Ludd – E’ Tempo di Partire (2008)

…tutto questo per cambiare la vita 
per imprimere un altro ritmo 
a questa nostra vita 
Perche’ gli uomini possano essere fratelli 
perche’ la gioia, almeno una volta 
esplodendo nei nostri petti 
esplodesse sulla Terra 
Perche’ la rivoluzione 
potesse essere una realta’

(Questa nostra vita)

Il gruppo trentino di cui andrò a parlarvi quest’oggi prende il nome da Ned Ludd, ma chi fu costui? La cronaca, a metà tra storia e leggende, narra che Ned Ludd fu un giovane operaio dell’industria tessile, probabilmente nemmeno mai esistito realmente, che nel lontano 1779 decise di ribellarsi all’introduzione dei macchinari e all’oppressione dei padroni distruggendo un telaio in segno di protesta. Da questo momento la sua figura venne innalzata a mito dalla classe operaia dell’epoca  tanto che egli, o meglio quello che impersonificava, divenne il simbolo della distruzione dei macchinari industriali e il vendicatore di tutti i lavoratori salariati. Dalla figura di Ned Ludd nacque infatti, successivamente nel XIX secolo in Inghilterra, il Luddismo, movimento di protesta operaia che incentrava la propria lotta nel sabotaggio dei macchinari industriali e della produzione industriale.

Questa breve introduzione per spiegare da dove hanno preso il loro nome Federica (voce), Lorenzo (voce), Gigi (chitarra), Giuliano (basso) e Massimo (batteria), dovrebbe già averci fatto intuire che la proposta musicale, un classico hardcore punk che rientra di diritto nella migliore tradizione italiana del genere, e le liriche del gruppo proveniente da Rovereto sono caratterizzate da uno spirito altamente riottoso e militante che permea tutte e dodici le tracce presenti su questo “E’ Tempo di Partire” del lontano 2008.

Difatti i testi dei Ludd toccano tematiche come la critica feroce al disumano sistema carcerario (nella traccia “Il Balzo della Tigre”) o la dura condanna alla guerra imperialista ciclicamente rispolverata dalle potenze capitaliste e spacciata da “guerra umanitaria” o operazione di “peace-keeping” (“Tutti i Giorni”), tutte tematiche che permettono ai Ludd di sprigionare il loro potenziale riottoso e distruttivo che si traduce in liriche sempre impegnate interpretate dalle doppia voce di Lorenzo e Federica (una più tagliente, l’altra più melodica) e in una musica si veloce e diretta ma in grado anche di creare melodie che si stampano immediatamente in testa e non se ne vanno più.

Continuando a sviscerare il contenuto lirico (tematiche, testi e capacità di scrittura sicuramente superiori alla media del genere) di questo “E’ Tempo di Partire” non possono di certo passare inosservati due dei pezzi migliori mai scritti dai Ludd; due pezzi che risultano essere molto più che delle semplice canzoni e che fungono da veri e propri manifesti politici del gruppo. Iniziamo parlando dellla seconda e stupenda traccia “18 Marzo 1921” che attraverso la voce di Lorenzo racconta gli eventi che hanno portato allo scoppio della Rivolta di Kronstadt, nel periodo immediatamente successivo alla Rivoluzione d’Ottobre quando il Partito Bolscevico aveva già iniziato il suo processo di accentramento di potere, e alla sua repressione nel sangue avvenuta su ordine di Lenin e di Trotzky, profondamente preoccupati da questa insurrezione guidata da marinai e operai (accusati dai Bolscevichi di essere controrivoluzionari) volta a contrapporre il socialismo di stampo libertario e l’applicazione reale del motto “tutti il potere ai Soviet” al socialismo di Stato autoritario che caratterizzava il regime sovietico. La traccia esplode poi in modo dirompente nel ritornello, cantato anche da Federica, che, in un impeto insurrezionale e liberatorio, recita: “Morte a Lenin, Morte a Trotzky, Kronstadt Vive!”.

L’altra traccia-manifesto dei Ludd è senza ombra di dubbio “Questa Nostra Vita” (traccia da cui è stata presa parte del testo posto in apertura di questa recensione) che tratta della Guerra Civile Spagnola e della Rivoluzione Spagnola dal marcato carattere anarchico che nel 1936 riuscì per un certo periodo a sperimentare il socialismo libertario e l’autogestione di alcune città come Barcellona, tutto questo prima della definitiva presa di potere del fascista Francisco Franco con un colpo di Stato e della brutale repressione messa in atto dal suo regime totalitario nei confronti di anarchici e comunisti.

