Tørsö – Home Wrecked (2021)

Home Wrecked è un Ep dalla brevissima durata ma estremamente intenso come, d’altronde,  ci hanno abituato i Tørsö nel corso degli anni, senza dubbio uno dei migliori gruppi contemporanei a suonare un hardcore punk dal forte sapore old school e caratterizzato da una profonda attitudine in your face sincera e convincente! Queste tre nuove tracce presero forma durante la stessa sessione di registrazione che portò nel 2019 alla pubblicazione del precedente, stupendo, ep intitolato Build and Break; difatti l’intensità e l’emergenza espressiva che attraversavano quel disco emergono prepotentemente anche nel sound, nelle tensioni e nell’attitudine che caratterizzano questo nuovo Home Wrecked. L’hardcore punk del gruppo della Bay Area ancora una volta pianta le proprie radici in profondità nel sound classico di band come Faith (non a caso tra queste nuove tre tracce la band di Oakland ha deciso di realizzare una cover di You’re X’d), Negative Approach, Totalitar, Youth of Today e in generale in tutta la scena straight edge e youth crew statunitense degli anni ’80. Questo rifarsi a certi grandi nomi e ad un sound preciso però non rende i Tørsö un banale gruppo clone, perchè i nostri hanno dalla loro tanti punti a favore: l’attitudine riottosa che appare visceralmente sincera, la passione per l’hardcore punk non solo come musica ma come mezzo per esprimere tensioni politiche e personali, la capacità di scrivere canzoni che si stampano facilmente in testa e la qualità strumentale, soprattutto di Giacomo alla batteria, sono tutte caratteristiche che fanno dei Tørsö uno dei gruppi più intensi e sinceri nell’attuale panorama hardcore mondiale. Le parole che scrivevo qualche anno fa in merito di Build and Break, in fondo, sono valide ancora oggi per parlare di Home Wrecked: i Tørsö non inventano certo nulla di nuovo e sicuramente a loro non frega un cazzo di suonare originali, ma questo nuovo ep è una scarica di pugni nello stomaco e ginocchiate sui denti, quindi, in fin dei conti, la ricetta migliore possibile per un disco hardcore punk sincero e suonato con l’attitudine giusta! E citando i Negazione voglio concludere questa breve ma intensa recensione: lo spirito continua, potremo davvero essere vecchi e forti!

A Lesson in Violence: Repulsione/Inglorious Basterds & One Day in Fukushima/Aftersundown

La fine dello sciagurato 2020 ci ha regalato due degli split grindcore più belli e intensi mai registrati e pubblicati negli ultimi anni, quanto meno all’interno della scena italiana. Sto parlando chiaramente dello split tra i bolognesi Repulsione e i romani Inglorious Basterds e di Barbaric Scenario, lavoro diviso a metà tra i campani One Day in Fukushima e gli indonesiani Aftersundwon! Quest’ultimo disco è inoltre una coproduzione targata Disastro Sonoro, una coproduzione di cui vado particolarmente fiero per il semplice fatto che i One Day in Fukushima furono il primo gruppo che decisi di intervistare su queste pagine nel lontano 2017 e perchè sono un gruppo che ha dimostrato nel corso degli anni di essere quanto meglio ci sia in ambito grindcore a livello europeo. Presto arriveranno le copie di questo devastante split in distro, quindi sapete cosa fare appena finirete di leggervi il seguente sproloquio spacciato per recensione! One Day in Fukushima e Aftersundown da una parte, Repulsione e Inglorious Basterds dall’altra, quattro modi diversi di intendere, interpretare e suonare grindcore, un’unica lezione di violenza inaudita e devastante per le nostre orecchie indifese! ANOTHER LESSON IN VIOLENCE, GRINDCORE IST KRIEG!

