Lunga vita… alla Morte!

Un altro giorno, un’altra morte.
La lotta armata non si fa con fucili che si inceppano e polveri bagnate.
È il volto della sconfitta che si riflette nelle vetrine in lunghe sfilate verso il patibolo.
È il tuo sguardo vuoto che annega in quel bicchiere di assenzio, gole che bruciano e strozzano istinti.
Affinità e divergenze tra me, me stesso e uno sconosciuto. L’inverno del malcontento bussa alle nostre porte arrugginite, il tempo delle serenate è finito da un pezzo e nessuna colomba vola più da queste parti.
Non c’è niente la fuori, solo incubi, paranoie in saldo e pubblicità.
No, non c’è posto per me, la città non esiste più ma i tg non ve lo dicono. La fabbrica è ovunque e il suo odore nauseabondo soffoca l’aria. Quando inizieremo realmente a vivere?
Ombre mi parlano, l’illusione di restare assieme è una danza da impiccati.
Le nostre ore sono contate, interrompiamo le trasmissioni per annunciarvi un nuovo invito al massacro.


Camminiamo in bilico su binari morti
Monorotaie che corrono verso incubi senza numero, comunicati di rivendicazione scritti in lingue che nessuno sa più parlare.
Senza un posto dove dormire, sogni vividi infestano queste notti abbandonate.
Asfalto, cemento, sangue e acciaio. Un dolore che non ci hanno insegnato a sopportare. L’amore è stato bandito dal regno della catastrofe. La fabbrica è un amplesso consumato senza sapore.
Il giorno che il paese morirà daranno una festa in maschera e li potrò finalmente vedere i vostri volti.
Intanto aspetto l’arrivo dei barbari seduto al solito bar. Io e te appoggiati su queste sedie, ma il tempo logora e l’attesa è un lento suicidio. Armare il personale per farla finita con la politica.
La lotta armata non è ancora terminata.
Prendi bene la mira e spara Jurij, falla finita.
Buio, un tonfo sordo rosso sangue.
Ti hanno insegnato che vivere è stata la tua colpa, dunque: lunga vita… alla morte
!

Quattro band davvero hardcore di cui non privarvi mai più

Krav Boca, Ludd, Rake-Off e Lou Quinse. Stili e suoni diversi (dal punk-rap-mandolino all’extreme folk metal), la stessa attitudine, rabbia e fastidio. Vi racconto quattro nuove e meno nuove potenti realtà molto incazzate: ascoltateli, o sarà peggio per voi.

Risposta-dissing all’articolo di Rockit.it scritta di getto per noia e perché ho evidentemente un sacco di tempo da perdere. Ma anche (o principalmente) come ridicola scusa per parlare di quattro band/dischi “hardcore” (qualsiasi cazzo voglia dire visto che wannabe recensori di professione lo utilizzano a caso a quanto pare) che meritano spazio e attenzione. Personalmente (ma io non ci capisco un cazzo) nell’hardcore ci ho sempre visto e ricercato l’attitudine e la tensione di critica, diserzione, sabotaggio e offensiva nei confronti dell’esistente, dimensioni che vanno al di là del mero stile musicale. Molte parti, così come il titolo, sono riprese direttamente dall’articolo in questione (che non vi linkeró) ma in un’ottica volutamente di rovesciamento e detournement. Distorcendo il titolo di un ep di qualcuno che forse di hardcore ne sapeva più di molti altri (me in primis), ovvero i Posion Idea, è sempre buona cosa ricordare, anche durante la lettura di questo articolo, che “Music Critcs are Pretentious Assholes!

Verrebbe da chiedersi: ma i Lou Quinse fanno hardcore? No, nel senso stretto del termine assolutamente no. Non troverete nessun riferimento ai Minor Threat, agli Agnostic Front o ai Negazione. I nostri fanno un mix di folk metal, metal estremo (black e death), melodie popolari e cultura occitana. Ma l’attitudine che muove il progetto Lou Quinse da quindici anni a questa parte è hardcore nel senso più profondo e viscerale, se con hardcore intendiamo anzitutto quella tensione politica (e personale) che porta a prendere una netta posizione contro questo esistente di merda regno dell’oppressione, della repressione e dello sfruttamento. Iniziamo col dire che parlare di folk metal è sempre terreno impervio e difficoltoso, perchè spesso ci si ritrova impantanati in ridicole formule e richiami alla tradizione poco ispirati. Ma nell’ottica dei Lou Quinse il ricorrere a cornamuse, violini e altra strumentazione piegata alla costruzione di melodie folk, rappresenta lo scenario perfetto su cui narrare storie antiche di resistenza anticlericale e di popolazioni di montagna in lotta contro i poteri centrali che hanno sempre tentato di sottometterli e distruggere il loro mondo e le loro usanze. La musica della band piemontese è infatti ricca di richiami a canti, racconti e storie legate alla tradizione popolare, quella più rurale e alpina, una storia ricca di sommosse, resistenze e lotte contro i ricchi, i padroni e i poteri costituiti. Trovano spazio nei loro testi e nei brani anche riferimenti al brigantaggio, alla dura quanto semplice vita contadina o ad un “satanismo” che ha le sue radici in una tradizione popolan pre-cristiana e pagana da “genti di montagna” o da “genti della selva”. E cosi in Chanter Boire Et Rire Rire, uno dei brani più iconici dei Lou Quinse, ci si può imbattere in un rifacimento della classica “La Leggera“, canto originariamente romagnolo contro il lavoro salariato e lo sfruttamento; mentre in Purvari E Palli si raccontano le gesta del brigante cosentino Domenico Straface facendo ricorso anche all’uso del dialetto calabrese. In altri brani ancora vengono narrate storie di eretici e lotte anti-eclesiastiche di movimenti come quello dei Catari, ormai sepolto dalle polveri della storia. L’extreme folk metal dei Lou Quinse può piacere o meno, ma l’attento lavoro di riscoperta e narrazione di antiche storie e cronache popolari di resistenza al potere e tentativi di oppressione è assolutamente lodevole e ricco di spunti di riflessione, validi e attuali ancora oggi. La resistenza e la ricerca di libertà dei popoli di ieri vivono in quelle di oggi, perchè la storia la scrivono le genti in rivolta. E dunque vadano sull’ostia la fabbrica e il padrone!

Tornano in un tripudio di riff e mosh senza pietà i romani Rake-Off, veri e propri alfieri di quel thrash metal/hardcore/crossover che pur passando gli anni non stanca mai nemmeno per un secondo. Tornano a distanza di tre anni con il nuovo e attesissimo “Observing Madness“, dieci schegge impazzite e devastanti di crossover thrash che segue il sentiero tracciato dalla miglior tradizione degli anni 80 e da un certo revival bandana thrash. Un sound robusto e immediato che riesce a mixare alla perfezione l’anima più hardcore (qualcosa del sound newyorkese vive nella musica dei Rake-Off) che emerge perfettamente nello spazio lasciato anche a certi breakdown e quelle sonorità classicamente crossover/thrash metal che possono richiamare veri e propri mostri sacri del genere come Nuclear Assault, Anthrax (omaggiati con la cover di “Deathrider” posta a conclusione del disco) e i “più recenti” Municipal Waste. Riff affilati, assoli mega metal, batteria che pesta come non ci fosse un domani, la giusta dose di groove e vocals dal piglio decisamente hardcore, sono questi gli ingredienti che rendono “Observing Madness” un disco che non lascia momenti per riprendere fiato come se ci trovassimo nel bel mezzo di un pogo violentissimo e senza fine. Siamo a fine gennaio e probabilmente ci siamo già imbattuti in uno dei dischi più potenti e devastanti del 2022, cosa cazzo dovremmo volere di più? Band come i Rake-Off sono una manna dal cielo per tutti gli amanti di sonorità crossover tra thrash metal e hardcore punk!

Mentre mi accorgo di essermi volutamente perso per strada una non doverosa non-recensione de Il Fuoco non si è Spento dei torinesi Bull Brigate, uno dei dischi punk italiani a cui son stato più indifferente negli ultimi dieci anni, più in là, tra Trento e Rovereto è apparso come fulmine a ciel sereno “Un Silenzio Vivente” dei Ludd, nome storico dell’hardcore antagonista e anarchico degli anni duemila. Con i Ludd ritorna a gamba tesa quell’hardcore militante che, in 10 tracce, racchiude dentro di se il politico che è personale e il personale che diventa politico, in un continuo intrecciarsi di queste due dimensioni e in una continua comunicazione tra tensioni insurrezionali. Quel silenzio vivente del titolo che forse è un invito a continuare a bruciare sotto la cenere, pronti a tornare ad incendiare questo mondo il più presto possibile, pronti ad essere ancora agguati e alture. Agire qui ed ora, senza più farsi divorare dall’attesa convinti che la misura si colmi da sé (come ci suggerisce la canzone con cui si apre il disco).

