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Ragana – We Know That the Heavens Are Empty (2019)

We know that the heavens are empty,
That friendship and love are names;
That truth is an ashen cinder,
The end of life’s burnt-out flames.

Anni fa, ai tempi dello splendido You Take Nothing, le Ragana furono il primo gruppo non italiano che recensii sulle pagine virtuali di questo blog. E il motivo fu estremamente semplice. Al primo ascolto di You Take Nothing me ne innamorai follemente e brano dopo brano la “recensione” prese vita praticamente da se, come fosse un flusso di coscienza incontrollabile che si sviluppò sotto le sembianze di un viaggio oscuro negli abissi musicali tanto etereii quanto angoscianti costruiti da Maria e Nicole, le due streghe che si celano dietro questo affascinante progetto. Oggi mi ritrovo qui preda dello stesso mood e dello stesso identico trasporto emotivo a raccontarvi la bellezza di questa ultima fatica in studio per il duo di Oakland intitolata We Know that the Heavens are Empty, un altro interessante capitolo di atmospheric black/doom metal dalla forte natura e attitudine queer e antifascista.

Come scrivevo nell’introduzione della recensione di You Take Nothing per spiegare l’affascinante nome scelto da Marie e Nicole per il loro progetto: Nel folklore e nella tradizione popolare della regione baltica, e principalmente in terra lettone e lituana, il termine “Ragana” viene usato per identificare un’antica dea distruttrice e al tempo stesso rigeneratrice attraverso la capacità di dominare la magia oscura, anche per questo infatti viene descritta più volte come la “dea delle streghe”. “Ragana” viene rappresentata in differenti e molteplici modi a causa della sua natura polimorfa e cangiante e può assumere quindi le sembianze tanto di una giovane donna sensuale quanto quelle di una creatura terrificante e infernale, così come può presentarsi sotto forma di vecchia deforme e scheletrica oppure prendere le fattezze di un animale selvatico delle foreste. Questa natura cangiante e polimorfa descrive al meglio la proposta musicale di questo duo di Oakland, mai banale, mai scontata, mai prevedibile. E queste righe, sopratutto quelle finali, risultano estremamente attuali e valide ancora oggi per descrivere il sound e le sensazioni che si provano nell’affrontare e nell’addentrarsi tra i meandri più profondi di questo nuovo We Know that the Heavens are Empty . Difatti il sound delle Ragana nel corso degli anni ha sempre seguito una certa evoluzione pur rimanendo costantemente coerente e fedele alle proprie radici e alle proprie pulsioni più sincere, le quali affondano in profondità tanto nelle tensioni più atmosferiche e depressive di certo black metal di scuola statunitense quanto nel doom/sludge più angosciante e opprimente, con una certa venatura screamo che sottolinea alla perfezione quella sensazione di sofferenza esistenziale e rabbia sovversiva che contraddistingue la proposta del gruppo di Oakland dagli inizi.

SE DOMANI NON TORNIAMO, SE DOMANI TOCCA A NOI, BRUCIATE TUTTO.

So già che sarà una recensione abbastanza sconclusionata quella che starete leggendo perchè, per quanto stia cercando di dare un senso e un ordine ai flussi di coscienza e alle emozioni che stanno invadendo la mia testa durante l’ennesimo ascolto di questa ultima fatica delle Ragana, mi viene estremamente difficile seguire delle strade nette e precise per parlarvi della musica, delle ispirazioni liriche e concettuali o addirittura dello splendido artwork di copertina che accompagnano We Know that the Heavens are Empty . Ma ci proverò partendo proprio dal titolo di questo nuovo ep; un titolo che cita direttamente e in modo appassionato  “The Toast of Despair“, poema scritto dalla scrittrice anarchica e femminista Voltairine de Cleyre nel 1892. Per quanto riguarda invece lo splendido artwork di copertina si tratta di un’incisione di Caspar David Friedrich intitolata “Die Frau mit dem Raben am Abgrund“, un’opera che riesce ad enfatizzare in maniera sublime l’atmosfera romantica e oscura che avvolge l’intero album. Inoltre, e ci tengo a sottolinearlo, come sei può leggere sulla tape, le Ragana vogliono dedicare questo loro ultimo ep ai loro/alle loro amicx e compagnx più amatx.

To the joy in the struggle. To another world. To heaven as a place on earth.