Quanti minuti servono ad uno split grindcore per lasciare impresso indelebilmente il proprio segno nei nostri ricordi e per lasciarci inermi a terra senza più energie? Ai veterani Repulsione e agli ottimi Inglorious Baterds bastano dieci minuti totali suddivisi in quattro tracce a testa che non lasciano alcuno scampo e alcuna via di fuga all’ascoltatore. I Repulsione sono ormai un nome di culto della scena powerviolence/grindcore italiana e con il passare degli anni hanno spinto la loto brutale proposta priva di chitarre sempre più in là verso forme di vero e proprio terrorismo musicale, rendendola di fatto implacabile e assolutamente priva di pietà. Se già nel precedente Sunrip erano molto labili e vaghi gli echi powerviolence presenti dagli albori nel dna della proposta del gruppo bolognese, queste nuove quattro tracce si allontano quasi totalmente da territori pv dandoci in pasto un grindcore devastante e granitico, in un tripudio di blast beats che sembrano poterci tritare le ossa e il cervello in ogni momento. Il grindcore suonato dai bolognesi strizza l’occhio alle sonorità più estreme, rumorose e riottose del genere, quelle che vanno dai Warsore agli Unholy Grave per capirci, piuttosto che ai nomi storici e alle band più moderne, sottolineando in questo modo l’intimo legame con l’attitudine hardcore di certo grind più underground e “politico”. Il sound dei Repulsione è come sempre monolitico e non mostra mai segni di cedimento, ma in fin dei conti non servivano queste nuove quattro tracce per darci prova del terrorismo musicale di cui sono capaci i nostri grinders bolognesi. Per essere sintetici e chiari: assolutamente devastanti!

Dall’altra parte dello split troviamo invece gli Inglorius Basterds che, con la delicatezza del coltello con cui Brad Pit incide una svastica sulla fronte del gerarca nazista nell’omonimo film da cui il gruppo romano prende ispirazione per il proprio nome, ci lasciano preda indifesa di un altro modo di intendere il grindcore, sicuramente meno legato a sonorità hardcore punk e powerviolence, ma che irrompe spessissimo in territori brutali ed estremi che strizzano l’occhio a certo death metal. Emerge una certa “atmosfera” marciulenta e dalle tinte vagamente gore nella proposta degli Ingloriuos Basterds, i quali però, pur attenti alla ricerca di groove nel riffing e nella struttura dei brani, non perdono mai di vista l’intensità e l’irruenza del loro grindcore furioso e spietato. Ottima anche la scelta degli intermezzi cinematografici tra un brano e l’altro. Quattro tracce che possono essere descritte unicamente prendendo a prestito le parole di una grandissima cantautrice romana: “so’ cortellate quante ne volete”! In fin dei conti il lato dello split occupato da questi “bastardi senza gloria” risulta essere un vero proprio assalto a mano armata mosso unicamente dalla volontà di non risparmiare niente e nessuno e totalmente incapace di provare qualsivoglia pietà!

Se invece provassimo a porre la domanda di cui sopra a One Day in Fukushima e Aftersundown la risposta sarebbe ben poco diversa. Dodici minuti totali più una manciata di secondi che, per un disco grindcore, fanno eccome la differenza. Cinque canzoni per gruppo, con sonorità che pur partendo da una netta base grindcore si differenziano abbastanza tra le due band. La proposta degli indonesiani Aftersundown è infatti molto più marcia e rozza (caratteristiche enfatizzate anche da una registrazione volutamente poco pulita e noisy), con influenze di certo crust a la Extreme Noise Terror degli albori che emergono spesso in tracce come Fake Raids e Bullshit Doctrine e che sono evidenziate perfettamente anche nella decisione di coverizzare l’iconica Police Bastard dei Doom. In sostanza però siamo al cospetto di un grindcore visceralmente e sinceramente old school, devoto unicamente al rumore più primitivo e crudo, un sound che mi ha ricordato in più di un’occasione la proposta di band di culto come i colombiani Confusion e in generale di tutte le incarnazioni del grindcore che vanno dai Warsore agli Autoritar. Tenendo fede al titolo dello split, quello che ci offrono gli Aftersundown è un concentrato di primitivo e barbarico grindcore senza fronzoli e senza pretese, che sa colpire nel segno con una furia devastatrice e selvaggia!