Ancora una volta il livello lirico è altissimo e fa trasparire quel gusto poetico tipico di certa tradizione hardcore italiana degli anni 90. Se volessimo dirla con i Contrasto: “la poesia è un avvertimento, la poesia è azione” e questo “Un Silenzio Vivente” dei Ludd ne rappresenta un’ottima riconferma. Un disco di intenso hardcore punk militante, rabbioso ma non confuso, furioso ma non caotico e che conosce molto bene il gusto delle melodie e delle linee melodiche che emergono soprattutto nell’alternanza delle voci (maschile e femminile). L’hardcore punk nella ricetta dei Ludd non è altro che un bomba pronta deflagrare per risvegliarci dal torpore della pacificazione sociale, per sovvertire il quieto vivere che ci condanna a morte ogni giorno, per distruggere la società dello spettacolo e del dominio della merce, per far risplendere le fiamme della nostra gioia tra le macerie di questo mondo dominato da Stato e Capitale. Undici canzoni che sono veri e propri avvisi agli insorti e ricette per il caos. E un disco come questo non poteva che concludersi con “Omaggio“, una canzone di lotta, di tensioni comuni, di affinità, di solidarietà e complicità che ci fa sentire meno soli e impotenti nell’attacco a questo esistente. Altre parole sarebbero superflue; citando direttamente i Ludd: “A te compagna, a te fratello, a te sconosciuto.”

Ancora una volta verrebbe da chiedersi: ma i Krav Boca fanno hardcore? Okay no, fanno perlopiù rap imbastardito da influenze punk e melodie mediterranee grazie al godibile utilizzo del mandolino, ma i Krav Boca, vero e proprio collettivo musicale militante con membri provenienti da Francia, Marocco e Grecia potrebbero benissimo aprire un concerto dei Moscow Death Brigate senza che nessuno batta ciglio, perché entrambi i progetti sono sperimentatori delle forme sonore realmente devianti e alternative, combattive e politicamente offensive. Basta il titolo del loro ultimo lavoro “Barrikade” per accorgersi dello spirito belligerante, militante e antagonista che anima il progetto stanziato a Tolosa e di come i contenuti e le liriche siano i veri protagonisti principali della loro musica. A differenza di altri progetti più recenti sempre in ambito rap che fanno della militanza un citazionismo e un ricorso ad un’immaginario forse anche troppo enciclopediche, un po’ Carlo Lucarelli e un po’ I Bellissimi a Mano Armata, l’impressione è che la musica dei Krav Boca non sia neanche l’aspetto principale, per quanto curata e ricca di sperimentazioni, ibridazioni e personalità, ma subordinata alla necessità di condividere e lanciare vere e proprie dichiarazioni di guerra a questo esistente di repressione, oppressione, sfruttamento e alienazione. Attitudine e approccio tipico dell’hardcore rap militante vecchia scuola, ma con una rabbia e un’esigenza espressiva istintiva e sincera che sono più attuali che mai, per rialzare le teste, imporre le nostre voci e andare all’attacco di questo mondo. Organizzarsi, agire e costruire barricate. Krav Boca è il suono delle strade e dell’offensiva che verrà.

“Axegrinding Winds of Chaos” – Interview with Alement

The idea and the text of this interview were originally born last May, but for various reasons of timing, poor organization or simply because both me and Alement are fucking drunken punx condemned in a spiral of nihilism and depression, it sees the light only today. Between references to sounds and imagery dear to the primordial stench-crust of the British old school and the idea that punk acts to unveil the world around us for what it really is, Kev’s answers tell us about Alement’s personal vision and approach to crust punk. The axegrinding winds of chaos continue to blow through the ruins of these dystopian times and howl through the rubble of a drunken hopeless future!

Would you like to introduce your band to the unwary punx-readers of Disastro Sonoro? Especially why did you decide to form Alement and how the choice of the name come about?

Well the band is Kev (me, guitar and vocals), James (bass and vocals), Dan (drums). Dan is my cousin and I’ve known James since we were young in school, which is probably why were still a band haha. We all got into punk around the same time and me and Dan started jammin and trying to learn our instruments as young teenagers. Eventually we formed a raw punk style band called Ballistik, James was in it for a time too. After Ballistik fizzled out around 2009, us three wanted to ultimately form a band in the early crust stenchcore style. The name is just ailment but altering the first half of the word with “ale” haha. I guess we all thought it was fitting of the style. Personally I think its kind of a dumb name, but at the same time I kinda like dumb names especially for heavier bands (think 3 Way Cum, G-Anx (pregnant ducks), Shitlickers etc.)

From the first day I came across you and your music, I was fascinated by the label you give yourselves: ‘Axegrinding drunks‘. Would you like to explain what you mean and what it means to you?

Haha, well i think it was kind of a tongue in cheek descriptor we filled in on social media. Obviously taking influence from Axegrinder, that dark age imagery, and combining it with a lifestyle of excesive drinking and nihilistic outlook. Not sure it means too much beyond that though.

You have existed since 2010, but as yet you have not released a proper LP. Is it a precise choice to prefer split albums or EPs? When will we finally hear an Alement LP?

The failure to produce an LP yet in over a decade as a band is not because we haven’t tried. We have our first self recorded demo, then against the Howling Winds in 2014 or so. This was released as a cassette and put on bandcamp. Then we recorded another set of songs at the same studio that ultimately ended up on a split with IDNS as a part of a joint month long (at times grueling) US/Canada tour. Next we recorded the Hunter ep and were fortunately able to release it properly as a 7 inch ep with the help of Philly’s own Ryvvolte Records (check them out!). After that We wrote a handful of songs andtook another stab at self recording. We planned on releasing them as an LP, however the limits of our own abilities left the end result maybe not meeting the standard we would have liked for a proper release. This ended up as another primitively released European tour tape. That set of songs hasnt been put online or distributed really ( maybe ill put them up online haha). Then we wrote another set of songs and took yet another stab at self recording. This time the results were much better although the process wasnt the smoothest. Ultimately we only stuck with 3 of the recordings that became the Onward 12” EP. This would have been another shitty self tape release if Desolate Records hadent picked up the effort to realease it as a 12” EP. I think the Hunter and Onward are our most solid releases. Before the pandemic we entered the studio to properly record yet another batch of newly written material, but we frusteratingly havent been able to practice, or finish the recordings in over a year. We are hoping to get it back together and finish these recordings this summer for our first LP finally! God damn haha

My very first approach to your music was coming across “Against the Howling Winds of Chaos”, which I still consider one of the best stench-crust ep’s I’ve heard in the last 10 years. Has anything changed in Alement’s stylistic, musical and content approach from that 2014 ep to today? Which is the track of “Howling…” you are most attached to and why?

Appreciate the compliment, glad you dig it! I think since that recording, and every time we’ve written a new set of songs, we’ve refined our sound, upped our techniques, and had more consideration as to what and how our influences shape the song writing. Personally the title track to me seems to strike closest to our take of the style and showcases our influences the best, however To No End has the tight, heavy, gruff and punchy feel to it that we all still dig.

Musically you emerge from a long and storied tradition rooted in that primordial soup known as stenchcore. What does it mean for you to still be playing this particular hybrid of punk and metal in 2021? How did you begin to develop your love for certain sounds and for dark and desolate apocalyptic imagery?

I can’t think of a better style to be playing in these increasingly dystopic times.

The style has always been so versatile, and each band has their own unique taste. You can hear bands in the style combining various aspects of punk, thrash, heavy metal, death metal, post punk, and whatever else in order to acheive that dark, raw, bleak, and stripped down soundscape. Its been an exciting creative process to forge our own version of that sound. Besides drawing from the classics, we can bring in influence from Black Sabbath, to Killing Joke, to Chaos Uk, or whatever we want. Like, how can this heavy metal riffing be paired with a dark rythmic melody and all with the driving force of punk at its core. Tying the sounds together with the imagery is crucial, and is one aspect that certainly drew me to the style. To me its got some kind of mystical, occult like, or dark tribal feel to it. The silhouetted figures wielding chains and medieval weapons, or bands of wastelanders roaming the landscape of the impending neo feudal dark ages. Often times theres a fantasy or even sci fi feel to the imagery that can really open up the imagination.

Your latest studio effort, the short but intense ‘Onward’, is only two years old. What did you concentrate on most when writing the three tracks on the EP, the musical side or the mainly lyrical side?

Well as I mentioned before we originally self recorded a handful of tracks and these three ultimately survived to become the Onward EP. Musically we kept it at a driving mid pace, save for a couple fast parts. We really tried to blend our influences here in a concise way. Taking abvious Amebix influence, and heavy metal influeced riffs and leads, a touch thrashy, a touch of dark melodic parts and a pinch of atmospheric synth. “Seas of Consequence” is about climate change and human dependence on fossil fuels that will drive the earth to fossilize us! “Dwell” is centered around depression, nihilism, and self medicating with alcohol. “Onward” is an allegory for the barbaric, and warlike spirit of human kind driving forward down a blood soaked path of destruction.

