Tag Archives: Anarchist Black Metal

Kronstadt – Polykat světlo (2020)

18 marzo 1921… Morte a Trotsky, morte a Lenin. Kronstadt vive!

Iniziamo questa “recensione” ammettendo fin da subito quanto io sia affezionato e legato ai Kronstadt, amore che provo nei loro confronti da quando ho avuto la fortuna di conoscerli dal vivo in occasione del primo concerto organizzato da Semirutarum Urbium Cadavera (collettivo RABM di cui faccio orgogliosamente parte) ormai quasi un anno fa nella splendida cornice del FOA Boccaccio di Monza. Concerto nel quale, è superfluo sottolinearlo, il gruppo ceco spaccò tutto con il loro devastante black metal imbastardito da ingenti dosi di hardcore punk (o viceversa) e dalla natura profondamente anarchica e antifascista, oltre che a dimostrarsi delle persone e dei compagni assolutamente squisiti. Il mio amore e la mia stima per i Kronstadt sono dunque iniziati la sera del 19 ottobre e da quel momento non ho aspettato altro che poter ascoltare un loro nuovo lavoro. Ecco, oggi posso finalmente parlarvi di Polykat Světlo (letteralmente Ingoia la luce), ultima fatica in studio rilasciata a inizio settembre.

Quattro tracce in cui viene condensato perfettamente il sound dei Kronstadt, una ricetta devastante che sintetizza al meglio le pulsioni più hardcore punk e le tensioni black metal che convivono nell’anima dei nostri, riuscendo così a dar libero sfogo ad un ibrido furioso che loro stessi definiscono come black-violence. Un sound robusto, rabbioso e soprattutto senza pietà, che tira dritto per la propria strada rimanendo sempre fedele a se stesso e carico di una tensione insurrezionale che rispecchia fedelmente i fatti che danno il nome stesso al gruppo ceco, ovvero la rivolta di Kronstadt, rivolta anarchica e libertaria, avvenuta a distanza di pochi anni dalla rivoluzione d’Ottobre, in opposizione all’autoritarismo bolscevico di Lenin e Trotsky, al grido di “morte ai borghesi” e “tutto il potere ai soviet”. E questa pulsione anarchica e rivoltosa attraversa in maniera tumultuosa tutte e quattro le tracce in cui imbattiamo durante l’ascolto di Polykat Světlo.

Karpaty” è assolutamente la traccia che svetta su tutte le altre, o quanto meno è quella che ho preferito. Un esempio perfetto dell’ibrido tra black metal e hardcore punk di marchio Kronstadt, un brano strutturato su una furiosa tempesta di blast beats, un tremolo picking dal sapore fortemente old school e delle vocals sofferte ma rabbiose che lasciano trasparire tutta l’attitudine hardcore e punk che anima il gruppo ceco. È una traccia intensa e violenta, che si mostra apparentemente implacabile e senza punti deboli per tutta la sua durata. Nel complesso tutte e quattro le tracce danno l’impressione di estrema solidità soprattutto nella loro capacità di investirci come fossero una tempesta impetuosa nella quale risuonano lamenti infernali e lancinanti che preannunciano un’eterna dannazione.

Inoltre i Kronstadt scelgono senza nascondersi il lato della barricata dove posizionarsi, il lato della barricata in cui l’antifascismo all’interno della scena black metal diviene pratica e lotta per cercare di arginare e combattere le derive NSBM, razziste e omo-transfobiche che infestano i territori del metallo nero. Una presa di posizione netta e forte, perchè quello che anima la musica dei Kronstadt è una sincera e viscerale tensione anarchica all’insurrezione e alla lotta contro ogni forma di autoritarismo e discriminazione, contro ogni fascismo e contro ogni oppressione, affinchè possano innalzarsi al vento bandiere rosse e nere tra le fiamme della nostra gioia armata, mentre il black metal fa da colonna sonora ai giorni della rivolta contro lo Stato e il capitale. E tornerà il dì in cui innalzeremo di nuovo le barricate! Lunga vita ai ribelli e alle ribelle di Kronstadt, lunga vita ai Kronstadt!

Ragana – We Know That the Heavens Are Empty (2019)

We know that the heavens are empty,
That friendship and love are names;
That truth is an ashen cinder,
The end of life’s burnt-out flames.

