“Alle creste colorate preferiamo il passamontagna”

“Siamo noi i cadaveri / di questa città di merda / dove non riusciamo a vivere dove non facciamo mai niente / dove le cose che ci restano / sono rabbia e disperazione tutto il resto ce l’hanno incarcerato / tutto il resto ce l’hanno sequestrato”
– 5°Braccio – Rabbia e disperazione –

Questi anni bui che siam costretti ad attraversare, sono anni nei quali qualunque spirito di ribellione e conflitto viene soffocato attraverso il controllo, la repressione, le galere, il lavoro, e le guerre. Massa di cadaveri, che sperimentano la morte ogni giorno e ricercano un senso a quest’esistenza, diventiamo sempre più dipendenti dai gingilli e dagli schemi che il capitalismo ci ficca in gola. L’hardcore, oggi non è da meno. Ciò che ci circonda è il continuo scimmiottamento di stereotipi; creste colorate che nascondono teste vuote, concerti organizzati in posti ambigui, nelle ARCI o locali legati alla logica del guadagno, dove per accedere c’è bisogno di una tessera e soldi per pagare biglietti salati. Diventiamo moda, spettacolo, merce consumabile e defecabile da parte del Capitale; soggetti da cartolina piene di A cerchiate, che urlano il proprio presunto odio verso la società il quale rimane solo uno slogan e non porta mai all’azione. La politica è stata messa da parte, ad ammuffire sotto la scalata sociale nella “scena”. Prendere posizione oggi vuol dire farsi terra bruciata attorno a sé, vale più una toppa sul proprio giubbino che un’idea che esplode in faccia alla realtà. Punk e Diy sono pratica quotidiana, ma oggi si preferisce far passare una ribellione annacquata che dura il tempo di una serata, sotto note distorte e tupatupa furenti, per tornare il giorno dopo alle nostre esistenze innocue. Il nostro essere anarchici e punx non costituisce un’identità, bensì un’attitudine che vuole negare e fare a pezzi questa società e le idee su cui è stata costruita. Se il DIY chiama ad un’inversione di rotta verso il consumo sfrenato, se l’hardcore è baluardo di un’alterità sovversiva, è necessario chiederci dove stiamo andando e con chi stiamo camminando. Nostra intenzione è spargere l’eco della nostra rabbia verso il nulla sociale e politico in cui versa questa schifosa città, contro la rassegnazione e l’indifferenza che apriva fin dentro i nostri spazi, i nostri concerti e le nostre teste. Non è la droga, l’alcol o la popolarità ad offrirci una risposta o a renderci qualcun*; è la nostra essenza e il nostro agire che ci determina.
L’hardcore per noi è azione diretta. La nostra vuole essere una chiamata a pensare e ad agire, ad avere il coraggio di schierarsi, per ritornare ad essere individui autentici, che esprimano la propria diversità e che insieme ritornino a divertirsi nella negazione e distruzione dell’esistente.

Alle creste colorate preferiamo il passamontagna

Gli strumenti in una mano, nell’altra il fucile

 

Questo testo è stato scritto dai compagni degli Schifonoia, una presa di posizione netta e chiara nei confronti della deriva che sta prendendo (o che ha già intrapreso da anni) la scena hardcore e punk, per ribadire ancora una volta che non si tratta solo di musica o di rumore, ma di schierarsi e di agire sempre in direzione ostinata e contraria attraverso pratiche quali l’autogestione e l’azione diretta, spinti dalla rabbia verso l’esistente che ci opprime ogni giorno e da tensioni sovversive verso quest’ultimo. Ed il punk o l’hardcore di tutto questo dovrebbero essere il mezzo e mai divenire un fine innocuo. Lasciarsi condannare a morte nell’apparente quieto vivere o insorgere e tentare di sovvertirlo? Lasciarsi uccidere al suono della nostra stessa musica o renderla arma con cui sferrare colpi mortali a questo mondo che vogliamo vedere ridotto in macerie?  A voi la scelta, senza scordare che oggi più che mai prendere posizione significa farsi terra bruciata attorno. Come scriveva qualcuno comunque, per riprendere la conclusione perfetta del testo scritto dagli Schifonoia: “VIVA LA BRIGATA BARDATA”. 

 

 

Am I Punk Yet?

