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Schegge Impazzite di Rumore – Speciale Sentiero Futuro Autoproduzioni

Nessuno vedeva, nessuno sentiva. Qualcosa scompare.

Appuntamento speciale con Schegge Impazzite di Rumore, la rubrica più longeva presente su Disastro Sonoro ma che era, inspiegabilmente e senza scuse che tengano, piombata nel silenzio per troppi mesi. Il silenzio viene oggi interrotto grazie alla pubblicazione avvenuta qualche mese fa di due nuove misteriose band prodotte da Sentiero Futuro Autoproduzioni, un nuovo collettivo punx milanese già autore della splendida compilation benefit “Uno Sguardo Oltre”. Due nuovi gruppi avvolti dal mistero, uno di Milano/Bologna e l’altro di Trento, che rispondono al nome di Spirito di Lupo e SLOI, impegnati a suonare rispettivamente un crudo anarcho punk e un d-beat hardcore fortemente debitore della vecchia scuola italiana. Citando direttamente le parole del collettivo Sentiero Futuro per chiudere questa inutile introduzione e lasciarvi alle “recensioni” e per dare anche un po’ di contesto: Being a punk takes a toll on your mental health. You live in a constant state of proud alienation, appropriating other people’s disgust and inability to understand, perpetually aware of the shittyness of society. 

Nei tuoi occhi lo sai, lo spirito continua!

 

SLOI – SLOI

VEDO LA FOLLIA NEI VOSTRI OCCHI, PREFERISCO LA MORTE CHE CONFORMARMI

Gli SLOI sono originari di Trento e il loro nome è l’acronimo di Società Lavorazioni Organiche Inorganiche, una fabbrica di piombo che avvelenò la zona trentina più di 40 anni fa e conosciuta tristemente anche come “la fabbrica degli invisibili”. Molti dei suoi operai sono infatti morti per avvelenamento da piombo, mentre altri si sono tolti la vita all’interno del manicomio di Pergine, dove venivano curati come malati di mente. Abbozzate queste note biografiche sulla band e contesto in cui emerge il progetto, che ci danno un ulteriore prova delle barbarie prodotte dal capitalismo, dalle industrie che avvelenano esseri umani e natura e dagli orrori dei manicomi, possiamo già intuire l’atmosfera, le sensazioni e i contenuti lirici condensati in queste sette tracce che formano la prima fatica in studio degli SLOI. Bastano pochissimi secondi dell’introduttiva La Fine per venire letteralmente travolti da furiosi assalti d-beat, chitare fuzz e un sound generale estremamente rumoroso che non riesce a fare a meno di ricorrere ad un uso estremo del riverbero, tutti elementi che creano un muro di rumore in cui a farla da padrona sono i ritmi martellanti della batteria e i riff selvaggi. Sette schegge impazzito di hardcore punk senza compromessi che flirta con il noise e con il quale gli Sloi ci vomitano addosso tutta la rabbia nichilista, la disillusione, il senso di impotenza così come l’istinto di sopravvivenza condito con labili tensioni di rivolta e protesta che animano la loro proposta. Le influenze dei trentini vanno ovviamente ricercate nella tradizione hardcore italiana degli anni 80 e specialmente in gruppi come Wretched, Eu’s Arse, Declino e Stigmathe (soprattutto per una vaga atmosfera oscura che avvolge l’intero lavoro), ma il sound generale strizza l’occhio anche ad una certa corrente d-beat/raw punk meno stereotipata degli ultimi tempi. Per fare un solo esempio, un brano come il conclusivo Preferisco la Morte evoca in maniera chiara, tanto nel testo quanto nelle sensazione di disillusione e rabbia viscerale che esprime, tutta l’influenza dell’hardcore italiano di band come Wretched o Eu’s Arse. Stiamo in fin dei conti sempre parlando di un furioso assalto hardcore volto a distruggere qualsiasi cosa si trovi davanti, quindi state certi che ascoltare veri e propri inni nichilisti come Futuro Programmato, Vite Cibernetiche e Addestrato al Nulla non sarà sicuramente un’esperienza che vi lascerà uscire indenni e indifferenti. Condensando in un quarto d’ora rumore e nichilismo, rabbia viscerale,  sensazioni di impotenza e angoscia, pulsioni di rivolta e volontà di non volersi ancora arrendere del tutto all’incubo dell’esistente, gli SLOI innalzano la nera bandiera dell’hardcore punk italiano che resiste!

 

Spirito di Lupo – 4 Canzoni

Gli Spirito di Lupo sono una band formata da membri di Kobra, Horror Vacui, Cerimonia Secreta e Tuono (giusto per fare qualche nome) e questi nomi dovrebbero già darvi un background musicale, lirico, di attitudine e di immaginario per iniziare a comprendere su quali coordinate si muove questa nuova incarnazione-punx che ha preso vita nell’oscurità tra Milano e Bologna. L’iniziale I Miei Occhi Sono Chiusi rappresenta il manifesto perfetto del punk suonato dagli Spirito di Lupo e degli elementi che caratterizzano questa loro prima fatica in studio intitolata semplicemente “4 Canzoni”. E’ un punk estremamente raw, volutamente rumoroso e caotico e dai suoni profondamente lo-fi quello suonato dai nostri punx milanesi/bolognesi, in bilico tra le pulsioni più rabbiose dell’hardcore punk italiano degli anni 80 e i territori più oscuri dell’anarcho punk classico. Quattro tracce selvagge e minacciose, che riescono però anche ad evocare atmosfere estatiche grazie ad un certo gusto psichedelico che si può riscontrare specialmente nei riff, riff che rimangono però sempre taglienti e aggressivi quanto basta. L’alternanza delle due voci, una maschile più parlata e una femminile più urlata, si staglia perfettamente su una sezione ritmica in cui il basso si impegna a creare un suono estremamente cupo e oscuro e la batteria si assesta invece su una ritmica primitiva e furiosa. La proposta degli Spirito di Lupo è però molto eclettica, come lo spirito primordiale dell’anarcho punk britannico insegna, è difatti nella prima traccia i nostri presentano addirittura delle parti di synth. Non è un caso che questi punx milanesi/bolognesi definiscano la loro proposta come “inner peace punk”, come a voler sottolineare un continuum musicale, di attitudine e di idee con la scena anarcho punk britannica di fine anni 70/inizio 80, ma soprattutto la ricerca di una dimensione che potremmo definire senza troppi problemi come spirituale e intima dell’essere e suonare punk. Una dimensione sottolineata ed evocata specialmente dalle liriche e dalle atmosfere di una traccia come Canzone della Foresta, probabilmente il brano più interessante.  Altro momento che ha attirato la mia attenzione è stata “Nessuno vedeva, nessuno ascoltava”, brano che sembra voler citare più nel testo che nelle sonorità i Negazione. Per concludere, riprendendo proprio le parole del collettivo Sentiero Futuro, essere punk, alla lunga, pesa sulla propria salute mentale ed è forse proprio per questo che gli Spirito di Lupo hanno trovato la loro personale dimensione e il loro rifugio sicuro attraverso questa incarnazione musicale chiamata “inner peace punk” e racchiusa perfettamente nelle parole conclusive di Canzone della Foresta: “La pioggia è la mia casa!

 

A Blaze in the Northern Sky #05

Quinto appuntamento con la rubrica più amata dagli/dalle amic* di compagn* satana, della rivoluzione sociale e della lotta di classe e più odiata dai seguaci degli Absurd, dalla restante feccia NSBM e dagli ambigui simpatizzanti e collaboratori dei nazi all’interno della scena black metal! Ancora una volta si parlerà di alcune delle più interessanti uscite recenti in ambito black metal di band accomunate da un solo criterio: prendere le distanze dalla merda NSBM, razzista e omo-transfobica/sessista che impesta la scena del metallo nero. Oggi parleremo infatti dei nuovi dischi dei tedeschi Toadeater, dei finlandesi Havukruunu (vecchie conoscenze di A Blaze in the Northern Sky) e del progetto greco Mystras, tutte band e individualità che in modalità diverse hanno scelto in modo netto e sincero il lato della barricata ove posizionarsi, il lato della barricata in cui non si lasciano spazio di agibilità ai fascisti, i quali si combattono con ogni mezzo necessario. O anche solamente il lato della barricata in cui non si hanno rapporti e non si collabora con i nazi all’interno della scena del metallo nero, che per una sottocultura come quella del metal estremo è già qualcosa. Alcune band e individualità di cui vi parlerò sono inoltre mosse da sincere tensioni di rivolta contro ogni forma di oppressione e discriminazione e vedono anche nel black metal un mezzo per opporsi e lottare contro le derive nazi-fasciste, razziste e autoritarie, o contro la sempre più pesante oppressione dell’esistente capitalista sulle nostre vite.  Quindi non perdiamo altro tempo e addentriamoci in questo viaggio oscuro e infernale in compagnia di tre dei migliori dischi black metal del 2020!

We are a blaze in the northern sky, the next thousand years are ours! Ancora una volta per il black metal, per l’insurrezione!

