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Ragana – We Know That the Heavens Are Empty (2019)

We know that the heavens are empty,
That friendship and love are names;
That truth is an ashen cinder,
The end of life’s burnt-out flames.

Anni fa, ai tempi dello splendido You Take Nothing, le Ragana furono il primo gruppo non italiano che recensii sulle pagine virtuali di questo blog. E il motivo fu estremamente semplice. Al primo ascolto di You Take Nothing me ne innamorai follemente e brano dopo brano la “recensione” prese vita praticamente da se, come fosse un flusso di coscienza incontrollabile che si sviluppò sotto le sembianze di un viaggio oscuro negli abissi musicali tanto etereii quanto angoscianti costruiti da Maria e Nicole, le due streghe che si celano dietro questo affascinante progetto. Oggi mi ritrovo qui preda dello stesso mood e dello stesso identico trasporto emotivo a raccontarvi la bellezza di questa ultima fatica in studio per il duo di Oakland intitolata We Know that the Heavens are Empty, un altro interessante capitolo di atmospheric black/doom metal dalla forte natura e attitudine queer e antifascista.

Come scrivevo nell’introduzione della recensione di You Take Nothing per spiegare l’affascinante nome scelto da Marie e Nicole per il loro progetto: Nel folklore e nella tradizione popolare della regione baltica, e principalmente in terra lettone e lituana, il termine “Ragana” viene usato per identificare un’antica dea distruttrice e al tempo stesso rigeneratrice attraverso la capacità di dominare la magia oscura, anche per questo infatti viene descritta più volte come la “dea delle streghe”. “Ragana” viene rappresentata in differenti e molteplici modi a causa della sua natura polimorfa e cangiante e può assumere quindi le sembianze tanto di una giovane donna sensuale quanto quelle di una creatura terrificante e infernale, così come può presentarsi sotto forma di vecchia deforme e scheletrica oppure prendere le fattezze di un animale selvatico delle foreste. Questa natura cangiante e polimorfa descrive al meglio la proposta musicale di questo duo di Oakland, mai banale, mai scontata, mai prevedibile. E queste righe, sopratutto quelle finali, risultano estremamente attuali e valide ancora oggi per descrivere il sound e le sensazioni che si provano nell’affrontare e nell’addentrarsi tra i meandri più profondi di questo nuovo We Know that the Heavens are Empty . Difatti il sound delle Ragana nel corso degli anni ha sempre seguito una certa evoluzione pur rimanendo costantemente coerente e fedele alle proprie radici e alle proprie pulsioni più sincere, le quali affondano in profondità tanto nelle tensioni più atmosferiche e depressive di certo black metal di scuola statunitense quanto nel doom/sludge più angosciante e opprimente, con una certa venatura screamo che sottolinea alla perfezione quella sensazione di sofferenza esistenziale e rabbia sovversiva che contraddistingue la proposta del gruppo di Oakland dagli inizi.

SE DOMANI NON TORNIAMO, SE DOMANI TOCCA A NOI, BRUCIATE TUTTO.

So già che sarà una recensione abbastanza sconclusionata quella che starete leggendo perchè, per quanto stia cercando di dare un senso e un ordine ai flussi di coscienza e alle emozioni che stanno invadendo la mia testa durante l’ennesimo ascolto di questa ultima fatica delle Ragana, mi viene estremamente difficile seguire delle strade nette e precise per parlarvi della musica, delle ispirazioni liriche e concettuali o addirittura dello splendido artwork di copertina che accompagnano We Know that the Heavens are Empty . Ma ci proverò partendo proprio dal titolo di questo nuovo ep; un titolo che cita direttamente e in modo appassionato  “The Toast of Despair“, poema scritto dalla scrittrice anarchica e femminista Voltairine de Cleyre nel 1892. Per quanto riguarda invece lo splendido artwork di copertina si tratta di un’incisione di Caspar David Friedrich intitolata “Die Frau mit dem Raben am Abgrund“, un’opera che riesce ad enfatizzare in maniera sublime l’atmosfera romantica e oscura che avvolge l’intero album. Inoltre, e ci tengo a sottolinearlo, come sei può leggere sulla tape, le Ragana vogliono dedicare questo loro ultimo ep ai loro/alle loro amicx e compagnx più amatx.

To the joy in the struggle. To another world. To heaven as a place on earth.

Passando al lato prettamente musicale, questo nuovo ep della durata di un quarto d’ora è composto da due momenti intrecciati tra loro così perfettamente al punto da poterli vedere come un unico grande viaggio. Le due tracce sono intitolate Waiting e The Tower e rispecchiano in maniera assolutamente limpida il sound a cui ci hanno abituato negli anni le Ragana, con un’alternarsi ben bilanciato di momenti di effimera quiete e altri di tempestosa furia distruttiva, mentre un vortice di sensazioni che spaziano dalla sofferenza, alla rabbia, alla malinconia ci inghiotte immediatamente senza lasciarci vie di fuga. Se i momenti di calma apparente riescono a costruire un’atmosfera generale che oscilla tra il sognante e il depressivo, gli assalti più brutali e tuonanti fanno divampare tutta la rabbia selvaggia e riottosa che Maria e Nicole covano per questo mondo costruito sull’oppressione di quelle individualità che non si conformano ai canoni e alla norma voluta dall’etero-patriarcato. L’atmosfera generale dell’album, come già avvenne per You Take Nothing, mi trasmette l’idea di volere creare una dimensione profondamente ritualistica caratterizzata da tinte fortemente oscure e passaggi dalla natura soffocante e angosciante. Inoltre è evidente la sofferenza viscerale che attraversa le due composizioni, una sofferenza esistenziale che certamente logora ma indirizzata all’attacco attivo piuttosto che all’autodistruzione; una sofferenza che si manifesta sotto le sembianze di una furia nichilista e bellicosa che appare priva di pietà e che non sembra volersi fermare dinanzi a nulla. Quiete e tempesta, distruzione e tenue speranza di salvezza, questa è in fin dei conti la musica delle Ragana.

Per concludere questo viaggio tra gli abissi e le molteplici sfumature di We Know that the Heavens are Empty, posso solamente dire che siamo dinanzi all’ennesimo incantesimo distruttore evocato dalle Ragana che come il fuoco divampa per inghiottire questo mondo nelle sue profondità. Ancora una volta, lunga vita alle streghe di Oakland!

For us, a truce to Gods, loves, and hopes,
And a pledge to fire and wave;
A swifter whirl to the dance of death,
And a loud huzza for the Grave!

Vivere Merda – Noi Non Ci Saremo (2020)

Con un titolo che mi ha immediatamente ricordato un classico brano dei Nomadi (citazione in odore di detournment voluta? Chissà…), partiamo a bomba e senza troppi fronzoli a parlare di questa ultimissima e altrettanto inaspettata nuova fatica in studio firmata Vivere Merda. Inaspettata poichè, come un fulmine che squarcia improvvisamente un cielo limpido, i Vivere Merda irrompono nuovamente sulle scene pubblicando queste 8 schegge di hardcore punk selvaggio e riottoso, contraddistinto come sempre da una profonda e sincera vena anarchica che accompagna fin dagli esordi il gruppo di Udine. Noi non ci saremo vede inoltre la luce grazie alla solita cospirazione di etichette/collettivi diy tra cui troviamo Saetta Autoproduzioni e Kalashnikov Collective.

Uno dei brani più interessanti e affascinanti dell’album è senza ombra di dubbio “Sbirri (Stato di semicoscienza)”, una traccia che azzarderei a definire addirittura sperimentale per quanto riguarda il percorso musicale dei Vivere Merda, anche grazie alla presenza del sax che dona un sapore estremamente diverso e inaspettato all’intero brano ma capace di funzionare veramente bene e non risultare fuori luogo, un brano che si assesta su coordinate care all’anarcho punk italiano che fu, apparendo come la sintesi perfetta tra i Contropotere e i Franti di Luna Nera. A seguire ci si imbatte nella titletrack che fuga ogni dubbio sul fatto che il titolo dell’album sia una citazione voluta al brano dei Nomadi, canzone, la cui melodia e il testo, vengono riprese in questa traccia, come fosse in fondo una cover sulla falsa riga di “Pregherò” rifatta ai tempi dai Piscia Korsakov, progetto embrionale da cui presero vita gli stessi Vivere Merda.

Una traccia invece come “Hai il cazzo grande” è a mani basse una di quelle che ho preferito, soprattutto per quanta riguarda la tematica affrontata nel testo. Un perfetto esempio di hardcore punk selvaggio e in your face con il classico timbro Vivere Merda, che si struttura come un’invettiva rabbiosa contro il machismo e in generale contro il patriarcato, aihmè dinamiche che spesso siamo costretti a vedere perpetuate (o accettate) anche nei nostri spazi, i quali dovrebbero essere il più sicuri per tuttx e certamente liberi da atteggiamenti machisti, sessisti e omo-transfobici. Gran pezzo, altre parole sarebbero superflue.