Il sound proposto dai One Day in Fukushima è invece totalmente debitore ad un grindcore classico, sonorità che pur mantenendo un forte legame con i nomi storici della vecchia scuola, riesce a suonare moderno e con una buona dose di personalità, oltre che di evidente qualità tecnica, di passione e sincera attitudine, tutti elementi fondamentali per suonare grind come si deve. Al mio orecchio anche queste nuove cinque tracce dei One Day In Fukushima tradiscono l’influenza della scuola scandinava di Nasum e Rotten Sound e di certo death metal, specialmente in una traccia brutale come The Leviathan, e questa varietà di influenze presente nel sound robusto e devastante dei One Day in Fukushima non può che essere un enorme qualità del gruppo campano. In poche parole si tratta di un grindcore che non fa prigionieri, che tira dritto per la sua strada lasciando dietro di se solo macerie e devastazione. Un grindcore dotato però non solo di brutalità e violenza, ma anche di un ottimo tiro e di una certa dose di groove, caratteristiche che permettono facilmente alle cinque tracce di stamparsi in testa fin dal primo ascolto. Passione, sincerità, qualità e profonda conoscenza della materia grindcore permettono ancora una volta ai One Day in Fukushima, dopo il devastante e bellissimo Ozymandias del 2018, di confermarsi tra le migliori realtà estreme europee!

 

“Rilanciare un bisogno di evasione…”

Ieri notte, ascoltando per l’ennesima volta il vinile ormai consumato di Politico Personale dei Contrasto, scrivevo queste parole in preda ai miei soliti flussi di coscienza e pensieri sconnessi: “ancora una volta, anche sta notte, sono queste le uniche parole cui riesco a riconoscere quel personale che è anche politico, quel politico che è soprattutto personale. In cui il malessere di tensioni inespresse che lacerano dentro continua a svuotare e riempire questa solitudine maledetta e senza risposte. E intanto la vita viene costantemente vinta da una fottuta attesa infinita. È davvero tutto qua quello che ci resta?” Credo che riportare queste parole su queste pagine sia il modo migliore per dare un contorno al trailer con cui i Contrasto, giorni fa, hanno annunciato l’uscita del loro nuovo album intitolato Visto per Censura; trailer che ho deciso di diffondere anche tramite Disastro Sonoro non solo perchè i Contrasto sono amici e compagni a cui tengo con tutto il cuore, ma perchè la loro musica per me è sempre riuscita a sottolineare in maniera sincera e valida il legame intenso e inscindibile tra il politico e il personale, con tutte le disillusioni, inquietudini e tensioni che attraversano queste due dimensioni. Lascio però alle parole scritte e parlate degli stessi Contrasto presentarvi il loro nuovo album:

Anche questo progetto attinge da radici lontane, sempreverdi. E da volontà che si ritraducono, giorno dopo giorno, in bisogni concreti ed urgenze di prospettiva condivisi a più mani. La passione riscalda, intensamente. E si rafforza come fuoco che va preservandosi nella stagione più fredda e si alimenta crepitante, ceppo dopo ceppo. Così, nei passi tumultuosi dell’approdo in rivolta, vanno a riannodarsi esperienze, voci, sguardi, catene. Racconti a bassa voce. Memorie e proiezioni di un (saper) fare collettivo. Per poi prendere il largo.

 

The skyline was beautiful on fire

Questa nostalgia di un tempo che, forse, non c’è mai stato, di quando mi guardavi e assieme a pieni polmoni ci immergevamo fino in fondo nel più felice dei nostri sentimenti. Ricordi?
Tutti i sacrifici, gli schiaffi, le ragioni del torto ci passavano oltre senza sporcarci perchè eravamo sicuri che un giorno sarebbero finite.
Ti manco?
Non piangere ti prego, io non ci sono e purtroppo non posso fare altrimenti, se avessi ancora voce ti urlerei di smetterla di tormentarti e di guardare dritto negli occhi del nemico, quel nemico subdolo e invisibile che è dappertutto e perciò da nessuna parte. Dritto negli occhi senza mai abbassare lo sguardo, perchè noi non abbiamo nulla di cui vergognarci, nulla per cui sentirci in colpa.
Pagheranno un giorno forse troppo lontano e non ci darà nessuna soddisfazione vederli cadere, perchè sarà sempre troppo tardi, ma potremo immaginare un futuro meno crudele di questo presente fatto di privazioni e sottomissione.
Io non sono nessuno, ma so che ti manco.
Manco a molti di voi, come molti di voi mancano a me, come mi manca la vita. Ma sono felice di incendiare di rabbia i vostri respiri e so che non sarà inutile perchè vale almeno la pena provarci, vale almeno la pena avere una possibilità, vale almeno la pena caricare di orgoglio i nostri polmoni. E che si alzi il sipario.

