Grind Your Enemies! – Recensione e Intervista agli Stigmatized

La vita fa schifo e poi muori! Questo il messaggio che ci sputano addosso i sardi Stigmatized con il loro ibrido bastardo di grindcore, powerviolence e crust, terreno fertile per veicolare il selvaggio nichilismo e il brutale odio verso l’umanità che anima il loro rumore! “Slavery” è la prima fatica in studio dei cagliaritani, pubblicata nel 2016, e ci regala dieci minuti scarsi di violentissimo e rabbioso grind-violence che travolge tutto ciò che trova sulla sua strada, lasciando al suo passaggio solo macerie e desolazione, morte e distruzione. La proposta degli Stigmatized, che ad un ascolto distratto potrebbe apparire fin troppo canonica e “già sentita troppe volte”, mostra in realtà diverse radici e influenze che, partendo da un sound ben ancorato alla lezione classica del grindcore più marcio in stile primi Napalm Death, Siege o Enemy Soil, spaziando dal powerviolence di casa Hellnation e Yacopsae ad echi crust punk che possono ricordare in più occasioni i Massgrave, arrivano a portare alla mente gente del calibro di Nasum e Rotten Sound. Il rumore annichilente e feroce dei nostri si avvicina inoltre a quanto fatto ultimamente da un altro interessantissimo gruppo della nostra penisola, ossia i palermitani Cavernicular, quindi un concentrato di grind-violence che annienta ogni velleità di sopravvivenza a questo mondo di merda e che vomita odio nichilista e misantropo verso l’umanità costretta a soffrire! Su questo muro di rumore si stagliano le doppie vocals incazzatissime e barbare ad opera di Francesco (più classiche e grind) e del bassista Marco, queste più orientate verso lidi crust che rendono il tutto ancora più interessante e godibile. Con tutto l’odio che hanno nel cuore, gli Stigmatized son pronti a sbriciolarvi il cranio e a distruggervi i timpani a colpi di grind-violence misantropo e annichilente. Cagliari Odia… è tempo di massacro!

Gustatevi l’intervista agli Stigmatized adesso!

Iniziamo con la più banale delle domande: chi siete, da dove venite, quando vi siete formati e perché/come avete deciso il nome Stigmatized? Fatevi conoscere ai lettori di Disastro Sonoro!

Ciao Stefano, è un piacere risentirci! Noi siamo un gruppo grindcore/powerviolence proveniente da Cagliari. Gli Stigmatized vedono la prima luce nell’estate del 2015, quando nella formazione eravamo solo in due (Marco e Leonardo) e già iniziavamo a comporre i primi pezzi. Il nome del gruppo deriva dal titolo di una canzone dei Napalm Death, tratta dal loro primo album “Scum”.

Avete voglia di parlarci un po’ della scena hc/grind/metal e dell’ambiente underground/diy cagliaritana? Quanto è difficile, se lo è, organizzare concerti e situazioni nella vostra città? Più in generale si può parlare di una “scena sarda” secondo voi?

Indubbiamente noi ci troviamo a vivere una realtà, quella isolana, che ha due facce contrapposte. Infatti se da un lato “l’isolamento” e la difficile fruizione di tante cose, soprattutto per colpa della continuità territoriale, ci rende molto difficile non solo l’organizzazione di tour o date fuori ( siamo appena tornati del nostro secondo tour in penisola fatto assieme ai fratelli abruzzesi 217 e l’organizzazione ci ha dato non pochi problemi ) delle band nostrane, ma anche il portare delle band dalla penisola e non a suonare nella nostra terra; dall’altro questa difficoltà ci rende sempre più affamati e desiderosi di abbattere le barriere di qualsivoglia confine. Proprio per questo stanno nascendo, soprattutto negli ultimissimi anni, delle realtà molto solide nell’undeground dell’isola ( il collettivo dei nostri fratelli Algheresi L’HOME MORT e la cricca Sassarese della famigerata sala n°9 su tutti ) che stanno cercando di unire le forze per creare una scena unita e collaborativa, cosa che fino a non troppo tempo fa sembrava impossibile durante un periodo nero dove c’era ben poco contatto e cooperazione tra le varie scene/band locali, in un’insensata guerra fredda di invidia e snobbismo. Penso che ora si possa parlare tranquillamente di una “scena”, perchè il panorama si sta arricchendo di tante nuove band molto valide anche allargando lo spettro dei generi, oltre che dando finalmente vita ad un ricambio generazionale assente oramai da tempo immemore anche se, paradossalmente, i locali stanno chiudendo uno dopo l’altro rendendo così sempre più difficile il sopravvivere della suddetta. Ma comunque teniamo duro e cerchiamo sempre di lottare con tutte le nostre forze perché questo non accada.