Toadeater – Bit to Ewigen Daogen (2020)

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Partiti nel luglio del 2018 con un demo caratterizzato da sonorità definibili come “blackened hardcore”, oggi i tedeschi Toadeater hanno cambiato quasi completamente le proprie sembianze, evolvendosi ed evolvendo la propria proposta in un post-black metal attraversato da pulsioni riottose, capace di alternarsi tra momenti atmosferici, interessanti trame melodiche e devastanti quanto sofferte sfuriate di puro metallo nero. Un’evoluzione interessante e che con questo nuovissimo Bit to Ewigen Daogen mostra una band giunta ad un livello di maturita e qualità compositiva estremamente sopra la media, oltre a presentarci una proposta quanto più personale possibile e assolutamente di impatto che difficilmente passa senza colpire nel segno. L’attitudine hardcore riaffiora qua e la in alcuni passaggi, nonostante le sonorità del gruppo ormai abbiano virato totalmente verso lidi e territori esclusivamente black metal, con un tripudio di tremolo picking, blast beats e un’interessante varietà nell’interpretazione vocale che spazia dal classico screaming sofferto e annichilente, a parti cantate e pulite dai toni epici che mi hanno ricordato addirittura i Summoning. L’atmosfera generale costruita dalle cinque tracce oscilla sempre tra momenti in cui tuonanti tempeste e selvaggi assalti black metal ci inghiottono senza pietà e passaggi dalle tinte atmosferiche che disegnano labili istanti di quiete, mentre le sensazioni che ci logorano dall’interno nel corso dell’ascolto di Bit to Ewigen Daogen, si alternano tra una lancinante sofferenza, un malessere esistenziale che sembra non trovare sfogo e una viscerale tensione anarchica alla rivolta contro questo mondo di oppressione e sfruttamento. I Toadeater si dimostrano estremamente bravi a modellare il proprio sound e a costruire le atmosfere giuste al fine sorreggere le tematiche affrontate nelle liriche, dalla critica al progresso capitalista volto unicamente al profitto e dunque all’alienazione delle nostre esistenze (Conquering the Throne), fino a giungere alla presa di coscienza della devastazione ambientale e della distruzione dell’ecosistema sempre in nome del profitto (Crows and Sparrows). Un disco di post-black metal in cui c’è davvero tutto e niente suona fuori posto, in cui ogni elemento trova la sua perfetta dimensione: atmosfere, epicità, furia cieca e selvaggia, assalti all’arma bianca, sofferenza e rabbia si alternano e si intrecciano costantemente, dando vita ad un disco di black metal intenso e devastante come non se ne vedeva da un pezzo. Sicuramente Bit to Ewigen Daogen rappresenta una delle migliori uscite di questo 2020 e i Toadeater dimostrano definitivamente di essere una delle realtà più interessanti e convincenti di tutta la scena black metal europea. Abbiamo raggiunto il punto di non ritorno… è ora di vedere questo mondo bruciare!

 

Havukruunu – Uinuos Syömein Sota (2020)

“La luce del fuoco si sta spegnendo. I volti attorno al fuoco sono ombre”

Gli Havukruunu appaiono sotto le sembianze di una tempesta di black metal pagano pronto ad inghiottire il giorno in un’oscurità eterna, una notte senza fine dominata da forze ancestrali, entità pagane e creature selvagge che danzano tra le sacre fiamme del metallo nero. 

Mente la notte impenetrabile cala sulla foresta innevata, mentre il fuoco si sta lentamente consumando rendendo labile il confine tra il mondo reale degli uomini e quello delle ombre, i finlandesi Havukruunu irrompono furiosamente e solennemente con Uinuos Syömein Sota, un nuovo intensissimo lavoro di heavy/black metal attraversato da tensioni pagane e atmosfere epiche. La proposta degli Havukruunu è attraversata costantemente da una carica rituale unica, enfatizzata soprattutto dalle atmosfere epiche ed oscure che aleggiano sopra ogni brano, quasi a voler evocare tempi ancestrali e forze naturali primitive, tempi passati dominati da divinità della natura di cui ormai si son dimenticati i nomi. La musica degli Havukruunu è ancora una volta ispirata e attraversata in profondità da un paganesimo di tradizione finnica, un paganesimo che da tempi ancestrali si è trovato a confrontarsi costantemente con una natura selvaggia ed estrema, tanto ostile quanto intrigante, e abitato da primordiali forze oscure. Il black metal pagano suonato dagli Havukruunu rappresenta ancora una volta la sintesi perfetta dei Bathory più epici, dei Primordial più oscuri e battaglieri e dei Moonsorrow più pagani, dunque l’ascolto di questo Uinuos Syömein Sota ci fa immergere in atmosfere oscure, in grado di evocare tanto paesaggi dominati da una natura selvaggia brulicante di forze primordiali quanto scenari guerreschi di tempi ancestrali. Al contrario delle sensazione trasmesse dalla musica, le liriche degli Havukruunu si concentrano invece su tensioni interiori e preoccupazioni esistenziali. Quarantasei minuti suddivisi per otto brani che ci inghiottono nella loro atmosfera epica, oscura e pagana e ci fanno facilmente infatuare di questa ultima fatica in studio dei finlandesi. A mani basse, siamo al cospetto di uno dei migliori album black metal del 2020. Uinuos Syömein Sota è un disco sinceramente dedicato ai venti che soffiano nell’estremo nord del cuore di ogni individuo!

Mystras – Castles Conquered and Reclaimed (2020)

Mystras è il nome del nuovo progetto solista di quella mente geniale che è Ayloss (già noto per l’attività negli splendidi e ben più noti Spectral Lore) e con questo esordio intitolato Castles Conquered and Reclaimed ci propone un black metal di ispirazione medievale, attraversato da una profonda tensione insurrezionale che si infrange dirompente contro ogni gerarchia e autorità. La colonna sonora perfetta dunque per accompagnare l’assalto della plebe armata ai castelli e ai palazzi dei signori, nove inni di rivolta contro lo sfruttamento e l’oppressione, cinque agguati di black metal furioso e primordiale stemperati e inframezzati da quattro momenti strumentali in cui dominano le atmosfere e le melodie folk medievali.   Musicalmente Castles Conquered and Reclaimed si avvicina in maniera estremamente convincente a quel capolavoro che fu Dark Medieval Times dei Satyricon, con melodie e atmosfere folk di profonda tradizione medievale ad accompagnare e attraversare l’intera proposta di Mystras, una proposta che si erige magistralmente sulle coordinate di un black metal tempestoso e gelido di classica tradizione norvegese. Anche la registrazione stessa del disco ha un forte sapore di “trve norwegian black metal“, soprattutto per il fatto di essere infarcita di riverberi e per la sua natura profondamente lo-fi, spesso dando l’impressione di essere volutamente caotica e imperfetta nei suoni quando gli assalti black divampano in tutta la loro efferatezza e malignità. Inoltre molte delle melodie folk, ottimamente interpretate dal violino e dal flauto, che stemperano le sfuriate black metal sono prese direttamente dalla tradizione musicale medievale europea come nella traccia “Ai Vist lo Lop“. A livello di tematiche generali affrontate nel corso del disco, Ayloss sostiene di voler andar controcorrente rispetto alla narrazione storica incentrata sulle gesta e le figure dei re, dei cavalierie e dei signori, ponedo invece l’attenzione sul coraggio e il valore delle masse contadine e della plebe sfruttata che sempre sono insorte in nome della libertà, spesso pagando con la propria vita. Infine l’artwork di copertina, nella sua totale approssimazione, riesce comunque a risultare affascinante, nonchè a trasmettere un sapore fortemente diy e old school. All’assalto dei castelli dei signori e del loro mondo fatto di oppressione e sfruttamento, affinchè non ne rimangano nemmeno le macerie, mentre gli sfruttati danzeranno festosi nella notte tra le fiamme della gioia e al ritmo del medieval black metal suonato dal menestrello infernale Mystras. 

Schegge Impazzite di Rumore #11

Assurdo e incredibile come Schegge Impazzite di Rumore sia diventata la rubrica più longeva e costante presente su questo blog. Pensare che il primo appuntamento è datato addirittura 2018 mi lascia incredulo e sconcertato… incredibile. Una rubrica da sempre dedicata alle più recenti (ma non solo) uscite in ambito punk/hardcore, metal estremo e in generale da panorama DIY e underground, un format in parte diverso dal solito per parlarvi di dischi e gruppi che ritengo meritino attenzione e ascolti da parte di voi sfortunati lettori di Disastro Sonoro. Schegge Impazzite di Rumore oggi raggiunge addirittura la sua undicesima puntata, puntata nella quale vi parlerò delle ultime uscite in casa Odio al Serio e Scalpo, così come scriverò due righe su un ep che per troppo tempo ho dimenticato nel cassetto delle “recensioni”, ovvero l’omonimo primo lavoro dei Fuoco pubblicato ormai due anni fa. Saranno tre lavori che, seppur per certi versi differenti tra loro, rappresentano molto bene il concetto di schegge di rumore e che tengono vivo, con rabbia, coscienza, passione e sincerità, l’hardcore punk in tutte le sue sfaccettature. Come al solito ho parlato troppo per introdurvi alle righe che seguiranno, dunque mi taccio e vi auguro una buona lettura. Perchè avremo anche scelto la sconfitta, la vittoria della sconfitta, ma a quanto pare lo spirito continua!

