Numeri e Incompatibilità

Propongo molto volentieri uno scritto inedito di Scaglie di Rumore (per chi non dovesse conoscerlo vi lascio una breve bio in fondo all’articolo) in merito alla scena punk hardcore odierna e sulla questione fondamentale dell’incompatibilità tra il messaggio di critica radicale all’esistente che dovrebbe essere centrale nella scena e chi nel punk vede solamente un modo alternativo di svagarsi e divertirsi senza avere il minimo interesse nel messaggio, nelle lotte e nei discorsi che vi stanno alla base e che ancora oggi animano molti di noi. Ringrazio ancora una volta Scaglie di Rumore per aver scelto Disastro Sonoro come mezzo per diffondere questa sua riflessione, riflessione che sottoscrivo in toto. Uniti nel rumore, per l’anarchia!

 

Recentemente ho avuto il piacere di ristampare la discografia dei Nagasaki Nightmare e parlando con i ragazzi della band mi è tornata alla mente una brutta situazione che risale al lontano 2006, situazione che da una parte mi ha fatto riflettere ma dall’altra ha reso la mia passione per questa band ancora più forte. I Baresi Nagasaki Nightmare sono stati una delle band crust con influenze black più incredibili dello stivale e nella loro breve attività (2005-2008) hanno saputo regalare una demo e due split in vinile memorabili, infatti con il collettivo Scaglie di Rumore abbiamo riproposto tutta questa perfezione in cassetta e lo abbiamo fatto per due motivi: Il primo è che tutto il punk hardcore italico che ho reperito tra il 2006 e il 2010 è in cassetta (perché all’epoca avevo solo un Boombox Ghetto Blaster) e secondo perché è il formato che più mi ricorda maggiormente il DIY e l’attitudine NO SIAE, NO COPYRIGHT, NO BUSINESS tanto discussa nella scena punk.

