C’è questo tempo ancora – Max/Contrasto (da Radio Punk)

…l’esempio dei compagni con il piombo in canna e con la rabbia di quegl’anni. Si è fatta l’ora! Si è fatto il nostro tempo! (Strada per Strada – Contrasto)

Mi capita raramente, molto meno di quello che vorrei in realtà, di postare su questo blog contributi scritti da terze parti e quando lo faccio è solamente perchè mi trovo in totale sintonia e affinità con chi scrive, con le parole che vengono scritte, con le questioni che vengono sollevate, con le analisi che vengono prodotte e con gli spunti di riflessioni che esse susctanto. E’ capitato con il volantino “Alle creste colorate preferiamo il passamontagna” firmato Schifonoia (e non solo), con il contributo dal titolo “Numeri e Incompatibilità” ad opera di Scaglie di Rumore e con “Yes Sir, I Will” interessante analisi prodotta dai compagni di Distrozione. E ricapita ora con questo testo scritto da Max dei Contrasto per le pagine virtuali dei compagni e delle compagne del blog Radio Punk, persone realmente stupende che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente e con cui condivido un preciso modo di vedere e intendere la musica e la scena punk hardcore. Buona lettura e passate da Radio Punk, non ve ne pentirete!

 

Mi ricordo un treno, nella memoria stanca
che andava a tutta velocità
a marcia indietro^

Siamo sempre qua. Fermi. Come le montagne. Nullo sorride gentile in questo pomeriggio di ricordi e castagne mentre Ornella si stringe al cancello di casa. Leggera. Pare ancora settembre. Briciole di pane secco. Vecchie scarpe. Rivoli e carraie. E le radici. Gli orti incolti. Grossi rami sospesi da terra. Poi. Quest’odore di legno ferito. Et capì tabac?
C’è stato un tempo in cui è bastato vivere. E notti stellate, bellissime. Attorno a un fuoco.

Notte
al segno di una croce.
E ancora non capisco se il mio ruolo
stia dalla parte di chi adora
supplica
piange
o di chi immerge la lancia**

C’è stato un tempo di pane e barricate. Piombo. Morose. Grilli. Cazzuole. E lunghe attese. Il problema non era tanto uccidere il gerarca fascista o la spia fascista. Che aveva la sua importanzaMa la ripercussione nell’opinione pubblica. Nori veste sobria e attraversa distratta il campo di fondo. Mentre Visone racconta di Porta Nuova, di Ather Capelli. Di Dante, di Bravin e di viale Mugello. Azioni determinate. Determinanti. Un autentico senso
di lotta e di vita nei giorni più belli.

Eppure. Ogni volta che la storia ha ripreso, ha sempre avuto un punto di comunicazione.
Di relazione. E di continuità con quella che è stata la storia precedente.
Non per un raccogliere piatto di ciò che era avvenuto. Che sarebbe quasi antistorico.
Ma perché in un certo qual modo quelle esperienze e quelle realtà trasmettevano qualcosa°

C’è stato un tempo rapido. E un contadino nella metropoli. Così sei tornata a Bologna. Nella tua casa di San Vitale. Se mi dovesse accadere qualcosa pensate a mia figlia.Barbara. Laura. Elena. Mara. E tutte le altre. Con i timori e la gioia. E una corsa al sapore di vita. Le battaglie lasciano segni. Le parole solo sogni.

La nozione liberatoria è una concezione, un modo di guardare la galera.
Guardarla individuando i punti deboli dell’organizzazione carceraria e i punti forti dell’ingegno collettivo dei reclusi. Guardarla in funzione dell’evasione.
Tante mani che lavorano assieme*

C’è stato un tempo in cui è bastato vivere ogni storia di quel tempo. Ogni sguardo. Ogni respiro. Inciampandovi più volte. E vecchie mura di una scuola abbandonata. Come stai? Assassini. L’immagine è quella di un corteo, di un fiume in piena. Di un dito medio tra due sgherri e di Torino in poster. Di una ferita che rimargina in un sogno. Di lame e spranghe.

Max

Sono più di due anni che Mauro passa da una struttura all’altra,
da una pillola all’altra, da un pacchetto di Winston blu all’altro
e dall’idea che uscirne sarebbe tragica soluzione
tanto quanto restarci, tanto quanto niente.
Mauro sente un cordone stretto al collo.
Mauro è un cordone stretto al collo, ma con un nodo fatto male.
Questa non è forse guerra? Dimmi, anche questa non è forse guerra?

Ivan lascia parlare gli occhi mentre smonta e rimonta più volte una vecchia cassetta di Laura Pausini. Sembra una vela in rimessa la voce di Frank oggi a pranzo. Mentre parla sottile, guardando per terra. Tra un’onda ed un piatto di pasta. Come una scheggia di legno salato. E la stretta di polvere e sabbia su quel mare che a volte sospende il bisogno.
Ogni giorno è uguale all’altro. Un tempo immobile. Un sonno ininterrotto. Giovanni scrive mentre le ore si perdono. Dilatano. Ingoiano freddo, sempre freddo. Anche quando l’aria si fa insopportabile e alle narici solo quest’odore. Con la voce che arrugginisce.