Prima di chiudere la recensione volevo parlare di altri due brani che ritengo siano i picchi più alti raggiunti su “E’ Tempo di Partire” da* nostr* compagn* Ludd. L’iniziale “Proteggimi”, introdotta dalla celebre scena “Io li odio i nazisti dell’Illinois” del film The Blues Brothers, si caratterizza per un concentrato di hardcore punk veloce e diretto in faccia (che mi ricorda a tratti i Sottopressione, chissà che cazzo di viaggi si fa la mia testa…) sul quale spiccano le voci infuriate di Federica e Lorenzo che ci sputano addosso versi di profonda inquietudine! L’altro pezzo a cui facevo riferimento poco sopra è la penultima “L’Ultima Voce”, pezzo profondo, emozionante e a tratti introspettivo, sicuramente molto personale e capace di toccare certe corde interiori nell’ascoltatore grazie anche all’elevatissima qualità della sua lirica e dell’interpretazione da brividi di Federica e Lorenzo.

Detto questo, avendo scritto un qualcosa che è a metà tra una recensione e un riassunto di eventi storici (ma questo è l’ennesimo merito dei Ludd visto che è grazie a loro se ho potuto parlare di Luddismo e Rivolta di Kronstadt nella stessa recensione) e che in realtà non è nessuna delle due cose, ma semplicemente un flusso di scrittura istintiva che ha preso forma mentre ascoltavo e riascoltavo per la duecentesima volta questo stupendo “E’ Tempo di Partire”, come al solito mi accorgo di aver “parlato” troppo e quindi la chiudo qui in modo brusco. Sicuramente uno degli album più belli e intensi che l’hardcore punk italiano sia stato in grado di regalarci negli anni 2000 e che ormai tendo già a considerare un classico del genere. Lunga vita ai Ludd!

T28 Matinèe #4 w/ Cospirazione, Stigmatized e Overcharge

Rabbia e passione è quello che noi proviamo 
col nostro punk hardcore 
rabbia e passione è quello che ci accomuna 
nelle nostre vite 
è il calore che scalda la nostra esistenza 
E’ l’ardore che brucia nelle nostre idee 
è l’ardore che brucia nelle nostre lotte 
Mai fermarsi mai arrestarsi 
sempre, portarle avanti 
Sono momenti che passano veloci 
un istante e tutto ci sfugge 
a volte perdi tutto, anche amico 
ma mai mai mai farsi scalfire 
Rabbia passione calore ardore 
brucia la nostra vita!

(Cospirazione – La Nostra Vita)

 

Ancora una volta in T28, ancora un matinèe all’insegna del punk in tutte le sue sfaccettature, ancora punx nella metropoli che creano l’anarchia per qualche ora! Tre gruppi, tre generi differenti per soddisfare i palati esigenti di tutti i presenti nel centro occupato e autogestito più marcio (e quindi bello) di tutta Milano!

Ad aprire le danze ci hanno pensato i milanesi Cospirazione con il loro punk-hardcore militante e riottoso. Nonostante per motivi legali siano stati costretti a star lontani dal suonare dal vivo per parecchi mesi, i milanesi hanno deciso di ripartire proprio da dove avevano interrotto otto mesi fa, ossia dal pavimento polveroso del T28. Questi mesi senza suonare si sono in parte fatti sentire (e ci mancherebbe anche) ma l’esperienza e la passione dei nostri è riuscita a sopperire pure a questa ennesima difficoltà. I Cospirazione hanno dalla loro parte un arsenale di pezzi capaci di colpire nel segno e di sprigionare tutto la loro carica emotiva nonostante non vengano suonati per mesi dal vivo, basti pensare all’inno anticarcerario “Macerie” e alla sua introduzione che cosi recita: “delle galere solo macerie”, urlata a squarciagola da tutti i presenti. Anche tracce nuovissime come “La Spinta” estratta dall’ultima fatica del gruppo datata maggio scorso, dal vivo confermano per l’ennesima volta la qualità dell’hardcore punk suonato dai Cospirazione e delle liriche incendiarie che lo accompagnano. I Cospirazione sono una certezza e la rabbia e la passione che ci mettono in quello che fanno valgono più di tutto il resto, di tutti i mesi passati lontani dai “palchi” e di tutte le difficoltà che hanno incontrato ultimamente sulla loro strada. Sperando di rivederli il più presto possibile e più incazzati che mai!