I Vivere Merda affrontano ancora una volta tematiche classiche dell’hardcore punk, ma lo fanno sempre con il loro peculiare timbro tanto musicale quanto lirico, riuscendo a non scadere mai nella banalità e senza dare quell’impressione di sentire qualcosa di fin troppo “trito e ritrito”, e questo non può che essere un enorme pregio. Questo perché l’attitudine che contraddistingue le individualità che animano il gruppo di Udine è profondamente sincera e assolutamente coerente con un precisa visione della vita e della lotta politica in senso chiaramente anarchico. E quindi testi contro il machismo, a favore delle occupazioni e contro il TSO, oltre ad apparire più attuali e validi che mai, riescono a trasmettere le reali tensioni che muovono ancora, dopo più di vent’anni, i Vivere Merda nel suonare hardcore con tutta la rabbia e la passione che hanno nel cuore. In fin dei conti, per concludere la “recensione”, questo “Noi non ci saremo” non è altro che l’ennesimo disco che i Vivere Merda dedicano, con rabbia e con amore, a tuttx i/le punx!

 

Culto del Cargo – Memorie in Lingua Morta (2020)

Ma che vita è la nostra? In questo pianeta di fabbriche e cimiteri, il cervello sciopera.

Il gruppo di cui vi parlerò oggi è da anni uno dei miei preferiti all’interno della scena hardcore italiana, tanto su disco quanto in sede live (visti infinite volte sempre volentieri) dove riescono ad essere ancora più devastanti e brutali. Il nome stesso del gruppo in questione ha sempre catturato il mio interesse da wannabe antropologo e affascinato visto che riprende un termine utilizzato per descrivere un particolare culto millenarista sincretico apparso in alcune società e culture indigene della Melanesia. Ho pensato spesso di recensire i loro primi due lavori in studio, il demo del 2011 e il successivo Nel Nome della Tecnica l’uomo macina carne, ma per mille motivi ho sempre procrastinato. Fino ad oggi, visto che finalmente mi trovo a scrivere i miei pensieri e le mie impressioni in merito al nuovissimo album in studio intitolato Memorie in Lingua Morta, disco che attendevo da troppo tempo a dire la verità. Probabilmente arrivati a questo punto della recensione avrete già capito di chi sto parlando…

Memorie in Lingua Morta, si potrebbe tradurre sinteticamente come la solita mazzata annichilente di grinding crust hardcore firmata Culto del Cargo, che, dopo sei anni, tornano con la loro ricetta devastante come un uragano che si abbatte sulle nostre esistenze senza alcuna pietà e senza lasciarci momenti per riprendere fiato. Brutali e intensi, sempre animati da una palpabile rabbia bellicosa e selvaggia che emerge palpabile in ogni brano, i Culto del Cargo ricominciano da dove avevano interrotto, ovvero lasciando solamente cumuli di macerie e polvere al loro passaggio, ancora una volta, per l’ennesima volta. Anche questa ultima fatica Memorie in Lingua Morta è autoprodotta dal gruppo triestino, mantenendo così fede all’etica e all’attitudine do it yourself che dagli albori segna il progetto Culto del Cargo. Dodici schegge impazzite di rumore che affrontano argomenti classici per un gruppo crust-core, dalla critica all’alienazione capitalista all’invettiva contro la mercificazione e il consumismo imperante nell’attuale epoca della merce, dalla psicosi securitario-nazionalista che invoca a gran voce la costruzione di muri e la difesa dei confini ad un nichilismo in senso anarchico che attraversa e contraddistingue tutte le liriche del gruppo veneto. Nonostante le tematiche siano le solite e ricorrenti per un genere come il crust/hardcore, vengono però sviscerate con la solita qualità lirica e compositiva che contraddistingue i Culto del Cargo fin dalla prima demo e che io continuo a vedere come loro marchio di fabbrica.

Il disco si apre con la furia devastante di una traccia come“Nella Sicurezza di un Nuovo Medioevo”, una vera e propria mazzata in pieno volto che lascia immediatamente inermi prima di venire travolti definitivamente da un vortice di riff grind/crust-core senza via d’uscita e da una batteria brutale che ti martella il cervello fino a sbriciolarlo. E il copione, o meglio la ricetta dei Culto del Cargo, prosegue su queste coordinate anche con la seguente “Autopsia sul Cadavere del Capitalismo”, altra traccia furiosa e selvaggia che deflagra senza mostrare alcuna pietà. Una doppietta iniziale che, per la sua estrema intensità e la sua istintiva furia selvaggia, si presenta ai miei occhi e alle mie orecchie come una dichiarazione di guerra  verso tutto e tutti, una promessa di distruzione totale a cui nulla può sfuggire. Una delle mie tracce preferite è invece “Massa contro il Muro”, accompagnata da un titolo e un testo che citano a più riprese l’iconico “La Classe Operaia va in Paradiso” di Elio Petri con protagonista il grandioso Gian Maria Volontè, brano attraverso il quale i Culto del Cargo muovono un’aspro attacco all’alienazione lavorativa e al mito della produttività capitalista che sacrifica tutto, tanto l’essere umano quanto l’ecosistema e gli animali, sull’altare del profitto di pochi. Tracce come “Muri più Alti” o “Il Boia Perfetto” erano invece già state pubblicate in precedenza su compilation benefit come Non Un Sasso Indietro Vol. II (benefit a sostegno della lotta contro frontiere e CIE/CPR) e Asfissia – Compilation Ardecore Benefit (a sostegno di Radio Blackout), a voler sottolineare che l’hardcore per i Culto del Cargo non sia solo musica ma anzitutto un mezzo con cui lottare ed esprimere la propria solidarietà e complicità con chi lotta contro questo esistente fatto di carceri, repressione, controlli, frontiere e sfruttamento. Potrei continuare a scrivere altre infinite righe per parlare di brani come “Come in un Gioco di Specchi” o “Il Futile Indispensabile”, ma credo sia del tutto superfluo perchè il mio consiglio, arrivati a questo punto, è solamente uno: correte ad ascoltare questo Memorie in Lingua Morta, fatevi prendere a pugni dal bellicoso quanto annichilente grind-crust-core dei Culto del Cargo e compratevi il disco senza indugiare oltre!

I Culto del Cargo dimostrano ancora una volta, come se ce ne fosse bisogno, di essere una garanzia in termini di attitudine, brutalità e qualità. E questo nuovo Memoria in Lingua Morta è probabilmente il disco più sincero, intenso e politico pubblicato in ambito hardcore di tutto il 2020. Il delirio rende liberi, la mia felicità è ancora il vostro patibolo.

 

Calvana – IɅ (2020)

Spesso il black metal ha dimostrato, soprattutto nell’ultima decade e specialmente nelle sue impersonificazioni più atmosferiche, un forte legame intimo e quasi ancestrale con il territorio, con la natura, con i paesaggi e di conseguenza con tutto un contorno di storie, folklore e leggende legate profondamente all’elemento naturale del paesaggio, che fossero montagne, foreste o quant’altro. Elemento naturale che, per quanto possa apparire iper abusato, ammetto di aver sempre preferito rispetto alle trite e ritrite tematiche legate ad un satanismo poco ispirato e solitamente di natura emulativa. Non ha mai fatto eccezione di ciò nemmeno la scena black metal italiana degli anni più recenti, basti difatti pensare ad un progetto come i piemontesi Enisum che fin dal nome scelto richiamano il monte Musine, montagna situata al principio della Val Susa.  Anche il gruppo di cui  vi parlerò nelle seguenti righe infatti prende ispirazione dall’elemento territoriale montano, difatti il nome del gruppo autore di questo “IɅ” richiama la Calvana, una catena montuosa appartenente all’Appennini e situata sul confine tra Prato e Firenze. Eccoci dunque giunti, dopo questo estremamente lungo excursus introduttivo, a parlare dei Calvana e del loro black metal condensato in questa prima fatica rilasciata a maggio.

 

Iniziamo dicendo che sul progetto Calvana e sulle entità che si celano dietro ad esso le informazioni biografiche scarseggiano, amplificando in questo modo una certa sensazione di mistero e oscurità che a dire il vero aleggia costantemente sull’intera loro proposta musicale, lirica e di immaginario. Proseguiamo spendendo due parole sull’artwork di copertina che, dominato dai colori rossi e neri, sembra raffigurare una vegetazione boschiva che si staglia su di un crinale montano. A differenza di moltissime altre copertine black metal che raffigurano maestosi paesaggi naturali, qui la volontà del gruppo sembra tendere verso pulsioni maggiormente minimaliste e in un certo senso di mistero, dato che comunque l’artwork appare volutamente come se fosse rovinato rendendo dunque più complesso capirne il soggetto. Resta certamente un opera grafica di assoluto valore e dai toni estremamente evocativi, perfetti, finalmente, per introdurci all’ascolto delle dieci tracce che compongono questo “IɅ” ; dieci tracce dai titoli criptici che, nella mia ignoranza, ho percepito come molto vicini ad un certo simbolismo esoterico.