Ci sono parole che si posano sulla bocca e altre che si raccontano con le mani.
Libertà è una di queste, è parola di scavo. Quando ci si libera con le proprie mani anche se il progetto s’infrange, la libertà la si è conquistata comunque.
Sembrerà bizzarro da dire, ma da quel canneto affacciato sul mare, da quel batticuore di sfida, con il carcere già alle spalle, io non sono più rientrato, ho preso il largo e se non io lo ha preso il mio immaginario*

C’è questo tempo ancora. E noi. Senza più alibi a vuoto. Parte di queste storie attraverso il respiro dei nostri giorni. Perché nel senso del quotidiano (nel senso del quotidiano) s’appoggia il carico di queste storie. Di queste persone. Per continuare a scavare.
Si è fatta l’ora. Si è fatto il nostro tempo.

max/contrasto hc

^ Nullo Mazzesi
** Giovanni Farina
° Prospero Gallinari
* Beppe Battaglia

Zona D’Ombra – Tensioni e Distanze (2020)

La critica e la rabbia dell’hardcore
quando suoni e parole servono per capirci
quando i microfoni a più mani servono per unirci

Tredici canzoni per mezz’ora di durata, tredici istantanea di vita vissuta, di tensioni personali che trovano complici e affini su strade inesplorate, di passioni che scottano, di sofferenze e di rabbia nei confronti di questa vita che annichilisce e condanna a morte nell’apatia, nella routine e nelle certezze del quieto vivere. Tredici racconti di tensioni e di distanze, reali o percepite. “Tensioni e Distanze” come il titolo del nuovo album in casa Zona d’Ombra. Un disco che non abbandona la poetica introspettiva e intima che contraddistingue da sempre la dimensione lirica del gruppo comasco e che ha caratterizzato i precedenti quali “Guerra all’Apatia” e “Unica Dimensione di Vuoto” , ma che su questo nuovo disco riesce ad essere bilanciata perfettamente con fotografie del reale e del vissuto, personale quanto collettivo, evidenziando tensioni che divorano gran parte di noi e pulsioni che animano il nostro tumultuoso agire quotidiano.

Sonorità che si rifanno alla vecchia scuola hardcore dei Negazione e dei Sottopressione, ma rivisitate in chiave moderne dagli Zona d’Ombra che si tengono lontani da un nostalgico ripetere sterile di un certo sound. L’hardcore dei comaschi bilancia perfettamente le parti più aggressive e pestate (Pelle si dimostra ancora una volta una macchina da guerra alla batteria) con quelle più melodiche e per certi versi emotive, riuscendo, durante l’ascolto di “Tensioni e Distanze” a far riaffiorare alla memoria anche il sound della scuola trentina dei primi anni duemila. Inoltre, come sui precedenti lavori, la parte lirica è curata nei minimi dettagli, ricoprendo un ruolo di fondamentale importanza e di intensa bellezza nell’hardcore proposto dagli Zona d’Ombra. La poetica emerge prepotentemente dalle liriche intime e personali di queste tredici tracce, una poetica che mi ha più volte ricordato un certo modo di scrivere e trasmettere tensioni, emozioni, pulsioni ed immagini riconducibile a gruppi come Affranti, CGB e Frammenti.

Questo “Tensioni e Distanze” è il tipo di disco che adoro di più, di quelli che son solito ascoltare tutto d’un fiato, vedendo le tredici tracce come fossero un quadro completo difficilmente scomponibile. Ma proverò a fare uno sforzo nel parlarvi di una manciata di canzoni che, secondo me, racchiudono perfettamente tutta l’intensità di un lavoro come questo. Il primo brano in cui mi sono imbattuto prima ancora che uscisse l’intero disco è stato “Orizzonte Vanessa” e ad oggi penso che gli Zona d’Ombra non potessero scegliere traccia migliore per presentare il nuovo album. Si tratta difatti di un ottimo pezzo di hardcore punk tirato ma melodico, accompagnato da un testo che sa di ricercata complicità ma anche di sconforto e sensazione di annichilimento racchiusa nell’immagine della metropoli che opprime ogni avventura dell’ignoto, ogni pratica della libertà.  Riprendendo le parole stesse del gruppo comasco, noi “alla metropoli rispondiamo con un perdersi e un trovarsi in nuove isole liberate dai nostri cuori di balena”. Una traccia come l’iniziale “Nel Fango” invece affronta, in modo tutt’altro che banale, l’orrore della guerra in luoghi che percepiamo come lontani da noi come Baghdad o a Gaza, un’orrore che obbliga a sognare azioni che siamo soliti considerare scontate e quotidiane come passeggiare per la città. In un’altro bellissimo pezzo del calibro di “Naufraghi del Mondo” gli Zona d’Ombra trattano la delicata questione delle migrazioni, della libertà di movimento, della fuga e di un’Europa che costruisce muri, lascia affogare in mare aperto uomini, donne e bambini, rinchiude esseri umani in moderni lager, un’Europa chiusa nella sua fortezza che si riempie la bocca con la retorica della difesa dei confini, alimentando un discorso razzista e di criminalizzazione delle persone migranti. Potrei continuare a riversare fiumi di parole parlandovi delle due tracce che riprendono il titolo del disco o dell’intensa “A Filo di Voce”, il cui testo mi ha ricordato il brano “La Lingua dei Numeri” presente su “Unica Dimensione di Vuoto”, ma sarebbe tutto inutile visto che, come ho già detto, “Tensioni e Distanze” è un disco che va ascoltato dall’inizio alla fine, tutto d’un fiato, per poi ricominciare una, due, dieci volte e così all’infinito. Solamente così si può comprendere affondo l’intenso vortice di emozioni, pulsioni e tensioni che travolge appena ci si addentra nell’ascolto di questo bellissimo lavoro.