E’ stato il turno poi degli indomabili e indemoniati Overcharge, gentaglia del varesino cresciuta a pane e speedmetalpunx. Dai ma c’è seriamente bisogno che io commenti la performance di Panzer, Josh e Marcio? Sono una cazzo di macchina da guerra tritaossa e lanciata alla velocità della luce contro tutto e tutti. Il loro perfetto mix di Motorhead, GBH, Inepsy e un pò di d-beat punk a la svedese è irresistibile dal vivo, pezzacci come “Warbeat”, “Speedsick” o “Downtown Inferno” sono marciume puro proveniente dagli inferi, sono ormai divenuti veri e propri pezzi anthemici che dal vivo spaccano più di quanto non facciano già su disco! Non aggiungo altro, gli Overcharge sono un gruppo che, per qualità, impegno e dedizione, assolutamente non ha bisogno di troppe parole o troppi commenti. Se non li avete mai visti suonare dal vivo cercate di rifarvi il prima possibile, non ve ne pentirete e non ne rimarrete delusi perchè sono ormai una fottuta certezza! Incarnano alla perfezione l’essenza stradaiola del rock’n’roll più marcio e sono pure bellissimi (il Panzer più di tutti), cosa possiamo chiedere di più? Spingono sull’acceleratore e ci fanno pogare come Stana comanda, cosa cazzo vogliamo di meglio?!

I cagliaritani Stigmatized sono stati personalmente la sorpresa della serata, probabilmente anche per il fatto di non aver mai ascoltato nulla di loro e sopratutto per non aver mai avuto occasione di vedermeli live. Il loro è un grindcore sporcato da powerviolence, crust e punk-hc che dal vivo si ripromette di seguire un’unica regola: non fare prigionieri e devastare qualunque cosa si trovi sul loro cammino! Non solo grindcore però, i nostri irresistibili sardi riescono infatti a far emergere qua e la nelle varie tracce a loro disposizione, anche certe influenze tipicamente riconducibili all’universo metal (forse dovute alla presenza dell’ottimo nonchè giovanissimo bassista); a tutto questo sommiamoci la capacità di alternare due voci, una più tipica del genere e a tratti monocorde (unica reale ma piccolissima pecca degli Stigmatized che però non rende meno apprezzabile la proposta dei nostri, anzi) e una più hardcore (sempre merito del bassista) e la foga adrenalinica con cui suona il batterista Roberto (che abbiamo potuto notare super gasato durante l’esibizione degli Overcharge), e ci troviamo dinanzi ad un gruppo che offre ai presenti svariati minuti di pogo assicurato e di godimento assoluto! Rabbia purissima da Cagliari, lasciano devastazione e macerie dopo il loro passaggio, questi Stigmatized dal vivo regalano gioie! Correte ad ascoltarli quantomeno su bandcamp se non potete vederli dal vivo prossimamente, su su veloci!

Tirando le conclusioni cosa posso aggiungere? Nello scorso live report scrissi queste parole: <<seppellite il mio cuore in T28>> e oggi, a mente lucida e a distanza di qualche giorno dalla serata di domenica, non posso che ribadire il concetto, in fin dei conti il T28 lo sento ormai come se fosse una seconda casa. Ancora una volta non è solamente musica, c’è qualcosa di più dietro a serate come questa, c’è la voglia di continuare a resistere ed esistere lottando nella grigia, apatica e frenetica metropoli, c’è la volontà di sovvertire l’esistenza e di rivoltarsi contro l’apparente quieto vivere che vorrebbe trascinarsi con sè. Tutto questo non è solo musica e ce lo dimostra perfettamente anche la presentazione del dossier “Come opporsi al fascismo nel metal estremo. Una guida di base per compagni e antifa.” scritto dal collettivo Barbarie avvenuta prima che i gruppi iniziassero a suonare.