La situazione fu la seguente: Per una serie di sfortunati eventi non ero mai riuscito a vederli dal vivo e insieme a un amico scoprimmo (grazie a My Space se non ricordo male) che suonavano a Altamura insieme ad altre due band e visto che quel giorno non avevamo soldi (come gli altri giorni comunque) ma avevamo un sacco di tempo libero decidemmo di farla “sporca” e di provare ad arrivare al concerto prendendo tutti i mezzi possibili, ovviamente gratis.
Partimmo la mattina in treno, dovemmo scendere due volte per evitare i controllori e arrivati a Bari prendemmo due corriere perché la prima era sbagliata. Fu divertente perché arrivammo a destinazione dopo quasi 11 ore di viaggio tra treni e bus per trovare una band della mia città (I Milizia HC) che suonava di spalla ai Nagasaki Nightmare quella sera.
Ebbi il piacere di parlare con la band, erano davvero disponibili e non vedevamo l’ora di raccontargli il nostro calvario per arrivare a vederli ma stava iniziando il primo gruppo e ci invitarono a scendere per sentirli e a questo punto che iniziarono i problemi: Quattro ragazzi con toppe e maglie ambigue (ricordo che uno dei quattro aveva la maglia dei Dente di Lupo e la cosa mi restò impressa perché il cantante di tale band mi spaccò un boccale in testa durante una rissa a Vicenza qualche anno prima dei fatti raccontati) entrarono nella sala, si guardarono attorno e poi uscirono. Io e il mio amico non capivamo cosa stava succedendo, pensammo fossero entrati per rodare la situazione prima di menare le mani (in quel periodo a Padova era cosa comune o comunque succedeva spesso che i nazi facessero incursioni di gruppo) e uscimmo in fretta per capire la situazione e ci trovammo davanti a qualcosa di grottesco: questi quattro topi di fogna parlavano e conversavano con una certa complicità con diverse delle persone presenti.
Subito i Milizia HC e i Nagasaki Nightmare iniziarono a discutere animatamente con alcune persone e senza pensarci più di pochi secondi avvisarono che se tali personaggi non fossero stati allontanati loro non avrebbero suonato, l’organizzatore (che era una delle persone che parlava con i nazi poco prima) e il proprietario del posto cercarono di convincere le band a suonare e qualcuno (ormai è passato davvero tanto tempo e non ricordo se fosse stato l’organizzatore, il proprietario o una terza persona) se ne uscì con l’affermazione che siamo tutti liberi di avere le nostre idee, l’importante è condividere le esperienze.
Onestamente io e il mio amico eravamo basiti, Padova era un inferno a confronto, ti bastava trovarti nel posto sbagliato e due o tre persone ti accerchiavano e spaccavano la faccia per il semplice fatto che eri diverso e una situazione del genere ai concerti di Padova non era mai successa (se un nazi si presentava all’ingresso gli si spaccava la faccia subito) invece in quella situazione non solo si voleva sorvolare sulla loro indole politica ma addirittura a buona parte delle persone presenti andava bene “condividere” il loro tempo con quella feccia e inveiva contro le band che si rifiutavano di suonare, Milizia HC e Nagasaki Nightmare incazzati caricarono la loro roba e ripartirono. Non sono mai riuscito a vedere i Nagasaki Nightmare dal vivo ma ancora oggi se ripenso a questa situazione non posso che concordare e rispettare pienamente la loro decisione, per questo ancora oggi restano una delle mie band preferite, perché l’attitudine veniva prima di tutto e non è una cosa che in tanti hanno fatto o farebbero nella scena punk.
Restammo davvero basiti davanti a questa situazione perché per noi che eravamo “cresciuti” a Padova le realtà nazi, RAC o simil anche se condividevano pensieri come l’animalismo o il veganesimo erano comunque INCOMPATIBILI e NON ACCETTATE nella scena punk hardcore, pensiero che ancora oggi è saldo dentro di noi e dentro la Padova Hardcore.
Finimmo la serata insieme a una coppia del posto (Visti quella sera e un’altra volta all’xm24 o Ex Mercato a Bologna due o tre anni dopo) che anche loro schifati dalla situazione lasciarono il locale come noi e concludemmo la serata a casa loro a bere qualche birra e ad ascoltare gruppi local come So Fucking Confused e Non Toccate Miranda (che per noi erano delle novità incredibili per quei tempi) e infine ci ospitarono per la notte.
Ho voluto trascrivere questa esperienza per un motivo molto semplice, è vero che sempre più spesso mi trovo a parlare di messaggio nella musica punk hardcore e che negli ultimi anni le band che portano avanti il pensiero punk hardcore sono sempre meno ma sempre più spesso si trova gente “X” agli eventi, persone che non sono legate alla scena ma che per qualche motivo si presentano ai concerti solo per fare qualcosa di diverso e per quanto una piccola parte di questi potrebbe restare affascinata dall’attitudine e dalla situazione (e magari in futuro portare avanti qualcosa) la maggior parte si presenta semplicemente perché annoiata, è davvero questo quello che si vuole? intrattenere delle persone annoiate? Per quanto sia consapevole del mio compromesso con la società ogni mattina quando mi alzo sono consapevole di essere una persona e non sono un numero e la rabbia che mi porto dentro nel svolgere il mio compromesso la cerco di trasmettere nelle mie canzoni e nei miei progetti perché sono sicuro che in questo paese ci sono tante altre persone che si sentono piene di rabbia come me e cercano un modo per buttarla fuori o per condividerla, non voglio condividere la mia rabbia e la mia passione con persone che hanno accettato passivamente di essere dei numeri perché (come dice un bellissimo brano dei Reset Clan) è fiato sprecato.
Quindi spero che chi parla tanto di punk hardcore si ricordi che spesso è meglio riuscire trasmettere un messaggio a una piccola scena piuttosto che coinvolgere tante persone perché si corre il rischio di condividere qualcosa con persone con le quali è meglio non condividere niente o che, nella peggiore delle ipotesi, siano INCOMPATIBILI con il Punk Hardcore.

Scaglie di Rumore è una Tape label italiana curata da L (Lo Scriba), ha rilasciato molto del materiale legato alle band del collettivo Veneto Noise Crew. E’ una label antifascista, totalmente DIY e legata alla Dottrina del Rumore, oltre alle band del collettivo si occupa anche di Hardcore Punk, Grindcore, Noisecore, Powerviolence e tutti i sottogeneri legati al rumore

 

