Music Critics and Record Collectors are Pretentious Assholes

Nel 1985 i Poison Idea pubblicano il loro secondo Ep intitolato, in modo estremamente provocatorio, “Record Collectors are Pretentious Assholes”, mentre tre anni più tardi i Sore Throat riprendono lo stesso concetto per intitolare un loro brano presente su Unhindered by Talent, aggiungendoci però still tra il verbo e “pretentious assholes“. Se può essere abbastanza vera e/o più o meno condivisibile come espressione, possiamo esagerarne il concetto sostenendo allora che i recensori di dischi e in generale chiunque rientri nella categoria di critico musicale siano ancora peggio in quanto a pretenziosità e idiozia rispetto ai collezionisti, categorie tra l’altro che spesso si sovrappongono. E mi ci metto anche io tra questi assholes, nonostante ribadisca dal giorno zero di quest blog che quelle che scrivo non sono vere e proprie recensioni, che rigetto con disprezzo il ruolo di critico musicale e che i “recensori di professione”, o chi pretende di esserlo anche all’interno della scena hardcore/diy, non dovrebbero esistere. Tutto sto discorso introduttivo per dire cosa? Assolutamente un cazzo di nulla, forse solo per dare un minimo di contesto al titolo che ho deciso di dare a questo articolo, in cui, guarda un po’ che cosa incredibile e assolutamente inaspettata, vi parlerò in poche righe di una manciata di ottimi lavori usciti in ambito punk e hardcore durante il 2020 e a cui colpevolmente ho dato troppa poca attenzione fino ad ora. Fissando bene in testa il fatto che i recensori di dischi sono delle pretenziose teste di cazzo, buona lettura ai/alle tuttx punx!

Destruct – Echoes of Life

Da troppi mesi nella mia lista immaginaria di dischi di cui parlarvi, eccoci finalmente qui! 12 tracce per venti minuti di d-beat raw hardcore punk di scuola Discharge/Disclose (ma non solo), suonato con rabbia, intensità e con un’attitudine brutale e spietata. Potrei concludere qua le righe dedicate a questo Echoes of Life dei Destruct e tanto basterebbe per farvi correre ad ascoltare il disco senza pentirvene e senza pensarci due volte. Un concentrato di d-beat nella sua più pura essenza, ma incredibilmente interessante anche se i Destruct non inventano assolutamente nulla di nuovo. Certamente il d-beat dei maestri Discharge suonato nella versione raw e rumorosa dei Disclose è senza dubbi il punto di partenza dal quale i Destruct costruiscono il loro sound, un sound abbstanza raw che risente però anche dell’ influenza di certo hardcore/d-beat di scuola norvegese/svedese degli anni 80, quel sound primitivo e corrosivo che accomunava band come Svart Framtid e Discard. C’è poco altro da aggiungere se non ribadire che questo Echoes of Life è senza dubbio uno dei migliori lavori usciti in ambito d-beat hardcore in tutto il 2020!

Subdued – Over the Hills and Far Away

Questo Over the Hills and Far Away si apre con Sanctuary is Nowhere, traccia che ci catapulta immediatamente negli umidi squat britannici degli anni ’80 dove stava prendendo forma un sound che partendo dalla scuola anarcho punk si spingeva verso lidi ignoti, sporcati quanto basta con tensioni e atmosfere dal sapore apocalittico e oscure. Non a caso i Subdued arrivano da Londra e sembrano aver assimilato perfettamente il sound e le tensioni primitive dell’anarcho punk britannico dell’epoca, riuscendo a incidere nove tracce che si pongono a metà strada tra i momenti più apocalittici degli Amebix e le pulsioni primordiali di gentaglia come Icons of Filth e Exit Stance. L’influenza degli Amebix più post-punk emerge prepotente in una traccia come The Joke, con quell’atmosfera e sonorità generale del brano che ricorda in effetti l’ibrido tutto amebixiano tra l’anarcho/hardcore punk inglese e i Killing Joke. L’intro stessa del quarto brano Problems of Evil, riuscendo a costruire un’atmosfera oscura e apocalittica, affascinante ma al contempo oppressiva, evoca in maniera convincente e sincera lo spettro degli Amebix, influenza preponderante, ma non al punto di diventare ingombrante, nel sound dei Subdued, come ormai avrete capito. Se l’anno scorso ci eravamo innamoratx tuttx del bellissimo Exiled dei Bad Breeding, quest’anno il miglior disco “anarcho punk” in senso lato non può che essere questo splendido Over the Hills and Far Away!

