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“Shadows of the Past” // Bhopal – Age of Darkness (2010)

Il nostro tempo sembra definitivamente scaduto, l’umanità si trova ormai condannata all’estinzione o alla dannazione eterna. Il buio senza fine cala velocemente su quello che rimane delle nostre vite, mente orde di creature sovrannaturali devote unicamente al culto del caos calano fameliche sulle nostre città. La caccia selvaggia è iniziata… Primitive fiere e sanguinari esseri pagani banchettano tra le macerie del mondo di ieri, mente tuoni e fiamme illuminano il cielo. L’era dell’oscurità è giunta.

Son passati ormai dieci anni dalla pubblicazione di “Age of Darkness“, titolo dell’unico full lenght pubblicato dai Bhopal, gruppo di Alessandria che vedeva tra i suoi membri gentaglia già nota per aver suonato nei Jilted e nei Mortuary Drape. Un disco di cui mi innamorai al primo ascolto e che credo sia stato apprezzato molto meno di quello che meritasse. Un disco inoltre che oggi mi azzardo a definire quasi dimenticato dai più, anche se qualcuno sicuramente smentirà queste mie parole in tempo zero. Per questo motivo, e per il fatto che rappresenta, a mio avviso, uno dei migliori lavori di crust-core/d-beat al contempo melodico e metallico mai partoriti dalla scena italiana, ci tengo a spenderci due parole, inaugurando inoltre in questo modo una sorta di nuova categoria di recensioni chiamata “Shadows of the Past” (prendendo in prestito il titolo del primo capolavoro di death metal finlandese firmato Sentenced) in cui parlerò di dischi usciti in un passato più o meno recente e che, sempre a parer mio, sono stati spesso ingiustamente sottovalutati.

Ricordo perfettamente che anni fa, quando mi imbattei per la prima volta in questo devastante “Age of Darkness”, l’artwork di copertina, enfatizzato dall’utilizzo del bianco-nero, mi portò alla mente, con le dovute proporzioni l’opera Åsgårdsreien del pittore norvegese Peter Nicolai Arbo, che tutti in realtà conosciamo per esser stata usata da Quorthon sulla copertina del capolavoro “Blood Fire Death” dei suoi Bathory. Il soggetto di questo dipinto è la caccia selvaggia, un tema ricorrente nella mitologia dei popoli germanici e norreni. Tale citazione alla “caccia selvaggia” sembra riproposta proprio sulla copertina di “Age of Darkness” dai Bhopal,  con la presenza per l’appunto di quello che appare sotto le sembianze un dio nordico affiancato da altre due creature sovrannaturali, una dalle fattezze di lupo e l’altra dalle sembianze umane. Tutte e tre sembrano emergere da una tempesta brutale dominata da tuoni e fulmini che sembra prossima ad abbattersi  con violenza barbarica su una città impotente al fine di raderla al suolo, inghiottenda così tutti i mortali che trova sul suo cammino, preannunciando, forse, quell’era dell’oscurità a cui fa riferimento il titolo stesso del disco. Immaginate ora l’ascolto di questo disco come se ci trovassimo ad essere spettatori di un corteo di creature sovrannaturali che dominano il cielo notturno, scatenando tempeste senza fine e facendo calare l’oscurità eterna tra terrificanti grida di guerra e orde di creature barbariche pronte a lasciare solo macerie al loro passaggio.

Mi creda, prima il genere umano scompare dalla terra, meglio è…

È proprio questa citazione tratta dal film “Il Seme della Follia” del maestro Carpenter ad introdurci nel tempestoso viaggio nelle profondità di “Age of Darkness”, prima di lasciarci in balia della furia cieca di “Bike Punk Apocalypse“, vero e proprio assalto di annichilente d-beat/crust che ci fa assaggiare fin da subito tutta la brutalità barbarica che ci travolgerà senza pietà alcuna per tutti i trentacinque minuti di durata del disco. Credo sia superfluo e tedioso spendere parole per parlarvi di questa o quell’altra traccia, perchè ci troviamo dinanzi ad uno di quei lavori che ci inghiottono come una tormenta che non ha intenzione di placarsi e che non ci lascia ne momenti di quiete ne attimi per riprendere fiato. Veniamo difatti immediatamente investiti da una tempesta di crust punk melodico di scuola scandinava che non disdegna continue incursioni in territori death metal, così come e selvaggi assalti in ambienti black, pur sottolineando costantemente che le proprie radici son ben salde nella seminale scena d-beat svedese. Le influenze dei Bophal su questo disco vanno dai Tragedy ai Wolfpack/Wolfbrigade, passando attraverso i primi Martyrdöd, gli Skitsystem e perfino gli Entombed. I Bhopal riescono a modellare una materia iper sfruttata come il crust/d beat di stampo svedese seguendo le loro pulsioni più personali, riuscendo a costruire, attraverso un uso accurato della melodia, momenti di  tensione che attraversano tutte e dieci le tracce e un’atmosfera generale che oscilla per tutta la durata del disco tra toni epici che alla lontana possono ricordare in certi frangenti addirittura i Bathory e echi apocalittici che possono portare alla mente quel brodo primordiale consociuto come stenchcore.