Odio al Serio
Fuoco – Fuoco (2018)

Probabilmente fin dalla copertina qualcuno potrà pensare si tratti di chissà quale demo mai pubblicata di qualche sconosciuto gruppo hardcore italiano degli anni ’80 avvolto nel mistero e nella polvere accumulata dagli anni che passano senza lasciare scampo. Probabilmente ascoltando la prima traccia di questo lavoro le impressioni iniziali sembrerebbero trovare conferma, visto che ci troviamo dinanzi a cinque tracce di punk-hardcore all’italiana in stile Declino, Impact, Upset Noise e gruppi meno conosciuti come i Kobra di casa Virus. E invece no, questi Fuoco sono un gruppo romano di recente formazione che ha un unico obiettivo: tornare a suonare l’hc come si faceva negli anni ’80, senza troppe pretese, con messaggi e testi diretti e impregnati di rabbia. Quattro tracce su questo Ep tra cui troviamo un feat. addirittura con i Raw Power, come a voler sottolineare ancora più evidentemente un intimo e viscerale legame con l’hardcore punk italiano che fu. Fuoco non è nient’altro che un Ep di semplice hardcore punk vecchia scuola, sincero e appassionato, che non inventa nulla ma che si lascia ascoltare senza troppe pretese. Che il fuoco bruci mentre corriamo nel sangue dei nostri nemici!

Scalpo – E’ la Lotta l’Avvenire (2020)

Voglio lo scalpo di chi ha tradito, prima eri un fratello, ora solo un nemico. Laverò i miei anfibi nel rosso del tuo sangue, in questa nazione che daremo alle fiamme!

Come ben saprete non sono affatto un grande amante dell’Oi! o dello street punk in tutte le sue sfumature per una serie di svariate ragioni che non affronterò certamente ora. Fatta questa doverosa )o forse futile) premessa, negli ultimi anni c’è stato un unico gruppo capace di farmi apprezzare certe sonorità vicine all’Oi! e questo gruppo risponde al nome di Iena, al punto da averli anche recensiti in uno dei primi appuntamenti di Schegge Impazzite di Rumore. Da oggi però gli Iena non saranno più soli in questa difficile impresa di farmi apprezzare l’Oi! e questo grazie a E’ la Lotta l’Avvenire, ultimo Ep firmato dagli Scalpo. Quattro tracce della durata molto breve che si aggira attorno al minuto e mezzo, ma estremamente intense, bellicose, anthemiche e dirette come nella miglior tradizione del genere. Il sound che propongono gli Scalpo è chiaramente riconducibile ad una forte matrice Oi! e a gruppi come Nabat o Rixe, ma condendo il tutto con buone dosi di hardcore punk e qualche melodia ed atmosfera di derivazione post-punk(come nell’iniziale Intro/Combatti). Queste plurime influenze rendono la proposta del gruppo di Sondrio assolutamente personale, non ripetitiva e non banale, qualità che in un genere come l’Oi! sono tutt’altro che scontate. Passando alle tematiche, le pulsioni che attraversano le quattro tracce sono perfettamente condensate nel titolo dell’ep, un titolo che manifesta la necessità della lotta politica, l’odio verso fascisti e sbirri e le tensioni di rivolta contro lo Stato e l’esistente capitalista. C’è poco altro da dire, se non consigliarvi vivamente di correre ad ascoltarvi E’ la Lotta l’Avvenire e supportare gli Scalpo. E se ve lo dice un detrattore dell’Oi! e dello street punk come il sottoscritto, cosa cazzo aspettate?

Odio al Serio – A/R (2020)

Quando non c’è più niente da bruciare, non rimane che darsi fuoco!

Il 9 novembre 2019, nelle cantine dello storico El Paso Occupato di Torino, gli Odio al Serio decidono sia giunta finalmente l’ora di registrare un nuovo disco da dare in pasto a tuttx i/le punx affamati di rumoroso e nichilista hardcore punk attraversato da una forte tensione anarchica e di rivolta. Vede cosi la luce questo A/R, disco direttamente autoprodotto e autostampato dagli Odio al Serio, ultimi baluardi del più sincero DIY! Ho avuto la fortuna di ricevere in dono una copia di suddetto disco in occasione di una taz organizzata in Corvetto a giugno (taz di cui vi ho parlato proprio su queste pagine virtuali) e da quel momento aspettavo solamente di trovare l’occasione e la cornice giusta per parlarvene. Eccoci qui allora, il contesto migliore non poteva che essere l’undicesimo appuntamento con le Schegge Impazzite di Rumore! A/R è un concentrato di anarcho/hardcore punk nichilista e oscuro, crudo e selvaggio sulla falsa riga di Wretched, Nerorgasmo, Quinto Braccio e degno della migliore tradizione hardcore italiana degli anni ’80, in particolare modo dei primi anni della scuola torinese. Undici tracce dalla breve durata, mai superiore ai due minuti e mezzo (se escludiamo la conclusiva Sbarco), che rappresentano al meglio il concetto di schegge di rumore: brani brevi, concisi e diretti che trasudano tutta la sporcizia degna dell’hardcore punk vecchia scuola e non si fanno alcun problema a vomitarci addosso tutta la rabbia che nutrono gli Odio al Serio nei confronti di questo mondo. Tracce come Fuoco, Maledetta o Vago forniscono un ottimo esempio del sound e delle atmosfere che dominano l’intero A/R. Un’unica presa di coscienza ci accompagna giunti alla fine dell’ascolto di questa ultima fatica degli Odio al Serio: prima o poi il fuoco si spegnerà, nel frattempo bruciamo tutto!

 

 

Evil Fragments #04

Quarto appuntamento con Evil Fragments, un appuntamento però per certi versi diverso dai precedenti tre. Questa volta saranno solamente due i protagonisti di questa ennesima discesa tra i frammenti del male e rispondono al nome di Corrupted Human Behavior e Mace Head. Sara diverso sopratutto il mood generale che accompagnerà la lettura delle seguenti recensioni, perchè le atmosfere, le ambientazioni e i paesaggi evocati dalla musica dei due gruppi sono in grado (o quanto meno lo spero) di portarvi a vagare con la mente e l’immaginazione per campi di battaglia dominati dalla distruzione e lande desolate invase da odori nauseabondi di morte, in rotta verso l’ignoto tra toni apocalittici, oscurità senza fine e lamenti lancinanti di eterna dannazione. Verso un sole che non sorge mai, che le orde barbariche vadano all’assalto di questo mondo e delle sue macerie. E allora quale colonna sonora migliore per tutto questo, se non quel brodo primordiale marciulento e oscuro conosciuto come stenchcore?

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Evil Fragments #03

 

Terzo attesissimo appuntamento con Evil Fragments, come dovreste ormai sapere rubrica interamente dedicata a sonorità crust punk e d-beat. Mai come questa volta ci troveremo ad affrontare quasi esclusivamente lavori usciti recentemente in ambito d-beat e raw punk che affondano le proprie radici in profondità tanto nel sound svedese quanto nella affascinante scena giapponese, grazie alle ultime devastanti uscite di Fragment, Languid e Scarecrow. Ci sarà spazio però anche per parlare dell’ultimo ep targato Alement, gruppo a quanto pare cresciuto a pane e stench-crust di matrice britannica, perchè, ed è bene ricordarlo, i “frammenti del male” sono tanti, diversificati e pronti ad inghiottirci senza lasciarci vie di fuga o attimi per riprendere fiato, trascinandoci giù con loro in un abisso dominato solo dall’oscurità!

Alement – Onward (2019)

Onward, ultima fatica in casa Alement, è un perfetto esempio di apocalittico stench-crust punk dal sapore ottantiano che pesca a piene mani dall’underground britannico dell’epoca e dalla lezione primordiale di gentaglia brutta, sporca e cattiva del calibro di Axegrinder, Deviated Instinct ed Hellbastard. Niente di nuovo sotto al sole, ma vi assicuro che questo ep di sole tre tracce è quanto di meglio si possa ascoltare ultimamente se si è amanti viscerali di quel brodo primordiale a metà strada tra il metal e il punk conosciuto a suo tempo come stenchcore. I toni epici e le atmosfere oscure che avvolgono i tre brani disegnano paesaggi guerreschi e lande desolate post-apocalittiche in cui solo la desolazione regna sovrana e ciò che resta degli esseri umani è divorato dalla rassegnazione più totale. Sedici minuti abbondanti per immergersi completamente in questa tempesta oscura di stench-crust in cui emergono prepotenti le influenze più doom e thrash metal degli Alement, influenze che rendono ancora più affascinante l’ascolto dell’intero lavoro. Non c’è molto altro da aggiungere dinanzi ad un ep così interessante, se non forse soffermarsi e sprecare fiato e parole per parlare del gusto che i nostri dimostrano per la creazione di aperture melodiche dalle tinte scure e per la costruzione di atmosfere terrificanti che accompagnano la nostra discesa nelle viscere di Onward, un disco che potrebbe benissimo esser stato partorito dalla scena crust britannica di fine anni 80. E mentre la conclusiva titletrack ci accompagna fuori dalla tormenta stench-crust scatenata dagli Alement, gli ululanti venti del caos spirano preannunciando l’apocalisse che verrà…