Schegge Impazzite di Rumore #08

NOI GIRIAMO IN TONDO NELLA NOTTE COME SCHEGGE IMPAZZITE E SIAMO DIVORATI DAL SACRO FUOCO DEL RUMORE

E’ di tre mesi fa l’ultimo appuntamento con la rubrica conosciuta con l’altisonante nome di “Schegge Impazzite di Rumore“, apparsa per la prima volta sulle pagine virtuali di Disastro Sonoro nel marzo del 2018 con l’intento di rappresentare un appuntamento a cadenza mensile in cui parlare e recensire le ultime uscite della scena punk-hardcore e in ambito metal estremo. Ecco, come mio solito non son stato capace di rispettare scadenze ne tantomeno così costante dal poter scrivere ogni mese un nuovo capitolo di questa rubrica, ma oggi mi faro perdonare perchè negli ultimi mesi dell’anno appena passato sono stati tanti i lavori che hanno attirato la mia attenzione, che hanno occupato i miei ascolti e che quindi ritengo meritino di essere trattate, recensite o anche solamente raccontate qui e ora. In questa ormai ottava puntata con le schegge impazzite di rumore ci imbatteremo quindi in una creatura dal nome Tuono, una vecchia conoscenza di questo blog, ovvero Gli Stronzi, e un gradito ritorno di uno dei migliori interpreti dell’hardcore in salsa ligure, si sto parlando proprio degli Eversione. Dopotutto siamo pur sempre solo schegge impazzite che girano in tondo nella notte e sono divorate dal fuoco e dal rumore.

Tuono

 

Tuono – Ho Scelto la Morte (2019)

“Ho Scelto la Morte” dei Tuono potrebbe benissimo essere scambiato per un misconosciuto lavoro uscito nella scena hardcore punk italiana intorno al biennio 1985-86 perchè nei suoi (quasi) venti mintui possiamo ritrovare il suono, l’esigenza espressiva, la rabbia e l’impulsività tipici di quel momento storico e di quella scena immortale. I Tuono però non provengno dagli anni Ottanta ma sono un gruppo di recente formazione nonostante possano annoverare tra le proprie fila membri di Kontatto, Impulso e Horror Vacui. Hardcore italiano vecchia scuola quello che suonano, fin qui non ci sono dubbi, ma quali sono le principali influenze che trasudano da ogni nota di questo “Ho Scelto la Morte”? Provate a sintetizzare l’hardcore degli Stinky Rats del mai troppo incensato “Vergognati”, i Disper-azione di “Soltanto la Morte…Potrà Fermarci”, i semi-sconosciuti Kobra di casa Virus dell’unico ep “Corri Nel Sangue dei Tuoi Nemici” e soprattutto i seminali Wretched del periodo “La Tua Morte Non Aspetta” e non andrete troppo lontani dall’hardcore radicato nella vecchia scuola suonato dai Tuono e riassunto nelle otto veloci tracce che compongono questa loro prima fatica in studio. Con l’irruenza di un tuono, questo nuovo progetto ci regala un’ottimo esempio di hardcore punk old school suonato con passione, attitudine e un certo gusto a tratti post-punk, senza dubbio un po’ nostalgico di quello che fu negli anni ’80 ma che nonostante ciò riesce sempre ad esercitare un profondo fascino e mantenere un forte interesse. L’atmosfera generale che aleggia su tutti gli otto brani è profondamente oscura ricordando anche gli Stigmathe di “Lo Sguardo dei Morti” e inoltre l’hardcore suonato dai Tuono non disdegna mai melodie e ritmi di derivazione post-punk come nell’introduttiva “Come un Tuono” o nella quinta traccia “Lingue Morte/Occhi Spenti”. Nel riff che apre “Non Mi Aspetto più Niente” si possono invece sentire addirittura echi dub sulla falsa riga di “Volando Stanotte” dei già citati Stigmathe. Accanto alle tracce citate finora se ne affiancano altre come “Non Capire” e “Ho Scelto la Morte“, veloci schegge di hardcore punk in perfetto stile Wretched. Per concludere siamo di fronte ad otto tracce indomabili e irrequiete come un tuono che squarcia il cielo e spezza l’apparente quieto vivere, come un tuon0 che crea confusione e rumore assordante. Soltanto la morte potrà fermarci!