What do you usually focus on when writing your texts? More on personal experiences or on political issues or social anger?

Much of our lyrics tend to be about mental illness, mankinds severed ties to nature, the mundane reality of life and work, or the role of technology in our lives. We tend not write lyrics too specific or blunt about any one topic, but rather to use allegories or symbolism to relate whatever we’re choosing to write about.

On your Instagram profile last June, at a time of fundamental and righteous uprisings and protests against the institutional racism of US society and police abuse, you invited your listeners not to spend money on your music, but to financially support movements like BLM. What do evergreen slogans like “Make punk a threat again” or “punk is not just music” mean to you?

During the uprisings and protests what felt like the right thing to do for many (bands, artists, etc.) was to use whatever platform you had to advocate and support the mass movement that was taking place. In honestly no one really bought anything on our bandcamp haha, so we ended up just donating what bit we had in our “band fund” to a few organizations locally.

I think punk acts to unveil the world around us for what it really is, and that is expressed in demanding a better world we know is just out of reach, or as a kind of celebratory hopeless nihilism in the face of systematic failings and impending catastrophes. There is much to be said about the positive, negative, and hypocritical aspects of the punk community but, it is no doubt capable of meaningful organization and action. Even despite the self destructive aspects. Although ultimately the forces that dicatate our current reality ingest all movements, actions, and expressions into itself, maybe punk rides the line between pessimism and optimism enough to remain. I don’t know!

Another aspect that has always fascinated me about you is the graphic side and the various artworks that accompany your works. Who takes care of the artwork and graphics that appear on your records?

The first demo, the hunter ep, and some shirt designs i did myself, the split with IDNS was done by Ryan Haley based here in Philly, Against the Howling Winds was illustrated by Daniel Kaos based out of Finland, and the Onward EP was done by Zeljiko (Coffin Slave Art)!

You are from Philadelphia, how is the situation of the DIY punk/hardcore scene there? Are there any collectives, squats to play in and active bands keeping the scene alive? What do you think are the best bands that have emerged from Philadelphia over the years in both punk and metal?

Early into my forays in the Philly punk scene, the underground diy shows existed in basements mostly in West Philadelphia, that has seemed to completely dissappear over the years. Two of us in the band ran a show spot with a group of our friends in a part of a warehouse (that is also currently our practice spot still)., but issues with the building management and the pandemic ended that, but it was pretty sick while it lasted. These days there are generator gigs at skateparks or other outdoor locations, or bars, or more established venues. As far as bands therese been so many over the years. Nightfall has been around a bit longer than us and theyre the best of the noisey d beat style. Plauge Dogs are great for that motorcharged sound. Zorn and Devil Master play a similar unique infusion of metal and punk. The Ire are a current great post punk act here. Theres always great project popping up accross the spectrum of punk sounds here.

Talking about concerts, that at least here in Italy because of Covid 19 are extremely missed, what is the memory you are most attached to of one of your concerts? What was your best concert and what was your worst? And with which bands did you find it best to share a stage?

Our worst show absolutely was in 2014 or something in Harrisonburg, VA and I personally don’t remeber playing, and Im pretty sure we were playing different songs at times hahaha. As for the best? I can’t say honestly, off the top of my head I remeber a set at Skull Fest in Pittsburgh where we ended with an Icons of Filth cover, that was fun! Playing a few shows with Visions of War and Swordwielder in Europe was really sick. The last tour we did for only five days on the east coast with Zygome from Canada was also such a good time, and feels all the more special considering the passing of Rosie, who played bass in Zygome.

Any plans for the immediate future of Alement? What’s the situation with tours and concerts in the US because of Covid-19?

Well as I mentioned before, we began finally properly recording a 7 song LP before the pandemic. I think its our best material and im hoping we can get it finished by the end of the summer. We have only jammed three times since March 2020, and are now trying to figure out when we can get back on track. We didnt play any shows in 2021, and through the pandemic I realised I dont care much to be playing a lot of shows, but rather recording and playing select shows or doing smaller sporadic tours. So we’ll see!

Dear Alement, we have come to the end of this interview, I leave this space completely to you without my boring questions. Please feel free to write and/or tell us what you want. Thanks again for taking the time to answer these questions!

We’re sorry it took us forever to finish the interview, thanks for being patient…In a lot of ways we are not very organized, somtimes sloppy, and maybe we have been a band for too long anyway. But we still like making our brand of crust, so cheers to everyone who digs it, and thanks for taking the time to create this extensive interview!!! Maybe we’ll finish a fucking LP!!!

Porvenir Oscuro – Asquerosa Humanidad (2021)

La Vida Es un Mus si riconferma una di quelle etichette che difficilmente deludono quando decidono di pubblicare un disco o di collaborare con una band. Asquerosa Humanidad dei newyorkesi, ma di madre lingua spagnola grazie alle origini colombiane della cantante Sara, Porvenir Oscuro non fa eccezione e si dimostra, ascolto dopo ascolto, uno dei migliori dischi hardcore punk ascoltati in questo 2021. Ma cerchiamo di andare con ordine per addentrarci a fondo negli abissi di questa umanità disgustosa.

Sostanzialmente siamo al cospetto di un disco di puro e semplice hardcore punk incazzato e veloce quanto basta, suonato senza troppi fronzoli e un’attitudine combattiva che non guarda in faccia niente e nessuno. Tredici tracce che arrivano dirette nello stomaco come colpi inaspettati durante un pogo selvaggio, una sezione ritmica che richiama alla mente il meglio dell’UK 82 sound e in generale un’intensitá e un’attitudine furiosa e bellicosa che ricorda i primi Disorder, i primi Chaos UK e in parte certe cose emerse dalla primitiva scena finlandese di band come Kaaos e Riistetyt. Inoltre, per terminare questa carrellata di influenze musicali, le vocals e certe linee melodiche sembrano ispirate alla scena punk hc ispanica di band come i RIP.

Non esistono passaggi a vuoto o cedimenti nella proposta dei Porvenir Oscuro, solamente tredici schegge di hardcore punk impazzito che prendono le sembianze di inni riottosi e vere e proprio dichiarazioni di guerra che sembrano non conoscere pietà, con un’attitudine generale e una coscienza politica che si avvicina molto a quella del seminale movimento anarcho punk britannico. I testi infatti sono uno dei punti centrali e più interessanti nella musica dei Porvenir Oscuro, pur affrontando tematiche classiche del genere. E’ proprio attraverso i testi infatti che Sara e gli altri decidono di alzare la voce, attaccare e prendere posizione netta contro le violenze poliziesche e il ruolo stesso delle forze dell’ordine e della repressione statale, sottolineando una profonda tensione e una coscienza antiautoritaria e libertaria. In altri momenti del disco le liriche sembrano farsi più personali (Inadaptado o Voces en mi Cabeza), ma sempre bilanciati con veri e proprio inni di rabbia istintiva dall’attitudine smaccatamente punx e riottosa come la splendida Sin Control!

Tirando le somme Asquerosa Humanidad è il disco perfetto per godersi 25 minuti di punk hardcore furioso, diretto e che non accenna a lasciarci momenti per riprendere fiato, come fossimo costantemente all’interno di un pogo privo di attimi di tregua. Band come i Porvenir Oscuro sono la dimostrazione che esistono ancora band che hanno qualcosa da dire e che si può ancora suonare hardcore punk con attitudine, passione e coscienza politica.

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“Schegge di Rumore, Storie di Hardcore Italiano negli Anni 90” – Chiacchierata con Andrea Capo’ e Monica Rage Apart

“Conobbi l’hardcore e me stessa, perché, pur essendomi sempre saputa, mai mi ero potuta riconoscere così.
Da quel momento ho iniziato a immergermi nei pit che gli anni Duemila mi offrivano, nel modo ingenuo in cui a quell’età si pensa forse che andare ai concerti e tuffarsi nella rovina sotto al palco significhi pienamente afferrare un pezzetto di mondo e farlo proprio.
(Monica RageÀpart, Schegge di Rumore)

Sabato 3 luglio 2021. Seconda giornata di una intensissima due giorni per festeggiare i 23 anni di Villa Vegan Occupata. 18/18.30, se non ricordo male (cosa molto probabile vista la stanchezza e la quantità molesta di alcol ingerita fino a quel momento), finalmente è arrivato il momento della presentazione di “Schegge di Rumore”, libro sulla storia dell’hardcore italiano degli anni 90 scritto a quattro mani da Andrea Capò e Monica Rage Apart, volti noti della scena hardcore della Tuscia. Un libro che ho voluto fortemente venisse presentato in quella splendida cornice, in quella situazione in cui ho sentito più vivo e pulsante che mai lo spirito punk hardcore più sincero e appassionato. Inaspettatamente Andrea e Monica mi chiesero di presentarlo insieme a loro, facendo loro delle domande in merito al libro da cui far partire riflessioni e discussioni da condividere con i presenti. Ricordo che la mia emozione fu tanta e palpabile, così come l’orgoglio provato nel sentirmi proporre una cosa simile. La presentazione andò alla grande, le riflessioni e i confronti con diverse individualità appartenenti alla scena dei 90 sono ancora vive nella mia memoria e le ricordo come estremamente stimolanti. A distanza di mesi, grazie anche al rapporto di amicizia che mi lega ai due autori e alla condivisione intensa di quel momento, ho pensato di intervistare nuovamente Monica e Capò per parlare di Schegge di Rumore e riprendere da dove avevamo interrotto questa estate. “Nella tua testa, nelle tue braccia e nei tuoi occhi c’è solo punk hardcore!

