“Schegge di Rumore, Storie di Hardcore Italiano negli Anni 90” – Chiacchierata con Andrea Capo’ e Monica Rage Apart

“Conobbi l’hardcore e me stessa, perché, pur essendomi sempre saputa, mai mi ero potuta riconoscere così.
Da quel momento ho iniziato a immergermi nei pit che gli anni Duemila mi offrivano, nel modo ingenuo in cui a quell’età si pensa forse che andare ai concerti e tuffarsi nella rovina sotto al palco significhi pienamente afferrare un pezzetto di mondo e farlo proprio.
(Monica RageÀpart, Schegge di Rumore)

Sabato 3 luglio 2021. Seconda giornata di una intensissima due giorni per festeggiare i 23 anni di Villa Vegan Occupata. 18/18.30, se non ricordo male (cosa molto probabile vista la stanchezza e la quantità molesta di alcol ingerita fino a quel momento), finalmente è arrivato il momento della presentazione di “Schegge di Rumore”, libro sulla storia dell’hardcore italiano degli anni 90 scritto a quattro mani da Andrea Capò e Monica Rage Apart, volti noti della scena hardcore della Tuscia. Un libro che ho voluto fortemente venisse presentato in quella splendida cornice, in quella situazione in cui ho sentito più vivo e pulsante che mai lo spirito punk hardcore più sincero e appassionato. Inaspettatamente Andrea e Monica mi chiesero di presentarlo insieme a loro, facendo loro delle domande in merito al libro da cui far partire riflessioni e discussioni da condividere con i presenti. Ricordo che la mia emozione fu tanta e palpabile, così come l’orgoglio provato nel sentirmi proporre una cosa simile. La presentazione andò alla grande, le riflessioni e i confronti con diverse individualità appartenenti alla scena dei 90 sono ancora vive nella mia memoria e le ricordo come estremamente stimolanti. A distanza di mesi, grazie anche al rapporto di amicizia che mi lega ai due autori e alla condivisione intensa di quel momento, ho pensato di intervistare nuovamente Monica e Capò per parlare di Schegge di Rumore e riprendere da dove avevamo interrotto questa estate. “Nella tua testa, nelle tue braccia e nei tuoi occhi c’è solo punk hardcore!

Ciao carissimx, l’idea di farvi questa intervista nasce un po’ per riprendere il filo e lasciare testimonianza scritta della presentazione di Schegge di Rumore che avete tenuto questa estate in occasione del compleanno di Villa Vegan, presentazione che ho avuto estremo piacere di organizzare al vostro fianco. Partiamo come quel giorno di luglio nella splendida cornice di Villa Vegan Occupata, com’è nata sostanzialmente l’idea di scrivere un libro sulla scena hardcore punk italiana degli anni 90? E perchè intitolarlo proprio Schegge di Rumore?

Capò: Ciao caro ed innanzitutto grazie per il supporto & l’amicizia! Torno volentieri a quello spumeggiante 3 Luglio 2021 con molteplici bei ricordi: un po’ perché non suonavo a Milano dal 2016 (e addirittura non capitavo in Villa da un giretto Tear Me Down di 10 anni prima!), un po’ perché la Presentazione di Schegge -nonché il susseguente show Neid, Zona d’Ombra, Città Dolente, Potere Negativo- son proceduti alla grande ma, soprattutto, per la piacevolissima rimpatriata (PS: sempre grazie a Piera & Pier per l’umile giaciglio!), Venendo dunque alla tua prima domanda ci è sembrato qualcosa di fortemente dovuto dato che, a differenza della scena hc anni ’80 dove s’é trovato di tutto, -da fanze a reunion, a libri passando per innumerevoli ristampe discografiche- sugli anni ’90 non era mai stato uscito nulla a riguardo!      