Anni fa, ai tempi dello splendido You Take Nothing, le Ragana furono il primo gruppo non italiano che recensii sulle pagine virtuali di questo blog. E il motivo fu estremamente semplice. Al primo ascolto di You Take Nothing me ne innamorai follemente e brano dopo brano la “recensione” prese vita praticamente da se, come fosse un flusso di coscienza incontrollabile che si sviluppò sotto le sembianze di un viaggio oscuro negli abissi musicali tanto etereii quanto angoscianti costruiti da Maria e Nicole, le due streghe che si celano dietro questo affascinante progetto. Oggi mi ritrovo qui preda dello stesso mood e dello stesso identico trasporto emotivo a raccontarvi la bellezza di questa ultima fatica in studio per il duo di Oakland intitolata We Know that the Heavens are Empty, un altro interessante capitolo di atmospheric black/doom metal dalla forte natura e attitudine queer e antifascista.

Come scrivevo nell’introduzione della recensione di You Take Nothing per spiegare l’affascinante nome scelto da Marie e Nicole per il loro progetto: Nel folklore e nella tradizione popolare della regione baltica, e principalmente in terra lettone e lituana, il termine “Ragana” viene usato per identificare un’antica dea distruttrice e al tempo stesso rigeneratrice attraverso la capacità di dominare la magia oscura, anche per questo infatti viene descritta più volte come la “dea delle streghe”. “Ragana” viene rappresentata in differenti e molteplici modi a causa della sua natura polimorfa e cangiante e può assumere quindi le sembianze tanto di una giovane donna sensuale quanto quelle di una creatura terrificante e infernale, così come può presentarsi sotto forma di vecchia deforme e scheletrica oppure prendere le fattezze di un animale selvatico delle foreste. Questa natura cangiante e polimorfa descrive al meglio la proposta musicale di questo duo di Oakland, mai banale, mai scontata, mai prevedibile. E queste righe, sopratutto quelle finali, risultano estremamente attuali e valide ancora oggi per descrivere il sound e le sensazioni che si provano nell’affrontare e nell’addentrarsi tra i meandri più profondi di questo nuovo We Know that the Heavens are Empty . Difatti il sound delle Ragana nel corso degli anni ha sempre seguito una certa evoluzione pur rimanendo costantemente coerente e fedele alle proprie radici e alle proprie pulsioni più sincere, le quali affondano in profondità tanto nelle tensioni più atmosferiche e depressive di certo black metal di scuola statunitense quanto nel doom/sludge più angosciante e opprimente, con una certa venatura screamo che sottolinea alla perfezione quella sensazione di sofferenza esistenziale e rabbia sovversiva che contraddistingue la proposta del gruppo di Oakland dagli inizi.

SE DOMANI NON TORNIAMO, SE DOMANI TOCCA A NOI, BRUCIATE TUTTO.

So già che sarà una recensione abbastanza sconclusionata quella che starete leggendo perchè, per quanto stia cercando di dare un senso e un ordine ai flussi di coscienza e alle emozioni che stanno invadendo la mia testa durante l’ennesimo ascolto di questa ultima fatica delle Ragana, mi viene estremamente difficile seguire delle strade nette e precise per parlarvi della musica, delle ispirazioni liriche e concettuali o addirittura dello splendido artwork di copertina che accompagnano We Know that the Heavens are Empty . Ma ci proverò partendo proprio dal titolo di questo nuovo ep; un titolo che cita direttamente e in modo appassionato  “The Toast of Despair“, poema scritto dalla scrittrice anarchica e femminista Voltairine de Cleyre nel 1892. Per quanto riguarda invece lo splendido artwork di copertina si tratta di un’incisione di Caspar David Friedrich intitolata “Die Frau mit dem Raben am Abgrund“, un’opera che riesce ad enfatizzare in maniera sublime l’atmosfera romantica e oscura che avvolge l’intero album. Inoltre, e ci tengo a sottolinearlo, come sei può leggere sulla tape, le Ragana vogliono dedicare questo loro ultimo ep ai loro/alle loro amicx e compagnx più amatx.

To the joy in the struggle. To another world. To heaven as a place on earth.

