Non un Sasso Indietro Vol.2 – Contro ogni Frontiera, Fuoco ai CPR/CIE!

“Non un sasso indietro” nasce dal desiderio di lasciare una traccia dell’unione tra le lotte ed i benefit, i momenti d’aggregazione, i concerti e le autoproduzioni. Un’altro piccolo contributo, non solo musicale, dedicato a chi ogni giorno lotta contro le frontiere e brucia i Centri di reclusione. Dopo il primo volume a sostegno della lotta NoTav torniamo dopo 3 anni a sostegno della lotta contro i CPR e le frontiere in Italia.
Oltre il disco, nel libretto troverete i testi ed i contatti di tutte le bands che hanno partecipato al progetto ed i contatti di chi ha contribuito alla coproduzione del disco.
Facciamo questo perché l’hardcore torni ad essere una minaccia. Perché non sia solo un urlare sotto palco ma un coltello alla gola di chi ci opprime e reprime.

Distrozione

Rumori Veloci – A proposito di Ep, Demo & Split Albums #01

Nuova rubrica sulle pagine di Disastro Sonoro, questa volta esclusivamente dedicata ad Ep, Demo e Split albums usciti recentemente nell’underground italiano (ma non solo) punk, hardcore, extreme metal e tutte le loro possibili incarnazioni. Sarà una rubrica che seguirà lo stile di Schegge Impazzite di Rumore, ma che a differenza di quest’ultima non avrà scadenza mensile bensì totalmente casuale e si concentrerà unicamente su uscite recenti. Rumori Veloci sarà il suo nome e in questo primo appuntamento andremo a parlare tre band completamente differenti tra loro e delle loro ultime fatiche in studio. Veloci, selvaggi e rumorosi come non ci fosse un domani..nothing less, nothing more!

Partiamo dal più vecchio dei tre lavori sottoposti ai miei deliri spacciati per recensione, ovvero “Electric Reaper”, Ep rilasciato a febbraio dai guerrieri delle wastelands varesine meglio conosciuti come Overcharge. Due pezzi inediti a cui si somma la cover di “Libero e Selvaggio”, immortale anthem degli storici Wretched (influenza costante nel sound dei nostri) che non ci si stanca mai di ascoltare, sopratutto quando la suddetta cover riesce a suonare allo stesso tempo fedele all’originale e in perfetto stile speedmetalpunx a cui ci hanno abituato negli anni Panzer, Josh e Marcio. Proprio la voce marcia e graffiante di quest’ultimo, che ricorda sempre con molto piacere quella del maestro Lemmy Kilmister, risulta impeccabile nell’interpretare il testo di Libero e Selvaggio e nel trasmettere le stesse sensazioni che si son provate da ragazzini al primo ascolto di album seminali dell’hardcore punk italiano vecchia scuola come “Libero di Vivere, Libero di Morire”, “Eresia” dei Declino o “Condannati a Morte nel Vostro Quieto Vivere” dei Negazione. Sono gli stessi Overcharge ad ammettere inoltre che la cover vuole essere una sorta di atto di gratitudine e riconoscenza per tutti quei gruppi che hanno creato dal niente la scena hardcore italiana degli anni ottanta, rendendola di fatto immortale. Che dire poi della titletrack, di cui i nostri hanno rilasciato un video qualche mese fa, e di “Shitlicker” (seconda traccia inedita)? La solita miscela esplosiva e vincente di speedmetalpunx, musica marcia che proviene direttamente dall’inferno delle lande desolate della Valle dell’Olona e che lascia solo distruzione e morte al suo passaggio! Gli Overcharge sono nuovamente on the road, come al solito liberi, selvaggi e pericolosi! D-beat? Rock’n’Roll? Speed Metal? Punk? Chiamatelo un po’ come cazzo vi pare, ma ricordatevi solamente una cosa: “The Electric Reaper is coming and you’re on its list!”