Gli Zona d’Ombra dichiarano ancora una volta guerra all’apatia che sembra dominare questi tempi e anche le nostre esistenze spesso divorate dalla disillusione e da tensioni a cui forse non siamo in grado nemmeno di dare un nome. Tensioni e distanze che ci portiamo dentro, che portiamo con noi, rimanendo ancora tesi verso l’ignoto che soffoca l’esistente e le sue certezze. Disertiamo il quieto vivere, dichiariamo guerra ad una quotidianità alienante, torniamo ad essere l’avventura che sopprime la società. Senza mai più domandarsi perchè vogliamo continuare ad esserci, a soffrire e gioire insieme, sopra e sotto i palchi scricchiolanti e polverosi, per minare la società che sopprime ogni nostra possibile nuova avventura, ancora una volta sognando la rivolta e l’imperfezione. Che sia davvero questo il punk hardcore? Probabilmente esiste una sola risposta ed è affermativa.

Ahna – Crimson Dawn (2020)

Mentre il regno della follia viene inghiottito da un’oscurità senza fine, gli Ahna si abbattono come un vortice di caos e distruzione su un campo di battaglia che non conosce alcuna legge. 

La British Columbia, regione canadese che si affaccia sull’Oceano Pacifico, nel corso degli anni ha dimostrato di essere terreno estremamente fertile per il proliferare di progetti devoti a sonorità crust punk di ogni sorta, da quelle più vicine al grind dei Massgrave a quelle che esondavano su territori black metal come gli indimenticabili Iskra e i più recenti Storm of Sedition. Dieci anni dopo il loro primo full lenght, ma solamente a cinque anni di distanza dal bellissimo Ep “Perpetual Warfare“, come un fulmine che squarcia improvvisamente la quiete preannunciando una notte di devastante tempesta, gli Ahna, nome storico della scena crust della British Columbia, ritornano con questo nuovissimo e inaspettato disco intitolato “Crimson Dawn“! Ai tempi del primo omonimo full lenght, gli Ahna ci avevano proposto un sound crust punk fortemente influenzato e imbastardito con le frange più estreme del metal, death in primis, e nelle sette tracce che compongono “Crimson Dawn” , il gruppo  torna a riproporre una formula sempre vincente: death metal di tradizione svedese, Bolt Thrower, Sacrilege, Axegrinder e Hellbastard si uniscono in questa bomba di death-crust selvaggio e dal sapore fortemente old school.

Il disco di apre con “Run for your Life”, pezzo che evoca in modo inconfondibile i Sacrilege di quel capolavoro che è “Realms of Madness“, un’assalto che sta in bilico tra sfuriate crust e cavalcate propriamente thrash metal e che può riportare alla mente anche gli Hellbastard di “Heading for Internal Darkness”, con la voce della batterista Anju a ricordare proprio quella di Lynda dei Sacrilege. Nella successiva “In Death’s Grip” sembra invece di imbattersi in una versione swedish death dei Bolt Thrower e in un sound che può essere descritto solamente come se, in un universo parallelo, il seminale “In Battle There’s No Law” fosse stato registrato in terra svedese durante una jam insieme ai Grave e agli Unleashed. In questi due primi brani di “Crimson Dawn” possiamo subito notare l’alternarsi di due voci, quella di Anju più urlata sullo stile dei Sacrilege (influenza onnipresente in tutte e sette le tracce) e quella del chitarrista Graham invece decisamente più growl e corrosiva, due stili che però finiscono per non convergere mai all’interno di una stessa traccia. Bellissimo anche un pezzo come “Sick Waste” aperto dall’urlo di Anju che sembra preannunciare l’inizio dell’assalto selvaggio. Assalto selvaggio che non si fa chiaramente aspettare travolgendoci in un vortice fatto di riff thrash metal serratissimi, quasi a lambire territori proto-death, e da ritmi di batteria martellanti che sembrano potere e volere frantumare qualsiasi cosa si trovi sul loro cammino. Un pezzo che potremmo definire come la perfetta sintesi di quanto fatto dagli Hellbastard su “Heading for Internal Darkness” e i già citati Bolt Thrower di “In Battle There Is No Law”. Nel complesso tutte e sette le tracce sono come attraversate da una furia selvaggia e caratterizzate da un’atteggiamento fortemente bellicoso, come a non voler lasciare nessuna possibilità di sopravvivenza una volta che ci si è addentrati tra la devastazione e la brutalità di questo “Crimson Dawn”. È dunque un sound bestiale e famelico quello che gli Ahna ci propongono oggi, sonorità che rievocano volutamente un periodo storico in cui le contaminazioni tra la scena punk e quella del metal estremo diedero origine a quel brodo primordiale che ha portato alla nascita di quello che noi oggi conosciamo come crust punk. “Crimson Dawn” risulta essere quindi un ottimo disco in cui l’anima più crust e quella più death trovano il loro terreno ideale per regnare incontrastati nella distruzione e nel caos più selvaggio, sottolineando l’immortalità di cui sembrano godere certe sonorità ancora oggi. Gli Ahna cantano la morte ed è… tempo di massacro!