Sul lato prettamente musicale, la proposta dei Calvana è caratterizzata da un black metal brutale, furioso, tempestoso di chiara ispirazione old school, capace di riportare alla mente in più momenti e passaggi tanto i maestri Mayhem quanto le pulsioni più gelide e malvagie di certi Immortal. L’album si apre con una batteria assestata su ritmi blast beat forsennati e senza pietà che ci danno immediatamente un assaggio di quello che ci troveremo ad ascoltare e che ci divorerà l’anima per i prossimi 56 minuti. Le vocals, al contrario di quanto uno possa aspettarsi, sono meno classiche del previsto, discostandosi da un tipico screaming lancinante e glaciale per lasciare spazio a una voce si sofferta ma cavernosa sullo stile dei Blood of Kingu (band nazi di merda), quasi come se provenisse direttamente dagli inferi più reconditi o dagli abissi più profondi. Altro elemento caratterizzante il sound dei Calvana è certamente l’estrema qualità e l’ispirazione nel riffing che, in alcuni passaggi, regala dei tremolo picking che sembrano usciti direttamente dalla scena norvegese degli anni 90. Il black metal del gruppo fiorentino, mano a mano che ci si addentra nell’ascolto delle varie tracce, tende a costruire un’atmosfera che si fa progressivamente più opprimente e soffocante, dando la reale impressione di non avere un momento per tirare il fiato, rendendo impossibile di fatto accorgersi del vortice di oscurità e angoscia che ci sta lentamente inghiottendo. E’ dunque un black metal che tendo a definire atmosferico, anche se con questo termine non intendo certamente un sound caratterizzato da passaggi acusitici, ambient o sinfonico-melodici, perchè i Calvana non conoscono momenti di quiete ma esclusivamente assalti tempestosi votati alla distruzione e all’annichilimento più totale, e sanno creare perfettamente questa atmosfera di impotenza e totale balia di forze oscure superiori e a trasmetterla all’ascoltatore.

Se cercate, nel vostro peregrinare oramai senza meta rischiando di affogare tra la marea di uscite praticamente giornaliere che caratterizzano la scena del metallo nero, un ottimo disco di black metal che dimostra una profonda ispirazione, un’elevata conoscenza della materia da parte di chi lo suona e sopratutto una capacità di destabilizzare e trasmettere sensazioni di angoscia e costante mancanza di fiato, questo “IɅ”  dei Calvana è quello che fa per voi.

Misteriose entità si aggirano, ululanti la loro sofferenza, tenendo alta la nera fiamma del black metal tra la brulla vegetazione dei monti della Calvana. Lasciate ogni speranza viandanti sfortunati che vi imbatterete in queste fameliche creature pronte a trascinarvi con loro nell’oscurità eterna. 

Necrot – Mortal (2020)

Is the smell of our world falling under the greed and senseless pride of men. It is the stench you smell in the morning when you realize that outside your door is nothing but ugly humans ready to deceive, steal, or even kill for a little more power or money…

Chi segue Disastro Sonoro, così come chi mi conosce personalmente nella vita reale, sa benissimo quanto io sia affezionato e debba molto al death metal, in quanto genere che mi ha accompagnato negli anni e ha giocato un ruolo fondamentale per lo sviluppo dei miei gusti musicali in ambito di metal estremo. Ancora oggi il death metal, tanto quello old school anni novanta quanto le nuove uscite più underground, occupa assiduamente i miei ascolti. Proprio per questo oggi mi trovo costretto dal cuore a parlarvi di uno dei gruppi più interessanti partoriti dall’underground death metal statunitense negli ultimi anni e che risponde al nome di Necrot. Con questo nuovo album intitolato semplicemente Mortal, che finalmente da un seguito al devastante Blood Offerings del 2017, disco che aveva posto il gruppo di Oakland sotto l’attenzione di tutti gli amanti del death metal più marciulento e dalle sonorità old school, i nostri riprendono da dove avevano interrotto riuscendo contemporaneamente ad alzare l’asticella e ad evolvere (prendete assolutamente con le pinze questo termine) ulteriormente il proprio brutale sound. Aspettate un attimo, stiamo pur sempre parlando di un death metal con le radici profondamente piantate nella vecchia scuola, ma su questo Mortal i nostri sembrano aver preso maggior ispirazione dal sound disturbato, angosciante e rallentato degli Autopsy, dal riffing dei Dismember (una traccia come Asleep Forever è iconica di quanto appena detto) o da un certo groove che mi ha ricordato in alcuni casi addirittura la proposta putrescente degli Asphix, così come un certo modo di intendere e suonare un death metal asfissiante e opprimente di tradizione finlandese. Il tutto suonato dai Necrot con una vena maggiormente stench/crust rispetto al passato, capace di portarmi alla mente in alcuni momenti echi lontani di certe sonorità care ai Sanctum o agli Stormcrow (può fungere da esempio perfetto una traccia del calibro di Stench of Decay), probabilmente dovuta anche all’esperienza di Luca con gli Acephalix, altro ottimo gruppo della scena underground della Bay Area che da sempre è autore di una miscela devastante quanto mortifera di death metal old school e affilato crust punk. Mortal si apre con la doppietta formata da Your Hell e Dying Life, un biglietto da visita brutale e opprimente che mette fin da subito in chiaro il duplice intento dei Necrot, ovvero privarci delle energie lasciandoci inermi a livello fisico e annichilirci profondamente a livello psicologico. Il death metal dei Necrot, ormai giunti a piena maturità, è una carcassa in putrefazione che emana un fetore di morte e ci regala immagini di declino di una civiltà umana ormai allo sfacelo più totale, un’enorme necropoli a cielo aperto infestata da vivi morenti felici di sguazzare nella rovina che si sono autoimposti e nel collasso a cui si sono condannati. Sette tracce (per quasi quaranta minuti) ricche di momenti davvero ispirati a tutti i livelli, dal riffing alle vocals, che irrompono devastanti sotto le sembianze di invettive iconoclaste nei confronti dell’umanità e della sua civiltà ormai destinata irrimediabilmente a crollare su se stessa e divenire polvere.

Mortal ci da la riprova definitiva del fatto che i Necrot siano ormai uno dei gruppi più interessanti, devastanti e completi del panorama death metal underground e non solo. Faccio davvero fatica a trovare altre parole da aggiungere, dunque non posso che limitarmi a consigliarvi di correre ad ascoltare il disco e abbandonarvi totalmente nelle viscere putrescenti e nell’atmosfera mortifera creata dal death metal vecchia scuola suonato dal gruppo di Oakland. Tra vent’anni penseremo a questo Mortal come ad un classico del death metal degli anni ’20 del duemila, ne sono certo.

 

Suffering Reborn…- Intervista ai Carcinoid

Per la prima volta da quando Disastro Sonoro prese vita, nel lontano 2017, sotto le sembianze di blog/webzine, mi trovo ad ospitare e pubblicare un’intervista non scritta da me. Sono però molto orgoglioso e altrettanto felice di poter lasciare spazio su queste pagine virtuali all’intervista fatta agli australiani Carcinoid (uno dei migliori gruppi doom/death attualmente in circolazione) dal buon Francesco, intervista che sarebbe dovuta uscire, in origine, per Blogthrower, blog estremamente interessante per tutti gli/le amanti dell’underground in tutte le sue forme che però per il momento si è preso un periodo di pausa. Nelle righe che seguiranno vi troverete ad affrontare un’intervista impegnativa per la lunghezza, ma al contempo ricca di spunti nelle risposte e nelle domande sempre ben curate e dunque, in sintesi, davvero molto godibile. Nonostante abbia anche la versione in italiano, penso sia più importante e valido riportare l’intervista in lingua inglese in quanto credo possa rendere meglio l’idea dei toni e delle sfumature delle risposte rilasciate dai Carcinoid. Infine, ci tengo a ringraziare nuovamente Fra per aver pensato a Disastro Sonoro come piattaforma attraverso cui diffondere questa intervista che ha richiesto, da quanto so, molto tempo e un discreto dispendio di energie. Lunga vita all’underground e al supporto reciproco tra chi si sbatte per il metal e il punk senza finalità di profitto! Vi lascio finalmente alle parole dei Carcinoid… Suffering reborn!

Who came up with the idea of founding Carcinoid?

Az: Jess and I came up with the idea of doing a band together that fit influences we were both into. Jess has more doom influences and I have more metal influences so we thought death/doom was the way to go. Then we started writing together and then Josh was keen on doing vocals and we tried out some drummers and Carter was the best fit for what we are going for.