Il vostro primo lavoro ci regala un grindcore annichilente e tritaossa, che parte dalla lezione più classica del genere (Siege, Napalm Death) fino a giungere a soluzioni più “moderne” (Nasum, Rotten Sound), senza però mai dimenticare influenze di altri generi quali Powerviolence e crust, su tutti. Come nascono i vostri pezzi? Da cosa è nata l’idea di suonare grindcore? E quali pensate siano i gruppi o i dischi che hanno avuto maggior influenza sul vostro modo di suonare e sul vostro sound?

I pezzi nascono grazie a tutte le nostre influenze musicali più forti. All’interno della band siamo tutti ascoltatori di vari generi, che spaziano dal punk hardcore fino al metal più estremo. I primi pezzi venivano composti nel salotto di casa di Leo. Avevamo solo basso e chitarra per cui ci arrangiavamo. Leo si collegava al suo ampli mentre il basso veniva collegato a un Marshall per chitarra da 20w con la distorsione accesa. Di certo non erano le condizioni migliori per provare, ma così facendo abbiamo dato luce a una decina di pezzi. Appena la formazione venne completata abbiamo sempre composto in sala prove, dove ognuno mette il suo. Non abbiamo un modo di scrivere abitudinario, quando abbiamo un idea che ci piace la buttiamo giù e vediamo che succede. L’idea di suonare grindcore è nata con la voglia di fare un macello dal vivo…abbiamo sempre avuto un certo fascino per i concerti grind e ci siamo cimentati pure noi. Riteniamo anche che sia uno dei generi più violenti e espressivi per buttare giù il giusto mix di musica e ideologie. I dischi che più ci hanno influenzato maggiormente dal punto di vista strumentale e vocale sono sicuramente Scum, Enemy of the Music Business (entrambi dei Napalm Death), S/T dei Magrudergrind, Variante alla Morte e Misantropo dei Cripple, Human 2.0 dei Nasum..ma potremo continuare all’infinito.

Utilizzate la doppia voce, sia in sede live dove spaccate di bestia (vi ho visti al T28 lo scorso anno) sia su disco. È stata una scelta voluta oppure è semplicemente successo? Quanto pensate possa dare di più alla vostra musica l’utilizzo di due timbri, uno più growl e classicamente grind, e l’altro più virato sul crust/metal?

L’utilizzo delle doppie voci è stato del tutto casuale. Un giorno in sala abbiamo detto a Marco di cantare e dopo un paio di prove abbiamo usato le doppie voci sia dal vivo sia in studio. Abbiamo visto che funzionava, rendeva il tutto più compatto e violento. Pensiamo che sia una caratteristica in più per il nostro sound e che ci possa aiutare. Inoltre è un elemento che ci aiuta a mettere in risalto le nostre influenze musicali a 360 gradi.

Una parte fondamentale nella vostra proposta ricoprono certamente i testi, anche perché è bene ricordalo che il grindcore/powerviolence, così come l’hardcore e il punk in generale, non sono solamente musica. Volete illustrarci cosa vi ispira nella stesura delle liriche, chi le scrive e soprattutto cosa volete trasmettere?

I testi degli Stigmatized vengono scritti prevalentemente da Francesco, il cantante, solitamente dopo che la parte strumentale dei pezzi viene definita in sala. Le tematiche sono in buona parte quelle che tradizionalmente vengono trattate in generi come il grind e l’hardcore-punk. La critica sociale, il non riconoscerci e il non sentirci, per così dire, a nostro agio nel mondo che ci circonda sono sicuramente le linee guida generali che sono state seguite nella stesura dei testi. Per quanto nessuno di noi componenti possa essere definito “militante” nel senso stretto del termine, i valori fondamentali che ci sentiamo di esporre e di condividere attraverso i testi sono quelli dell’anticapitalismo, dell’antifascismo, dell’antirazzismo. All’interno di questo grande “calderone” vengono poi trattate, a seconda del caso, delle tematiche più o meno specifiche. Nel pezzo “F1”, ad esempio, parliamo della questione, molto sentita in Sardegna, delle servitù militari e di conseguenza viene affrontata, anche se in maniera indiretta, la tematica più generale delle forme di colonialismo e imperialismo messe in atto sopratutto dall’occidente. In “Hidden Behind a Wall Of Falsness”, parliamo invece del modo in cui queste politiche imperialistiche vengono trattate e in qualche modo giustificate dall’apparato mediatico, ormai abituato a presentarci la guerra vera e propria e l’occupazione militare come una missione umanitaria. Insomma, abbiamo sicuramente dei concetti e dei valori generali a cui facciamo costantemente riferimento, ma la tematica particolare affrontata varia ovviamente da pezzo a pezzo.

“Slavery”, il vostro primo ep, è datato ormai 2016. A quando una nuova fatica marchiata Stigmatized? Altri progetti? Tour e concerti?