Languid – Submission is the Only Freedom

Con questo nuovissimo Submission is the Only Freedom, i Languid tornano all’assalto con la loro devastante miscela di crudo hardcore punk/d-beat condensata in otto feroci tracce che non lasciano scampo e sembrano non aver la minima pietà per le nostre orecchie. Se mai ce ne fosse stato bisogno (e la risposta è ovviamente affermativa) i nostri punx canadesi riescono ad incarnare con questa ultima fatica in studio il perfetto punto di incontro e di sintesi tra lo swedish d-beat sound degli Anti Cimex di “Absolute Country of Sweden” e il rumoroso raw punk dei  Disclose di “Once War Started”, mantenendo sempre le radici ben salde nella primigenia lezione d-beat dei maestri Discharge, regalandoci così otto tracce devastanti e pronte a distruggere qualsiasi cosa si trovi per errore sul loro cammino. La doppietta che ci introduce a questo Submission is the Only Freedom rappresentata da “Stench of Death” e “No Peace“, mostra fin da subito l’irruenza battagliera del sound proposto dai Languid che, come un tornado ci inghiotte, ci trascina con sè e non ci lascia un secondo per riprendere fiato. “Path of Devastation”, così come la penultima “In Darkness“, è invece una di quelle tracce che riescono ad imprimersi nella memoria fin dal primo ascolto grazie sopratutto ad un riffing preciso, ad un assolo accennato ma quanto mai azzeccato e delle vocals abrasive che richiamano sia i primi Discharge sia gli Anti-Cimex. In generale gli otto brani, avvolti in una patina dai tratti vagamente crust, presenti su questa ultima fatica dei canadesi Languid non superano praticamente mai i due minuti di durata e proprio per questo riescono a colpire nel segno sotto forma di brevi quanto devastanti assalti di d-beat/hardcore punk che lacerano la carne e lasciano solo macerie al loro passaggio. Infine, nota di merito per l’artwork di copertina che accompagna Submission is the Only Freedom, un’artwork in grado fin da subito di rendere chiari gli intenti bellicosi e privi di pietà espressi dal sound crudo e irruento dei Languid. Absolute country of Canada… nient’altro che questo.

Fragment – Serial Mass Destruction (2020)

Serial Mass Destruction, ultimo lavoro targato Fragment, è una assoluta mazzata in pieno volto di raw d-beat punk che non lascia spazio ai compromessi e che sembra non provare alcuna pietà nei nostri confronti. Affondando le radici tanto nella scena d-beat svedese quanto in quella raw punk giapponese, i nostri punx canadesi di Halifax celati dietro il nome Fragment, ci regalano solo otto minuti di intensità e rabbia che non guardano in faccia niente e nessuno, tirando dritti per la loro strada come una tempesta che inghiotte e distrugge tutto ciò che si trova dinanzi. Un disco purtroppo di sole cinque tracce che si conficcano nella nostra carne facendo deflagrare in tutta la sua potenza questo concentrato di rumoroso e crudo d-beat/hardcore che riesce perfettamente ad insinuarsi nella nostra testa. I Fragment non inventano nulla di nuovo, certo, ma sanno maneggiare e modellare la materia d-beat in modo del tutto personale e godibile, al punto che ci si troverà più volte di fila ad ascoltare questo devastante “Serial Mass Destruction”, un lavoro che difetta solamente nella durata, davvero troppo esigua per un lavoro così intenso e che sa come colpire nel segno ed imprimersi nella memoria. Discharge, Disclose, Framtid, Mob 47 e primissimi Anti-Cimex sono le principali influenze condensate nella proposta e nel sound dei Fragment, ma i nostri riescono ad aggiungere a tutto questo una minima dose di personalità che ci permette di godere a fondo dell’ascolto di questo Serial Mass Destruction senza aver l’impressione di “fin troppo già sentito”, rischio che spesso si corre in ambito d-beat/hardcore, scena estremamente satura negli ultimi tempi, ad essere sinceri. It’s only a mass of Scandi-japanese raw sound attack and that’s the way i like it baby!

Scarecrow – Revenge (2020)

Un vortice di violento e roboante vento scandinavo accompagna una tempesta furiosa di d-beat punk… ecco da cosa veniamo inghiottiti quando iniziamo l’ascolto di questo devastante Revenge ultima fatica in studio per gli Scarecrow. Un d-beat hardcore/kångpunk radicato in profondità nella scena svedese degli anni 80/90 e che si inserisce in quel solco scavato a suo tempo da dischi fondamentali come “Karnvapen Attack” dei Mob 47, “Crucified by the System” degli Avskum ma soprattutto “Sin Egen Motståndare” dei Totalitar! Un hardcore punk furioso e senza cedimenti, sorretto in modo estremamente godibile da ritmi d-beat vecchia scuola che riportano alla mente un modo tutto svedese di suonare questo genere, tanto che si avrà spesso la sensazioni di essere all’ascolto di qualche lavoro sconosciuto della scena kangpunk degli ’80. Rabbia viscerale e irruenza espressiva che sembra non conoscere compromessi o soste sono le sensazioni che trasudano da questo Revenge, una vera e propria mazzata in pieno volto che lascia storditi , in cui gli otto brani (tutti molto brevi) prendono le sembianze di schegge di d-beat/hardcore impazzite che vanno a conficcarsi nelle nostre orecchie senza alcuna pietà. Ne sono esempi perfetti la seconda traccia intitolata “This Misery“, in cui si sente profondamente l’influenza dei Totalitar, “Ourorobos” e “Zero Tolerance”, ottimi momenti di rabbioso d-beat/hardcore pronto a distruggere qualsiasi cosa e che lascia addosso una voglia indescrivibile di pogare selvaggiamente, incuranti dei lividi e delle ossa rotte. Scandi…ehm no, North Carolina Jawbreaker!

 

 

Schegge Impazzite di Rumore #10

Decimo appuntamento con le Schegge Impazzite di Rumore? Davvero? Incredibile tutta questa costanza da parte mia, non me lo sarei mai aspettato. Al di là dell’autoironia, questo decimo capitolo della miglior rubrica in cui la scena punk hardcore italiana possa attualmente imbattersi (sto a scherza’), è una sorta di speciale e vi spiego anche perché. Praticamente un anno fa stavo lavorando effettivamente al primo numero della fanzine cartacea di Disastro Sonoro e dunque in occasione di questo evento mai concretizzatosi avevo scritto una manciata di “brevi” recensioni che fino ad oggi non hanno ancora visto la luce. Qualche giorno fa le ho ritrovate, riguardate e dopo averle rilette (e sistemate) mi sono accorto non facessero così tanto schifo e che avrebbero meritato di veder la luce. Visto che lasciarle lì a marcire non ha troppo senso, quale migliore veste se non Schegge Impazzite di Rumore per pubblicarle? Ecco, dunque buona lettura tra scemi, idioti civilizzati e altre canaglie punx.

Idiota Civilizzato, Vecchio Son, Bologna

Scemo – Caccia alle Streghe (2019)

Dalla scena underground milanese viene vomitato fuori questo nuovo progetto dall’inequivocabile nome (sono quasi convinto sia una citazione diretta al brano dei Peggio Punx) che pubblica la sua prima fatica dall’incisivo titolo “Caccia alle Streghe“. Gli Scemo sono un’entità impegnata a suonare un hardcore punk senza fronzoli, veloce quanto basta e che tira dritto per la sua strada, riuscendo a condensare in dieci tracce sia la lezione più classica del genere di scuola italiana e statunitense (primi Negazione, Peggio Punx o Poison Idea per fare dei nomi) sia gruppi più recenti e moderni che però si rifanno ad un’attitudine coerente e in linea con la vecchia scuola hc. Difatti al primo ascolto di “Colpo Basso“, traccia posta in apertura di questo “Caccia alle Streghe“, ho immediatamente pensato ai Tørsö , ma anche a gruppi come Wallbreaker o Exit Order (ma senza le melodie vagamente post punk di questi ultimi). Ecco se volessi in estrema sintesi definire gli Scemo potrei pensare a loro come la versione italiana dell’hardcore rabbioso dei Tørsö, chiaramente non solo perchè entrambi i gruppi hanno in comune le rabbiose vocals femminili, ma sopratutto per l’attitudine in your face, per l’intensità che attraversa tutto il disco e per la capacità di scrivere pezzi hc fuoriosi e adrenalinici a cui è seriamente difficile resistere. Se non siete scemi e sceme correte veloci ad ascoltarvi questa bombetta di hardcore punk, non ve ne pentirete!