Passando al lato prettamente musicale, questo nuovo ep della durata di un quarto d’ora è composto da due momenti intrecciati tra loro così perfettamente al punto da poterli vedere come un unico grande viaggio. Le due tracce sono intitolate Waiting e The Tower e rispecchiano in maniera assolutamente limpida il sound a cui ci hanno abituato negli anni le Ragana, con un’alternarsi ben bilanciato di momenti di effimera quiete e altri di tempestosa furia distruttiva, mentre un vortice di sensazioni che spaziano dalla sofferenza, alla rabbia, alla malinconia ci inghiotte immediatamente senza lasciarci vie di fuga. Se i momenti di calma apparente riescono a costruire un’atmosfera generale che oscilla tra il sognante e il depressivo, gli assalti più brutali e tuonanti fanno divampare tutta la rabbia selvaggia e riottosa che Maria e Nicole covano per questo mondo costruito sull’oppressione di quelle individualità che non si conformano ai canoni e alla norma voluta dall’etero-patriarcato. L’atmosfera generale dell’album, come già avvenne per You Take Nothing, mi trasmette l’idea di volere creare una dimensione profondamente ritualistica caratterizzata da tinte fortemente oscure e passaggi dalla natura soffocante e angosciante. Inoltre è evidente la sofferenza viscerale che attraversa le due composizioni, una sofferenza esistenziale che certamente logora ma indirizzata all’attacco attivo piuttosto che all’autodistruzione; una sofferenza che si manifesta sotto le sembianze di una furia nichilista e bellicosa che appare priva di pietà e che non sembra volersi fermare dinanzi a nulla. Quiete e tempesta, distruzione e tenue speranza di salvezza, questa è in fin dei conti la musica delle Ragana.

Per concludere questo viaggio tra gli abissi e le molteplici sfumature di We Know that the Heavens are Empty, posso solamente dire che siamo dinanzi all’ennesimo incantesimo distruttore evocato dalle Ragana che come il fuoco divampa per inghiottire questo mondo nelle sue profondità. Ancora una volta, lunga vita alle streghe di Oakland!

For us, a truce to Gods, loves, and hopes,
And a pledge to fire and wave;
A swifter whirl to the dance of death,
And a loud huzza for the Grave!

A Blaze in the Northern Sky #04

In darkness no one reigns, the night has no king, the night has no queen, in darkness no one reigns… (Feminazgul)

Quarto appuntamento con A Blaze in the Northern Sky, rubrica interamente dedicata alle uscite più interessanti in ambito black metal e che ha come unico obiettivo quello di parlare di gruppi, collettivi e individualità impegnati a tenere viva la fiamma nera in un’ottica dichiaratamente e fortemente antifascista, antirazzista e che si oppongono in modo netto e concreto a tutta la feccia nazi, razzista, omo-transfobica, sessista e/o ambigua che purtroppo infesta ancora la scena del metallo nero. Feminazgul, Wulfaz e Uprising, i gruppi di cui vi parlerò nelle seguente righe, incarnano perfettamente questa visione del black metal e ci hanno recentemente regalato tre dischi molto interessanti che meritano di essere scoperti, ascoltati intensamente e approfonditi. Nell’oscurità nessuno regna, ricordatevi che la notte non ha né re né regine… per l’insurrezione, per il black metal!

Feminazgul – No Dawn for Men (2020)