Dogma – Dogma

Era da tempo che non mi imbattevo in un disco di anarcho/peace punk di scuola britannica interessante ed estremamente godibile come questo self titled album dei Dogma, un disco che mi son ritrovato ad ascoltare più volte negli ultimi mesi al punto da essermi ripromesso di scriverci due righe al più presto. Eccoci qua allora, 10 tracce per mezz’ora in compagnia di un peace punk di tradizione inglese, attraversato da tensioni anarchiche e da un’attitudine riottosa che emerge limpidamente nelle liriche e nell’immaginario generale che accompagna i Dogma. Flux of Pink Indians, Dirt, Poison Girls e primi The Mob, son questi i gruppi a cui guardano i Dogma per sviluppare la propria personale versione dell’anarcho punk che fu, ma con una maggiore tendenza e un migliore gust per la melodia e un lontano sapore di primissimo Oi inglese. I richiami all’anarcho punk britannico di tradizione Crass Records però non sono limitati esclusivamente al lato musicale; infatti emergono prepotenti anche nelle grafiche e nell’impostazione dell’artwork del poster che accompagna il disco, artwork bellissimo che potrebbe volutamente voler citare anche quel capolavoro targato The Mob che è “No Doves Fly Here”. In fin dei conti con questo loro primo album i Dogma offrono un tributo sincero e appassionato ai gruppi e alle sonorità anarcho punk con cui son cresciuti, riuscendo nell’impresa di comporre dieci tracce che non si limitano a “copiare” i gruppi sopra citati, ma aggiungendoci al contrario un gusto e una qualità abbastanza personali. Per concludere non ci resta altro che ribadire “The world at peace, not in pieces…”, prendendo a prestito lo slogan che si può leggere sulla copertina di questo disco, slogan che richiama un ben più famoso “Fight war not wars” di crassiana memoria, con cui i Dogma ci danno un sunto chiaro e inequivocabile di ciò in cui credono e per cui lottano!

Kaleidoscope – Decolinization

After the Futures dello scorso anno fu per me una sorta di rivelazione per quanto riguarda i Kaleidoscope. Fino a quel momento li avevo un pò snobbati, ma quel disco mi fece follemente infatuare di loro e del loro estremamente personale modo di suonare hardcore/anarcho punk. Con questo nuovo 7″ intitolato Decolonization, un titolo certamene attuale viste le lotte e i movimenti di protesta per decolonizzare la società statunitense ed europea che hanno attraversato lo scenario politico, culturale e sociale di questo 2020 appena terminati, posso senza remore riconfermare la mia infatuazione per loro e per il loro sound che pur ribandendo un legame intimo con certo punk anarchico britannico degli anni ’80, riesce a muvoersi su sentieri e traiettorie abbastanza personali. La base di partenza è sempre un’hardcore classico e attraversato da tensioni anarchiche e con un’attitudine riottosa, ma ancora una volta i Kaleidoscope dimostrano di essere una band sui generis e aperta ad una certa dose di sperimentazione. Esempio di quanto appena detto è sicuramente la terza traccia Girmitiya, uno dei momenti assolutamente più inaspettati dell’intero lavoro, un brano caratterizzato da un suono di chitarra molto più simile a certo blues rock psichedelico (a la Hendrix per dire) piuttosto che al riffing scarno e primitivo tipicamente hardcore punk. Se ancora non siete stati ammaliati e catturati dall’hardcore dei Kaleidoscope, questo Decolonization è il modo migliore per abbandonare ogni remora e iniziare ad addentrarsi nella proposta del gruppo di New York, senza ombra di dubbio una delle band più originali e interessanti emerse negli ultimi anni!

Public Acid – Condemnation

 

Probabilmente potrei azzardare che questo Condemnation, ultimo ep targato Public Acid, sia il mio preferito di questa lista. Un concentrato di hardcore punk sporco, crudo e rumoroso quanto basta che riesce in maniera grandiosa a riproporre la lezione della scuola hardcore giapponese senza annoiare o dare sensazione di “cloni di bassa lega”. Sei tracce bastano e avanzano per darci la misura del sound dei Public Acid, un sound intenso che si riversa su di noi senza alcuna intenzione di risparmiare niente e nessuno. E’ un sound caotico e oppressivo quello che caratterizza questo Condemnation, come se, appena partita la prima traccia Nuclear Child, venissimo inghiotti senza pietà da un vortice di caos e distruzione, in cui a farla da padrona sono riverberi e la furia selvaggia espressa dalle vocals. In un sound abbastanza scarno e semplice che strizza l’occhio alle band hardcore punk giapponesi più oscure e rumorose, c’è però spazio anche per brani come Electric Plague nella quale emerge un maggiore groove hardcore che sembra smorzare momentaneamente l’implacabile caos che domina su tutto il lavoro. Alla fine questo Condemnation, nonostante si tratti di un ep brevissimo, ci dimostra come i Public Acid abbiano interiorizzato al meglio la lezione del hardcore/chaos punk più raw e brutale e siano riusciti, con tracce brevi, furiose, concitate che travolgono senza lasciare fiato, a regalarci uno lavoro che risulta asfissiante per la furia e l’intensità con cui viene suonato. Se dal vivo i Public Acid fossero anche solo la metà di quanto ascoltato su questo incredibile ep, beh, allora, statene certi che non ci son speranze di uscire vivi da un loro pogo!

