Comunicato Senza Numero

Fratelli e sorelle, quali sono i vostri reali desideri? Divenire gli sbirri di voi stessi e dei vostri vicini di casa? Auspicare un ritorno alla normalità dello sfruttamento e dell’oppressione salariale? Oppure forse minare questo esistente, farlo saltare e bruciarlo? Questa vita, che il capitalismo troppo spesso ci porta ad odiare, può essere bella, ricordiamocelo. Questo mondo, è vero, ci fa talmente schifo che l’unica posizione prendiamo è quella di una sua possibile e totale sovversione. Non chiediamo una vita migliore, nemmeno speriamo in un ritorno alla normalità di un esistente fatto di quotidiano sfruttamento, oppressione e repressione, bensì costruiamo già qui e ora una vita radicalmente diversa. Per fare in modo di non esser mai più sommersi dalla quotidianità, dalla noia, dall’arrendevolezza, occorre scuotersi e cercare complicità e affinità attorno a noi.
Accorgiamoci della noia, della monotonia, della merda che ci circonda, ed attacchiamo. Qui. Ora. E gioiamo, di quegli istanti di rivolta, di quegli istanti di vita veramente vissuti. Fratelli e sorelle dunque cerchiamo complici con cui disertare la quotidianità, sovvertire il quieto vivere, minare l’esistente. Complici con cui cospirare, convertire le parole in fuoco, insorgere.

Fratelli e sorelle il futuro è nostro. Le fiamme della nostra gioia divamperanno tra le macerie di questo mondo e illumineranno la notte. Contro l’oppressione, la vita. Per la vita, l’insurrezione. 

La Brigata Arrabbiata del Disastro Sonoro

Data sconosciuta. Ancora qui chiusi in una città quarantenata come una tigre in gabbia. Non so come chiamarvi. Signore, punx, compagni, signori compagne, insomma non lo so. Ma voglio ricordare inseme a voi una serie di questioni fondamentali:

  •  uccidere lo sbirro che abita nella vostra testa è cosa buona e giusta
  •  lo Stato ha bisogno di te? Bene, fottilo.
  •  solidarietà e complicità non son solo parole vuote, ma una pratica quotidiana.
  •  la repressione non è il nostro vaccino
  •  la normalità era il problema, quindi nessun auspicabile ritorno ad essa
  •  i responsabili hanno un nome, un cognome ed un indirizzo. Dovrebbero pagare caro e pagare tutto.
  •  solo il crust ci salverà…

Ed è proprio da quest’ultimo punto che voglio far partire il seguente articolo e prenderlo come spunto per introdurre l’argomento delle prossime righe: una breve primo viaggio alla riscoperta di una (totalmente arbitraria) manciata di dischi seminali per la scena anarcho punk e crust italiana del primo decennio degli anni Duemila. Perchè non c’è niente di meglio del crust punk da ascoltare in questi giorni di quarantena forzata e di emergenza socio-economica e sanitaria. Perchè solo il crust ci salverà. I dischi, e di conseguenza i gruppi, di cui vi parlerò sono scelti in base all’importanza che hanno rivestito nel corso degli anni anzitutto nella mia formazione politica e per la mia scoperta e e di conseguenza iniziazione al crust punk italiano ormai datata parecchi anni fa.

Partiamo dal primo, a livello cronologico, di questi lavori, e probabilmente da quello che può essere considerato a tutti gli effetti seminale per quanto riguarda l’intera scena anarco punk e crust della penisola nel primo decennio degli anni duemila. Il gruppo in questione proveniva da Benevento, rispondeva al nome di Tetano e nel 2005 registra e pubblica un disco intitolato “Di Stato si Muore” che ho sempre ritenuto, almeno personalmente, di seminale importanza per la mia iniziazione all’ Anarco/Crust italiano, un disco attraversato da un’aggressivitá selvaggia e da un’irruenza espressiva inarrestabile. Dato che all’uscita di questo dico avevo praticamente dieci anni, ho potuto riscoprirlo ed apprezzarne l’importanza solamente parecchi anni dopo ma posso ammettere che fu amore al primo ascolto. Con un suono che da una parte sintetizzava, tanto a livello di sonorità quanto sul lato delle tematiche trattate, la lezione primordiale del hardcore punk di matrice anarchica dei Wretched di “Finirà Mai?” e degli Eu’s Arse del capolavoro “Lo Stato Ha Bisogno di Te? Fottilo!”, mentre dall’altra affondava le proprie radici nell’anarcho punk britannico dei primissimi Crass e nel crust a la Doom, “Di Stato si Muore” è un lavoro estremamente grezzo, che mette dinanzi a tutto l’irruenza espressiva e la rabbia più feroce. Il disco, completamente autoprodotto, e la musica punk nell’ottica dei Tetano non erano altro che mezzi per diffondere il loro messaggio anarchico contro lo Stato e la sua repressione, contro il Capitalismo e lo sfruttamento e contro l’oppressione quotidiana, tematiche realmente sentite da chiunque di noi che si oppone e lotta concretamente contro questo sistema e non solo slogan vuoti e innocui da urlare dentro ad un microfono. Il punk dunque come strumento di comunicazione di idee, esperienze e pratiche antagoniste alla società dello Stato e del Capitale, ovvero una minaccia per questo esistente. “Di Stato si Muore” si apre con la voce di Riccardo che fa venire la pelle d’oca ancora oggi a distanza di anni impegnata a recitare un pezzo tratto, a quanto ricordo, da “Ripartire dall’anarchia” scritto da Sean M. Sheehan. L’intro parlato lascia poi spazio all’aggressività selvaggia e istintiva della titletrack, uno dei pezzi più belli mai scritti in tutto l’hardcore punk italiano a parer mio, accompagnato da un testo che ricorda le vittime della repressone statale (da Pinelli a Carlo Giuliani) così come le morti causate dalle guerre imperialiste o le morti sul lavoro. Un testo che ribadisce un concetto che dovrebbe essere impresso in chiunque continua ad organizzarsi per attaccare questo mondo, ovvero che di Stato si continuerà a morire fino a quando esisterà. E che Stato significa guerra quotidiana. Le tredici tracce che compongono questo “Di Stato si Muore” toccano le classiche tematiche trattate dall’anarcho punk. Infatti possiamo trovare tracce antimilitariste e di attacco alla guerra imperialista come “Nassyria” o “Giochiamo alla Guerra”, altre in cui si attaccano il nazionalismo e il patriottismo (“Fottuta Patria”), altre ancora che prendono posizione netta contro il carcere (di cui vogliamo vedere solo macere il più presto possibile) nella quinta traccia intitolata per l’appunto “Galere”. C’è spazio anche per uno dei miei pezzi preferiti in assoluto registrato dai Tetano, ovvero “Comunicato n.7″ che fin dal titolo e dallo stile in cui è scritto il testo vuole richiamare l’Angry Brigade, gruppo armato rivoluzionario anarchico attivo nel Regno Unito agli inizi degli anni ’70. Ultima cosa che ci tengo a sottolineare sono alcune righe che accompagnano la copia fisica del disco in cui i Tetano evidenziano l’importanza dell’autoproduzione come pratica politica per diffondere il proprio messaggio anarchico, mandando a fare in culo il profitto e la mercificazione delle forme di espressione e comunicazione ma sopratutto l’industria discografica, la SIAE e tutti quei gruppi che utilizzano l’autoproduzione solamente come trampolino di lancio per un contratto o il successo.

