Anno Omega – Anno Omega (2019)

Anno Omega, dopo la guerra nucleare. L’ennesima battaglia tra le bande e le tribù che abitano ciò che resta della città di Milano è finita ma si odono ancora gli spari in lontananza, dietro le macerie dei grattacieli si può scorgere ancora il fumo che oscura il cielo e inghiotte un pallido sole artificiale. Pochi i sopravvissuti all’apocalisse nucleare, ancora meno coloro che mantengono una parvenza di esseri umani tra creature geneticamente modificate dalle radiazioni e altri che si sono ormai abbandonati ai loro primitivi istinti, quelli più malvagi e selvaggi, assetati di distruzione e caos nel nome del nichilismo più totale. Qualcuno tra questi sopravvissuti decide di mettere su un gruppo per suonare l’unico genere musicale possibile nelle periferie della Neo-Milano dominata dalla paranoia nell’Anno Omega. Angoscia punk paranoico è il suono con cui dare forma e voce alle ultime fantasie di sopravvivenza, alle ultime pulsioni di sovversione. Dalle radio rotte escono le melodie di questo esperimento musicale e invadono le strade dominate dell’angoscia, in questa era paranoica ed ossessiva.

Il collettivo Kalashnikov e tutte le individualità che nel corso di questi decenni lo hanno attraversato si sa, sono caratterizzate da una vitalità artistica

 estremamente cangiante e polimorfa; infatti al di là degli svariati album dal tipico sound da loro stessi rinominato “Romantic Punk”, i vari personaggi che girano attorno ai Kalashnikov negli anni hanno dato vita ai progetti più diversi, da “Heimat der Katastrophe”, etichetta creata e gestita da Stiopa, Sarta e il Don principalmente dedita a produzioni in ambito dungeon synth, ambient punk, synth wave a tema post nucleare e molto altro, fino a giungere appunto a questo nuovo progetto denominato “Anno Omega”, nome che parrebbe essere un riferimento voluto ad uno storico b-movie post apocalittico italiano degli anni ’80 intitolato proprio “I Predatori dell’Anno Omega“. I territori in cui si muove questa nuova entità si pongono a metà strada tra l’anarcho punk di scuola britannica, l’hardcore italiano degli ’80, il sound “siberiano” dei Graždanskaja Oborona, l tutto condito con suoni synth, veri protagonisti dell’intero lavoro, riportando spesso alla memoria proprio il “romantic punk” tipico dei Kalashnikov. Non sarebbe un azzardo definire il sound degli Anno Omega come “angoscia-punk paranoico“, prendendo ispirazione proprio da “Angoscia Rock”, titolo di un brano e di un Ep proprio dei Kalashnikov, a loro volta ispirati dal romanzo fantascientifico “La Musica della Città Vivente” di John Shirley. Dall’iniziale “È Già la Fine per Noi” alla conclusiva cover di “Occupazione“, immortale brano dell’hardcore italiano degli anni 80 firmato dai 5° Braccio, passando per brani che non faticano a imprimersi nella testa al primo ascolto come “Un Deserto che Non Vedi”, “Panico dei Dati”, “Fantasie di Sopravvivenza Nucleare” “Occhi di Ragno” giusto per citarne alcuni, ci troviamo ad ascoltare nove tracce di angoscia punk paranoico accompagnate da un comparto lirico e concettuale di qualità elevata. Inoltre ci tengo a menzionare, stando a quanto detto dallo stesso Sarta durante la prima apparizione live degli Anno Omega nella cornica della Casa Occupata Gorizia di settimana scorsa, che la traccia “Combatti” è ispirata ad uno dei gruppi hardcore italiani più importanti di sempre, ovvero i Wretched. Nient’altro da aggiungere su questa prima fatica a firma Anno Omega, un ottimo esperimento di angoscia punk paranoico che merita più di un ascolto e che sicuramente non può lasciare indifferenti, sia per quanto riguarda le liriche e le tematiche trattate sia per il sound personale proposto dai nostri, senza dimenticare l’angosciante atmosfera generale che fa da contorno a tutto il lavoro.

Fantasie di sopravvivenza nucleare emergono dalle note di questo esperimento di “angoscia punk” che suona nelle strade invase dalla paranoia in questo oscuro presente distopico dove ogni nostro atto di amore sovversivo e di resistenza viene costantemente controllato, sorvegliato e represso. Noi, i cospiratori dell’Anno Omega, siamo pronti a insorgere. È già la fine per voi.

Anno Omega, giorno 1, Neo-Milano.

Rumori Veloci – L.UL.U/God’s America e Failure/Ona Snop

PLAY FAST TILL THE DAY YOU DIE!