Passando al lato prettamente musicale, questo nuovo ep della durata di un quarto d’ora è composto da due momenti intrecciati tra loro così perfettamente al punto da poterli vedere come un unico grande viaggio. Le due tracce sono intitolate Waiting e The Tower e rispecchiano in maniera assolutamente limpida il sound a cui ci hanno abituato negli anni le Ragana, con un’alternarsi ben bilanciato di momenti di effimera quiete e altri di tempestosa furia distruttiva, mentre un vortice di sensazioni che spaziano dalla sofferenza, alla rabbia, alla malinconia ci inghiotte immediatamente senza lasciarci vie di fuga. Se i momenti di calma apparente riescono a costruire un’atmosfera generale che oscilla tra il sognante e il depressivo, gli assalti più brutali e tuonanti fanno divampare tutta la rabbia selvaggia e riottosa che Maria e Nicole covano per questo mondo costruito sull’oppressione di quelle individualità che non si conformano ai canoni e alla norma voluta dall’etero-patriarcato. L’atmosfera generale dell’album, come già avvenne per You Take Nothing, mi trasmette l’idea di volere creare una dimensione profondamente ritualistica caratterizzata da tinte fortemente oscure e passaggi dalla natura soffocante e angosciante. Inoltre è evidente la sofferenza viscerale che attraversa le due composizioni, una sofferenza esistenziale che certamente logora ma indirizzata all’attacco attivo piuttosto che all’autodistruzione; una sofferenza che si manifesta sotto le sembianze di una furia nichilista e bellicosa che appare priva di pietà e che non sembra volersi fermare dinanzi a nulla. Quiete e tempesta, distruzione e tenue speranza di salvezza, questa è in fin dei conti la musica delle Ragana.

Per concludere questo viaggio tra gli abissi e le molteplici sfumature di We Know that the Heavens are Empty, posso solamente dire che siamo dinanzi all’ennesimo incantesimo distruttore evocato dalle Ragana che come il fuoco divampa per inghiottire questo mondo nelle sue profondità. Ancora una volta, lunga vita alle streghe di Oakland!

For us, a truce to Gods, loves, and hopes,
And a pledge to fire and wave;
A swifter whirl to the dance of death,
And a loud huzza for the Grave!

A Blaze in The Northern Sky #02

Soon the dawn shall arise for all the oppressed to arm. Black metal ist klassenkrieg!

Eccoci giunti al secondo episodio di  A Blaze in the Northern Sky, rubrica dedicata ai migliori dischi usciti in ambito black metal nell’ultimo periodo. I protagonisti di questo secondo appuntamento sono tre ottimi dischi di black metal usciti recentemente e di gruppi o progetti che nulla hanno a che fare con merda ambigua, fascista o sessista/omofoba e che, se proprio non rientrano perfettamente nel filone “Red & Anarchist Black Metal”, si definiscono fieramente antifasciste e certamente vicine ad un certo modo di intendere il black metal e in generale la scena estrema e underground. Presto una nuova alba sorgerà e tutti gli oppressi si armeranno, perchè il black metal è lotta di classe!

Awenden – The Golden Hour 

Nel corso del 2018 mi imbattei nel primo lavoro omonimo di Awenden, one man band proveniente dallo Stato di Washington, e rimasi affascinato dal black metal atmosferico che proponeva in quelle cinque tracce e dalle tematiche legate ad una comunione intima e una sorta di venerazione per la natura selvaggia e incontaminata. Questo sentimento di comunione totale con la natura selvaggia è il motore che anima ancora oggi la proposta di Awenden e che accompagna un black metal atmosferico che affonda le proprie radici in profondità nella cosiddetta scena “cascadian black metal”. I punti di riferimento degli Awenden su questo magnifico “Golden Hour” si devono infatti ritrovare nei lavori dei primi Wolves in the Throne Room, negli Agalloch, negli Skagos (difatti troviamo tra i musicisti che hanno collaborato a questo disco due loro membri), negli Alda e sopratutto nelle parti più atmosferiche e ambientali si possono sentire richiami al progetto Evergreen Refuge. Come da miglior tradizione del black metal dalle tinte atmosferiche la maggior parte dei brani presenti su questo “Golden Hour” superano i dieci minuti di durata, se si escludono l’intermezzo in bilico tra ambient e noise intitolato “Voices” e la sognante suite anch’essa radicata in territori ambient “A Memory of Dawn”. Un black metal intimamente legato al territorio di provenienza del progetto Awenden e che quindi trae profonda ispirazione dalla natura selvaggia, dalle foreste incontaminate e dai fiumi delle regioni del nord ovest che si affacciano sul Pacifico. Tutto questo viene evocato tramite un alternarsi di momenti melodici e calmi tesi a creare un’atmosfera sognante e a tratti epica e altri passaggi che assumono le sembianze di classici assalti black metal fatti di riffing serrati e blast-beats. in un crescendo di tensione e magnificenza. “Golden Hour” è un’opera imponente della durata di cinquanta minuti abbondanti e le sei tracce presenti prendono la forma di vere e proprie odi alla natura sempre più minacciata dalla fame di profitto del capitalismo. La doppietta iniziale formata da “Dawn” e “Ritual Exile” ci fa immediatamente piombare in una sorta di trance sognante costantemente sospesi tra la quiete dei passaggi atmosferici e la tempesta delle cavalcate black metal scandite da uno screaming primitivo e demoniaco. Il picco di epicità e tensione viene raggiunto però sul finale con la splendida titletrack, un’ode romantica alla wilderness nell’ora del tramonto. Gli Awenden ci hanno regalato un grandioso disco di cascadian antifascist black metal capace di dare nuova linfa vitale ad una scena che dopo i picchi raggiunti dagli Agalloch e dai WITTR sembrava non avesse più molto da dire.