A distanza di un anno dalla pubblicazione del seminale “Di Stato si Muore”, un gruppo sardo conosciuto all’epoca col nome di Quarto Potere (ispirato dall’omonimo lungometraggio del 1941 diretto da Orson Wells) registra e da alle stampe la sua prima fatica in studio dal titolo “Incubo Senza Fine”. Il sound dei Quarto Potere su questo primo lavoro è ancora pesantemente influenzato dalla lezione di gruppi seminali della scena punk ottantiana italiana come i Wretched o gli Eu’s Arse, anche se emergono le influenze di gruppi d-beat quali Discharge o Varukers e vaghi richiami crust principalmente nei riff. La voce di Roberto è ancora legata all’hardcore punk di wretchediana memoria e non si è ancora lasciata andare del tutto a quel growl (in senso lato) abrasivo e marcio che caratterizzerà la proposta dei Quarto Potere più avanti. “Incubo Senza Fine” presenta sette tracce a cui sommano una breve intro dalle sonorità abbastanza crust e la cover di “Vaffanculo” dei Blue Vomit posta a chiusura del disco. Le tracce che ho apprezzato maggiormente nel corso degli anni sono state sicuramente “Contro le Carceri”, “Jiad” e “Vivisezione” (traccia nella quale si sentono primi echi crust anche nelle vocals), tripletta che compone la parte centrale dell’intero lavoro e che probabilmente tocca il punto più alto dell’irruenza espressiva e dell’aggressività trasmesse su questo primo lavoro dai Quarto Potere. Ancora acerbi rispetto al sound che svilupparono pochi anni dopo questo esordio, ma accompagnati da una ferocia selvaggia e da un istintiva bellicosità che bastano e avanzano per rendere “Incubo Senza Fine” un  ottimo disco di anarco punk.

 

Intanto nel 2007 vede la luce “Sic Transit Gloria Mundi” , primo disco degli Olim Palus , gruppo proveniente da Latina che definiva le propria sonorità come apocalyptic d-beat crust. Quattordici minuti suddivisi per quattro tracce a cui si somma la cover di “Stop the Slaughter” degli svedesi Mob47. E non è un caso la scelta di coverizzare un pezzo dei Mob47 visto che il sound degli Olim Palus affondava le proprie radici in profondità nella scena d-beat/crust svedese della prima metà degli anni ’80 e nel solco scavato a suo tempo da Ep fondamentali quali “Crucified by the System”, “Victims of a Bomb Raid” o “Karnvapen Attack”. Questa primissima fatica in casa Olim Palus si apre con il giro di basso che introduce la prima traccia “Fahrenheit 451”, un perfetto episodio di d-beat/crust punk accompagnato da una voce abrasiva e da una batteria martellante. nonchè da un ritornello che entra subito in testa. I ritmi, soprattutto della chitarra e della batteria, son praticamente sempre molto sostenuti e quasi mai si lasciano andare a rallentamenti. E’ sicuramente nella terza traccia “Massacro Fantasma” che si tocca il culmine di aggressività e ferocia, tanto a livello strumentale quanto a livello di vocals, un’alternanza di voci, una più urlata e abrasiva e una più brutale e tendente al growl. Nel complesso questo “Sic Transit Gloria Mundi” è un ottimo lavoro di impetuoso d-beat/crust di matrice svedese capace per quattordici minuti di sviscerare tematiche sempre attuali come la brutalità della guerra imperialista (“Massacro Fantasma“), l’alienazione e l’apatia generate da questo sistema che schiacciano gli esseri umani (“Indottrinamento del Subconscio“) e un serrato attacco all’idea di progresso, tipica del mondo occidentale, fondata sullo sfruttamento e la distruzione (“Evoluzione?”).

Olim Palus

Nel 2008 i Tetano e i Quarto Potere mettono insieme le loro forze e ci regalano uno degli split a cui sono più affezionato, uno dei dischi a mio parer più intensi e importanti di tutta la scena anarco/crust punk italiana. Lo copia fisica dello split è assurda da tenere tra le mani. Inoltre nella parte del bootleg occupata dai Tetano, il gruppo beneventino ci tiene a ringraziare tutti quei compagni e compagne che hanno incontrato sulla strada che porta all’emancipazione sociale e verso un mondo di libertà ed uguaglianza, mentre in quella dedicata ai Quarto Potere, il gruppo sardo ha voluto dedicare un saluto e un abbraccio a tutti/e i/le compagni/e detenuti nelle prigioni di stato. Altro punto che trovo interessante è l’estratto di una dichiarazione dell’anarchico Ravachol tenuta in tribunale davanti ai giudici che lo accusavano di omicidio. Ci tengo a sottolineare tutti questi particolari per evidenziare come ciò che animava i due gruppi andava ben al di là della musica e che il punk fungeva come mezzo per diffondere solidarietà, sperimentare l’autogestione e attaccare un’esistente oppressivo fondato sulla repressione statale e sullo sfruttamento lavorativo. Il punk visto come mezzo, come minaccia, mai come fine. Il punk che non è solo musica, ma un attacco totale a questo mondo, per abbattere lo Stato e distruggere il capitalismo. Tornando sul lato prettamente “musicale” lo split è composto da cinque tracce per i Quarto Potere e tre per quanto riguarda i Tetano. Il sound dei Tetano rimane fortemente ancorato ad un anarcho punk primitivo che però sfocia spesso in territori propriamente crust più aggressivi e brutali. In “Odio la Polizia”, traccia che apre il lato dello split del gruppo campano, i nostri ribadiscono un concetto chiaro e semplice: le forze dell’ordine sono il braccio armato della classe padronale e difendono dunque la giustizia e gli interessi della borghesia. Ma è la successiva “Violenza/Non Violenza” la traccia che ho sempre apprezzato maggiormente dei Tetano su questo lavoro, sia a livello di sound quanto e sopratutto a livello lirico. Difatti nel testo i Tetano cercano di trattare l’annosa questione violenza/non violenza, arrivando giustamente a sostenere che l’unica violenza giusta e necessaria è quella rivoluzionaria per abbattere lo Stato ed il Capitale. E non possono che trovarmi estremamente d’accordo.