Failure

Puntata speciale di “Rumori Veloci” dedicata esclusivamente a due split album usciti nelle scorse ore che sono delle vere e proprie bombe! Sto parlando delle ultime fatiche targate L.UL.U e God’s America da una parte e Failure e Ona Snop dall’altra, lavori che rispondono ad un unico imperativo categorico: “play fast or die trying!”. Questi due split faranno di sicuro la gioia di tutti gli amanti di sonorità fastcore, powerviolence e grindcore!

I L.UL.U ci avevano lasciati con un super fast Ep di solo due tracce qualche mese fa e sinceramente non si vedeva l’ora che buttassero fuori qualcos’altro, visto che stiamo parlando di una delle migliori realtà italiane in ambito fastcore di cui si sentiva la mancanza! In questo split con i God’s America, interessantissimo gruppo di Las Vegas dedito a sonorità powerviolence/grindcore, i L.UL.U ci regalano quattro nuovissime schegge del loro incazzatissimo fast-hardcore tutto attitudine e passione. Ci troviamo di fronte all’ennesima raffica di pugni nello stomaco a cui ci hanno sempre abituato i milanesi, l’ennesimo calcio in faccia che fa saltare via i denti. A livello di sonorità il fastcore dei L.UL.U, urlato, come sempre, fino a squarciarsi la gola dall’incazzatissima Beret e sorretto da quella vera e propria macchina da guerra che siede dietro le pelli che risponde al nome di Angel, mi ha riportato alla mente ancora una volta gruppi del calibro di Hex e Last Words, nonché lontane influenze più powerviolence riconducibili ai Manhunt o ai Worse. Sul lato dello split occupato dall’hardcore furioso e veloce dei L.UL.U spiccano certamente “Object” e la conclusiva  “Broken Bones” traccia il cui titolo non lascia certo spazio a interpretazioni. Schegge impazzite di fastcore rabbioso trafiggeranno il vostro corpo e le vostre orecchie, vi prenderanno a pugni fino a farvi sputare sangue lasciandovi agonizzanti a terra con le ossa distrutte come dopo un pogo selvaggio. Velocità e rabbia, l’essenza dell’hardcore suonato dai L.UL.U. 

Se non fossero bastate le mazzate targate L.UL.U e God’s America, ci penserà lo split tra Failure e Ona Snop, due delle realtà più interessanti della scena hardcore europea, a darvi l’ennesima scarica di calci in faccia! Questo split è un granitico concentrato di fastcore incazzato e devastante powerviolence che ha come unico dichiarato intento quello di infliggerci il dolore più assoluto sia a livello fisico che a livello psicologico, senza fare prigionieri, senza permettere a nessuno di ripredere fiato.

I Failure ripartono da dove si erano interrotti con il loro primo stupendo lavoro, ovvero un fastcore rabbioso e senza troppi fronzoli, che tira dritto per la sua strada lasciando solo macerie e distruzione al suo passaggio, che, come già scritto per i L.UL.U, non ci pensa due volte a prenderci a pugni nello stomaco e lasciarci senza vita per terra! Tra le sette tracce dei Failure a cui si somma  “Rotisserie Geezer“, cover proprio di un pezzo degli Ona Snop, spiccano senza ombra di dubbio l’iniziale “I Don’t Want to Talk to You”, “Gold-Coated Turd” e “Bleeding Hands”, esempi perfetti dell’attitudine dei nostri e del loro fastcore che ha la capacità di stamparsi immediatamente in testa! Suonare veloci fino alla morte o morire provandoci, ecco l’essenza più pura e sincera del sound dei Failure! Gli Ona Snop, per chi ancora non li conoscesse (e sarebbe un peccato imperdonabile), invece suonano un mix devastante e assolutamente personale di powerviolence e fastcore con evidenti influenze grind e vengono da Leeds, città la cui scena hardcore si sta dimostrando estremamente viva e florida nell’ultimo periodo grazie anche a gruppi come i Gets Worse (ne è un esempio perfetto la loro ultime fatica in studio, “Snubbed”). Sei mazzate di power-fast-violence tra cui spiccano senza ombra di dubbio “Chain Man” posta in chiusura e la  brutale “Melancholic Career“, sei mazzate che picchiano forte in testa come se non ci fosse un domani per gli Ona Snop, gruppo assurdo, irriverente e a cui frega letteralmente un cazzo di prendersi sul serio! Visti live nella cornice di Villa Vegan la scorsa estate in compagnia proprio dei Failure, posso assicurarvi che sono uno spettacolo tutto da godersi e che la loro miscela esplosiva di fastcore e powerviolence suona ancora più devastante dal vivo! 