 

Con le ultime rivolte oltre oceano, abbiamo sperimentato come a duecento anni di distanza la giustizia e il manico del coltello continuano a stare sempre dalla parte del potere e mai dalla nostra.
Il caso di George Floyd è uno tra i mille casi che conosciamo, pari sicuramente a tutti quelli che non fanno notizia o non entrano per facili combinazioni nel grande carrozzone delle rivolte dal basso.
Ora, tutti e tutte a gridare a gran voce per il movimento BLM, perché sappiamo bene che è più facile guardare lontano una città in fiamne, piuttosto che essere i fautori di tale incendio.
Ricordiamoci pure i nostri morti per colpa dello stato e che mai avranno una reale giustizia.
Le liste dei caduti le lasciamo tranquillamente a chi con tono tronfio o all’occorrenza petulante parla attraverso le telecamere dimostrandoci una volta di più che la loro realtà, non è la nostra realtà.
Poco tempo fa nel carcere di Modena i mostri che avreste dovuto tenere a bada hanno ammazzato altri mostri, quelli delle periferie. L’omertà di tutti gli apparati verso questi omicidi è una chiara intenzione di guerra verso gli ultimi, che siano detenuti/e clandestini/e o compagni e compagne, disabili, o fasce deboli come infanti o anziani.
Quindi ora ci domandiamo se serva realmente guardare così lontano per avere esempi di abusi per acutizzare il nostro dolore e la nostra rabbia oppure, visto pure il momento ci desteremo e cercheremo di capire come uscire da tutto questo, magari guardando una città in fiamme ma non solo su uno schermo, ma con un bagliore negli occhi.

The Skyline was Beautiful on Fire

L’abbiamo sempre saputo che è più facile perdere piuttosto che vincere, sempre,
Ma nonostante tutto non riusciamo a lasciar perdere, mai,
La speranza e la gioia, questa rabbia nera come la pece e che come la pece si attacca al nostro cuore, al nostro sguardo che ci getta fra le braccia dei nostri desideri, fra le braccia di una felicità che avremmo sicuramente meritato.
Ma le nostre parole sono polvere o poco più.
Allora lasciamo parlare il piombo e la benzina mia cara, che alle telecamere nessuno vuole dar retta, siamo più vistosi se indossiamo i vestiti degli arrabbiati che i panni delle vittime, che la giustizia è il manico del coltello e la mano che lo impugna è sempre la loro.
Alza il volume di questa triste sinfonia perché sentiremo cose orribili, come se la rabbia e l’esasperazione avessero lo stesso peso dell’odio e della violenza.
E non riusciremo a respirare di nuovo.
I mostri che abbiamo sempre tenuto a bada arriveranno dalle periferie a darci un bacio prima della buonanotte, a raccontare una storia differente.
Prendi un bel respiro e lascia che succeda, sicuramente ci divertiremo non credi?
Guarda,  la città è in fiamme amica mia….mi concedi questo ballo?
Parole e pensieri scritti dalla Minoranza di Uno

Children of Technology – Written Destiny (2020)

THIS IS METAL ANARCHY!

In un tripudio di caos, velocità e litri di birra scadente, creature notturne con i volti dipinti da pitture di guerra, si aggirano per le wasteland come nuovi barbari assetati di distruzione e pronti a suonare a tutto volume, tra le macerie delle città abbandonate, un perfetto ibrido di furioso e spietato speed metal punk, l’unica colonna sonora possibile per accompagnare i giorni di un futuro che non esiste più. Metal anarchy è l’urlo di battaglia, i Children of Technology son pronti a vendere cara la loro pellaccia in quest’epoca post apocalittica dominata dallo sconforto e dalla desolazione! 