 

Eversione – Eversione (2019)

Un grande e graditissimo ritorno quello dei liguri Eversione, almeno per me che li ho amati fin dal loro primissimo “Un’Istante di Fervore” datato ormai 2014. Un ritorno avvenuto a settembre con la pubblicazione di questo self-titled album che vede gli Eversione riprendere il discorso interrotto tanto sul già citato “Un’Istante di Fervore” quando sullo split con gli Eco rilasciato due anni dopo, ovvero un hardcore perfettamente in linea con il sound che dagli anni ’90 in poi ha caratterizzato moltissime uscite della penisola, quell’hardcore dal sapore old school ma che non disdegna un suono più moderno, compatto e per certi versi melodico, principalmente in certe linee vocali e in certi riff che sorreggono le dodici tracce presenti su questo “Eversione”. Il disco era stato annunciato con la pubblicazione del singolo “Il Nuovo Disordine“, brano che può rappresentare al meglio l’hardcore suonato dai liguri, un’hardcore che partendo dalla lezione dei Sottopressione arriva a mostrare influenze tanto della scuola tarantina di Sud Disorder e Hobophobic quanto a tratti vaghi echi della scuola trentina di Congegno e compagnia, senza mai celare un gusto nel song-writing, nella scrittura dei testi e in generale nella ricerca di un equilibrio stabile tra l’irruenza e la melodia riconducibili a gruppi grandiosi come i CGB. “Ancora Qui” è uno dei pezzi hardcore più anthemici e intensi ascoltati negli ultimi anni, veloce e melodico, con una linea vocale che si stampa immediatamente in testa e con un testo combattivo. Durante l’ascolto della successiva “Idee di Libertà” ho avuto un’epifania pressochè immediata; infatti il brano in questione ha un gusto particolare che mi ha ricordato un pezzo indimenticabile e stampato indelebilmente nella mia memoria, ossia la bellissima “Nerosangue” presente sul primo lavoro degli Eversione. Da brividi, tanto musicalmente quanto dal punto di vista lirico, è sicuramente “Luce di un Giorno di Sole”. Il nono brano intitolato “Per Mano dello Stato” non è un inedito bensì abbiamo giù potuto ascoltarlo sulla compilation benefit “Il Freddo di Luglio“, probabilmente uno dei pezzi “più politici” di tutto il disco. Avviandoci alla conclusione di questo nuovo self-titlted album ci imbattiamo in un altro momento altamente anthemico rappresentano da “Da Solo”, altra traccia che mette i brividi. Se musicalmente le dodici tracce sono attraversate da una costante tensione tra irruenza e melodia, anche liricamente il disco si compone di due anime perfettamente amalgamate dagli Eversione, quella più personale e intima e quella più politica e insurrezionale. Per concludere questa recensione, prendendo in prestito le parole degli stessi Eversione possiamo orgogliosamente dire di essere ancora qui “lontani da tutto ad urlare con la voce ridotta ad un filo, uniti nella nostra follia non importa se il mondo non riesce a capirci…”. Noi sempre qui, a non capire perchè voler continuare ad esserci.

 

Gli Stronzi – Distopia (2019)

La città di Distòpia: un luogo immaginario, dove la sola morale è quella dell’utilitarismo e dell’egoismo più becero. Dove il fascismo si nasconde dietro una succinta veste di democrazia e fa breccia in chi prima lo disdegnava e lo guardava agire con indifferenza. Oggi, Distòpia assomiglia sempre di più alla realtà, forse, è già la nostra realtà.