Spiked my coat and tyed my hair
took my mind and put an A sign there
leather jacket and spiky hair
or should I have a mowhack there?
Am I punk? Am I punk, yet
(Electro Hippies – Am i Punk?)
Dicembre 2010. Ricordo ancora benissimo quando, giovane sedicente punx 14enne, mi ritrovai ad acquistare “Made in N.Y.C.”, primo live album dei Casualties dopo esser stato catturato dalla voce improponibile di Jorge Herrera su Youtube, dai suoi spikes rossi, dalle creste, anfibi, pantaloni quadrettati e tutto quello che nella testa di un piccolo idiota era punk all’epoca. E quel disco l’ho divorato per i mesi a venire, conoscendone a memoria praticamente ogni brano, probabilmente in qualche scatolone seppellito sotto metri e metri di polvere dovrei averlo ancora, dopotutto insieme ad un greatest hits dei Ramones, è stato il primo disco che mi ha fatto sentire un giovanissimo punk-ribelle, diverso dalla massa, antisociale e anarchico (lungi da me sapere cosa significasse “anarchia” nel lontano 2010), anche se chiuso nella mia cameretta, camminando per i corridoi del mio liceo sentendomi in qualche modo figo con nelle cuffie canzoni come “Tomorrow Belong to Us” o “Unknown Soldier” o anche semplicemente facendomi grosso davanti agli amici più metallari.
Si, come credo moltissimi altri della mia età, i Casualties sono stati uno dei primissimi approcci al “punk” nella sua accezione più vaga possibile, svuotata di ogni possibile significato e del tutto depoliticizzata. Un gruppo che ai tempi segnava il passaggio, almeno per quanto riguarda la mia esperienza personale, dal primo punk di Ramones, Clash e Sex Pistols e che si distaccava, quanto meno nella mia giovane e ingenua visione del mondo, dal punk più melodico di scuola NOFX, Rancid e simili. Peccato (o per fortuna) che 14/15 anni nella vita si hanno una sola volta, poi si cresce, ci si scontra con lo schifo e l’insoddisfazione per questa esistenza, con l’oppressione del quieto vivere che pesa come un macigno prima ancora di prendere coscienza dell’oppressione quotidiana perpetuata dallo Stato e dal sistema capitalistico e quindi si sente la necessità vitale di trovare nuove risposte alle tensioni sovversive verso l’esistente in cui qualcuno vorrebbe condannarci a morte felice. Il No Future fine a se stesso, così come la venerazione per il “chaos” divenuto solo simbolo da sbandierare o scrivere su giubbotti in pelle, lasciano quindi passo alla ricerca di qualcos’altro. Per me questo altro son stati contemporaneamente i Crass, i Negazione e i Wretched. Ma questa è un’altra storia che forse non vi racconterò mai.

“Yeah, that’s right punk is dead, it’s just another cheap product for the consumers head… ain’t for revolution, it’s just for cash, punk became fashion like hippy used to be, ain’t got a thing to do with me” (Crass)

Giunti a questo punto vi starete legittimamente chiedendo perchè ho iniziato questo articolo parlando dei Casualties. E avete ragione.
Ieri sera i protagonisti di questo articolo hanno suonato alla Marzolo Occupata, spazio occupato e autogestito in quel di Padova. La rabbia contenuta nelle mie parole è però rivolta totalmente ed esclusivamente ai Casualties, al loro pubblico e si estende fino a toccare i lidi di una certa sedicente “scena” che supporta simili prodotti commerciali, che vede il punk solamente come un modo alternativo, perfettamente riassorbito entro i confini del mercato e dell’economia capitalista che rende tutto merce, per fare profitti, quindi nulla contro i compagni e le compagne della Marzolo. A loro, per quanto la mia opinione valga zero, mi sento solamente di recriminare il fatto che non dovrebbero nemmeno permettere che certi punk da copertina, certe “maschere da intrattenimento” (come li ha chiamati giustamente qualcuno), possano mettere piede e organizzare una serata totalmente svuotata da ogni significato politico in uno spazio occupato e autogestito.
Premessa doverosa per chiunque mi accuserà di arrogarmi il ruolo di “poliziotto della scena”, cosa che mi tengo ben lontano dal fare o dal voler essere, si può benissimo fottere lui e qualsiasi tipo di divisa, di autorità o di controllo/sorveglianza. Chiarito questo punto, possiamo proseguire.

Per farla breve io non so come chiamarvi. Signori, punx, compagni, signori compagni, insomma non lo so. Però c’è una cosa che ci tengo a sottolineare con la solita vena polemica che mi contraddistingue da tempo immemore. Belli i Casualties, veramente. Se hai 14 anni. Se hai 14 anni e pensi che il punk ed essere punk significhi solamente avere una cresta colorata, anfibi, un giubotto borchiato e frasi fatte tipo “punk’s not dead” o “skins & punx united”, si sono anche belle le canzoni dei Casualties. Poi si cresce, si comprende e si interiorizza che il punk e l’hardcore non sono moda, non sono un modo alternativo di vestirsi, non significa semplicemente urlare slogan svuotati di ogni potenziale rivoltoso e di qualsiasi significato sovversivo in un microfono, bensì tutto l’opposto. Il punk e l’hardcore sono, o quanto meno dovrebbero essere, critica radicale, lotta, autogestione, collaborazione che schiaccia ogni velleità competitiva, fottuto do it yourself, autoproduzione; dovrebbe esse la più spontanea e intensa volontà di sovvertire questo schifo di mondo e di sistema nelle sue viscere putrescenti, la tensione vitale alla rivolta, l’opposizione attiva, quotidiana e concreta all’idra capitalista e all’oppressione-repressione dello Stato, il rifiuto di ogni gerarchia e di ogni autorità, la solidarietà e la complicità con altri propri simili alla deriva in mezzo alla tempesta ma convinti, oggi più che mai, a proseguire in direzione ostinata e contraria perché dio cane primo o poi ce lo riprendiamo sto cazzo di cielo. Si questa è una minaccia per voi tutti difensori dell’esistente, anche voi disobba che infestate la cosidetta “scena” hardcore. Ma anche su questo argomento ci sarà tempo di scrivere e parlarne, statene certi.
Ed è ancora moltissimo altro che eviterò di scrivere, perchè io non ho risposte nè tanto meno verità da insegnare.
Quindi si bello il punk da copertina e da casa discografica, ma solo se avete meno di 14 anni e la cosa più “punk” che fate è passare due ore in bagno a tirarvi su il mohawk verde fluo prima di uscire di casa. E come scrisse qualcuno: “Alle creste colorate preferiamo il passamontagna”