Accomunati dalla rabbia e dalla passione, mai fermarsi, mai arrendersi. Continuiamo ad alimentare l’ardore che brucia nelle nostre idee e nelle nostre lotte! Sempre lunga vita al T28 e a tutt* i compagn* che si sbattono quotidianamente per rendere possibile e tenere in vita tutto questo!

 

Unica foto-testimonianza della serata. Quanta bellezza, quanto marciume. T28, Amici vari e avariati!

Corpse – Nessuna Governabilità (2013)

Hardcore punk/powerviolence militante, riottoso e antagonista, questo sono i milanesi Corpse. Musica incazzata, veloce e testi che parlano il linguaggio della sovversione e dell’insurrezione, di scontri, sabotaggi, guerriglie, esistenze incompatibili (citando la traccia “15 Ottobre”), di lotta quotidiana senza alcuna paura e senza rimorsi contro lo Stato ed il Capitale, con la speranza che qualcuno fuori abbia ancora orecchie per sentire come cantano nella terza traccia “Carcere Speciale”. Musica da ascoltare (e canticchiare, perchè no?) quando ci ritroveremo armati e abbracciati sulle barricate, quando le strade bruceranno nell’impeto rivoluzionario, quando ci muoveremo per la metropoli illuminata dalle esplosioni delle molotov come un esercito invisibile, quando potremo finalmente gridare come fa Fra (il cantante) a squarciagola Bentornata Guerra Civile nella spettacolare (tanto a livello strumentale quanto a livello lirico) “Life/War”. Credo sia ben chiaro quale sia il contenuto lirico e musicale di questo “Nessuna Governabilità”, primo demo dei Corpse che presenta una decina di tracce per una durata complessiva di appena 8 min e qualcosa . L’ennesima dimostrazione che l’hardcore non è solo musica, ma anzitutto un mezzo per veicolare un preciso messaggio rivoluzionario e antagonista partendo dalla propria esperienza quotidiana di militanza e rabbioso contrasto a questo schifo di sistema fondato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, sulla gerarchia sociale tra oppressi e oppressori e sulla costante e violenta repressione poliziesca.

Le liriche, che a mio avviso rimangono, senza nulla togliere al lato strumentale, il punto forte dei Corpse, per la loro capacità di raccontare storie di sovversione e antagonismo quotidiano con una scrittura che trasuda romanticismo (in senso lato) e passione rivoluzionaria più sincera mi hanno ricordato in più di un’occasione la potenza dei testi di gruppi musicalmente distanti tra loro come Contrasto, Brigade Bardot e in parte Kalashnikov Collective. Ma che tematiche vanno a toccare precisamente i testi dei nostri quattro ingovernabili punx milanesi? Dalla rabbiosa denuncia di quell’orrore democratico che è il carcere speciale nell’omonima “Carcere Speciale” per l’appunto, fino a giungere alla brevissima (26 secondi di rabbia) “Estintori Sulla Camionetta pt.1”, manifesto dell’odio che noi tutti nutriamo verso coloro che si fanno garanti dell’ordine costituito e che difendono come dei bravi cani da guardia i privilegi della classe dominante. Nella traccia “15 Ottobre” i nostri rendono invece omaggio ad una indimenticabile giornata di guerriglia urbana in quel di Piazza San Giovanni a Roma nel lontano 2011, sottolineando che solamente quando una piazza brucia possiamo realmente sentirci vivi, solo quando scegliamo di seguire il sentiero dell’insurrezione possiamo ritenere questa vita degna di essere vissuta. Tra tutte e dieci le tracce che compongono questo “Nessuna Governabilità” trova spazio pure una cover di “Life Disease” dei Dropdead, chiaramente una delle influenze principali dei Corpse insieme a Infest, Heresy e compagnia “brutta e cattiva”. L’ultima traccia di questo demotape è una riproposizione in chiave powerviolence/fastcore della magnifica canzone-poesia “Ma chi ha detto che non c’è” del cantautore Gianfranco Manfredi e su questa credo davvero non ci sia il bisogno di aggiungere altro. Probabilmente la traccia che racchiude al meglio tutto ciò che è presente su questa demo dei Corpse, pur essendo un testo non scritto da loro (ma che sarebbe potuto benissimo esserlo, detto in tutta onestà). Il perfetto mix tra la rabbia e la velocità dell’hardcore/powerviolence dei nostri ed il romanticismo antagonista e militante del testo scritto da Manfredi. Quasi commovente.