Credo sinceramente di aver sparato già fin troppe stronzate e quindi ritengo di non avere più niente da aggiungere. Fate vostri il prima possibile questi due split che concentrano il meglio del disastro sonoro e del rumore veloce! E ricordatevi che l’unica cosa che conta, come ci insegnano L.UL.U, God’s America, Failure e Ona Snop è la seguente: PLAY FAST OR DIE TRYING!

 

 

Evil Fragments #01

Mortal War, che si prendono la copertina di questa prima puntata di “Evil Fragments”

Nel lontano 1999 i giapponesi Effigy rilasciano il loro primo demo dal titolo “Evil Fragments”, una piccola perla di crust punk marcio e oscuro imbastardito perfettamente con le pulsioni thrash metal di gentaglia del calibro di Axegrinder e Sacrilege. In questa prima puntata di “Evil Fragments”, nuova rubrica dedicata a quelli che ritengo essere i lavori migliori usciti recentemente a livello mondiale in ambito crust punk, stenchcore e d-beat, vi parlerò delle ultime fatiche di Mortal War, Lifeless Dark, Physique e Subversive Rites. Tanta carne al fuoco per questo primo appuntamento con i frammenti del male!

I Mortal War esordiscono con questo primo demotape intitolato “Gates of Hell” nel 2017 e ci regalano uno stenchcore/crust punk apocalittico, oscuro e intriso di quella rabbia primordiale che solamente il crust della prima ondata sapeva trasmettere. Nelle tre tracce, più una cover di “Winter” degli Amebix, che compongono questo “Gates of Hell” possiamo notare quanto abbiano influenzato il sound dei Mortal War lavori immortali come “No Sanctuary” dei già citati Amebix, “Grind the Enemy”, primo demo targato Axegrinder e sopratutto l’Ep “From Hell” dei giapponesi Effigy. Mentre ci addentreremo nello stenchcore suonato dai Mortal War, attraversando i cancelli dell’inferno, l’atmosfera si farà sempre più tetra e opprimente, lande desolate ricoperte da corpi in putrefazione, testimonianze di battaglie barbare e degli orrori della guerra, si apriranno dinanzi ai nostri occhi impauriti e una luna nera ci renderà in eterno schiavi dell’oscurità, costringendoci a vagare senza meta come anime condannate alla dannazione eterna! Da brividi la seconda traccia “The Battle’s End” che si apre con un intro atmosferica che ci illude dell’arrivo della quiete dopo la tempesta dell’iniziale “Slave to Darkness”, sfociando poi in realtà in un vero e proprio selvaggio massacro con le cavalcate di chitarra a costruire un’atmosfera epica e la batteria a scandire i colpi come se ci trovassimo nel mezzo di un campo di battaglia. A quanto pare i nostri giovani crusters from Philadelphia hanno interiorizzato al meglio la lezione primitiva del crust più apocalittico e selvaggio di scuola Amebix/Effigy, riuscendo a regalarci un ottimo demo che farà la felicità di noi tutti amanti dei gruppi sopracitati e di gentaglia del calibro di Fatum, Instinct of Survival o Stormcrow! Che si aprino i cancelli dell’inferno, che l’oscurità regni sovrana su questa terra condannata all’oblio!

Dopo un paio di demo interessanti i newyorkesi Subversive Rite rilasciano finalmente il loro primo album intitolato “Song for the End Times”. Il disco si apre con un’intro acustica che lascia però subito spazio ad un d-beat/hardcore veloce e rabbioso con la voce di Claire a farla da padrona, un sound fortemente influenzato dalla primissima scena britannica degli anni ’80, Varukers, Discharge e Warwound su tutti. Per descrivere al meglio il sound proposto dai Subversive Rite però dobbiamo fare uno sforzo e immaginare una ibrido bastardo tra il crust suonato dai Sacrilege sui primi demo datati 1984, l’hardcore dei giapponesi Death Side e infine il d-beat/crust di scuola svedese suonato alla maniera degli Anti Cimex dell’era “Scandinavian Jawbreaker” o degli Avskum di “Crime & Punishment”. Prendete il meglio dai gruppi e dai lavori appena citati, aggiungete delle vocals urlate (ma che non divengono mai veri e propri screams o growls) a la Saira degli immensi Detestation e potrete quantomeno avvicinarvi ad immaginare la musica suonata dai newyorkesi su questo incredibile “Song for the End Times”, che ritengo essere uno dei migliori lavori usciti in ambito crust/d-beat nell’ultimo periodo e sicuramente uno dei più interessanti di questo inizio 2019. Dieci tracce che trattano tematiche tipiche del genere, dall’imminente fine del mondo e dell’umanità (dopo tutto basta leggere il nome dell’album per capire su quali coordinate si muovono liricamente e concettualmente i Subversive Rite) come nell’iniziale “Last Blast” e nella splendida e conclusiva “It’s Too Late“, all’ossessione della società moderna per il controllo e la sorveglia nella traccia intitolata, citando 1984 di George Orwell, non a caso “Big Brother”, passando per prese di posizione contro il voto e la delega che legittimano unicamente ingiustizie, sofferenza e sfruttamento (“Pigs in a Pen“) o la volontà di abbattere questo sistema che si fonda sulla gerarchia, sull’autorità e sul dogma capitalistico del profitto per costruire finalmente un mondo altro espressa in un verso come “subvert your laws, a new way of life breaks down the walls” della quinta traccia “Subversive Rite“. Questo album sarà la colonna sonora che accompagnerà la fine del mondo come lo conosciamo basato sullo sfruttamento e sul dominio dell’uomo da parte dell’uomo; dieci tracce di d-beat/hardcore che scandiscono le ore che mancano alla fine di questi tempi bui, mentre noi cospiriamo per la sovversione, per l’insurrezione! 