A Blaze in the Northern Sky #03

THE MILLION HANDS OF JOY HAVE SOMETHING HOLY TO BURN (darkthrone)

Terzo appuntamento con A Blaze in the Northern Sky, rubrica dedicata ai migliori dischi usciti in ambito black metal nell’ultimo periodo. I protagonisti di questo terzo episodio sono tre ottimi lavori di black metal usciti recentemente e di gruppi o progetti che nulla hanno a che fare con merda ambigua, fascista o sessista/omofoba e che, se proprio non rientrano perfettamente nel filone “Red & Anarchist Black Metal”, si definiscono fieramente antifasciste e certamente vicine ad un certo modo di intendere il black metal e in generale la scena estrema e underground.

Havukruunu

Havukruunu – Kelle Surut Soi 

Una strana nebbia sorge nel cuore della foresta di conifere innevata, gli Havukruunu emergono dall’oscurità evocando forze silvane ancestrali pronte a dominare incontrastate nella natura più selvaggia…

L’ascolto di Kelle Surut Soi degli Havukruunu assume fin da subito le sembianze di un rituale d’iniziazione pagano dominato dalla gelida oscurità tipica degli inverni finlandesi. Ed è proprio dalla Finlandia che arrivano gli Havukruunu e la loro proposta si assesta su territori di un black metal di matrice pagana e profondamente caratterizzato da tematiche che prendono ispirazione dall’antica mitologia finnica. Partendo dalla lezione seminale dei Bathory di “Hammerheart” e “Twilight of the Gods”, incorporando l’epicità battagliera dei Primordial, il sound degli Havukruunu su questo Kelle Surut Soi si avvicina a quanto fatto dai Moonsorrow e dai Kampfar su dischi del calibro di “Suden Uni” o “Fra Underverdenen” , ovvero un black metal dalle tinte tanto pagane quanto epiche, immerso in atmosfere oscure, in grado di evocare tanto paesaggi dominati da una natura selvaggia brulicante di forze primordiali quanto scenari guerreschi di tempi ancestrali. Veniamo introdotti in questo viaggio rituale dall’intro acustica che apre “Jo Näkyvi Pohjan Portit”, la primissima traccia di Kelle Surut Soi che in poco tempo deflagra in una cavalcata di pagan black metal dalle tinte epiche. Il sound degli Havukruunu, rispetto a quanto fatto in passato su Havulinnaan, sembra tendere molto più alla costruzione di atmosfere epiche piuttosto che lasciarsi andare a immediate melodie folkeggianti a la Moonsorrow; durante l’ascolto delle otto tracce che compongono Kelle Surut Soi difatti prevale sempre una sensazione di oscurità mistica dominata da entità sovrannaturali e da un mondo naturale animato da forze pagane e selvagge. È un paganesimo di tradizione finnica quello raccontato nella musica degli Havukruunu, un paganesimo che da tempi ancestrali si è trovato a confrontarsi costantemente con una natura selvaggia ed estrema, tanto ostile quanto intrigante, e abitato da primordiali forze oscure. Una riscoperta del paganesimo finlandese che però nulla ha a che fare, nell’ottica degli Havukruunu, con una riappropriazione culturale e storica da sottomettere al fine di veicolare messaggi di natura nazi-fascista o razzisti. Difatti gli Havukruunu dimostrano come quella nicchia conosciuta come “pagan black metal” non sia esclusiva di gruppi ambigui o di gentaglia che utilizza le tematiche pagane per veicolare posizioni di natura nazionalista o di supremazia razziale. Nella notte dominata dalla pioggia e dai tuoni, gli Havukruunu compaiono sotto le sembianze di una tempesta di black metal pagano pronto ad inghiottire il giorno in un’oscurità eterna. 

Heavenfield – Demo I

Heavenfield è il nome di un progetto solista che ha base in California ma che a livello di influenze musicali e liriche affonda le proprie radici in profondità in terra scandinava e precisamente nella scena black metal norvegese e in quella svedese della prima metà degli anni ’90. Traendo ispirazione da tutto ciò che riguarda la mitologia norrena e la storia ancestrale dei popoli vichinghi abitanti della penisola scandinava, Heavenfield costruisce un sound black metal tanto atmosferico quanto crudo, ispirato da dischi fondamentali come “First Spell” dei Gehenna, “Det Som Engang Var” di quel nazi-merda di Burzum, dei capolavori dei Windir, riuscendo a creare un’atmosfera epica ed a evocare tempi antichi dominati dalle dei dimenticati. Due sole tracce (Jötunheimr e Gleipnir) proposte su questa demo rilasciata a febbraio, ma che bastano per far intravedere un’ottima capacità nel songwriting e per godersi una decina di minuti abbondante di black metal tanto atmosferico quanto epico. Thunraz, ovvero la mente che sta dietro al progetto Heavenfield, definisce la sua proposta come “skaldic black metal”, ovvero black metal ispirato dall’antica poesia scaldica, una forma complessa, intricata e ricca di complicate formule metriche di poesia norrena. In un ambiente come quello black metal dalle tematiche vichinghe, dominato dalla presenza di personaggi e gruppi ambigui quando non palesemente nazionalsocialisti, Heavenfield porta avanti un discorso di opposizione netta ad ogni forma di razzismo, fascismo e suprematismo bianco, ricordando che non c’è posto per i nazi nel Valhalla!