Heavy Discipline – S/t

 

Nel 1982 gli SS Decontrol pubblicano un capolavoro dell’hardcore bostoniano e mondiale, quel “The Kids Will Have Their Say” che rappresenta ancora oggi uno dei momenti più alti raggiunti dall’hardcore americano old school. È evidente come gli Heavy Discipline risentano profondamente dell’influenza di quella pietra miliare e degli SSD e di tutta la scena di Boston degli anni ’80, così come di altri nomi storici come Faith, Void, Negative Approach e Negative Fx, ma su questo primo loro self titled album ci mettono tanto di loro per regalarci uno dei migliori e più convincenti lavori hardcore ascoltato negli ultimi anni. Un bel disco di hardcore furioso, semplice, sincero e assolutamente devastante, dodici tracce che tirano dritte per la loro strada senza fronzoli e senza pietà, ma soprattutto con un ottimo sapore old school che non stanca mai. Tell the World, Cross to Bear, Voyeuristic Lust/Reckoning e No Space sono tracce che rappresentano al meglio la capacità degli Heavy Discipline di suonare un’hardcore vecchia scuola catapultandoci improvvisamente negli anni 80, ma sempre con quel tocco personale e vagamente moderno che avevano fatto già intravedere sulla demo pubblicata nel 2019. Un lavoro che fa dell’irruenza espressiva, dell’intensità e della foga rabbiosa i suoi punti cardine dal punto di vista delle emozioni trasmesse, un disco con cui gli Heavy Discipline si impongono sulla scena in maniera assolutamente convincente, dimostrando di aver veramente tanto da dire in ambito hardcore e un’attitudine in your face invidiabile!

Krigshoder – Krig I Hodet

A metà strada tra l’hardcore punk norvegese e la vecchia scuola hc italiana  ci imbattiamo in questi Krigshoder, gruppo formato da qualche parte tra gli Stati Uniti e la Norvegia, e nel loro ultimo lavoro intitolato Krig I Hodet (letteralmente “guerra nella testa”), uno dei migliori lavori usciti in tutto il 2020 in ambito hardcore punk. Un ep dalla brevissima durata (solo 8 minuti) ma che in sole cinque tracce, a cui si somma la cover degli SDH posta a conclusione del lavoro, riesce a regalarci una mazzata di hardcore punk alla vecchia maniera come non si sentiva da tempo. Influenze che vanno dagli Indigesti agli Svart Framtid, dai Declino ai Psykik Terror, saltano all’orecchio durante l’ascolto di questo incredibile ep in cui i Krigshoder non ci lasciano un secondo per riprendere fiato. Intensi, veloci quanto basta per suonare hardcore come si deve, una voce rabbiosa e abrasiva, suoni sporchi ma abbastanza distanti da territori prettamente “raw punk” e un’attitudine sincera che accompagna il tutto, sono questi gli ingredienti che rendono questo Krig i Hodet un’ottimo lavoro di hardcore punk che fa dell’irruenza, dell’intensità e dell’esigenza espressiva i suoi assoluti punti di forza. Cinque schegge impazzite di hardcore vecchia scuola suonato con una rabbia implacabile e senza troppi inutili fronzoli, una vera e propria guerra nella testa, parafrasando il titolo in norvegese di questo ep, in fin dei conti sono questo i Krigshoder!