Un progetto black metal dalle tinte atmosferiche (in alcuni tratti riconducibile alla scena e alle sonorità cascadian di Wolves in the Throne Room e compagnia) apertamente e fieramente antifascista e che nelle sue liriche tratta tematiche legate al femminismo, alle questioni queer e alla totale distruzione del patriarcato e del machismo. Ditemi voi cosa si dovrebbe volere di più da un gruppo black metal oggigiorno se non tutte queste cose sopra elencate. Inoltre, come se non bastasse, il monicker dietro cui si celano le compagne Margaret, Laura, Meredith e Tez, richiama in maniera voluta la figura del Nazgul di tolkeniana memoria, quindi, ribadisco, cosa mai dovremmo chiedere di più a codeste sacerdotesse devote unicamente al culto del “metallo nero”? La risposta, scontata, è assolutamente niente. Anche perchè se caso mai cercassimo delle risposte, No Dawn for Men spazza via qualsiasi dubbio, perplessità o questione sull’intensità e sulla qualità compositiva del black metal suonato da/dalle Feminazgul. Partendo da una base che affonda nettamente le proprie radici in una tradizione prettamente statunitense di suonare black metal, specialmente quella dalle derive più atmosferiche e dalle tinte più “naturalistiche” di matrice cascadian, la proposta di Feminazgul non abbandona però mai completamente quella primitiva ed istintiva irruenza selvaggia tipica del metallo nero old school di matrice norvegese, riuscendo così a sintetizzare una ricetta estremamente convincente e dall’attitudine fortemente iconoclasta e bellicosa. La nostra esperienza con No Dawn for Men assume presto le sembianze di un oscuro rituale iniziatico durante il quale verranno invocate ed evocate entità maligne pronte a inghiottire quei due gelidi ed intimi mostri che rispondono al nome di patriarcato e capitalismo, incatenando nell’oscurità senza fine ogni forma di omo-transfobia e machismo, di sfruttamento e discriminazione.  Come al solito inutile approfondire questa o quell’altra traccia nello specifico (anche se l’iniziale Illa, Mother of Death, I Pity the Immortal e Forgiver I Am Not Yours sono ottimi esempi di cascadian black metal in cui tutti gli elementi, dalle vocals dannate e lancinanti ai momenti più atmosferici dominati dal synth e dagli intermezzi di viola, trovano la loro perfetta sintesi) dato che questo disco dev’essere vissuto come fosse un vero e proprio viaggio ritualistico che, attraverso le otto tracce-tappe, conduce verso nessuna alba per l’uomo e condanna, con aggressività iconoclasta, all’eterno tormento l’esistente capitalista, i suoi difensori e le sue divinità. I was not made to be gracious and i will carry this hatred to my grave… 

Questo bellissimo “No Dawn for Men” è in arrivo in formato tape anche grazie a Scadavera Records, una nuova etichetta black metal totalmente diy nata nelle oscure lande del nord Italia e dalle viscere del collettivo Semirutarum Urbium Scadavera. http://https://scadavera.noblogs.org/post/2020/07/19/nasce-scadavera-records/

Wulfaz – Sotes Runer (2020)

Con questo nuovissimo Sotes Runer i Wulfaz ci danno un’ulteriore assaggio di quel sound che loro stessi definiscono Runic black metal. Se già sul precedente Eriks Kumbl, di cui vi parlai proprio nel terzo appuntamento di “A Blaze in the Northern Sky”, la proposta lirica e musicale del gruppo danese aveva catturato il mio interesse, Sotes Runer non fa altro che proseguire sulla strada tracciata in precedenza riuscendo ancora una volta ad affascinarmi e a rinnovare l’affetto che nutro nei confronti del duo danese e della loro musica. Nelle tre tracce per una durata complessiva che si aggira attorno ai quindici minuti, il sound dei Wulfaz è sostanzialmente sempre lo stesso, anche se in questo caso sembra avvicinarsi ancor più prepotentemente al selvaggio black metal della tradizionale seconda ondata norvegese con i Darkthrone a spiccare come influenza principale insieme a quel sapore vagamente viking che riporta alla mente i primissimi Enslaved, il tutto senza allontanare completamente dalla propria proposta quell’attitudine e quel gusto raw punk che emergono soprattutto nell’irruenza espressiva e nello spirito bellicoso che avvolgono l’intero lavoro. Anche su questo Sotes Runer l’ispirazione lirico-concettuale da cui prende forma la proposta dei Wulfaz rimanda ad incisioni runiche e antichi rituali norreni, e questo immaginario viene espresso in maniera chiara e suggestiva fin dall’artwork di copertina. Sotes Runer non punta solo su ritmi sostenuti e furiosi assalti black metal, ma dimostra una capacità di giocare con rallentamenti, mid-tempos e un riffing che non disdegna mai completamente la ricerca della melodia, tutti elementi che rendono il disco tutt’altro che ripetitivo o noioso. Inoltre tremolo picking e blast beats (forse più presenti rispetto alle ritmiche d-beat del precedente lavoro) sono evidentemente ingredienti ancora fondamentali iscritti nel dna del black metal suonato dai Wulfaz e difatti possiamo notare facilmente l’importanza che rivestono all’interno del songwriting delle tre tracce. E mentre veniamo definitivamente inghiottiti dall’atmosfera pagana creata da Sotes Runer, realizziamo che Wulfaz rappresentano senza ombra di dubbio una delle entità più interessanti dell’intero panorama (viking) black metal odierno. And remember…There is no place for nazis in Valhalla!