Wulfaz – Eriks Kumbl 

Runic Black Metal; definiscono semplicemente in questo affascinante modo la loro proposta i danesi Wulfaz, nome che, nella lingua proto-nordica ricostruita grazie ai ritrovamenti delle pietre runiche, significa letteralmente “lupo”.
Pensate al black metal vecchia scuola dei primi Darkhtrone di “A Blaze in the Northern Sky” o dei Taake di “Nattestid Ser Porten Vid” suonato però con un irruenza espressiva tipicamente punk e prediligendo ritmi d-beat, il tutto condito da liriche ispirate dagli antichi rituali norreni e dalle incisioni runiche, e avrete i Wulfaz.
Questo Eriks Kumbl è la prima fatica in studio per i danesi, un’ep composto da tre tracce di black metal scandinavo fedele alla seconda ondata norvegese che si contraddistingue  per un’atmosfera profondamente pagana che avvolge l’intero lavoro, il gusto per un riffing gelido ma che non abbandona mai la melodia e un’aggressività riconducibile alla scena punk/d-beat svedese e ai lavori di gruppi quali Wolfpack o Skitsystem. Tre tracce, tra cui spicca personalmente “Døden ved Hedeby”, dunque che suonano come se i Darkthrone e i Taake avessero deciso di suonare d-beat (kangpunk) svedese e cantassero di tematiche intimamente legate alla storia vichinga.
Se siete amanti della storia germanica e norrena, della sua mitologia e siete affascinati dalle incisioni runiche ma odiate gruppi che si appropriano di queste tematiche per veicolare messaggi nazional-socialisti o di supremazia razziale, i Wulfaz sono il gruppo migliore che potreste ascoltare. Inoltre, consci che in ambito black metal è pieno di nazisti o simpatizzanti, i Wulfaz sottolineano fieramente da che lato della barricata stanno e ribadiscono un concetto sempre valido: fascists fuck off!

Make Rho Extreme Again – Extreme Smoke 57, SOS Fornace, Rho

Breve report del concerto degli Extreme Smoke 57 del 10 maggio 2019, in compagnia di Suicide by Cop, Kontrau e Roor Explo nella cornice del centro sociale Fornace di Rho. Esce solamente ora, con un “leggerissimo” ritardo di quasi un anno, perché avevo scritto queste righe in vista di pubblicare il seguente report sul primo numero della fanzine previsto per la scorsa estate. Purtroppo la suddetta fanzine, ad oggi, non ha mai preso vita, in futuro si vedrà. Il motivo principale che mi ha convinto a pubblicarlo adesso dopo così tanto tempo è legato al momento che stiamo attraversando, un’emergenza sanitaria, sociale, politica ed economica come quella attuale che ci costringe, tra tantissime difficoltà materiali, in quarantena e ci tiene lontani dai momenti dei poghi selvaggi ai concerti. E così, un po’ per ricordare un bella serata con un tocco di nostalgia e un po’ per colmare, anche solo a parole scritte, quel vuoto lasciato dall’assenza e impossibilità di organizzare concerti, credo sia importante ricordare momenti simili. Buona lettura.

Suicide by Cop

Il 10 maggio del 2019, dopo parecchio tempo, il centro sociale Fornace di Rho torna ad ospitare sonorità estreme in occasione del concerto di uno dei gruppi che ha impresso il proprio nome in modo indelebile nella storia del grindcore balcanico ed europeo ed il merito non può che andare ad un certo Gian, conosciuto per essere il batterista dei Cocaine Slave nonché voce dei Suicide By Cop, e ad un certo Pierpaolo. Sto parlando degli sloveni Extreme Smoke 57 che con il loro grindcore vecchia scuola, che ancora trasuda tuta l’influenza dell’hardcore punk, hanno rischiato seriamente di radere al suolo l’intera struttura occupata nella desolata provincia milanese! Poche le persone accorse in quel di Rho per questo concerto imperdibile per tutti gli amanti dell’estremismo sonoro e del terrorismo musicale, e questa è sinceramente l’unica nota stonata della serata che per il resto è stata estremamente godibile! Merito non solo degli Extreme Smoke 57 ma anche dei gruppi che gli hanno accompagnati in questa avventura nell’anonima periferia di Milano. Ad aprire il concerto ci hanno pensato i bergamaschi Roor Explo e ammetto diessermi perso la loro esibizione a base di classico hardcore punk (da quello che mi pare di aver sentito mentre ero fuori a bere). A seguire ci hanno pensato i Suicide By Cop di Gian, del buon Sada e della cara Rika ad infiammare la serata che da questo momento è diventata veramente intensa. Tornano a suonare live dopo un po’ che mancavano in giro e si può notare una decisa inversione di rotta rispetto al sound che proponevano fino a poco tempo prima di questo concerto. Niente thrash -core, la proposta dei nostri oggi presenta una fortissima influenza death metal a la Incantation o in stile Deicide, il tutto imbastardito da momenti che lambiscono territori grind (merito sicuramente anche del batterista, ‘na macchina da guerra assurda). Un sound robusto e devastante, un’esibizione a tratti perfetta e assolutamente coinvolgente quella dei Suicide By Cop! Siamo giunti ora al momento tanto atteso, gli Extreme Smoke 57 attaccano a suonare e il loro grindcore non ha nessuna intenzione di fermarsi davanti a nulla, tira dritto e trita ossa dall’inizio alla fine. Gli sloveni sono in giro dagli anni ’90, di esperienza ne hanno da vendere e si vede perfettamente come dell’esiguo numero dei presenti, pronti comunque a pogare come dannati sotto il palco, non gliene freghi assolutamente un cazzo di niente. Suonano il loro grindcore con tutta la passione, l’attitudine e la rabbia che hanno nel cuore e se ne fregano di tutto il resto, come se essere in Fornace a Rho nella sperduta e desolata periferia di Milano o essere all’Obscene Extreme a loro non cambiasse assolutamente un cazzo. In una parola: devastanti! A chiudere la serata ci hanno pensato i Kontrau del buon Filippo alla voce. Un sound che è un miscuglio di tutto quello che c’è di rumoroso e bello in ambito metal e punk, perfetto per far pogare i presenti ormai definitivamente in preda ai fumi dell’alcol e che non chiedono altro che sentire un po’ di “chaos non musica” per concludere in bellezza la serata. Rho, un giorno di inizio maggio dello scorso anno, è tornata ad essere casa del grindcore più sincero ed estremo. In fin dei conti, è andata bene così. MAKE RHO EXTREME AGAIN!