Death to Capitalist Hardcore! E fanculo a chi vede nell’hardcore e nel punk soltanto un’altra mera merce per fare profitti. Per dirla con i Tear Me Down: “No, non ci servono astuti produttori, bottegai e commercianti, usurai e tirapiedi, contiamo su di noi, stiamo in piedi da soli. Sangue, sudore e lacrime: e’ questo il punk hc. Hc autogestito per la sovversione, unire le forze, annientare l’oppressione, unita’ d’ azione…rivoluzione!”

I Suoni, le Parole – “Stay tuned or stay on the barricades”

Suoni e parole sulla “scena” punk, sempre in direzione ostinata e contraria. Seguite questa nuovissima trasmissione ospitata sulle frequenze di Radio Blackout! Ieri sera è andata in onda la primissima puntata di cui vi lascio il link al podcast perchè fidatevi che merita di essere ascoltata: I Suoni, le Parole – 17/01/19. Non si tratta solo di musica, perchè l’hardcore è sopratutto altro! Ci incontreremo sulle barricate compagnx di sventura alla deriva in questi tempi bui!

Di seguito le parole dei compagni “autori” di questo nuovo appuntamento “punk”, qualsiasi cazzo di cosa voglia ancora dire!

“Nuovissima trasmissione in quel di Radio Blackout!
I suoni, le parole vorrebbe essere (e chissà se diventerà questo o altro) una trasmissione di critica radicale e di contro-informazione, sulla “scena” punk e sulle sonorità che siamo solitx sentire nei posti occupati(?). In solidarietà alle lotte e a sostegno di chi è colpitx dalla repressione.

Primissima puntata di I suoni, le parole.
Sonorità ancora un pò confuse e critica sulla “scena” hc e gli ultimi eventi ad essa legati. Indirizzi di compagnx in galera e lettura dell’introduzione dell’opuscolo “Torri più alte sono cadute..” e di due testi. Degli “schifo noia” e degli “Zona D’ombra”.

Stay tuned or stay on the barricades!”

 

“Delle Galere solo Macerie!” – Aggiornamenti da Paska (da Round Robin)

Riporto la lettera scritta dal compagno Paska sulle sue condizioni carcerarie, ripresa direttamente dal blog Round Robin. L’hardcore non è solo musica e su Disastro Sonoro non ho mai smesso un secondo di ribadire questo concetto da troppi e troppo spesso dimenticato, volutamente o meno. Sempre solidali e complici con tutti i compagni e tutte le compagne privati/e della loro libertà dalla repressione dello Stato borghese, ma senza mai dimenticare che la solidarietà e la complicità a parole son del tutto inutili se non si tramutano in azione diretta e in lotta quotidiana contro ogni autorità, contro ogni gerarchia, contro ogni muro, contro ogni gabbia e contro ogni repressione. <<Delle galere solo macerie!>>, urla la voce dello stesso Paska all’inizio di “Macerie”, brano posto in apertura dello split tra i suoi Cospirazione e i Rauchers. <<Delle galere solo macerie>>, ancora oggi dev’essere il motivo che ci spinge a lottare contro lo Stato, ma deve iniziare a tramutarsi da semplice frase a concreta pratica rivoluzionaria di lotta e libertà! Paska Libero, tutti/e liberi/e!

 

“Confermo quanto detto, ma voglio un medico adeguato per quello che mi è successo. Quando sono uscito dalla cella, è vero ho spinto l’agente che era presente sul piano. Poi sceso all’ingresso ho spinto l’altro agente che mi aspettava e che faceva parte della scorta. Dichiaro però, che subito dopo, sono stato aggredito da più di dieci agenti, con schiaffi e pugni; mi hanno buttato a terra e ho ricevuto pugni e schiaffi, calci in testa, sulla schiena, sull’addome, su gamba sinistra e destra e sulla mano sinistra. E quando mi sono alzato ho ricevuto degli schiaffi fino a quando mi hanno ammanettato. Durante il tempo del pestaggio sono stato offeso e minacciato pesantemente”. Visto quanto emerge dagli atti, e soprattutto viste le certificazioni sanitarie DA CUI NON RISULTA QUANTO DICHIARATO DAL DETENUTO, tenuto conto della gravità dell’episodio, il collegio applica la sanzione di giorni 15 di esclusione dalle attività in comune.