Monica: Ciao a te, David! Schegge di rumore è coesistito per lungo tempo con me e Andrea, seppure non avesse una forma precisa né noi pensavamo a ciò che avremmo potuto fare di quelle nostre lunghissime chiacchierate sull’hc degli anni ‘90. Il nocciolo di questo libro è venuto fuori poco alla volta, a partire dalle nostre frequenti conversazioni sul punk delle vecchie e delle nuove leve a confronto: quel che ne usciva sembrava sempre interessante e autenticamente bello, tanto che ad un certo punto pareva un peccato che i ricordi di Andrea rimanessero una questione privata. Aggiungici poi che altrove non c’era modo di ascoltare questo tipo di racconti perché gli anni ’90, che sembravano esclusi dalle cronache “ufficiali” del punk, a fronte invece delle tantissime informazioni presenti sulla scena degli anni ’80, ed eccoti alcuni dei motivi per scrivere questo libro. Sì, c’erano le fanzine, c’erano i libretti dei dischi e dei cd di quegli anni, è vero, ma pareva che le persone e il loro vissuto si riuscissero a intravedere a malapena attraverso quelle pagine e quei vinili rigati. Forse ero io che non sapevo vedere oltre oppure non so, ma ero felice di poter ascoltare la testimonianza di Andrea, che quegli anni se li era vissuti a pieno e che tuttora vive nel nostro mondo sgangherato. Inoltre, ha contribuito anche il fatto che spesso l’hc degli anni Novanta era usato come metro di paragone negativo. Tutte queste ragioni hanno fatto maturare la consapevolezza per entrambi di voler far qualcosa con questo suo vissuto e di volerlo fare assieme a quattro mani. Da lì in poi tutto è proseguito con naturalezza e spontaneità. Alla fine, il titolo che abbiamo scelto è stato Schegge di rumore perché ci sembrava che raccontasse esattamente quello che avevamo raccolto: le storie di persone, rumori, caos, diverse sensibilità e attitudini, splendidamente differenti eppure tutte legate fra loro dal quel fil rouge che è l’hardcore.

Perchè avete scelto proprio questa modalità che assomiglia più ad una vera e propria intervista/confronto tra più voci, piuttosto che un racconto più classico in stile biografia musicale?

Capò: Perché l’intento era propri quello; ricostruire la genesi e l’affermazione del punk-hc italiano vecchia scuola d.i.y. di quel periodo attraverso le esperienze dirette, fresche e ricche di aneddoti, dei loro protagonisti. Non volevamo per nulla buttar giù un lavoro di tipo enciclopedico, da giornalisti da strapazzo per intenderci. 

Monica: Schegge di rumore nasce prima di tutto come uno libro per noi e un libro per gli amici. Questo è il motivo principale per cui abbiamo scelto di fare delle interviste. Volevamo che questi amici, queste persone a noi care, si potessero raccontare in prima persona: volevamo che fossero le voci di sé stessi, che si sentissero liberi di riportarci la loro storia nella maniera più libera possibile, senza le mediazioni di uno stile biografico. Tipo “due accordi diritti sul tuo viso”, potrei dirti. Tra le prime cose che ci siamo detti sin da subito con Capò, una volta deciso di mettere insieme questo libro, c’è stato il rifiuto categorico da parte di entrambi di creare una di quelle terrificanti enciclopedie musicali che si vedono negli scaffali delle librerie. Tanto meno di fare la bibbia del punk hc anni ’90. Noi volevamo che questa parte della nostra storia mai raccontata prima riemergesse da un punto di vista completamente interno alla scena: dando la parola a chi l’ha costruita e da chi l’ha vissuta, senza mitizzazioni o finti eroismi. Inoltre, come sai, io e Andrea non siamo giornalisti che devono trarre profitto vendendo storie che non gli appartengo: siamo solo due punk, alla vecchia maniera, refrattari a certi discorsi, per mangiare facciamo altro nella vita, non siamo tipi da classifiche editoriali e di questo io ne sono orgogliosa

In base a quali fattori avete scelto le persone da intervistare e le band a cui dare spazio nel vostro libro?