Rompo gli indugi fin da subito così mi tolgo il pensiero: non sono mai stato un grande ascoltatore dei Children of Technology nonostante il genere che suonino rientri pienamente nei miei gusti e nei miei ascolti più assidui. Non ho mai saputo spiegarmi bene il perchè, ma i vecchi lavori della band mi hanno spesso lasciato indifferente. Ecco perchè trovarmi qui a parlare di questo nuovissimo e inaspettato nuovo lavoro intitolato Written Destiny, è per me abbastanza strano ma allo stesso tempo interessante. Strano sopratutto perchè finalmente l’ascolto dello speed-metal-punk dei Children of Technology ha spazzato via la mia indifferenza nei loro confronti, riuscendo a farmi apprezzare appieno la loro proposta!

New wave of speed metal punk! Questa in estrema sintesi è quanto ci troveremo ad ascoltare una volta che ci saremo addentrati in Written Destiny, un concentrato assolutamente devastante di Venom, Warfare, Tank, primi Onslaught, qualcosa dal sapore d-beat/crust a la Anti-Cimex/Driller Killer, riffing thrash metal taglienti sullo stile dei primi Voivod e dei Sacrilege di Within the Prophecy e un sound generale che non può non riportare alla mente il crossover thrash/hardcore punk dei Broken Bones dell’era F.O.A.D. e l’attitudine stradaiola tanto cara agli Inepsy. Un destino, quello dei Children of Technology, dunque inciso indelebilmente nella scena metal/punk underground degli anni ’80, scena a cui i nostri sono sinceramente devoti fedeli e lo dimostrano senza remore ancora una volta con questo nuovo lavoro assolutamente devastante e senza pietà!

L’atmosfera generale di questo Written Destiny alterna momenti capaci di evocare un certo immaginario (a dirla tutta un po’ abusato ma sempre parecchio godibile) post apocalittico a la Mad Max ad altri passaggi dal sapore fortemente anthemico, senza mai perdere d’occhio una certa propensione alla distruzione e alla crudeltà, così come un certo gusto per il riffing sempre ispirato e devastante. In fin dei conti siamo sempre al cospetto di un assalto di speed metal punk che non ha alcuna intenzione di fare prigionieri ma è mosso unicamente dalla voglia di distruggere qualsiasi cosa si trovi sul suo cammino, quindi non ci si stupisca se ascoltando queste nuove otto tracce dei Children of Technology ci si ritrovi immediatamente catapultati in un vortice di distruzione e crudeltà! Tracce di assoluto impatto come The New Barbarians, la stessa titletrack, The Days of Future Past e Creation Trough Destruction sono veri e propri assalti brutali e spietati di speed/heavy metal di scuola Warfare/Tank, uno speed metal imbastardito perfettamente con il thrash di scuola Sacrilege/Onslaught e con l’attitudine punk e stradaiola dei migliori Broken Bone e Inepsy.

Alla fine dei conti questo Written Destiny è esattamente la colonna sonora di un futuro che non esiste più, parafrasando il titolo della canzone con cui ha inizio questo nostro viaggio. Traccia dopo traccia i Children of Technology, distruttori del mondo come l’abbiamo finora conosciuto, sono dunque pronti a scatenare le forze infernali su questa terra senza lasciarci alcuna via di fuga o possibilità di salvezza, innalzando fieramente al cielo la loro bandiera “speedmetalpunk”! Chiudetevi in casa e blindate porte e finestre se non siete dunque pronti ad unirvi alla brigata del caos che porta il nome dei Children of Technology e a seguire i canti di guerra da loro intonati con furia selvaggia. In caso contrario, lasciate ogni speranza di salvezza perchè la tempesta di speed metal punk evocata da questo Written Destiny non conosce pietà verso niente e nessuno! Stappate le vostre birre scadenti e tenetevi pronti a scorrazzare liberi e selvaggi su e giù per le wastelands, mentre le fiamme infernali del metal-punk più ignorante inghiottiranno le rovine delle vostre città e ridurranno questo mondo in macerie! This is metal anarchy, nothing less, nothing more!