Passiamo ora a qualcosa di molto più marcio e disturbante. Quanti di voi conoscono l’underground estremo americano di inizio anni ’90, sapranno con certezza che “Into Darkness” è il titolo dell’unico album realizzato dai Winter, storico gruppo death/doom metal di New York. Il gruppo di cui vi parlerò quest’oggi prende il nome direttamente da questo seminale lavoro e sembra aver interiorizzato al meglio la lezione del gruppo americano. Ecco a voi quindi “First Encounters”, nuovo Ep dei comaschi Into Darkness ,rilasciato su cassetta e prodotto dall’italiana Unholy Domain Records. Se, come abbiamo appena visto, è evidente l’influenza del marcio death/doom dei Winter, non dobbiamo però pensare che le radici musicali e le influenze di Doomed Warrior (unico membro del gruppo che su questo Ep si è cimentata sia nelle vocals che nel suonare tutti gli strumenti) finiscano qui. Difatti proviamo a pensare al sound oscuro e putrescente degli Into Darkness come l’incontro tra la scuola death metal finlandese, in particolare il suono di quel demo-capolavoro che porta il nome di “Musta Seremonia” dei Rippikoulu, e il death/doom americano di seminali lavori quali il demo “The Unholy Ground” e il successivo Ep “Premature Burial” delle Derketa, “Mourning in the Winter Solstice” delle Mythic (che condividevano la bassista Mary Bielich con le stesse Derketa) e “Dommedagsnatt” dei Thorr’s Hammer. Per non farci mancare proprio nulla aggiungiamoci anche la rabbia iconoclasta e primordiale degli Hellhammer e la lezione fondamentale dei mostri internazionali del death metal venato di rallentamenti doom, ossia gli olandesi Asphyx e della loro primitiva incarnazione a nome Soulburn. In una scena come quella death metal in cui la maggior parte dei gruppi si divide in chi, da una parte si limita a ripetere in maniere nemmeno troppo originale quanto fatto dalla scuola svedese di Entombed, Dismember e compagnia, mentre dall’altra troviamo chi cerca di ricalcare le orme di Obituary, Cannibal Corpse o Morbid Angel, imbattersi in band come gli Into Darkness permette di mantenere un briciolo di fiducia nei confronti del metal estremo e in particolare nei confronti del death. Questo “Firs Encounters” suona sincero in ogni suo riff e i tre pezzi presente sottolineano tutta la passione viscerale che D.Warrior nutre verso un sound preciso ben radicato in una tradizione estrema spesso lasciata ai margini e verso un certo modo di interpretare il death metal imbastardito con il doom dall’inconfondibile sapore dei primi ’90. Per non parlare del growl angosciante, primitivo e disumano della nostra guerriera dell’oscurità che ricorda tanto quello di Sharon delle Derketa quanto il feroce e brutale ringhio di Runhild dei Thorr’s Hammer. Credo non ci sia altro da aggiungere. Lasciatevi divorare dall’orrore selvaggio e perdetevi nell’oscurità impenetrabile di questo “First Encounters”, non ne rimarrete delusi, ne sono certo. Piccola gemma di oscuro e marcio death/doom metal di cui si sentiva sinceramente il bisogno!

“Vent’anni dalla fine della guerra atomica, la monarchia degli Eurak che unisce l’Europa all’Africa e agli altopiani del Tibet e che ha follemente scatenato la guerra contro il resto del mondo, dice di aver vinto…il pianeta ridotto quasi interamente ad un putrescente deserto radioattivo, è ora abitato da uomini senza futuro” questo è l’intro con cui si apre questo nuovo Ep dei fiorentini Collapse intitolato “Senza Futuro”, probabilmente, vista anche la bellissima copertina che accompagna la loro ultima fatica in studio, soezzone direttamente ripreso da un film della serie di Mad Max (anche se potrei fortemente sbagliarmi vista la mia abissale ignoranza in materia cinematografica). Con queste premesse cosa aspettarci se non la colonna sonora migliore per il mondo post apocalisse nucleare che verrà e che spazzerà via gran parte dell’umanità? Un mix vincente di thrash metal, crossover e thrashcore è quello che i nostri ci sparano nelle orecchie a tutta velocità attraverso tre pezzacci che hanni il solo intento di prenderci a cazzotti nello stomaco e in faccia. Anche qui come sull’Ep degli Overcharge, ci troviamo a dover fare i conti con una cover e anche questa volta si tratta di un altra canzone che sarebbe riduttivo definire storica e/o immortale; sto parlando di “Folsom Prison Blues” del fuorilegge bastardo del country-rock a.k.a. Johny Cash, altro brano sentito e risentito mille volte e coverizzato da chiunque ma che in questa nuova veste a metà tra il trashcore/thrash metal tipico dei nostri e un sound che riesce a tirare in causa i Motorhead fa la sua porca figura e potrebbero essere un vero e proprio anthem su cui moshare fino alla morte durante i prossimi concerti del gruppo! A proposito di questo, i Collapse suoneranno in compagnia dei thrashers Hyperblast e dei Kombustion (d-beat/neo-crust) al FOA Boccaccio di Monza il 29 luglio, non perdeteveli! Per quanto riguarda le altre due tracce, oltre all’iniziale ed interessantissima titletrack, troviamo probabilmente uno dei pezzi migliori mai scritti dai Collapse fino ad oggi, ovvero la conclusiva “Pioggia” dalle sonorità thrash metal, l’attitudine hardcore, una voce incazzata quanto basta e un testo profondamente radicato nella lezione del punk hardcore italiano degli anni ’80 (ao’ sempre in mezzo…). Bentornati Collapse, inarrestabili come la pioggia, pronti a distruggere tutto!