Dopotutto, continuando con i riferimenti alla mitologia, l’essere testimoni di una caccia selvaggia è considerato presagio di catastrofi imminenti e questo “Age of Darkness”  può essere visto come un’ode nichilista alla distruzione più barbarica disegnando paesaggi apocalittici. Che calino presto le tenebre eterne sull’umanità destinata all’estinzione…

 

 

 

 

Adrestia – The Wrath of Euphrates (2019)

MAY THE SUN OF ROJAVA RISE AND NEVER SET. MAY THE SUN OF ROJAVA BURN ITS ENEMIES TO DEATH!

Il vento scandinavo soffia più forte che mai annunciando una tempesta di tuonante d-beat/crust che squarcia il cielo e si abbatte sul terreno con una potenza devastante. Su questa ultima fatica in studio intitolata “The Wrath of Euphrates”, ancora una volta gli Adrestia sintetizzano al meglio l’influenza dei due generi musicali che hanno inciso in modo indelebile il nome della Svezia nel panorama della musica estrema a livello internazionale: la scena d-beat/crust punk da una parte e quella death metal dall’altra. Le vocals stesse ricordano spesso quelle di Thomas Lindberg degli At The Gates, gruppo che senza ombra di dubbio ha influenzato in profondità il sound degli Adrestia soprattutto nei passaggi più melodici, mentre nei momenti prettamente crust/d-beat si può sentire in egual misura l’eco dei Martyrdod, dei Wolfpack/Wolfbrigade e dei Disfear. Il legame intimo con la prima scena d-beat svedese è sottolineato invece dalla presenza di Tomas Jonsson degli Anti-Cimex che presta la sua voce nella traccia “The Message”. 

Al di là della mera questione musicale, ciò che rende veramente interessante un disco come “The Wrath of Euprhates” è però il concept lirico che ne sta alla base e che denota una netta presa di posizione politica degli Adrestia, i quali non nascondono il loro schierarsi in solidarietà e complicità con la rivoluzione sociale del Rojava fondata su tre punti fondamentali: il confederalismo democratico, l’ecologia politica e la lotta di emancipazione femminista. Questa ispirazione lirico-politico e questa presa di posizione erano state già affrontate dal gruppo svedese sul precedente “The Art of Modern Warfare” e avevano spinto gli Adrestia a far parte fin da subito di una rete di supporto alla rivoluzione del Rojava, nata qualche anno fa all’interno della scena punk internazionale e chiamata appunto “Punks for Rojava” (troviamo una traccia omonima proprio su questo nuovo disco). Anche a livello estetico l’immaginario legato al Rojava, alle milizie armate delle YPG e delle YPJ perme l’intera proposta degli Adrestia, a partire dall’artwork di copertina in cui è raffigurato il volto di una combattente rivoluzionaria delle YPJ, divenuto ormai fin troppo iconico. Infine, il titolo stesso del disco riprende direttamente il nome dato ad un’operazione militare guidata dalle Forze Democratiche Siriane contro Daesh per riconquistare la città di Raqqa.

È profondo il legame che intercorre tra gli Adrestia e la rivoluzione avvenuta nella Siria del Nord e in cantoni e città come Afrin o Kobane e va ricercato, sopratutto, stando alle parole del gruppo, nel notare elementi di estrema somiglianza e vicinanza tra il progetto sociale e politico del Rojava e gli ideali che fondano il modo di vedere, intendere e vivere la scena hardcore/punk del gruppo , mutuo svedese. Solidarietà appoggio, collaborazione, autogestione, antifascismo, antisessismo e antirazzismo non sono parole vuote, ma pratiche quotidiane e concrete che vivono tanto in un contesto rivoluzionario come quello del Rojava quanto all’interno della scena punk hardcore internazionale e dentro molti percorsi di lotta in cui i e le punx sono attivi/e, dalle occupazioni abitative alle questioni anti-carcerarie. Sempre affidandoci alle parole degli Adrestia, “The Wrath of Euphrates” rappresenta dunque un vero e proprio omaggio non solo alla resistenza e alla lotta delle YPG e delle YPJ nella Siria del Nord, ma anche a chiunque combatte quotidianamente e in modo concreto per cercare di debellare piaghe come le guerre imperialiste, la misoginia, il razzismo, il fascismo e la distruzione dell’ecosistema.

Tornando brevemente a parlare nello specifico del lato musicale, l’ibrido crust punk/death metal tutto in salsa svedese è attraversato da un’irruenza devastante e una bellicositá a tratti selvaggia nella formula degli Adrestia, che certamente non inventano nulla di nuovo ma suonano con passione, convinzione e attitudine regalandoci quaranta minuti furiosi dominati tanto da un’aggressività cieca dai tratti crust-core quanto da momenti melodici di scuola At The Gates/Martyrdöd.