Schifonoia & Papal Discount House- Il Declino della Società del Pianto

Questo esistente, solo schifo e noia. Di questo esistente, e del suo spettacolo annichilente e mortifero, solo polvere e macerie. Che il punk e l’hardcore tornino ad essere una minaccia.

Per fortuna esistono ancora individualità e gruppi come Schifonoia e Papal Discount House con cui mi sento intimamente affine e con cui condivido una precisa visone di ciò che dovrebbero essere l’hardcore ed il punk: una minaccia per questo esistente annichilente, al fine di sovvertirlo e distruggerlo, al fine di lasciarne solo polvere e macerie. L’hardcore e il punk come bombe pronte a deflagrare per risvegliarci dal torpore della pacificazione sociale, per sovvertire il quieto vivere che ci condanna a morte, per distruggere la società dello spettacolo, per far risplendere le fiamme della nostra gioia tra le macerie dell’esistente.

Il declino della società del pianto, nasce dall’idea degli Schifonoia e dei Papal Discount House nel costruire un immaginario che vada a scardinare l’esistente. Un rovesciamento di prospettiva arricchita da elementi grotteschi e arazionali, dove la lotta tra un’esistente mortifero – e i suoi adepti – e il richiamo ad una vita radicale prende piede sottoforma di una narrazione tesa a distruggere la società spettacolare e i ruoli sociali che esso detta.

Questo disco introdotto dallo splendido titolo “Il Declino della Società del Pianto” (i cui artwork delle due copertine mi hanno riportato alla mente certi dischi dei Rudimentary Peni) rappresenta a mio parere uno degli split più interessanti e intensi di tutto il 2019, prima di tutto per quanto riguarda il lato lirico e d’immaginario. In estrema sintesi, ci troveremo ad ascoltare quaranta minuti abbondanti (sei tracce per i Papal Discount House e cinque per gli Schifonoia) di anarcho/hardcore punk con echi crust, ma il lato musicale, per quanto estremamente interessante e godibile, è quello su cui voglio soffermarmi meno. Proprio come dicono gli Schifonoia questo split nasce dall’idea di intendere la musica punk come mutuo appoggio, supporto e solidarietà tra individui affini, come mezzo per diffondere un messaggio insurrezionale ed incontrare individualità affini con cui intraprendere l’avventura della rivolta contro questo mondo, contro questa società dello spettacolo e dello sfruttamento, contro questo esistente sempre uguale che opprime e annichilisce. Perchè è bene ricordare che da un lato c’è l’esistente, con le sue abitudini e le sue certezze. E di certezze, questo veleno sociale, si muore. Dall’altro c’è l’insurrezione, l’ignoto che irrompe nella vita di tutti. L’inizio possibile di una pratica esagerata della libertà. Ed è proprio in questo tentativo di negazione e distruzione dell’esistente che anima “Il Declino della Società del Pianto” che vedo riflesse le mie tensioni sovversive e che mi fa sentire profondamente affine e complice con le individualità che fan parte degli Schifonoia e dei Papal Discount House.

Lo split si apre con un’intro lenta e dalle sonorità decadenti recitata dai Papal Discount House, un crescendo di tensione che esplode a livello lirico nel momento in cui la voce recita le seguenti parole: “Fuoco e macerie. Una bomba all’esistente. Una bomba all’esistente.” Veniamo così introdotti alla prima traccia intitolata in modo semplice quanto esplicito “Sbirri”, dalle sonorità pesantemente anarcho-hardcore punk che mi hanno ricordato certi Wretched, il cui testo è un attacco aggressivo ai servi dello Stato che difendono unicamente gli interessi dei padroni e la giustizia borghese. Un testo e un brano che sono belli quanto le caserme e le divise che bruciano. Proseguendo nell’ascolto del lato dello split occupato dai Papal Discount House, musicalmente rimaniamo ancorati ad un anarcho-hardcore punk crudo, primitivo e rabbioso che riesce perfettamente nel compito di mettere in risalto la componente lirica, a mio parere, vero punto di forza dei modenesi. Trovo inutile soffermarmi su questo o quell’altro brano, tanto quanto sviscerare il contenuto dei testi. Credo anzi, per citare, rivisitandolo, un certo Vaneigem, che le liriche dei Papal Discount House, debbano essere prese come dei contributi alla lotta dei/delle punx anarchic* rivoluzionar*, destinati ad essere discussi, corretti e soprattutto messi in pratica senza perdere tempo. E lo stesso concetto vale anche per i testi dei cinque brani proposti dagli Schifonoia.