L’ultima volta che ho parlato de Gli Stronzi su questo blog ho concluso la recensione del loro “Sicurezza e Decoro” con queste esatte parole: “Se ve lo fate scappare gli stronzi siete voi, sappiatelo”. La volta prima ancora, nel corso di un report di un concerto avvenuto in una giornata di pioggia del lontano 2017 nella cornice di Villa Vegan, avevo sottolineato quanto dal vivo Gli Stronzi non risparmiassero nemmeno una goccia di sudore nel suonare il loro hardcore furioso e diretto, in cui si può sentire in ogni istante tutta la passione che li anima e l’attitudine in your face che contraddistingue tanto il loro sound quando e sopratutto le loro liriche urlate a squarciagola dalla graffiante voce di Chiara (già voce dei L.UL.U) che ha sostituito la Clara dietro il microfono. Gli Stronzi però sono meno stronzi di quanto ci si possa immaginare e dopo un silenzio durato più di un anno a settembre ci hanno regalato la loro terza fatica intitolata “Distopia”, disco nel quale i nostri continuano nel loro percorso orienatato a suonare un’hardcore punk vecchia scuola combattivo, veloce e rabbioso, riuscendo a riprendere il filo interrotto con il precedente “Sicurezza e Decoro” e migliorandolo ulteriormente in termini di composizione e dal punto di vista lirico. Sette ottime tracce che sferrano un colpo mortale alla pacificazione sociale e suonano come una condanna a morte per il quieto vivere a cui ci vorrebbero addomesticare. Tra le sette velocissime e brevissime schegge impazzite di hardcore old school che ci traffigono appena iniziamo l’ascolto di questa ultima fatica in casa de Gli Stronzi, trovo sia bellissima “Rialzati!”, traccia con cui ci si avvia alla conclusione di “Distopia”, con un testo che invita ad alzare la testa, a ricominciare a lottare e a tirar fuori tutto ciò che si ha dentro di sè. Colonna sonora perfetta per danzare tra le fiamme che divorano le rovine della città di Distopia. Se non avete ancora ascoltato questa bombetta beh che ve lo dico a fare, siete voi gli stronzi, sappiatelo.

 

Sankara – Total Liberation of All Hierarchy (2019)

“La grande Rivoluzione di “Fallen Angel of Doom” del 1990  ha trasformato il mondo, portato i Blasphemy alla vittoria, scosso le fondamenta del metal estremo e realizzato i sogni di giustizia di tutti i seguaci del war metal”

Citazione scritta a quattro mani da Thomas Sankara e Caller of the Storms

Perfettamente a metà strada tra il capolavoro “Blood Upon the Altar” e gli Archgoat di “Whore of Bethlehem” ci imbattiamo in questa mazzata devastante intitolata “Total Liberation of All Hierarchy” ultima fatica in studio per i Sankara, gruppo di Seattle impegnato a suonare un war metal bestiale e devoto solamente al caos e alla lotta di classe, semplicemente antimperialist bestial war metal, niente di meno, niente di più!

Omaggiando la figura di Thomas Sankara, leader rivoluzionario socialista e primo presidente del Burkina Faso, conosciuto per la sua lotta antimperialista contro le ingerenze delle potenze capitaliste occidentali e contro istituzioni ONU come FMI e Banca Mondiale ree di mantenere nella povertà e in una situazione di sottosviluppo i paesi africani, questo progetto sottolinea fin dalla scelta del proprio nome in modo chiaro e netto da che lato dellla barricata si posiziona. “Total Liberation of All Hierarchy” infatti dal punto di vista lirico affonda le proprie radici nell’antimperialismo, nell’antifascismo, nella lotta di classe e nella lotta per la liberazione animale come ben evidenzato dalla splendida copertina (costellata di falci e martelli e da kalashnikov incrociati) in cui una tigre si ribella e attacca un essere umano. Sul lato musicale invece i territori da cui i Sankara prendono ispirazione sono quelli del death metal più bestiale e costantemente imbastardito con il black metal più selvaggio, un genere meglio conosciuto col nome di “war metal” e che sembra aver riscontrato un certo interesse negli ultimi anni. Sintetizzando in quasi trentacinque minuti le influenze dei già citati Blasphemy e Archgoat, tanto quanto i Beherit più brutali e selvaggi di “The Oath of Black Blood”, i Mystifier di “Goethia” e gentaglia (in tutti le accezioni possibili) del calibro di Revenge e Conqueror, amplificando gli echi di Sarcofago e Possessed, i Sankara ci sparano addosso dodici tracce-proiettili che colpiscono come una raffica di un Ak-47 in nome della liberazione del proletariato e della liberazione animale!

Le dodici tracce, contando anche l’intro e l’outro, sono prevalentemente tutte molto brevi (quasi tutte della durata intorno ai due minuti), a parte la doppietta iniziale formata dalle splendide Defleshed and Dismembered” e “Human Fucking Scum” che si aggirano sui quattro minuti, e caratterizzate da una registrazione fortemente lo-fi e volutamente tesa ad essere caotica e cacofonica che mette in risalto la brutalità del war metal suonato dai Sankara. “Red Barn Burned to the Ground” è una delle tracce che ho apprezzato maggiormente grazie anche al suo sapore profondamente legato a sonorità catacombali, opprimenti e marcie di derivazione death metal. Interessanti anche “Animal Uprsing” e “Invasive Species”, tracce nelle quali i Sankara sviscerano la loro visione antispecista e le loro posizioni di liberazione animale in due veri e propri assalti all’arma bianca di blackened-death metal feroce e violento. Se pensate che il war metal oggi sia territorio solamente di band ambigue quando non palesemente nazi-fasciste, i Sankara, con la falce in una mano e il martello nell’altra, son pronti a dare il loro apporto alla lotta di classe suonando la musica più bestiale e selvaggia possibile. Per la fine dell’imperialismo, per la liberazione animale, per la fine di ogni gerarchia, Sankara o barbarie!