Il lato dello split occupato dai Quarto Potere è devastante sotto tutti i punti di vista. A livello di sonorità il gruppo sardo ha virato verso lidi propriamente crust-core, un sound che rispetto all’esordio si è fatto più brutale e ruvido, influenzato ancora pesantemente dai Wretched e dai Discharge ma sopratutto dai Doom e dagli Anti-Cimex. L’influenza wretchediana emerge prepotentemente nella seconda traccia “10,100,1000 Nassirya”, mentre l’iniziale “Hiroshima” risente molto l’influenza di un certo crust-core. Ricordo che quando ascoltai per la primissima volta questo split mi innamorai immediatamente di “Hiroshima”, traccia che ritengo ancora oggi essere una delle migliori mai scritte dai Quarto Potere. Le tematiche trattate sono quelle classiche del genere: dall’aspra critica della guerra imperialista mascherata da “operazione di pace” o peggio da “intervento umanitario” nella conclusiva “Guerra di Pace”, alla presa di posizione antimilitarista nelle due tracce di cui ho parlato poco sopra, passando per la critica del copyright e della mercificazione delle forme di espressione-comunicazione e proponendo come unica alternativa pratica e politica, in un’ottica di anti-mercificazione e di rifiuto del profitto, l’autoproduzione e l’etica diy. Ed è proprio parlando di autoproduzione, pratica che tengo molto a cuore e che anima fin dal primo giorno Disastro Sonoro, che voglio concludere questo paragrafo dedicato allo splendido split tra i Tetano e i Quarto Potere. Citando direttamente le parole scritte dai Quarto Potere nel bootleg che accompagna lo split: “In una società in cui orma si tenta di ridurre a semplice merce e di consacrare al dio profitto anche la più irrilevante delle forme di espressione-comunicazione, l’autoproduzione viene ad acquistare un suo preciso significato quale ultima (e forse unica) strada da percorrere per riappropriarci di tutto ciò che veniamo a creare ogni giorno in quanto individui pensanti. Il rifiuto di un’ottica puramente commerciale e di mercificazione delle nostre espressioni, è alla base di una genuina scelta di autoproduzione e anche un elemento che conferisce a quest’ultima un suo incisivo valore politico…”. 

Ci avviamo alla conclusione di questo viaggio negli abissi della scena anarcho/crust punk della prima metà degli anni Duemila giungendo al 2010, anno in cui viene pubblicato un’altro split assurdo tra i Quarto Potere e gli Olim Palus intitolato 1184-2010″, split che ha potuto vedere la luce solamente grazie alla collaborazione di numerose etichette indipendenti, dimostrando come la solidarietà, all’interno di un certo modo di intendere la musica punk, sia una pratica messa in atto realmente nel quotidiano. Quattro tracce portano la firma dei Quarto Potere mentre solo una quella degli Olim Palus, la splendida “Convertiamo le Parole in Fuoco”, una dichiarazione di guerra a questo mondo, un’invito all’azione diretta e ad armare le parole contro un’esistente fatto di sfruttamento e oppressione. I Quarto Potere, partiti ai tempi di “Incubo Senza Fine” con un sound ancora pesantemente influenzato dai Wretched, giungono finalmente su questo split a sonorità che potrei definire senza troppi problemi crust-core a la Doom con un growl onnipresente e brutale. Un’evoluzione (se così possiamo chiamarla) di cui si intravedevano segnali già sullo splendido split con i Tetano. Aprono le danze di guerra i Quarto Potere con una breve intro in cui viene ripresa una citazione di “V per Vendetta“, salvo poi lasciare ad un giro di basso da brividi il compito di introdurre la prima traccia “Terrore”, un minuto di violento crust-core tritaossa su cui spicca il growl cavernoso di Robi. Tutte e quattro le tracce dei Quarto Potere presenti su questo magnifico split sembrano dipingere, non solo a livello lirico, un’atmosfera e uno scenario profondamente post-apocalittico e privo di speranze di sopravvivenza, come sottolineato da una traccia come “Nessuna Speranza di Vita”. Passando all’unico brano degli Olim Palus, “Convertiamo le Parole in Fuoco” è uno dei pezzi più belli di tutta la scena d-beat e crust punk italiana. Le sonorità del gruppo di Latina sono ancora legate alla scuola crust svedese di Avskum, Anti-Cimex e qualcosa dei primissimi Wolfpack sopratutto per un certo gusto nel riffing e nelle melodie e inoltre il brano è attraversato da un’intensità e da una aggressività senza eguali. Ho i brividi ancora oggi ogni volta che le voci di Matteo e Emanuele urlano ripetutamente “convertiamo le parole in fuoco”. Giungendo a conclusione definitiva non solo di questo paragrafo ma anche di tutto questo articolo, ci tengo a sottolineare probabilmente la nota più importante che accompagnava la pubblicazione dello split tra Quarto Potere e Olim Palus, ossia la volontà di dedicare il lavoro ai compagni sotto processo per i fatti del G8 di Genova, come a voler ribadire ancora una volta che il punk (in tutte le sue forme) non può essere solo musica ma anzi mezzo per diffondere ed esprimere solidarietà e complicità e minaccia per farla finita una volta per tutte con questo esistente votato allo sfruttamento, alla repressione e all’oppressione delle nostre vite in nome del profitto.