Capò: In realtà è stato facile e naturale: è bastato riavvolgere quel filo rosso (chiamato amicizia!) che mi lega/legava a molte persone con cui, in quegli lontani anni, ho avuto la fortuna di dividere il palco. Nel caso dei fratelli, è proprio il caso di dirlo, Contrasto, Affluente o Hobophobic questo legame fortissimo dura da quasi 30 anni! Nel caso di altri l’occasione per tornare a parlare di questa nostra comune passione, soprattutto con coloro che da tempo non vivon più in Italia (vedi membri di By All Means & Dissesto, rispettivamente a Berlino & Tokio).   

Monica: I sedici intervistati di questo libro-avventura sono stati scelti tra la cerchia di altri membri di gruppi hc vecchia scuola del medesimo ambito rumoroso e fertile di quegli anni. Parliamo di formazioni storiche ancora oggi in piena attività, come nel caso di Contasto, Affluente e Tear Me Down, mentre altre sciolte, come Frammenti, Sottopressione, By All Means, Kafka, Jilted, Monkeys Factory, Dissesto, Hobophobic, The Sickoids e Flop Down. Sono tutte persone del giro delle amicizie strette e delle buone conoscenze di Capò, in primo luogo, e anche mie, con particolare riferimento ad alcuni di loro. Come dicevo prima, noi abbiamo potuto e voluto raccontare quella parte della storia della nostra scena dal punto di vista interno e “palpitante”, valorizzando la mentalità e anche l’attitudine di “essere comunità” propria del nostro mondo. Il solo piano musicale non ci ha mai interessato di per sé, questo non è solo rumore; perciò, abbiamo deciso di mantenere intatto anche questo nostro istinto che ci ha portato di pancia a rivolgerci agli amici, alle buone conoscenze, alle persone incontrate da Capò sopra gli innumerevoli palchi degli anni ’90. Quelle persone che hai conosciuto una notte prima o dopo il tuo concerto hardcore e che non hai lasciato più. È quello che è successo in questi casi, sono queste le cose belle che accadono nel nostro piccolo mondo e in Schegge di rumore abbiamo voluto dare spazio al valore di questi legami speciali, indissolubili nel tempo.

Voi siete attivi nella scena hardcore da più tempo di me, soprattutto per una questione anagrafica e quindi avete vissuto un’epoca che io ho potuto conoscere solamente tramite dischi, racconti, libri e chiacchierate. Quali sono secondo voi le maggiori differenze che possono essere riscontrate tra la scena hardcore degli anni 80 e quella dei 90, non solo da un punto di vista meramente musicale ma anche dal lato politico, di attitudine, militanza, luoghi e spazi e supporto tra le rispettive band e realtà in giro per lo stivale?

Capò: Per un discorso anagrafico non ho vissuto di persona la scena negli ’80, la differenza sta solo nel fatto che negli anni ’90 ci siam dovuti reinventare una scena quasi da capo (come tipo a Viterbo dove non c’era mai stato nulla prima di noi!) anche perché di quel giro non è rimasto nessun gruppo attivo, a parte qualche isolata reunion, come il caso di Kina, Indigesti o Peggio Punx. Dei ’90, oltre ai gruppi sopra nominati, ci son rimasti anche posti, vedi Torre Maura, El Paso, Bencivenga, Ateneo Libertario o Villa Vegan, tutt’ora (r)esistenti, così come alcuni collettivi, tutte realtà tuttora in piedi, con l’inevitabile evoluzione degli anni ma con stessa immutata attitude.  