Ciao carissimx, l’idea di farvi questa intervista nasce un po’ per riprendere il filo e lasciare testimonianza scritta della presentazione di Schegge di Rumore che avete tenuto questa estate in occasione del compleanno di Villa Vegan, presentazione che ho avuto estremo piacere di organizzare al vostro fianco. Partiamo come quel giorno di luglio nella splendida cornice di Villa Vegan Occupata, com’è nata sostanzialmente l’idea di scrivere un libro sulla scena hardcore punk italiana degli anni 90? E perchè intitolarlo proprio Schegge di Rumore?

Capò: Ciao caro ed innanzitutto grazie per il supporto & l’amicizia! Torno volentieri a quello spumeggiante 3 Luglio 2021 con molteplici bei ricordi: un po’ perché non suonavo a Milano dal 2016 (e addirittura non capitavo in Villa da un giretto Tear Me Down di 10 anni prima!), un po’ perché la Presentazione di Schegge -nonché il susseguente show Neid, Zona d’Ombra, Città Dolente, Potere Negativo- son proceduti alla grande ma, soprattutto, per la piacevolissima rimpatriata (PS: sempre grazie a Piera & Pier per l’umile giaciglio!), Venendo dunque alla tua prima domanda ci è sembrato qualcosa di fortemente dovuto dato che, a differenza della scena hc anni ’80 dove s’é trovato di tutto, -da fanze a reunion, a libri passando per innumerevoli ristampe discografiche- sugli anni ’90 non era mai stato uscito nulla a riguardo!      

Monica: Ciao a te, David! Schegge di rumore è coesistito per lungo tempo con me e Andrea, seppure non avesse una forma precisa né noi pensavamo a ciò che avremmo potuto fare di quelle nostre lunghissime chiacchierate sull’hc degli anni ‘90. Il nocciolo di questo libro è venuto fuori poco alla volta, a partire dalle nostre frequenti conversazioni sul punk delle vecchie e delle nuove leve a confronto: quel che ne usciva sembrava sempre interessante e autenticamente bello, tanto che ad un certo punto pareva un peccato che i ricordi di Andrea rimanessero una questione privata. Aggiungici poi che altrove non c’era modo di ascoltare questo tipo di racconti perché gli anni ’90, che sembravano esclusi dalle cronache “ufficiali” del punk, a fronte invece delle tantissime informazioni presenti sulla scena degli anni ’80, ed eccoti alcuni dei motivi per scrivere questo libro. Sì, c’erano le fanzine, c’erano i libretti dei dischi e dei cd di quegli anni, è vero, ma pareva che le persone e il loro vissuto si riuscissero a intravedere a malapena attraverso quelle pagine e quei vinili rigati. Forse ero io che non sapevo vedere oltre oppure non so, ma ero felice di poter ascoltare la testimonianza di Andrea, che quegli anni se li era vissuti a pieno e che tuttora vive nel nostro mondo sgangherato. Inoltre, ha contribuito anche il fatto che spesso l’hc degli anni Novanta era usato come metro di paragone negativo. Tutte queste ragioni hanno fatto maturare la consapevolezza per entrambi di voler far qualcosa con questo suo vissuto e di volerlo fare assieme a quattro mani. Da lì in poi tutto è proseguito con naturalezza e spontaneità. Alla fine, il titolo che abbiamo scelto è stato Schegge di rumore perché ci sembrava che raccontasse esattamente quello che avevamo raccolto: le storie di persone, rumori, caos, diverse sensibilità e attitudini, splendidamente differenti eppure tutte legate fra loro dal quel fil rouge che è l’hardcore.

Perchè avete scelto proprio questa modalità che assomiglia più ad una vera e propria intervista/confronto tra più voci, piuttosto che un racconto più classico in stile biografia musicale?

Capò: Perché l’intento era propri quello; ricostruire la genesi e l’affermazione del punk-hc italiano vecchia scuola d.i.y. di quel periodo attraverso le esperienze dirette, fresche e ricche di aneddoti, dei loro protagonisti. Non volevamo per nulla buttar giù un lavoro di tipo enciclopedico, da giornalisti da strapazzo per intenderci. 

Monica: Schegge di rumore nasce prima di tutto come uno libro per noi e un libro per gli amici. Questo è il motivo principale per cui abbiamo scelto di fare delle interviste. Volevamo che questi amici, queste persone a noi care, si potessero raccontare in prima persona: volevamo che fossero le voci di sé stessi, che si sentissero liberi di riportarci la loro storia nella maniera più libera possibile, senza le mediazioni di uno stile biografico. Tipo “due accordi diritti sul tuo viso”, potrei dirti. Tra le prime cose che ci siamo detti sin da subito con Capò, una volta deciso di mettere insieme questo libro, c’è stato il rifiuto categorico da parte di entrambi di creare una di quelle terrificanti enciclopedie musicali che si vedono negli scaffali delle librerie. Tanto meno di fare la bibbia del punk hc anni ’90. Noi volevamo che questa parte della nostra storia mai raccontata prima riemergesse da un punto di vista completamente interno alla scena: dando la parola a chi l’ha costruita e da chi l’ha vissuta, senza mitizzazioni o finti eroismi. Inoltre, come sai, io e Andrea non siamo giornalisti che devono trarre profitto vendendo storie che non gli appartengo: siamo solo due punk, alla vecchia maniera, refrattari a certi discorsi, per mangiare facciamo altro nella vita, non siamo tipi da classifiche editoriali e di questo io ne sono orgogliosa

In base a quali fattori avete scelto le persone da intervistare e le band a cui dare spazio nel vostro libro?

Capò: In realtà è stato facile e naturale: è bastato riavvolgere quel filo rosso (chiamato amicizia!) che mi lega/legava a molte persone con cui, in quegli lontani anni, ho avuto la fortuna di dividere il palco. Nel caso dei fratelli, è proprio il caso di dirlo, Contrasto, Affluente o Hobophobic questo legame fortissimo dura da quasi 30 anni! Nel caso di altri l’occasione per tornare a parlare di questa nostra comune passione, soprattutto con coloro che da tempo non vivon più in Italia (vedi membri di By All Means & Dissesto, rispettivamente a Berlino & Tokio).   

Monica: I sedici intervistati di questo libro-avventura sono stati scelti tra la cerchia di altri membri di gruppi hc vecchia scuola del medesimo ambito rumoroso e fertile di quegli anni. Parliamo di formazioni storiche ancora oggi in piena attività, come nel caso di Contasto, Affluente e Tear Me Down, mentre altre sciolte, come Frammenti, Sottopressione, By All Means, Kafka, Jilted, Monkeys Factory, Dissesto, Hobophobic, The Sickoids e Flop Down. Sono tutte persone del giro delle amicizie strette e delle buone conoscenze di Capò, in primo luogo, e anche mie, con particolare riferimento ad alcuni di loro. Come dicevo prima, noi abbiamo potuto e voluto raccontare quella parte della storia della nostra scena dal punto di vista interno e “palpitante”, valorizzando la mentalità e anche l’attitudine di “essere comunità” propria del nostro mondo. Il solo piano musicale non ci ha mai interessato di per sé, questo non è solo rumore; perciò, abbiamo deciso di mantenere intatto anche questo nostro istinto che ci ha portato di pancia a rivolgerci agli amici, alle buone conoscenze, alle persone incontrate da Capò sopra gli innumerevoli palchi degli anni ’90. Quelle persone che hai conosciuto una notte prima o dopo il tuo concerto hardcore e che non hai lasciato più. È quello che è successo in questi casi, sono queste le cose belle che accadono nel nostro piccolo mondo e in Schegge di rumore abbiamo voluto dare spazio al valore di questi legami speciali, indissolubili nel tempo.