Dopo tante difficoltà possiamo finalmente dire che siamo impegnati con le registrazioni del nostro primo full length, che uscirà nei primi mesi del 2019. Il disco si intitolerà “A Wall Of Falsness” e comprenderà i pezzi di Slavery insieme ad altri brani che abbiamo composto durante il periodo successivo. Il nostro obbiettivo è quello di pubblicare un lavoro simile a quello precedente ma con molte migliorie a livello esecutivo e sonoro. Ci sarà il grindcore, il powerviolence e sicuramente sentirete anche le nostre influenze metal, grazie ad una produzione più moderna e compatta. Non vogliamo discostarci troppo dalle nostre origini, ma vogliamo proporre un lavoro migliore sotto ogni punto di vista. Seguirà una lunga campagna pubblicitaria DIY con l’obbiettivo di uscire dai confini italiani e intraprendere un tour europeo per promuovere il disco. Attualmente abbiamo già in programma due date: il 4 Gennaio a Sa Domu (STRIKEDOWN FEST II WARM UP SHOW) in compagnia di Regrowth e Riflesso e il 5 Gennaio a Simaxis per il Gheisi Fest in compagnia di tantissime band della scena hardcore sarda.

Ringrazio gli Stigmatized e la loro disponibilità, spero di rivedervi presto dal vivo miei amati bastardi e spaccarmi le ossa insieme a voi!

 

Olona Death Valley Punx – Intervista ai Motron

“Nelle wastelands del varesotto, nella Valle della Morte impestata dai fumi nauseabondi che fuoriescono dalle acque putride dell’Olona, si aggirano questi cinque guerrieri-zombie post apocalittici e ubriachi marci fino al midollo che portano con sé morte, distruzione e il giusto grado di molestia necessaria per sopravvivere in queste lande desolate dove l’apparente quieto vivere è una vera e propria condanna a morte”. Queste le parole che scrissi a suo tempo quando decisi di recensire il primo LP “Eternal Headache” dei Motron, una vera e propria bomba di crust’n’roll. E oggi le riporto per il semplice fatto che trovo siano perfette per presentarveli e introdurre questa intervista! Dall’Olona Death Valley con furore e rabbia molesta , lascio la parola ai Motron!

Partiamo con la più scontata delle domande: Chi cazzo sono i Motron? Quando si sono formati e perché? Ma soprattutto da dove avete preso l’ispirazione per il nome? Sentitevi liberi di dire tutto quello che vi passa per la testa!

I Motron sono prima di tutti un gruppo di amici (Gra alla voce, Kino alla batteria, Ago e Gaglio alle chitarre, Arca al basso) che hanno condiviso e condividono esperienze, ambienti, concerti, musica, divertimento, problemi ecc. ecc.
L’idea di formare i Motron era stata concepita già un paio di anni prima dell’effettiva nascita della band, praticamente il tempo necessario per dare a Kino la possibilità di poter almeno tenere in mano delle bacchette, dato che era l’unico senza esperienze musicali alle spalle. Nell’estate del 2012, quindi, iniziavamo a fare le prime prove e a scrivere i primi pezzi che daranno vita al demo del 2013. In concomitanza all’uscita del demo sono iniziati i primi sporadici live, che non ci hanno distratto dallo scrivere nuovi pezzi, che hanno poi composto il nostro primo LP “Eternal Headache” del 2015.
Il 2015 è stato anche l’anno del nostro primo minitour e di un piccolo incremento dell’attività live, purtroppo sempre condizionata da problemi lavorativi, familiari e logistici. Nel 2016 Ago si è trasferito a Bologna e abbiamo quindi deciso di far entrare nei Motron Gaglio, in modo da riuscire a provare con più regolarità, pur mantenendo sempre Ago nella band. Con la nuova formazione abbiamo registrato, nel 2017, un promo di 4 pezzi e continuato a fare quello che meglio ci riesce: divertirci, sbronzarci, andare ai concerti e fare i cazzoni!
Il nome Motron deriva da un motorino 50 cc a marce molto in voga negli anni 90, e poi ricorda vagamente i motorhead quindi è una figata! Ahahah

La vostra proposta è un d-beat/crust marcio, veloce, corrosivo e rabbioso che voi stessi definite “Raw’n’roll”. Quindi la mia domanda sorge spontanea, quali sono state e continuano ad essere le influenze principali dei Motron? Quali sono i gruppi che pensate possano emergere ascoltando la vostra musica?