Un altro lavoro estremamente interessante e godibile di questo inizio 2019 è sicuramente “The Evolution of Combat“, ultima fatica in studio rilasciata i primi di gennaio dai Physique, band che non nasconde il suo essere cresciuta a pane e Disclose! Il raw d-beat/hardcore suonato dai nostri infatti è ben radicato tanto nella lezione dei Discharge più classici quanto nella sua estremizzazione noise ad opera dell’immortale Kawakami insieme ai suoi fantastici Disclose, gruppo per i quali i nostri sembrano avere una venerazione nemmeno troppo celata. Il suono è caotico e estremamente grezzo, la registrazione è lo-fi quanto basta per rendere il tutto ancora più rumoroso e marcio, tutto questo è quello che ci troveremo ad ascoltare su questo “The Evolution of Combat”, dieci tracce di “rumore non musica“, in perfetto stile Disclose e che riporta alla mente anche le pulsioni più noise e raw di altri gruppi hardcore/crust come i Disorder o gli oscuri giapponesi Gloom. Inutile citare questa o quell’altra traccia nello specifico perché questo lavoro è un monolite di raw hardcore punk atto unicamente a creare il rumore più assoluto e volto alla distruzione più totale nel nome del caos, dall’iniziale “Violence of Another Day” alla conclusiva e omonima “Physique” ci troviamo sparate nelle orecchie dieci schegge impazzite di rumore distorto che crea dipendenza. Se il silenzio è la morte, i Physique hanno scelto la loro strada, la strada del rumore più assoluto e disturbante. Il rumore di questo mondo ormai in macerie! Nel segno e nel ricordo eterno di Kawakami, noise not music come unico credo impresso nella testa dei Physique!  

“Who Will Be the Victims” dei Lifeless Dark, gruppo di Boston all’esordio con questo Ep di sole cinque tracce, è uno di quei lavori che appena finisci di ascoltare rimetti da capo una, due, tre, dieci volte di fila! Che esordio, porca troia! La prima cazzo di volta che ho ascoltato questo demo ho pensato che i Sacrilege avessero sfornato un nuovo lavoro e invece mi son trovato davanti ad un giovanissimo gruppo di Boston che nel 2018 ha saputo ricreare perfettamente un sound a cavallo il thrash metal e il crust punk tipico dell’underground britannico/europeo degli anni 80. In molti passaggi di questo “Who Will Be the Victims?” sembra di ascoltare un mix tra i già citati Sacrilege (innegabile principale influenza dei nostri), il crust primordiale degli Hellbastard e il death metal di scuola Bolt Thrower del periodo 87-88, giusto per fare qualche nome che possa rendere più chiaro a chi legge il sound dei Lifeless Dark. La tape si apre con “Terminal Phase”, intro strumentale della durata di quaranta secondi che prepara il terreno al massacro della successiva “Outcry“, vera e propria scheggia di crust punk imbastardito da cavalcate thrash di scuola Sacrilege/Axegrinder che sfocia in un assolo da brividi. Altra traccia da sottolineare è sicuramente la conclusiva “Feeding the Light”, anch’essa sempre in bilico tra le pulsioni più metal e quelle piu marcatamente punk tipiche dell’underground estremo degli anni ’80, con il riff principale che si stampa immediatamente in testa e l’assolo finale a concludere in maniera sublime questo “Who Will Be the Victims?”. Per chi negli anni si è divorato più volte “Behind the Realms of Madness” e si è ascoltato un giorno si e l’altro pure i Sacrilege (ma anche Amebix o Axegrinder tra gli altri) come il sottoscritto, i Lifeless Dark e questa loro prima fatica vi faranno innamorare al primo ascolto! 