Voi siete attivi nella scena hardcore da più tempo di me, soprattutto per una questione anagrafica e quindi avete vissuto un’epoca che io ho potuto conoscere solamente tramite dischi, racconti, libri e chiacchierate. Quali sono secondo voi le maggiori differenze che possono essere riscontrate tra la scena hardcore degli anni 80 e quella dei 90, non solo da un punto di vista meramente musicale ma anche dal lato politico, di attitudine, militanza, luoghi e spazi e supporto tra le rispettive band e realtà in giro per lo stivale?

Capò: Per un discorso anagrafico non ho vissuto di persona la scena negli ’80, la differenza sta solo nel fatto che negli anni ’90 ci siam dovuti reinventare una scena quasi da capo (come tipo a Viterbo dove non c’era mai stato nulla prima di noi!) anche perché di quel giro non è rimasto nessun gruppo attivo, a parte qualche isolata reunion, come il caso di Kina, Indigesti o Peggio Punx. Dei ’90, oltre ai gruppi sopra nominati, ci son rimasti anche posti, vedi Torre Maura, El Paso, Bencivenga, Ateneo Libertario o Villa Vegan, tutt’ora (r)esistenti, così come alcuni collettivi, tutte realtà tuttora in piedi, con l’inevitabile evoluzione degli anni ma con stessa immutata attitude.  

Monica: In realtà io sono nata nel 1989, perciò ho vissuto anche io quello svantaggio anagrafico per l’hardcore degli anni ’90, figurati quindi per l’esplosione punk degli anni ’80! Dall’impressione che mi sono potuta fare con il tempo, attraverso i dischi, racconti e libri e non sulla base dell’esperienza personale, è che a livello di suono gli anni ’90 portano delle grosse novità, aprendo la strada a stili e generi differenti che si sviluppano all’interno della scena (penso alla particolarità dell’hc torinese, allo straight edge, ecc.) e che hanno un impatto anche sul piano attitudinale, naturalmente. Per quanto riguarda il lato politico mi sembra esserci una continuità sostanziale con i precedenti anni ’80, lo spirito di rivolta è sempre lì che infuria e scorre a fiumi (sulla militanza ci sarebbe da fare un discorso a parte, perché purtroppo non sempre la politicizzazione si traduce in militanza), come pure la presenza viva di luoghi e spazi che tenevano in piedi la scena in quel periodo. Anzi, permettimi di dire che negli anni ’90, a quanto abbiamo potuto constatare in Schegge, si fa molto di più che portare avanti un’eredità: nascono collettivi punk e spazi anche nelle province più isolate d’Italia (come la nostra Viterbo, per farti un esempio concreto), l’hardcore si diffonde a macchia d’olio, anche grazie a fanzine, radio, ecc. Nuovi gruppi si formano ovunque, a differenza dei gruppi del decennio precedente, sciolti per la maggior parte o che stavano cambiando pelle. Forse in quel decennio successivo si era preso coscienza della propria esistenza come “mondo a parte” e della volontà di fare ancora e fare meglio, di non essere costretti a volgere al termine, di dover estinguere una fiamma ancora accesa in tanti ragazzi e ragazze solo per dover seguire le sorti delle band degli anni ’80. Questa per lo meno è l’impressione che ho avuto io.

Sottopressione

Leggendo Schegge di Rumore salta subito all’occhio che il vostro intento non sia stato quello di scrivere un libro sulla storia di un genere musicale in un determinato periodo storico, bensì quello di concentrarvi principalmente sulla scena e il movimento che ne sta dietro, sottolineando quello slogan forse un po’ troppo abusato ma sempre attuale che vede nel punk uno stile di vita, non solo musica. Cosa significa dunque per voi suonare hardcore e far parte di questa scena? Quali sono secondo voi gli aspetti più importanti o gli insegnamenti principali che vi ha lasciato il punk hardcore?

Capò: Per me semplicemente Vita; Flopdown, Tmd, Razzapparte, Neid.. un’avventura cominciata quasi 3 decenni fa e fortunatamente ancora viva & vegeta! Quello che questo Stile di vita –a cui devo tutto!- mi ha insegnato è sempre parte integrante di me: l’essere un compagno, animalista, anticapitalista, nemico giurato di questa società-galera fondata sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, dell’uomo sugli animali, dell’uomo sulla natura! Insomma, se mi volto e guardo indietro, nel Bene o Male, vedo solo Me Stesso.         

Monica: Per me l’hardcore è semplicemente come io sono. Ho scoperto il punk da ragazzina, per caso, grazie ad una musicassetta portata in casa da mia sorella maggiore. Dopo quell’ascolto, misi da parte gli ascolti tecnici delle band-divinità metal per ritrovare quel semplice frastuono. Fu come inseguire il malessere che mi divorava dentro fino a sbatterci la testa contro. Invece di un muro, trovai una porta aperta. Scoprii che dentro a quel rumore e in quel mucchio di gente c’erano tante persone che dicevano quello che pensavo anche io e agivano come anche io credevo si dovesse fare. Dopo tutto il tempo trascorso a sentirmi ovunque fuori posto, finalmente trovai una dimensione in cui mi sapevo dare un nome a quell’irruenza che infuriava sotto la mia pelle. Conobbi l’hardcore e riconobbi me stessa. Per la ragazzina che ero rappresentò un punto di svolta. Non passò molto tempo che iniziai a partecipare alle mie prime assemblee politiche, perché sentivo di dover mettere in pratica con fatti concreti ciò che andavo cantando sotto il palco. Avvertivo la necessità di coerenza e di dover portare anche all’esterno quello stile di vita contrapposto alla società che vivevo dentro di me, come esigenza di cambiamento e di trasformazione reale attraverso la lotta.

Ad un certo punto della mia vita ho conosciuto i ragazzi e le ragazze del Tuscia Clan, grazie ai concerti organizzati alla Cantina del Gojo e all’impegno politico profuso in altri ambiti della vita e della nostra città. Iniziai a partecipare alle riunioni del collettivo politico insieme a loro e dopo un certo periodo di tempo presi coraggio, domandando se potessi dare una mano al prossimo concerto in Cantina. Da quel momento in poi non ho mai smesso di portare avanti con loro l’aspetto militante con il Comitato di Lotta Viterbo e quello accacì e sociale col Tuscia Clan. L’insegnamento più importante che ho ricevuto dal punk hardcore è il do it yourself, che poi è una delle pratiche più significative del movimento, quella cioè di superare gli ostacoli e le difficoltà rimboccandosi le mani, contando sulle proprie capacità, senza delegare al mondo esterno ciò che possiamo fare a modo nostro. È la messa in pratica del concetto di autogestione, in cui credo tantissimo e che è il modo in cui riusciamo a stare in piedi da soli.

Altro elemento che permea l’intero libro è sicuramente la volontà di focalizzarvi sull’aspetto della militanza e della lotta politica cosi intimamente legati alla scena hardcore e punk e alle individualità che avete deciso di intervistare. Che importanza hanno per voi l’aspetto politico e i percorsi di lotta, così come pratiche come autogestione, occupazioni e solidarietà che da sempre animano il movimento e la scena hardcore punk?

Capò: Questi percorsi furono per me basilari per quel tipo di punk-hc, soprattutto in quegli anni. Gli anni di militanza/situazionismo passati coi Tear Me Down la dicono lunga: era dunque normale prassi partecipare ad un corteo, la sera tenere uno show in una situazione benefica e il giorno dopo magari presenziare ad un  presidio/concerto non autorizzato davanti al carcere. Così com’era abitudine (almeno qui in Tuscia) il doppio binario hc/militanza che ad esempio legava membri di Tmd & Comitato Antagonista di Viterbo, collettivo attivissimo sul territorio fra fine anni ’90 e inizi 2000, con iniziative, volantinaggi, presidi, cortei ed occupazioni!    

Monica: Sì, infatti, hai colto perfettamente. Dal momento che ci sembrava non fosse stato ancora affrontato apertamente questo aspetto, almeno per quanto riguarda quegli anni, abbiamo pensato che potesse essere utile aprire un dibattito militante intorno alla questione con chi ha voluto condividere con noi il proprio vissuto. Essendo l’hardcore un movimento in aperto conflitto con la società, le sue regole morali non scritte ma ugualmente imposte e con le sue leggi codificate create a vantaggio esclusivo del ceto sociale dominante – tutte queste cose vanno sotto il nome di Capitalismo –, è presente in esso una grossa componente di critica politica e sociale all’esistente, come sappiamo benissimo. Proprio come oggi, però, anche allora non esisteva un unico modo di vivere questi diversi aspetti e di metterli in relazione tra loro. Nelle interviste di Schegge di rumore emergono nettamente i diversi punti di vista personali, come pure le sensibilità e prassi. Ci sono casi in cui le cose coincidevano, cioè c’erano persone che suonavano, erano anche politicizzate e, inoltre, facevano parte di collettivi politici; poi c’era chi suonava e aveva pure posizioni politiche chiare che venivano comunicate attraverso le canzoni del gruppo ma non faceva parte di collettivi, perché dentro di sé considerava già questa cosa come militanza; oppure c’è chi, partendo dallo stesso presupposto del caso precedente, invece, la percepisce questa differenza tra l’essere politicizzati e il militare attivamente, ma sente come più giusto o naturale continuare a fare agitazione da sopra il palco; infine c’è anche chi suona ma non è interessato all’azione politica né la mette in pratica. Quindi, come vedi, gli scenari e pure gli orizzonti sono eterogenei, a volte molto lontani tra loro.