Clock of Time – Pestilent Planet

 

Pubblicato dall’ormai nota Static Shock Records, Pestilent Planet rappresenta la prima fatica in studio dei berlinesi Clock of Time. Sono diverse le anime che convivono all’interno del sound del gruppo tedesco e che caratterizzano le sette tracce in cui ci imbatteremo una volta che l’iniziale Something to Look Forward To segnerà la nostra discesa in questi abissi dominati da death rock, post-punk ed echi new wave. La musica dei Clock of Time ha la forza di risultare ipnotica e a tratti estraniante, difatti fin dall’inizio si ha la sensazione di esser sprofondati in una sorta di trance in cui a farla da padrona sono probabilmente tanto le melodie delle chitarre quanto il tappeto ritmico ripetitivo dominato dalla batteria che sembra suonare direttamente dentro le nostre teste. Possono essere presi ad esempio di quanto appena detto brani come Funny Farm e Companion, mentre risulta evidente l’influenza di certi Joy Division sulla quarta traccia Rotten Master, in assoluto uno dei momenti più interessanti e di qualità dell’intero lavoro. Le influenze dei nostri, come accennato sopra, pescano a piene mani da territori cari in egual misura al death rock di Vex e Crimson Scarlet e al post-punk dei The Sound, ma nel corso delle varie tracce si possono sentire, in momenti diversi, anche echi dei più recenti Diat e Vexx. In sintesi Pestilent Planet è un disco di assoluto valore, capace di giocare non solo con le melodie e le ritmiche ipnotiche ma anche con le atmosfere, mostrandoci la qualità dei Clock of Time nell’ amalgamare l’anima più death rock con quella post-punk in un disco che non mostra punti deboli.

Misantropic – Catharsis (2020)

Questo disastroso 2020 sta finalmente volgendo al termine e come un fulmine a ciel sereno irrompe sulle scene Catharsis, nuova fatica in studio che segna il ritorno dei Misantropic, un disco con cui i nostri punx svedesi di Umea innalzano fieramente al cielo la bandiera del crust moderno, un crust-core intransigente e furioso, soffiando sulle braci di un genere che necessitava di nuove uscite di questo calibro per vedersi ravvivare la fiamma in maniera decisa e convincente.

Tante le influenze che saltano all’orecchio durante l’ascolto di questo Catharsis, ma i Misantropic danno alla luce un disco che rappresenta perfettamente il loro sound robusto, devastaste e con molti brani dal tiro anthemico a cui è seriamente difficile resistere. I Sacrilege sono la prima influenza che salta all’orecchio in modo preponderante, influenza che emerge principalmente nelle vocals femminili e nel riffing di classica matrice thrash metal, seguita dalle altre radici che vanno a comporre il sound devastante dei nostri. Dal furioso d-beat/crust di scuola svedese, da sempre punto di riferimento e partenza dei Misantropic, con melodie che si alternano invece tra Martyrdod e addirittura Nux Vomica, questi ultimi soprattutto nei passaggi più vicini a certi riff “melodici” riconducibili a territori estremi del metal, si giunge ad un gusto generale per le atmosfere e nel songwriting che mi ha fatto pensare in più di un momento contemporaneamente ai grechi Kataxnia e all’hardcore più oscuro dei Tragedy. Inoltre certi riff e certe melodie dal sapore (neo) crust sembrano evidenziare un continuum di sonorità e attitudine con un altro grande gruppo crust di Umea degli anni duemila, ovvero i mai troppo incensati Ambulance.

Riff che provengono da territori propriamente thrash metal irrompono prepotenti come nell’iniziale No Retreat, No Surrender, una traccia caratterizzata da alcuni momenti addirittura groovy sommati a cori hardcore dal sapore anthemico che rendono il brano un’ottimo inizio e uno dei momenti migliori dell’album. La titletrack si apre invece con un arpeggio interrotto presto da un riffing melodico che si avvicina molto ai Nux Vomica di “A Civilized World“. C’è sempre questa aurea di classico crust punk svedese che aleggia sui Misantropic, toni dai tratti vagamente apocalittici ed oscuri che ricorda atmosfere di matrice Warcollapse. C’è tanto groove anche in un brano come Blood Stains, momento del disco che sintetizza perfettamente le influenze della scuola crust/d-beat svedese e la lezione thrash metal dei Sacrilege. Death Cult è un altro dei brani migliori in cui ci imbattiamo grazie soprattutto ai toni anthemici che lo accompagnano, ad un coro/ritornello che si stampa immediatamente in testa e addirittura melodie dal sapore mediorientale che irrompono nella seconda metà della canzone conferendo al brano una veste inaspettata e mostrando una buonissima dose di personalità dei Misantropic. Ma il punto interessante di questa traccia è sicuramente il  testo, un furioso e bellicoso inno di solidarietà e complicità con la rivoluzione del Rojava, una rivoluzione in nome dell’ecologismo e del femminismo che ha mostrato e sta mostrando a tutti che un altro mondo è possibile e che che la lotta rivoluzionaria contro lo stato, il capitale e il patriarcato è più necessaria che mai. Altra traccia che spicca per intensità e contenuto lirico è sicuramente Arm Your Daughters, un brano crust/hardcore con pochi fronzoli e che non ne vuole sapere di scendere a compromessi, una mazzata in pieno volto di furiosa rabbia femminista che si scaglia contro la violenza patriarcale e la cultura dello stupro. Attitudine, qualità nel songwriting, intensità, gusto per le melodie, toni anthemici dosati con intelligenza, infinite dosi di rabbia e coscienza politica, tutte queste componenti fanno di Catharsis un disco di cui si sentiva estremamente bisogno e che, ne sono certo, rimarrà a lungo negli ascolti assidui di molti di noi.