 

Anno 1985, Suoni Oscuri della Libertà

Anno 1985, due gruppi si affacciano sulla fervente scena hardcore punk italiana regalandoci due lavori acerbi e grezzi ma che ancora oggi mantengono tutto il loro fascino e tutta la rabbia tipica di quegli anni incredibili! Due lavori e due gruppi che hanno avuto vita breve rispetto ad altri ben più noti ma che hanno saputo scrivere ugualmente in modo indelebile il loro nome nella scena hardcore italiana degli anni ’80. “Lo Sguardo dei Morti” degli Stigmathe e l’ “Untitled” album dei Soglia del Dolore, due lavori che si tende troppo spesso a lasciare marcire sotto metri e metri di polvere e senza conferire loro il riconoscimento che meritano per il fatto di rappresentare due piccole perle di punk allo stesso tempo oscuro e sperimentale orientato alla ricerca di soluzioni in buona parte originali, certamente personali e che differenziavano pesantemente il sound di questi due gruppi dalla maggior parte dei grandi nomi che negli Ottanta mietevano vittime e lasciavano macerie al loro passaggio in giro per l’Italia e per l’Europa come i Negazione o i Raw Power.

Stigmathe dal vivo al Virus di Milano

Negli anni 80 in Italia, se tralasciamo gli immortali Wretched, non erano moltissimi i gruppi che avevano le loro radici musicali ben piantate nel sound dei Crass e di tutte quelle band anarcho punk legata alla stupefacente Crass Records come Mob, Poison Girls, Dirt e moltissimi altri. Ed erano ancora meno le band della scena hardcore italiana che avevano nel loro bagaglio musicale pulsioni tendenti alla new wave e alle sue soluzioni più gelide e oscure. Tra questi pochissimi esponenti del classico sound a la Crass imbastardito con sonorità new wave, probabilmente i Soglia del Dolore sono uno degli esemplari migliori e più originali su differenti livelli, anche contando la brevissima durata che ha avuto la loro esistenza.

La creatura che prende il nome di Soglia del Dolore si forma nel 1982 nella città di Udine, che sembra la città dei morti viventi…anzi dei vivi morenti come mi ricordo la definí qualche vecchio punk friulano. Udine nonostante abbia saputo partorire coloro che possono fregiarsi a mani basse del titolo di “Discharge italiani”, ossia i mitici Eu’s Arse autori di veri e propri marci capolavori del punk anarchico italiano come il seminale “Lo Stato ha Bisogno di Te? Bene, Fottilo!”, e altri gruppi praticamente sconosciuti come i Pravda del buon Punkrazio (figura importante del punk italiano per essere l’ideatore della storica Nuova Farenheit punkzine) o i Toxical, non è certamente ricordato come un centro nevralgico e centrale della scena hardcore italiana degli anni ’80. Udine è una città di provincia come moltissime altre che inghiottono noi tutti e che tentano di annullarci a colpi di quieto vivere e labile pace sociale, e come ogni terra di provincia che si rispetti alimenta inconsapevolmente una rabbia e una voglia di rivolta che attendono solamente il momento più adatto per esplodere e attaccare tutte quelle piccole certezze e valori da borghesi a cui il bravo cittadino medio, alienato, atrofizzato, annichilito si aggrappa per apparire vivo, un perfetto cadavere vivo che si muove immobile in una città di merda. Ed è stato proprio questo contesto che puzza di morte e di merda a far emergere il punk riottoso e incazzato dei Soglia del Dolore, non poteva essere altrimenti; o ti lasci risucchiare, annullare e muori, oppure urli tutta la tua rabbia e ti rivolti! I Soglia del Dolore scelsero questa seconda strada e decisero che il mezzo che avrebbero usato per sputare la loro rabbia, per esprimere la loro insofferenza e per concretizzare la loro volontà di rivolta doveva essere il primitivo sound anarcho punk ben radicato nella lezione dei Crass più combattivi e immediati, alternato a vibrazioni e influenze post-punk/new wave che resero la loro proposta originale e distante dalle classiche sonorità hardcore all’italiana dell’epoca.