Tower 7 – Entrance to a Living Organism (2020)

Non ho idea di come sia possibile che mia sia scordato di inserire questo Entrance to a Living Organism dei Tower 7 nell’articolo “Music Critics and Records Collectors are Pretentious Assholes“, articolo, per chi non se lo fosse ancora letto, dedicato ad alcune delle pù interessanti uscite in ambito punk e hardcore del 2020. Rileggendo l’articolo mi sono accorto di questa grave mancanza, perchè si tratta a mio parere di uno dei migliori dischi “punk” ascoltati negli ultimi anni, nonchè uno dei miei ascolti più assidui da marzo (mese di pubblicazione del disco) a oggi. Fatta questa premessa auto-assolutoria, cerchiamo di andare con ordine e addentriamoci in questa prima fatica in studio dei Tower 7, gruppo che sembra uscito direttamente tra la fine degli anni 80 e l’inizio dei 90. Il sound che caratterizza le otto tracce presenti su questo Entrance to a Living Organism è permeato di quel sapore e di quell’attitudine anarchica e riottosa tipica dell’underground hardcore/crust punk, riuscendo nell’impresa di sintetizzare tanto la lezione seminale di band anarcho punk come Anti-System e A-Political quanto l’irruenza selvaggia e furiosa di gente come Electro Hippies e in parte dei Concrete Sox più crust.

E’ dunque un’anarcho punk fortemente caratterizzato da un’attitudine tipica del crossover britannico fine anni 80 e che non nasconde all’ascoltatore l’influenza di certo metal (in alcuni momenti il riffing ricorda il trash metal più primitivo e crudo). Rimanendo sul lato prettamente musicale, se da una parte il sound generale da una sensazione di rabbia primitiva profondamente istintiva, dall’altra il riffing di matrice crossover/metal sembra molto ispirato e suonato non solo con qualità ma anche con una certa dose di personalità. A tutto ciò si sommano le vocals, estremamente selvagge e abrasive ma anche sofferte in alcuni passaggi, perfettamente in grado di segnare un continuum, sincero per quanto riguarda l’attitudine anarchica e riottosa, con i gruppi sopracitati. Come da tradizione anarcho punk, ad attirare e catturare l’interesse di chi ascolta sono sicuramente i testi e la volontà dei Tower 7 di rendere la musica principalmente un mezzo con cui esprimere le proprie tensioni di rivolta, tensioni tanto personali quanto politiche che necessitano di deflagrare liberamente, invece di venire soffocate per l’ennesima volta. In estrema sintesi questo Entrance to a Living Organism è si un disco da ascoltare tutto d’un fiato facendosi completamente inghiottire e distruggere, ma anche un lavoro che merita il giusto tempo per soffermarsi a leggere i testi di tracce devastanti come Ritual of Detention, Fatigue e Endless Growth. Se vi mancano gli Electro Hippies, ora potete consolarvi con i Tower 7 senza avere rimpianti!

Konquest – The Night Goes On (2021)

Heavy metal maniac
I’m a heavy metal maniac
Stand back heavy metal maniac!

Aaaaaaah l’heavy metal, aaaaaah la NWOBHM. Quanti ricordi di gioventù e dell’adolescenza mi legano intimamente alla forma più pura e sincera della musica metal. Non a caso il mio primissimo approccio a questo mondo è avvenuto grazie a quel capolavoro che è “Live After Death” dei Maiden e da li è stato un iniziare a divorare qualsiasi cosa fosse uscita negli anni ’80 in ambito heavy metal, dai classici e immortali Judas Priest, Angel Witch e Saxon a band molte più sottovalutate e fin troppo poco incensate del calibro di Virtue, Praying Mantis e Holocaust, passando per gruppi capaci di rubarmi letteralmente il cuore come Heavy Load, Warlord, Cirith Ungol e Tokyo Blade. Potrei continuare a parlare per ore dell’importanza che ha avuto per me l’heavy metal e dell’amore più sincero e passionale che mi lega ad esso, potrei lasciarmi andare ai ricordi e alla malinconia degli anni dell’adolescenza in cui indossare una maglia dei Maiden o dei Priest mi faceva sentire un “true defender of the faith” e altre cazzate del genere. Bene, questa digressione in cui vi ho elencato stile lista della spesa una marea di gruppi nwobhm e classic heavy metal che hanno fatto (e fanno tuttora) parte dei miei ascolti, ha il solo scopo di introdurvi al gruppo e al disco di cui vi parlerò nelle prossime righe, ovvero The Night Goes On di questo affascinante one-man project dal nome Konquest. Nome che sembrerebbe un chiaro omaggio a “Metal Conquest” degli Heavy Load, giusto per ribadire le influenze che hanno ispirato questo progetto.

