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Amphist – Eschaton (2020)

Noi non abbiamo paura delle macerie, perchè portiamo un mondo nuovo nei nostri cuori.

La colonna sonora della fine del nostro tempo, la colonna sonora della fine dell’umanità. Panorami di desolazione e miseria si aprono dinanzi ai nostri occhi spaventati, odori nauseabondi di morte e putrefazione invadono le nostre narici, mentre enormi nubi nere oscurano il cielo facendoci piombare in una notte eterna e angosciante. Ad ogni passo i nostri piedi calpestano macerie della civiltà che ci stiamo lasciando alle spalle, il nostro sguardo scruta incredulo tra le rovine del mondo di ieri… Improvvisamente un impetuoso tuono squarcia il cielo all’orizzonte, il vento porta con se voci sconosciute, il nostro giorno è finalmente arrivato. Noi, i demoni ingovernabili, senza più padroni nè dei a cui inginocchiarci, danzeremo in tondo nella notte, mentre tutto intorno a noi verrà divorato dalle fiamme della rivolta e dalle fiamme della nostra gioia. All’assalto di questo mondo e del cielo, ancora in direzione ostinata e contraria.

Partiamo a parlare di questo Eschaton, nuova devastante fatica in studio che porta la firma degli Amphist e che segue il già interessante Ep Waking Nightmare del 2017, prendendo a prestito le parole del gruppo stesso:

“Eschaton descrive la fine dei tempi che stiamo vivendo: il virtuale che prevale sul reale, la sterilità della prospettiva di un progresso illimitato, l’illusione di un “villaggio globale” che si è realizzata nell’isolamento individuale e nella spersonalizzazione. Ma, come per il XIII Arcano, ogni fine è l’humus di un nuovo inizio: spetta a noi smembrare l’attuale apparato coercitivo politico ed economico per lasciar germogliare una nuova umanità.”

Ci tengo ad evidenziare che Eschaton inoltre vede la luce grazie ad una vera e propria cospirazione do it yourself che vede impegnate tantissime etichette e distro (UP the PUNX Rec., Bologna Punx, Pirate Crew Records, Passione Nera RecordsL’Home Mort, Calimocho DIY, solamente per citarne alcune), sottolineando quanto ancora oggi il punk e l’hardcore in tutte le sue incarnazioni e forme siano ancora legate ad una pratica fondamentale come quella dell’autoproduzione in un’ottica di lotta ad ogni velleità di mercificazione e profitto, così come di contrasto a dinamiche di competizione a favore della collaborazione più sincera!

Addentrandoci più nello specifico tra i meandri di Eschaton, cosa ci troveremo ad ascoltare? Qual è il sound con cui gli Amphist traducono le loro tensioni di distruzione e rivolta? La risposta è estremamente semplice ma altrettanto entusiasmante: crust/d-beat apocalittico e oscuro influenzato tanto dalla scuola statunitense di From Ashes Rise e Alpinist quanto dalla lezione svedese di Wolfpack/Wolfbrigade e Martyrdod, con quel sapore lontanamente blackned e neo-crust che può ricordare, sopratutto a livello di melodie e atmosfere, quanto fatta da alcuni gruppi spagnoli come Ekkaia e Ictus nei primi anni ’10 e qualcosa che vagamente riporta alla mente addirittura certi Tragedy più atmosferici e tetri. Tante buone idee, tanti passaggi e altrettanti momenti che dimostrano la qualità degli Amphist, nonchè la sincera passione chi li anima e li spinge a suonare un ibrido di (neo) crust/d-beat di assoluto impatto e che ha nella costruzione di atmosfere apocalittiche e nelle vocals capaci di trasmettere una profonda sensazione di desolazione, rabbia e sofferenza i suoi punti più alti ed interessanti. Tracce come “What the Thunder Said”, l’iniziale “Cherish the Flame” (che si pone perfettamente a metà strada tra gli Ekkaia e i From Ashes Rise), “Hierogamy” o la stessa titletrack (con dei riff dal sapore vagamente blackened) giusto per citarne alcune, meritano più di un ascolto e sono sicuro vi si stamperanno immediatamente in testa. Se si volesse essere estremamente sintetici, a livello di atmosfere e sensazioni trasmesse, Escathon è la colonna sonora perfetta per l’apocalisse che verrà e per la conseguente fine della civiltà umana così come la conosciamo noi oggi; una civiltà ormai condannatasi a morte, mentre sui margini di questo eterno oblio si muovono, senza paura delle macerie e tantomeno dell’ignoto, alcune individualità capaci di portare un mondo nuovo nei loro cuori. Con tutta la sincerità possibile ed estrema schiettezza, son convinto che ci troviamo dinanzi ad uno dei migliori dischi di crust/d-beat usciti in Italia negli ultimi anni. E allora, per riprendere la citazione con cui ho aperto questa recensione e per darne una degna conclusione, non mi resta che citare il rivoluzionario anarchico Buenaventura Durruti:

Noi portiamo un mondo nuovo qui, nei nostri cuori. Quel mondo sta crescendo in questo istante.