Uprising – II (2020)

“call them priests, call them nazis call them 1%, call them greedy fucking bastards call them cowards, conservative power-lusting snakes they’re all afraid of you, the critical masses…”

Nell’ultimo periodo, le lande teutoniche stanno offrendo un discreto numero di interessanti realtà black metal dalla natura fortemente antifascista e che scelgono nettamente il lato della barricata da cui schierarsi in una scena troppo spesso piena di nazi, ambigui o simpatizzanti, dagli Hyems agli Elurra, per citare solamente due gruppi recentemente recensiti su queste pagine. Sembra difatti che il terreno in ambito black metal sia particolarmente fertile in Germania, con una qualità generale delle uscite veramente alta e e in grado di portare una ventata d’aria fresca in un genere spesso troppo saturo o ripetitivo. Rientra perfettamente in questo contesto “II”, ultimo album partorito in casa Uprising, progetto dietro cui si celano il braccio e la mente di Winterherz, già membro dei ben più noti Waldgefluster. Quarantatre minuti di intenso e allo stesso tempo melodico metallo nero che strizza l’occhio alla vecchia scuola scandinava attraverso il ricorso al gelido quanto letale tremolo picking, ma che non si limita mai nella ricerca di soluzioni melodiche, sopratutto nel riffing, in grado di creare la giusta atmosfera e smorzare l’irruenza degli assalti selvaggi di natura più marcatamente black. Dopo una breve suite intitolata emblematicamente “Introduction“, ci abbandoniamo completamente alla bellezza di una traccia come “There’s No Such Thing as Hope“(probabilmente uno dei momenti migliori di tutto il disco), con il suo forsennato riffing iniziale e con i blast beats (opera di una drum machine che però non va ad inficiare della qualità generale dell’opera) a donare al brano un’atmosfera veramente battagliera e devastante. Bellissima anche una traccia come “Lesson in Basic Human Empathy”, un’assalto all’arma bianca di barbaro black metal che non mostra mai segni di cedimento, con un testo che si schiera nettamente contro ogni sorta di discriminazione di natura razziale e/o sessuale. Nel complesso ci troviamo trafitti da sette tracce di black metal attraversato da tensioni riottose che si presentano come veri e propri inni incediari di rivolta contro un mondo oppressivo in cui regna l’ingiustizia, lo sfruttamento e la prevaricazione ai danni degli ultimi e degli sfruttati. Le liriche di II, impregnate di questa selvaggi carica sovversiva, mostrano inoltre il potenziale del black metal come mezzo per diffondere un viscerale e istintivo odio contro ogni forma di oppressione e per far divampare il fuoco e le fiamme dell’insurrezione nei confronti di questo mondo. Per concludere, come potrei non spendere due parole sullo splendido artwork di copertina che, riprendendo uno stile riconducibile alle miniature di epoca medievale, mostra l’uccisione di un despota e di un vescovo da parte di una manciata di contadini rivoltosi, mentre sullo sfondo le fiamme inghiottono un castello, simbolo del potere autoritario e dell’oppressione. Black metal ist Klassenkrieg!

Dead to a Dying World – Elegy (2019)

 

Stando alle parole stesse degli A Dead to a Dying World questo terzo lavoro in studio intitolato “Elegy vuole essere una sorta di premonizione di un mondo post-umano attraverso l’esplorazione di sensazioni come la perdita, lo smarrimento e il dolore. Avventurarsi nell’ascolto delle sei composizioni che compongono “Elegy” assume presto le sembianze di un’esperienza di un viaggiatore solitario che vaga in un mondo sopravvissuto alla catastrofe ambientale e che all’orizzonte vede sorgere l’alba di una nuova era ecologica. Un po’ come il famoso viandante sul mare di nebbia, la sensazione di estasi dinanzi alla magnificenza e al sublime della natura ci travolgerà nel corso dei sei brani e ci troveremo a contemplare la maestosità dei paesaggi dipinti ed evocati dalla polimorfa musica suonata dai Dead to a Dying World, una musica in costante tensione tra la quiete e la tempesta, nonchè un disco che vive di contrasti e sfumature, di atmosfere malinconiche e di disperati e tumultuosi assalti dal sapore black metal. “Elegy” dei Dead to a Dying World, in qualsiasi modo lo si voglia leggere o interpretare, è una perla di rara bellezza all’interno del panorama musicale estremo odierno. Ma cerchiamo di andare con ordine e di orientarci in questo turbinio di emozioni e suoni cangianti.