Questi sono solamente alcuni spunti che ritengo validi e interessanti per la lotta dei/delle punx rivoluzionari/e destinati ad essere discussi, corretti e soprattutto messi in pratica senza perdere tempo. Perché non è più tempo della parola mormorata a fior di labbra, bensì è giunta l’ora di armare questi fiumi di parole che ci ostiniamo a scrivere, ad urlare in un microfono o peggio a soffocare nello sconforto delle nostre gole. Per non essere mai più disarmati, convertiamo le parole in fuoco.

Nel Segno del Marchio Nero – Storia del Proto Black Metal Internazionale 1981-1991

The mightiest of hordes born through faith and belief
Hail now the sign of the black mark and of doom….. (Bathory)

 

Questa recensione è una sorta di esperimento perché per la prima volta non mi troverò a parlare di un disco bensì di un libro. Un libro scritto dal caro Flavio qualche tempo fa e la cui recensione è in ballo da davvero parecchi mesi perché, come al solito, oltre che affetto da pigrizia cronica, mi ci vuole sempre troppo tempo per parlare delle cose che mi hanno appassionato e che mi piacciono. “Nel Segno del Marchio Nero – Storia del proto black metal internazionale 1981-1991” (questo il titolo del libro) è stata una lettura estremamente interessante capace di appassionare tenendo attaccati alle pagine e, nonostante la lunghezza (ben 490 pagine), che ho trovato per niente pesante o prolissa. Certamente queste considerazioni devono tener conto dell’interesse del lettore nei confronti della materia trattata nel corso delle pagine. Una cosa che ha riscontrato il mio apprezzamento fin da subito è stato sicuramente uno stile di scrittura che mi ha lasciato un forte retrogusto da fanzine, uno stile dunque che lascia trasparire tutta la passione che ha animato Flavo nel trattare l’argomento protagonista di questo libro. Ecco, ora credo sia giunto finalmente il momento di parlarvi di questo interessante libro che, come evidenziato in maniera chiara dal titolo e dal sottotitolo, ci accompagna in un viaggio alla scoperta (o riscoperta, per alcuni) del proto-black metal e delle varie scene nazionali coprendo un arco temporale che va dal 1981 al 1991, praticamente più di dieci anni prima dall’esplosione della seconda ondata black metal in terra norvegese.

Scene nazionali estreme e proto-black di seminale importanza si alternano a vere chicche per appassionati del genere. Ci si addentra infatti in tantissimi contesti nazionali, dalle scene più note, ma comunque dal’anima e dall’attitudine profondamente underground, come quella brasiliana (addirittura Flavio ci presenta un’intervista con alcuni membri degli Holocausto), svizzera, canadese o greca, a quelle misconosciute  come quella finlandese, colombiana o la (non) scena islandese, passando per le immancabili e primitive scene norvegese e svedese. Ce n’è davvero per tutti i gusti se si è appassionati di metal estremo e in particolare del metallo nero nelle sue incarnazioni primordiali.

Hellhammer

Il libro inoltre è strutturato in maniera semplice ed immediata ed è proprio questo il suo merito in grado di render la lettura estremamente godibile, quasi non accorgendosi di essersi imbattuti in un’opera di quasi 500 pagine. Difatti ogni capitolo tratta in modo approfondito e specifico una determinata scena proto black nazionale, partendo da quelle più classiche e legate ancora in modo indissolubile dall’heavy-speed/thrash metal e alla NWOBHM, come quella inglese guidata dai Venom (gruppo a cui dobbiamo il nome stesso di black metal grazie al loro omonimo album del 1982), quella italiana di Death SS, Necrodeath e Bulldozer, quella tedesca capeggiata dai Sodom (seminale il loro ep “In the Sign of Evil) e quella statunitense rappresentata anzitutto dagli Slayer. Ma c’è anche spazio per gruppi non propriamente black ma che hanno avuto un’importanza siderale nell’evoluzione della musica heavy e nel passaggio dallo speed metal a sonorità più estreme e primitive nella loro aggressività. Pensiamo banalmente agli Acid dal Belgio autori di due ottimi lavori di oscuro speed metal negli anni ’80 o ai danesi Mercyful Fate con il loro heavy metal dalle tematiche occulte e esoteriche e con l’iconico face painting del cantante e leader King Diamond che verrà successivamente ripreso dai gruppi black metal della seconda ondata.

Ci sono chicche davvero per tutti i gusti, ma soprattutto per coloro che amano visceralmente l’underground estremo a cavallo tra gli anni ’80 e i ’90 che si ritroveranno a leggere righe su righe dedicate a gruppi semi-sconosciuti ai più come i colombiani Parabellum, gli islandesi Flames of Hell o i finlandesi Beherit. Il tutto condito con approfondimenti immancabili sui mostri sacri del black metal scandinavo come i Bathory, i Mayhem o i Darkhtrone o su altri mostri sacri del calibro degli Hellhammer o gli ungheresi Tormentor.

Sarcofago

Nonostante potrei parlarvi probabilmente all’infinito di tantissimi gruppi o scene presentate in questo libro, credo che la cosa migliore da fare sia interrompere qui questa “recensione” per lasciar a voi la scelta di addentrarvi ancora più in profondità in questo viaggio alla scoperta della scena estrema internazionale a cavallo tra gli anni 80 e i 90. “Nel Segno del Marchio Nero – Storia del proto black metal internazionale 1981-1991″ è veramente un libro coraggioso nella scelta di trattare una tematica dai confini così ardui da definire, ma rimane un’opera ben curata ed estremamente godibile tanto per chi è cresciuto ascoltandosi fino allo sfinimento dischi seminali come “I.N.R.I.” dei Sarcofago, “Non Servium” dei Rotting Christ, “Under the Sign of the Black Mark” dei Bathory o “Fallen Angel of Doom” dei Blasphemy, quanto per i curiosi che vogliono approfondire la propria conoscenza dell’evoluzione del metal estremo passando per quel brodo primordiale definibile come proto-black. Benvenuti all’inferno, buona lettura.