 

Feral Thrust – Il Grembo della Rovina (2017)

La percezione di un temporale imminente e la pioggia lieve che si infrange tra le fronde degli alberi sono i primissimi suoni in cui ci imbattiamo, mentre veniamo inghiottiti da un’atmosfera oscura e pagana come se ci fossimo persi nelle profondità della natura più selvaggia, di tempi antichi dominati da forze primordiali. Ed è solo in questo momento che una litania cantata da una voce sciamanica femminile ci introduce a questo “Il Grembo della Rovina” e ci prende per mano conducendo le nostre anime dannate in 

un rituale pagano nel cuore più oscuro e impenetrabile di una foresta attraversata da pulsioni ancestrali che sopravvivono al progresso e da creature selvagge che scrutano ogni nostro movimento, aspettando unicamente un nostro errore per trascinarci con loro nelle viscere più remote della selva. Una litania sorretta da ritmiche di batteria tribali che ci danno l’impressione di essere sotto l’effetto di chissà quale intruglio allucinogeno mentre assistiamo in trance ad un rituale sabbatico per risvegliare forze naturali sconosciute e esseri primordiali che abitavano su questa terra prima dell’avvento della civiltà umana. La voce sciamanica che apre questa prima fatica della creatura che prende il nome di Feral Thrust, gruppo che si divide tra Milano e Berlino, è quella di Mar, strega che ci accompagnerà per tutti questi tredici minuti di primitivo, tribale e oscuro stenchcore/crust punk che partendo dalla lezione dei maestri Amebix, giunge fino a lavori come “On The Horizon” dei Sanctum e “Time Passes to Dark” dei Fatum, senza scordarsi sfumature e pulsioni riconducibili a gruppi assolutamente sottovalutati come Nux Vomica e Appalachian Terror Unit e richiamando, soprattutto quando la voce di Mar si tramuta in lamenti infernali, gli indimenticabili Contropotere!

“Il Grembo della Rovina” è composto esclusivamente da due tracce, da un’intro di cui vi ho già accennato e da un outro. Il primo brano in cui ci imbattiamo durante questa esperienza mistica e pagana è la titletrack, il perfetto punto di incontro tra gli Amebix più apocalittici e i lavori più selvaggi dei Fatum, il tutto condito con un atmosfera oscura che si fa più opprimente anche grazie all’iniziale lentezza quasi doom (stile Celtic Frost) dei riff suonati da Franz, mentre il ritmo di basso e soprattutto di batteria, rispettivamente suonati da Michele e Nicola, si fa ipnotico ampliando la sensazione di trovarsi immersi in un rituale sciamanico costretti da qualche oscura forza primordiale a danzare intorno al fuoco insieme a creature selvagge risvegliate da un sonno eterno. La seconda parte del rituale è affidata alle note di “Il Seme del Riscatto”, brano anch’esso che si muove sulle coordinate finora tracciate e che prosegue nella creazione di un’atmosfera ipnotica e oscura, accentuata dalla solita Mar che alterna sapientemente i suoi lamenti selvaggi e demoniaci con una litania parlata che ci accompagna verso la conclusione di questa esperienza sabbatica attraversata da vibrazioni primordiali sottoforma di Stenchcore pagano e tribale.

L’idea alla base del progetto Feral Thrust è quella di dare un’ espressione musicale al fondamentale rapporto tra essere umano e natura, soprattutto nell’epoca geo-ecologica attuale denominata antropocene e caratterizzata dalla centralità dell’uomo e della sua attività nei cambiamenti climatici e ambientali quasi irreversibili; natura che oggi più che mai viene devastata, saccheggiata e quotidianamente distrutta dall’uomo attraverso la sua attività tecnologica-industriale in nome del progresso e dall’idra capitalista affamata di profitti e di nuove risorse. Con “Il Grembo della Rovina” il nostro collettivo diviso tra Milano e Berlino vuole, attraverso questo rituale pagano in cui veniamo guidati dai lamenti primordiali della selvaggia Mar, evocare le energie ancestrali e le forze naturali primitive per troppo tempo seppellite dalle macerie della distruzione messa in atto dalla civiltà capitalista.

Lavoro estremamente interessante sotto il punto di vista musicale, lirico, concettuale e atmosferico, non ho nient’altro da aggiungere.

Vibrazioni primordiali, rituali pagani e creature selvagge! Dalle cime degli alberi attenderemo il collasso del capitalismo e della civiltà umana, mentre tra le rovine del mondo di ieri vedremo germogliare i semi del mondo di domani. Stenchcore pagano echeggia nella natura selvaggia mentre il mondo sprofonda nel caos!