L’intero lavoro prende dunque la forma di una riflessione profonda della relazione tra l’uomo e la natura, esplorando tale rapporto nel passato, nel presente e sopratutto nell’imminente futuro. Inoltre “Elegy” è connotato da una forte impronta ecologista, trattando la questione della devastazione ambientale e dell’antropocene che ha già segnato l’inizio della sesta estinzione attraverso un’ottica che vede come responsabile della catastrofe ecologica che stiamo attraversando e che si annuncia ancora più terribile nel futuro più prossimo, la fame di profitto e di risorse naturali dell’economica capitalista.

Il sound dei texani Dead to a Dying World (che loro stessi definiscono elemental dark metal) è come un dipinto ad acquerello, in cui le varie tonalità e sfumature di colore si mescolano e contaminano senza però mai perdere completamente la loro identità. Così accade per le differenti anime che attraversano le sei composizioni sontuose di questo “Elegy”, costantemente in tensione verso burrascosi momenti black metal e passaggi in cui vengono dipinti in maniera epica momenti di calma apparente o di quiete sognante grazie a intermezzi ambientali e atmosferici, il tutto comunque dominato da una profonda e intima venatura malinconica sempre presente nel sound dei nostri. Nel corso dell’album ci imbattiamo anche in melodie e arpeggi di natura post-rock che conferiscono un’ulteriore e personale sfumatura all’insieme, così come passaggi ambient o altri ancora contraddistinti da sonorità folk tese verso paesaggi a metà strada tra toni sublimi ed epici e tensioni apocalittiche. Infine impossibile non venire ammaliati dalle melodie malinconiche ma al tempo stesso sognanti create con maestria dalla viola (suonata da Eva Vonne) che tolgono letteralmente il fiato per quanto riescono ad essere evocative, trasmettendo sensazioni di labile calma e di nostalgica rassegnazione dinanzi alla presa di coscienza della maestosità della natura e della finitezza dell’essere umano.

Le vocals che principalmente si alternano tra una femminile (Heidi Moore) e una maschile (Mike Yeager), che vengono supportate su questo album dalla presenza di ospiti del calibro di Jarboe o Thor Harris (entrambi ex Swans) tra gli altri, enfatizzano tutto quello che abbiamo detto finora sul sound dei Dead to a Dying World grazie alla loro interpretazione profondamente evocativa nei momenti di quiete, così come prontamente lancinanti quando si lasciano andare ad uno screaming sofferente per accompagnare gli assalti black metal.

Le sei composizioni sono ben bilanciate, alternandosi tra tracce dalla lunga durata (tutte superiori ai dieci minuti) e monolitiche nella loro evoluzione e intensi quanto brevi intermezzi finalizzati a smorzare la tensione generale dell’album e a concedere oscuri momenti di quiete. Il primo di questi intermezzi è rappresentato da “Syzygy“, brano posto ad introduzione del disco, una litania dalle tinte scure e in cui fa subito capolinea la vena malinconica che contraddistingue la proposta dei Dead to a Dying World, enfatizzata dall’interpretazione evocativa delle vocals ad opera di Mike. La successiva “The Seer’s Embrace” irrompe improvvisamente come una tuonante tempesta in cui la voce di Mike si alterna tra growl cavernosi e un sofferto screaming black metal e con le melodie della viola a sottolineare nuovamente l’atmosfera malinconica. L’intero lavoro si dirama, come già detto, su queste due strade, una tesa verso l’esplosione di burrasche e tormente che sembrano non aver fine e l’altra che cede al richiamo intimo di una tranquillità effimera quanto sognante.

In modo simile all’esperienza avuta con lo splendido “Sequestered Sympathy “ degli Exulansis, l’ascolto di questo “Elegy” trasmette sensazioni degne del romanticismo artistico e letterario, evocando quella reazione di inquietudine e stupore dell’uomo che si trova a contemplare estasiato la sublime maestosità (tanto affascinante quanto brutale) della natura,  prendendo consapevolezza del suo essere finito e insignificante di fronte alla magnificenza dei paesaggi naturali che si distendono infiniti davanti ai suoi occhi increduli. È infatti un disco che a partire dal bellissimo artwork di copertina permette di viaggiare con la mente, facendoci immaginare di star percorrendo paesaggi montani che svettano imperiosi avvolti dalle nuvole, foreste primigenie dominate da forze ed entità naturali o sulla cima di scogliere a strapiombo su un oceano agitato che ruggisce riecheggiando nel vento, preannunciando una tempesta senza fine e che non lascerà scampo.

