il viaggio dell’uomo abbia un unico e solo esito, ovvero l’estinzione.

Fin da quando l’uomo è nato ha sempre cercato di assoggettare sia i propri simili, sia l’ambiente in cui vive e quindi, questa spasmodica e nevrotica inclinazione a dominare su tutto lo porterà inevitabilmente verso la propria fine

Per un gruppo solitamente la dimensione live, i concerti, sono una parte fondamentale. Vi ricordate ancora il vostro primo concerto? Avete voglia di parlarne ai (pochi ma buoni) lettori di Disastro Sonoro?

– Il nostro primo concerto risale ad aprile del 2015.

L’evento si svolse a Napoli, organizzato da un nostro amico del circuito noise, Mario Gabola,  al 76 A.

Quella sera eravamo in compagnia non solo del progetto di Mario, ma anche di una band Noise-grind israeliana.

Rimanendo sul tema tour e concerti, avete aneddoti interessanti da lasciare ai posteri attraverso questa intervista? Qual è stato il concerto che ricordate con più piacere e quello invece che vorreste cancellare dalla vostra mente?

In linea di massima, non c’è un evento in particolare da citare, poiché, ogni concerto ci ha regalato tante emozioni e quindi abbiamo fatto tesoro di ogni circostanza.Se proprio dobbiamo citare qualche evento in particolare, ci piace sempre ricordare la tappa a Firenze 2016, di spalla ai Venomous Concept, al Cycle. Per quanto riguarda i tour, invece, non possiamo non citare, il breve tour fatto qualche settimana fa con i nostri amici pugliesi Human Slaughterhouse, persone squisite ed ottimi musicisti.

Guardando alla vostra già importante discografia si può notare la presenza di ben due split e di una partecipazione ad una compilation tributo ai Terrorizer con il brano “Infestation”. Questo, oltre le vostre fatiche, ci da l’idea di una band estremamente prolifica e che si dimostra incapace di star ferma un secondo con le mani in mano. Quanto è importante per voi suonare con altre band della scena su split e tributi vari?

I due split a cui abbiamo partecipato sono, il primo con i Genocidal Terror dal Belgio e con Intravenous Poison, band di un nostro amico.

La prima collaborazione è nata grazie all’intercessione di Marco di Zas Autoproduzioni il quale ci propose di far parte del lavoro con questi ragazzi.

Storia a parte, è lo split con Intravenous Poison: il tutto si è svolto in maniera molto semplice e amichevole, dal momento che, eravamo già in buoni rapporti con Vito (la mente dietro questo malsana one man band)

Penultima domanda: Avendo recensito ad agosto il vostro demo del 2015 ho potuto notare la bellezza della copertina, che a tratti mi ha ricordato l’artwork di “World Downfall”, pietra miliare del grindcore dei già citati maestri Terrorizer. Chi è l’autore della copertina? Ci vuoi parlare di come ti è venuta l’idea?

L’autore della copertina è Fabrizio, il quale, preso da un raptus artistico, ha iniziato a fare magheggi e collage in bianco e nero su Photoshop. Il background musicale, per quanto riguarda la tematica, ha fatto il resto.

Ultima domanda, anch’essa banale e scontata quanto la prima, ma che ci volete fare, è questa la triste vita di un giovane punx che scrive su un blog: che progetti avete per l’immediato futuro? Avete già in mente di far uscire qualcosa di nuovo? Concerti in vista?

Attualmente siamo in fase di registrazione del nostro disco, che conterrà non solo i brani della demo, ma anche numerosi inediti.

Dopo l’album abbiamo in cantiere vari lavori, primo fra tutti uno split con i grinders indonesiani Aftersundown.

Per quanto riguarda l’attività live, il prossimo 25 novembre siamo all’A-Bestial Fest#10 che si terrà all’ExCaserma di Bari e, infine, il 2 dicembre allo Spartaco di SMCV (CE) con i deathcorer Despite Exile e tante altre band, e in tal proposito, ci teniamo a ringraziare rispettivamente Stefano e Antonio per averci invitato.

Liberi di concludere l’intervista come meglio credete; sono ben accette dosi distillate di misantropia e nichilismo così da chiudere in bellezza il tutto.

Ciao.

OLTRE LA MUSICA, OLTRE IL RUMORE. DISASTRO SONORO

 

 

E’ uscito “Tutti Pazzi” #22: interviste, articoli, CD e molto altro…

TUTTI PAZZI # 22 is out now!!! Interviste a LFM,MORDAX,GLI ALTRI,KARCAVEJIA,CORU&FIGAU,SOVIET ORDER ZERO,NEKROPUNTA,DAHMER DISPOSAL,PISCIOSANGUE,IBREATHEYOUDIE,M.N.S. & THE KRUSHERS,KONTATTO,SEMPRE PEGGIO,THE SEEKER,DRUNKARDS,FUCO,SORCERY + un bellissimo report sulla scena Sacha Yacuzia(Russia polare)..in allegato minicd dei re incontrastati del romantic punk : KALASHNIKOV !!!
Un mini cd di 9 cover (+ un brano originale dei Kalashnikov di gruppi internazionali e non che hanno caratterizzato un’epoca :
LIFE : from Hiroshima to the future
KINO : mama anarchia
ADIEXODO : 38 mm
J.M.K.E.: tere perestrojka
KALASHNIKOV : gazelle of death
WRETCHED : spero venga la guerra/combatti/ti obbligano ad obbedire
ISTERISMO : non può scappare dall’agonia
YANKA DYAGILEVA : lungo i binari del treno

RIassumendo : TUTTI PAZZI # 22 + cd + sticker(se volete mi è rimasta qualche shopping bag),il tutto ad offerta libera…