Essendo ovviamente cinque esseri umani pensanti ognuno porta nella band, inconsciamente o volontariamente, le influenze di ciò che ascolta. Ci sono band e generi che fanno da filo conduttore tra noi cinque, per esempio Motorhead, Black Sabbath, certo punk hardcore più grezzo e minimale e in generale un po’ tutto il crust/d-beat. A livello più personale nella band ascoltiamo dal punk 77 al rock ‘n’ roll più classico, dalla seconda ondata punk inglese al grindcore, dallo stoner/doom al death metal, dallo sludge al thrash metal e quindi, con le dovute proporzioni e cautele, alcuni di questi ascolti entrano a far parte del nostro songwriting.
Probabilmente il miglior complimento che vorremmo ricevere sarebbe: ritmiche alla Disgust e Anti Cimex, riffs alla Motorhead e Discharge, voce alla Extreme Noise Terror, il tutto condito da una spruzzata di English Dogs e attitudine alla Poison Idea. Temiamo non succederà mai! Ahahahahah

Quanto pensate sia cambiato il vostro suono, il vostro approccio compositivo e la vostra proposta dalla prima demo del 2013 ad oggi, passando per l’interessantissimo “Eternal Headache”?

A livello di suono non crediamo sia cambiato molto dalla nostra formazione ad oggi, ad eccezione dell’aggiunta della seconda chitarra che, soprattutto dal vivo, a nostro modo di vedere è una spinta in più. Anche a livello compositivo non ci sono mai stati grandi cambiamenti. Generalmente partiamo da un riff e in sala prove costruiamo insieme tutto il pezzo, sul quale poi adattiamo il testo. In base al tipo di riff capiamo anche quale impronta dare al pezzo, se tipicamente d-beat, più “metallusa” o virata verso il rock ‘n’ roll.
Diciamo che forse, dal demo ad oggi, quello che è cambiato è una maggiore pazienza nella composizione dei pezzi e il fatto che parte del nuovo materiale ha una struttura leggermente più complessa rispetto ai primi pezzi che abbiamo scritto

Passando al lato lirico/concettuale, volete parlarci di cose trattano i vostri testi? Sono frutto di un percorso singolo o vengono stesi in maniera collettiva? Ma soprattutto da cosa sono ispirati e cosa volete far passare con essi?

I testi normalmente vengono scritti singolarmente, da chi se la sente in quel momento o ha un idea. Le nostre liriche parlano di ciò che viviamo e di ciò che vediamo attorno a noi: lo schifo della guerra (che non è poi così lontana da come si può essere portati a credere), gli abusi di potere e la violenza degli sbirri infami, i luridi stronzi che muovono i fili dietro le quinte e decidono della nostra vita o della nostra morte, il senso di morte, sconforto, oppressione e delusione che accompagna le nostre esistenze, ma anche i momenti di gioia come ascoltare i dischi, sbronzarsi con gli amici, fare casino e sparare stronzate…anche se poi ha un prezzo da pagare il mattino seguente!

Venite da Varese, dalle wasteland dell’Olona, la valle della morte, ossia dalla provincia che inghiotte ed uccide con il suo nulla, la sua apatia e il suo quieto vivere. Cosa significa sopravvivere in un luogo simile? Quanto vi influenza il contesto che avete attorno nella composizione della vostra musica?

Vivere nella provincia di Varese non è semplice ed è forse più complicato rispetto ad altre realtà. Devi sempre guardarti le spalle e la noia è palpabile e ti taglia le gambe. I posti per portare avanti determinate lotte e certe logiche musicali e DIY non esistono e quindi bisogna inventarseli o scendere a compromessi (cosa che a noi non piace molto fare). In ogni caso ogni iniziativa viene portata a termine attraverso mille problemi e sbattimenti, quando si riesce a portarla a termine, che è già un bel traguardo.
Nonostante tutto ciò le cose, rispetto a quando eravamo ragazzini 15/20 anni fa, sono migliorate parecchio. Sono nati dei collettivi, si sono formate delle band, ci sono molte più persone coinvolte e che supportano il DIY e siamo assolutamente fieri e orgogliosi di poter contribuire a tutto questo!
Non sappiamo quanto il vivere in questa provincia di merda influenzi la nostra musica ma indubbiamente influenza le tematiche dei nostri testi. Diciamo che ci dà materiale fresco di cui parlare ogni cazzo di giorno.

Parlando di Olona e Varese non posso non domandarvi qualcosa in merito all’Olona Wasteland Punx, collettivo di cui fanno parte anche alcuni di voi. Avete voglia di parlarcene più approfonditamente e in modo totalmente spontaneo e libero?