In which moment of your lives did you fall in love with horror themes? And what has been the first time in which you encountered the real horror, the true suffering?

Az: I guess all members all gravitate towards the darker things/side of life. I guess suffering from depression and wanting to die at a young age… 

Tell us about the differences between the writing and recording process for the demo and for the album, if there are any.

Az: On the demo riffs were written by Jess and I, more or less equally, as usual. On the album, instead, Jess wrote a bit more than me. She has always been great at structuring and the flow of songs. On the album tracks we tried to combine our riffs together on each track to help it become more interesting. We also went for a more straight forward approach on the demo. but we definitely tried to push ourselves musically on the album tracks.

Jess: Carter always has input on riff structure and variation too. He recorded both the demo and the album but the difference was we used a 4 track on the demo and an 8 track on the album to be able to add more channels and variation to the resulting sound.

Talking about sound, it’s quite unique and the guitar tone is MASSIVE. Do you think the secret is a matter of gear and settings, a charismatic player, a really good producer/studio or a mix of all of this?

Az: Cheers dude. Over the years I’ve been driven more to thick tones that really drive the riffs home. I just think over time I found exactly what sound I wanted. I get my tones down through my amps (Peavey 5150’s) as I’ve been in love with them since a teenager, apart from that I don’t use pedals for my sound. Just my amp, pickups and guitar tones get exactly what I want. I think believing in what you do, being confident and self expression developed over time is the secret. You can tweak your sound in the studio but it’s good to have a great sound straight up which makes the producer studio scenario a lot easier.

The album is recorded live (and it makes sense: given the raw energy and organic sound of it all)! That’s something not that common these days, but a wise choice. Did you record the demo that way as well? Also, how much takes have you done per track, more or less? And anyway, that means there is no double-tracking for the guitar, right? Was it ALL recorded live (vocals included, I mean) or did you add something later? Tell us more about that choice and the process behind it and if you think it payed off.

Az: We recorded all the music live minus the vocals and the occasional guitar overdub. What you hear on the recording is exactly what was played in the room together. Carter, Jess and I especially all love old style recordings. We didn’t doubletrack the guitars either. It has a nice feel mistakes and all as a lot of metal these days is super polished and every mistake is punched in and fixed. We definitely did not want to record that way. We have been really happy with how the recordings have turned out.

One of the first things that come to mind, right from the first seconds of Sorrow is this funny question, though: is there really ANY treble (drums apart) in the guitars and bass?

Az: I have some treble in my tone as we are tuned pretty low just so there is some separation between guitar and bass.

Jess: My treble is turned to the maximum on all of the recordings but we are tuned pretty low also. I like it that way so it cuts through the mix. I hate a washed out bass tone in metal.

The bass tone is very present all over ”Metastatic Declination” and it seems like it plays a big role in making everything sound heavy, fat and mournful. It’s got a really nice growl, much oomph and it complements the swamp-ish guitar tone really well! Was the idea of a very loud bass in your mind from the start or you simply found a great tone to go with and decided to put it higher during the recording process? Also, was the growl in the bass tone something you already wanted to achieve or have you tried different sounds and tones before finding the right one? It sounds like the guitar tone was one of the key elements since the forming of the band, but what about the bass?

Jess: Since Aaron and I forged the band together and both write the riffs it sort of eventuated that the sound was equal guitar and bass volume. As mentioned above I hate a washed out bass tone so I like having it loud in the mix, I think it sets us apart from other metal bands also and adds another layer of heaviness. I’ve used several basses and pedals before- I used to play a rickenbacker in my other band but I am happy with the tone I achieve with the japanese 80’s fender jazz specials I use and combined pedals which provides lots of grit and toughness which I think suits our sound.

What do you think of the relation between sound and songwriting? Not every sound is suitable for every style, so of course you’ve gotta find a tone that works with your type of riffs.
Entombed is great, for example, but I’d never listen to a Judas Priest record with those chainsaws (although that’d be funny, for a few minutes!)…

Az: I think that’s a good point as in any band I’ve been in the tones are never the same as I tweak it to suit the sound and the vibe we are going for.

Jess: I think it is very important to have good tones that suit the style of music you play. I love my bass tone and think it fits really well with our sound, being tuned really low and having loud bass for the slow heavy parts but enough treble that cuts through the mix in the faster riffs.

Dread, the intro out of Metastatic Declination, is made by Xavier Irvine, which is your producer. Listening to it, I feel some heavy John Carpenter and even Fred Myrow vibes (in this case, Phantasm in particular, which we all know very well thanks to Entombed)! Did he create that intro by himself and you liked it or you worked on it together?
Or did you give him loose directions and then he did his thing? Was it intentional to evoke a sort of Carpenter/Phantasm atmosphere?

Az: I’ve been a fan of Xaviers synth work for a while as I’ve seen him do it live. When we locked him in to mix and master the album I asked him if we could do a intro. Josh suggested something John Carpenter and I wanted something 80s style we had a few ideas but Xavier pretty much nailed it straight off the bat. He worked with us and tweeked it a litle to get the final track.

Do you still play live the demo songs too? For example, Red Mist Descending is such a filthy heavy track, it’d be a shame to let it go lost so soon!

Az: Yeah we still do, mostly Red Mist Descending, we need to bring the other two back a bit more though haha.

Are the demo tracks and those of Metastatic Declination born in the same period or are they fruit of different states of inspiration?

Az: The tracks on the demo are in order of when they were written. Then the album tracks kept coming and we used all the next tracks we had written on the album.

Lyrics should always be a pretty important part and definitely something to consider, in music. Do you agree? Do you give them importance and therefore live with the eternal struggle of dissatisfaction for your own work, wishing it to be always more original, evocative and overall better? I think that your lyrics really exhale passion and dedication, instead of just being no-sense and soulless, generic metal lyrics written just because you’d have to sing something. They really enhance the oppressive and claustrophobic vibe that the music conveys and they’re quite evocative, indeed!

Jess: Definitely, I feel if you have great music and boring or bad lyrics it takes you down a level. Josh is a great lyricist and embodies struggles that we all have encountered. He bares his soul in what he writes about, not just generic death metal themes which I think is important and makes things seem more interesting and real.

You’ve got some amazing artworks on both of your works and the style is consistent. The question comes natural: who is this artist and will we be able to see more of his/her work on your future records? Is he/she ”part of the band” (in a sense that he/she’s an integral part to your band image and you’ll stick with that for the next artworks) or do you strive for variety?

Jess: Travis Papkey designed the demo art and Necrofrost designed the album cover. We like using different artists who embody raw, grim death vibes and fit our music. Even though we love both of these artists, we will probably use someone different for the next release as we also like to use up and coming artists to help with their exposure also.

In the cover art for your demo there are two tombstones, seemingly with something carved on them. One seems to say ”I bear”, but the rest of it is covered. The other says ”R.I.P. 1846 – 1996” or something like that, if I’m not wrong. Would you like to explain this and its meaning or do you prefer to keep it cryptic and open to interpretation?

Jess: We have never picked up on these details so you are very observant to notice! It’s all on Travis Papkey who designed it so maybe ask him, there may be a cool meaning behind it

The artwork on the demo features all kinds of tortured humans (or ONCE humans) and depictions of suffering. Three of them also have lots of needles on them. The artwork for Metastatic Declination, on the other hand, is more classic but still very filthy, rotten and more putrid than the average death metal release. Overall, the band philosophy seems to tackle nihilism, existentialism, death, horror, self-destructive behaviours, despair and decay.  But is there a slight shift on themes and image or could addiction still be considered a form of inspiration (if it ever was, anyway)?

Jess: I don’t think addiction is an active theme in the album, although it could be an underlying theme. We all have health issues past and present so I think the anguish, pain, anxiety, trauma, feelings of hopelessness and loathing ect is expressed in the lyrics and the music throughout.

The artwork for the album we had the idea based on gravediggers and hauling skeletons out of the ground. We thought it would be a really dark, grim idea and Necrofrost executed it well.

Along with the notable punk influences in your music, I think that the filthier imagery and themes we just talked about more or less link you to stenchcore. Although you aren’t, you’re closer to that genre than most other death metal bands. Do you know stenchcore? And what do you think of it?

Az: I’ve never heard of it, but I’m definitely influenced by a lot of punk stuff.

Something funny is that one of the best and ”biggest” stenchcore bands around published something with Memento Mori too, including a repress (for the first time on CD) of their latest LP, that came out lately. It also shares something with you name-wise: Cancer Spreading!

Jess: Have not heard of them. Will have to check it out!

I bet you love crust punk, too. There is that kind of filthy vibe, mixed with the punk influences… tell us about it. Are you into Amebix, Deviated Instinct, Doom, etc. as well then? And what are some of your favourite hardcore punk (or any of the subgenres) bands?