Gli stessi colori e sfumature che dominano l’artwork di copertina richiamano, a mio avviso, le differenti pulsioni e le molteplici tensioni che attraversano e animano la musica dei Dead to a Dying World, dalle melodie degli archi che sottolineano i momenti più malinconici e decadenti, alle sfuriate di chitarra con il riffing sempre serratissimo ad enfatizzare le brevi quanto letali incursioni in territori (post) black metal accomunabili ai Wolves In The Throne Room o agli ultimi Downfall of Gaia , il tutto ritornando sempre a quel porto sicuro rappresentato da un muro sonoro che si dirama lungo cordinate doom-sludge e in cui i rallentamenti, le atmosfere, i momenti ambientali e le divagazioni folk la fanno da padroni assoluti.

Giunti ormai alla conclusione di questa “recensione”-viaggio, Il solitario viandante che si imbatte nella musica di“Elegy” sarà dunque improvvisamente assalito da uno stato d’animo di completa estasi e di vaga inquietudine dinanzi  alla magnificenza e ai sublimi paesaggi dipinti dalla musica dei Dead to a Dying World. Un album di una bellezza e di una sensibilità rarissime e certamente tra i migliori pubblicati lo scorso anno, un’esperienza intensa in costante tensione tra momenti di quiete effimera e improvvise quanto ruggenti tempeste che travolgono senza pietà.

A Blaze in The Northern Sky #02

Soon the dawn shall arise for all the oppressed to arm. Black metal ist klassenkrieg!

Eccoci giunti al secondo episodio di  A Blaze in the Northern Sky, rubrica dedicata ai migliori dischi usciti in ambito black metal nell’ultimo periodo. I protagonisti di questo secondo appuntamento sono tre ottimi dischi di black metal usciti recentemente e di gruppi o progetti che nulla hanno a che fare con merda ambigua, fascista o sessista/omofoba e che, se proprio non rientrano perfettamente nel filone “Red & Anarchist Black Metal”, si definiscono fieramente antifasciste e certamente vicine ad un certo modo di intendere il black metal e in generale la scena estrema e underground. Presto una nuova alba sorgerà e tutti gli oppressi si armeranno, perchè il black metal è lotta di classe!

Awenden – The Golden Hour 

Nel corso del 2018 mi imbattei nel primo lavoro omonimo di Awenden, one man band proveniente dallo Stato di Washington, e rimasi affascinato dal black metal atmosferico che proponeva in quelle cinque tracce e dalle tematiche legate ad una comunione intima e una sorta di venerazione per la natura selvaggia e incontaminata. Questo sentimento di comunione totale con la natura selvaggia è il motore che anima ancora oggi la proposta di Awenden e che accompagna un black metal atmosferico che affonda le proprie radici in profondità nella cosiddetta scena “cascadian black metal”. I punti di riferimento degli Awenden su questo magnifico “Golden Hour” si devono infatti ritrovare nei lavori dei primi Wolves in the Throne Room, negli Agalloch, negli Skagos (difatti troviamo tra i musicisti che hanno collaborato a questo disco due loro membri), negli Alda e sopratutto nelle parti più atmosferiche e ambientali si possono sentire richiami al progetto Evergreen Refuge. Come da miglior tradizione del black metal dalle tinte atmosferiche la maggior parte dei brani presenti su questo “Golden Hour” superano i dieci minuti di durata, se si escludono l’intermezzo in bilico tra ambient e noise intitolato “Voices” e la sognante suite anch’essa radicata in territori ambient “A Memory of Dawn”. Un black metal intimamente legato al territorio di provenienza del progetto Awenden e che quindi trae profonda ispirazione dalla natura selvaggia, dalle foreste incontaminate e dai fiumi delle regioni del nord ovest che si affacciano sul Pacifico. Tutto questo viene evocato tramite un alternarsi di momenti melodici e calmi tesi a creare un’atmosfera sognante e a tratti epica e altri passaggi che assumono le sembianze di classici assalti black metal fatti di riffing serrati e blast-beats. in un crescendo di tensione e magnificenza. “Golden Hour” è un’opera imponente della durata di cinquanta minuti abbondanti e le sei tracce presenti prendono la forma di vere e proprie odi alla natura sempre più minacciata dalla fame di profitto del capitalismo. La doppietta iniziale formata da “Dawn” e “Ritual Exile” ci fa immediatamente piombare in una sorta di trance sognante costantemente sospesi tra la quiete dei passaggi atmosferici e la tempesta delle cavalcate black metal scandite da uno screaming primitivo e demoniaco. Il picco di epicità e tensione viene raggiunto però sul finale con la splendida titletrack, un’ode romantica alla wilderness nell’ora del tramonto. Gli Awenden ci hanno regalato un grandioso disco di cascadian antifascist black metal capace di dare nuova linfa vitale ad una scena che dopo i picchi raggiunti dagli Agalloch e dai WITTR sembrava non avesse più molto da dire.