In the Name of Suffering…

Tre dischi, tre recensioni, tre gruppi accomunati da una passione viscerale per lo sludge più marcio, fangoso e disturbante che possiate mai immaginare. Rumore che distrugge, che destabilizza, che annichilisce e che cerca in ogni modo possibile di seppellire vivo chiunque inciampi in questa palude infernale e che lascia solamente una possibilità: lasciarsi inghiottire, lasciarsi divorare. Desistete dal futile sforzo di sopravvivere, lasciate che le vostre urla di dolore e disperazione riecheggino in ogni dove e sperate che possano fungere da monito per i secoli a venire. In the name of suffering

I Grime sono un gruppo nato a Trieste nell’estate del 2010 che si prefigge come unico obiettivo la distruzione più totale e l’annichilimento estremo delle nostre vite, muovendosi sottoforma di una valanga informe e putrida di fango che inghiotte e divora tutto e tutti lasciando dietro di se solamente macerie e dolore. In questo loro ultimo “Circle of Molesters” pubblicato nel 2015, dimostrano di non essere il classico gruppo che album dopo album si limita a ripetere se stesso o un gruppo che si limita a riproporre senza troppe sfumature un sound preciso riconducibile ad una tradizione sonora monolitica e immutabile. Impossibile negare che le radici del suono dei nostri siano ben ancorate nella tradizione fangosa e marcia dello sludge metal più malato di grupponi mai troppo incensati quali Noothgrush o Dystopia, o di maestri del calibro degli Eyehategod e di gentaglia dimenticata come i Grief o gli Acid Bath, ma su questo ultimo lavoro si può notare anche una marcata influenza doom/death metal tanto cara a gentaglia putrescente come Asphyx e Coffins e che nei momenti più rallentanti e sulfurei costruisce un’atmosfera opprimente e destabilizzante che mi ha ricordato alcune cose fatte dai mitici Vallenfyre; tutto questo rende per fortuna originale e mai scontata la proposta dei Grime, difficilmente etichettabile con questo o quell’altro genere talmente tante sono le sfumature presenti nelle otto tracce che tenteranno di trascinarci giù negli abissi della palude nella quale siamo rimasti bloccati addentrandoci nell’ascolto di questo “Circle of Molesters”. In nome della sofferenza e della disperazione, il marcissimo e soffocante sludge dei Grime cercherà in tutti i modi di annichilirvi e corrompere quel briciolo che rimane della vostra sanità mentale.

 

A quanto pare dalle aride terre dell’entroterra algherese sono germogliati i semi dello sludge più pesante e sulfureo, che poi sono le prime caratteristiche che saltano all’orecchio avventurandosi nelle viscere di questo “West”, esordio per i sardi Greenthumb, gruppo che non solo prende in prestito il nome da uno dei più iconici brani (di cui troviamo ovviamente una cover proprio su quest’album) scritti dai Bongzilla ma che sembra aver inoltre imparato a memoria la lezione impartita dal gruppo di Dixie e compagni tanto da essere in grado di suonarne una versione ancora più schizofrenica, claustrofobica e con chiari rimandi, sapientemente sparsi qua e là nelle quattro tracce che compongo questa prima fatica, all’hardcore punk più corrosivo e violento. Certamente non ci troviamo dinanzi ad un lavoro che ha tra i suoi punti di forza l’originalità, ma il rumore opprimente che ci violenterà senza rispetto le orecchie fino a tentare di penetrare negli abissi più oscuri del nostro encefalo dimostra che i nostri sono abilissimi artigiani nel maneggiare un genere, o meglio un’attitudine, come lo sludge che negli ultimi tempi sta trovando sempre più adepti in Italia. Il sulfureo mix tra sludge, hardcore e influenze stoner racchiuso nei 21 minuti di questo West ci da una perfetta idea del sound of suffering che caratterizza questo esordio dei Greenthumb! In nome della sofferenza, ci ritroveremo quindi a vagare verso Ovest tra carcasse di animali corrosi dal tempo e aridi paesaggi nei quali regna solamente l’odore marcio della morte incombente. Provare a sopravvivere o lasciarsi travolgere, i Greenthumb non ci lasciano altra opzione.