Ma chi si cela dietro questa one-man band? Nient’altro che il buon Alex, già chitarrista dei fenomenali Carlos Dunga, probabilmente il personaggio più metal dell’intera scena hardcore e punk italiana (mi prendo la responsabilità di quanto appena scritto!), un essere umano cresciuto evidentemente (e non lo si scopre certo ora) a pane e heavy metal di tradizione ottantiana. Dunque era solamente questione di tempo prima di vederlo all’opera in un progetto interamente devoto alle sonorità più care e vicine all’heavy metal classico di ottantiana memoria. Pensate alle sonorità degli Heavy Load dei magnifici “Stronger than Evil” e “Death or Glory”, ai Tokyio Blade del capolavoro “Night of the Blade“, qualcosa degli Sword di “Metalized“” e un sapore vagamente epic a la Warlord, oltre ad un sentore lontano che ricorda però in maniera godibile addirittura i Thin Lizzy, e potrete già immaginare risuonare nella vostre orecchie e nella vostra testa i riff, le melodie e le linee vocali anthemiche che caratterizzano interamente questo The Night Goes On! Un tempesta di tuoni e fulmini di heavy metal senza compromessi, volutamente e sinceramente old school come fosse uscito direttamente dall’underground britannico tra il 1980 e il 1982, suonato con passione invidiabile e un evidente trasporto emotivo da parte del buon Alex, il quale ci regala una prova impeccabile sotto l’aspetto della qualità compositiva e strumentale, oltre che ad una forte ispirazione in termini di melodie e riffing.

Melodie catchy, trame di chitarra, linee vocali e ritornelli sono i veri punti forti di questo The Night Goes On, elementi che, fin dal primo ascolto, riescono a imprimere facilmente nella memoria praticamente quasi tutti i brani presenti sul disco. La titletrack rappresenta poi l’esempio migliore di tutto ciò che si potrebbe mai desiderare da una canzone heavy metal: un ritornello fortemente anthemico da cantare a squarciagola sorretto magistralmente da riff di chitarra memorabili e linee melodiche che si stampano immediatamente in testa, ne fanno un vero e proprio inno metal dal marcato sapore ottantiano! Altro pezzo da ascoltare e riascoltare infinite volte è, a mio parere, Keep Me Alive, traccia che continua a darmi l’idea di essere l’idea punto di incontro e sintesi tra gli Sword e i Tokyo Blade. La strumentale Fall of the Konqueror, con il suo incedere maestoso e la sua atmosfera epica, elementi che sottolineano l’importante influenza dei Warlord e il gusto per le melodie che tradisce l’eredità dei primi Maiden, sembra esser stata posta volutamente a metà del disco per darci il tempo di riprendere quel poco di fiato necessario prima di tuffarci nuovamente a capofitto nella tempesta di heavy metal che ci attende con canzoni dalla qualità elevatissima come The Vision e Helding Back the Tears. Quest’ultima, senza ombra di dubbio, è uno dei momenti più alti di tutto The Night Goes On, grazie soprattutto ad un riffing super ispirato, a delle linee melodiche azzeccatissime e ad un assolo da brividi. Altro brano attraversato da uno spirito profondamente anthemico, con un ritornello ricco di pathos e trasporto da cantare fino a perdere la voce!

Insieme ad altre interessanti uscite dell’anno appena passato come Dream Quest Ends degli Smoulder e Ravening Iron degli Eternal Champion, abbiamo trovato nel progetto Konquest un nuovo, valido e trascinante, difensore dell’heavy metal nella sua forma più pura e sincera! The Night Goes On si candida seriamente ad essere uno dei dischi del 2021 e siamo solo a gennaio, questo  dovrebbe bastare per farvi innamorare senza remore e ascoltare allo sfinimento questo gioiello di New Wave of Prato Heavy Metal!

Tonight, we stand tonight. We stand to fight! Where are the heroes? The night goes on!