Seas of Winter – Dead Forest

Bergen 1994? Niente affatto, nonostante le sonorità presenti su questo “Dead Forest” siano profondamente influenzate da capolavori seminali e primitivi della seconda ondata del black metal norvegese come “Call of the Wintermoon” degli Immortal o “A Blaze in the Northern Sky” dei Darkhtrone. Difatti i Seas of Winter provengono dagli Stati Uniti, suonano un primordiale black metal vecchia scuola e stando a quanto dichiarano questo “Dead Forest” vuole essere un omaggio alla persona di Pelle Ohlin, conosciuto ai più col soprannome di Dead e per essere stato la voce della primissima incarnazione dei Mayhem. Ed è proprio questo motivo che mi ha fatto propendere per la recensione di “Dead Forest” invece dell’ultima (bellissima) uscita intitolata “Forest Aflame”. Alla memoria di Dead è dedicata “Pelle”, terza traccia presente su questa opera prima dei Seas of Winter, probabilmente uno dei brani migliori insieme alla seconda traccia “The Haunted Earth” che si apre con un tremolo picking degno dei Mayhem e uno screaming demoniaco. L’aspetto che trovo più interessante sottolineare è però l’altra motivazione da cui prende vita questo progetto, ovvero il desiderio di contrastare il cambiamento climatico e di lottare quindi contro un sistema economico, quello capitalista, protagonista della catastrofe ambientale che pende sulle nostre esistenze come spada di Damocle, un sistema economico che saccheggia e devasta gli ecosistemi e che sacrifica tanto l’uomo quanto la natura sull’altare del profitto. Crudo e glaciale black metal fedele alla seconda ondata norvegese, cosa chiedere di più? The earth cries into my mouth,”What will save us now?”. Only climate change is real.

 

Cirkeln – Stormlander 

Jag vandrar ut i stormen
Kommer jag hit igen?
Jag vandrar ut i stormen
Världen ligger bakom mig