I Soglia del Dolore però non ebbero vita lunga e di fortuna ne ebbero ancora meno. Si sciolsero infatti nel giro di un paio di anni e il disco protagonista di questo articolo, volutamente non intitolato uscì postumo nel 1985 anche se le cinque tracce presenti su questo 7″ eran già state registrare dai nostri punx anarchici from Udine precedentemente. Cosa dovrebbe aspettarsi un incauto ascoltatore che non si è mai imbattuto in questa primordiale incarnazione dei Soglia del Dolore? Ho già fatto più di un riferimento all’influenza esercitata dall’anarcho punk di scuola Crass/Crass Records sul sound dei nostri (basti pensare a brani come “Non Sopporto” e “Non Voglio”), così come delle pulsioni post-punk/new wave che emergono nel corso delle cinque tracce, a volte ricoprendo il ruolo di protagoniste come nella terza “Veste i Tuoi Sogni”, altre di semplici sprazzi che permettono di apprezzare ancora di più il punk anarchico rabbioso e grezzo che anima l’intero lavoro, perfetto esempio la conclusiva “Ipocrisia di Pace – Maschere di Guerra“. L’unico gruppo italiano degli anni Ottanta che penso possa essere accostabile per approccio, tematiche trattate e modo di trattarle, nonché per sonorità a quanto fatto dai Soglia del Dolore su questo loro 7” sono i messinesi Uart Punk, vera e propria primitiva creatura anarcho punk italiana autore di un unico acerbo ma riottoso disco nel lontano 1981. Ecco se proprio dovessi descrivere il sound dei nostri, penserei all’anarcho punk dei Crass suonato alla maniera grezza e imprecisa, a tratti fastidiosa, degli Uart Punk, il tutto come già ribadito più e più volte fin qui senza mettere in secondo piano le influenze post-punk/new wave. Tra l’altro, breve digressione, chi tra voi incauti lettori è più attento avrà notato certamente che gli Uart Punk non sono stati tirati in ballo a caso. Difatti Giovanni, storica voce dei messinesi, fu tra i fondatori dei Soglia del Dolore continuando quindi il suo percorso lirico e musicale fedele al punk anarchico crassiano anche in terra friulana.

 

“Modena muore di noia”. La sintesi migliore di cosa significa vivere in una città di provincia assuefatta alla passività, all’apatia e fedele all’unico dogma possibile per il bravo cittadino-consumatore, ossia il quieto vivere conquistato a colpi di repressione, sorveglianza e noia. Questa descrizione della città di Modena ce l’hanno data nel 2008 gli Infamia, gruppo punk che prova ancora oggi a sferrare attacchi decisivi al quieto vivere di una città morta e ai suoi abitanti-zombie. A cavallo tra la fine dei Settanta e gli inizi degli anni 80 fu proprio Modena e la sua noia a vomitare sulla fervente scena hardcore nazionale uno dei gruppi più interessanti, oscuri ed originali. Rabbia e insofferenza, furono queste sensazioni nel 1979 che spinsero Fabrizio, Chiara, Daniele, Lucia e Tamburo (con un nome così non poteva che star seduto dietro le pelli) a mettere in piedi il primissimo embrione di quella creatura che oggi conosciamo con il nome di Stigmathe. Le sonorità di questa prima incarnazione e formazione erano orientate al sound post-punk di Killing Joke e Joy Division che proprio in quel periodo stavano spopolando negli ambienti underground europei. Un sound che però avrebbe presto lasciato il posto ad una sperimentazione musicale molto più personale, seppur ben ancorata alla scena hardcore punk italiana degli anni ’80.