No Sun Rises – Dominium Terrae (2020)

Esattamente un anno fa mi trovavo a scrivere su queste pagine della prima fatica dei No Sun Rises, quello splendido disco che è Ascent/Decay del quale mi infatui fin dal primo momento, sopratyutto perchè rimasi completamente catturato dalla proposta del gruppo tedesco che riusciva a sintetizzare le tensioni di un post-black metal atmosferico con tensioni maggiormente riconducibili a territori del neo-crust moderno. Con questa nuova tape intitolata Dominium Terrae che presenta due brani, i No Sun Rises invertono parzialmente la rotta sonora che avevano seguito sul precedente, bellissimo (mi tocca ribadirlo) Ascent/Decay, decidendo di esplorare territori black metal differenti anche se non del tutto ignoti o innovativi. Due composizioni caratterizzate da una lunghezza abbastanza sostenuta, abbondantemente superiore ai dieci minuti come per la titletrack, che, partendo da una base abbastanza nota negli ultimi anni di post-black metal moderno, si diramano su coordinate atmosferiche capaci di evocare lo spettro degli Agalloch più malinconici, mentre nei momenti più serrati e furiosi si sentono echi degli ultimi Downfall of Gaia. Inoltre gli strumenti ad arco  sono in grado di costruire paesaggi bucolici e atmosfere di quiete come nella maestosa e intensa prima traccia che da titolo all’intero ep, ovvero “Dominium Terrae“.

È proprio su questa contrapposizione costante tra quiete e tempesta, tra momenti melancolici e impetuose tempeste black metal accompagnate dallo screaming sofferto di Jonas (alternato all’interpretazione estremamente evocativa della voce di Nicole, ospite sulla prima traccia) che i No Sun Rises sono abili a costruire due ottime tracce di post black metal moderno e dalle ottime tinte atmosferiche che possono riportare alla mente certo USBM di tradizione cascadian care in egual misura a Wolves in the Throne Room e Falls of Rauros. Per concludere, degno di nota l’artwork di copertina, che ricalcando uno stile riconducibile alle incisioni medievali, rappresenta un castello preda delle fiamme, probabilmente fiamme di qualche rivolta contadina contro i signori e i ricchi. Certamente un bel ritorno, seppur si tratti solamente di una tape di due tracce, da parte di uno dei gruppi più interessanti degli ultimi anni, un ritorno che mostra forse le nuove rotte musicali che i No Sun Rises esploreranno nel prossimo futuro!

 

 

Antisexy – E Ti Reincarni (2020)

Padova a mano armata, ancora una volta!

Così de botto, ma non senza senso, riappaiono sulle scene i padovani Antisexy con questo nuovo E Ti Reincarni, logico successore, anche nella scelta del titolo, di quello splendido lavoro di fast-hardcore che fu nel 2006 La Vita fa Schifo e poi Muori. Pochissimi minuti nel complesso bastano per ricordarci quanto cazzo si aveva bisogno oggi di un bel disco di hardcore veloce e furioso suonato con una passione e un’attitudine invidiabile, una passione per certe sonorità che ancora non si è spenta e probabilmente mai si spegnerà per gli Antisexy! Sei tracce, praticamente tutte attente a non sforare il minuto di durata, che condensano al meglio il sound dei nostri fatto di classico hardcore punk, sfuriate fastcore e addirittura echi thrashcore appena accennati ma da sempre presenti nel DNA del gruppo padovano.

Un ep che scorre velocissimo, anche se il sound degli Antisexy riesce ad alternare in maniera sapiente i cambi di tempo che sono in grado di conferire alle varie tracce una loro identità ben precisa e la capacità di rimanere in testa fin dal primo ascolto, come la titletrack, Il Limbo del Bardo e la conclusiva Tuppy, che, tra l’altro termina con brevi ghostracks alternate a secondi di silenzio. Ormai dieci anni fa gli Antisexy cantavano che “il punk è morto e tu sei il prossimo”, e probabilmente non ci erano andati così lontani anche se dischi come questo E Ti Reincarni sembrano voler affermare con rabbia che lo spirito continua e che in fondo l’hardcore più sincero non morirà mai! Oltre a riconfermare il fatto che gli Antisexy non si son dimenticati come si suona del fastcore/hardcore punk incazzato e in your face, nonostante fossero anni che non pubblicavano un nuovo lavoro, non c’è moltissimo altro da aggiungere dinanzi ad un lavoro così breve ma fottutamente intenso, se non ribadire semplicemente che la vita fa schifo e poi muori… e ti reincarni!