“Esco dalla tempesta, verrò di nuovo qui? Esco dalla tempesta, il mondo è dietro di me”… Dai territori settentrionali della Svezia emerge questa misteriosa creatura celata dietro il nome di Cirkeln che, abbattendosi come una tormenta di oscurità e malvagità, vuole narrarci storie di una natura antica e selvaggia e di avventure epiche. Epicità e oscurità sono difatti i due tratti principali che caratterizzano il sound di questo “Stormlander”, ultima fatica in studio per la one man band Cirkeln. Il sound del gruppo svedese affonda le proprie radici nella lezione seminale di dischi quali “Blood Fire Death” e “Hammerheart” dei Bathory, negli Isengard di “Vinteskugge” e nel bellissimo e primitivo “Nordavind”  dei semi-sconosciuti Storm (progetto di Fenriz e Satyr), quindi ci troviamo ad ascoltare sei tracce di epico black metal ispirato dalla mitologia norrena e dalle antiche storie vichinghi. Un black metal quello dei Circkeln orientato verso la creazione atmosfere epiche tramite le melodie di chitarra ed alcuni riff che risentono una vaga influenza doom, il tutto alternato a veri e propri assalti di black primordiale grazie all’ utilizzo di tremolo picking glaciali e serrati e una batteria martellante che non lesina sui blast beats. Tutti questi elementi che caratterizzano il sound dei Cirkeln sono presenti fin dalla prima traccia “Old Demon King”, brano che segue una suite introduttiva che tocca lidi ambient e accompagnata da una voce che sembra recitare un mantra rituale. La seconda traccia intitolata “Hammer High” si apre con una melodia folkeggiante che si stampa immediatamente in testa ed è infatti quella che a mio parere risente maggiormente l’influenza di un certo viking metal “moderno” a la Ensiferum ma anche dei primissimi Manegarm. La successiva “Stormlander” rappresenta probabilmente l’episodio più doom e maggiormente influenzato dai Bathory post-Hammerheart di tutto il disco, presentando addirittura un intermezzo acustico che ricorda i Satyricon di “Dark Medevial Times”. In una scena come quella black metal e in modo particolare in quella nicchia che prende il nome di “viking metal”, in cui fin troppi gruppi si appropriano di tematiche legate alla mitologia e alla storia norrena per diffondere idee nazionaliste, fasciste e di supremazia razziale, i Cirkeln stanno dal lato della barricata in cui ai fascisti si spara e se lo rivendicano fieramente. Un ottimo disco di black metal epico che farà la gioia di tutti noi cresciuti a pane, Quorthon e odio per i nazi-fascisti! Hold the hammer high against fascist scum!

 

 

Trespasser – Чому не вийшло? (2019)

Che le nere fiamme del black metal divampino e risplendano tra le macerie del capitalismo e di ogni Stato. Per l’insurrezione, per l’anarchia, per la distruzione dell’NSBM.

“Morte a tutti coloro che ostacolano la libertà dei lavoratori”, recitava queste parole la bandiera della Machnovščina, letteralmente armata nera, l’esercito insurrezionale anarchico formato da contadini e operai guidato da Nestor Mahkno che dal 1918 al 1921 tentò di costruire il socialismo libertario in terra Ucraina, combattendo armi in braccio sia l’invasione delle truppe austro-tedesche quanto l’autoritarismo bolscevico post Rivoluzione d’Ottobre. L’esempio rivoluzionario e gli ideali anarco-comunisti che segnano la storia della Machnovščina sono la tematica centrale di “Чому не вийшло?” il nuovo disco dei Trespasser, gruppo svedese impegnato a suonare un black metal fortemente politicizzato in senso anarchico, antifascista e anticapitalista. Anche se stando a quanto sostiene la mente che sta dietro al progetto Trespasser, ovvero XVI, quello che troveremo ad ascoltare su “Чому не вийшло?” non è black metal, bensì “musica politica” e le sette tracce che compongono il disco non sono nient’altro che inni anarchici da intonare sulle barricate mentre le nere fiamme risplenderanno in tutta la loro bellezza tra le rovine del capitalismo e di ogni Stato.

Musicalmente, al di là di quanto sostenuto dal compagno XVI, il disco, della durata che si aggira intorno alla mezzora abbondante, è un’assalto brutale di primordiale metallo nero che riporta alla mente certamente gli Iskra (e anche qualcosa dei Black Kronstadt) ma sopratutto un sound tipicamente scandinavo che richiama la seconda wave del black metal quella più vicina ai Marduk, ai primissimi Satyricon, sopratutto nei passaggi acustici quasi folk di tracce quali “Death to Fight Death” e ai Watain. Questa tempesta di primitivo black metal viene però impreziosita in modo originale da melodie e citazioni riprese direttamente della tradizione dei canti anarchici, come per esempio nella terza traccia che nel titolo, nel testo e musicalmente riprende la famosa “A las Barricadas”, inno anarchico cantato durante la guerra civile spagnola. Il disco si apre con la splendida “Haunted Like Wolves”, probabilmente uno dei momenti migliori dell’album insieme alle già citate “Death to Fight Death” e “To The Barricades!”, una cavalcata di black metal dal riffing serratissimo e dai blast beast martellanti che rappresenta al meglio il sound proposto dai Trespasser, il punto d’incontro perfetto tra gli Iskra, gli ultimi Storm of Sedition e il black metal scandinavo della seconda metà degli anni novanta. Altra traccia che ho apprezzato moltissimo è stata “Tachanka”, il cui titolo indica una tipica mitragliatrice montata su un carro trainato da cavalli la cui diffusione sul campo di battaglia si deve attribuire proprio alla Machnovščina e di cui possiamo vederne una raffigurazione sulla copertina dello stesso “Чому не вийшло?”. Come già detto sopra, ‘ispirazione lirica che accompagna il disco è impregnata di storia del movimento anarchico ucraino e della guerra civile ucraina, e risulta estremamente affascinante imbattersi in tracce come la penultima “The Execution of Grigoriev”, che racconta le vicende e la meritata fine dell’opportunista e infame Nikifor Grigoriev, leader militare conosciuto per esser stato alleato prima dei Bolscevichi e poi della controrivoluzione guidata da Denikin. Infine il disco di conclude con l’ultimo inno anarchico intitolato “Miscreant Dawn”, traccia che è riuscita a portarmi alla memoria anche qualcosa dei primi Darkhtrone e che recitando “have sown the wind now they will reap the storm” suona come un’avvertimento per chiunque proverà ancora ad ostacolare la strada verso la libertà del proletariato.