Mesecina – Esbat (2019)

Un concerto punk sarà il nostro Esbat. Al chiaro di luna ci incontreremo di nuovo.

Finalmente i Mesecina sono tornati e ci regalano questo nuovo ep di puro e semplice powerviolence che riprende quanto fatto sulla prima fatica riuscendo ad estremizzarlo e rendendolo dunque ancora più devastante. Esbat è il titolo dell’ultimo lavoro dei miei gipsyes preferiti che si presentano con una formazione totalmente rinnovata. Infatti in questa nuova veste dei Mesecina ad accompagnare le urla folli e incomprensibili del solito Achille troviamo dietro le pelli quella vera e propria macchina da guerra che risponde al nome di Andrea Covaz (batterista nei The Seeker tra gli altri) e la bassista più sludge di tutta la scena milanese anche conosciuta come Federica Fez, già voce e basso nei fantastici Evil Cosby! Tornando per un attimo al titolo di questa ultima fatica dei Mesecina, “Esbat” è un termine che si utilizza per riferirsi ai rituali pagani collegati alle differenti fasi lunari, nei quali si celebra non la Luna in sé ma la divinità femminile ad essa collegata. Le lune prendono nomi diversi a seconda delle varie fasi lunari, ed è proprio proseguendo sulla scia tracciata da questa ispirazione lirica-concettuale, che i Mesecina hanno intitolato il brano iniziale non a caso “Luna del Lupo”, ossia la luna che cade nel mese di Gennaio. Tra gli altri pezzi trovo importante spendere due parole sulla bellissima e intensa “La Canzone di Anna”, il cui testo è liberamente ispirato alla famosissima “Guerra di Piero” di Fabrizio De Andrè. Il brano vuole essere un ricordo e un omaggio alla compagna Anna Campbell, rivoluzionaria internazionalista morta lo scorso anno mentre combatteva tra le fila delle YPJ nel Rojava, morta mentre combatteva per la libertà, contro il fascismo islamista di Daesh e contro l’autoritarismo della Turchia di Erdogan. E visto che su questo blog non ho mai smesso di ripetere che l’hardcore non è solo musica, ci tengo anche io a ricordare Anna (il 15 marzo è passato un anno esatto dalla sua morte) parafrasando un verso rubato direttamente da una canzone presente su “Politico Personale”, ultima fatica in studio dei Contrasto: “che mille mani impugnino le armi anche soltanto per ricordarla”. Compagnx come Anna o come Orso, ucciso pochi giorni fa sempre in Rojava per mano dei jihadisti dell’Isis, non moriranno mai finché il loro ricordo, i loro ideali di libertà, giustizia e uguaglianza e le lotte in cui si impegnavano continueranno a vivere nelle lotte e nei cuori di tutti i compagni e le compagne ancora in vita. Che sboccino cento fiori per ogni compagnx mortx, che cento fucili siano pronti a sparare per ricordarli!

Riprendendo direttamente quando scritto dagli stessi Mesecina in merito a questo lavoro, la volontà è quella di presentare l’Ep come se fosse diviso in due metà composte esattamente da tre tracce ciascuna, una metà riservata ai “pensieri” e l’altra dedicata alle “storie”. Così nella prima parte troviamo “Luna di Lupo”, la brevissima “Discorsi Inutili” ed “Eremo“, mentre nella metà dedicata alle storie ci possiamo imbattere nella già approfondita “La Canzone di Anna“, in “Milano” e nella suite strumentale conclusiva intitolata “Notturno Breve”. Cinque schegge di powerviolence brutale e impazzito che ti fa venire voglia di prendere a testate i muri costituiscono il corpo di questo “Esbat”, mentre la conclusione dell’ep è affidata ad una traccia strumentale (“Notturno Breve“) suonata da violino e pianoforte che rende l’atmosfera sognante e dona un’effimera parvenza di quiete dopo la tempesta, come quando la notte scende sopra le macerie del giorno per portare conforto con la sua oscurità illuminata solamente da una tenue luce lunare. Per concludere questa recensione cito ancora una volta gli stessi Mesecina volendo sottolineare che questo lavoro è dedicato “a chi ama la luna di gennaio, a chi festeggia l’Esbat ad un concerto punk”. Con il cuore pieno di rabbia e di amore dunque cospiriamo al chiaro di luna nell’oscurità della notte, con la luna come fedele compagna cospiriamo per l’Anarchia!