A livello personale, mi sento vicina alle esperienze in cui si percepisce intensamente la necessità di mettere sottosopra le città con tutti i mezzi a disposizione, dai presidi alle azioni, dai concerti alle manifestazioni, dalle assemblee alle situazioni di piazza… «tutto sotto lo stesso cielo», come dice uno dei nostri amici intervistati. Come già accennavo prima, oltre a far parte di un collettivo punk – il Tuscia Clan -, sono una militante politica del Comitato di Lotta Viterbo, perché sento il bisogno di portare anche all’esterno questo stile di vita in guerra con lo stato di cose presenti. Inoltre, partecipo alle attività che svolgiamo nella nostra sede a Viterbo. Questo posto si chiama Officina Dinamo, è la sede politica del Comitato ma anche un punto di riferimento per chiunque abbia dei guai con la legge o problemi sul posto di lavoro, grazie all’impegno del nostro sportello legale e di quello sindacale (S.I. Cobas Viterbo). Inoltre, Officina Dinamo rappresenta anche un importante luogo di aggregazione sociale per merito dei corsi popolari di allenamento calistenico curati dai nostri compagni del team Riot Squat e grazie al gruppo escursionistico L’Oplita. Officina Dinamo è un posto fantastico, che abbiamo cercato per tanto tempo e costruito attraverso le lotte sul territorio e grazie al sostegno di tutti quelli che in questi anni ci hanno supportato nelle tante realtà che portiamo avanti.

Come penso si capisca, le cose più importanti nella mia vita sono la militanza, la lotta di classe, la forza della lotta rivoluzionaria, la distruzione dello Stato e della sua smisurata violenza, il rifiuto di un destino fatto di miseria imposta, la gioia della vita vissuta senza paura. Ad ogni modo, al di là della posizione personale, credo pure nel principio generale della coerenza: non sono ossessionata dal fatto che una persona o un gruppo sia politicizzato o meno (preferirei ci fosse maggiore militanza, ovviamente!), però l’importante è che non si vada a millantare sopra o sotto il palco di fare cose che poi nella realtà non si avrebbe il coraggio di fare.

Contrasto

Forse la domanda più difficile, ma anche quella più stimolante. Che differenze avete notato tra la scena degli anni 90 e quella attuale? Secondo voi c’è ancora quell’idea che l’hc puo’ e deve essere una minaccia per questo esistente e non solo musica?

Capò: Parlando sempre di hc italiano vedo ad ora un buon ricambio generazionale di “giovani/vecchi” come Suddisorder, Carlos Dunga, My Own Voice, LaPiena, A Fora De Arrastu, SFC, Carne, o come la recente reunion Congegno al Marci Su Roma 2021. Quindi ecco, l’unica differenza percepita può essere giusto stilistica. Per quanto riguarda l’hc infine credo che, per sua natura, se non proprio impegnato almeno una minaccia dovrebbe esserlo, o meglio sarebbe auspicabile! Purtroppo -a mio modesto parere, grazie pure alla tecnologia nelle mani della classe dominante borghese- dal G8 di Genova del 2001 in poi le strategie di controllo e repressione di Stato si sono affinate e stratificate; vedi le infami Operazioni Cervantes, Fuoriluogo, Scripta Manent, Bialystok, Sibilla, etc…! Ma è pur vero che l’esistenza stessa di band militanti come Contrasto (arrivati a quasi 30 anni d’attività) Ludd (22) Le Tormenta o Cospirazione etc.. sono la prova che la fiamma non s’è definitivamente spenta, e che qualcosa di buono nel cosiddetto “punk di protesta” resiste ancora, non solo a livello di testi o mera musica.   

Monica: Anche qui gli orizzonti e le pratiche a volte sono differenti da città a città, da collettivo a collettivo punk. Questo proprio per il problema per il quale non sempre coincidono militanza politica (organizzata o meno) con il proprio istinto di rivolta e disgusto per ciò che ci circonda. Io credo che il punk da solo non basti a produrre un cambiamento su vasta scala, ma che vada concretizzato anche col quotidiano conflitto. Avendo la fortuna di stare in un collettivo in cui si fa moltissimo e nel quale le compagne e compagni non concepiscono questi aspetti come due cose separate l’una dall’altra, posso dire che essere una minaccia per questo mondo putrefatto non sia solo una possibilità, bensì una realtà concreta.

“The Class War Has Started” – Volantino dei Nausea sulle rivolte di Tompkins Square Park dell’agosto 1988

Seguendo la pagina facebook dei Nausea, storica e seminale anarcho-crustcore band newyorkese, mi sono imbattuto proprio negli scorsi giorni in un volantino intitolato “The Class War Has Started”. Un volantino scritto da Amy, cantante del gruppo, e firmato dall’intera band, in merito alle rivolte che hanno interessato Tompkins Square Park nell’estate del 1988. Un volantino che pur essendo stato scritto trentatré anni fa, ritengo possa avere non solo una sua importanza storica per sottolineare i rapporti tra scena anarcho/hardcore punk e movimenti sociali di rottura e di rivolta, ma anche una sua attualità per tornare a ragionare sul ruolo e sul potenziale che potrebbe avere il punk e i punx ancora oggi, se proprio vogliamo continuare a vedere in esso quella famosa “minaccia nei confronti dell’esistente” con cui noi tuttx, io per primo, ci siamo riempiti la bocca per troppo tempo forse in maniera fin troppo retorica e inoffensiva, per pulire le nostre coscienze dall’immobilismo in cui ci siamo impantanati. Come concludevano nel volantino i Nausea, l’invito è sempre quello di agire e cambiare tutto!

Breve storia delle rivolte di Tompkins Square Park

Sabato 6 agosto 1988 scoppiarono quelle che son passare alla cronaca come le rivolte di Tompkins Square Park. Negli anni 80 Tompkins Square Park aveva iniziato ad essere l’incarnazione materiale dei problemi socio-economici e del divario di classe che aumentava a New York. Dopo il crollo economico degli anni 70, New York stava attraversando infatti un forte processo di gentrificazione dei quartieri popolari e proletari, nei quali le abitazioni “a basso reddito” iniziarono ad essere demolite per far spazio a condomini e appartamenti di lusso. In questo contesto le imprese immobiliari la facevano da padroni assoluti, alzando gli affiti in quartieri storicamente popolari e inasprendo il conflitto tra le classi sociali. Nei mesi antecedenti alle rivolte, moltissime persone senza casa iniziarono a stanziarsi stabilmente all’interno del parco di Tompkins Square, un parco noto per lo spaccio e utilizzo di eroina, così come per essere punto di ritrovo per assemblee degli anarchici e teatro di concerti punk che duravano tutta la notte. I residenti benestanti iniziarono ad avere paura e a lamentarsi della presenza di senza tetto, punx, anarchici e reietti di ogni tipo che, a detta loro, sporcavano l’immagine del nuovo quartiere gentrificato e che disturbavano la quiete pubblica e la pace sociale. Di fatto Tompkins Square Park divenne nel giro di pochi mesi un vero e proprio luogo di ritrovo non solo per chi venne sfrattato e rimase senza casa, ma anche di tutti coloro che non accettavano il processo di gentrificazione e le diseguaglianze socio-economiche della città di New York.

Il New York City Parks Department per tentare di porre fine a quella che era diventata una vera e propria situazione abitativa nel parco e un luogo di organizzazione di concerti, feste e assemblee, impose il coprifuoco all’una di notte. Coprifuoco che però non fece altro che inasprire il conflitto e le tensioni tra gli occupanti del parco da una parte e i cittadini benestanti e le autorità cittadine dall’altra. Dopo una prima protesta organizzata il 31 luglio e sedata immediatamente dalla polizia, gli occupanti e gli abitanti del parco decisero di chiamare una nuova manifestazione, a cui parteciparono centinaio di persone, per il 6 di agosto per protestare contro e infrangere il coprifuoco al grido di “la gentrificazione è guerra di classe”. In pochissimo tempo la manifestazione si trasformò in un vero e proprio riot con tanto di blocchi del traffico e lanci di bottiglie e mattoni contro la polizia. Presa alla sprovvista la risposta delle forze di polizia fu quella di chiamare altri 400 uomini, circondare il parco e iniziare a caricare la folla di insorti e occupanti. Come raccontato in diverse cronache di quei giorni, molti degli agenti nascosero i loro distintivi per proteggere la loro identità mentre colpivano e picchiavano indiscriminatamente i manifestanti. Gli intensi scontri tra rivoltosi e polizia proseguirono fino alle sei del mattino successivo. La rivolta terminò con 44 feriti, più della metà tra le fila dei punx, anarchici, senzatetto, proletari e sottoproletari, e con la distruzione dell’accampamento delle persone che avevano occupato il parco come fosse casa loro.