Questo è quanto ho dichiarato al consiglio disciplinare, avvenuto venerdì 9 novembre in seguito ai fatti accaduti in carcere prima del processo dell’8/11.
Ma sarebbe bene ed opportuno raccontare tutto ciò che è accaduto in questo ultimo mese e mezzo. Il 2 ottobre la mattina parto dal carcere di Teramo per Lecce, arrivo verso le 16 in carcere; tempo delle lungaggini burocratiche, riesco a fare una doccia volante ed è già orario di chiusura. Il giorno dopo, nell’attesa di andare a processo chiedo di andare all’aria, ma la risposta è no perché “qui sei isolato”. Il motivo si spiegherà da solo due ore dopo. Poco dopo vado a processo e al ritorno non mi fanno salire in sezione a prendere le mie cose perché lo han già fatto le guardie; rimango in matricola e devo prepararmi gli zaini per l’aereo se voglio andare a processo a Firenze. Così facendo, quando le compagne e i compagni saranno lì il pomeriggio per fare un presidio sotto il carcere di Lecce io già sarò in volo per Genova.
A malincuore devo lasciare un po’ di cose giù, tipo pentole-padelle-libri-cd-opuscoli, perché non posso portare più di due zaini, quindi prediligo vestiti-lenzuola-coperte-documenti e qualche libro (più moka e fornello, fondamentali per la carcerazione) 🙂

Quindi il 3 ottobre alle 13 mi muovo da Lecce direzione Brindisi, dove prenderò ben due aerei (Brindisi-Roma e Roma-Genova), e poi mi muoverò da Genova per La Spezia in blindato. Alle 21 arrivo a La Spezia e vado a dormire vestito, non mi porto neanche i vestiti dentro e decido di prendere il tutto il giorno dopo, perché troppo stanco.
4 ottobre, 8 di mattina: perquisizione in stanza; tra l’altro il 2 sera a Lecce sotto il materasso trovai una lama artigianale che feci sparire e meno male, dato che il giorno dopo sono state le guardie a farmi i sacchi…coincidenze?Comunque, meglio prevenire che curare.
Il 6 ottobre mi fanno salire in sezione, mettendomi in stanza con un ragazzo con cui all’apparenza potevano esserci problemi sin da subito, ma in realtà non abbiamo dato soddisfazione alle guardie e ci siamo adeguati alle esigenze carcerarie.
Il 9 vado a processo, e primi screzi insulti reciproci con la scorta che ha modi di fare un po’ tamarri e coatti alla guida. Lascio passare. Dal giorno 10 o 11, non ricordo bene il giorno esatto, problemi per andare all’aria: le guardie devono avvisare il primo piano prima di lasciarmi passare perché direttrice e comandante, su suggerimento di “ordini dall’alto”,ci hanno messo un divieto di incontro a me e un altro compagno detenuto a La Spezia.
Inizio quasi a non sopportare più la situazione, ma la goccia che fa traboccare il vaso arriva il giorno 18: vado nuovamente a processo, ed oltre a dovermi sorbire tra andata e ritorno 300km, ammanettato, la scorta inizia ad “imitare” i personaggi di Fast & Furious. Appena entrati a La Spezia, al ritorno dal processo, iniziano ad accendere sirene, cacciare palette, bruciare semafori, tirare freni a mano, insultare e minacciare gli automobilisti per passare rischiando incidenti, fare sgommate…e percorrono un sottopasso a 80 all’ora, e all’atteraggio, perché di un volo si è trattato, sbatto la testa, mi cadono gli occhiali e sbatto fortissimo con le manette sul costato, che ancora mi fa male.
Salgo in sezione molto arrabbiato, il giorno dopo mi faccio visitare ma non riscontrano nulla logicamente, dico che devo parlare con direttrice e comandante, e che accellerino le pratiche per l’invio della richiesta di trasferimento (ufficialmente partita il giorno 23); loro già sanno benissimo che se dovrò partire da La Spezia per la prossima udienza del processo non gli renderò vita facile, ma non danno importanza alle mie parole.