 

Obsessed by Cruelty #01

1°luglio 1986. Data scolpita indelebilmente nella storia per tutti gli amanti del metal estremo…. Viene infatti pubblicato “Obsessed by Cruelty”, primo full-lenght dei tedeschi Sodom, album di culto per chi è cresciuto a pane e sonorità a cavallo tra thrash metal scuola tedesca e primordiali pulsioni black metal. Un disco fondamentale per l’evoluzione del metal estremo e delle sonorità più marce e malvagie tipiche della fine degli ’80 e degli inizi dei ’90. Visto che i Sodom e questo album in particolare, così come altre band fondamentali che pescavano a piene mani tanto dallo speed/thrash  proto black metal quanto dal punk più marcio, hanno accompagnato la mia adolescenza da trve metaller, questo articolo (magari diverrà l’ennesima rubrica di questo blog, chissà…) è dedicato a tutti voi ossessionati dalla crudeltà, cresciuti nel segno del male e devoti alla nera fiamma del metallo estremo. Come avrete capito si parlerà di tutte quelle band che ancora oggi tengono viva la nera fiamma del metal estremo attraverso la completa dedizione nei confronti di sonorità a cavallo tra speed/thrash e proto black/death metal in perfetto stile anni ’80 e che mantengono un’attitudine fortemente e sinceramente old school.
Bunker 66 ai tempi di “Inferno Interceptors” (2012)

Bunker 66, Barbarian e Noia, tre delle migliori realtà italiane dedite a sonorità speed/thrash proto black metal e che negli ultimi anni hanno tirato fuori album che avrebbero fatto sfaceli se solo fossero usciti tra il 1982 e il 1988, anni in cui Venom, Hellhammer/Celtic Frost, Bathory e Sodom vomitavano la loro malvagità primordiale e il loro estremismo sonoro barbaro e demoniaco avrebbe segnato per sempre la strada da percorrere all’interno della scena metal mondiale. Benvenuti all’inferno cari miei bastardi ossessionati dall’oscurità. Che il male sia con voi!

Si può suonare ancora marci e satanici come i primi Venom di capolavori immortali come Black Metal Welcome to Hell oggigiorno senza perdere nulla in termini di sincerità e attitudine? Si può prendere quel sound primordiale a cavallo tra speed/thrash metal e proto black metal di scuola Bathory e primissimi Sodom, aggiungerci tutta l’irruenza del punk più sporco e selvaggio, e far suonare il tutto come se ci trovassimo tra le mani un album sconosciuto registrato nei primissimi anni ’80? I fiorentini Noia a queste domande del cazzo rispondono con “Iron Death”, ultima fatica in studio che sottolinea ancora una volta il loro viscerale amore per il metallo estremo degli anni ’80 e per il punk hardcore più selvaggio e bastardo di Discharge, Anti-Cimex e compagnia. Il disco si apre con la brutale “Condemned to Hate“, manifesto di intenti dei Noia che mettono in chiaro fin da subito che non ci sarà tempo di riprendere fiato ascoltando le 10 tracce che compongono questo Iron Death, ma solamente un assalto di black/thrash metal infernale e demoniaco! Se siete cresciuti come me a pane e Bathory, Sodom, Hellhammer, Venom e compagnia estrema e ancora oggi ve li sparate nelle orecchie come se il mondo si fosse fermato nel 1985, beh il thrash/black metal imbastardito con l’irruenza del punk più barbaro e lo-fi sprigionato dai Noia su questo Iron Death è tutto quello di cui avete bisogno! Arriverà la morte e avrà le sembianze dei Noia… Ossessionati dall’oscurità, tenete alta la nera fiamma nel segno del male! It’s a total black thrash attack!