Monica: In realtà io sono nata nel 1989, perciò ho vissuto anche io quello svantaggio anagrafico per l’hardcore degli anni ’90, figurati quindi per l’esplosione punk degli anni ’80! Dall’impressione che mi sono potuta fare con il tempo, attraverso i dischi, racconti e libri e non sulla base dell’esperienza personale, è che a livello di suono gli anni ’90 portano delle grosse novità, aprendo la strada a stili e generi differenti che si sviluppano all’interno della scena (penso alla particolarità dell’hc torinese, allo straight edge, ecc.) e che hanno un impatto anche sul piano attitudinale, naturalmente. Per quanto riguarda il lato politico mi sembra esserci una continuità sostanziale con i precedenti anni ’80, lo spirito di rivolta è sempre lì che infuria e scorre a fiumi (sulla militanza ci sarebbe da fare un discorso a parte, perché purtroppo non sempre la politicizzazione si traduce in militanza), come pure la presenza viva di luoghi e spazi che tenevano in piedi la scena in quel periodo. Anzi, permettimi di dire che negli anni ’90, a quanto abbiamo potuto constatare in Schegge, si fa molto di più che portare avanti un’eredità: nascono collettivi punk e spazi anche nelle province più isolate d’Italia (come la nostra Viterbo, per farti un esempio concreto), l’hardcore si diffonde a macchia d’olio, anche grazie a fanzine, radio, ecc. Nuovi gruppi si formano ovunque, a differenza dei gruppi del decennio precedente, sciolti per la maggior parte o che stavano cambiando pelle. Forse in quel decennio successivo si era preso coscienza della propria esistenza come “mondo a parte” e della volontà di fare ancora e fare meglio, di non essere costretti a volgere al termine, di dover estinguere una fiamma ancora accesa in tanti ragazzi e ragazze solo per dover seguire le sorti delle band degli anni ’80. Questa per lo meno è l’impressione che ho avuto io.

Sottopressione

Leggendo Schegge di Rumore salta subito all’occhio che il vostro intento non sia stato quello di scrivere un libro sulla storia di un genere musicale in un determinato periodo storico, bensì quello di concentrarvi principalmente sulla scena e il movimento che ne sta dietro, sottolineando quello slogan forse un po’ troppo abusato ma sempre attuale che vede nel punk uno stile di vita, non solo musica. Cosa significa dunque per voi suonare hardcore e far parte di questa scena? Quali sono secondo voi gli aspetti più importanti o gli insegnamenti principali che vi ha lasciato il punk hardcore?

Capò: Per me semplicemente Vita; Flopdown, Tmd, Razzapparte, Neid.. un’avventura cominciata quasi 3 decenni fa e fortunatamente ancora viva & vegeta! Quello che questo Stile di vita –a cui devo tutto!- mi ha insegnato è sempre parte integrante di me: l’essere un compagno, animalista, anticapitalista, nemico giurato di questa società-galera fondata sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, dell’uomo sugli animali, dell’uomo sulla natura! Insomma, se mi volto e guardo indietro, nel Bene o Male, vedo solo Me Stesso.         

Monica: Per me l’hardcore è semplicemente come io sono. Ho scoperto il punk da ragazzina, per caso, grazie ad una musicassetta portata in casa da mia sorella maggiore. Dopo quell’ascolto, misi da parte gli ascolti tecnici delle band-divinità metal per ritrovare quel semplice frastuono. Fu come inseguire il malessere che mi divorava dentro fino a sbatterci la testa contro. Invece di un muro, trovai una porta aperta. Scoprii che dentro a quel rumore e in quel mucchio di gente c’erano tante persone che dicevano quello che pensavo anche io e agivano come anche io credevo si dovesse fare. Dopo tutto il tempo trascorso a sentirmi ovunque fuori posto, finalmente trovai una dimensione in cui mi sapevo dare un nome a quell’irruenza che infuriava sotto la mia pelle. Conobbi l’hardcore e riconobbi me stessa. Per la ragazzina che ero rappresentò un punto di svolta. Non passò molto tempo che iniziai a partecipare alle mie prime assemblee politiche, perché sentivo di dover mettere in pratica con fatti concreti ciò che andavo cantando sotto il palco. Avvertivo la necessità di coerenza e di dover portare anche all’esterno quello stile di vita contrapposto alla società che vivevo dentro di me, come esigenza di cambiamento e di trasformazione reale attraverso la lotta.