Sul lato occupato dagli Schifonoia trovo sia interessante una traccia come “Sento Puzza di Lacca”, una netta presa di posizione nei confronti dei cosidetti fashion punk e più in generale nei confronti di tutti coloro che vedono nel punk solamente una merce alternativa asservita alle logiche del profitto e recuperata dalla società dello spettacolo. Un brano che, nel contenuto, mi ha riportato alla mente un bellissimo testo scritto dagli stessi compagni degli Schifonoia tempo fa e che si concludeva con la seguente frase: “alle creste colorate preferiamo il passamontagna”. Tra le cinque tracce degli Schifonoia c’è spazio anche per una catilinaria alla città di Bologna (ma potrebbe essere qualsiasi altra grande città) e alle sue mille sfaccettature, dalla militanza innocua e fatta unicamente di autoriproduzione del proprio immaginario (qualcuno ha detto disobba?) all’attacco violento nei confronti dei processi di gentrificazione e della città-vetrina in cui tutto è sacrificato sull’altare del profitto. A tutto questo, come suggeriscono gli stessi Schifonoia, si potrebbe rispondere con un gran botto, una veloce esplosione. Un’altra bomba per scuotere il quieto vivere in cui ci vorrebbero condannare a morte lenta.

Lasciarsi condannare a morte nell’apparente quieto vivere della società dello spettacolo o insorgere, attaccare e tentare di sovvertirla? Lasciarsi uccidere al suono della nostra stessa musica o renderla arma con cui sferrare colpi mortali a questo mondo che vogliamo vedere ridotto in macerie? Disastro Sonoro, Schifonoia e Papal Discount House hanno già deciso da che lato della barricata stare. Ora a voi la scelta, ma ricordatevi che il punk o l’hardcore dovrebbero essere il mezzo con cui minare l’esistente e farlo saltare, mai divenire un fine innocuo o un contenitore di parole ripetute allo sfinimento al punto da essere disarmate.

“Il Declino della Società del Pianto” è un disco impregnato di rabbia sovversiva e gioia insurrezionale, un disco personale e politico, perché la prossima rivoluzione ha dentro il personale in modo esplicito, ricordiamocelo. Ci troveremo presto sulle barricate mie cari Papal Discount House e miei cari Schifonoia, ci ritroveremo a danzare nella notte e a mettere bombe con cui minare e far saltare in aria l’esistente. Per farla finita con la rassegnazione, per l’insurrezione, per la vita.

A Blaze in The Northern Sky #02

Soon the dawn shall arise for all the oppressed to arm. Black metal ist klassenkrieg!

Eccoci giunti al secondo episodio di  A Blaze in the Northern Sky, rubrica dedicata ai migliori dischi usciti in ambito black metal nell’ultimo periodo. I protagonisti di questo secondo appuntamento sono tre ottimi dischi di black metal usciti recentemente e di gruppi o progetti che nulla hanno a che fare con merda ambigua, fascista o sessista/omofoba e che, se proprio non rientrano perfettamente nel filone “Red & Anarchist Black Metal”, si definiscono fieramente antifasciste e certamente vicine ad un certo modo di intendere il black metal e in generale la scena estrema e underground. Presto una nuova alba sorgerà e tutti gli oppressi si armeranno, perchè il black metal è lotta di classe!

Awenden – The Golden Hour 

Nel corso del 2018 mi imbattei nel primo lavoro omonimo di Awenden, one man band proveniente dallo Stato di Washington, e rimasi affascinato dal black metal atmosferico che proponeva in quelle cinque tracce e dalle tematiche legate ad una comunione intima e una sorta di venerazione per la natura selvaggia e incontaminata. Questo sentimento di comunione totale con la natura selvaggia è il motore che anima ancora oggi la proposta di Awenden e che accompagna un black metal atmosferico che affonda le proprie radici in profondità nella cosiddetta scena “cascadian black metal”. I punti di riferimento degli Awenden su questo magnifico “Golden Hour” si devono infatti ritrovare nei lavori dei primi Wolves in the Throne Room, negli Agalloch, negli Skagos (difatti troviamo tra i musicisti che hanno collaborato a questo disco due loro membri), negli Alda e sopratutto nelle parti più atmosferiche e ambientali si possono sentire richiami al progetto Evergreen Refuge. Come da miglior tradizione del black metal dalle tinte atmosferiche la maggior parte dei brani presenti su questo “Golden Hour” superano i dieci minuti di durata, se si escludono l’intermezzo in bilico tra ambient e noise intitolato “Voices” e la sognante suite anch’essa radicata in territori ambient “A Memory of Dawn”. Un black metal intimamente legato al territorio di provenienza del progetto Awenden e che quindi trae profonda ispirazione dalla natura selvaggia, dalle foreste incontaminate e dai fiumi delle regioni del nord ovest che si affacciano sul Pacifico. Tutto questo viene evocato tramite un alternarsi di momenti melodici e calmi tesi a creare un’atmosfera sognante e a tratti epica e altri passaggi che assumono le sembianze di classici assalti black metal fatti di riffing serrati e blast-beats. in un crescendo di tensione e magnificenza. “Golden Hour” è un’opera imponente della durata di cinquanta minuti abbondanti e le sei tracce presenti prendono la forma di vere e proprie odi alla natura sempre più minacciata dalla fame di profitto del capitalismo. La doppietta iniziale formata da “Dawn” e “Ritual Exile” ci fa immediatamente piombare in una sorta di trance sognante costantemente sospesi tra la quiete dei passaggi atmosferici e la tempesta delle cavalcate black metal scandite da uno screaming primitivo e demoniaco. Il picco di epicità e tensione viene raggiunto però sul finale con la splendida titletrack, un’ode romantica alla wilderness nell’ora del tramonto. Gli Awenden ci hanno regalato un grandioso disco di cascadian antifascist black metal capace di dare nuova linfa vitale ad una scena che dopo i picchi raggiunti dagli Agalloch e dai WITTR sembrava non avesse più molto da dire.