A Culture of Killing – The Feast of Vultures, The Cry of a Dove (2019)

A Culture of Killing è una one man band milanese cresciuta a pane e anarcho punk in salsa “Crass Records”, questo in breve. Ma in realtà addentrandosi nell’ascolto di questo “The Feast of Vultures, The Cry of a Dove…“, scopriamo che c’è molto di più. Già sul precedente debutto di qualche anno fa nel sound proposto da Luca (mente e corpo dietro questo progetto) si ritrovano tutti gli ingredienti più classici del genere, nonostante questo “The Feast of…” suoni più vicino ai The Mob e agli Zounds piuttosto che all’irruenza più rabbiosa di Crass o Conflict. Inoltre A Culture of Killing non si fa mancare nemmeno divagazioni melodiche in territori post-punk in stile Vex e A Touch of Hysteria e qualche pulsione addirittura goth che rendono il sound molto più variegato e personale, riuscendo a catturare quel sapore e quel gusto per le melodie oscure/decadenti tipiche di certe uscite dell’underground post-punk e death rock britannico degli anni ’80 . Citando una famosa pubblicità, cosa vuoi di più dalla vita? Rilasciato a marzo dello scorso anno, questo lavoro merita di essere ascoltato più e più volte, sopratutto se avete un’ossessione morbosa (come il sottoscritto) per tutto quello che è uscito dalla “Crass Records” e dall’underground britannico anarcho/post-punk dal 1979 al 1984.

Golpe – Subisci, Conformati, Rassegnati (2019)

Caos non musica. Potremmo terminare così, liquidando in tre parole la proposta dei Golpe, nuova misteriosa entità libera e selvaggia che se ne sta in agguato negli abissi polverosi della metropoli milanese pronta ad attaccare con tutta la sua furia cieca. Cinque tracce di caos non musica, ribadisco, che parte dalla primordiale lezione degli immortali Wretched, prende in prestito tutto il marciume del d-beat hardcore giapponese di Warhead, Crow e simili e arriva a lambire territori d-beat/crust svedesi cari a Mob 47, Anti Cimex e Totalitar. Raw d-beat/hardcore classico, non originale ma estremamente godibile, suonato con attitudine e passione e che riesce a dare quel sapore fortemente old school che sta sempre bene e di cui sono perfetti esempi tracce come “Istruzioni di Vita” o “Non Piegarti“. Stanchi di subire l’esistente, esistenze non conformi che creano crepe nel quotidiano per farla finita con la rassegnazione e l’abitudine che lentamente corrode e uccide. Caos non musica, affinché non rimangano che macerie di questo mondo!

Idiota Civilizzato – Civiltà Idiota (2019)

Nuovo Ep in casa Idiota Civilizzato! Quattro nuove schegge di rumore impazzite ancorate come al solito alla vecchia scuola dell’hardcore punk italiana degli anni ’80! “Civiltà Idiota” potrebbe benissimo trattarsi di un misterioso Ep registrato, dimenticato e mai pubblicato intorno al biennio 1983-85, epoca d’oro dell’hardcore punk italiano. Le sonorità a cui sono fortemente legati gli Idiota Civilizzato hanno infatti lo stesso sapore, la stessa rabbia, la stessa identica irruenza e la stessa attitudine del punk hardcore che fu e difatti si può udire in modo chiaro l’influenza che le prime fatiche dei Declino, dei Peggio Punx, dei primissimi Negazione e degli Impact hanno avuto sulla musica degli Idiota Civilizzato! “Uno e Nessuno” e la conclusiva “Guerra di Spettri” son due vere e proprie scariche furiose di pugni nello stomaco e personalmente le ritengo essere le tracce migliori di questo “Civiltà Idiota“. So’ cortellate quando volete, cantava qualcuna tanti anni fa e “Civiltà Idiota” è proprio questo: coltellate selvagge dal primo all’ultimo minuto. Liberi e selvaggi contro questa civiltà e la sua idiozia!

Schegge Impazzite di Rumore #09

Ma rifiuto una vita di menzogna e paura!
Rifiuto una vita stabilita da loro!
Rifiuto una vita senza futuro!
Finira’ mai? Finira’ mai? Finira’ mai???

Anche in quarantena non si ferma l’appuntamento con le schegge impazzite di rumore, giungendo infatti al tanto atteso nono episodio! Quest’oggi a tenerci compagnia durante la reclusione nella città contaminata e quarantenata ci saranno il thrash metal delirante dei sardi Abduction, il death metal satanico e femminista degli Skulld ed il d-beat metal-punk dei milanesi Kombustion. Chiuso in una citta’ come una tigre nella gabbia. Non c’e’ niente da capire, non c’e’ niente da sperare, non ci rimane che urlare! Non ci rimangono che schegge di rumore impazzite!

Skulld in concerto

Abduction – Killer Holydays on Planet Earth (2020)

Si narra che durante i rapimenti alieni si possano sentire le note di questo “Killer Holydays on Planet Earth“… Thrash metal demenziale e fieramente ignorante per gli Abduction che tornano finalmente sulle scene con questo nuovo devastante “Killer Holydays on Planet Earth”, in cui i nostri sintetizzano quanto fatto nell’ultimo decennio dai Municipal Waste, dai Gama Bomb e dai brasiliani Violator, lasciando intravedere anche influenze più datate riconducibili ai Sacred Reich. Undici tracce accompagnate da testi deliranti e titoli che non celano l’intento palesemente nonsense e goliardico con cui i sardi si approcciano a quel sound thrash metal tipico del nuovo millennio che non sembra ancora aver del tutto perso il suo fascino. Tanto a livello musicale, quanto e soprattutto a livello di approccio lirico e di immaginario generale, gli Abduction mi hanno felicemente ricordato i Gama Bomb; difatti sulla falsa riga degli irlandesi anche il thrash metal dei sardi è infarcito di riferimenti ad una certa cultura cinematografica “nerd”, ben evidenziata da tracce quali “Grandpa Rick” ispirata dalla serie capolavoro “Rick e Morty”, dalla netta quanto assurda presa di posizione di una canzone come “If You Don’t Like Star Wars We Can’t Be Friends” o dall’iniziale “Uranus Attacck”, la cui accoppiata titolo-testo è degna di un filmaccio horror di serie Z. Thrash metal senza alcuna pretesa di risultare originale o tecnico, ma suonato con passione e con la giusta dose di “demenzialità” perfetto per fare headbanging selvaggio o per ritrovarsi a moshare in solitaria e che troverà sicuramente la sua dimensione ideale dal vivo. Non prendendosi troppo sul serio, mostrando una buona capacità nel songwriting che non risulta mai noioso e anzi mostra molta momenti estremamente godibili, gli Abduction sembrano volerci dire una semplice cosa con questo nuovo, assurdo in tutti i sensi, “Killer Holydays on Planet Earth“: It’s only thrash metal and we like it!

Skulld – Reinventing Darkness (2020)

Skuld, facendo riferimento alla mitologia norrena, era il nome di una norna (termine che etimologicamente significa “colei che bisbiglia un segreto“) che sembrerebbe potesse decidere il destino degli uomini. Tralasciando l’affascinante nome scelto dal gruppo e il suo background ricco di riferimenti alla cultura norrena, le tematiche principalmente trattate nelle liriche sono da ricondurre al mondo dell’esoterismo, del paganesimo  e di qualcosa che può essere definito come satanismo femminista, prendendo in prestito il titolo dell’ultimo brano presente su questo “Reinventing Darkness”. Evocando entità demoniache e forze pagane per lasciarle libere di infestare il regno dei mortali, con “Reinventing Darkness” gli Skulld ci trascinano in rituale esoterico che prende forma sulla base di sonorità death metal vecchia scuola che si rifanno tanto alla scena svedese quanto a certe cose fatte dagli Asphyx, ma con una buona dose di influenze black e hardcore (background da cui provengono i nostri) che affiorano spesso in superficie, con il growl urlato e lancinante della sacerdotessa Pam a farci da guida in questa discesa senza ritorno negli inferi più profondi. Un’atmosfera esoterica e infernale fa da sfondo al nostro viaggio tra le sei tappe di questo “Reinventing Darkness”, un viaggio tra rituali occulti (The Priestess), oscurità opprimente e senza fine (The Longest Hour), femminismo satanico (l’omonimo ultimo brano, uno dei migliori tanto per il contenuto lirico quanto per la parte strumentale) e antiche divinità pagane come nella quarta traccia intitolata Beaivi e incentrata sulla figura della dea del sole della cultura Sami. Tra racconti di donne che nella storia, nel passato così come, purtroppo, nel presente, son vittime di violenze, oppressione e morte da parte di una cultura patriarcale che le ha spesso indicate come streghe, pazze o figlie del demonio quando si sono ribellate e riferimenti a mitologie e rituali pagani, il death metal vecchia scuola degli Skulld colpisce nel segno con il suo mix di atmosfera, brutalità e un immaginario occulto ed esoterico. Rebels of the past, your anger shall rise… Slowly we riot!