Non mi piace fare classifiche o inutili “competizioni” in ambito hardcore/punk, ma mi concedo uno strappo alla regola e vi dico che questo Catharsis se la gioca insieme a Crimson Dawn degli Ahna per il titolo di migliore disco crust dell’anno. Cosa ci fate ancora qui? Correte ad ascoltarlo e ad acquistarlo! Mai indietreggiare, mai arrendersi, mai morire! La fine di questi tempi sarà la nostra catarsi.

“Stench of the Past”// Guided Cradle – You Will Not Survive (2008)

La guerra tra gli invasori umani e gli orchi nelle lande abbandonate in cui regnano solamente morte e distruzione sembra non conoscere alcuna tegua. “Gli umani sono crudeli, senza alcuna pietà e noi dobbiamo imparare a difenderci da loro, a tutti i costi e con ogni mezzo necessario”, dicono gli orchi. I Guided Cradle, un manipolo di guerrieri orchi rinnegati senza più patria a cui far ritorno e senza più niente da perdere, devono fronteggiare la crudeltà degli uomini, mai così feroce, pronti a spazzar via anche le macerie delle loro terre e a cancellarne per sempre il ricordo secolare. Guidati e animati dalla speranza di un mondo in cui ogni creatura possa vivere in pace e libera dalla pestilenziale minaccia dell’uomo, ma allo stesso tempo assetati del sangue degli oppressori umani, i Guided Cradle intonano i loro canti di guerra in estasi sotto ad una tempesta di tuoni e fulmini, consapevoli che in questo scontro barbarico e brutale qualcuno non sopravviverà perché in guerra non c’è nessuna legge. Il cuore degli orchi è pieno di rabbia, la loro vendetta verso gli esseri umani è pronta. I guerrieri orchi appaiono all’improvviso dalla tempesta,  pronti ad assaltare i vostri villaggi e darli alle fiamme senza alcuna pietà. Canteranno, ruggiranno, saccheggeranno ogni cosa al loro passaggio, bruceranno i simboli del nostro dominio e dopo, finita la battaglia, festeggeranno con birra a sazietà, verso i giorni senza fine!

Prima puntata di Stench of the Past, rubrica nata da una costola di Shadows of the Past ma esclusivamente dedicata a vecchie uscite accomunabili sotto l’estremamente eterogenea e controversa etichetta di “stenchcore”, ovvero quel brodo primordiale di proto-metal estremo e hardcore punk emerso nell’underground britannico degli anni ’80. Una rubrica volta alla riscoperta di dischi usciti in un passato più o meno recente e che hanno occupato e continuano ad occupare i miei ascolti, dischi e band spesso o sottovalutati o riposti oggigiorno nei meandri della memoria. I protagonisti di questo primo appuntamento sono i cechi Guided Cradle e il loro ultimo lavoro intitolato You Will Not Survive, pubblicato ormai dodici anni fa.