Seas of Winter – Dead Forest

Bergen 1994? Niente affatto, nonostante le sonorità presenti su questo “Dead Forest” siano profondamente influenzate da capolavori seminali e primitivi della seconda ondata del black metal norvegese come “Call of the Wintermoon” degli Immortal o “A Blaze in the Northern Sky” dei Darkhtrone. Difatti i Seas of Winter provengono dagli Stati Uniti, suonano un primordiale black metal vecchia scuola e stando a quanto dichiarano questo “Dead Forest” vuole essere un omaggio alla persona di Pelle Ohlin, conosciuto ai più col soprannome di Dead e per essere stato la voce della primissima incarnazione dei Mayhem. Ed è proprio questo motivo che mi ha fatto propendere per la recensione di “Dead Forest” invece dell’ultima (bellissima) uscita intitolata “Forest Aflame”. Alla memoria di Dead è dedicata “Pelle”, terza traccia presente su questa opera prima dei Seas of Winter, probabilmente uno dei brani migliori insieme alla seconda traccia “The Haunted Earth” che si apre con un tremolo picking degno dei Mayhem e uno screaming demoniaco. L’aspetto che trovo più interessante sottolineare è però l’altra motivazione da cui prende vita questo progetto, ovvero il desiderio di contrastare il cambiamento climatico e di lottare quindi contro un sistema economico, quello capitalista, protagonista della catastrofe ambientale che pende sulle nostre esistenze come spada di Damocle, un sistema economico che saccheggia e devasta gli ecosistemi e che sacrifica tanto l’uomo quanto la natura sull’altare del profitto. Crudo e glaciale black metal fedele alla seconda ondata norvegese, cosa chiedere di più? The earth cries into my mouth,”What will save us now?”. Only climate change is real.

 

Cirkeln – Stormlander 

Jag vandrar ut i stormen
Kommer jag hit igen?
Jag vandrar ut i stormen
Världen ligger bakom mig

“Esco dalla tempesta, verrò di nuovo qui? Esco dalla tempesta, il mondo è dietro di me”… Dai territori settentrionali della Svezia emerge questa misteriosa creatura celata dietro il nome di Cirkeln che, abbattendosi come una tormenta di oscurità e malvagità, vuole narrarci storie di una natura antica e selvaggia e di avventure epiche. Epicità e oscurità sono difatti i due tratti principali che caratterizzano il sound di questo “Stormlander”, ultima fatica in studio per la one man band Cirkeln. Il sound del gruppo svedese affonda le proprie radici nella lezione seminale di dischi quali “Blood Fire Death” e “Hammerheart” dei Bathory, negli Isengard di “Vinteskugge” e nel bellissimo e primitivo “Nordavind”  dei semi-sconosciuti Storm (progetto di Fenriz e Satyr), quindi ci troviamo ad ascoltare sei tracce di epico black metal ispirato dalla mitologia norrena e dalle antiche storie vichinghi. Un black metal quello dei Circkeln orientato verso la creazione atmosfere epiche tramite le melodie di chitarra ed alcuni riff che risentono una vaga influenza doom, il tutto alternato a veri e propri assalti di black primordiale grazie all’ utilizzo di tremolo picking glaciali e serrati e una batteria martellante che non lesina sui blast beats. Tutti questi elementi che caratterizzano il sound dei Cirkeln sono presenti fin dalla prima traccia “Old Demon King”, brano che segue una suite introduttiva che tocca lidi ambient e accompagnata da una voce che sembra recitare un mantra rituale. La seconda traccia intitolata “Hammer High” si apre con una melodia folkeggiante che si stampa immediatamente in testa ed è infatti quella che a mio parere risente maggiormente l’influenza di un certo viking metal “moderno” a la Ensiferum ma anche dei primissimi Manegarm. La successiva “Stormlander” rappresenta probabilmente l’episodio più doom e maggiormente influenzato dai Bathory post-Hammerheart di tutto il disco, presentando addirittura un intermezzo acustico che ricorda i Satyricon di “Dark Medevial Times”. In una scena come quella black metal e in modo particolare in quella nicchia che prende il nome di “viking metal”, in cui fin troppi gruppi si appropriano di tematiche legate alla mitologia e alla storia norrena per diffondere idee nazionaliste, fasciste e di supremazia razziale, i Cirkeln stanno dal lato della barricata in cui ai fascisti si spara e se lo rivendicano fieramente. Un ottimo disco di black metal epico che farà la gioia di tutti noi cresciuti a pane, Quorthon e odio per i nazi-fascisti! Hold the hammer high against fascist scum!