 

Stoned Lords of Olona Wasteland Noise

Fine della quarantena, data sconosciuta. Il mondo come lo conoscevamo prima della pandemia non esiste più e forse è un bene. In questo scenario surreale e post-apocalittico, nella Valle della Morte impestata dai fumi nauseabondi che fuoriescono dalle acque putride dell’Olona, non si aggirano però solamente orde di guerrieri-zombie portatrici unicamente di morte e distruzione per tutte le lande desolate del varesotto come i Motron e gli Overcharge. In un territorio isolato e nascosto ad occhi indiscreti si dice abiti una piccola comunità che è riuscita a sfuggire alla pandemia. Una comunità misteriosa di esseri regrediti a causa del virus ad una fase dell’evoluzione in cui uomo e scimmia non erano due entità separate; una comunità che sopravvive alimentando le sue giornate con dosi ingenti di erba e altre sostanze stupefacenti di dubbia provenienza. E tra un’allucinazione e l’altra questa comunità, conosciuta per tutte le lande desolate con il nome di Stoned Monkey, si dice sia maestra nell’arte della jam infinita in cui si diletta a suonare un fangoso e allucinato ibrido di stoner, sludge e doom metal. Nelle leggende narrate dai menestrelli che vagano per la Valle della Morte ci si riferisce agli Stoned Monkey con il titolo di “signori drogati dell’Olona Wasteland”, e si racconta siano anch’essi viscerali ed intimi amanti del caos e del rumore più totale. Chiudetevi in casa, blindate porte e finestre, assumete la sostanza allucinogena che più vi aggrada e lasciatevi trascinare giù nelle sabbie mobili create dal sound opprimente di queste scimmie drogate!

 

La scena sludge/stoner/doom italiana negli ultimi anni si è dimostrata terreno estremamente fertile che ha fatto emergere una manciata di ottimi gruppi che ci hanno regalato davvero dei lavori grandiosi. Dall’estremo nord-est della penisola fino alle zone meridionali passando per le isole, gruppi come i Deadsmoke, i Sator, gli Evil Cosby, i Bigg Men o i Greenthumb hanno dimostrato che la passione per un certo tipo di sonorità allucinate e opprimenti dominate in egual modo da estrema lentezza ed estrema pesantezza avevano trovato nuova linfa. A questi gruppi si sommano da qualche anno anche gli Stoned Monkey, gruppo sludge influenzato pesantemente dal doom più pachidermico e dallo stoner rock più rumoroso e fumoso che possiate immaginare. Finalmente nel dicembre dello scorso anno, grazie anche ad Argonauta Records, i nostri hanno fatto emergere dal fango dell’Olona Wasteland il loro primo album intitolato semplicemente “Stoned Monkey”, un trip di marijuana e pesanti distorsioni da ascoltare rigorosamente sotto l’effetto di qualche droga. Fino a qui tutto bene, ma è solamente addentrandoci in questa palude melmosa e soffocante dominata da allucinazioni sonore e visive che la situazione migliora. Ci troviamo infatti ad ascoltare sei tracce per una mezz’ora di asfissiante e distortissimo sludge metal strumentale arricchito con tutta la lentezza possibile del doom e dal sapore drogato e groovy del migliore stoner rock. Un vero e proprio viaggio allucinato che intrappola l’ascoltatore e lo trascina giù con se nelle sabbie mobili da cui è praticamente impossibile fuggire. Un muro di suono che gioca come già detto sull’estremo utilizzo delle distorsioni e su un’alternanza nel riffing che gioca con una lentezza opprimente e una pesantezza angosciante al punto da riuscire a creare un’atmosfera generale estremamente ipnotica che aleggia per tutta la durata del disco. La traccia con cui inizia questo nostro trip in compagnia degli Stone Monkey si intitola “Pain of Mind” e ci fa subito capire che non c’è scampo e che dovremmo abbandonare immediatamente ogni speranza: un muro di suono dominato da una pesantezza atroce, da un riffing sludge-doom estremamente distorto e da un groove stoner rock che amplifica la sensazione di allucinazione generale. Tutto questo prosegue in maniera immutabile con la seconda tappa di questo viaggio, la splendida “Stoned as Fuck”, colpo letale che ci fa piombare in una trance ipnotica sempre in bilico tra lentezza e pesantezza, le due anime consolidate del sound degli Stoned Monkey. Il nostro trip prosegue su queste coordinate fino alla conclusiva “Green House”, traccia che chiude il disco in maniera magistrale raggiungendo l’apice dell’allucinazione sonora e della pesantezza fangosa e opprimente. Durante l’ascolto delle sei tracce emergono chiaramente le influenze degli Electric Wizard, degli Eyehategod, dei Weedeater e dei Belzebong, ma al contempo non soffocano mai del tutto la personalità e l’attitudine sincera degli Stoned Monkey e questo non può che essere merito della loro evidente capacità compositiva. Nel nome della sofferenza, della lentezza e della pesantezza dominano incontrastati questi allucinati signori su tutte le lande desolate della Valle della Morte!

 

In Front of Paranoia – Insanity Reigns Supreme

Cronache dalla quarantena nella provincia contaminata. Prima lettera ai sopravvissuti al virus (e al collasso del capitalismo).

Di fronte alla paranoia, la follia regna sovrana…

Alla televisione hanno detto che la malattia si espande rapidamente. In moltissime città il numero di coloro che muoiono aumenta, in altre zone desolate cresce sempre di più la conta di chi, in preda al terrore e alla paranoia, decide di togliersi la vita piuttosto che attendere la lenta morte tra atroci sofferenze. Il virus, ancora scononosciuto, si trasmette velocemente come un banale raffreddore stagionale. Basta un qualsiasi contatto umano e ti ammali. Una volta che il virus inizia a circolare nel corpo, si viene assaliti da una tristezza profonda e si hanno due sole alternative: aspettare la morte o uccidersi, è cosi che funziona. Altri credono che per sfuggire al virus basti barricarsi nelle proprie abitazioni, come fossero dei lazzaretti impenetrabili e attendere che dalle televisioni una voce annunci la scoperta di una cura o di un vaccino per il virus. Ma il tempo scorre inesorabile, giorno dopo giorno il numero dei decessi aumenta. Passa così un mese, le autorità impongono la quarantena forzata a tutta la popolazione, minacciando arresti, denunce e sanzioni per coloro che avessero anche solo osato pensare di poter infrnagere queste misure speciali. Repressione reale e psicopolizia si alternano come in un romanzo distopico.