 

Vi siete mai domandati come potrebbe suonare una creatura nata dall’incrocio dello sludge schizofrenico, angosciante e nichilista venato di hardcore degli Eyehategod e dalla primordiale lezione doom dei maestri Black Sabbath rivisitata e resa ancora più oscura e sulfurea dall’approccio dei Saint Vitus? Come suonerebbe questo caotico vortice generatore di morte se ci aggiungessimo tutta l’immediatezza espressiva e l’attitudine in your face dell’hardcore fangoso dei Black Flag di “My War”? Come suonerebbe il tutto se ci aggiungessimo anche una voce che assomiglia ad un lamento cavernoso ed infernale e che ricorda le vocals barbare dei Conan e allo stesso tempo le urla strazianti dei Deadsmoke? E se il sound che stiamo delineando fosse attraversato dalle pulsioni apocalittiche e fosse debitore delle atmosfere opprimenti create dal post-metal dei Neurosis? Il tutto suonerebbe come i Sator e come “Ordeal”, ultimo lavoro in studio per il gruppo genovese. Un muro di suono pesante, opprimente, sporco e oscuro costante per tutte e cinque le tracce presenti sull’ottimo disco, tracce che hanno una durata media abbastanza sostenuta visto che si aggirano attorno ai nove minuti e che lasciano intravedere solo pochissimi spiragli di luce e di quiete latente quando emerge l’anima più psichedelica dei Sator. Come non parlare poi dell’intensa e conclusiva Funeral Pyres, un viaggio infernale e tenebroso in cui ci si ritrova persi in trance a danzare insieme ad anime dannate, osservandosi dall’esterno mentre si viene inghiottiti dall’oscurità e dai suo orrori, mentre si viene accompagnati verso il letto di morte dalle cavernose e disturbanti grida di Valerio, growls lancinanti e demoniaci che non lasciano via di fuga e nessuna possibilità di redenzione. In balia dei Sator e delle loro pulsioni sludge/doom funeree e opprimenti, ci resta solamente un ultimo soffio di vita prima di scomparire divorati dalle tenebre.

 

 

The Smudjas – What We Have is Today (2017)

Sarà che ho da poco più di un mese compiuto 23 anni (troppi ma sono ancora in tempo per tenere fede al diktat “live fast die young” volendo) e mentre i giorni passano in questa estate fottutamente terribile, sento, citando coloro che per troppe volte hanno tenuto compagnia alla mia solitudine e che continuano imperterriti ad occupare i miei ascolti quasi quotidiani, che “questi anni stan correndo via… Ti volti e son già lontani…”. E quindi con la solita malinconia esistenziale che mi contraddistingue e che torna a farmi visita a periodi alterni, mi chiedo allora che cosa è successo? Ho vinto oppure ho perso? Cosa sono questi 23 anni? Cosa cazzo ho fatto? Cosa cazzo farò domani? La risposta, o meglio la convinzione che si debbano fottere tutte queste domande e tutte le possibili risposte, me l’ha data il titolo dell’ultimo lavoro in studio delle milanesi Smudjas; una risposta che arriva come un pugno nello stomaco, che lascia poi spazio ad una fitta che a sua volta lascia spiazzati: “What We Have is Today”. E forse dovrei prenderlo alla lettera il titolo del loro ultimo lavoro. Ecco allora che, proprio partendo da queste domande e da una vaga malinconia che mi accompagna in quest’estate inoltrata, oggi vi parlo come avrete già capito dell’ultima fatica dei The Smudjas, un lavoro che ha tutto il sapore del disagio (adolescenziale) e che lascia in bocca il sapore di una nostalgia strana ma vagamente familiare e a tratti confortevole che si sposerebbe meglio con i primi giorni di settembre piuttosto che con l’inizio di luglio (non a caso una traccia è intitolata proprio “September”); oppure con qualche tramonto di metà agosto quando si rimane inghiottiti nel caldo afoso della città, ma al contempo rapiti dalla bellezza di un cielo che si colora di arancione e che lascia spiragli di luci fino a tarda sera. Un lavoro introspettivo e fortemente emotivo, denso di emozioni e sensazioni contrastanti ma che trovano un loro comune punto di incontro e sintesi in una costante malinconia di sottofondo che, almeno per quello che posso dire di aver percepito, fa da leit-motiv a tutto il disco. L’altro leit-motiv che percorre l’intero “What we have is today” è un sound a metà tra il garage-indie e il punk rock più immediato ed emozionale, qualcosina più orientata sullo stile degli svedesi Rotten Mind mentre altri passaggi più simili a quanto fatto da band come i Wild Animals, un suono quindi che facilmente si stampa nella testa dell’ascoltatore e che difficilmente potrete cancellare o scordare. Ne sono riprova i riff di “Silvia”, traccia d’apertura, o quelli della successiva “Different Lines”, accompagnati da una sezione ritmica a tratti ballabile che non picchia mai troppo e nemmeno mai troppo poco. Ottima anche la quarta traccia “Dance and Revolution”, titolo che potrebbe benissimo essere una citazione della celebre frase di Emma Goldman, o almeno mi piace pensare sia proprio così. Il pezzo forte delle nostre, oltre ad un sound e una forma-canzone di impatto, diretta e che cattura facilmente l’attenzione e l’interesse di chi ascolta, sono senza ombra di dubbio i testi così genuini, introspettivi, personali, e densi di emozioni al punto di catapultare in un vortice di emozioni differenti che lascia spiazzati e con in bocca uno strano sapore di lacrime miste ad una labile felicità; sono squarci di vita quotidiana in cui si susseguono storie di amori, di amicizie, di delusioni, di disagio, di voglia di prendere la vita con più calma, quelli che canta la voce sgraziata, sincera e malinconica di Paloma. Il testo di un pezzo come la conclusiva “Till the End of the Road” credo possa fungere da migliore esempio possibile di quanto hanno provato a descrivere e trasmettervi le mie futili parole. E son sinceramente convinto che valga anche la pena di riportarlo per intero: “I see you’re down, we can go for a walk. I will listen, you will talk. You can trust me. Things can be bad, but don’t worry. I’ve got plenty of time to share. We’re not in a hurry. Just keep walking, just let things go. Family is who we choose. Let’s focus on the people that make us happy, avoiding those who bring us down”. Un pugno nello stomaco, un po’ di magone, sentirsi spiazzati dopo che, con questa traccia, il disco finisce, lasciando addosso solo una vaga sensazione di malinconia e uno stupido sorriso. L’ascolto di questo “What We Have is Today” è stato un viaggio ed ora ci ritroviamo ad osservare il sole che scende dietro i palazzoni di questa città di merda, il tramonto che porta con se un leggero vento fresco, cercando qualcuno con cui camminare fino alla fine della strada senza preoccuparci più di niente e prendendo la vita con calma. Ognuno poi proseguirà per la propria di strada, sotto differenti cieli, con altre canzoni nelle cuffie…