Bastano pochissimi secondi di Violence is Calling, traccia con cui veniamo immediatamente inghiottiti senza pietà da questo You Will Not Survive, per realizzare di essere finiti nel bel mezzo di un campo di battaglia in cui a farla da padrone assoluto è uno stench-crust-core barbarico e selvaggio, pronto a ridurre in macerie qualsiasi cosa si trovi dinanzi e perfetta colonna sonora per accompagnare la totale distruzione della civiltà. Nel sound dei Guided Cradle convivono e trovano una sintesi coerente e godibile, per quanto tutt’altro che inedita, influenze differenti che sono radicate in profondità tanto nei territori del metal più estremo dei Bolt Thrower di In Battle There’s No Law, quanto nel classico crust punk di gentaglia brutta, sporca e cattiva come Doom o Extreme Noise Terror, con sonorità dal sapore d-beat crust di scuola Anti-Cimex che emergono qua e la durante l’ascolto. Inoltre all’interno di questo mix di influenze si fa strada, in maniera costante, un’atmosfera generale, data non solo dall’immaginario apocalittico, guerresco e barbaro che i Guided Cradle portano con sè, che segna in maniera assolutamente marcata il legame del gruppo ceco con la scena estrema britannica degli anni ’80 e con quelle sonorità primitive che imbastardivano metal e anarcho/hardcore punk tanto care a Hellbastard, Sacrilege e Deviated Instinct. E’ proprio da queste band che i Guided Cradle prendendo in prestito una certa propensione per il riffing di natura thrash metal, cosi come un’irruenza e un marciume di chiara matrice crust/hardcore britannica. Non a caso durante tutto l’ascolto di You Will Not Survive l’odore putrescente e marciulento di quel brodo primordiale che noi tutti conosciamo come stenchcore, non smetterà un secondo di invadervi le narici per trasportarvi direttamente in paesaggi oscuri, su campi di battaglia disseminati di corpi morti in decomposizione e tra brutali urla di guerra e dolore, mentre orde di orchi danno il definitivo assalto a questo mondo.

Il legame tra lo stench-crust suonato dai Guided Cradle e l’immaginario/tematiche che accompagnano il disco, enfatizzato anche dallo splendido artwork di copertina, riesce perfettamente a dipingere e fissare nelle nostre menti un paesaggio dalle tinte apocalittiche dominato da morte, distruzione e desolazione, attraversato da istinti primitivi e da scontri barbarici fino all’ultimo sangue, con un’atmosfera tetra e opprimente a farla da padrona assoluta. Inoltre a livello prettamente lirico e di immaginario una traccia come Revenge of the Orcs (a mani basse uno dei momenti migliori dell’intero disco insieme alla precedente Forced Opinions e Hold the Line), abbinata all’artwork di copertina, mi ha riportato alla mente l’interessante trilogia fantasy intitolata per l’appunto “Orchi scritta da Stan Nicholls. Con l’ottimo You Will not Survive i Guided Cradle ci danno dunque l’ultimo devastante assaggio del loro stench-crust punk apocalittico e barbarico!

La violenza chiama, i venti del caos soffiano sulle rovine delle città degli esser umani; gli orchi ruggiscono intonando urla di guerra primitive e i Guided Cradle si preparano dunque a sferrare il loro ultimo assalto mortale contro l’umanità, condannandola all’estinzione. Nessuno si salverà quando la tempesta di barbarico e selvaggio stench-crust inghiottirà tutto quanto senza lasciare scampo, completamente sordo alle urla di disperazione e terrore. 

Sfottex – Demo (2020)

Questa recensione è solamente una ridicola scusa per ricordare Samu e ricordare a tuttx che la depressione è una merda! Stay safe, fuck depression and fuck society!

Mi ricordo di te, Samu. Non ci conoscevamo affatto bene ma ho questo ricordo di te che ti fermi davanti alla mia distro in occasione della taz in Corvetto del 12 luglio scorso dove hai suonato col tuo gruppo. Ricordo perfettamente che abbiamo scambiato due parole sulla scena hardcore, niente di più. Non posso capire il dolore che stan provando le persone che ti volevano bene, ma comprendo pienamente il dolore che ti ha divorato e ti ha portato a compiere questo gesto. La depressione è una fottuta merda, la società che stigmatizza e abbandona chi ne soffre è una merda, ogni altra parola sarebbe superflua. Ciao Samu, un mega abbraccio in mega ritardo.