Az: I’m a big fan of a lot of different punk stuff, I listen to punk more than metal a fair bit of the time or more punk influenced metal. Lots of grind stuff, Napalm Death, Repulsion, Righteous Pigs, Black Flag, Discharge, Dr. Know, The Meanies, Massappeal, Ramones, Wipers, Sonic Youth. I like all the 70’s stuff, UK82, american stuff, australian stuff, pop punk, garage even a bit of ska. So yes lots of punk stuff haha.

Jess: I like Amebix and bands like Dystopia and Disrupt a lot, more on the sludgy, crusty side of things rather than hardcore and draw influences from that stuff.

Influences… let’s get deeper into that. I noticed your post on Facebook about your 10 favourite guitar influences. Tom G. Warrior, Greg Ginn, Tony Iommi, Max Cavalera and Pintando/Harris seem to be the most obvious. But there are also some more obscure or unusual ones in there, like the Moore/Ranaldo combo, Page Hamilton and Heath Smith. Would you like to narrate us your first encounter with those which you consider to be most important (I guess Tom G. warrior, Greg Ginn and Pintado/Harris) and how do you think they influence your music?

Az: Well Heath Smith is my older brother, my dad was married before he married my mum and had two children in his previous marriage. Heath lived with my parents when I was a baby until I was about 5 then lived with us on and off till my late teens. He is a massive music fan and played in metal bands. He exposed me to Thrash, Death Metal, Glam and Grunge from when I was a toddler.

So I grew up on all that stuff and I used to hang with him a lot, watch him jam, play guitar, talk about bands and music and I got to see him play a few times when I was in primary school.

I knew from a young age i wanted to play music and became obsessed. He is my overall biggest influence and taught me how to play guitar when I was a teenager and [so I] saved up for my first guitar. So I was exposed to most of my influences through him and a music tv show in australia called “Rage” which I used to record on vcr and watch the music videos I liked.

When I was a kid my fave bands were probably Motley Crue, Metallica and Nirvana. I guess any guitarist I like, I take things from their style and make it my own, it could be tones, picking, amps, guitars, feedback etc etc.

Tell us about the importance of Greg Ginn in particular and the overall importance of hardcore punk for your playing style and for the music of Carcinoid too.

Az: I really like the weird jazzy runs he does and I love his riffing, it was punk but it sorta had a dirty metal vibe I like a lot.

Hardcore is a big influence on my style i love the passion, values, aggression and feel, I find I like metal that has more of a punk influence and attitude overall.

I’ve played in a hardcore band in the past, and used to spend a lot of time in the DIY punk scene in melbourne and always enjoyed that more than the metal scenes here generally.

Also… do you think that some Sonic Youth influence somehow made it into Carcinoid?

Az: I love a lot of noiserock, sludge and grunge stuff. The feedback and noise parts they do and a lot of other bands I like that have that kind of stuff in their music definitely influence that side of carcinoid. 

Bury the Existence, Dungeons of Blood, Xenos, Hobo Magic, Reaper, Creep Diets, Spawn and god knows which other bands am I forgetting: before Carcinoid there were these in your lives, from metalcore to stoner, up to beloved death metal. Do you still like your old creations? Did you know each others already when you weren’t together as Carcinoid yet?

Az: Yeah of course, I have pretty broad tastes in music and I normally like doing a different style in each band I do. I’m proud of most things I’ve done, some stuff I listen to now and don’t like that much but it’s all part of my journey and has helped pave and develop to what I do today. Every time I do a different styled band and play with different people I learn and develop things which I really enjoy.

Jess: I still like the music I created in Spawn (psych/doom) although whilst I was doing this project I was always yearning to do something heavier and have definitely progressed a lot musically more than when I was in that band. I met Josh probably 5 years ago through going to metal gigs and mutual friends. Me and Aaron had known each other for about a year before starting the band together. We met Carter when he tried out but I had been to a lot of gigs to see his previous band, stoner/psych Hobo Magic.

Think again of those moments and band that I mentioned earlier. Would you ever have thought that one day you’d have been founding a band like Carcinoid? Were there presages of what would have been?

Jess: I thought I would start more of a grim sludge/doom band rather than death/doom but it’s worked out that way because me and Aaron wanted to start a project together and when we started carcinoid then things took off. I’m really happy with how we’ve progressed in such a short time, the chemistry we all have together as a band working together and the sound we have established.

Az: Yeah for me I really wanted to do a band with Jess and I liked a lot of death metal (and I had not really done that style before).
We wanted to bring our tastes and ideas together to make a cool combo of Doom and Death stuff garnished with our other influences.

What do you think Blood Incantation has that other bands don’t have? What is the feature that made them so popular, especially in 2019?

Jess: They are pushing the boundaries in terms of how modern death metal is progressing. In their writing of the new album I think they tried to incorporate a lot of different elements rather than the usual in death metal. I really like them a lot. We were very excited to be announced to share the stage with them later in the year. Hopefully it still happens.

Blood Incantation or Spectral Voice?

Jess: I like both. But would probably say Spectral Voice. They have a lot more dissonant doomy vibes that I am a big fan of. We saw them at MDF last year. Amazing!

Az: I hear a lot of newer bands through Jess but I always go back to all the old school stuff it really clicks with me. I haven’t really got into either band TBH, nothing against them though.

Another (web but not only so) phenomenon has became Sanguisugabogg. How do you explain their success? Because ok, they’re subject of memes on social networks, but in March they’ll do a tour with Undeath, Vomit Forth and Graveview, with barely one published demo (that flied off the shelves).

Jess: I like them, I have heard their music but I don’t know much about their back story or the band.

What is your relationship with Japan like? You felt really good on your tour there, but why have you chosen that nation particularly, even before traveling Australia properly?
Are you fan of japanese hardcore and metal bands?

Jess: Japan was awesome! We had such a good response there. It’s pretty close to us compared to the US or Europe so that’s why we chose there first also we have mostly already toured Australia with our previous bands. There’s so many bands we love from Japan – Coffins obviously, evil, transgressor, anatomia, Nepenthes, Church of misery, Eternal Elysium, SOB, fuck on the beach, unholy grave.

Az: I love Japan it is one of my fave places in the world, I had been there twice on holidays prior to the tour. That tour was amazing and the people were awesome. I never thought I’d get the chance to play there, I guess the opportunity came up and we weren’t gonna say no. We have plans to play more places in australia once we can. Yes I am, Some of my fave japanese bands are Coffins, Melt Banana, Transgressor, S.O.B., Unholy Grave, Fuck on the Beach and probably lots more I’ve forgotten haha.

Australia’s fires have been devastating and you have also played benefit gigs for fundraising. How are you living the situation? I believe that one of the most heinous aspects is the storm of fake news about it, from racists spreading rumors of pseudo-firestarters with arabic names to climate change deniers.

Az: The bushfire situation was a pretty fucked time fortunately we were not affected, but there were people who died or lost everything. The least we could do was do something to help raise some money to help. We have a big issue in australia with the right wing government being in power and supporting fossil fuel and trying to dance around the climate change issues, whilst avoiding the switch to more green energy. I’m no expert on the situation but there is a lot more that could be done to help the situation, from looking to the indigenous for more implementation of traditional burning that has been done for at least 66,000 years. Corporate greed and ties with companies that destroy the earth seem to be supported over more sustainable options in australia which I find very upsetting. 

”In the hollows of the dead we crawl and we stumble, looking for salvation but only finding dust and rot. We try to survive, but we’re already dead.” You close ”The Drowning” with this statement. While reading the lyrics, I thought it was just printed in the booklet without being said in the song, but it’s in there too. It sounds, indeed, like a statement. So, do you actually live the day? Do you indulge in hedonistic lifestyles because, indeed, this might be our last day and we wouldn’t even know? What do you think of health-fanatics? Avoiding everything ”bad” to stay healthy, but they might get hit by a bus while crossing the street. And what’s the point of dying all good and preserved, after all? You die anyway.

Josh: It’s just something that ties in with the whole concept of the album. Despite our best intentions, we’re drawn to destruction and decay.

Is weed legal in Australia? I did a (VERY) quick research on Wikipedia and it seems like its history is troubled. Are you and/or others in the band regular users?

Az: Weed is legal to grow in ACT. In the past I think it was legal to grow in S.A. (South Australia). I’ve heard Australia has a high ratio of users compared to a lot of other countries.
I guess you could say it’s troubled here as it’s still illegal overall. Some members use, I go through Phases of regular to not so regular use.

Jess: Weed has just become legal to grow as of the start of this year in ACT (Not our state). Two plants per person or 4 max per household. Hopefully this changes for Victoria asap! haha

Weed or alcohol? And why?