“Some friends are forever”, così si concludeva probabilmente la miglior traccia presente sul debutto “February” di tre anni fa delle Smudjas. E non sono solo alcuni amici ad essere per sempre. Anche il disagio è per sempre, anche la malinconia, anche il mio amore incodizionato per voi. Grazie Paloma, grazie Julia (anche se credo vivamente non ci sia stata più lei dietro le pelli già durante le registrazioni di questo album), grazie Ivana, mi fate piangere, mi consolate e mi fate tornare adolescente ogni volta ma sono contento così! Quello che abbiamo è oggi, si fottano le domande, si fottano i progetti, si fotta il domani, si fotta tutto, si fottano tutti.

Sometimes we all just need to slow down, FINALMENTE l’ho realizzato anche io. Questi anni stan correndo via? Lasciamo che corrano, what we have is today!

 

Satanic Youth/Crippled Fox – 7″Split (2018)

“I’ll not be happy until I’ll be voiceless continuing to shout”.

Finalmente trovo il tempo di parlare di uno degli split più belli e intensi usciti in questo 2018 e di due band che mi fanno impazzire! Vi spoilero tutto già adesso: questo nuovo lavoro di Satanic Youth e Crippled Fox rilasciato grazie all’italiana Here And Now, all’ungherese Drinkin’ Beer In Bandana Records, a Crapoulet(Francia) e Scatenotti Rec.(Italia) è una fottuta bomba!. Un lavoro rabbioso, diretto e veloce come d’altronde ci hanno sempre abituato entrambi i gruppi, dai quali non ci si può aspettare altro che pugni in faccia e calci nello stomaco!