I messinesi Bunker 66 suonano un ottimo speed/black metal vecchia scuola che partendo dalla demoniaca lezione dei Venom, passando per il brutale sound catacombale di scuola Hellhammer/Celtic Frost, giunge al nero marchio infernale di Quorthon e dei suoi Bathory, il tutto suonato con l’attitudine punk/rock’n’roll selvaggia dei Motorhead e il gusto per le melodie della New Wave of British Heavy Metal. Queste le influenze che saltano all’orecchio durante l’ascolto di “Chained Down in Dirt”, ultima fatica in studio per i Bunker 66 uscita nel 2017. L’iniziale “Satan’s Countness” si apre con un riff che sottolinea fin da subito l’influenza della NWOBHM (qualcuno ha detto Satan o Angelwitch?!) e che al contempo ricorda le primissime pulsioni speed metal che portano il marchio indelebile dei Venom, per poi divampare in un thrash/black metal vecchia scuola nello stile degli Hellhammer più marci di “Satanic Rites”. La successiva “Black Steel Fever” è un’altro perfetto esempio di rapido assalto thrash/black brutale e senza fronzoli di scuola Sodom/Bathory con voce a la Quorthon che dona al pezzo un’atmosfera demoniaca e infernale. Lo speed metal satanico dei Venom ritorna prepotente nel riff che apre la quarta traccia “Under the Spell”, sicuramente una delle tracce migliori di questo “Chained Down in Dirt”, mentre l’assolo da brividi ha tutto il sapore dell’heavy metal classico, Angelwitch su tutti. “Power of the Black Torch”, settima traccia del disco, è un omaggio sincero e sentito al primitivo sound di Cronos e soci, tanto nei riff quanto nelle vocals, condito ancora una volta con un assolo che pesca a piene mani dal meglio della NWOBHM risultando perfetto. Questo viaggio verso l’inferno si conclude con “Evil Wings”, probabilmente l’essenza dello speed/black dei Bunker 66, niente più niente meno che il modo migliore per onorare Satana e per tenere alta la (nera) fiamma del metallo estremo old school! In alcuni momenti e passaggi dell’album si può sentire anche una vaga influenza dei Tyrant di “Mean Machine” del 1984 e dei Vectom di “Speed Revolution” del 1985, due vere perle semisconosciute (ma fondamentali) di primordiale speed metal tedesco che però nella ricetta dei Bunker 66 vengono imbastardite con il proto black metal infernale suonato alla maniera dei Poison di “Possessed by Hell” e degli immortali Bathory, il tutto senza perdere mai il gusto per certi riff, assoli, melodie e in alcuni casi anche linee vocali di evidente scuola NWOBHM. Preparatevi a bruciare tra le fiamme dell’inferno, preparatevi all’eterna dannazione! This is the Black Steel Fever! 

Avete mai pensato a come avrebbe potuto suonare l’epico heavy metal dei Manowar se un disco come “Into Glory Ride” fosse stato pubblicato dagli Hellhammer e al posto della squillante voce di Eric Adams ci trovassimo vomitate nelle orecchie le vocals infernali proto black metal dell’immenso Tom G. Warrior? “Cult of the Empty Grave”, ultimo album dei fiorentini Barbarian

Barbarian – Cult of the Empty Grave

pubblicato nel 2016, suona esattamente come appena descritto, aggiungendoci anche tutta la crudeltà del black/thrash dei primi Sodom di “Obsessed by Cruelty” e “In the Sign of Evil” o del brutale e oscuro “Sentenced to Death” dei Destruction! Anche nella proposta dei Barbarian, cosi come nei Bunker 66, si sente tutta l’influenza dell’heavy metal classico di scuola britannica e come già accennato sopra il viscerale amore che i nostri provano verso un certo modo di tendere l’epic metal in salsa Manowar, Running Wild o Virgin Steel. Le vocals ad opera di Boris Crossburn si pongono invece a perfetta metà strada fra i rantoli primitivi e catacombali del Tom Warrior Hellahmmer-era e il proto scream demoniaco e infernale di Tom Angelripper. Il disco si apre con la micidiale doppietta composta da “Bridgeburner” e “Whores of Redemption”, due brani che fugano ogni possibile dubbio sulla qualità della musica suonata dai nostri amati barbari, due mazzate che condensano al meglio le due anime dei Barbarian, quella più black/thrash e quella heavy classico/epic, e che spingono all’headbanging immediato! La titletrack si dimostra essere invece una cavalcata thrash/proto black che mi ha riportato alla mente immediatamente i primissimi Bathory e tutta la malvagità che Quorthon sapeva imprimere alla sua musica. Si giunge quindi ad “Absolute Metal”, vero e proprio brano iconico di questo “Cult of the Empty Grave“, pezzaccio speed/thrash/black di scuola Hellhammer e Sodom che si stampa fin da subito in testa e non se ne va più! Il disco prosegue fino alla conclusiva “Remorserless Fury” seguendo le stesse direttive, assalti speed/thrash/proto black metal che non lasciano nemmeno il tempo di riprendere fiato alternati a momenti, riff e assoli più riconducibili all’heavy classico. “Cult of the Empty Grave” è furia cieca e distruttiva come un’invasione barbarica che lascia solo morte, desolazione e macerie al suo passaggio, è una furia malvagia volta a far piombare le tenebre eterne sulla terra e a far regnare il male in ogni dove! This is Absolute Metal, questa è la sentenza di morte dei Barbarian! Evil Never Dies!

“Obsessed by cruelty, impalement for destroy
Obsessed by cruelty, deadly, cold and grey”. Ossessionati dalla crudeltà, cresciuti nel segno del male e devoti alla nera fiamma del metallo estremo, lasciamo che l’inferno si scateni libero sulla terra!