La motivazione con cui è nato il progetto Trespasser è quella di contrastare attivamente l’avanzata e la diffusione di posizioni nazi-fasciste all’interno della scena black metal mondiale e questo “Чому не вийшло?” è solamente il primo passo per spazzar via la piaga del NSBM per sempre dal metal estremo. Sette inni di black metal anarchico da ascoltare direttamente sulle barricate e che faranno da colonna sonora alla prossima insurrezione. E guai a chi ostacolerà la strada per la libertà della classe lavoratrice…

Storm of Sedition – Howl of Dynamite (2019)

Ora fra il rogo ardente delle mie Idee anch’io son diventato di fiamma; e scotto, brucio, corrodo… A me devono accostarsi soltanto coloro che gioiscono contemplando ardenti vulcani che lanciano verso le stelle le lave sinistre esplodenti dal loro seno di fuoco […] Io mi dichiaro in guerra aperta, palese e nascosta contro la Società: contro ogni Società! (Renzo Novatore)

 

Il venti di ottobre dell’anno appena passato ho avuto la fortuna di vedermi dal vivo e di conoscere personalmente gli Storm of Sedition nella cornice di uno degli squat che amo di più in tutta Milano, Villa Vegan Occupata. Fu un concerto incredibile quello degli Storm of Sedition, non troppi i presenti ma un’atmosfera assurda, grazie anche e sopratutto ai canadesi che han suonato con tutta la passione e la rabbia che hanno nel cuore e con  un’attitudine da far invidia a moltissimi.

Mi ricordo bene quando mi imbattei per la prima volta negli Storm of Sedition; era il lontano 2016, appena dopo la pubblicazione del loro secondo disco intitolato “Decivilize”, e rimasi immediatamente folgorato dal loro blackened/crust sul quale si stagliavano alla perfezione liriche che ruotavano intorno a tematiche e posizione anti-civilizzazione, anticapitaliste, anti-umaniste e impregnate da un’individualismo anarchico definibile senza troppi problemi nichilista e amorale ispirato dalle letture di Stirner e di Novatore. Inoltre quando scoprii che negli Storm of Sedition suonavano membri degli Iskra, beh capirete anche voi che per un amante di quell’ibrido tra black metal e crust punk marchio di fabbrica del gruppo canadese fu  infatuazione al primo ascolto. Pane per i miei denti all’epoca, tanto sul lato musicale quanto su quello concettuale-lirico. Pane per i miei denti e per la mia insaziabile fame verso sonorità black metal e crust ancora oggi. Qualche mese fa i nostri sono riemersi dalle foreste primordiali della British Columbia per dare alla luce la loro ultima fatica in studio “Howl of Dynamite”, disco che non riesco a smettere di ascoltare, che ho divorato ovunque fosse possibile, dalla loro pagina bandcamp al vinile felicemente acquistato quella famosa sera in Villa Vegan di cui vi ho parlato in apetura, e che personalmente ritengo uno dei migliori lavori usciti nell’arco del 2019, se non il migliore in assoluto.