Partiamo parlando del lato dedicato alla Gioventù Satanica from La Spezia, il quale si apre con un assaggio di “Canzone Arrabbiata”, iconico brano tratto direttamente dalla colonna sonora del famoso film di Lina Wertmuller “Film d’amore e d’anarchia…” del 1973, interpretato dalla splendida voce della mai troppo incensata Anna Melato (dal punk hardcore alla musica italiana è un attimo, merda). Questo assaggio funge da intro per il primo vero pezzaccio targato Satanic Youth su questo split, ovvero “You are Not Really Free”, modo migliore di aprire le danze non poteva esistere. Si prosegue con “Alarm”, brano di cui i nostri spezzini hanno anche rilasciato un videoclip in perfetto stile vecchia VHS mal registrata, e la proposta dei nostri è sempre la stessa: uno skate-punk-hardcore caotico ai massimi livelli, sgraziato, divertente e accompagnato da una attitudine irriverente e in your face che non abbandona mai i nostri giovani amici devoti a Satana. Pensate di ascoltare una versione dei Satanic Surfers o dei Bones Brigade a cui non frega un cazzo di nulla di saper suonare, di far capire quello che si sta cantando o di avere una registrazione anche solo lontanamente decente. Ecco, provate a pensarci e forse potrete farvi un’idea del sound che i Satanic Youth ci vomitano nelle orecchie. Si arriva finalmente alla terza traccia “Macumba”, pezzo migliore del disco per distacco e mio preferito in assoluto (da febbraio ad oggi lo avrò ricondiviso tipo seicentosessantasei volte sulla mia pagina facebook), una scarica di pugni nello stomaco che toglie il fiato fino a giungere ad una rallentamento dal sapore surf rock che ci prende per mano e ci conduce alla fine del pezzo, il tutto condito da un testo che non necessita nemmeno di un mio commento. “I feel like a victim of life,a voodoo doll In the hands of an asshole”, cazzo voglio aggiungere a cotanta bellezza?! Troviamo altri tre brani prima di passare al lato dello split occupato dal thrashcore degli ungheresi Crippled Fox e tra questi troviamo, oltre all’anthem di ogni giovane “satanic skater”, ossia la quarta traccia non a caso intitolata “666% Skateborder”, la conclusiva “One of Many”, probabilmente il pezzo dei nostri che più mi ricorda l’hardcore punk americano più genuino e sincero di gente come Void o Faith. Come avrete capito ci troviamo sparato nelle orecchie il solito concentrato di “Old School Satanic Skate Punk-Hardcore” a cui ci hanno abituato negli anni i Satanic Youth. Tempo fa scrissi di loro che “sono l’essenza più pura e sporca dell’hardcore punk…”. Quest’oggi son contento di ribadire le stesse identiche parole e aggiungere che la passione, l’attitudine, la spontaneità sincera e anche la voglia di prendersi poco sul serio che ci mette la nostra giovine brigata degli skater satanici rendono la loro personale interpretazione del punk e dell’hardcore qualcosa di veramente apprezzabile. <<Certo eravamo giovani, eravamo avventati, arroganti, stupidi, testardi. E avevamo ragione!>> disse qualcuno un giorno. I Satanic Youth son tutto questo ma con in pìù la passione per lo skate, per l’hardcore punk e per Satana. E hanno ragione!

Passiamo al side occupato dalla furia cieca dei Crippled Fox, risorti con il precedente “Thrascore is Back” un anno fa e oggi più incazzati che mai e ancora pronti a maciullarci le ossa e a farci uscire lividi ovunque grazie a queste cinque schegge impazzite di solido, velocissimo e rabbioso thrashcore, marchio dei fabbrica di nostri selvaggi bastardi ungheresi fin dal lontano 2009. Il sound dei nostri non si smentisce nemmeno in queste nuovissime cinque tracce ed è il solito mix vincente tra la lezione seminale dei Suicidal Tendencies, il fastcore degli Infest, una spruzzata di hardcore in salsa newyorkese e il thrashcore dei What Happens Next?, condita con tanta attitudine e ingenti dosi di rabbia. La musica dei Crippled Fox ha la potenza di una mazza da baseball che frantuma i denti e ha lo stesso sapore del sangue che vi ritroverete a sputare per terra mentre i primissimi secondi dell’iniziale “You Believed Them” vi colpiranno diretti in your face. Grandissimi pezzi anche “Scam” e la conclusiva “To Hurt”, un gran bell’esempio di hardcore genuino e semplice che ti prende a pugni e ti fa salire la scimmia di moshare in solitaria e prendere a testate i muri. Che altro dire sul lato dello split dedicato al sound abrasivo e sincero dei Crippled Fox? More thrash, more fun! 

Siamo solo a luglio e questo 7″ è uscito a febbraio, ma devo prendere posizione: siamo davanti, molto probabilmente, al migliore split album del 2018 e non devo aggiungere altro! Inoltre basta lo splendido artwork di copertina ad opera di Fernando a.k.a. Giotefeli Anti Arte per far si che questo split ci metta due secondi massimo a rubare il vostro cuore. Lunga vita all’hardcore!