Ad un certo punto della mia vita ho conosciuto i ragazzi e le ragazze del Tuscia Clan, grazie ai concerti organizzati alla Cantina del Gojo e all’impegno politico profuso in altri ambiti della vita e della nostra città. Iniziai a partecipare alle riunioni del collettivo politico insieme a loro e dopo un certo periodo di tempo presi coraggio, domandando se potessi dare una mano al prossimo concerto in Cantina. Da quel momento in poi non ho mai smesso di portare avanti con loro l’aspetto militante con il Comitato di Lotta Viterbo e quello accacì e sociale col Tuscia Clan. L’insegnamento più importante che ho ricevuto dal punk hardcore è il do it yourself, che poi è una delle pratiche più significative del movimento, quella cioè di superare gli ostacoli e le difficoltà rimboccandosi le mani, contando sulle proprie capacità, senza delegare al mondo esterno ciò che possiamo fare a modo nostro. È la messa in pratica del concetto di autogestione, in cui credo tantissimo e che è il modo in cui riusciamo a stare in piedi da soli.

Altro elemento che permea l’intero libro è sicuramente la volontà di focalizzarvi sull’aspetto della militanza e della lotta politica cosi intimamente legati alla scena hardcore e punk e alle individualità che avete deciso di intervistare. Che importanza hanno per voi l’aspetto politico e i percorsi di lotta, così come pratiche come autogestione, occupazioni e solidarietà che da sempre animano il movimento e la scena hardcore punk?

Capò: Questi percorsi furono per me basilari per quel tipo di punk-hc, soprattutto in quegli anni. Gli anni di militanza/situazionismo passati coi Tear Me Down la dicono lunga: era dunque normale prassi partecipare ad un corteo, la sera tenere uno show in una situazione benefica e il giorno dopo magari presenziare ad un  presidio/concerto non autorizzato davanti al carcere. Così com’era abitudine (almeno qui in Tuscia) il doppio binario hc/militanza che ad esempio legava membri di Tmd & Comitato Antagonista di Viterbo, collettivo attivissimo sul territorio fra fine anni ’90 e inizi 2000, con iniziative, volantinaggi, presidi, cortei ed occupazioni!    

Monica: Sì, infatti, hai colto perfettamente. Dal momento che ci sembrava non fosse stato ancora affrontato apertamente questo aspetto, almeno per quanto riguarda quegli anni, abbiamo pensato che potesse essere utile aprire un dibattito militante intorno alla questione con chi ha voluto condividere con noi il proprio vissuto. Essendo l’hardcore un movimento in aperto conflitto con la società, le sue regole morali non scritte ma ugualmente imposte e con le sue leggi codificate create a vantaggio esclusivo del ceto sociale dominante – tutte queste cose vanno sotto il nome di Capitalismo –, è presente in esso una grossa componente di critica politica e sociale all’esistente, come sappiamo benissimo. Proprio come oggi, però, anche allora non esisteva un unico modo di vivere questi diversi aspetti e di metterli in relazione tra loro. Nelle interviste di Schegge di rumore emergono nettamente i diversi punti di vista personali, come pure le sensibilità e prassi. Ci sono casi in cui le cose coincidevano, cioè c’erano persone che suonavano, erano anche politicizzate e, inoltre, facevano parte di collettivi politici; poi c’era chi suonava e aveva pure posizioni politiche chiare che venivano comunicate attraverso le canzoni del gruppo ma non faceva parte di collettivi, perché dentro di sé considerava già questa cosa come militanza; oppure c’è chi, partendo dallo stesso presupposto del caso precedente, invece, la percepisce questa differenza tra l’essere politicizzati e il militare attivamente, ma sente come più giusto o naturale continuare a fare agitazione da sopra il palco; infine c’è anche chi suona ma non è interessato all’azione politica né la mette in pratica. Quindi, come vedi, gli scenari e pure gli orizzonti sono eterogenei, a volte molto lontani tra loro.