Il 26 ottobre arriva un foglio dal DAP che mi notificano giorno 30 dove in sostanza mi rifiutano il trasferimento: logicamente risposta già preconfezionata, senza neanche aver letto l’istanza, dato che un rifiuto in così pochi giorni è un record! Situazione di nervosismo, insulti reciproci con le guardie, ed anche se so che forse non servirà a nulla, dichiaro l’incompatibilità con il corpo di polizia penitenziaria di La Spezia.
Volevo già iniziare lo sciopero il 31/10 ma aspetto il lunedì 5 novembre, dato che durante le feste non serve a molto, chiedo di parlare con la direttrice, mi dicono domani mattina ti chiamerà. Mattina dopo nulla, quindi mi rifiuto di rientrare in cella dalle 12 alle 13 e poi scendo all’aria, ed anche lì mi fermo rifiutando di risalire. Dopo mezz’ora (14.30 circa) mi chiamano direttrice e comandante, gli rifaccio rpesente tutte le problematiche di andare a processo con la scorta di La Spezia, dell’incompatibilità con le guardie, che sono a più di 500km dai familiari e a 150km dal processo, e che sanno benissimo che se non parto giorno 8 qualcosa accadrà. Loro rispondono che ricevono ed eseguono gli ordini del DAP, e di assumermi tutte le responsabilità di ciò che farò; rispondo che sicuramente mi accollerò tutto, ma basta che mi vengano addosso uno ad uno e non 10 contro 1.
Bene: giorno 8/11 succede quello che ho scritto all’inizio del testo; dopo avermi ammanettato e continuato a malmenare, chiamano il medico chiedendogli se ero in grado di andare a processo, e pure lui, impaurito solo a guardare la situazione, vede i bozzi e i lividi (ma non li scriverà) e mi chiede “Vuoi andare?”. Ed io dico di sì, anche perché avevo preparato una dichiarazione da leggere in aula, che avrei a quel punto modificato aggiungendo che mi avevano pestato in carcere prima del processo; dichiarazione abbastanza blanda dove volevo rimarcare perché chiedevo il trasferimento.
In aula, il giudice non mi fa leggere tale scritto affermando che la sede è inadatta, riesco però a far sapere alle altre e agli altri in aula che mi hanno pestato i secondini e sono in sciopero della fame da 4 giorni. Mi cacciano così dall’aula ed un secondino zelante, che mi ha schiaffeggiato fino all’ultimo, mi mette le manette strettissime tanto che i polsi diventano viola e per poco svengo. Mi portano alle cellette, e dopo un po’ mi fanno risalire, anche se siamo rimasti solo noi 3 imputati, oltre ad avvocati, giudici e sbirri, e dico agli altri 2 che vorrei rimanere per far vedere i segni sul corpo all’avvocato e tornare il più tardi possibile a La Spezia, prevedendo un altro pestaggio al ritorno. Così non è stato, anche se c’erano 5-6 guardie belle grosse che mi hanno portato a fare la visita per sciopero della fame. Provo anche a farmi refertare gli evidenti segni, ma non c’è nulla. Per i due giorni successivi proverò ancora a farmi refertare ma “non posso scrivere cose che non si vedono”. Finita la visita mi rimettono alla cella 1 del piano terra, la stessa dove dormii la prima sera qui a Spezia. Regime chiuso, le mie cose le avevan già preparate e messe in cella le guardie. Il giorno dopo, almeno, mi fanno recuperare il resto delle mie cose e mi fanno il consiglio disciplinare dandomi 15 giorni di isolamento.

Questo è quello che mi ha portato a dare due spinte alle guardie e il mio vissuto a La Spezia: niente di anormale, le guardie che ti provocano con fare mestierante e poi ti sfondano di mazzate quando sei a terra con calci e pugni su testa e schiena, direttrice che copre il pestaggio grazie alla complicità di medici (su 4 visite con 3 medici diversi, uno forse la seconda volta che mi ha visto ha scritto le parti che ho doloranti), e le guardie che ti minacciano pure di denunciarti per calunnia, con il giudice che non ti fa rilasciare una dichiarazione a riguardo e ti caccia dall’aula.
Tutto nella norma.E’ per questo che non mi ritrovo nella normalità della società, che giustifica l’autorità, gli abusi, i soprusi, e li copre. E’ per questo che continuerò lo sciopero della fame finché potrò, continuando a esigere il trasferimento in altro carcere, visto che se per De Andrè la stessa aria di un secondino non si può respirare nell’ora di libertà, io voglio proprio evitare di condividerla sempre con le guardie che qui mi hanno pestato, con i medici ciechi e complici, la comandante che giustifica i suoi uomini dicendo che mi invento tutto e la direttrice che nasconde il marcio sotto un tappeto di falsità.

SEMPRE A TESTA ALTA, PASKA”

 

Rumori Veloci – A Proposito di Ep, Demo & Split Albums #03

La copertina di questo terzo episodio di Rumori Veloci se la aggiudica la carogna intrisa di romanticismo dell’ex pugile francese Cristophe Dettinger che, nel contesto dell’ennesima giornata di rivolta e sommossa generalizzata dei Gilet Gialli a Parigi, con tutto l’odio che aveva nel cuore affronta a mani nude la gendarmeria in tenuta antisommossa. E come un gancio in pieno volto, i rumori veloci di cui vi parlerò quest’oggi vi lasceranno privi di sensi, sanguinanti, distesi a terra. In compagnia di Sepolcro, Potere Negativo, Stalker e The Seeker, che il disastro sonoro sia con voi ancora una volta! Tout le monde deteste la police! Tout le monde aime le bruit!

Ama il rumore, odia gli sbirri!