Az: That’s a tough one. I do love having a beer at home or at shows or whilst I play. But I have big problems playing stoned. But to chill and relax definitely weed over booze!

Jess: Weed at home. Alcohol at gigs!

Do you think that metal circles are inclusive or that there are still ideological barriers to break down?

Jess: Sometimes. It really depends on the people. Some people are great, some are not so I don’t think its fair to make generalisations about all metal circles. I feel it’s harder for women in the metal scene to feel included or taken seriously sometimes – based on my own experiences it feels very male dominated at times. But of course this has changed in the past 30 years, and hopefully continues to do so. I think everyone deserves to be treated as equals and to enjoy metal regardless of gender, race, sexuality, ect. so this should not matter but sometimes metal circles can exclude people based on these factors.

Az: I find some metalheads are very backward in their views, which I can’t stand, I have seen and heard a lot of racist, sexist, homophobic and transphobic stuff occur.
Which gives metal a bad name. I understand it’s not everyone but it ruins it for everyone else, metal shouldn’t discriminate it is a universal music that brings people together worldwide. Why add all this unnecessary hate of people in the mix.

This one is hard. Best Coffins album and why?

Jess: Buried death. It is the first one I heard years ago and is still my favourite. Classic.

Who has been really ingenious within death metal for you?

Az: I guess bands that are really original or incorporate other styles into their music, Cannibal Corpse I think were really groundbreaking especially the drumming, morbid angel, death, obituary, napalm death on harmony and utopia, and more experimental stuff like Alchemist, Nocturnus, Human Remains, early Fear Factory etc etc

Tell us your Top 7 zombie movies! (Spit a bonus of 3 horror movies of any kind as well, if you want!)

Jess: I don’t watch that many movies! Josh is really into a lot of B-grade horror stuff

Josh: Top 7 Zombie Movies:

Tombs of the Blind Dead
Braindead
The Return of the Living Dead
Re-Animator
Rec
The Beyond
Poultrygeist: Night of the Chicken Dead

You have announced two tours outside of Australia for 2020. Europe and USA? Give us some steady points of your future. Like the split with mighty Charnel Altar.

Jess: We were set to play Killtown in Denmark and do a couple of weeks in Europe in September, but obviously because of Covid-19 everything is up in the air and we don’t know how long travel bans will be in place. We are taking the time to write new material and hopefully play some more shows around Australia this year if we cannot leave the country. We are dying to play in Europe and the US soon so hopefully it’s on the cards for the future…… 

Absolut Country of Sweden

 

Nell’ultimo periodo di questa ennesima estate terribile fatta di lavoro e zero vacanze, mi son ritrovato spesso ad ascoltare tre dischi usciti nel corso di questo tragico 2020, accorgendomi solamente in un secondo momento si trattasse di tre lavori provenienti dalle lande svedesi, nonchè tutti e tre prodotti da e pubblicati tramite la Phobia Records, etichetta diy maestra nello scovare, produrre e supportare quanto di meglio ci sia attualmente in giro in ambito d-beat/hardcore e crust. Questa ennesima tormenta di furioso vento scandinavo proveniente dalla Svezia mi ha dunque invogliato a scrivere le righe che state leggendo, per il semplice fatto che l’hardcore/d-beat (qualcuno lo definirebbe kangpunk) svedese ha sempre ricoperto un ruolo importante all’interno dei miei ascolti (Avskum e Anti-Cimex su tutti) e rimane tuttora uno dei sound che maggiormente apprezzo all’interno del vasto panorama hardcore punk. Dunque, per farla breve con questa introduzione tediosa e futile e per lasciare finalmente spazio alle “recensioni” e alla scoperta dei protagonisti di questo articolo, ecco a voi tre nuove uscite che, pur senza inventare nulla di nuovo, vanno a dare nuova linfa alla scena hardcore/d-beat svedese. Tre band e altrettanti dischi che potremmo definire assolutamente rappresentativi delle varie e per certi versi, anche se in minima parte, differenti tensioni che hanno animato nei decenni la scena d-beat/punk svedese, e che, pur mantenendo un’iconico quanto seminale swedish sound,  riescono nell’ardua impresa di non suonare tutte completamente uguali, regalandoci così tre lavori estremamente godibili e pregni di quell’attitudine e quel sapore old school che non stona veramente mai. In poche parole, Absolut Country of Sweden… Niente di più, niente di meno.

Exploatör – Avgrundens Brant

Gli Exploatör sono un “super gruppo” della scena hardcore/d-beat svedese; tra i componenti troviamo infatti gentaglia già attiva in gruppi come Warcollapse, Disfear, Dischange e soprattutto Totalitar. Non a caso i Totalitar appaiono fin dal primo ascolto come la principale e viscerale influenza degli Exploatör, e questo nuovo disco ha il grande pregio di riuscire a trasmettere la stessa attitudine e le stesso sapore di quei due classici della scena hc svedese che rispondono al nome di Ni måste bort e Sin egen motståndare. Un disco che, per via del sound e dell’approccio del gruppo, potrebbe addirrittura sembrare prodotto e registrato tra la fine degli anni 80 e l’inizio dei 90, ed è stata probabilmente intenzione del gruppo conferire al disco intero un aurea che richiama fortemente la vecchia scuola kangpunk svedese. Ammetto si faccia davvero fatica ad aggiungere altre parole per descrivere le dieci tracce che compongono un album solido e irruento come Avgrundens Brat, un concentrato rabbioso e appassionato di hardcore punk/d-beat in salsa svedese dal sapore profondamente old school e che, traccia dopo traccia, manifesta un amore sincero verso la fondamentale lezione che hanno lasciato i Totalitar (tra gli altri) sulla scena scandinava e su quella mondiale. In poche parole, se sentite la mancanza dei Totalitar e da anni siete alla ricerca di un gruppo degno di prendere il loro testimone, non ci sono dubbi, gli Exploatör fanno al caso vostro e dovreste correre immediatamente ad ascoltarli senza remore! Absolut T-beat worship!

Socialstyrelsen – Med Rädsla För Livet

Med Rädsla För Livet , è invece il primo full lenght in casa Socialstyrelsen, giovane gruppo con le radici ben salde nella tradizione crust punk svedese dei primi anni duemila. Partendo da sonorità che ricordano certe cose fatte dagli ultimi Avskum, i/le nostr* giungono ad un sound che li avvicina agli immortali Skytsystem e addirittura ai Martyrdod, tanto i più recenti quanto quelli di dischi come in Extremis o Paranoia, ovvero un d-beat/crust punk influenzato profondamente da tendenze che si potrebbero definire “neo crust” (termine che aborro) e da pulsioni dal sapore vagamente black metal. In questo quadro di sfumature e influenze, di tensioni e sonorità, i Socialstyrelsen riescono però a sintetizzare un sound quanto meno personale se non proprio originale, dimostrando una buona capacità compositiva, sopratutto per quanto riguarda alcuni riff veramente azzeccati, e grazie sopratutto alle vocals graffianti della cantante Hanna che rendono la proposto del gruppo svedese estremamente godibile e di assoluto impatto. L’attitudine e la sincerità con cui i/le nostr* suonano e interpretano i quattordici brani (alcuni addirittura anthemici come Alltid Knivfull) presenti su questo Med Rädsla För Livet sottolineano tutta la passione che muove i Socialstyrelsen nel spararci addosso questa tempesta di swedish crust punk che non lascia scampo e che per quasi ventidue minuti ci prende a cazzotti in pieno volto senza tregua, senza mostrare alcuna pietà o segni di cedimento. Crust punk ist krieg!

Parasit – Samhällets Paria

Ci troviamo dinanzi ad un altro gruppo pieno di volti noti della scena svedese (punk e non solo), visto che nei Parasit possiamo trovare brutti ceffi che suonano o hanno sunato in band del calibro di Asocial, Diskonto e addirittura nei death metallers Interment. Il sound dei Parasit, a differenza degli altri due dischi che abbiamo affrontato sopra, parte si da un’hardcore punk chiaramente di matrice svedese ma risulta più marcio, meno melodico e nel complesso dunque più pesante e sporco, come se la lezione seminale di band come gli Asocial o i Mob 47 fosse stata estremizzata al punto giusto, rimanendo su quel confine labile che divide i territori propri dell’hardcore svedese dai lidi dominati da sonorità metal più o meno estreme. Sono principalmente le vocals ad opera di Henke che in alcuni frangenti sembrano oltrepassare questi confini  per dar vita ad un’ibrido a metà strada tra uno scream vagamente black metal e un urlato più tipico del crust. Un suono crudo e rabbioso, dal riffing veloce quanto basta per dar l’impressione di venir travolti improvvisamente senza lasciar possibilità di prendere fiato e da una batteria serrata su ritmi principalmente d-beat che ci martella in testa fino sbriciolare la nostra mente e tutto ciò che la abita. Nessuna inversione di rotta significativa o chissà quale innovativa dose di originalità nel sound proposto dai Parasit, ma ancora una volta, in direzione sempre ostile, rabbiosa e convinta sulla propria strada, il gruppo svedese ci spara nelle orecchie a tutto volume una perfetta sintesi, furiosa e brutale, di tutto ciò che è stato il seminale e primordiale hardcore/kangpunk svedese. Citando proprio gli Asocial, band che al mio orecchio rimane la più viscerale influenza che emerge dal sound dei Parasit: “How Could Hardcore be Any Worse?”.