The Wrath of Euphrates” è l’ennesimo rabbioso grido di lotta degli Adrestia, un disco intenso, sia dal punto di vista meramente musicale sia a livello politico, con cui gli svedesi ribadiscono l’importanza per loro di schierarsi in solidarietà e complicità con la rivoluzione confederale, femminista ed ecologica che resiste ancora oggi, nonostante i diversi tentativi, ultimi in ordine di tempo quelli ad opera della Turchia del fascista Erdogan, di affossare questa esperienza rivoluzionaria, in Rojava! Quando sulle barricate incroceremo lo sguardo degli Adrestia, quando le fiamme della rivoluzione incendieranno questo mondo affinché ne rimangano solo macerie, risuoneranno certamente le note di questo “The Wrath of Euphrates”. Contro l’oppressione, la vita. Per la vita, l’insurrezione. Biji Rojava, Biji Adrestia!

 

Yacøpsae – Timeo Ergo Sum (2020)

Powerviolence ist krieg, Fastcore Is Forever!

Timeo Ergo Sumletteralmente “ho paura quindi sono“, è il titolo dell’ultima fatica in studio dei tedeschi Yacøpsae rilasciata nel dicembre 2019, ed è‘ l’ennesima mazzata in pieno volto, l’ennesima scarica di pugni ad altezza stomaco, l’ennesima lezione di terrorismo sonoro e di violenza inaudita concentrate in 21 minuti di turbo-speed-violence!

Ventiquattro schegge di rumore impazzite, frenetiche e devastanti trafiggono le nostre orecchie e ci torturano nel profondo con una violenza brutale, privandoci di ogni forza ed energia vitale e senza lasciarci mezzo secondo per riprendere fiato. Gli Yacøpsae ci scaricano addosso ancora una volta il loro furioso fast-grind-violence in cui gli ingredienti principali sono un estremo e convulso powerviolence e un super-veloce fastcore, dove a farla da padroni assoluti sono sicuramente i blast beats onnipresenti e tritaossa (il tupa tupa di tracce come Kopflos e Vergessen sembra poter demolire qualsiasi cosa), un riffing frenetico ed apparentemente instancabile, stop & go ricorrenti (Niemandsland)  e delle vocals lancinanti  e abrasive che ci vomitano addosso un odio e una rabbia annichilenti. C’è spazio anche per brevi rallentamenti e momenti meno frenetici, come da tradizione per quanto riguarda il powerviolence suonato dai tedeschi, ma la sensazione arrivati alla fine del disco è quella di aver preso tante di quelle mazzate da fare fatica a respirare e non avere nemmeno le forze per reggersi in piedi. Tracce come al solito dalla breve durata e assestate su ritmi velocissimi, scorribande costanti in territori dove a dominare incontrastato è l’estremismo sonoro in tutte le sue forme, dal powerviolence fino a giungere ad echi grind, veri e propri assalti di disastro sonoro oltranzista all’inverosimile che non mostra cedimenti, nonostante i tedeschi siano sulle scene dal 1990. Gli Yacøpsae sono ancora una volta sinonimo di qualità, sincerità e coerenza verso un preciso modo di intendere l’hardcore nelle sue forme più radicali ed estreme. Fanculo tutto, fanculo il punk rock… Con “Timeo Ergo Sum” gli Yacøpsae ci danno un’altra una lezione di turbo speed violence terroristico e senza compromessi! 

The Mild – Old Man (2020)

A metà strada tra i Trap Them e i Gatecreeper, ci imbattiamo nel nuovo EP dei veneziani The Mild intitolato “Old Man. Virando prepotente il proprio sound verso sonorità death metal di scuola svedese (Entombed su tutti), senza abbandonare mai completamente gli ingredienti più hardcore e grind che fanno parte del corredo genetico del loro sound dalla prima ora, i The Mild ci regalano 6 tracce intense, aggressive e votate alla distruzione più totale. A farla da padrona, per tutta la brve durata dell’intero lavoro, è un tappeto sonoro fatto di tupa tupa tritaossa, un riffing frenetico e brutale e vocals barbariche e rabbiose, elementi che contribuiscono a creare un’atmosfera caotica e assordante. La lunghezza media dei brani si aggira intorno ai due minuti e mezzo, ricordando profondamente il percorso intrapreso musicalmente dagli ultimi Hierophant e il loro modo di suonare death metal, condensando in tracce brevi tutta la brutalità, l’aggressività e il groove possibili. Inoltre su questo Ep possiamo imbatterci anche in improvvise incursioni in territori black che conferiscono ulteriori sfumature a questa ricetta hardcore/grind/death devastante che è il sound dei The Mild, al punto da ricordarmi fortemente sonorità riconducibili a quanto fatto dai The Secret o dagli Hungry Like Rakovits. La quarta traccia “Confusion Reigns” rappresenta alla perfezione questa sporcatura blackened presente nella proposta dei veneziani, sopratutto nel riffing infernale e nello screaming lacerante e gelido. Light Beam, così come l’iniziale The Creationd is Beyond Saving e Horrible Visuals, è invece una traccia che mostra precisamente la nuova rotta verso lidi swedish death intrapresa dai The Mild che non nascondono l’influenza di Entombed e Grave, anche se rivisitata in chiave moderna e forse più groovy sulla falsa riga di quanto fatto recentemente dai Gatecreeper. Un Ep intenso, brutale e che non concede momenti di quiete o possibilità di riprendere fiato; un lavoro con cui i The Mild ribadiscono che il loro unico obiettivo è quello di demolire qualsiasi cosa si trovi dinanzi a loro, devoti solamente a far si che questo mondo sprofondi nel caos e nella follia!