Olona Wasteland Punx è una sorta collettivo nato da meno di un anno intorno alla Valle Olona un po’ per gioco, un po’ per dare un nome e un’identità ad una realtà preesistente formata da punk, metalheads, cani sciolti e bizzarriti della nostra zona. L’obiettivo principale è quello di organizzare concerti e momenti di aggregazione liberi e condivisi, diffondendo in pratica le idee che più ci stanno a cuore: autogestione, antifascismo e antirazzismo.
Uno dei motivi che ci ha spinto a dare vita a OWP è stato il fatto di creare un filo conduttore e dare continuità ai (pochi) concerti che si riescono ad organizzare nel varesotto. Al momento abbiamo organizzato alcuni concerti in circoli o locali che ben si prestavano a situazioni autogestite, ma sicuramente le serate meglio riuscite sono state quelle organizzate nella sala prove che condividiamo con Overcharge, D.O.T., Sore e Stoned Monkey, siamo riusciti a dimostrare come, grazie allo spirito del DIY, si riesca ad organizzare belle serate e coinvolgere numerose persone non solo dal punto di vista del divertimento. In poche parole si vorrebbe creare una “scena”, cercando di unire le forze e senza sentirsi solo individui sperduti nella Wasteland! Stiamo anche portando avanti il laboratorio di serigrafia, un’altra occasione per mettere in pratica il DIY e per supportare le band con cui condividiamo questo percorso. Inoltre è previsto un altro progetto legato alla nostra sala prove che speriamo possa vedere la luce tra qualche mese. Speriamo vada tutto per il verso giusto!

Per terminare domanda obbligata: progetti futuri? A quando un nuovo album in casa Motron che farà tremare le lande desolate della valle dell’Olona popolata da morti viventi asserragliati dietro il loro apparente quieto vivere?

Se tutto andrà secondo i piani vorremmo, nel 2019, andare a registrare il nostro secondo LP. Abbiamo già pronti pezzi nuovi e altri ne stiamo scrivendo (più un paio li riregistreremo dalla prima demo), quindi speriamo di entrare in studio piuttosto a breve. Una volta pubblicato il secondo LP l’idea sarebbe di riuscire a fare un tour europeo un po’ più consistente.
Per le molestie vi invitiamo a raggiungerci al bancone del bar prima e dopo un nostro live, solitamente non lesiniamo in scorrettezze e figuracce! ahahahahahahha
Infine grazie mille a te per questa intervista e complimenti per il tuo progetto Disastro Sonoro!

Grazie a voi, miei cari Motron, per il supporto (che è chiaramente ricambiato) e per il tempo dedicatomi nel rispondere alla domande! Lunga vita al Raw’n’roll, lunga vita all’Olona Wasteland Punx!

Anno 2016 – Cronache di un’Eterna Condanna e di Visioni Orribili

Anno 2016, il mondo che noi conosciamo stava crollando su se stesso. La follia dilagava, le lande desolate si estendevano per migliaia di chilometri, l’aria si faceva sempre più irrespirabile e nauseante, la morte era tangibile tutt’intorno a noi, pochi i sopravvissuti alla catastrofe. Difficile capire chi fosse più folle: io o gli altri. Io, colui che fugge sia dai vivi che dai morti, vago senza meta come un’anima dannata in questa terra devastata e putrida; un uomo, ridotto a un unico istinto: sopravvivere. Visioni orribili si susseguivano nella mia testa, l’esistenza si era oramai tramuta in un eterna condanna. In questo scenario infernale e post-apocalittico, riecheggiava in lontananza il rumore angosciante ed annichilente suonato da due bande di guerrieri non-morti e non più umani che rispondono al nome di Cancer Spreading e Humus, creature portatrici di distruzione per tutte le lande abbandonate e brulicanti di morte. Che la desolazione sia con voi, benvenuti nell’incubo terreno, cercate di sopravvivere e se non doveste riuscirci, mi auguro di non udire le vostre strazianti urla di dolore.

“A desolate landscape where no one dare to step
Lifeless beings lay dead inside of their holes
I see again a corpse crawling in filth
That corpse is me and once used to live.” (The Day I Dreamt a Nightmare). Sentivo echeggiare in lontananza questa cantilena, mentre mi trascinavo ormai quasi totalmente abbandonato da ogni parvenza di vitalità tra nebbie dense che ricoprivano distese di terra aride e macerie. Visioni orribili si susseguivano dinanzi ai miei occhi stanchi e nella mia testa dolorante, lamenti disumani giungevano alle mie orecchie da ogni parte di questo paesaggio abbandonato da qualsiasi forma di vita. Decisi di proseguire nella direzione dalla quale provenivano i latrati gutturali che scandivano la cantilena sopracitata e arrivai fino a scorgere delle ombre che conservavano vaghe fattezze umane. Si trattava di una banda di guerrieri non morti in preda ai fumi dell’alcool. I loro lamenti per l’eterna dannazione a cui erano stati condannati si fecero più intensi, così come la musica marcia e annichilente che tentavano di suonare. Cancer Spreading dissero di chiamarsi.

Cosa cazzo ci si potrà mai aspettare da un gruppo che prende il suo nome direttamente da un brano tratto dal seminale “Welcome to the Orgy”, EP datato 1987 dei mostri sacri (e qualcuno dice anche siano gli “inventori”…) dello stenchcore che rispondono al nome di Deviated Instinct? Cosa cazzo ci si potrà mai aspettare da questo “Ghastly Visions” (rilasciato nel luglio del 2016) se non il classico crust punk imbastardito dal death metal old school più marcio (o viceversa) a cui ci hanno abituato negli anni i modenesi Cancer Spreading e che, album dopo album, migliora in termini di qualità, personalità e intensità?