Seas of Winter – Dead Forest

Bergen 1994? Niente affatto, nonostante le sonorità presenti su questo “Dead Forest” siano profondamente influenzate da capolavori seminali e primitivi della seconda ondata del black metal norvegese come “Call of the Wintermoon” degli Immortal o “A Blaze in the Northern Sky” dei Darkhtrone. Difatti i Seas of Winter provengono dagli Stati Uniti, suonano un primordiale black metal vecchia scuola e stando a quanto dichiarano questo “Dead Forest” vuole essere un omaggio alla persona di Pelle Ohlin, conosciuto ai più col soprannome di Dead e per essere stato la voce della primissima incarnazione dei Mayhem. Ed è proprio questo motivo che mi ha fatto propendere per la recensione di “Dead Forest” invece dell’ultima (bellissima) uscita intitolata “Forest Aflame”. Alla memoria di Dead è dedicata “Pelle”, terza traccia presente su questa opera prima dei Seas of Winter, probabilmente uno dei brani migliori insieme alla seconda traccia “The Haunted Earth” che si apre con un tremolo picking degno dei Mayhem e uno screaming demoniaco. L’aspetto che trovo più interessante sottolineare è però l’altra motivazione da cui prende vita questo progetto, ovvero il desiderio di contrastare il cambiamento climatico e di lottare quindi contro un sistema economico, quello capitalista, protagonista della catastrofe ambientale che pende sulle nostre esistenze come spada di Damocle, un sistema economico che saccheggia e devasta gli ecosistemi e che sacrifica tanto l’uomo quanto la natura sull’altare del profitto. Crudo e glaciale black metal fedele alla seconda ondata norvegese, cosa chiedere di più? The earth cries into my mouth,”What will save us now?”. Only climate change is real.

 

Cirkeln – Stormlander 

Jag vandrar ut i stormen
Kommer jag hit igen?
Jag vandrar ut i stormen
Världen ligger bakom mig

“Esco dalla tempesta, verrò di nuovo qui? Esco dalla tempesta, il mondo è dietro di me”… Dai territori settentrionali della Svezia emerge questa misteriosa creatura celata dietro il nome di Cirkeln che, abbattendosi come una tormenta di oscurità e malvagità, vuole narrarci storie di una natura antica e selvaggia e di avventure epiche. Epicità e oscurità sono difatti i due tratti principali che caratterizzano il sound di questo “Stormlander”, ultima fatica in studio per la one man band Cirkeln. Il sound del gruppo svedese affonda le proprie radici nella lezione seminale di dischi quali “Blood Fire Death” e “Hammerheart” dei Bathory, negli Isengard di “Vinteskugge” e nel bellissimo e primitivo “Nordavind”  dei semi-sconosciuti Storm (progetto di Fenriz e Satyr), quindi ci troviamo ad ascoltare sei tracce di epico black metal ispirato dalla mitologia norrena e dalle antiche storie vichinghi. Un black metal quello dei Circkeln orientato verso la creazione atmosfere epiche tramite le melodie di chitarra ed alcuni riff che risentono una vaga influenza doom, il tutto alternato a veri e propri assalti di black primordiale grazie all’ utilizzo di tremolo picking glaciali e serrati e una batteria martellante che non lesina sui blast beats. Tutti questi elementi che caratterizzano il sound dei Cirkeln sono presenti fin dalla prima traccia “Old Demon King”, brano che segue una suite introduttiva che tocca lidi ambient e accompagnata da una voce che sembra recitare un mantra rituale. La seconda traccia intitolata “Hammer High” si apre con una melodia folkeggiante che si stampa immediatamente in testa ed è infatti quella che a mio parere risente maggiormente l’influenza di un certo viking metal “moderno” a la Ensiferum ma anche dei primissimi Manegarm. La successiva “Stormlander” rappresenta probabilmente l’episodio più doom e maggiormente influenzato dai Bathory post-Hammerheart di tutto il disco, presentando addirittura un intermezzo acustico che ricorda i Satyricon di “Dark Medevial Times”. In una scena come quella black metal e in modo particolare in quella nicchia che prende il nome di “viking metal”, in cui fin troppi gruppi si appropriano di tematiche legate alla mitologia e alla storia norrena per diffondere idee nazionaliste, fasciste e di supremazia razziale, i Cirkeln stanno dal lato della barricata in cui ai fascisti si spara e se lo rivendicano fieramente. Un ottimo disco di black metal epico che farà la gioia di tutti noi cresciuti a pane, Quorthon e odio per i nazi-fascisti! Hold the hammer high against fascist scum!