 

Hyems – Anatomie des Scheiterns (2020)

Se c’è un Dio, il caos e la morte figureranno nel novero dei Suoi attributi, se non c’è, non cambia nulla, poiché il caos e la morte basteranno a sé stessi fino alla consumazione dei secoli.

Una tempesta tuonante di blast beats, un tremolo picking spaventoso e un costante ritorno della componente melodica che bilancia sempre l’istinto primordiale che spinge al caos, sono queste le prime cose che saltano all’orecchio appena si comincia ad ascoltare l’ultima fatica in studio dei tedeschi Hyems intitolata “Anatomie des Scheiterns“, letteralmente anatomia di fallimenti. Nel complesso il black metal dei nostri è dominato da un’ aggressività istintiva e selvaggia ma che non perde mai di vista la melodia, territorio quest’ultimo in cui i nostri si addentrano spesso ma che sanno addomesticare con maestria riuscendone a dosare l’utilizzo in modo da non rendere mai preponderante la componente melodica su quella più irruenta e furiosa. Le varie tracce sono caratterizzate inoltre da un’alternanza tra rallentamenti e improvvise accelerazioni che conferisce all’intero lavoro un’atmosfera di costante tensione, in cui viene amplificata la sensazione di trovarsi sul bordo di una voragine pronta ad inghiottirci negli oscuri ed infernali abissi dell’eternità. Durante l’ascolto dell’intero lavoro si ha difatti come l’impressione di trovarsi sempre sul punto di piombare nel caos più totale, un caos però che solamente gli Hyems sembrano sapere tenere sotto controllo. Il disco si apre con il rullo di tamburi quasi militare di “Triumph des Scheiterns”, per poi lasciare spazio ad un riff melodico che ci accompagna verso il primo vero e proprio momento di furioso e selvaggio assalto black metal scandito da uno screaming corrosivo e lancinante e interrotto unicamente dall’improvviso assolo melodico che concede un breve attimo di quiete in cui riprendere fiato. Gli altri sei brani (tutti sopra i cinque minuti di durata) che vanno a comporre questo devastante “Anatomie des Scheiterns” si mantengono pressochè invariati sulle stesse coordinate della prima traccia, ma questo non deve assolutamente far pensare ad un lavoro ripetitivo e ad un sound statico. Difatti si possono assaporare tanto le tinte più oscure e il lato più malinconico di una traccia come “Zerwürfnis im Tal Josaphat” quanto i momenti atmosferici di una traccia come “Morgendämmerung“. L’album termina con quello che reputo essere uno dei mometi migliori, ovvero “In Ketten“, in cui l’eterno ritorno della melodia, l’improvvisa quiete che spezza il brano prima di far deflagrare nuovamente una tempesta di furioso black metal raggiungono probabilmente il loro apice. Inoltre, come già detto, la dinamicità nella musica degli Hyems viene garantita da questo eterno alternarsi tra assalti di aggressivo black metal e un gusto abbastanza personale nella ricerca di soluzioni melodiche che riescono a mantenere elevata la tensione per tutta la durata del disco. È proprio questo bilanciamento costante e a tratti perfetto tra passaggi melodici nel riffing e il richiamo ad un caos primigenio soretto magistralmente dai martellanti blast beats di batteria a rendere “Anatomie des Scheiterns”, a parer mio, uno dei migliori lavori sentiti in ambito black metal negli anni recenti.

Nel caos in cui sprofondiamo vi è più logica che nell’ordine, l’ordine di morte in cui ci siamo mantenuti per tanti secoli e che si disgrega sotto i nostri passi automatici.

Sator – Scorching Sunlight (2019)

Ho già avuto modo di parlare dei genovesi Sator e della loro opprimente e a tratti psichedelica ricetta di doom/sludge metal su queste pagine ai tempi di “Ordeal“, disco rilasciato nel 2017.  Sono molto contento di tornare a parlare di loro in occasione della recente uscita della loro ultima fatica in studio intitolata “Scorching Sunlight”. Le influenze che compongono il muro di suono costruito dai nostri vanno ancora una volta ricercate nelle sonorità di gruppi come gli Eyehategod, gli YOB, i Saint Virus, giungendo ad assorbire sia i toni apocalittici dei Neurosis che la rabbia hardcore dei Black Flag.

La copertina ad opera della fantastica Valeria Desa (autrice anche del logo al sapore di black metal di Disastro Sonoro) è perfettamente esplicativa del vortice di sensazioni che ci inghiottite appena ci addentriamo nell’ascolto di quest’ora di asfissiante doom/sludge metal. È come essere in balia di un mare in burrasca mentre cala un’oscurità impenetrabile, tra anime dannate che si dimenano per rimanere a galla e mani che emergono in superficie cercando di catturarci per trascinarci giù negli abissi senza luce né salvezza, nelle profondità più recondite del nostro inconscio in cui la musica dei Sator risveglia angoscie, paure e mostri pronti a divorarci la psiche.