Difatti intorno al biennio 1982/83, Fabrizio, voce e mente del progetto Stigmathe, spostò radicalmente la sua attenzione verso sonorità molto più veloci e nervose affini alla tradizione hardcore punk italiana e britannica dell’epoca. L’influenza esercitata da questo estremismo sonoro venne riversata sul gruppo, cambiando in modo inesorabile il percorso e l’approccio lirico-musicale degli Stigmathe. Iniziò così un periodo di crisi-pausa all’interno del gruppo, dovuto al fatto che la formazione originale non sembrava affatto convinta a proseguire in direzione delle sonorità più grezze dell’hardcore punk che avevano completamente rapito Fabri e che rappresentavano ai suoi occhi il mezzo migliore per sputare in faccia a tutti la sua rabbia e l’insofferenza della vita ingabbiata in un contesto urbano-sociale-politico opprimente come la Modena di inizio anni 80.

In una notte di dicembre del 1982 (cosi narra la leggenda…), Fabri decise di rinnovare completamente la “sua” creatura e di proseguire su sonorità hardcore più spinte e oscure. Ad accompagnarlo in questa seconda fase di vita degli Stigmathe troviamo Gianluca (alla chitarra), Luca (al basso) ed Enrico (alla batteria), formazione con la quale venne inciso e registrato “Suoni Puri dalla Libertà“, il primo Ep autoprodotto del gruppo modenese nel 1983. Un lavoro diviso in due parti: la side A del disco presentava due tracce di furioso e oscuro hardcore punk ben radicato nella tradizione britannica e statunitense del genere, quanto nelle sonorità più sporche e rumorose della nascente scena italiana, la side B invece conteneva un solo brano, Italia Brucia, probabilmente il più intenso e rabbioso (soprattutto a livello lirico) pezzo mai scritto dagli Stigmathe che faceva già intravedere in parte quella vena sperimentale presente nel dna musicale dei nostri. Per quanto sia affascinante e in un certo senso seminale Suoni Puri dalla Libertà, questo articolo si vuole concentrare sul secondo Ep Lo Sguardo dei Morti, datato 1985, in cui gli Stigmathe son riusciti a concentrare tutte le diverse anime presenti nel loro sound, riuscendo ad amalgamare in modo coerente l’influenza della tradizione hardcore punk con le pulsioni sperimentali che strizzavano l’occhio a sonorità riconducibili a territori reggae/dub.

Lo Sguardo dei Morti ha le sue radici ben piantate in profondità nell’hardcore punk più oscuro che ha tratti preferisce lasciare spazio a linee melodiche sinistre piuttosto che esplodere nella rabbia e nel rumore più grezzo tipiche del primo Ep. Mentre “Suoni Puri della Libertà” era attraversato da una pulsine riottosa e da un’irruenza selvaggia, su “Lo Sguardo dei Morti” sembra invece dominare un’atmosfera totalmente nichilista e melodie più oscure e a tratti opprimenti. La traccia che però rende questo Lo Sguardo dei Morti una piccola perla dell’underground e della scena punk italiana degli anni 80 e che sottolinea la sperimentazione e l’originalità della proposta degli Stigmathe è senza ombra di dubbio Volando Stanotte, unica traccia presente sulla side B del disco. Volando Stanotte è costruita su sonorità che risentono pesantemente dell’influenza dei Clash che strizzano l’occhio a sonorità reggae, alle uscite dub di casa Trojan, così come degli esperimenti reggae che i Bad Brains inserirono nella loro personalissima interpretazione dell’hardcore. Si tratta di un brano costruito su una struttura principalmente dub che riesce a creare un’atmosfera estremamente ipnotica che avvolge l’ascoltatore.

Senza raggiungere i fasti di mostri sacri della scena hardcore italiana degli anni 80 come Negazione, Raw Power, Wretched o Indigesti e lontani dall’aver potuto incidere in modo indelebile i loro nomi nella storia dell’ hardcore punk mondiale, i Soglia del Dolore e gli Stigmathe, rimanendo nelle retrovie dell’underground, in quel lontano 1985 ci hanno regalato due lavori a mio parere imperdibili e fondamentali, sia perché differenti da tutto il resto che veniva suonato e pubblicato in Italia in quel periodo, sia per l’estrema vena sperimentale e l’originalità della loro proposta musicale-lirica-concettuale . 1985, “Suoni Oscuri della Libertà”, ovvero quando suonare hardcore voleva ancora dire aprire squarci insanabili nell’esistente, rappresentare una reale minaccia e portare una seria critica radicale al sistema economico e politico in cui viviamo tuttora.

 

Stigmathe