Una quarantena inizialmente momentanea e che invece ad oggi non sembra ancora avere una scadenza. Non basta, le strade deserte vengono invase da forze di polizia e dall’esercito con il compito di controllare e sorvegliare gli spostamenti di ogni singolo individuo e di punire coloro che si ribellano a questa restrizione estrema della libertà. Paranoia nelle strade, paranoie nelle abitazioni che prendono sempre più la forma di celle e in cui la quarantena si trasforma in reclusione forzata, psicosi diffusa tra la gente. Ma la sete di sangue del virus non sembra aver intenzione di placarsi.

Gli unici a cui l’autorità concede (sarebbe meglio dire, obbliga) di muoversi sono i lavoratori delle fabbriche, perchè si sa che il capitalismo e gli interessi dei padroni sono più importanti della sicurezza dei proletari  che possono senza problemi essere sacrificati sull’altare del profitto,per l’ennesima volta nella storia. Scioperi spontanei e selvaggi disturbano però l’ordinario funzionamento del capitalismo nazionale e invadono le fabbriche e gli altri luoghi di lavoro. La produzione si ferma, la logisitica di ferma. Iniziano i saccheggi dei grandi centri commerciali, la merce di lusso viene data alle fiamme in un vortice di gioia insurrezionale. L’inizio del collasso del capitalismo sembra all’orizzonte e qualcuno tra noi si prepara ad  assestare il colpo fatale a questo mondo.

Intanto le carceri di tutto il paese iniziano a prendere fuoco e ad alimentarne le fiamme sono le rivolte dei detenuti che protestano per le loro condizioni e per la mancanza di sicurezza dinanzi all’avanzata del mortale virus. L’autorità dello stato ha una sola risposta per placare i tumulti, la più classica: repressione e omicidi. Nel giro di meno di quattro giorni di rivolte perdono la vita per mano delle forze poliziesche una ventina di detenuti da nord a sud, mentre altrettanti riescono ad evadere dalle galere e correre liberi su sentieri illuminati solamente dalla luna, unica fedele compagna dei fuggiaschi e dei latitanti di ogni epoca. Ma il virus non è ancora sazio e anzi prosegue nella sua bramosa fame di morte. Detenuti e proletari, carne da macello per il capitale e per lo Stato, hanno iniziato a minare questo esistente fondato sullo sfruttamento, sulla repressione, sulla non-vita. Gli oppressi ci insegnano che lo stato di emergenza» in cui viviamo è la regola nell’epoca del libero mercato. Il virus ha smascherato l’intima fragilità delle strutture statali e della loro pretesa di essere necessarie, inattaccabili, eterne, divine.

Controllo, sorveglianza, repressione non bastano più a placare la ribellione degli ultimi e degli sfruttati di questo mondo. Il collasso del capitalismo sembra davvero alle porte… La paranoia dilaga nei difensori di questo esistente, infinite possibilità si aprono invece per coloro che di questo esistente vogliono lasciare solo macerie.

La storia narrata nell’introduzione di questo articolo si pone a meta strada tra la cronaca reale delle ultime settimane, la fantasia degna di un film fantascientifico-horror degli anni ’80 in stile “Incubo sulla Città Contaminata” di Umberto Lenzi e una buona dose di analisi di classe auspicando nella caduta del capitalismo. Prendetela per quella che è, un racconto a metà tra la realtà e la distopia scritto durante la quarantena rinchiuso in provincia, niente più, niente meno. Però vi lascio alla fine di questo articolo un interessante contributo da leggere per comprendere al meglio questa situazione di emergenza economico-sanitaria.

Purtroppo però a fare da colonna sonora a questa reclusione forzata non ci sono le sublimi musiche che accompagnavano il film di Lenzi sopracitato ad opera dal grandissimo Stelvio Cipriani, bensì un tripudio di brutale e marcio crust punk imbastardito con le frange più violente del metal estremo e del grindcore. E’ così che nasce quindi “In Front of Paranoia”, rubrica creata con il solo scopo di riscoprire quei gruppi e quei dischi che ritengo fondamentali e che si posizionano a metà strada tra i territori più estremi della musica metal (death su tutti) e il crust punk. In questo primo appuntamento ci addentreremo negli oscuri abissi dell’underground estremo del Regno Unito alla scoperta (o riscoperta) dei Prophecy of Doom e dei Deviated Instinct e di due dischi seminali per la musica estrema a cavallo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90: “Acknowledge the Confusion Master” e “Rock’n’Roll Conformity”.

I Prophecy of Doom emergono dagli abissi dell’underground britannico dei tardi anni ’80 e personalmente ritengo siano stati uno di quei gruppi da ritenere fondamentali e seminali nel rendere vani quei confini immaginari tra la scena crust punk e quella del death metal dell’epoca. I Prophecy of Doom nel 1988 emergono per l’appunto da questo brodo primordiale composto in egual misura da influenze provenienti da entrambi i territori estremi e si sciolgono meno di dieci anni dopo, nel 1996.

Nel 1989 i Prophecy of Doom registrano i loro primo 7″ intitolato “Calculated Mind Rape”, lavoro in cui i nostri ci danno un primo assaggio del loro sound che risente dell’influenza di tutte quelle anime che permeavano l’underground estremo britannico dell’epoca, prendendo a piene mani tanto dal death metal a la Bolt Thrower quanto dal grindcore dei Napalm Death, senza disdegnare echi di retaggi crust punk.

Ma è nel 1990 che Martin (basso), Shrew (Voce), Tom (Chitarra), Shrub (Chitarra) e Dean (Batteria) registrano il seminale Acknowledge the Confusion Master” che vedrà successivamente la luce su CD sotto forma di split con quell’altro capolavoro dell’underground estremo britannico di fine anni ’80/inizio ’90 che è “The Rise of the Serpent Man” degli Axegrinder. Uscito nello stesso anno di “Harmony Corruption”, terza fatica in studio dei Napalm Death, e ad un anno di distanza dal capolavoro “World Downfall” firmato Terrorizer, questo “Acknowledge the Confusion Master” rappresenta anch’esso un ottimo esempio di death-grind che non abbandona mai del tutto però il proprio legame primordiale con le frange più estreme e marce del punk, tanto nell’attitudine quanto nell’atmosfera generale che permea l’intero lavoro. Ci troviamo infatti dinanzi ad un perfetto ibrido tra il primordiale e selvaggio death metal di scuola britannica di gentaglia quali Bolt Thrower e Benediction, il marcio crust/d-beat punk di Doom e primissimi Extreme Noise Terror e il seminale grindcore dei mostri sacri Napalm Death (per rimanere in terra albionica) e dei Repulsion di “Horrified“. Questo variegato spettro di influenze che animava i Prophecy of Doom venne sintetizzato in ben nove tracce e in un sound definibile senza troppi problemi come marcio e brutale death-grind anora legato a doppio filo con il crust punk più selvaggio e primitivo e ben evidenziato da tracce quali Insanity Reigns Supreme, Calculated Mind Rape, Rancid Oracle o la stessa titletrack. All’epoca I Prophecy of Doom son stati sicuramente tra i pionieri di un nuovo modo di intendere la musica estrema e hanno dato una spinta che ritengo fondamentale all’evoluzione della scena grindcore britannica grazie al loro ibrido di death-grind e reminescenze crust/punk. La profezia è stata svelata, la follia regna sovrana...