Stando alle parole dei genovesi Sator, l’idea da cui prende vita l’intero comparto lirico della titletrack “Scorching Sunlight” ha preso forma durante un viaggio in Islanda, una terra in cui si è immersi nella natura più selvaggia e primordiale. La disillusa presa di coscienza di quanto sia insignificante l’essere umano dinanzi tanto alla maestosità quanto alla brutalità della natura, così come l’apparentemente inevitabile destino di un’umanità che si è condannata a all’estinzione, prendono vita sotto forma di un devastante ibrido di opprimente e lacerante sludge metal e rallentamenti doom metal che contraddistinguono la mezz’ora della titletrack, nonché traccia con cui inizia il nostro viaggio in questo “Scorching Sunlight”. Una maestosa esperienza in cui ci troviamo a dover fare i conti con momenti e sensazioni contrastanti, dai rarefatti momenti di quiete ai continui ed improvvisi moti tempestosi che dominano l’intera struttura del brano, piombando in un vortice di generale smarrimento e totale impotenza. Il tutto è accompagnato e scandito dalle lancinanti vocals di Valerio che prendono le sembianze di strazianti grida di angoscia e rassegnazione, amplificando in questo modo la sensazione di ansia mista a terrore che dilania e lacera quel che resta della nostra sanità mentale. “Mesmerism” e “Lament“, le altre due tracce che insieme alla cover di “A Forest” dei The Cure, completano le tappe di questo viaggio attraverso “Scorching Sunlight” risultano essere meno furiose e opprimenti rispetto alla titletrack, impegnandosi invece nella costruzione di un’atmosfera ipnotica e dai tratti allucinati e dal riffing psichedelico.

Rassegnazione, smarrimento, angoscia dilaniano interiormente mentre si continua a lottare tra le onde di un mare tempestoso, in cui i brevi attimi di quiete appaiono sotto forma di miraggio al punto che inizia a farsi strada nella testa l’idea che lasciarsi affogare sia l’unica, tragica, soluzione. E mentre l’oscurità viene trafitta da una cocente luce del sole, anime dannate iniziano lentamente a comburere, donando all’eternità i loro lamenti strazianti che si mischiano ai nostri in un vortice di follia. “Scorching Sunlight” è un disco a parer mio maestoso con cui i Sator dimostrano di saper plasmare la materia doom/sludge in modo personale costruendo un’atmosfera fortemente evocativa, estraniante e al contempo disturbante. Another time, in the name of suffering…

Stigmatized – … a Wall of Falseness (2020)

 

Aprile 2020, in piena pandemia globale il mondo sta scivolando sempre più nel baratro, un misterioso quanto fatale virus miete sempre più vittime al punto che la fine dell’umanità sembra essere giunta. Della normalità tanto agognata da qualcuno non è rimasta nemmeno l’ombra. In uno scenario simile, gli Stigmatized ci regalano la loro ultima fatica in studio dal titolo “… a Wall of Falseness“. Pur avendo dovuto affrontare cambi di formazione rispetto al primo lavoro datato 2016, il sound dei cagliaritani non perde niente in termini di intensità, di ferocia e di brutalità, tanto meno a livello di irruenza espressiva e di tecnica strumentale.

La vita fa schifo… E poi muori! È ancora questo il messaggio nichilista che ci sputano in faccia i cagliaritani Stigmatized con il loro nuovissimo album “… a Wall of Falseness“, un assalto demolitore di grindcore a metà strada tra la vecchia scuola e pulsioni più moderne ed echi crust e powerviolence che rimangono parte del corredo genetico della proposta dei nostri! Undici tracce, quattordici minuti, una sorta di breviario del caos che trasuda odio nichilista, furia distruttrice e rabbia brutale da ogni singolo riff e da ogni blast beat. Tra gli undici brani fa piacere riascoltare pezzi già sentiti e apprezzati sul primo EP “Slavery” pubblicato ormai quattro anni fa, come “Life Sucks The You Die“, “Stigmatized Corpses” o “Mass Graves“, ma che appaiono ancora più brutali e devastanti in questa nuova veste. Accanto ad essi trovano spazio anche pezzi inediti come “Man Is War” o “The One Who Suffer” che risultano essere tra gli episodi migliori dell’intero lavoro e due ottimi esempi dell’intensità e della brutalità che contraddistingue il grindcore suonato dagli Stigmatized. Le influenze da cui prende forma il sound degli Stigmatized vanno ricercate ancora una volta tanto nel primordiale grind sporcato di hardcore dei Napalm Death quanto in dischi come “Inhale/Exhale” dei Nasum, “Under Pressure” dei Rotten Sound e “Killing Gods” dei Misery Index, senza tralasciare qualche vago richiamo al powerviolence degli Yacopsae da sempre presente nella proposta dei nostri.