Se oggi sono qui a parlarvi di questa prima demo degli Sfottex, in colpevole ritardo perchè si fa una fatica enorme in una situazione del genere a pensare alla musica, è perché, in accordo con i membri del gruppo, credo e crediamo sia un modo estremamente valido per tenere vivo il ricordo di Samu e per far si che un progetto a cui lui ha dato tanto si prenda l’attenzione che merita. Oltre che per tornare a sottolineare, con il cuore pieno di rabbia e tristezza, quanto cazzo la depressione sia una merda e quanto sia importante prendersi cura di chi abbiamo accanto in tutte le situazioni che attraversiamo. Anche e soprattutto nella nostra scena hardcore. Prendendo a prestito le parole di un amico: “Onore a tutti quelli che hanno combattuto questa guerra. Onore ai morti e ai vivi, che ancora combattono.”
Sembra assurdo mettersi a parlare di questa demo degli Sfottex date le circostanze in cui gli altri membri del gruppo si son trovati, perdendo un amico ancora prima che un compagno con cui condividere una band, un percorso e un’idea di musica. Ma se sono qui a sforzarmi di scrivere due righe su questa prima fatica in studio del gruppo è perchè il powerviolence/fastcore suonato dagli Sfottex merita al di là di tutto e questo merito è da attribuire anche all’apporto di Samu alla batteria. Nove tracce caratterizzate da un hardcore/pv veloce e furioso, un sound solido che tira dritto per la sua strada senza pietà e senza cedimenti, suonato con passione e attitudine, ma anche con quella vena scanzonata e ignorante che rende ancor più godibile e divertente la proposta dei nostri. Tra una traccia che manifesta il sincero e viscerale odio per la città di appartenenza del gruppo (CNmerda) e un’altra dal testo più politico in senso anarchico come “Falsa Sicurezza“, siamo davanti ad una demo che può contare su un ottimo bilanciamento tra la buona qualità della parte strumentale e la parte lirica che non manca di momenti davvero intensi e toccanti di tracce come “Mamma” e la conclusiva “Goccia“. In fin dei conti, dieci minuti scarsi di buonissimo fastcore/powerviolence (o meglio brutal speedcore, come lo chiamano loro) che, pur non inventando nulla, risulta estremamente godibile e che ha nell’intensità il suo più grande pregio. Lascio alle parole degli stessi Sfottex il difficile compito di concludere questa “recensione”, una delle più difficile dal punto di vista emotivo che mi sia mai ritrovato a scrivere:
“In certi momenti non sai bene cosa dire, non sai bene se sia reale o meno e non sai bene come comportarti a volte… ricevetti la chiamata ieri mattina di un mio amico che mi diede la brutta notizia, la prima cosa che pensai fu:”Sto coglione!”
E non nego che vorrei alzargli le mani per il gesto che si è sparato.
Ma questo è solo uno stupido modo per sdrammatizzare una situazione che non è nient’altro che tragica e orribile per questo vi lascio al messaggio preimpostato, non sappiamo se ci sarà un continuo alla storia degli Sfottex ma sicuramente non smetteremo mai di suonare, anzi, suoneremo più forte per chi non c’è più; Ci mancherai Sammy, sempre nei nostri feedback e nei nostri suoni per sempre.
Just a first demo published to commemorate our beloved friend and Bandmate who committed Suicide, our hearts are full of pain for the loss, and we want to show all our support and love to family and friends!
Thank’s guys love you all and stay safe keep friends close as long as you can!
And Fuck Depression and society!
Rest in Power Sammy! ❤
Lo abbiamo pubblicato per te zì, Tenetevi stretti sempre gli amici!”

“Stench of the Past”// Repression Attack – Altar of Destruction (2013)

Nella Russia occidentale, dove l’autorità dello Stato era completamente disgregata, la violenza anarchica trovò il più fertile terreno. Bande di predoni armati, che operavano con nomi quali “Uragano”, “Tormenta” e “Morte”, sorsero ovunque, pronte a gettarsi su città e villaggi ogni qualvolta se ne presentasse l’occasione. Questi barbari selvaggi senza dio ne padroni cantavano di una nuova “età della dinamite” che avrebbe accolto gli oppressori d’ogni tendenza. E a Ryazan un gruppo di stench-crusters furiosi e assetati del sangue dei padroni proclamò “morte alla civiltà mondiale!” e incitò le masse di metalpunx ad impugnare le scuri e a distruggere ogni cosa intorno a loro. All’orizzonte appaiono così i Repression Attack pronti ad innalzare le nere bandiere tra il sibilare dei venti, pronti a spazzar via anche le macerie del mondo di ieri, pronti a morire per la libertà sull’altare della distruzione!