Prophecy of Doom

I Deviated Instinct si formarono nel lontanissimo 1984 in uno squat di Argyle Street in quel di Norwich e nel giro di due anni registrarono e pubblicarono due demo devastanti intitolate rispettivamente “Tip of the Iceberg” e la seminale “Terminal Filth Stenchcore” che diede addirittura nome ad un preciso modo di suonare crust punk influenzato dal metal estremo, in particolare il death. Nel 1986, ai tempi della pubblicazione di “Terminal Filth Stenchcore” i Deviated Instinct non avrebbero mai pensato che quella parola (stenchcore) nel titolo della loro seconda demo sarebbe poi stata presa come etichetta da affibbiare a tutti quei gruppi caratterizzati da un suond a metà strada tra il crust punk ed il death metal. A quei tempi probabilmente il termine stenchcore era per i Deviated Instinct solamente il modo migliore per descrivere la propria proposta e il proprio modo di suona un crust punk estremamente influenzato dal death e dal thrash metal. Un anno doppo, nel 1987, i Deviated Instinct pubblicano quello che ritengo essere uno dei migliori ep mai registrati, ovvero “Welcome to the Orgy”, quattro tracce tra cui possiamo trovare due dei brani che amo di più del gruppo di Norwich: “Cancer Spreading” e “Scarecrow”. Un Ep seminale che iniziava già a delineare quasi definitivamente il sound selvaggio, abrasivo e marcio tipico dei Deviated Instinct e che sarebbe poi definitivamente esploso sul vero protagonista di queste righe, il magnifico “Rock’n’Roll Conformity“.

E’ finalmente nel 1988 che Leggo (Voce), Tom (Basso), Sean (Batteria) e Rob (Chitarra) decidono di registrare e dare alle stampe il loro primo full lenght che intitolarono “Rock’n’Roll Confirmity”, quello che ritengo essere il loro capolavoro in assoluto e allo stesso tempo il riassunto perfetto del loro sound. “Rock’n’Roll Confirmity” è un disco primitivo nella sua brutalità e di un importanza inenarrabile per la scena estrema britannica di fine anni 80, un disco capace di mettere d’accordo tutti, tanto gli amanti del crust punk più selvaggio quanto quelli del death metal più marcio e brutale. Un riffing influenzato dal death metal così come dal thrash ma mai complesso al punto da valicare l’irruenza selvaggia del punk, una voce si sofferta ma sopratutto aggressiva e graffiante, un’atmosfera generale permeata da un epicità oscura e attratta da tensioni apocalittiche e una batteria martellante che non disdegna qualche brutale blast-beats, sono questi gli elementi attorno a cui ruotano le dieci tracce che compongono “Rock’n’Roll Conformity” e che delineano il death-crust punk suonato dai Deviated Instinct. La doppietta iniziale con cui si apre il disco formata da Pearl Before Swine e da Laugh in Your Face ci travolge con la sua ferocia selvaggia e primordiale che non ha alcuna intenzione di risparmiare le nostre futili esistenze; allo stesso modo le due tracce con cui si giunge al termine del disco, Return of Frost e Mechanical Extinction, sono una tempesta inarrestabile di furia cieca e rabbia primitiva. Rock’n’Roll Conformity è stato un disco seminale, non mi stancherò mai di sottolinearlo. In un’orgia di crust punk imbastardito con il death e il thrash metal della durata di mezz’ora, i Deviated Instinct hanno segnato per sempre la storia della musica estrema, per alcuni inventando addirittura un genere, lo stenchcore. Tirando le somme e giungendo alla conclusione di questo articolo, esiste dunque un solo modo per definire i Deviated Instinct ed il loro sound: sporco stenchcore suonato da quattro squatters di Norwich, niente di più e niente di meno. Pestilenza, carestia, guerra e morte… benvenuti nell’orgia.

 

Contributi da leggere per analizzare la situazione di crisi sanitaria ed economica attuale, la repressione statale e discutere delle possibilità che si presentano dinanzi a noi per colpire il capitalismo e accellerarne la caduta: La Città Appestata di M.Foucault

Lords of Olona Wasteland Chaos

THAT’S THE WAY WE LIKE IT BABY, WE DON’T WANT TO LIVE FOREVER!

Fine della quarantena, data sconosciuta. Il mondo come lo conoscevamo prima della pandemia non esiste più e forse è un bene. Secondo alcuni esperti il virus sembrerebbe essere stato debellato per sempre, secondo altri esso è pronto nuovamente ad infettare ciò che rimane degli esseri umani per trasformarli definitivamente in creature che nemmeno la morte può portare con se. In questo scenario surreale e post-apocalittico, nella Valle della Morte impestata dai fumi nauseabondi che fuoriescono dalle acque putride dell’Olona, si aggirano numerose orde di guerrieri-zombie ubriachi marci fino al midollo portatori unicamente di morte e distruzione per tutte le lande desolate del varesotto. Il nome di due di queste bande di non-umani rieccheggia nel vento e porta con sè sventura, provocando terrore in quelle poche comunità di sopravvissuti che popolano le mortifere wastelands. Motron e Overcharge, questi i loro terribili nomi, signori incontrastati del caos su queste terre dominate dalla desolazione e dalla paura. Chiudetevi in casa, blindate porte e finestre perchè un vortice di d-beat, raw’n’roll e speedmetalpunk si sta avvicinando per spazzare via qualsiasi cosa trovi sulla sua strada. 