Con tutto l’odio che hanno nel cuore verso questo mondo di miseria, sfruttamento, guerre e oppressione, gli Stigmatized son pronti a sparare questa raffica di devastante e furioso grindcore affinché non rimangano che macerie di questa civiltà che si è già autocondannata a morte. “… a Wall of Falseness” è una mazzata di disastro sonoro che colpisce in pieno volto e lascia stramazzati al suolo, niente più e niente meno. Cagliari continua ad odiare ed è ancora tempo di massacro!

 

Horror Vacui – “Living for Nothing… Or Die for Something” (2020)

Ciò che è morto, non si uccide. L’eternità è lunga, cerca di abituartici (The Addiction – Vampiri a New York)

Horror vacui significa letteralmente terrore del vuoto. Horror Vacui è però da qualche anno anche il nome dietro cui si celano cinque entità vampiresche che stanno in agguato nell’oscurità dell’underground bolognese. A distanza da due anni dall’ottimo “New Wave of Fear”, i nostri “più punk dei dark e più dark dei punk” pubblicano un nuovo esaltante album dal titolo “Living for Nothing…Or Die for Something” che prosegue nell’esplorazione di un sound che prende a piene mani dal post-punk e dal death rock, creando atmosfere decadenti e scenari dai tratti profondamente gotici.

Influenze dei nostri vanno ricercate lungo un percorso che partendo dalle pulsioni anarcho punk britannico tanto di gruppi come gli A Touch of Hysteria quanto di primordiali creature post-punk come i fantastici Vex, passando attraverso gli abissi oscuri ma al contempo rivestiti di un romanticismo decadente di band iconiche e seminali come i Christian Death, i Bauhaus, i Fields of the Nephililm, giunge a toccare territori in cui la proposta degli Horror Vacui si avvicina a quanto fatto recentemente dai Belgrado o dai Crimson Scarlett, riuscendo, in certi passaggi, a far riaffiorare alla memoria anche i fenomenali Screaming Dead di “Night Creatures” pur spogliandoli dall’utilizzo iconoco del sax.

Dopo aver provato a dare un quadro generale delle influenze che vivono e affiorano dentro la proposta degli Horror Vacui, la cosa migliore da fare è lasciarsi inghiottire dalle atmosfere gotiche e angoscianti di questo nuovo “Living for Nothing… Or Die for Something” e lasciarsi sopraffare dall’oscurità che lentamente ci inghiotte durante l’ascolto di queste otto schegge di death rock vampiresco e terrificante. Questa discesa nella decadenza gotica e dalle tinte dark dell’universo sonoro e tematico degli Horror Vacui comincia con “Consolation Prize”, brano che traccia fin da subito le coordinate guida che caratterizzano l’intero lavoro, tra pulsioni new wave sottolineate dall’uso accurato delle melodie di chitarra e una voce sofferta perfetta per disegnare paesaggi tetri e dominati dall’oscurità.

My Funeral My Party” ha il sapore di una ballata dannata ed è attraversata da  venature di romanticismo decadente che fanno emergere nell’ascoltatore sensazioni contrastanti, tanto di amara dolcezza quanto di angoscia. A parer mio uno degli episodi migliori di tutto il disco. Anche la quinta traccia intitolata “Frustration” risulta essere un ottimo esempio di death rock targato Horror Vacui, con la sua melodia decadente e la voce sofferente di Koppa che si fanno strada nella testa dando l’impressione di non volersene andare mai più, trasmettendo un senso di angoscia misto ad impotenza e frustrazione, appunto. Un atmosfera ipnotica domina invece la successiva “Living in Tension”, traccia che ci fa piombare in una trance dai tratti addirittura paranoici, o almeno questo è quello che ha evocato in me il suo ascolto. 

Mentre l’ascolto di questa ultima fatica in casa Horror Vacui volge al termine, si risvegliano paure e mostri apparentemente sopiti nei meandri più impenetrabili della nostra mente; mentre vampiri ci mordono il collo e il nostro sangue sazia la loro sete, veniamo divorati interiormente dalla scelta di vivere per niente o morire per qualcosa. “Living for Nothing… Or Die for Something” è in fin dei conti niente più che l’ennesima perla oscura di vampire punx che ci regalano gli Horror Vacui, che riesce nell’intento di migliorare quanto già fatto sul precedente “New Wave of Fear”

Horror Vacui, vampiri a Bologna

Carlos Dunga – Oltre Quella Linea (2019)

Dimmi fin dove andremo, dimmi dove ci fermeremo, dimmi come ci fermeremo quando nessuno riuscirà a fermarci! 