Mass Extinction – Never Ending Holocaust (2020)

Intersectionality is vital to any form of activism. While this album focuses specifically on the suffering of non-human animals, the message and lyrical themes extend to the victims of any form of injustice, prejudice, abuse, & exploitation. (Mass Extinction)
Anti-Human Crust Grinding Annihilation for Total Animal Liberation!

Partiamo col botto, alzando subito i toni: questo Never Ending Holocaust degli statunitensi Mass Extinction è senza ombra di dubbio uno dei migliori lavori usciti negli ultimi anni in ambito crust/grind. E le ragioni di questa mia affermazione sono molteplici e differenti, a partire dall’impegno politico per la totale liberazione animale che anima l’intera proposta dei nostri, enfatizzando dunque un’attitudine bellicosa e riottosa che avvolge l’intero lavoro e che trasuda da ogni singola nota di ogni singolo brano. Un sound quello costruito dai Mass Extinction che sintetizza nel modo migliore e più avvincente le migliore pulsioni del crust punk e le più brutali tensioni del grindcore, riuscendo a far emergere come influenze principali della loro proposta tanto gentaglia come Nasum e Enemy Soil quanto i canadesi Massgrave, oltre ai Disrupt e agli Extreme Noise Terror in quei momenti e in quei passaggi del disco che evidenziano un profondo legame con l’hardcore punk vecchia scuola, il tutto accompagnato da quell’irruenza espressiva, quella netta presa di posizione politica e quell’attitudine di protesta e rivolta che riportano alla mente in più occasioni gli immortali Dropdead. Un sound quello firmato dai Mass Extinction che, condensato in dieci tracce che assumono le sembianze di vere e proprie mazzate sui denti annichilendo qualsiasi tentativo di sopravvivenza, irrompe immediatamente in tutta la sua brutalità e furia senza pietà, lasciandoci inermi e impotenti dinanzi a queste urla disperate per la totale liberazione animale! Tracce come Doomed Species, la stessa titletrack o (A)bstain // (A)bolish possono essere descritte solamente come una scarica di pugni nello stomaco che tolgono il respiro.

Lo stesso titolo dell’album, così come l’artwork di copertina, manifesta una chiara volontà dei Mass Extinction di denunciare e sferzare un attacco diretto allo sfruttamento animale odierno (ma che ha una sua storicità secolare), frutto marcio di un sistema economico e di una cultura specista che vedono nell’animale solamente un altro soggetto da sfruttare e opprimere, così come da ingabbiare, torturare o da assoggettare per i “bisogni” dell’essere umano, in una gerarchia che di naturale non ha nulla e in cui il regno animale ricopre unicamente il ruolo di carne da macello da sacrificare sull’altare del profitto economico e dell’egoismo umano. Sono le parole degli stessi Mass Extinction che accompagnano l’uscita del disco a sottolineare come questo Never Ending Holocaust sia, negli intenti e nella pratica, una denuncia e un attacco contro la natura oppressiva dell’uomo nei confronti degli animali; difatti ogni traccia cerca di analizzare e affrontare un determinato quanto differente aspetto di questa relazione di oppressione e sfruttamento animale messa in atto dall’uomo in nome del profitto capitalistico. Un’attacco diretto e brutale contro l’industria del latte, i laboratori di cosmetici e farmaci che compiono disumani esperimenti sugli animali o gli allevamenti intensivi in cui gli animali nascono, “vivono” e muoiono in una “eterna treblinka” (per citare il titolo del libro scritto da Charles Patterson che ha ispirato le liriche dell’intero disco), e più in generale ad un comparto industriale-produttivo che si fonda sull’abuso e lo sfruttamento del regno animale. Dieci tracce di grind/crust-core annichilenti, dieci bellicosi inni di protesta e rivolta affinchè di ogni forma di oppressione e gabbia non rimangano che macerie. In estrema sintesi Never Ending Holocaust non è altro che l’essenza, perfetta quanto brutale, di quell’ “anti human crust grinding annihilation” di cui i Mass Extintion sembrano essere oggi gli indiscussi portabandiera.

Extreme Smoke 57 – Stage V: Salvation (2020)

Leggende del grindcore europeo e balcanico on the road dal lontanissimo 1990, lo spirito della vecchia scuola che non si assopisce e viene alimentato ancora da ingenti dosi di rabbia e da viscerale passione, una band che non ha alcuna intenzione di fermarsi o di cedere il passo al tempo che scorre inesorabile, ma anzi sempre pronta ad abusare delle nostre orecchie e a scaricarci nello stomaco mazzate di brutale rumore senza pietà. Questa è, in sintesi, la descrizione migliore per presentare gli Extreme Smoke 57 e introdurre la loro ultima fatica in studio, un’ep intitolato Stage V: Salvation che, per fortuna, non sposta di una virgola la proposta ormai monolitica e devastante che caratterizza da trent’anni il gruppo sloveno. Un concentrato del più sincero e primitivo grindcore che mostra ancora tutti i suoi intimi legami con l’attitudine hardcore punk, una ricetta quella degli Extreme Smoke 57 che appare implacabile, tira dritto tritando ossa e lasciando solamente cumuli di macerie al proprio passaggio. La pubblicazione dell’album è stata anticipata negli scorsi mesi dall’uscita di due brani inediti, “Deceived by Life” e “Human Meat Factory”, a parere di chi scrive due dei momenti migliori dell’intero lavoro, mazzate di furioso grindcore senza compromessi e che non guarda in faccia niente e nessuno, profondamente radicato nella vecchia scuola più underground e marcia, la stessa identica di gruppi spesso dimenticati come i polacchi Hideous Chaos o i colombiani Confusion, l’unica a cui sembrano ancora devoti gli Extreme Smoke 57 facendone parte fin dai primi vagiti. In una scena oramai abbastanza satura come quella grindcore, gli Extreme Smoke 57 dimostrano di avere ancora molto da dire e forse da insegnare a tutti in termini di attitudine e passione con la quale si sbattono per portare avanti la loro visione dell’estremismo musicale condito con ingenti dosi di rabbia viscerale e istintiva e con un’urgenza espressiva contro tutta la merda che viviamo ogni giorno che sembra non placarsi mai, nonostante gli anni per il gruppo sloveno passino inesorabili e siano ormai giunti a trenta tra dischi, registrazioni, tour e palchi calcati in giro per l’Europa . Stage V: Salvation, disco che segna dunque i trentanni di attività degli Extreme Smoke 57, è composto complessivamente da 5 nuovi pezzi e 12 brani vecchi registrati nel 2019 durante la performance della band a Tolosa durante il Crush The Stage Tour, e questo mix di pezzi nuovi in studio e brani dal vivo conferisce quasi un sapore celebrativo a questa pubblicazione da parte dei mostri sacri del grindcore sloveno. Diciassette schegge di rumore impazzito per ribadire, se ce ne fosse bisogno, che gli Extreme Smoke 57 sono ancora oggi quanto di meglio si possa ascoltare in ambito estremo.

Per concludere e tirare inutili somme, Stage V: Salvation rappresenta lennesima lezione di violenza inaudita e l’ennesimo capitolo di terrorismo musicale nella discografia degli Extreme Smoke 57 e davvero non si può chiedere niente di meglio ad un disco di sincero e appassionato di grindcore vecchia scuola come questo, suonato con la mente, con il corpo e sopratutto con il cuore, tanto su disco quanto in sede live. Make grindcore extreme again!

A Blaze in the Northern Sky #04

In darkness no one reigns, the night has no king, the night has no queen, in darkness no one reigns… (Feminazgul)

Quarto appuntamento con A Blaze in the Northern Sky, rubrica interamente dedicata alle uscite più interessanti in ambito black metal e che ha come unico obiettivo quello di parlare di gruppi, collettivi e individualità impegnati a tenere viva la fiamma nera in un’ottica dichiaratamente e fortemente antifascista, antirazzista e che si oppongono in modo netto e concreto a tutta la feccia nazi, razzista, omo-transfobica, sessista e/o ambigua che purtroppo infesta ancora la scena del metallo nero. Feminazgul, Wulfaz e Uprising, i gruppi di cui vi parlerò nelle seguente righe, incarnano perfettamente questa visione del black metal e ci hanno recentemente regalato tre dischi molto interessanti che meritano di essere scoperti, ascoltati intensamente e approfonditi. Nell’oscurità nessuno regna, ricordatevi che la notte non ha né re né regine… per l’insurrezione, per il black metal!