 

Gli Storm of Sedition su questo nuovo “Howl of Dynamite” (titolo che riprende una frase dell’anarchico individualista Renzo Novatore) ribadiscono il loro totale rigetto nei confronti di questo mondo dominato dall’oppressione e dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura, dominato dalla fame di profitto che devasta e saccheggia i territori e l’eco-sistema, ed il loro odio profondo nei confronti della civilizazzione, sottolineando l’importanza e la necessità incombente dell’azione diretta anarchica per contrastare tutto ciò, per attaccare con un ruggente e sacrilego urlo di dinamite direttamente questo sistema che opprime, sfrutta e reprime affinchè del capitalismo e della civiltà rimangano solo macerie. E ribadiscono anche la loro ricetta vincente e oramai del tutto affinata e maneggiata con estrema maestria, gusto e personalità: un blackened/crust punk rabbioso e brutale, ma allo stesso tempo melodico, che viene imbastardito sapientemente e in modo non eccessivo con sonorità che lambiscono territori death metal. Musicalmente gli Storm Of Sedition risentono molto, come ovvio che sia per chiunque voglia suonare black/crust, dell’influenza degli apripista Iskra, ma è altrettanto facile udire l’influenza di gruppi quali Nausea, Contravene o Appalachian Terror Unite. L’alternanza delle vocals, uno screaming lancincante e gelido di chiara matrice black metal e un growl più cavernoso, si staglia su brani costruiti dosando perfettamente tremolo picking ispirati direttamente dalla scuola black metal norvegese e riff di matrice death metal a la Bolt Thrower, mentre soluzione melodiche che ricordano un certo crust punk svedese sullo stile dei Martyrdod o melodie care ai mai troppo incensati Nux Vomica si amalgano perfettamente con un’atmosfera generale tendente a creare passaggi apocalittici degni del meglio dello stenchore, il tutto accompagnato da un comparto ritmico in cui svetta l’alternanza tra i ritmi d-beat e i brutali blast beasts che tritano le ossa e non lasciano scampo.

“Howl of Dynamite” è composto da otto tracce per un totale di quarantaquattro minuti e musicalmente non ritengo interessante soffermarmi su questo o quell’altro brano perchè son convinto che il tutto debba essere ascoltato dall’inizio alla fine senza prender fiato, solo così si può comprendere l’epicità e la rabbiosa maestosità che trasuda dal blackened crust punk degli Storm of Sedition. Quello che ritengo invece interessante è soffermarmi brevemente sul comparto lirico che accompagna la musica dei nostri “anti-umanisti, amorali e individualisti” amici della British Columbia e che ritengo essere la parte più importante del loro progetto. Tutto il disco trasuda l’influenza teorica dell’anarchico individualista Renzo Novatore e questo si può notare fin dall’iniziale Red Laughter”traccia in cui viene citatto un estratto contenuto nel suo pamphlet “Verso il Nulla Creatore” scritto nel 1921 che recita così: “Che il poeta tramuti in pugnale la sua lira! Che il filosofo tramuti in bomba la sua sonda! Che il pescatore tramuti il suo remo in formidabile scure. Che il minatore esca armato del suo ferro lucente dagli antri micidiali delle oscure miniere. Che il contadino tramuti in lancia guerriera la sua vanga feconda. Che l’operaio tramuti il suo martello in falce e scure. […] E il nostro odio ride… Ride rosso. Avanti! Avanti, per la totale distruzione della menzogna e dei fantasmi! Avanti per l’integrale conquista dell’Individualità e della Vita!” La successiva Vanguardist Messiah è un attacco diretto, iconoclasta e brutale, nei confronti di un certo anarchismo sociale infarcito di moralismo cristiano e valori umanisti, accusato di esser nient’altro che un prodotto ideologico eurocentrico dogmatico, limitante e oppressivo per l’individuo e per questo, sempre prendendo a prestito le parole ed il pensiero di Novatore, da lasciare morire perchè “L’anarchia è per me un mezzo per giungere alla realizzazione dell’individuo; e non l’individuo un mezzo per la realizzazione di quella. Se così fosse anche l’anarchia sarebbe un fantasma”. Anche la terza traccia che da il nome al disco è una diretta citazione, fin dal titolo, di una frase del solito Novatore il cui contenuto si scaglia contro ogni forma di società umana che tende ad opprimere l’individuo, affermando che l’unica risposta possibile a questa oppressione si può concretizzare solamente in un ruggente e sacrilego urlo di dinamite, sottolineando dunque l’importanza viscerale (o la necessità) dell’azione diretta, anche individuale. Il testo che accompagna “Howl of Dynamite” è un’invettiva contro la tendenza accusatoria di un certo anarchismo sociale nei confronti di quelle individualità anarchiche che si servono della violenza per abbattere il sistema economico-politico fatto di sfruttamento e governo. “Illegalist”, quarta traccia del disco, è invece una netta presa di posizione contro il sistema capitalistico e in generale contro la logica economica che domina sulle nostre esistenze, un sistema che sfrutta e opprime l’essere umano così come sfrutta e opprime la natura, addomesticandola e sacrificando anch’essa sull’altare dell’accumulazione di capitale e del profitto.