Oltre quella linea che demarca le scene hardcore punk, thrash metal e heavy metal tradizionale, ci stanno i Carlos Dunga, gentaglia di Firenze che prende il meglio di tutti e tre i generi sopra citati per condensarli in una soluzione devastante, convincente e che sembra non avere debolezze. Siete cresciuti sparandovi nelle orecchie contemporaneamente l’hardcore dei Negazione, degli Upset Noise e il thrash metal/crossover ottantiano? Vi fanno venire i brividi ancora oggi le linee melodiche che caratterizzano il riffing tipico della NWOBHM e di gruppi immortali come gli Iron Maiden? Ecco, se così fosse, non esiste miglior gruppo in Italia dei Carlos Dunga, una band in grado sintetizzare ai limiti della perfezione tutte queste influenze in un unica proposta che funziona in tutti i sensi e che fa venire voglia di moshare fin dal primo ascolto. Fedeli ad una impostazione hardcore che ha le sue radici ben piantate nella tradizione italiana del genere, soprattutto nelle linee vocali, nell’attitudine generale e nella scrittura delle liriche (che mi ha riportato alla mente anche lo stile degli ultimissimi Nofu), e assolutamente radicati nella aggressività e nell’immediatezza espressiva, ma soprattutto nel riffing e nelle strutture dei brani, tipiche del thrash metal, facendo costantemente l’occhiolino a linee melodiche che pescano a piene mani dall’heavy metal tradizionale di scuola britannica, i Carlos Dunga con questo “Oltre Quella Linea” ci regalano un disco completo e che non perde mai d’intensità dall’inizio alla fine, dal primo brano “Il Re Caduto” all’ultima traccia “L’Età dell’Ansia“. Le influenze heavy classiche si palesano fin dall’intro strumentale sorretta da un riffing che sembra pescato direttamente da qualche sconosciuto o dimenticato disco NWOBHM dell’underground britannico tra la fine dei ’70 e i primi anni Ottanta. I fiorentini, proprio come il grande mediano-regista brasiliano che da il nome al gruppo, riescono a tenere insieme e a miscelare perfettamente le differenti anime che vivono all’interno della loro proposta thrashpunk, condedola con un’attitudine hc e un’irruenza furiosa che non possono lasciare indifferenti e risultano sempre più coinvolgenti mano a mano che si prosegue nell’ascolto delle dodici tracce presenti su “Oltre Quella Linea“. Una traccia come “Ho Provato a Salvare Tutto” rappresenta per me l’esempio migliore della capacità dei Carlos Dunga di fondere thrash, hardcore punk e echi NWOBHM che esplodono in un’assolo da air guitar selvaggio, accompagnato da un testo il cui stile e “poetica” mi ha ricordato in modo prepotente la tradizione hc italiana degli anni ’80 dei Negazione. La doppietta composta dall’iniziale “Il Re Caduto” e da “Caduta Spettacolare” è invece una mazzata in pieno volto di thrash/crossover in cui spicca un riffing veloce e fulminante che rende impossibile non iniziare a fare headbanging come se non ci fosse un domani. Per concludere, senza spoilerarvi troppo delle altre tracce, credo si possa definire “Oltre Quella Linea” dei Carlos Dunga, semplicemente con un solo aggettivo: inarrestabile. A quanto pare, oltre ogni linea possibile ed immaginabile, lo spirito continua.

 

Schegge Impazzite di Rumore #09

Ma rifiuto una vita di menzogna e paura!
Rifiuto una vita stabilita da loro!
Rifiuto una vita senza futuro!
Finira’ mai? Finira’ mai? Finira’ mai???

Anche in quarantena non si ferma l’appuntamento con le schegge impazzite di rumore, giungendo infatti al tanto atteso nono episodio! Quest’oggi a tenerci compagnia durante la reclusione nella città contaminata e quarantenata ci saranno il thrash metal delirante dei sardi Abduction, il death metal satanico e femminista degli Skulld ed il d-beat metal-punk dei milanesi Kombustion. Chiuso in una citta’ come una tigre nella gabbia. Non c’e’ niente da capire, non c’e’ niente da sperare, non ci rimane che urlare! Non ci rimangono che schegge di rumore impazzite!

Skulld in concerto

Abduction – Killer Holydays on Planet Earth (2020)

Si narra che durante i rapimenti alieni si possano sentire le note di questo “Killer Holydays on Planet Earth“… Thrash metal demenziale e fieramente ignorante per gli Abduction che tornano finalmente sulle scene con questo nuovo devastante “Killer Holydays on Planet Earth”, in cui i nostri sintetizzano quanto fatto nell’ultimo decennio dai Municipal Waste, dai Gama Bomb e dai brasiliani Violator, lasciando intravedere anche influenze più datate riconducibili ai Sacred Reich. Undici tracce accompagnate da testi deliranti e titoli che non celano l’intento palesemente nonsense e goliardico con cui i sardi si approcciano a quel sound thrash metal tipico del nuovo millennio che non sembra ancora aver del tutto perso il suo fascino. Tanto a livello musicale, quanto e soprattutto a livello di approccio lirico e di immaginario generale, gli Abduction mi hanno felicemente ricordato i Gama Bomb; difatti sulla falsa riga degli irlandesi anche il thrash metal dei sardi è infarcito di riferimenti ad una certa cultura cinematografica “nerd”, ben evidenziata da tracce quali “Grandpa Rick” ispirata dalla serie capolavoro “Rick e Morty”, dalla netta quanto assurda presa di posizione di una canzone come “If You Don’t Like Star Wars We Can’t Be Friends” o dall’iniziale “Uranus Attacck”, la cui accoppiata titolo-testo è degna di un filmaccio horror di serie Z. Thrash metal senza alcuna pretesa di risultare originale o tecnico, ma suonato con passione e con la giusta dose di “demenzialità” perfetto per fare headbanging selvaggio o per ritrovarsi a moshare in solitaria e che troverà sicuramente la sua dimensione ideale dal vivo. Non prendendosi troppo sul serio, mostrando una buona capacità nel songwriting che non risulta mai noioso e anzi mostra molta momenti estremamente godibili, gli Abduction sembrano volerci dire una semplice cosa con questo nuovo, assurdo in tutti i sensi, “Killer Holydays on Planet Earth“: It’s only thrash metal and we like it!