Feminazgul – No Dawn for Men (2020)

Un progetto black metal dalle tinte atmosferiche (in alcuni tratti riconducibile alla scena e alle sonorità cascadian di Wolves in the Throne Room e compagnia) apertamente e fieramente antifascista e che nelle sue liriche tratta tematiche legate al femminismo, alle questioni queer e alla totale distruzione del patriarcato e del machismo. Ditemi voi cosa si dovrebbe volere di più da un gruppo black metal oggigiorno se non tutte queste cose sopra elencate. Inoltre, come se non bastasse, il monicker dietro cui si celano le compagne Margaret, Laura, Meredith e Tez, richiama in maniera voluta la figura del Nazgul di tolkeniana memoria, quindi, ribadisco, cosa mai dovremmo chiedere di più a codeste sacerdotesse devote unicamente al culto del “metallo nero”? La risposta, scontata, è assolutamente niente. Anche perchè se caso mai cercassimo delle risposte, No Dawn for Men spazza via qualsiasi dubbio, perplessità o questione sull’intensità e sulla qualità compositiva del black metal suonato da/dalle Feminazgul. Partendo da una base che affonda nettamente le proprie radici in una tradizione prettamente statunitense di suonare black metal, specialmente quella dalle derive più atmosferiche e dalle tinte più “naturalistiche” di matrice cascadian, la proposta di Feminazgul non abbandona però mai completamente quella primitiva ed istintiva irruenza selvaggia tipica del metallo nero old school di matrice norvegese, riuscendo così a sintetizzare una ricetta estremamente convincente e dall’attitudine fortemente iconoclasta e bellicosa. La nostra esperienza con No Dawn for Men assume presto le sembianze di un oscuro rituale iniziatico durante il quale verranno invocate ed evocate entità maligne pronte a inghiottire quei due gelidi ed intimi mostri che rispondono al nome di patriarcato e capitalismo, incatenando nell’oscurità senza fine ogni forma di omo-transfobia e machismo, di sfruttamento e discriminazione.  Come al solito inutile approfondire questa o quell’altra traccia nello specifico (anche se l’iniziale Illa, Mother of Death, I Pity the Immortal e Forgiver I Am Not Yours sono ottimi esempi di cascadian black metal in cui tutti gli elementi, dalle vocals dannate e lancinanti ai momenti più atmosferici dominati dal synth e dagli intermezzi di viola, trovano la loro perfetta sintesi) dato che questo disco dev’essere vissuto come fosse un vero e proprio viaggio ritualistico che, attraverso le otto tracce-tappe, conduce verso nessuna alba per l’uomo e condanna, con aggressività iconoclasta, all’eterno tormento l’esistente capitalista, i suoi difensori e le sue divinità. I was not made to be gracious and i will carry this hatred to my grave… 

Questo bellissimo “No Dawn for Men” è in arrivo in formato tape anche grazie a Scadavera Records, una nuova etichetta black metal totalmente diy nata nelle oscure lande del nord Italia e dalle viscere del collettivo Semirutarum Urbium Scadavera. http://https://scadavera.noblogs.org/post/2020/07/19/nasce-scadavera-records/

Wulfaz – Sotes Runer (2020)

Con questo nuovissimo Sotes Runer i Wulfaz ci danno un’ulteriore assaggio di quel sound che loro stessi definiscono Runic black metal. Se già sul precedente Eriks Kumbl, di cui vi parlai proprio nel terzo appuntamento di “A Blaze in the Northern Sky”, la proposta lirica e musicale del gruppo danese aveva catturato il mio interesse, Sotes Runer non fa altro che proseguire sulla strada tracciata in precedenza riuscendo ancora una volta ad affascinarmi e a rinnovare l’affetto che nutro nei confronti del duo danese e della loro musica. Nelle tre tracce per una durata complessiva che si aggira attorno ai quindici minuti, il sound dei Wulfaz è sostanzialmente sempre lo stesso, anche se in questo caso sembra avvicinarsi ancor più prepotentemente al selvaggio black metal della tradizionale seconda ondata norvegese con i Darkthrone a spiccare come influenza principale insieme a quel sapore vagamente viking che riporta alla mente i primissimi Enslaved, il tutto senza allontanare completamente dalla propria proposta quell’attitudine e quel gusto raw punk che emergono soprattutto nell’irruenza espressiva e nello spirito bellicoso che avvolgono l’intero lavoro. Anche su questo Sotes Runer l’ispirazione lirico-concettuale da cui prende forma la proposta dei Wulfaz rimanda ad incisioni runiche e antichi rituali norreni, e questo immaginario viene espresso in maniera chiara e suggestiva fin dall’artwork di copertina. Sotes Runer non punta solo su ritmi sostenuti e furiosi assalti black metal, ma dimostra una capacità di giocare con rallentamenti, mid-tempos e un riffing che non disdegna mai completamente la ricerca della melodia, tutti elementi che rendono il disco tutt’altro che ripetitivo o noioso. Inoltre tremolo picking e blast beats (forse più presenti rispetto alle ritmiche d-beat del precedente lavoro) sono evidentemente ingredienti ancora fondamentali iscritti nel dna del black metal suonato dai Wulfaz e difatti possiamo notare facilmente l’importanza che rivestono all’interno del songwriting delle tre tracce. E mentre veniamo definitivamente inghiottiti dall’atmosfera pagana creata da Sotes Runer, realizziamo che Wulfaz rappresentano senza ombra di dubbio una delle entità più interessanti dell’intero panorama (viking) black metal odierno. And remember…There is no place for nazis in Valhalla!

Uprising – II (2020)

“call them priests, call them nazis call them 1%, call them greedy fucking bastards call them cowards, conservative power-lusting snakes they’re all afraid of you, the critical masses…”

Nell’ultimo periodo, le lande teutoniche stanno offrendo un discreto numero di interessanti realtà black metal dalla natura fortemente antifascista e che scelgono nettamente il lato della barricata da cui schierarsi in una scena troppo spesso piena di nazi, ambigui o simpatizzanti, dagli Hyems agli Elurra, per citare solamente due gruppi recentemente recensiti su queste pagine. Sembra difatti che il terreno in ambito black metal sia particolarmente fertile in Germania, con una qualità generale delle uscite veramente alta e e in grado di portare una ventata d’aria fresca in un genere spesso troppo saturo o ripetitivo. Rientra perfettamente in questo contesto “II”, ultimo album partorito in casa Uprising, progetto dietro cui si celano il braccio e la mente di Winterherz, già membro dei ben più noti Waldgefluster. Quarantatre minuti di intenso e allo stesso tempo melodico metallo nero che strizza l’occhio alla vecchia scuola scandinava attraverso il ricorso al gelido quanto letale tremolo picking, ma che non si limita mai nella ricerca di soluzioni melodiche, sopratutto nel riffing, in grado di creare la giusta atmosfera e smorzare l’irruenza degli assalti selvaggi di natura più marcatamente black. Dopo una breve suite intitolata emblematicamente “Introduction“, ci abbandoniamo completamente alla bellezza di una traccia come “There’s No Such Thing as Hope“(probabilmente uno dei momenti migliori di tutto il disco), con il suo forsennato riffing iniziale e con i blast beats (opera di una drum machine che però non va ad inficiare della qualità generale dell’opera) a donare al brano un’atmosfera veramente battagliera e devastante. Bellissima anche una traccia come “Lesson in Basic Human Empathy”, un’assalto all’arma bianca di barbaro black metal che non mostra mai segni di cedimento, con un testo che si schiera nettamente contro ogni sorta di discriminazione di natura razziale e/o sessuale. Nel complesso ci troviamo trafitti da sette tracce di black metal attraversato da tensioni riottose che si presentano come veri e propri inni incediari di rivolta contro un mondo oppressivo in cui regna l’ingiustizia, lo sfruttamento e la prevaricazione ai danni degli ultimi e degli sfruttati. Le liriche di II, impregnate di questa selvaggi carica sovversiva, mostrano inoltre il potenziale del black metal come mezzo per diffondere un viscerale e istintivo odio contro ogni forma di oppressione e per far divampare il fuoco e le fiamme dell’insurrezione nei confronti di questo mondo. Per concludere, come potrei non spendere due parole sullo splendido artwork di copertina che, riprendendo uno stile riconducibile alle miniature di epoca medievale, mostra l’uccisione di un despota e di un vescovo da parte di una manciata di contadini rivoltosi, mentre sullo sfondo le fiamme inghiottono un castello, simbolo del potere autoritario e dell’oppressione. Black metal ist Klassenkrieg!