Mi fermo qui perchè credo di essermi dilungato abbastanza nell’analisi delle liriche che accompagnano questo splendido e maestoso “Howl of Dynamite”, in assoluto il disco che ho amato e ascoltato di più in tutto il 2019 e che ritengo essere senza troppi problemi l’uscita migliore in ambito crust punk dell’anno appena trascorso. Scriviamo soltanto parole di sangue, di fuoco e di luce e dalla tempesta emergiamo innalzandoci sui margini della società negando ogni codice morale, ogni culto dell’umanità e ogni costrizione che opprime l’individuo. La mia anarchia è una traiettoria attraverso il caos e la distruzione…

“To every form of human Society that would try to impose renunciations and artificial sorrow on our anarchic and rebellious I, thirsting for free and exulting expansion, we will respond with a roaring and sacrilegious howl of dynamite.” (Renzo Novatore)

Elurra – Von Feuer und Erde (2018)

 

Risplenda la nera fiamma tra le macerie dell’esistente capitalista. Risplenda il fuoco della rivolta affinchè sorga un nuovo sole. Che si armino gli oppressi, che il mondo bruci.

 

“Elurra” in lingua basca significa “neve”. Perchè un gruppo proveniente da Duisburg abbia scelto una parola basca per dare un nome al proprio progetto non è dato saperlo, però il black metal a tratti atmosferico ma comunque profondamente caraterrizzato da una registrazione e un’attitudine volutamente lo-fi degli Elurra suona in effetti estremamente gelido e glaciale come solamente il black metal norvegese degli anni ’90 sapeva suonare. Primi Enslaved e primi Darkhtrone son le influenze principali che possono essere riscontrate nel sound primitivo degli Elurra su “Von Feuer und Erde”, ultimo lavoro pubblicato nell’agosto del 2018.  Il gruppo di Duisburg ha il merito di regalarci una mezzora abbondante di black metal primordiale, molto crudo e dal sapore fortemente old school che non suona stagnante, ripetitivo o estremamente derivativo, questo grazie sopratutto alla capacità di regalare, dosandole in modo quasi perfetto, aperture atmosferiche sorrette da melodie praticamente sempre azzeccate, ad un riffing glaciale che abusa di tremolo picking e ad uno screaming demoniaco che sembra entrarci direttamente nel cervello per non abbandonarci mai più. “Von Feuer und Erde” si apre con “Der Neunzenthe Schlussel”, intro oscura in cui si odono solamente voci sussurate che si sovrappongono e che sembra rappresentare l’inizio di un rituale infernale di iniziazione. La nostra discesa tra le fiamme e il fuoco di questo “Von Feuer und Erde” prosegue con “Auf Der Suche”, traccia che si apre con una melodia che ricorda profondamente un certo black metal atmosferico ma che lascia presto spazio ad un serratissimo riffing glaciale e ad uno screaming lancinante, primo di tornare ad un riff estremamente melodico ed atmosferico sul finire del brano. Il nostro viaggio infernale insieme agli Elurra, che ci fanno strada portando alta la nera fiamma, continua e ci imbattiamo in altri episodi estremamente godibili come la breve “Ich Bin der Demiurg” o la successiva “Aufstieg der Flammen”, della durata di ben nove minuti, traccia caratterizzata da una costante alternanza tra momenti melodici e virati verso aperture atmosferiche e momenti invece tendenti a cavalcate di primitivo black metal, riffing gelido e blast beats serratissimi su cui si staglia il solito screaming demoniaco e anch’esso glaciale. “Von Fuer und Erde” degli Elurra sottolinea come andrebbe suonato il black metal oggigiorno e lo fa non solo con un sound impeccabile ma sopratutto con un’attitudine sincera e appassionata, schierandosi in modo chiaro e netto contro tutta quella merda nazi-fascista e/o ambigua che infesta la scena della nera fiamma. Nur Flammen und Feuer in den Trümmern des Kapitalismus…