Kombustion – Cenere (2019)

È un d-beat/metal-punk nichilista ed estremo quello che ci sparano addosso senza pietà alcuna i milanesi Kombustion, una dichiarazione di guerra senza fine decantata su sonorità aggressive che sembrano non aspettare altro che travolgerci come una furia selvaggia per lasciarci a terra inermi e privi di forze. “Cenere“, questo è il titolo del primo disco in casa Kombustion, ci regala nove tracce a cui si sommano un’intro e un breve outro, una roboante tempesta di d-beat/metal punk che pesca a piene mani dalla scena svedese più moderna e recente e principalmente da dischi come “Pray to the World” dei Wolfbrigade, “Allday Hell” dei Wolfpack e “Sekt” dei Martyrdöd, ma che non nasconde l’intimo legame che lo collega alla lezione seminale di Avskum e Anti-Cimex. Certamente non ci troviamo a livello dei gruppi appena citati, ma durante l’ascolto di questa prima fatica targata Kombustion, che inizia con l’assalto di “Rinnegato“, ci imbattiamo in una serie di tracce quali “Lato Sbagliato”, “Tutto si Spegne” o “L’Altra Faccia del Nulla” che danno l’impressione di trovarsi, impotente e rassegnati, nel bel mezzo di una tempesta che spazza via ogni cosa si trovi sul suo cammino. Altra traccia che inghiotte l’ascoltatore senza lasciar lui nessuna via di fuga è la bellissima “I am the Storm”, pezzo non inedito visto che era già stato inciso e rilasciato nel 2017 ma che in questa versione si riveste di una rinnovata brutalità, come se i Kombustion ci tendessero un’agguato che prende all’improvviso prima di scomparire nel fragore della tormenta. “Non avremo demolito tutto se non distruggiamo anche le rovine» sembrano volerci dire proprio questo, prendendo a prestito una frase accreditata al drammaturgo Alfred Jarry, i Kombustion con la loro miscela furiosa ed esplosiva di d-beat/crust e metal-punk. Spreading darkness, screaming the rage… It’s time to destroy appearing from the storm…

p.s. menzione d’onore per l’artwork di copertina che a parer mio merita moltissimo

 

 

A Blaze in The Northern Sky #02

Soon the dawn shall arise for all the oppressed to arm. Black metal ist klassenkrieg!

Eccoci giunti al secondo episodio di  A Blaze in the Northern Sky, rubrica dedicata ai migliori dischi usciti in ambito black metal nell’ultimo periodo. I protagonisti di questo secondo appuntamento sono tre ottimi dischi di black metal usciti recentemente e di gruppi o progetti che nulla hanno a che fare con merda ambigua, fascista o sessista/omofoba e che, se proprio non rientrano perfettamente nel filone “Red & Anarchist Black Metal”, si definiscono fieramente antifasciste e certamente vicine ad un certo modo di intendere il black metal e in generale la scena estrema e underground. Presto una nuova alba sorgerà e tutti gli oppressi si armeranno, perchè il black metal è lotta di classe!

Awenden – The Golden Hour 

Nel corso del 2018 mi imbattei nel primo lavoro omonimo di Awenden, one man band proveniente dallo Stato di Washington, e rimasi affascinato dal black metal atmosferico che proponeva in quelle cinque tracce e dalle tematiche legate ad una comunione intima e una sorta di venerazione per la natura selvaggia e incontaminata. Questo sentimento di comunione totale con la natura selvaggia è il motore che anima ancora oggi la proposta di Awenden e che accompagna un black metal atmosferico che affonda le proprie radici in profondità nella cosiddetta scena “cascadian black metal”. I punti di riferimento degli Awenden su questo magnifico “Golden Hour” si devono infatti ritrovare nei lavori dei primi Wolves in the Throne Room, negli Agalloch, negli Skagos (difatti troviamo tra i musicisti che hanno collaborato a questo disco due loro membri), negli Alda e sopratutto nelle parti più atmosferiche e ambientali si possono sentire richiami al progetto Evergreen Refuge. Come da miglior tradizione del black metal dalle tinte atmosferiche la maggior parte dei brani presenti su questo “Golden Hour” superano i dieci minuti di durata, se si escludono l’intermezzo in bilico tra ambient e noise intitolato “Voices” e la sognante suite anch’essa radicata in territori ambient “A Memory of Dawn”. Un black metal intimamente legato al territorio di provenienza del progetto Awenden e che quindi trae profonda ispirazione dalla natura selvaggia, dalle foreste incontaminate e dai fiumi delle regioni del nord ovest che si affacciano sul Pacifico. Tutto questo viene evocato tramite un alternarsi di momenti melodici e calmi tesi a creare un’atmosfera sognante e a tratti epica e altri passaggi che assumono le sembianze di classici assalti black metal fatti di riffing serrati e blast-beats. in un crescendo di tensione e magnificenza. “Golden Hour” è un’opera imponente della durata di cinquanta minuti abbondanti e le sei tracce presenti prendono la forma di vere e proprie odi alla natura sempre più minacciata dalla fame di profitto del capitalismo. La doppietta iniziale formata da “Dawn” e “Ritual Exile” ci fa immediatamente piombare in una sorta di trance sognante costantemente sospesi tra la quiete dei passaggi atmosferici e la tempesta delle cavalcate black metal scandite da uno screaming primitivo e demoniaco. Il picco di epicità e tensione viene raggiunto però sul finale con la splendida titletrack, un’ode romantica alla wilderness nell’ora del tramonto. Gli Awenden ci hanno regalato un grandioso disco di cascadian antifascist black metal capace di dare nuova linfa vitale ad una scena che dopo i picchi raggiunti dagli Agalloch e dai WITTR sembrava non avesse più molto da dire.

Seas of Winter – Dead Forest

Bergen 1994? Niente affatto, nonostante le sonorità presenti su questo “Dead Forest” siano profondamente influenzate da capolavori seminali e primitivi della seconda ondata del black metal norvegese come “Call of the Wintermoon” degli Immortal o “A Blaze in the Northern Sky” dei Darkhtrone. Difatti i Seas of Winter provengono dagli Stati Uniti, suonano un primordiale black metal vecchia scuola e stando a quanto dichiarano questo “Dead Forest” vuole essere un omaggio alla persona di Pelle Ohlin, conosciuto ai più col soprannome di Dead e per essere stato la voce della primissima incarnazione dei Mayhem. Ed è proprio questo motivo che mi ha fatto propendere per la recensione di “Dead Forest” invece dell’ultima (bellissima) uscita intitolata “Forest Aflame”. Alla memoria di Dead è dedicata “Pelle”, terza traccia presente su questa opera prima dei Seas of Winter, probabilmente uno dei brani migliori insieme alla seconda traccia “The Haunted Earth” che si apre con un tremolo picking degno dei Mayhem e uno screaming demoniaco. L’aspetto che trovo più interessante sottolineare è però l’altra motivazione da cui prende vita questo progetto, ovvero il desiderio di contrastare il cambiamento climatico e di lottare quindi contro un sistema economico, quello capitalista, protagonista della catastrofe ambientale che pende sulle nostre esistenze come spada di Damocle, un sistema economico che saccheggia e devasta gli ecosistemi e che sacrifica tanto l’uomo quanto la natura sull’altare del profitto. Crudo e glaciale black metal fedele alla seconda ondata norvegese, cosa chiedere di più? The earth cries into my mouth,”What will save us now?”. Only climate change is real.

 

Cirkeln – Stormlander 

Jag vandrar ut i stormen
Kommer jag hit igen?
Jag vandrar ut i stormen
Världen ligger bakom mig

“Esco dalla tempesta, verrò di nuovo qui? Esco dalla tempesta, il mondo è dietro di me”… Dai territori settentrionali della Svezia emerge questa misteriosa creatura celata dietro il nome di Cirkeln che, abbattendosi come una tormenta di oscurità e malvagità, vuole narrarci storie di una natura antica e selvaggia e di avventure epiche. Epicità e oscurità sono difatti i due tratti principali che caratterizzano il sound di questo “Stormlander”, ultima fatica in studio per la one man band Cirkeln. Il sound del gruppo svedese affonda le proprie radici nella lezione seminale di dischi quali “Blood Fire Death” e “Hammerheart” dei Bathory, negli Isengard di “Vinteskugge” e nel bellissimo e primitivo “Nordavind”  dei semi-sconosciuti Storm (progetto di Fenriz e Satyr), quindi ci troviamo ad ascoltare sei tracce di epico black metal ispirato dalla mitologia norrena e dalle antiche storie vichinghi. Un black metal quello dei Circkeln orientato verso la creazione atmosfere epiche tramite le melodie di chitarra ed alcuni riff che risentono una vaga influenza doom, il tutto alternato a veri e propri assalti di black primordiale grazie all’ utilizzo di tremolo picking glaciali e serrati e una batteria martellante che non lesina sui blast beats. Tutti questi elementi che caratterizzano il sound dei Cirkeln sono presenti fin dalla prima traccia “Old Demon King”, brano che segue una suite introduttiva che tocca lidi ambient e accompagnata da una voce che sembra recitare un mantra rituale. La seconda traccia intitolata “Hammer High” si apre con una melodia folkeggiante che si stampa immediatamente in testa ed è infatti quella che a mio parere risente maggiormente l’influenza di un certo viking metal “moderno” a la Ensiferum ma anche dei primissimi Manegarm. La successiva “Stormlander” rappresenta probabilmente l’episodio più doom e maggiormente influenzato dai Bathory post-Hammerheart di tutto il disco, presentando addirittura un intermezzo acustico che ricorda i Satyricon di “Dark Medevial Times”. In una scena come quella black metal e in modo particolare in quella nicchia che prende il nome di “viking metal”, in cui fin troppi gruppi si appropriano di tematiche legate alla mitologia e alla storia norrena per diffondere idee nazionaliste, fasciste e di supremazia razziale, i Cirkeln stanno dal lato della barricata in cui ai fascisti si spara e se lo rivendicano fieramente. Un ottimo disco di black metal epico che farà la gioia di tutti noi cresciuti a pane, Quorthon e odio per i nazi-fascisti! Hold the hammer high against fascist scum!