Come evidenziato nel volantino stampato e distribuito dai Nausea che potrete leggere di seguito, i riots di Tompkins Square Park furono un momento in cui esplose evidente la lotta di classe, una situazione di unità e solidarietà tra tutte quelle individualità colpite dalla gentrificazione e dalle disuguaglianze socio-economiche e di volontà di resistere alle violenze poliziesche, così come la volontà di occupare, in risposta al disagio abitativo, un determinato luogo e viverlo attraverso la pratica dell’autogestione, senza il permesso o la concessione da parte delle autorità cittadine. Una situazione in cui il movimento anarchico e la scena punk hardcore di New York hanno giocato un ruolo importante, riaffermando che il punk dev’essere una minaccia per questo esistente e i/le punx devono stare in mezzo alle lotte reali.

“The Class War Has Started”, Nausea

Solo una settimana fa centinaia di persone si sono riunite per difendere i loro diritti, le loro case e se stessi contro gli strumenti dei loro oppressori, la polizia. I loro burattinai: i proprietari terrieri, le corporazioni e gli Yuppie Influx che hanno iniziato un processo che sta rimuovendo il popolo della nostra terra, la nostra eredità e quel poco di libertà che ci rimane da esercitare. Una rivolta scaturita dalla manifestazione dello scontro tra gentrificazione e umanizzazione, oppressione e libertà.

Anche se in superficie la ricompensa può sembrare minore (l’innalzamento del coprifuoco del parco), riconosciamo ciò che abbiamo veramente vinto: il diritto alla rivolta, l’orgoglio del popolo, il potere delle masse e le possibilità che derivano dalla nostra nuova libertà trovata.

Il popolo ha perso di vista il potere che possiede. Questo mondo può essere autogestito dal popolo!
Purtroppo la maggior parte ha deciso di liberarsi della responsabilità e optare per un’alternativa apatica ma facile di seguire regole e percorsi stabiliti dal sistema. Di tanto in tanto al popolo viene ricordata la sua perdita ed è ancora più raro che decida di riprendersi ciò che gli appartiene. Il 6 agosto, ispirato da un piccolo raduno di combattenti per la libertà (freedom fighters nel testo originale), il popolo ha fatto proprio questo. Per qualche ora abbiamo lottato per la vita e i diritti che ci sono stati negati fin dalla nascita.

Si, è stato tutto questo.

Anche i passanti innocenti e apparentemente ingenui presero parte alla lotta mentre riaccendevano temporaneamente e rilanciavano la loro rabbia e il loro odio per il sistema attraverso la ribellione. Il coprifuoco del parco era solo un simbolo dell’oppressione che stavamo combattendo. Abbiamo combattuto lo Stato, il governo e le corporazioni. Abbiamo negato il loro potere, la loro autorità e la loro influenza sulle nostre vite. Soprattutto, abbiamo preso le nostre vite e il nostro potere nelle nostre mani, dove appartengono. Abbiamo creduto in noi stessi, il popolo.

Molti dicono che siamo stati vittoriosi. Non solo abbiamo alzato il coprifuoco ma abbiamo risvegliato il resto del mondo alla realtà della guerra di classe, alla condizione del popolo. Le forze di polizia si sono prese la responsabilità di dimostrare la loro natura corrotta e violenta, ma il resto è toccato a noi.

Tuttavia, poche ore non furono sufficienti, perché dopo i festeggiamenti molti tornarono a casa orgogliosi della loro vittoria. Sono seduti nei loro salotti a rievocare i notiziari e a sperare che quelle poche ore di indipendenza, libertà e beatitudine ribelle possano vivere per sempre nei loro cuori e non solo nei loro ricordi.

Non deve essere un ricordo, riprendetevi il vostro potere! Riprendetevi le vostre vite! Abbiamo dimostrato che possiamo unirci per il cambiamento, unirci per una causa comune. Nessuno è contento di questo mondo corrotto e perverso.

Divisi siamo deboli
Uniti possiamo cambiare tutto!
Agiamo ora!

“L’Hardcore è Solidarietà e Lotta, No Business Punk!” – Intervista ai Jilted

Dopo averli visti suonare dal vivo in occasione della decima edizione del Go Fest! nella splendida cornice del centro sociale occupato e autogestito Strike lo scorso settembre, ho pensato, a distanza di qualche mese, che fosse un’ottima idea scambiare due chiacchere con i Jilted, nome storico della scena crust hardcore italiana. Attivo dalla fine degli anni 90, il gruppo di Alessandria rappresenta ancora oggi una garanzia in termini di attitudine e di visione dell’hardcore punk come musica politicamente impegnata, consapevole e intimamente legata a pratiche quali diy, solidarietà e autogestione. Di questo e di molto altro ho parlato nel corso di questa intervista insieme a Fulvio e Koro. No business punk!

Ciao ragazzi! Dato che vi ho visti dal vivo a settembre in occasione del Go Fest! 10, vorrei proprio iniziare da quell’evento. Com’è andata? Cosa significa per voi, band ormai in giro da più di vent’anni, suonare ad un concerto come il Go Fest! che è divenuto negli anni punto di riferimento per tutti gli amanti dei generi più estremi dell’hardcore, del punk e del metal?

Ciao! Il Go Fest 10 è stata un’esperienza veramente unica. Un festival organizzato molto bene, ottima promozione e bands provenienti da tutta Italia,isole comprese (cosa piuttosto inusuale), con una affluenza di pubblico incredibile! Credo di non aver mai visto così tanta gente ad un concerto o festival hc in Italia, se non a fine anni ‘80/inizio ‘90. Probabilmente anche il fatto di non aver potuto organizzare concerti per così tanto tempo a causa delle restrizioni per il Covid-19 ha influito positivamente, la gente aveva voglia di un’esperienza simile.

Quando siamo stati contattati per suonare abbiamo subito accettato molto volentieri, non suonavamo a Roma dal 2014 ed è stato un onore far parte del Go Fest 10 ed è stata la dimostrazione pratica che anche in Italia ci sono molti gruppi validi e molta gente che segue la scena. Abbiamo incontrato amici che non vedevamo da tantissimo tempo,altri che vediamo più spesso, in definitiva una delle migliori situazioni di sempre.

Siete in giro dalla fine degli anni 90, avete visto passare band, mode, spazi occupati, situazioni diverse. Quali sono secondo voi le più grandi differenze all’interno della scena hardcore e punk da quando avete iniziato ad oggi? Cosa pensate si sia perso invece in termini di attitudine, militanza e attivismo rispetto a quegli anni?

(Koro) In quegli anni c’erano sicuramente piu’ spazi,centri sociali autogestiti,squat,negozi di dischi ecc..,erano realta’ molto diffuse in quasi ogni citta’,ed erano una presenza forte sul territorio. oltre a dare un approccio diretto ad una cultura alternativa ed antagonista con la distribuzione di volantini informativi,dischi,cassette,libri,fanzines ecc..,coinvolgevano parecchia gente in ogni iniziativa,concerto,manifestazione. c’era forte interesse e un grande senso di appartenenza. Oggi molti spazi che davano queste possibilita’ sono stati chiusi o sgomberati,ci sono meno punti di riferimento. Ad Alessandria il “Perlanera” e’ molto attivo ed e’ sempre un gran posto da supportare. Come differenze,negli anni 90,ovviamente c’erano mezzi di comunicazione diversi,non c’era tutta la tecnologia di oggi,era tutto un po’ piu’ “artigianale”. Ci si teneva in contatto con gli amici della scena via lettera e telefonate sul fisso a ore pasti,si faceva tanto “tape trading”,si scambiavano paccate di cassette duplicate con amici della zona e in giro per l’Italia per conoscere nuove e vecchie band che non si erano mai ascoltate. Il materiale nuovo dei gruppi andava esaurito in breve tempo,ai concerti davanti ai banchetti delle distro c’erano sempre decine di persone,comprare dischi era una cosa molto piu’ diffusa.

Da sempre suonate un crust-hardcore sia radicato nella tradizione italiana dei Wretched sia influenzato dal crust punk europeo degli anni 80/90. Cosa significa per voi suonare questo genere? Quale pensate possa essere ancora oggi nel 2021 la potenzialità di suonare un punk ancora fortemente conscio dal punto di vista politico e sociale?