Skulld – Reinventing Darkness (2020)

Skuld, facendo riferimento alla mitologia norrena, era il nome di una norna (termine che etimologicamente significa “colei che bisbiglia un segreto“) che sembrerebbe potesse decidere il destino degli uomini. Tralasciando l’affascinante nome scelto dal gruppo e il suo background ricco di riferimenti alla cultura norrena, le tematiche principalmente trattate nelle liriche sono da ricondurre al mondo dell’esoterismo, del paganesimo  e di qualcosa che può essere definito come satanismo femminista, prendendo in prestito il titolo dell’ultimo brano presente su questo “Reinventing Darkness”. Evocando entità demoniache e forze pagane per lasciarle libere di infestare il regno dei mortali, con “Reinventing Darkness” gli Skulld ci trascinano in rituale esoterico che prende forma sulla base di sonorità death metal vecchia scuola che si rifanno tanto alla scena svedese quanto a certe cose fatte dagli Asphyx, ma con una buona dose di influenze black e hardcore (background da cui provengono i nostri) che affiorano spesso in superficie, con il growl urlato e lancinante della sacerdotessa Pam a farci da guida in questa discesa senza ritorno negli inferi più profondi. Un’atmosfera esoterica e infernale fa da sfondo al nostro viaggio tra le sei tappe di questo “Reinventing Darkness”, un viaggio tra rituali occulti (The Priestess), oscurità opprimente e senza fine (The Longest Hour), femminismo satanico (l’omonimo ultimo brano, uno dei migliori tanto per il contenuto lirico quanto per la parte strumentale) e antiche divinità pagane come nella quarta traccia intitolata Beaivi e incentrata sulla figura della dea del sole della cultura Sami. Tra racconti di donne che nella storia, nel passato così come, purtroppo, nel presente, son vittime di violenze, oppressione e morte da parte di una cultura patriarcale che le ha spesso indicate come streghe, pazze o figlie del demonio quando si sono ribellate e riferimenti a mitologie e rituali pagani, il death metal vecchia scuola degli Skulld colpisce nel segno con il suo mix di atmosfera, brutalità e un immaginario occulto ed esoterico. Rebels of the past, your anger shall rise… Slowly we riot!

Kombustion – Cenere (2019)

È un d-beat/metal-punk nichilista ed estremo quello che ci sparano addosso senza pietà alcuna i milanesi Kombustion, una dichiarazione di guerra senza fine decantata su sonorità aggressive che sembrano non aspettare altro che travolgerci come una furia selvaggia per lasciarci a terra inermi e privi di forze. “Cenere“, questo è il titolo del primo disco in casa Kombustion, ci regala nove tracce a cui si sommano un’intro e un breve outro, una roboante tempesta di d-beat/metal punk che pesca a piene mani dalla scena svedese più moderna e recente e principalmente da dischi come “Pray to the World” dei Wolfbrigade, “Allday Hell” dei Wolfpack e “Sekt” dei Martyrdöd, ma che non nasconde l’intimo legame che lo collega alla lezione seminale di Avskum e Anti-Cimex. Certamente non ci troviamo a livello dei gruppi appena citati, ma durante l’ascolto di questa prima fatica targata Kombustion, che inizia con l’assalto di “Rinnegato“, ci imbattiamo in una serie di tracce quali “Lato Sbagliato”, “Tutto si Spegne” o “L’Altra Faccia del Nulla” che danno l’impressione di trovarsi, impotente e rassegnati, nel bel mezzo di una tempesta che spazza via ogni cosa si trovi sul suo cammino. Altra traccia che inghiotte l’ascoltatore senza lasciar lui nessuna via di fuga è la bellissima “I am the Storm”, pezzo non inedito visto che era già stato inciso e rilasciato nel 2017 ma che in questa versione si riveste di una rinnovata brutalità, come se i Kombustion ci tendessero un’agguato che prende all’improvviso prima di scomparire nel fragore della tormenta. “Non avremo demolito tutto se non distruggiamo anche le rovine» sembrano volerci dire proprio questo, prendendo a prestito una frase accreditata al drammaturgo Alfred Jarry, i Kombustion con la loro miscela furiosa ed esplosiva di d-beat/crust e metal-punk. Spreading darkness, screaming the rage… It’s time to destroy appearing from the storm…

p.s. menzione d’onore per l’artwork di copertina che a parer mio merita moltissimo