Schegge Impazzite di Rumore #04

Ogni fine mese tutti i punx, sedicenti tali e affini della penisola attendono impazienti che esca il nuovo “episodio” di Schegge Impazzite di Rumore (o almeno io mi illudo sia così), rubrica fondamentale non solo per rimanere aggiornati sulle recenti uscite in ambito hardcore, punk, metal estremo e tutti i generi affini, ma anche per potersi gustare i commenti deliranti spacciati per recensioni del cazzone che li scrive. Ed ecco che allora, nell’estenuante caldo di ormai inizio luglio che preannuncia un’estate terribile, è giunto il momento di dar in pasto a voi canaglie-punx di ogni tipo il quarto appuntamento con le Schegge Impazzite di Rumore in cui si parlerà dei giovani fuoriclasse del powerviolence milanese, così come della new wave of raw punk che risponde al nome di Kobra, passando per il nuovo brevissimo Ep dei fast-bellissimi L.UL.U e dell’ultima fatica in studio di gentaglia bella incazzata del calibro dei Failure (visti recentemente con molto piacere, tra l’altro). Bando alle ciance, lasciamo spazio al rumore e alle molteplici incarnazioni del disastro sonoro.

“Disorganizzati come la merda, però continuiamo a sbatterci”, queste le parole dei L.UL.U che accompagnano l’annuncio dell’uscita di questo fast-Ep, intitolato emblematicamente “This title”, della durata di soli 0.46 secondi, divisi per due pezzi che ci danno un assaggio di quello che sarà il futuro (si spera imminente) dei nostri. Difatti i nostri hanno già annunciato che a breve uscirà un loro split insieme a non si sa ancora chi, sul quale potremmo apprezzare nuovamente il fastcore in your face tutto rabbia e pugni nello stomaco che i nostri ci avevano già fatto assaggiare sulla loro entusiasmante demo lo scorso anno. Inoltre, e non smetterò mai di sottolinearlo, i L.UL.U dimostrano di metterci veramente tanta passione e un’attitudine da fare invidia ai più in quello che fanno, suonando si un qualcosa di non originale (echi di Hex e Last Words tanto per fare due nomi), ma capace sempre e comunque di assestare colpi critici, sbriciolare ossa e timpani e di trasmettere sensazioni di quotidiana rabbia e costante malessere verso il quieto vivere che tende ad inghiottirci. Attendendo impazienti lo split già annunciato e sperando presto di aver tra le mani un disco della durata superiore (ma non troppo) di questo fast fast fast-Ep, godiamoci e abusiamo di queste due nuove tracce dei L.UL.U. e del loro fast-hardcore! Dopotutto il loro intento mai celato di suonare il più veloce possibile non si smentisce nemmeno su questo Ep e non si smentisce nemmeno la foga della Beret nello sputarci in faccia tutta la rabbia di questo mondo bastardo (“Provo a capirvi ma buio e niente”). “Play fast or die trying ‘till the day you die!” questa la lezione che insegnano e ribadiscono ogni volta i L.UL.U. E a noi piacciono così!

Peep – S/t

“Giovani, giovani, giovani fuoriclasse”, questo sono i Peep, direttamente dalla Milano che odia per prendersi tutto! Sono giovani, sono incazzati e anche un po’ dei cazzoni, ma a noi piace così. Dopo mesi di concerti e di sudore su e giù per tutta la Lombardia e non solo, ecco quindi finalmente la prima demo della nuova scuola del powerviolence milanese, una gang di vandali che vivono al di fuori della società e della sua merda che definisce la propria proposta, senza alcuna vergogna mannaggia a loro, come “trapviolence” (vi avevo avvisati che eran dei cazzoni) o come “anti power powerviolence” (titolo dell’ottava traccia presente sulla demo) che forse è di gran lunga meglio. Senza spoilerarvi altro di quanto andrete ad ascoltare su questo incredibile debutto, termino qui di scrivere le mie cazzate. Tanto come direbbero loro: “your fucking words don’t mean nothing to me anymore” (dalla quarta traccia Y.F.W., una delle migliori)Niente da fare, sono davvero dei giovani fuoriclasse e lo sanno dimostrare sia dal vivo (non perdeteveli, vi divertirete) sia su questo loro incredibile debutto! E comunque i Peep si prendono la copertina del quarto episodio di “Schegge Impazzite di Rumore” a mani basse. La gang non si infama, ricordatevelo!