Il death metal old school è probabilmente più presente che mai su “Ghastly Visions” con passaggi, riff e rallentamenti che ricordano in più di un’occasione tanto la scuola svedese di Grave e Entombed, quanto il sound imbastardito dal doom opprimente di un gruppo mai abbastanza incensato come gli olandesi Asphyx e soprattutto, e sopra a tutti, la fonte d’ispirazione primaria, insieme ai giá citati Deviated Instinct, che fuoriesce da ogni singola nota suonata dai Cancer Spreading, ossia i Bolt Thrower del seminale capolavoro “In Battle There is No Law”, gruppo di cui i nostri modenesi suonano una versione ancora più sulfurea, marcia, apocalittica e angosciante. Lo stenchcore che accompagna i Cancer Spreading dagli inizi della loro carriera rimane la base di partenza di tutte le dieci tracce che compongono l’album, un sound debitore ai classici nomi del genere come i soliti Deviated Instinct o gli Extinction of Mankind, ma anche riconducibile ad uscite più recenti come lo splendido “Culto Abismal” degli spagnoli Cruz e l’oscuro “Scourge” degli irlandesi Okus, senza dimenticare le visioni più apocalittiche e angoscianti di gruppi italiani come Nihildum (recensiti poco tempo fa) e Campus Sterminii. Tanti nomi, tante influenze, tanta carne al fuoco. Ma questo album suona comunque al 100% Cancer Spreading e non come un semplice derivato di nomi ben più blasonati. Capito dunque che putrida aria nauseante tira dalle parti di questo “Ghastly Visions”? Ci troviamo dinanzi ad una band ormai in piena maturazione lirica e musicale che ci regala 40 minuti di puro stenchcore old school che avrebbe fatto certamente invidia ai maestri Deviated Instinct. Citando le parole degli stessi Cancer Spreading, che trovo perfette per concludere queste righe a loro dedicate, il loro scopo dichiarato è sempre quello di diffondere il più possibile il loro messaggio di nichilismo e autodistruzione attraverso l’autoproduzione e l’attitudine do it yourself. E ci riescono ancora una volta. Visioni orribili nella mia testa, urla lancinanti vagano inascoltate in un oceano di desolazione, disperazione e odore di morte pervade ogni avanzo dell’umanità passata… non c’è più bisogno di avere paura.

Smarrimento, morte, distruzione, eterna dannazione. E’ questo, solo questo e nient’altro, quello che ci portiamo dietro dopo esser stati annichiliti dalle “visioni orribili” dei Cancer Spreading e dal loro marcio e putrido stenchcore. Mentre ci ostiniamo a vagare senza meta per queste lande desolate senza più alcuna ragione per costringerci a sopravvivere, ci imbattiamo in un’altra banda di berserk che non hanno più nulla di umano e che appaiono come corrosi dal tempo, cantori delle macerie del mondo passato e dell’eterna condanna che domina il presente. “Humus”, questo il nome che essi scandiscono attraverso le loro voci gutturali che hanno solo un vago ricordo di qualcosa di umano. Humus, ossia lo strato più superficiale del terreno, quello che trattiene gli esseri viventi dopo la morte in uno stato di decomposizione. Una litania che assomiglia ad una sentenza di morte giunge alle mie orecchie e recita così: << Humus e’ la condizione di vita a cui e’ ridotto o e’ stato condotto l’uomo oggi. Cioe’ di un essere passivo al suo freddo destino, privo di una propria liberta’ d’azione, capace solo di farsi consumare, sfruttare, sottomettere e sprecare. Un individuo che vive nella continua illusione di essere felice in una realta’ basata sulla falsita’ e l’egoismo. La societa’ moderna ne e’ il suo cancro parassita.>>.

“Eterna Condanna” non è solo la condizione in cui noi tutti ci ritroviamo a vivere in questi oscuri tempi di miseria umana, ma anche il titolo dell’ultima fatica in studio degli Humus, guerrieri post-apocalittici in putrefazione che arrivano direttamente da Ancona. Gli Humus sono autori di un hardcore/crust punk fedele, tanto per sonorità quanto per approccio lirico e tematiche trattate, in egual misura sia alla scuola svedese del genere di gentaglia come Avskum e Anti Cimex, sia alla primordiale lezione hardcore di veri e propri mostri sacri della scena italiana come Wretched ed Eu’s Arse, senza dimenticare il classico e seminale suono d-beat riconducibile a Varukers, Discharge e Warwound su tutti. A tratti il sound degli Humus si spinge verso lidi crust-core e proto grind, tanto che sembra di ascoltare i Disrupt, e questo non può che essere un grande pregio dei nostri. Il tutto è condito con liriche riottose e rabbiose che si scagliano contro ogni forma di oppressione che ci troviamo a subire in quest’era paranoica dominata dal culto della merce e dal mito del progresso; testi che attaccano quindi quella barbarie che è il Capitalismo e i morti viventi-consumatori che crea, ma non solo. Gli Humus vomitano il loro veleno e prendono posizione anche contro il fascismo, da sempre risposta reazionaria della classe dominante e della borghesia per difendere i propri interessi. Quindi, per tirare le somme, ci troviamo dinanzi a niente più, niente meno che la formula perfetta per un bel disco crust/hardcore/d-beat tritaossa, distruttivo e annichilente, perfetta colonna sonora per questi tempi oscuri nei quali la morte è sempre in agguato!

