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“Shadows of the Past” // Ablach – Aon (2009)

Nel lontano 2009 gli scozzesi Ablach irrompevano sulle scene pubblicando “Aon”,  praticamente un perla dimenticata di grindcore old school che non sarebbe affatto sfigurato su qualche compilation della Earache negli anni ’90. Il concentrato di questa prima fatica in studio è per l’appunto un grindcore vecchia scuola che ancora mostra tutta l’influenza primitiva dell’hardcore punk più politicizzato, riottoso e  aggressivo, i cui passi si muovono sulle coordinate tracciate da mostri sacri quali Extreme Noise Terror (influenza che emerge prepotentemente dall’utilizzo di due voci, una più grind e l’altra a tratti più crust-hc), Napalm Death e Terrorizer, ma che strizza l’occhio anche ai primi lavori dei Nasum. Non è un caso infatti che, tra le tredici schegge di grindcore impazzito che ci sparano addosso gli Ablach con questo “Aon“, troviamo una cover dei Napalm Death (Unchallenged Hate) e una dei Terrorizer (Corporation Pull In), oltre a tracce assolutamente senza pietà e devastanti come  Confessit & Declait Furth o Obar Dheathain. Uno degli aspetti più interessanti però di questo primo lavoro in casa Ablach è senza ombra di dubbio l’influenza lirica e linguistica che hanno avuto la mitologia, il folklore e la storia scozzese e irlandese sul loro personale modo di intendere e suonare grindcore incazzato e politicamente schierato. A partire dal nome scelto dal gruppo che richiama Emain Ablach, un mitico paradiso insulare della mitologia irlandese, fino a giungere al titolo dell’album (che significa letteralmente “uno” o “primo”) e a buona parte dei testi scritti e urlati in lingua gaelica, passando per l’artwork di copertina che richiama l’immaginario celtico caro a gruppi come gli Oi Polloi!, il grindcore degli scozzesi, pur rimanendo ancorato ai mostri sacri del genere, palesa fin da subito la volontà di ricercare una sua propria identità, mostrando già una buona dose di personalità. Questo retaggio storico-culturale di matrice scozzese e gaelica evoca inoltre un’atmosfera generale, tanto nell’immaginario quanto nei momenti che tradiscono il retaggio hardcore del grind suonato dagli Ablach, che mi ha spesso riportato alla mente le stesse sensazioni che mi trasmettono dischi come “Respect, Protect, Reconnect” degli Scatha o “Earthbeat” dei Sedition, storici e fondamentali gruppi crust/hardcore emersi dalla scena scozzese tra la fine degli anni ’80 e la prima metà degli anni ’90. Le tematiche affrontate nelle liriche sono quelle più classiche e tipiche del primo grindcore e dell’hardcore, passando dai toni apocalittici di una possibile fine del mondo a problematiche sociali come la violenza domestica e l’alcolismo, il tutto con una forte impronta politica e una tensione riottosa e belligerante che emerge dall’intensità con cui gli Ablach ci sputano addosso tutta la rabbia e l’odio che hanno nel cuore.

Se siete cresciuti con i gruppi sopracitati e ancora oggi non potete fare a meno di ascoltarvi capolavori immortali del calibro di “A Holocaust in Your Head” o “World Downfall“, il gaelic grindcore concentrato nelle tredici devastanti tracce di questo “Aon”  è quello che fa per voi. Ancora una volta, grindcore o barbarie.