Questo “Nessuna Governabilità” colpisce diretto nel segno e quanto vogliono raccontarci i Corpse con la loro musica non può essere frainteso, il loro messaggio sovversivo è chiaro. Chi vuol capire capirà… Ci vediamo sulle barricate a lanciare sampietrini nell’incendio di Milano, a lanciare “pietre sui gipponi” o estintori sulle camionette compagni Corpse, sempre contro Stato e Capitale, sempre senza rimorsi e paura!

P.s. la recensione esce solamente ora per ricordare a tutti che questi brutti ceffi di cui ho appena parlato suoneranno per l’ultima volta (lacrime) il 4 febbraio in T28 in una Matineè interamente dedicata alle sonorità powerviolence che tanto piacciono a tutti noi. Assolutamente d’obbligo non perderseli! Qui il link all’evento Facebook: https://www.facebook.com/events/154061428564506/?active_tab=about

 

Evil Cosby – Ridursi al Niente (2017)

Chi non muore si rivede (con molto piacere devo dire). Sempre più marci nelle viscere, sempre più marci dall’inferno eccoci nuovamente a parlare degli Evil Cosby dopo aver recensito il loro ottimo demo “Belzecult” in uno dei primi articoli apparsi su questo blog. Quest’oggi scenderemo negli abissi oscuri, opprimenti ed infernali del loro nuovo “Ridursi al Niente” uscito lo scorso aprile per la gioia di tutti gli amanti delle sonorità sludge-hardcore proposte dal nostro malefico trio (eh già, la band è passata dall’essere un duo iper distorto di basso-batteria ad un trio altrettanto iper distorto con l’aggiunta della chitarra). Ancora una volta ci troviamo dinanzi ad un muro di suono fangoso, opprimente e sulfureo che fa della distorsione estrema il suo punto di forza; i nomi che vengono alla mente ascoltando questi dieci nuovi pezzi degli Evil Cosby sono sempre gli stessi e pescano dal meglio che lo sludge abbia saputo offrire fino ad oggi: Dystopia, Nootgrush, Eyehategod, Grief fanno capolinea qua e la nella proposta sonora dei nostri, ma questo non ci deve far pensare semplicemente ad una band che si limita a riproporre in modo banale e già sentito la lezione impartita dalle band sopracitate, anzi il muro di suono sulfureo e opprimente creato dagli Evil Cosby gode di una buona dose di originalità. Difatti i nostri interpretano il genere in maniera personale per quanto sia difficile, riuscendo a far emergere qua e la le influenze e tocchi che puzzano tanto di hardcore quanto di doom metal, il tutto condito con dosi di rabbia annichilente vomitate nelle orecchie dell’ascoltatore dalla voce dilaniante e cavernosa della Fez che non lascia scampo a a nessuno. Da sottolineare inoltre come principale nota positiva una netta crescita in termini di qualità, di personalità e di songwriting rispetto al già entusiasmante demo “Belzecult”. Le liriche degli Evil Cosby sono sempre impegnate e condite con ingenti dosi di rabbia e odio; basti pensare alla denuncia sociale del machismo, del patriacato e in generale di quella piaga che è la violenza sulle donne presente nella traccia “La Mujer Sin Miedo” (che in realtà ho scoperto essere una poesia di Eduardo Galeano, noto scrittore uruguayano); oppure  alle due tracce (“Figlia del Peccato” e “Fede”) che precedono la conclusiva e omonima “Evil Cosby” che trattano con rabbia la tematica religiosa collegata alla sottomissione della figura della donna in quanto rappresentazione del peccato originale nella traccia “Figlia del Peccato” o l’invettiva contro l’ipocrisia e l’autorità della religione in sè nella traccia intitolata semplicemente “Fede”. Oltre alle solite ingenti dosi di nichilismo e di misantropia che non fanno mai brutta figura su una base di Sludge-Hardcore furioso e opprimente come quello suonato in modo impeccabile dai nostri, anche l’esoterismo e il satanismo (in quanto filosofia), come già avevano fatto sul precedente Belzecult, trovano spazio sul nuovo “Ridursi al Niente”, precisamente nella traccia che porta il nome di una figura demoniaca presente nell’Antico Testamento cristiano e che viene spesso utilizzata per identificare una delle molteplici incarnazioni di Satana, ossia Belial. Cercando di concludere questa recensione ci tengo a sottolineare (facendo i miei più sinceri e profondi complimenti a Cabròn e compagnia) che le tracce che ho apprezzato maggiormente su questo nuovo “Ridursi al Niente” sono state sicuramente “Nightstalker” ( il versetto che recita “Non vi odio, io vi odio di più” non so per quanto tempo ancora mi ritroverò a canticchiarlo) e “Toccato il Fondo”, traccia caratterizzata da un testo più personale rispetto a quanto scritto fino ad oggi da Fez, Cabròn e Vale e che quindi riesce ad essere più profondo ed incisivo a livello emozionale (sarà anche per il fatto che frasi come “Ho toccato tanto il fondo non per droghe ma nel letto” o “Sotto il tuo piumone ti senti meno solo” le ho sentite molto mie, come se parlassero per me). Mi è quasi scesa una lacrimuccia cari i miei bastardi Evil Cosby. Basta, non scriverò ulteriori stronzate e terminò qui la recensione.