(Fulvio) Suoniamo grosso modo lo stesso genere da oltre 20 anni, con qualche miglioramento a livello di sonorità e per noi è fondamentale unire tematiche socio/politiche/ecologiste nonché un’attitudine d.i.y. alla sonorità punk hardcore, tutto l’insieme costituisce l’energia che ci fa andare avanti. Io suono da oltre 30 anni e se non fosse per tutto ciò che sta dietro alla musica fine a se stessa probabilmente avrei già smesso.

Da sempre siamo interessati e affascinati dalle pratiche d.i.y., io ho gestito per anni Angry records (etichetta/distribuzione) e in precedenza collaboravo con Shove records tuttora attiva e ancora oggi “spaccio” qualche disco,libro,fanzine principalmente agli amici della zona. Come hai detto tu, siamo stati influenzati da Wretched, Impact e innegabilmente anche da Wolfpack, Anti-cimex, Doom, Hiatus ma non solo dal punto di vista musicale; continuare a suonare un certo tipo di hc nel 2021 non cambierà sicuramente lo stato delle cose nel mondo ma credo che possa essere utile a qualche “giovane leva” come stimolo per approfondire certe argomentazioni ed avvicinarsi ad un certo modo di pensare e di comportarsi.

Il vostro ultimo disco in studiò e stato Venti di Guerra, pubblicato nel 2013. Finalmente lo scorso anno, in pieno pandemia, avete annunciato le registrazioni di un nuovo capitolo della vostra discografia intitolato “Nell’Ingiustizia e Nel Silenzio”, dandoci in anteprima sia lo splendido artwork di copertina che una nuova devastante traccia “Nel Sangue”. Quali saranno le differenze con i vostri precendenti lavori sul nuovo disco? Su quali tematiche vi siete concentrati per scrivere i testi?

(Fulvio) La registrazione del nuovo LP era in previsione da molto tempo, il precedente “Venti di guerra” era uscito in cd nel 2013 ed in LP nel 2015, ma siamo piuttosto scombinati nel fare pezzi nuovi; inoltre a fine 2017 abbiamo cambiato batterista quindi abbiamo passato un po’ di tempo a provare i pezzi già editi, abbiamo fatto un po’ di concerti e ci siamo poi finalmente decisi a comporre pezzi nuovi e registrare.

Non credo che ci siano grosse differenze rispetto ai dischi precedenti sia a livello musicale che per quanto riguarda le tematiche trattate; qualche pezzo è un po’ più articolato rispetto alla precedente produzione ma pur sempre veloce e aggressivo. Una differenza c’è stata a livello produttivo, infatti siamo finalmente riusciti a registrare nella nostra sala prove, grazie al nostro amico Roberto che ha portato da noi il suo studio mobile “Rec fast die young” e in tre giorni “full immersion” abbiamo sistemato e registrato tutti i 9 pezzi che compongono l’lp e il risultato per noi è molto soddisfacente.

Abbiamo curato anche maggiormente la parte grafica, copertina e foglio interno, da poco abbiamo mandato tutto in stampa ma a causa dei tempi odierni l’lp uscirà per fine Febbraio 2022. Per i testi come sempre ci siamo ispirati alla vita di tutti i giorni, a tutte le porcherie che ci circondano, inquinamento, ingiustizie sociali, razzismo, capitalismo, globalizzazione...

Continuando a parlare del vostro nuovo disco, la cui pubblicazione vedrà ancora una volta la collaborazione di una vera e propria cospirazione di etichette e distro DIY, volevo chiedervi quanta importanza hanno per voi come Jilted pratiche come appunto do It yourself, autoproduzioni, autogestione ma anche solidarietà e supporto reciproco tra band e individui all’interno della scena hardcore?

(Koro) Sicuramente il d.i.y. e’ sempre stato fondamentale per i jilted,fin dall’inizio.con le nostre forze abbiamo attraversato piu’ di 2 decenni e con l’aiuto e supporto di altri gruppi,amici di etichette e distro,siamo riusciti a mandare in stampa diversi dischi e suonare decine di concerti in quasi tutta Italia e all’estero. Anche per questo nuovo lp,la formula e’ sempre quella:una grossa mano da etichette d.i.y. per la stampa e distribuzione. Solidarieta’ e supporto reciproco sono le fondamenta su cui una scena si regge ed esiste.

Nel 2018 avete partecipato alla compilation Non Un Sasso Indietro volume 2, pubblicata dagli amici e compagni di Distrozione. Quella compilation era benefit per sostenere le lotte contro le frontiere e quelle all’interno dei centri di detenzione, quindi quanto sono importanti queste pratiche di solidarietà e complicità con compagnx e individualità che lottano contro lo Stato e il Capitale?

(Koro) Dare la nostra disponibilita’ per concerti benefit e compilation come questa,pubblicata da Distrozione e’ un segnale forte di solidarieta’ verso chi subisce sulla propria pelle gli introiti politici, le logiche e forme repressive di uno stato, che in questi anni ha pianificato questo “mercato” di esseri umani. E’ sicuramente importante per noi quindi supportare e collaborare con chi nel proprio piccolo da’ un segnale di dissenso verso tutto questo.

Nel corso degli anni avete suonato con band fondamentali all’interno della scena crust/hardcore punk europea (ma non solo) come Doom, Visions of War, Asocial, così come con i brasiliani Armagedom e i giapponesi Beyond Description (con cui avete anche condiviso uno split). Quali sono i vostri ricordi di queste esperienze in giro per l’Europa? Quali sono le band con cui siete più orgogliosi di aver condiviso date e palco? Quali invece i momenti e le situazioni che vi hanno dato più fastidio?

(Fulvio) I nostri ricordi dei concerti in giro per l’Europa sono senz’altro bei ricordi, sinceramente non abbiamo mai trovato situazioni “catastrofiche”. Io ricordo con particolare affetto un paio di date in Belgio con Visions of war, Olho de gato e Twisted System, erano le nostre prime date all’estero e mantengo ancora oggi un rapporto di amicizia con alcuni componenti (o ex) di quelle bands. Altri ricordi particolarmente piacevoli sono il tour in Germania con i giapponesi Beyond Description ai quali avevo prodotto l’lp “A road to a brilliant future”, l’Anti-fascist festival a Stoccarda con Behind Enemy Lines, Cluster Bomb Unit….. migliaia di Km , poche ore di sonno accampati ma tante soddisfazioni a livello umano/emotivo. Non parlerei proprio di orgoglio ma direi che siamo stati particolarmente contenti e soddisfatti di aver condiviso il palco con Doom, Mob 47, Wolfbrigade, Sin Dios, Asocial ecc.

Una delle poche situazioni spiacevoli si è verificata qui in Italia, nemmeno molto tempo fa ad un festival,dove (pare) che una delle band abbia preso tutto il poco incasso della serata e se ne sia andata lasciando tutti gli altri gruppi a mani vuote…….il punto non sono i soldi ma il gesto in sé, imbarazzante!

Parlando per un momento della vostra città, vi va di raccontarmi/raccontare a chi leggerà un po’ la storia della scena hardcore punk di Alessandria?

(Fulvio) Alessandria è una piccola cittadina di circa 95 mila abitanti ma ha sempre avuto una scena punk hardcore attiva e prolifica. A partire dai primi anni ‘80,i Peggio Punx hanno dato inizio alla scena punk hardcore in città, hanno contribuito alla nascita del centro sociale “Subbuglio” ed è iniziata un’attività live non da poco che ha visto passare la maggior parte dei gruppi hc italiani degli anni ‘80 e,successivamente (nella seconda sede) anche quelli degli anni ‘90. Dalla fine degli anni ‘80 in avanti sono nate svariate bands quali Permanent Scar, Point of View, Burning Defeat, Insult,Bhopal e altre ancora fino ad arrivare ai giorni attuali con ancora attivi Jilted, Drunkards, Rogue State, Suicideforce, Cranked. Oltre al C.S. Subbuglio, in città ci sono stati il Forte Guercio Occupato che è stato attivissimo per tutti gli anni ‘90 e prima decade dei 2000, oltre a una miriade di gruppi italiani passarono in città Disorder, MDC, UK Subs, Intensity, Agnostic Front, Madball, Sick of it all, No Fx, Blue Cheer e molti altri. Ci fu ancheil C.S. Crocevia ed ora c’è il Laboratorio Anarchico Perlanera molto attivo con concerti, mercatino autobiologic, presentazione di libri ed altre iniziative.

Siamo giunti alla fine di questa chiacchierata/intervista/chiamatela un po’ come volete, quindi vi lascio questo spazio per aggiungere qualsiasi cosa vi passi per la testa. Vi ringrazio ancora per la disponibilità a rispondere alle mie domande, lunga vita ai Jilted!

Grazie a te per la bella intervista e per esserti interessato ai Jilted,speriamo di tornare presto a suonare dal vivo,magari con un po’ di copie del nuovo lp e di proseguire piu’ a lungo possibile!