Tempi bui, giorni che appaiono eterni, il mondo come noi lo conoscevamo era ormai sprofondato nel caos più totale, nessuna via di scampo, solo desolazione e morte si estendono tutte intorno a me. Sopravvivere o morire, poco importa in queste lande abitate unicamente da non-morti corrosi dal tempo pronti a banchettare con le nostre carni al suono di urla strazianti e disumane, sullo sfondo di un cielo radiottavo e di un paesaggio in putrefazione, inospitale per qualsiasi forma di vita. Visioni orribili che attanagliano la mia mente mi trascinano inesorabilmente verso l’oblio, lasciandomi in bilico ad osservare abissi di follia e mostruosi incubi che diventano reali, giorno dopo giorno su questa terra in putrefazione. Un’eterna condanna questo mio vagare continuo e senza meta per lande desolate, come compagni di viaggio solo la morte che si estendeva tutto intorno a me e il rumore suonato da Humus e Cancer Spreading. Sopravvivere o morire, poco importa sotto questa pioggia acida che mi corrode all’interno e all’esterno. Quando l’uomo sara preda dei suoi simili, la fine dell’umanità sarà quindi giunta una volta per tutte. Anno 2016, cronache post-apocalittiche.

Schegge Impazzite di Rumore #06

Torna anche in questi primi freddissimi giorni di dicembre (si, sarebbe dovuto uscire a fine novembre questo articolo, ma sono uno stronzo si sa) il consueto appuntamento con Schegge Impazzite di Rumore, il sesto per la precisione. Saranno come al solito schegge di rumore che si andranno a conficcare nei vostri occhi e nella vostra pelle provocandovi un dolore atroce, un dolore che è possibile sopportare solamente sparandosi nelle orecchie, al più alto volume possibile ed immaginabile, il rumore contenuto nelle recenti uscite dei quattro gruppi di cui vi parlerò oggi: Iena, Grog, K-19 e Up To Date. Il disastro sonoro arriverà e avrà i vostri occhi… i vostri occhi impregnati di terrore.

Partiamo con gli Iena, gruppo formatosi a Firenze Nord lo scorso gennaio-febbraio per mano di brutti ceffi già impegnati con Carlos Dunga e xDeloreanx (tra gli altri). Con questo loro primo Ep “Condanna a Morte” però toglietevi dalla testa sonorità thrashcore/fastcore tipiche dei due gruppi menzionati poco fa, perché in questo caso ci troviamo tra le mani un lavoro che sembra esser stato preso direttamente dalla prima metà degli anni ’80 visto che il sound proposto dagli Iena è il più classico Oi/punk82, grezzo, proletario e diretto come un pugno in faccia! È innegabile l’influenza e i continui richiami ai Nabat che possiamo trovare nella proposta dei fiorentini, ma è altrettanto innegabile l’importanza mondiale che hanno avuto i bolognesi sull’intera scena Oi! dagli anni ’80 in poi! Non solo Nabat però, in molti passaggi difatti la musica rabbiosa degli Iena riporta alla memoria il sound dei Dioxina, storico e mai dimenticato gruppo Oi! riminese. Quindi si, per farla breve, come avrete ben capito, questo “Condanna a Morte” ripropone senza futili fronzoli e senza troppe pretese il tipico sound Oi! all’italiana, quello più riottoso, grezzo e orgogliosamente proletario pronto a massacrarti di botte sei sei un fascio, uno sbirro oppure un ricco borghese di merda! Chi mi conosce bene sa quanto io non sia un amante folle del genere proposto dagli Iena, però quando un lavoro ha i cosidetti controcoglioni e ti fa muovere la testa dall’inizio alla fine non si può far altro che prenderne atto e riconoscergli il merito! Attitudine, rabbia proletaria e impeto di rivolta, tutto questo è perfettamente racchiuso nelle otto tracce presenti su questo primo Ep dei fiorentini. Menzione speciale per pezzi come “Firenze Nord” e l’inno “Lo Stivale Brucerà”, veri e propri pugni in faccia! Ora che gli Iena si aggirano sulla scena in cerca di carogne con cui sfamarsi, la nostra voglia di Oi! incazzato e incendiario può essere finalmente saziata! “Fate i Nabat”…no, facciamo gli Iena!