666 è il numero della Bestia, Evil Cosby è il rumore della Bestia e questo “Ridursi al Niente” è il suo lamento lancinante. Satanismo, rabbia e Sludge-hardcore marcio dall’Inferno per affrontare queste tempi bui che scorrono lenti verso il baratro.

 

Ragana – You Take Nothing (2017)

Le Ragana, duo tutto al femminile proveniente da quel di Oakland, possono forgiarsi del titolo di “Primo gruppo straniero a venir recensito sulle pagine di Disastro Sonoro” (pensa che gran culo eh) e devono assolutamente sentirsi onorate di ciò visto che hanno vinto la “concorrenza” di band quali Odio, Exit Order, Ratas Negras e Torso. La recensione di questo “You Take Nothing” dopotutto ha preso vita da sè durante l’ascolto dell’album, ha assunto le sue sembianze brano dopo brano trascinandomi in un viaggio dominato dall’oscurità impenetrabile; oscurità da cui ha preso forma, attraverso un estenuante flusso di coscienza, la suddetta recensione che ora avrete la fortuna di assaporare. Era quindi d’obbligo riportare sotto forma scritta tutto ciò che aveva cercato di assumere una sembianza all’interno della mia testa durante l’ascolto prolungato e per nulla semplice di questo splendido “You Take Nothing”.

Nel folklore e nella tradizione popolare della regione baltica, e principalmente in terra lettone e lituana, il termine “Ragana” viene usato per identificare un’antica dea distruttrice e al tempo stesso rigeneratrice attraverso la capacità di dominare la magia oscura, anche per questo infatti viene descritta più volte come la “dea delle streghe”. “Ragana” viene rappresentata in differenti e molteplici modi a causa della sua natura polimorfa e cangiante e può assumere quindi le sembianze tanto di una giovane donna sensuale quanto quelle di una creatura terrificante e infernale, così come può presentarsi sotto forma di vecchia deforme e scheletrica oppure prendere le fattezze di un animale selvatico delle foreste. Questa natura cangiante e polimorfa descrive al meglio la proposta musicale di questo duo di Oakland, mai banale, mai scontata, mai prevedibile. Le nostre due streghe (Maria e Nicole) celate dietro il misterioso e affascinante monicker “Ragana” si dimostrano quindi al tempo stesso, con la loro musica, abili distruttrici provenienti dall’oscurità più impenetrabile tanto quanto dee primordiali capaci di far emergere dagli abissi della distruzione un vago sentore di quiete e speranza, di libertà primordiale e selvaggia. Quiete e tempesta, distruzione e tenue speranza di salvezza, questo sono le Ragana, questo è il concentrato di “You Take Nothing”. Non starò qui a parlarvi di tutte e sei le tracce che ci accompagneranno in questo viaggio in modo specifico e profondo, ma credo sia mio dovere provare a descrivere ciò che vi ritroverete ad ascoltare su questa ultima fatica delle Ragana anche parlando nel dettaglio di quei brani che mi hanno colpito maggiormente.