“Ombre del passato”. Non esiste definizione migliore per descrivere Altar of Destruction, primo album dei russi Repression Attack pubblicato dal gruppo nel lontano 2013, un disco che, a parer mio, è stato parecchio sottovalutato anche in un periodo caratterizzato da un forte revival di certe sonorità crust punk imbastardite con influenze metalliche. Come i loro conterranei Fatum, ben più noti a tutti gli amanti del crust punk, anche il sound dei Repression Attack infatti affonda le sue putrescenti radici nella scena anarcho-crust/metal underground britannica degli anni ’80 e precisamente in quel brodo primordiale estremamente polimorfo conosciuto all’epoca semplicemente come stenchcore. Le influenze principali che emergono durante l’ascolto di questo Altar of Destruction rispondono chiaramente al nome di Sacrilege, Amebix, Hellbastard e Deviated Instinct, tanto sul lato strettamente musicale quanto dal punto di vista delle atmosfere che avvolgono l’intero lavoro e accompagnano la nostra discesa negli abissi nauseabondi del crust punk suonato dai Repression Attack. Siamo al cospetto di un ottimo esempio di stench-crust nella sua forma più tradizionale, sporca e metallica quindi, caratterizzato da un marcato riffing thrash e da una profonda attitudine anarcho punk, con le atmosfere che oscillano costantemente tra la creazione di un’immaginario apocalittico e toni caratterizzati da una sorta di epicità oscura capace di creare la giusta tensione. La profonda influenza dei Sacrilege e degli Hellbastard irrompe in maniera furiosa nel riffing di chiara scuola thrash metal e negli assoli (come nella titletrack posta in apertura del disco), così come la pesantezza metallica, la sporcizia del sound e una certa attitudine barbara e selvaggia, che appare implacabile e spietata, ricorda a più riprese i padri fondatori dello stenchcore Deviated Instinct. In alcuni passaggi in cui i Repression Attack decidono di rallentare il tiro concedendoci di riprendere fiato, come in tracce quali Cold Death o Dead Silence, dominano invece  incontrastate le atmosfere apocalittiche, epiche ed oscure che riportano alla mente quanto fatto dagli Amebix e dagli Axegrinder.

In fin dei conti, tirando le somme, Altar of Destruction è un ottimo lavoro di stench-crust apocalittico, oscuro e barbaro che sa bilanciare in maniera estremamente valida i momenti in cui andare all’assalto all’arma bianca e altri in cui rallentare per lasciare emergere i momenti più atmosferici. Un disco sottovalutato e passato abbastanza sotto traccia, ma che ritengo valga assolutamente la pena rispolverare e riscoprire se, come me, siete dei fottuti inguaribili amanti di certe sonorità e delle loro incarnazioni più metalliche e marce! Shadows of the past, shadows of Russisch Totalitaren Stenchcore!

Tenia – Altrove (2020)

La Milano hardcore è dura a morire, o a quanto sembra, è pronta a vendere cara la propria pellaccia anche in questo tormentato 2020! Come un verme solitario che, celandosi nelle nostre viscere, ci divora dall’interno, ecco allora che sulla scena hc milanese  irrompono i Tenia, gruppo nuovo ma composto da volti già noti e attivi nella scena punk della metropoli da anni! Hardcore in your face è il credo professato su questa prima fatica in studio intitolata Altrove, un hardcore molto moderno nei suoni ma che riesce a seguire una precisa rotta di cosa è stato l’hardcore negli ultimi vent’anni anni, tanto in Italia che oltreoceano, pur mantenendo un qualcosa nell’attitudine e nell’irruenza espressiva, che li lega in modo netto e indissolubile con la tradizione classica dell’hardcore italiano degli anni 80/90. Un sound robusto e tecnicamente ben suonato, lontano da quelle tendenze raw tutte riverberi e distorsioni che sembrano andare per la maggior negli ultimi tempi. Qualcuno nella musica dei Tenia ci ha sentito influenze dei Teatro delle Ombre, qualcun’altro i Tragedy, altri ancora vedono nell’hardcore del gruppo milanese l’impronta dei primi Raised Fist, a me sinceramente frega veramente poco a quali gruppi abbiano guardato i nostri per costruire il proprio sound, perchè qui l’unica cosa che conta è poter tornare finalmente ad ascoltare e immergersi completamente in un disco di hardcore diretto e potente, suonato con passione e con trasporto, che ha bene in mente quali corde colpire e con quanta forza irrompere nelle nostre esistenze.

Senza soffermarsi troppo sulla qualità generale della musica suonata, mi concentro invece sulle vocals ad opera di Alvise che risultano essere perfette per tutta la durata del disco. Una voce sofferta, mezzo perfetto per trasmettere le sensazioni di malessere e rabbia che emergono prepotentemente dai testi dei Tenia. In alcuni casi, nel corso delle sette tracce presenti su Altrove, emergono anche echi di natura post hardcore come nell’affascinante “Quella Notte“, a parer mio una delle tracce migliori. In generale quella vena emozionale tipica di certo hardcore italiano primi anni duemila, così come di certo post/hardcore, attraversa in maniera incisiva tutto il lavoro, senza risultare però mai forzata o fuori posto. C’è ben poco altro da aggiungere se non che ci si trova davanti ad uno dei lavori migliori e più intensi pubblicati dalla scena hardcore milanese degli ultimi anni e che certamente si merita ben più di un ascolto! Lunga vita all’hardcore e ai Tenia!