 

 

Schegge Impazzite di Rumore #08

NOI GIRIAMO IN TONDO NELLA NOTTE COME SCHEGGE IMPAZZITE E SIAMO DIVORATI DAL SACRO FUOCO DEL RUMORE

E’ di tre mesi fa l’ultimo appuntamento con la rubrica conosciuta con l’altisonante nome di “Schegge Impazzite di Rumore“, apparsa per la prima volta sulle pagine virtuali di Disastro Sonoro nel marzo del 2018 con l’intento di rappresentare un appuntamento a cadenza mensile in cui parlare e recensire le ultime uscite della scena punk-hardcore e in ambito metal estremo. Ecco, come mio solito non son stato capace di rispettare scadenze ne tantomeno così costante dal poter scrivere ogni mese un nuovo capitolo di questa rubrica, ma oggi mi faro perdonare perchè negli ultimi mesi dell’anno appena passato sono stati tanti i lavori che hanno attirato la mia attenzione, che hanno occupato i miei ascolti e che quindi ritengo meritino di essere trattate, recensite o anche solamente raccontate qui e ora. In questa ormai ottava puntata con le schegge impazzite di rumore ci imbatteremo quindi in una creatura dal nome Tuono, una vecchia conoscenza di questo blog, ovvero Gli Stronzi, e un gradito ritorno di uno dei migliori interpreti dell’hardcore in salsa ligure, si sto parlando proprio degli Eversione. Dopotutto siamo pur sempre solo schegge impazzite che girano in tondo nella notte e sono divorate dal fuoco e dal rumore.

Tuono

 

Tuono – Ho Scelto la Morte (2019)

“Ho Scelto la Morte” dei Tuono potrebbe benissimo essere scambiato per un misconosciuto lavoro uscito nella scena hardcore punk italiana intorno al biennio 1985-86 perchè nei suoi (quasi) venti mintui possiamo ritrovare il suono, l’esigenza espressiva, la rabbia e l’impulsività tipici di quel momento storico e di quella scena immortale. I Tuono però non provengno dagli anni Ottanta ma sono un gruppo di recente formazione nonostante possano annoverare tra le proprie fila membri di Kontatto, Impulso e Horror Vacui. Hardcore italiano vecchia scuola quello che suonano, fin qui non ci sono dubbi, ma quali sono le principali influenze che trasudano da ogni nota di questo “Ho Scelto la Morte”? Provate a sintetizzare l’hardcore degli Stinky Rats del mai troppo incensato “Vergognati”, i Disper-azione di “Soltanto la Morte…Potrà Fermarci”, i semi-sconosciuti Kobra di casa Virus dell’unico ep “Corri Nel Sangue dei Tuoi Nemici” e soprattutto i seminali Wretched del periodo “La Tua Morte Non Aspetta” e non andrete troppo lontani dall’hardcore radicato nella vecchia scuola suonato dai Tuono e riassunto nelle otto veloci tracce che compongono questa loro prima fatica in studio. Con l’irruenza di un tuono, questo nuovo progetto ci regala un’ottimo esempio di hardcore punk old school suonato con passione, attitudine e un certo gusto a tratti post-punk, senza dubbio un po’ nostalgico di quello che fu negli anni ’80 ma che nonostante ciò riesce sempre ad esercitare un profondo fascino e mantenere un forte interesse. L’atmosfera generale che aleggia su tutti gli otto brani è profondamente oscura ricordando anche gli Stigmathe di “Lo Sguardo dei Morti” e inoltre l’hardcore suonato dai Tuono non disdegna mai melodie e ritmi di derivazione post-punk come nell’introduttiva “Come un Tuono” o nella quinta traccia “Lingue Morte/Occhi Spenti”. Nel riff che apre “Non Mi Aspetto più Niente” si possono invece sentire addirittura echi dub sulla falsa riga di “Volando Stanotte” dei già citati Stigmathe. Accanto alle tracce citate finora se ne affiancano altre come “Non Capire” e “Ho Scelto la Morte“, veloci schegge di hardcore punk in perfetto stile Wretched. Per concludere siamo di fronte ad otto tracce indomabili e irrequiete come un tuono che squarcia il cielo e spezza l’apparente quieto vivere, come un tuon0 che crea confusione e rumore assordante. Soltanto la morte potrà fermarci!

 

Eversione – Eversione (2019)

Un grande e graditissimo ritorno quello dei liguri Eversione, almeno per me che li ho amati fin dal loro primissimo “Un’Istante di Fervore” datato ormai 2014. Un ritorno avvenuto a settembre con la pubblicazione di questo self-titled album che vede gli Eversione riprendere il discorso interrotto tanto sul già citato “Un’Istante di Fervore” quando sullo split con gli Eco rilasciato due anni dopo, ovvero un hardcore perfettamente in linea con il sound che dagli anni ’90 in poi ha caratterizzato moltissime uscite della penisola, quell’hardcore dal sapore old school ma che non disdegna un suono più moderno, compatto e per certi versi melodico, principalmente in certe linee vocali e in certi riff che sorreggono le dodici tracce presenti su questo “Eversione”. Il disco era stato annunciato con la pubblicazione del singolo “Il Nuovo Disordine“, brano che può rappresentare al meglio l’hardcore suonato dai liguri, un’hardcore che partendo dalla lezione dei Sottopressione arriva a mostrare influenze tanto della scuola tarantina di Sud Disorder e Hobophobic quanto a tratti vaghi echi della scuola trentina di Congegno e compagnia, senza mai celare un gusto nel song-writing, nella scrittura dei testi e in generale nella ricerca di un equilibrio stabile tra l’irruenza e la melodia riconducibili a gruppi grandiosi come i CGB. “Ancora Qui” è uno dei pezzi hardcore più anthemici e intensi ascoltati negli ultimi anni, veloce e melodico, con una linea vocale che si stampa immediatamente in testa e con un testo combattivo. Durante l’ascolto della successiva “Idee di Libertà” ho avuto un’epifania pressochè immediata; infatti il brano in questione ha un gusto particolare che mi ha ricordato un pezzo indimenticabile e stampato indelebilmente nella mia memoria, ossia la bellissima “Nerosangue” presente sul primo lavoro degli Eversione. Da brividi, tanto musicalmente quanto dal punto di vista lirico, è sicuramente “Luce di un Giorno di Sole”. Il nono brano intitolato “Per Mano dello Stato” non è un inedito bensì abbiamo giù potuto ascoltarlo sulla compilation benefit “Il Freddo di Luglio“, probabilmente uno dei pezzi “più politici” di tutto il disco. Avviandoci alla conclusione di questo nuovo self-titlted album ci imbattiamo in un altro momento altamente anthemico rappresentano da “Da Solo”, altra traccia che mette i brividi. Se musicalmente le dodici tracce sono attraversate da una costante tensione tra irruenza e melodia, anche liricamente il disco si compone di due anime perfettamente amalgamate dagli Eversione, quella più personale e intima e quella più politica e insurrezionale. Per concludere questa recensione, prendendo in prestito le parole degli stessi Eversione possiamo orgogliosamente dire di essere ancora qui “lontani da tutto ad urlare con la voce ridotta ad un filo, uniti nella nostra follia non importa se il mondo non riesce a capirci…”. Noi sempre qui, a non capire perchè voler continuare ad esserci.

 

Gli Stronzi – Distopia (2019)

La città di Distòpia: un luogo immaginario, dove la sola morale è quella dell’utilitarismo e dell’egoismo più becero. Dove il fascismo si nasconde dietro una succinta veste di democrazia e fa breccia in chi prima lo disdegnava e lo guardava agire con indifferenza. Oggi, Distòpia assomiglia sempre di più alla realtà, forse, è già la nostra realtà.