Negli anni’80, agli albori della nascente scena hardcore punk italiana, quella che oltreoceano incensavano un giorno si e l’altro pure e che ha fatto scuola ovunque, dalla Svezia al Giappone, nei bassifondi di una Milano che stava vivendo l’esperienza storica del Virus, si muovevano quattro giovani che decisero di mettere in piedi una creatura dedita al punk-hc dal nome “Kobra”. Fortemente influenzati dai Wretched ma molto più grezzi e immaturi, il gruppo riuscì a pubblicare un solo acerbo EP nel 1985 dal titolo “Siamo il Sangue nelle Vene dei nostri Nemici”. Oggi, quasi quarant’anni dopo quella stagione irripetibile ed indimenticabile, Milano è ancora una delle basi nelle quali la cospirazione punk-hardcore e del do it yourself viene tenuta in vita e alimentata con sudore e passione da collettivi, occupazioni, gruppi e singoli individui, anche se certamente non senza fatica e difficoltà. É proprio in questo contesto fertile che si muove la Occult Punk Gang, collettivo di punx dediti anima e corpo alla causa del DIY, tanto attraverso l’organizzazione di concerti quanto tramite progetti di grafica e illustrazione. Come se non bastasse da qualche mese la gang occulta è divenuta pure un’etichetta discografica che può contare già quattro uscite (tra cui, l’ultima è quella di cui parlerò di seguito); quattro uscite che finora hanno toccato ogni possibile incarnazione di quel brodo primordiale cangiante e polimorfo che è il “punk”. Questa premessa ci permette di introdurre il terzo gruppo di cui parleremo oggi e del loro debutto, gruppo di recentissima formazione che vede tra le sue fila punx già impegnati in Kalashnikov Collective e Cerimonia Secreta tra gli altri. Il gruppo in questione si cela dietro il nome di “Kobra”, stesso nome del gruppo di casa Virus che mosse i suoi primi brevissimi passi nei lontani inizi degli anni ’80 e citato poco sopra. Che sia una sorta di voluto richiamo? Non lo sapremo mai. Quello che sappiamo con certezza è però sicuramente il fatto che i nostri Kobra suonano un punk-hardcore fortemente radicato negli insegnamenti della scuola hardcore italiana degli anni ’80 e di gruppi come i 5°Braccio o i Nerorgasmo ma con un sound più grezzo e rumoroso, quel suono “raw” e speso lo-fi che ultimamente sta facendo proseliti e sfaceli ovunque in Italia (basti pensare ai fenomenali Sect Mark) e oltre oceano. Cinque tracce per questo debutto che faranno la gioia di chi si è già divorato i primi lavori di gentaglia che risponde al nome di Impulso e Potere Negativo, ne sono certo. Niente da aggiungere per quanto riguarda l’approccio lirico (“Vent’anni” è un pezzone) e le vocals ad opera del solito Fra Goats (autore anche dell’ottima copertina al sapore di allucinazione metropolitana) che riportano alla mente tanto i già citati Cerimonia Secreta quanto i Corpse. Devastante debutto! It’s the new wave of raw punk and that’s the way we like it, baby!

Questo quarto episodio si è aperto parlando dei Peep e della loro personale interpretazione di un genere oramai negli ultimi tempi iperinflazionato come il powerviolence. E quindi quale modo migliore per concludere questo articolo se non chiudendo il cerchio e tornando a parlare di sonorità totalmente dedite al powerviolence più intansigente e rabbioso come quello suonato dai Failure? Il lavoro dei Failure è quello più vecchio dei quattro presentati quest’oggi, essendo stato rilasciato ufficialmente nel novembre del 2017. Cosa vi troverete ad ascoltare appena le prime note dell’iniziale “Cross the Border” vi trapanerrano i timpani, lasciandovi inermi a sanguinare? Certamente powerviolence della migliore qualità, suonato con attitudine e rabbia inaudita, accompagnato dalla voce di Los che vi farà venire voglia di prendere a testate le pareti talmente tanta è la carica che mette addosso (ascoltare una traccia a caso, che ne so “Misantropic Youth” per dirne una, per avere una conferma alle mie parole), ma sono quasi sicuro che tutte queste stronzate non riescono a dare nemmeno lontanamente l’idea del suono abrasivo e distruttivo che permea tutte le dieci tracce con le quali i Failure vogliono annichilirci completamente. Probabilmente il modo migliore per farsi un’idea del sound dei nostri ce lo può dare unicamente la copertina dell’album: un treno deragliato che sfonda una parete in cemento. E quindi cosa cazzo vi aspettate che aggiunga? Mi aspetto abbiate già interrotto la lettura di questo articolo saturo di stronzate (e se non l’avete fatto fatelo subito!) per prendere d’assalto la pagina bandcamp dei Failure e ascoltarvi tutto d’un fiato il disco! Ah ed essendomeli visti dal vivo recentemente, vi posso confermare che in sede live sono di una potenza che su disco potete solo immaginare, indi per cui non perdeteveli per nessuna ragione al mondo quando capitano dalle vostre parti!

E anche l’episodio di fine giugno-inizio luglio ha visto la luce, questo mi rende fiero e mi stupisce al contempo per esser riuscito a mandar avanti una rubrica per più di mezzo appuntamento. Ora torno a cercare di sopravvivere nel caldo afoso di un’estate terribile nella periferia di milano, sperando di non venirne del tutto inghiottito. Schegge Impazzite di Rumore: per il Disastro Sonoro, per l’anarchia!