 

Canaglie di tutto il mondo unitevi per gustarvi appieno il sound rabbioso e annichilente dei Grog, una ciurma di pirati ubriachi marci che suona sporco e rabbioso d-beat/crust che non fa prigionieri! Il sound proposto dai nostri su questo loro primo S/t album rilasciato lo scorso aprile è violento ed annichilente, nonostante l’approccio e l’attitudine dei nostri spesso tenda all’ignoranza e al cazzeggio molesto, piuttosto che ad un “prendersi troppo sul serio” che alla lunga potrebbe risultare noioso e scontato. Undici le tracce che ci troviamo ad ascoltare su questo primo lavoro dei Grog, tra le quali spiccano “Vita in Quanto Stato di Non Suicidio” (titolo della madonna!!!), “Città Anno Zero”, “La Sicurezza che Uccide” e la conclusiva “Effetto Placebo”. Pensate al d-beat/crust dei Grog come il perfetto punto d’incontro tra il crust-core marcissimo dei Culto del Cargo e il raw’n’roll dei varesini Motron, giusto per fare i nomi di due dei migliori gruppi italiani in circolazione! Un arrembaggio molesto accompagnato da litri di alcol scadente, tutto questo è il S/t dei Grog! Alzate i vostri calici ciurma di canaglie all’ascolto e brindate ai Grog e al loro crust/d-beat tritaossa!

Per rimanere in tema di raw d-beat/crust punk, spostiamoci ora in Sardegna e precisamente a Cagliari, città da cui provengono i K//19, gruppo di recentissima formazione che a Ottobre ha rilasciato la sua prima fatica dall’emblematico titolo “Total Collapse of Society”, netta dichiarazione di intenti dei nostri.

Cinque pezzi (più una cover dei Raw Noise) di classico d-beat/raw punk che riprende la lezione tradizionale dei grandi gruppi svedesi come Driller Kille, Anti-Cimex, Absolut, ma anche dei tedeschi Autoritär tra gli altri, e fa tutto questo con attitudine e sincera dedizione. D’altronde l’intento con cui nasce questo progetto è chiaro fin da subito: “i K//19 nascono in base all’esigenza di continuare a perpetrare un fondamentalismo puramente raw d-beat da tempo snobbato e rimasto nei cantieri dei pochi manovali del genere”. I K//19 quindi suonano quello che piace loro, senza inventare nulla di nuovo ma anzi riuscendo a far suonare fresco e interessante un sound che potrebbe apparire sentito e risentito mille volte. Il raw punk/d-beat dei sardi tira dritto per la sua strada a velocità spedita spazzando via qualsiasi cosa si trova davanti e lasciando solo macerie al suo passaggio, riuscendo anche ad avere un certo gusto per le melodie (soprattutto nei bellissimi assoli dei primi due brani) in mezzo a tutta questa sua cieca furia distruttiva! Inoltre la proposta grezza dei nostri può ricondurre alla mente e all’orecchio echi di Crutches e qualcosa anche dei Paranoid, giusto per ribadire ancora una volta, se non fosse chiaro, quali siano i loro punti di riferimento. Se questo “Total Collapse of Society” è solo l’inizio, i K//19 faranno parlare di sé e faranno la gioia di tutti gli amanti del genere!

Chiudiamo questa sesta puntata con le nostre amate Schegge Impazzite di Rumore con un lavoro originariamente uscito nel lontano 1997 in formato 7″ e che viene oggi ristampato dalla Hanged Man Records. Sto parlando della prima e unica fatica dei torinesi Up To Date, realtà certamente minore e poco fortunata della scena italiana dei 90, ma che aveva la giusta attitudine hardcore e poteva contare su una buonissima capacità di songwriting, come testimoniato da questa interessante ristampa.

Quello che ci troviamo ad ascoltare su questo “…quanta Cenere”, come potete ben immaginare, è il più classico hardcore torinese degli anni 90, quello che affondava ben saldamente le proprie radici musicali, liriche e attitudinali nella seminale lezione dell’hardcore italiano della decade precedente come Declino, Indigesti e Negazione. Il sound e l’approccio degli Up To Date quindi ricorda molto quello dei Frammenti e Sottopressione, anche se molto più grezzo e sgraziato e senza raggiungere le vette liriche raggiunte dai due gruppi appena citati, ma non per questo meno apprezzabile. Hardcore senza fronzoli, semplice, diretto, in your face, proprio come piace a tutti noi! La Hanged Man Records ha diseppellito un gemma grezza di hardcore italiano dalla fin troppa polvere che la teneva celata, un lavoro che merita di essere riscoperto, ascoltato e apprezzato!

Verrete trafitti dalle nostre schegge di rumore impazzite, soccomberete sotto i colpi del nostro Disastro Sonoro!