L’ultima volta che ho parlato de Gli Stronzi su questo blog ho concluso la recensione del loro “Sicurezza e Decoro” con queste esatte parole: “Se ve lo fate scappare gli stronzi siete voi, sappiatelo”. La volta prima ancora, nel corso di un report di un concerto avvenuto in una giornata di pioggia del lontano 2017 nella cornice di Villa Vegan, avevo sottolineato quanto dal vivo Gli Stronzi non risparmiassero nemmeno una goccia di sudore nel suonare il loro hardcore furioso e diretto, in cui si può sentire in ogni istante tutta la passione che li anima e l’attitudine in your face che contraddistingue tanto il loro sound quando e sopratutto le loro liriche urlate a squarciagola dalla graffiante voce di Chiara (già voce dei L.UL.U) che ha sostituito la Clara dietro il microfono. Gli Stronzi però sono meno stronzi di quanto ci si possa immaginare e dopo un silenzio durato più di un anno a settembre ci hanno regalato la loro terza fatica intitolata “Distopia”, disco nel quale i nostri continuano nel loro percorso orienatato a suonare un’hardcore punk vecchia scuola combattivo, veloce e rabbioso, riuscendo a riprendere il filo interrotto con il precedente “Sicurezza e Decoro” e migliorandolo ulteriormente in termini di composizione e dal punto di vista lirico. Sette ottime tracce che sferrano un colpo mortale alla pacificazione sociale e suonano come una condanna a morte per il quieto vivere a cui ci vorrebbero addomesticare. Tra le sette velocissime e brevissime schegge impazzite di hardcore old school che ci traffigono appena iniziamo l’ascolto di questa ultima fatica in casa de Gli Stronzi, trovo sia bellissima “Rialzati!”, traccia con cui ci si avvia alla conclusione di “Distopia”, con un testo che invita ad alzare la testa, a ricominciare a lottare e a tirar fuori tutto ciò che si ha dentro di sè. Colonna sonora perfetta per danzare tra le fiamme che divorano le rovine della città di Distopia. Se non avete ancora ascoltato questa bombetta beh che ve lo dico a fare, siete voi gli stronzi, sappiatelo.

 

Evil Fragments #02

E’ di marzo dello scorso anno il primo e unico capitolo di questa rubrica che porta il nome di un disco dei giapponesi Effigy, uno dei migliori gruppi a suonare quel magnifico ibrido tra crust punk e thrash metal che ha reso immortali nella storia della musica estrema i nomi di gente come Amebix Axegrinder, Sacrilege e compagnia. Non è difficile perciò capire di cosa tratterò in questa rubrica, ovvero i dischi più interessanti in ambito crust punk, stenchcore e d-beat usciti recentemente e che meritano perciò la mia così come la vostra attenzione. Doomsday hour has come, evil fragments will swallow you!

 

Tapioca – Demo (2020)

Vengono dalla British Columbia, territorio canadese, hanno un nome che riprende un prodotto alimentare derivato dalla lavorazione della Manioca, pianta originaria del Sud America, e buona parte dei loro testi è scritta e cantata in cinese. Questi sono i Tapioca e in questa loro primissima fatica ci regalano venti minuti di ibrido bastardo tra l’anarcho-crust punk e sonorità più orientate verso territori metal che ha le radici piantate in profondità nelle sonorità, così come nell’immaginario e nelle tematiche, riconducibili a gruppi come i Nausea, i Contravene, i grandiosi Appalachian Terror Unite, i Nux Vomica, gli Scatha di “Respect, Protect, Reconnect” e i Sedition di “Earth Beat”. La demo in questione si compone di cinque tracce a cui si somma una cover dei Fear of God posta in chiusura che toccano gli argomenti più classici e cari all’anarcho-crust punk, dalla critica della guerra e del patriottismo fino alla presa di posizione ecologista contro la catastrofe climatica e ambientale causata dal capitalismo che sfrutta l’uomo così come devasta e saccheggia i territori. Il filo conduttore che lega nell’insieme il progetto Tapioca e le cinque tracce della demo è ben delineato dallo “slogan” che accompagno il gruppo canadese: “We went from being, to having, to appearing…”. Una presa di coscienza netta e forte nei confronti del consumismo, della mercificazione e della proprietà, tutti germi che vengono coltivati internamente dall’economia capitalista stessa e che sembrano ormai dominare le esistenze degli esseri umani. Un’ottimo debutto per i Tapioca, autori di un anarcho-crust punk metallizzato se non del tutto originale certamente suonato con passione e attitudine e per questo estremamente godibile per chiunque sia follemente infatuato dei gruppi citati in apertura di recensione, come il sottoscritto del resto.

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Warkrusher – All is Not Lost (2019)

Anche i Warkrusher come i Tapioca provengono dalle terre canadesi, però questa volta dalla parte opposta rispetto alla British Columbia, ovvero dal Quebec e anche loro con questa demo intitolata “All Is Not Lost” e rilasciata nel dicembre del 2019 sono alla loro primissima fatica in studio. In appena venti minuti e cinque tracce i canadesi Warkrusher ci sparano nelle orecchie il loro sound pesantemente influenzato da sonorità riconducibili all’universo stenchcore e ad apocalittici territori crust punk sia di gruppi seminali come i Deviated Istinct o i Misery, sia di gruppi crust della seconda ondata degli anni ’00 come i magnifici Hellshock o i War//Plague. In tracce come “Tyranny of Vengeance/All Is Not Lost” e “Endless Night” si possono sentire infatti tanto le influenze dei Misery di “Children of War” quanto quelle dei War//Plague di “Temperaments of War”, mentre in “Screaming from Hell“, traccia con cui termina questa demo, si possono addirittura sentire lontani richiami agli Effigy di “Grindin Metal Massacre“. Cinque tracce di ottimo stench-crust che se fossero state pubblicate agli inizi degli anni duemila, in pieno revival crust punk, avrebbero sicuramente riscosso maggiori consensi. Ma i Warkrusher se ne fregano di tutto questo, seguono una strada ben precisa, suonano stenchcore e crust punk come piace a loro e ribadiscono un concetto fondamentale: “Non tutto è ancora perduto!”

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Paranoid – Kind of Noise (2019)

A pochissimi giorni dalla fine del 2o19 i Paranaoid hanno vomitato fuori dal nulla questo nuovo ep intitolato “Kind of Noise”, un titolo che più emblematico non si può per definire la proposta ed il sound degli svedesi. Fedeli da sempre al culto di Kawakami e dei Disclose, i Paranoid ci regalano quattro tracce che invertono leggermente la rotta rispetto a “Heavy Mental Fuck Up!” rilasciato ormai due anni fa, disco segnato da uno spostamento molto più netto verso lidi propriamente metal, nel quale le sonorità riconducibili ai Venom erano più accentuate che mai. Su questo “Kind of Noise” i Paranoid sembrano aver fatto un importante ritorno al passato, riuscendo a ricreare perfettamente quella furia di d-beat hardcore rumoroso e distorto influenzato in egual modo dai Disclose e Framtid, onnipresenti nel sound dei nostri, e dal fondamentale kangpunk svedese di Totalitar e Mob47 che caratterizzò i loro primi lavori. Un vortice distruttivo e violento come solamente un temporale tuonante nei cieli scandinavi sa essere, una tempesta di caos che trita e devasta qualsiasi cosa in cui si imbatte sul suo percorso. Con questo “Kind of Noise” il sound dei Paranoid rappresenta ancora il miglior punto di incontro tra due scuole seminali dell’hardcore e del d-beat mondiali, quella giapponese più caotica e distorta e quella svedese più violenta e ruggente, una vera e propria furia devastatrice di rumore assordante di cui si sentiva sinceramente il bisogno in questi tempi bui in cui la scena hardcore mondiale è preda della moda “raw punk”. Fuck off and die, this is just a kind of jawbreaking mangle devastation!

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Dishönor – S/t (2019)

La mancanza pressochè totale di informazioni certe e contatti rende i Dishönor una creatura estremamente affascinante e misteriosa. Si sa veramente poco sul loro conto, se non che vengono da Salonicco in Grecia e che su questo loro primo lavoro ci offrono un ottimo d-beat/crust influenzato in egual misura da gruppi come Doom, Discharge, Hiatus, Visions of War, Disgust e compagnia brutta e cattiva intenta a suonare il più brutale e martellante d-beat possibile. Fin dalla copertina di questo self-titled debutto dei Dishönor si può facilmente comprendere quale sia la tematica centrale attorno alla quale ruotano le dieci tracce, ovvero una feroce presa di coscienza antimilitarista contro la brutalità della guerra, i suoi orrori e il sistema capitalista che nella guerra ha i suoi interessi economico-finanziari e che vede negli esseri umani solamente carne da macello da sacrificare sull’altare del profitto. Tracce quali l’iniziale “War Victims”, “Savagies of War” e “Neverending Bombraid” sono esempi perfetti tanto della solidità e dell’inaudita violenza del d-beat/crust suonato dai greci quanto delle tematiche appena elencate, a cui si affiancano pezzi e liriche che trattano altri argomenti classici del genere come le visioni post-apocalittiche intimamente legate ad un imminente catastrofe ambientale, l’incertezza del futuro causata da un sistema economico predatorio che inquina, devasta e distrugge l’ecosistema e la critica del potere, della gerarchia e dell’autorità. Niente di nuovo sia sul fronte delle sonorità che sul fronte delle tematiche affrontate, questo è innegabile, ma nonostante ciò questa prima fatica dei Dishönor suona tutt’altro che scontata o noiosa, e anzi, per tutti gli amanti di un certo sound è un disco da ascoltare dall’inizio alla fine senza prender fiato facendosi trafiggere da queste dieci schegge di d-beat/crust violento e indomabile! Inoltre parte dei soldi ricavati dalla vendita di questo self-titled album sono benefit per supportare le spese e le lotte del movimento anarchico greco, quindi cazzo volete di più? Nights without end, reality or nightmare? Will this ever end?

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