Nella seconda traccia To Leave si alternano melodie post-rock che ricordano gli ultimi Soror Dolorosa e sferzate di chitarra di chiara matrice Black Metal old school che irrompono devastanti iniziando a dipingere paesaggi nordici dominati da foreste innevate attraversate dal vento gelido che scheggia i volti come solo i Darkhtrone di “A Blaze in the Northern Sky” o gli Ulver del capolavoro “Kveldssanger” hanno saputo fare. I momenti più calmi e rallentanti richiamano in più di un’occasione tanto le divagazioni più atmosferiche del Black Metal quanto la forte influenza post-rock/shoegaze fatta fiorire in maniera sublime dalla decadenza esistenziale di Neige e di tutte le cangianti forme, gli Alcest su tutti, che il suo estro creativo ha saputo assumere in questi anni. Credo di non esagerare nel ritenerla la traccia più completa ed emozionante di questo “You Take Nothing”, nonchè la traccia che rappresenta probabilmente al meglio tutte le influenze e le caratteristiche che rendono la proposta delle Streghe di Oakland estremamente personale ed interessante.

La successiva Winter’s Light viene introdotta dalla litania recitata da Maria che in questo caso indossa i panni della sacerdotessa dannata che ci inizia ad un rituale occulto di magia nera, il tutto avvolto da un’atmosfera profondamente pagana e pregna di energia primordiale. La batteria martellante rende perfettamente l’idea di trovarsi immersi in un rituale tribale e sciamanico, così come i rallentamenti e le melodie della chitarra risultano perfetti nel conferire a questa scena una sensazione a tratti psichedelica. Una traccia forse meno ancorata agli stilemi più classici del black metal e che invece rende manifeste le radici doom-sludge e neo/dark-folk anch’esse evidentemente presenti nel suono delle Ragana e parte del loro background musicale, rendendo ancora una volta originale e personale la loro proposta che non risulta mai prevedibile o scontata.

La conclusiva titletrack può essere considerato l’inno nichilista definitivo delle Ragana, dominato anch’esso da un costante alternarsi di sezioni rallentate a tratti atmosferiche e accelerazioni opprimenti sulle quali, in un crescendo di angoscia, si stagliano grida a tratti screamo che ripetono incessantemente come fosse un mantra mistico la frase “You Take Nothing” e che intorno alla parte finale del brano si tramutano in una litania luciferina recitata magistralmente dalla voce sensuale e al contempo sinistra di Maria, cantante e chitarrista del gruppo. “Doomy atmospheric black metal” può essere solamente questo il riassunto della traccia in questione.

E’ ben evidente, e costante per tutta la durata dell’album, l’influenza di mostri sacri del Black Metal statunitense nella musica, costantemente avvolta dall’oscurità impenetrabile, delle Ragana, basti pensare ai Leviathan per quanto riguarda le parti più ambient e atmosferiche o a Xashtur invece per quanto riguarda i richiami continui a quel filone definito da più parti “Depressive Black Metal”. Oltre a ciò da sottolineare il fatto che tutto l’album è pervaso , oltre che da una atmosfera costante di oscurità soffocante, da una sensazione di libertà selvaggia e primordiale, che ben si sposa con l’immagine che vuole evocare la musica delle nostre due streghe celate dietro il nome “Ragana”, ossia i paesaggi e le immense foreste che dominano la costa nord-ovest del Pacifico, tanto desolate quanto brulicanti di energie primitiva e di elementi pagani, tanto impenetrabili e solitarie quanto attraversate da un vento ancestrale che porta con se racconti tribali di libertà estrema. Menzione a parte per la splendida copertina che accompagna “You Take Nothing”. Guardando l’artwork in copertina ci si sente immediatamente trasportati nei paesaggi boschivi descritti sopra e si prova quella sensazione di libertà estrema e selvaggia sempre minacciata però dall’incombente oscurità e desolazione, sempre minacciata dall’idra capitalistica che devasta e saccheggia i territori. E’ anche per questo che al di là del discorso musicale, le nostre due streghe anarchiche di Oakland continuano a ribadire che il loro principale interesse è continuare a combattere al fine di realizzare la totale distruzione del capitalismo. Le Ragana sono le radici che emergono dall’oscurità delle foreste della costa nord-ovest del Pacifico per distruggere il capitalismo e tutti suoi falsi miti. E questo “You Take Nothing” è il loro incantesimo distruttore, è il fuoco che brucerà questo mondo nelle sue profondità. Lunga vita alle streghe di Oakland!