Si avete sentito bene: Motron e Overcharge sono riemersi dalle acque putride dell’Olona, sono di nuovo on the road per le lande desolate della valle della morte e sono pronti nuovamente a portare il caos e distruzione per tutte le terre del varesotto, tenendo sempre alta la fiamma immortale del metal-punk grazie a due nuovi devastanti dischi capaci di scatenare l’inferno in terra! Il primo novembre del 2019 viene finalmente pubblicato il nuovo lavoro in casa Motron intitolato “Who’ll Stop the Rain?“, mentre il 20 di marzo è il turno di “Metalpunx”, ultima fatica targata Overcharge. Ed ora è giunto il momento di parlarvi di queste due vere e proprie dichiarazioni di guerra accompagnate da una colonna sonora a base di d-beat, crust punk, speed metal e rock’n’roll!

Per questioni di cuore partiamo da “Who’ll Stop the Rain”, disco che ho avuto il piacere e l’onore di coprodurre senza pensarci due volte, andando sul sicuro con i Motron che ormai ritengo essere uno di quei gruppi garanzia tanto a livello di sound quanto a livello di attitudine. Fin dai tempi della loro prima demo datata 2003 il sound dei Motron si componeva, anche se in modo ancora acerbo, di due anime ben definite: quella più legata ad un rock’n’roll stradaiolo di ispirazione motorheadiana e quella maggiormente influenzata dal d-beat/crust di mostri sacri quali Discharge, Extreme Noise Terror e perchè no Driller Killer.  Oggi a distanza di sei anni, questo sound, rinominato dai nostri semplicemente “Raw’n’Roll”, è ancora il punto di forza dei Motron e rappresenta ancora una volta la ricetta vincente su un disco a tratti perfetto come “Who’ll Stop the Rain”. Tredici tracce in cui l’anima più raw e quella roll (richiamate anche dalla denominazione dei due lati del disco) vengono miscelate alla perfezione come forse mai era avvenuto nei precedenti, seppur ottimi, lavori del gruppo varesino. Un disco questo “Who’ll Stop the Rain” in cui le suddette due anime continuano a fondersi ma al contempo rimanere ben definite, permettendo in questo modo di poter sentire perfettamente tutte le influenze da cui prenda vita il devastante Motron-sound: dalla furia frenetica delle composizioni che richiama i primi seminali lavori degli Extreme Noise Terror alla brutalità martellante del d-beat di scuola Discharge, passando per un riffing crust tipico dei Driller Killer o dei Doom alternato ad un groove profondamente rock’n’roll a la Motorhead (influenza che ho sentito principalmente negli assoli) e un’attitudine generale dell’intero lavoro molto stradaiola, bellicosa e ancora visceralmente legata all’underground. La cartucciera dei Motron questa volta può contare su tredici proiettili praticamente letali a cui si somma la cover di “Potere Nelle Strade” dei Nabat rivisitata in chiave raw’n’roll da buona tradizione motroniana che si rispetti che non ha nulla da recriminare all’originale. Tracce come Hair of the Dog, la titletrack, Forget, Into my Cage o Rage Burning fungono da esempi definitivi di quell’ibrido bastardo composto in egual misura dal d-beat/crust punk più marcio e dal rock’n’roll più stradaiolo che è il sound dei Motron oggigiorno, nothing less, nothing more. Sempre fedeli a loro stessi, i Motron si abbattono con la potenza di una tempesta sulle nostre vite e lasciando solo distruzione e caos al loro passaggio.

“Metalpunx”, un titolo più esplicativo di questo per descrivere la proposta degli Overcharge era seriamente difficile trovarlo. Gli alfieri italiani del più veloce e furioso ibrido speedmetalpunk profondamente influenzato dalla lezione dei Motorhead sono tornati a distanza di ormai quattro anni dal grandioso “Speedsick” e di soli due anni dall’ep “Electric Reaper” ma non hanno perso nulla in termini di rabbia, furia cieca e completa devozione alla distruzione più totale. “Metalpunx”, come già detto, basta da sè per descrivere il sound degli Overcharge, un concentrato di metal e punk nella sue forme più caotiche, veloci e violente. Ma cerchiamo di addentrarci con calma in questa tempesta sonora formata da nove brutali tracce, alcune, come la magnifica quarta traccia D-beat Destruction, fin dal titolo estremamente chiare su quello che ci aspetta addentrandoci nell’ascolto di questo nuovo disco. Anche gli Overcharge come i Motron rilasciarono la loro prima fatica in studio nel lontano 2013 e da allora hanno portato il loro tipico sound ad una maturazione pressochè totale, sound che trasuda da ogni singola nota di questo nuovo “Metalpunx”. Pescando come sempre a piene mani dal meglio del rock’n’roll/metal dei Motorhead, dal d-beat devastante di Discharge e Varukers, dal punk stradaiolo dei GBH, dall’hardcore-crust svedese di Anti-Cimex e Driller Killer (ma anche Wolfpack/Wolfbrigade) fino a giungere allo speed metal dei mitici Warhead, il sound degli Overcharge è quanto di meglio si possa volere da un ibrido bastardo tra lo speed metal, il d-beat/punk e il rock’n’roll, furioso e veloce, distruttivo e guerreggiante che li accomuna sempre più con realtà quali i canadesi Inepsy. L’Overcharge-sound emerge prepotente in tracce quali Black Diesel Breath, Bury the Damned e Lord of Hysteria per ribadire, se ce ne fosse bisogno, che qui non c’è nessuna intenzione di fare prigionieri ma unicamente di dispensare morte e distruzione. Gli Overcharge si dimostrano quindi ancora una volta essere i signori incontrastati del caos e dello speedmetalpunk e questo “Metalpunk” è la loro ennesima dichiariazone di guerra con la quale sono pronti a tornare a scorrazzare liberi e selvaggi per far tremare tutto le lande desolate attraversate dall’Olona! It’s only a d-beat destruction but that’s the way we like it baby!

Una nuova tempesta è ormai giunta, tuoni e fulmini devastano le lande desolate della provincia, un vortice di devastazione e di raw’n’roll e speeemetalpunk si abbatte nuovamente sulle nostre misere vite votate alla follia e alla paura. Chi potrà fermare la pioggia? Chi potrà fermare queste orde barbariche pronte a lasciare solo macerie al loro passaggio nell’Olona Wasteland?