Sepolcro – Necrotheism Promo 2018 – In attesa di un nuovo Ep e sperando in un full lenght il prima possibile, i Sepolcro danno in pasto a noi anime dannate assetate di metal estremo questo promo intitolato “Necrotheism”, pubblicato in formato cassetta, in sole venti copie rosso sangue, per noi tutti amanti non solo del rumore ma anche di un certo modo di ascoltarlo (e collezionarlo) tipicamente vecchia scuola. Quello che ci regalano ancora una volta i Sepolcro è la loro solita interpretazione dell’old school death metal, quello più marcio e malato che non disdegna rallentamenti opprimenti al limite del doom in grado di creare atmosfere sinistre e angoscianti. Innegabile l’influenza primordiale di mostri sacri come gli Autopsy, i Morbid Angel e qualcosina a la Grave, anche se il death metal dei nostri ha le radici ben salde sopratutto in certa scuola finlandese riconducibile al sound oscuro di Disma e Funebrarum su tutti, senza dimenticare il death imbastardito col doom più funereo suonato dagli americani Winter agli inizi dei ’90 sullo splendido “Into Darkness”. Sono solamente due le tracce presentate dai Sepolcro su questa promo, “Unnamed Dimension” e “Malevolent Mist”, ma potranno certamente soddisfare i palati poco raffinati di tutti noi amanti dell’old school death metal più disturbante, marcio e opprimente! Death metal senza fronzoli imbastardito con rallentamenti e atmosfere pesantemente doom, immaginario e liriche che non nascondono l’amore viscerale per le folli opere dell’immenso Lovecraft, questo sono i Sepolcro e questo troverete su “Necrotheism”, nothing less nothing more! Slowly we rot into the grave!

“Ora basta ora basta, te lo grido in faccia, questo è il mio primo passo della mia rinascita”, urlavano cosi i genovesi Kafka negli ormai lontanissimi anni 90 con il loro hardcore furioso nella traccia “Ho Sempre Sbagliato”. E questo “Vertebre”, nuovissimo e attesissimo Ep segna davvero una sorta di rinascita per gli Stalker, dopo troppo tempo di silenzio e assenza. Come ben saprete gli Stalker si formarono proprio dalle ceneri degli indimenticabili e indimenticati Kafka accogliendo alla voce Alberto degli Ex-Otago nel lontano 2008 e oggi tornano più forti che mai con il loro hardcore ricco di sfumature personali e suonato con attitudine e passione sincera! “Vertebre” è composto da quattro tracce difficilmente etichettabili in un unico genere ben definito, questo a dimostrare quanto l’hardcore suonato dagli Stalker sia ricco di influenze e di spunti originali che vanno da atmosfere post rock alla rabbia del classico post-hardcore, regalandoci momenti assolutamente godibili grazie sopratutto alle liriche introspettive profondamente radicate nella tradizione hardcore italiana degli anni ’90 (Frammenti) o primi ’00 (Affranti). L’esempio migliore di quanto ho appena scritto ce lo da la titletrack, una mazzata che prende allo stomaco, traccia che rimane in bilico costante tra labile quiete e la tempesta che irrompe improvvisamente, con momenti e passaggi post rock a tratti malinconici sui quali si staglia solamente la voce di Alberto affilata come una lama che trafigge la fredda pelle mentre recita un testo intriso di malessere esistenziale. Tra le quattro tracce troviamo anche “Mai Più” già registrata precedentemente a questo Ep addirittura nel 2009 ma che si fa ascoltare sempre con enorme piacere risultando essere ancora oggi uno dei pezzi più intensi mai scritti dagli Stalker! È un hardcore polimorfo e cangiante quello suonato dai genovesi, in tensione costante tra momenti più atmsoferici e pulsioni noise, che ci trascina dentro un tornado di emozioni e umori  differenti da cui non è facile uscire per riprendere fiato. Volontà di esserci, volontà di farcela… E se mi rialzo fa più rumore! Bentornati Stalker!

Milano odia ancora! I Potere Negativo dopo il bellissimo esordio dello scorso anno intitolato “Il Mondo che Crolla”, tornano finalmente regalandoci queste due tracce di riottoso e selvaggio d-beat/raw punk hardcore condito come al solito con testi impregnati di rabbia, nichilismo, disillusione e odio che restano assolutamente uno dei loro punti di forza insieme ad una capacità non scontata di costruire pezzi che si stampano quasi immediatamente in testa. Due tracce che proseguono nel percorso tracciato lo scorso anno, anche se è possibile scorgere nel muro di rumore costruito dai Potere Negativo passaggi non scontati come l’atmosfera vagamente sludge che apre l’iniziale “Resti”. Due tracce per un totale di 2 minuti e 35 secondi di rumoroso e sporco hardcore, cosa cazzo si dovrebbe chiedere di più ai Potere Negativo? In attesa di ascoltare qualcosa di più sostanzioso lasciamo che Milano bruci, lasciamo che le fiamme della gioia inghiottano la grigia metropoli… solo il rumore è per sempre, il rumore del nostro mondo che sta ancora crollando!