A livello personale, mi sento vicina alle esperienze in cui si percepisce intensamente la necessità di mettere sottosopra le città con tutti i mezzi a disposizione, dai presidi alle azioni, dai concerti alle manifestazioni, dalle assemblee alle situazioni di piazza… «tutto sotto lo stesso cielo», come dice uno dei nostri amici intervistati. Come già accennavo prima, oltre a far parte di un collettivo punk – il Tuscia Clan -, sono una militante politica del Comitato di Lotta Viterbo, perché sento il bisogno di portare anche all’esterno questo stile di vita in guerra con lo stato di cose presenti. Inoltre, partecipo alle attività che svolgiamo nella nostra sede a Viterbo. Questo posto si chiama Officina Dinamo, è la sede politica del Comitato ma anche un punto di riferimento per chiunque abbia dei guai con la legge o problemi sul posto di lavoro, grazie all’impegno del nostro sportello legale e di quello sindacale (S.I. Cobas Viterbo). Inoltre, Officina Dinamo rappresenta anche un importante luogo di aggregazione sociale per merito dei corsi popolari di allenamento calistenico curati dai nostri compagni del team Riot Squat e grazie al gruppo escursionistico L’Oplita. Officina Dinamo è un posto fantastico, che abbiamo cercato per tanto tempo e costruito attraverso le lotte sul territorio e grazie al sostegno di tutti quelli che in questi anni ci hanno supportato nelle tante realtà che portiamo avanti.

Come penso si capisca, le cose più importanti nella mia vita sono la militanza, la lotta di classe, la forza della lotta rivoluzionaria, la distruzione dello Stato e della sua smisurata violenza, il rifiuto di un destino fatto di miseria imposta, la gioia della vita vissuta senza paura. Ad ogni modo, al di là della posizione personale, credo pure nel principio generale della coerenza: non sono ossessionata dal fatto che una persona o un gruppo sia politicizzato o meno (preferirei ci fosse maggiore militanza, ovviamente!), però l’importante è che non si vada a millantare sopra o sotto il palco di fare cose che poi nella realtà non si avrebbe il coraggio di fare.

Contrasto

Forse la domanda più difficile, ma anche quella più stimolante. Che differenze avete notato tra la scena degli anni 90 e quella attuale? Secondo voi c’è ancora quell’idea che l’hc puo’ e deve essere una minaccia per questo esistente e non solo musica?

Capò: Parlando sempre di hc italiano vedo ad ora un buon ricambio generazionale di “giovani/vecchi” come Suddisorder, Carlos Dunga, My Own Voice, LaPiena, A Fora De Arrastu, SFC, Carne, o come la recente reunion Congegno al Marci Su Roma 2021. Quindi ecco, l’unica differenza percepita può essere giusto stilistica. Per quanto riguarda l’hc infine credo che, per sua natura, se non proprio impegnato almeno una minaccia dovrebbe esserlo, o meglio sarebbe auspicabile! Purtroppo -a mio modesto parere, grazie pure alla tecnologia nelle mani della classe dominante borghese- dal G8 di Genova del 2001 in poi le strategie di controllo e repressione di Stato si sono affinate e stratificate; vedi le infami Operazioni Cervantes, Fuoriluogo, Scripta Manent, Bialystok, Sibilla, etc…! Ma è pur vero che l’esistenza stessa di band militanti come Contrasto (arrivati a quasi 30 anni d’attività) Ludd (22) Le Tormenta o Cospirazione etc.. sono la prova che la fiamma non s’è definitivamente spenta, e che qualcosa di buono nel cosiddetto “punk di protesta” resiste ancora, non solo a livello di testi o mera musica.   

Monica: Anche qui gli orizzonti e le pratiche a volte sono differenti da città a città, da collettivo a collettivo punk. Questo proprio per il problema per il quale non sempre coincidono militanza politica (organizzata o meno) con il proprio istinto di rivolta e disgusto per ciò che ci circonda. Io credo che il punk da solo non basti a produrre un cambiamento su vasta scala, ma che vada concretizzato anche col quotidiano conflitto. Avendo la fortuna di stare in un collettivo in cui si fa moltissimo e nel quale le compagne e compagni non concepiscono questi aspetti come due cose separate l’una dall’altra, posso dire che essere una minaccia per questo mondo putrefatto non sia solo una possibilità, bensì una realtà concreta.

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