 

Powerviolence über alles! I The Seeker continuano a regalare schegge di rumore impazzite e a breve distanza dalla pubblicazione dello split insieme ai tedeschi ArnoXDuebel, tornano con questo demo di 6 tracce che annuncia non solo l’uscita di uno split con i Mediated Form ma anche la pubblicazione di altri 15/17 pezzi (inclusi quelli presenti su questa demo) intorno alla metà di marzo, dimostrando che non sanno stare fermi un attimo e che il rumore, specialmente quello suonato veloce, scorre costantemente nelle loro vene! Sempre in bilico tra sonorità powerviolence e quelle più classicamente hardcore, i nostri non si stancano mai di suonare veloci e senza compromessi! Questa demo si apre

con la bellissima “Bring Me the Head of Benny Mussolini”, pezzo antifascista con un titolo inequivocabile per tutti i fasci di merda là fuori, al quale segue “Psych – O)))” un’altra traccia potente come un calcio nello stomaco e accompagnata da un testo introspettivo sublime che trasuda disagio esistenziale e culmina nella frase “I’m scared of people because people are scared of me”, devastante! I The Seeker dimostrano ancora una volta di essere di un altro livello, probabilmente uno dei migliori gruppi attualmente a suonare powerviolence fedele ai nomi classici del genere e allo stesso tempo ricco di sfumature personali, soprattutto nella vena irriverente che permea le liriche. Chiamiamolo e chiamatelo come volete, questa è l’essenza del fast-hardcore sparato a mille, suonato senza fronzoli e senza compromessi, con attitudine e passione sincera! Per il Potereviulenza, per l’anarchia i The Seeker sono in prima linea sulle barricate! Love at first molotov, amore a primo ascolto!

 

Sound of Suffering – Intervista ai Greenthumb

Qualche settimana fa i Greenthumb hanno pubblicato “There Are More Things”, ep di tre tracce che prosegue nel percorso tracciato dal debutto “West”, ovvero un concentrato di sludge/doom opprimente e feroce fedele ai nomi storici del genere ma suonato con tutta la rabbia selvaggia tipica dell’hardcore. Ho avuto la fortuna di far loro alcune domande, quindi godetevi l’intervista! 

Il nome che avete scelto per il vostro gruppo non lascia spazio a dubbi sul genere e sul gruppo a cui vi ispirate maggiormente. Ma oltre ai Bongzilla quali sono state e quali continuano ad essere le vostre influenze?

Per quanto i Bongzilla siano stati uno dei primi gruppi che ci ha fatto avvicinare al genere, non sono una delle nostre principali bands d’ispirazione. Sebbene il nostro nome e l’omonima cover presente nel nostro primo lavoro possano facilmente condurre l’ascoltatore a tale pensiero, questo ha delle radici più profonde. Se noi prendiamo, ad esempio, il nome Greenthumb e il nome del nostro primo lavoro West, concentrandoci soprattutto sul layout del disco, possiamo notare una forte antitesi fra questi termini. Greenthumb esprime fertilità, crescita, forza vitale, mentre West e la carcassa del cane che fa da copertina al CD esprimono invece deserto, aridità, morte. La sintesi di questi due termini messi in forte contrasto rappresentano la difficile realtà in cui personalmente viviamo, in cui il sogno di far crescere la pianta che sta dentro ognuno di noi è fortemente e brutalmente perseguitato dall’aridità morale e musicale che caratterizza la nostra città e che abbiamo sempre avvertito da quando, in adolescenza, abbiamo iniziato a suonare assieme. Per quanto riguarda le nostre influenze possiamo definirci degli ascoltatori musicali a tutto tondo, e per questo nei nostri pezzi si possono trovare varie influenze che nell’arco della nostra vita sono state essenziali. Oltre al nostro genere musicale in se, si possono notare influenze che vanno dal blues al black metal, anche se il genere che più ha influenzato la nostra forma mentis è, paradossalmente, l’hardcore californiano, stile musicale e di vita che in adolescenza, per la sua arroganza e il suo non avere peli sulla lingua, ci ha fortemente deviato.

Venite da Alghero, quindi la domanda è: quanto vi ha influenzati (se vi ha influenzato) il vostro territorio nel comporre e pensare il vostro sound opprimente, annichilente e rabbioso?

La nostra terra sicuramente ha influenzato il nostro modo di suonare in maniera irreversibile. L’isolamento dovuto da una terra bagnata dal mare in ogni direzione non può fare altro che alimentare la nostra voglia di uscire da questa situazione. Esistono molti gruppi sardi veramente validi che non riescono ad emergere a causa di questo isolamento. Nella nostra terra puoi suonare esagerando in tre città, e se non metti tutto te stesso, dando anima, corpo ed energie per i tuoi obbiettivi, difficilmente puoi arrivare alla visibilità che i gruppi della penisola riescono ad avere più facilmente. Se prendiamo l’esempio specifico di Alghero, la situazione appare ancora più critica, dal momento che si tratta di un isolamento nell’isolamento, e ciò si riflette anche nell’ambito musicale, basti considerare che il nostro è l’unico gruppo underground nella nostra città. Come detto prima però, per quanto il nostro percorso sia pieno di sacrifici, frustrazione e solitudine, tutto questo non ci spaventa affatto ma insinua in noi una fame difficile da placare. Per quanto riguarda l’ambito musicale il gruppo sardo che ci ha influenzato maggiormente sono i Black Capricorn, doom da Cagliari, a parer nostro uno dei più validi in Europa, da sempre per noi fonte di ispirazione.

Negli ultimi anni lo sludge (e generi con cui si contamina costantemente come doom e stoner) sembra aver trovato nuova linfa nel nostro paese, basti pensare a gruppi come Evil Cosby, Deadsmoke, Grime o  Sator. A cosa pensate sia dovuto questo ritrovato interesse per tali sonorità, per loro natura ostiche e perciò di nicchia?
Pensate si possa parlare di vera e propria scena italiana? Se si, quali pensate possano essere le sue caratteristiche che la differenziano dalla scena storica e in generale dall’approccio classico del genere?

E’ un genere musicale che esiste da tanto tempo e nella storia della musica c’è sempre stato chi ha provato a sviluppare questo tipo di sonorità. Noi personalmente cerchiamo di sviluppare un sound anacronistico ispirandoci a gruppi di un passato che può sembrar remoto. Non crediamo tuttavia che si possa parlare di vera e propria scena sludge/doom italiana, poiché siamo convinti che l’unica scena che esista è quella hardcore, in cui i gruppi dei generi più disparati suonano senza una divisione musicale. Non abbiamo quasi mai suonato in concerti dedicati a soli determinati generi, la maggior parte dei nostri live sono stati condivisi con gruppi grind, crust, powerviolence e non c’è cosa migliore di creare queste situazioni senza dividerci in compartimenti stagni. Abbiamo avuto il piacere di conoscere e suonare assieme a gruppi come Gufonero e Biggmen, bands che con il proprio sound alimentano questo genere musicale nel nostro paese, e che non potrebbero mai essere dissociati dalla scena hardcore, sia per i loro progetti passati e attuali che per il loro modo di vivere la musica.

Come si sviluppa il percorso che vi porta alla stesura delle liriche? Chi scrive i testi? Da cosa sono ispirati e cosa cercate di trasmettere con essi?

Non c’è tra di noi qualcuno in particolare che scrive i testi. Scriviamo tutti, dandoci a vicenda ispirazioni e correzioni. Tuttavia lo scrivere e il comporre sono due azioni separate. Quasi mai queste si sviluppano contemporaneamente. Prima di trasformarsi in liriche ciò che scriviamo è la concretizzazione di concetti che individualmente estrapoliamo da ciò che ci appassiona e che, in diversi modi e tramite differenti canali ( arte, letteratura, cinema ecc ) studiamo e intimamente assimiliamo. Nel nostro nuovo lavoro “There are more things” i tre pezzi presenti sono accomunati da situazioni che non hanno un tempo specifico, e i luoghi presenti non sono nitidi, bensì sfuocati, che non danno certezze all’ascoltatore ma alimentano l’immaginario individuale. Cerchiamo di sviluppare un ambiente e un’atmosfera tale da catapultare chi ci ascolta in ambienti onirici che lo possano portare oltre il contesto reale che lo circonda.

Esiste una cosiddetta scena underground/diy metal/punk ad Alghero? Avete gruppi da “consigliare” agli sfortunati lettori che si imbattono nelle pagine virtuali di Disastro Sonoro?

Oltre a suonare nei Greenthumb organizziamo concerti sotto il nome di “ L’Home Mort” ,“uomo morto” in Algherese. Siamo attivi da tre anni e cerchiamo di tenere viva una situazione che nella nostra città non è mai esistita sotto quest’ottica. Abbiamo avuto il piacere di far suonare gruppi della penisola come Gufonero, Grumo, Evil Cosby e Mesecina. abbiamo organizzato un minitour isolano ai Link, band belga blackned crust dal 97, e hanno suonato ai nostri concerti quasi tutte i gruppi della Sardegna. Nonostante questo ad Alghero nessuno a parte noi fa queste cose ed essendo soli anche l’organizzare, come il suonare, risulta difficile vivendo in Sardegna, noi abbiamo la fortuna di avere ad Alghero Respubica, centro culturale in cui, oltre a organizzare, proviamo, stampiamo nel laboratorio serigrafico e sviluppiamo nella camera oscura

Domanda doverosa: progetti futuri? Nuovo album previsto? prossimi concerti?

Sebbene il nostro ultimo lavoro “there are more things” sia uscito a Dicembre stiamo già lavorando a un nuovo progetto con la voglia di migliorarci sempre di più. Quest’anno inizieremo con due date sarde a febbraio in compagnia dei nostri amici Mesecina, con il desiderio di ritornare il prima possibile il Italia e cercare di organizzare qualcosa all’estero. Inoltre ci saranno delle aggiunte nella formazione, un azzardo che ci intriga molto e che non vediamo l’ora di svelare.

Ringrazio i Greenthumb per il tempo dedicatomi, aspettate a breve la recensione di “There Are More Things” che potrebbe vedere la luce in una veste differente dalle solite pagine virtuali di questo blog come siete abituati, chi lo sa…