 

 

Exulansis – Sequestered Sympathy (2019)

“Sequestered Sympathy”, ultima fatica in studio rilasciata ad ottobre dagli Exulansis, terzetto proveniente dall’Oregon composto dalla violinista Andrea Morgan, dal chitarrista James Henderson e dal batterista Mark Morgan (tutti e tre impegnati anche nelle parti vocali e in quelle acustiche), è una perla di rara bellezza all’interno del panorama della musica estrema. Quando partono le note della title-track, brano posto in apertura del disco, si viene immediatamente inghiottiti da un’atmosfera malinconica (ma al contempo sognante) che ci avvolge e lascia col fiato sospeso per un bel po’ di minuti, prima di esplodere in uno screaming (ad opera del batterista Mark) carico di disperazione e da un forsennato riffing di natura black metal, il tutto sorretto in modo maestoso dalle leggiadre armonie create dal violino. Una costante tensione tra la quiete costruita da parti acustiche e passaggi atmosferici e una tempesta sorretta da brutali blast beats e riff serratissimi di matrice black metal/neocrust caratterizza la proposta degli Exulansis per tutta la durata del disco e delle sei tracce che lo compongono, una tensione che nei momenti di quiete trasmette un senso di vaga inquietudine, salvo poi deflagrare nella più ruggente delle tempeste dominata da devastanti urla di sofferenza e smarrimento.

Brano dopo brano si rimane costantemente estasiati dinanzi alla magnificienza dei paesaggi costruiti dalle sognanti armonie del violino che si intrecciano alle melodie della chitarra creando atmosfere a volte oscure, altre malinconiche. La brutale ed estrema bellezza di “Sequestered Sympathy” e della musica suonata dagli Exulansis si rivela in modo chiaro e lampante nel loro saper bilanciare e alternare perfettamente questa costante tensione che li anima, tensone che in alcuni momenti tende a spingerli alla ricerca di una quiete tanto agognata quanto sofferta, mentre in altri sembra abbandonarli in un vortice di disperazione come una violenta burrasca che sorprende in mare aperto e che non lascia speranze di salvezza. Questa tensione si manifesta anche, sul lato musicale, nella capacità dei nostri di regalarci momenti inaspettati come la seconda traccia “Barren” o come la conclusiva “A Helpless Witness, To Such Pain”, tracce interamente acustiche e dal sapore profondamente neo-folk. In tracce dalla durata maggiore come “Despondent” o “Dead Can’t Die“, momenti del disco che ho apprezzato maggiormente, gli Exulansis riescono ad amalgamare perfettamente l’ampio spettro di influenze che convivono nella loro proposta musicale e prendendoci per mano ci danno un assaggio di tutte queste loro sfumature.

Possiamo infatti imbatterci in parti più black metal e atmosferiche in cui risultano essere moltissimi i richiami ai Wolves in the Throne Room, agli Addaura e a tutta quella scena denominata “cascadian black metal”, mentre quando veniamo sorpresi dai passaggi più folk ci viene riportato alla mente il Panopticon acustico sia di “Autumn Eternal” sia quello più recente di “The Scars of Men on the Once Nameless Wilderness”. I momenti dal sapore neocrust possono ricordarci tanto i Fall of Efrara quanto gli Ekkaia, accompagnati da una presenza costante e sublime del violino che rievoca gruppi come i Morrow o gli Ashkara. Inoltre la capacità degli Exulansis di costruire un pattern di melodie, armonie e atmosfere di una bellezza e di una sensibilità rarissime  sembrano accumunare molti i gruppi prodotti ultimamente da Alerta Antifascista Records come i Dead to a Dying Word, gli Archivist e i Terra Mater. Un vortice maestoso ed epico quello suonato dagli Exulansis in cui si amalgano alla perfezone tutte le loro influenze che spaziano quindi dal doom al neo crust, dal black metal atmosferico e alla musica folk senza che nessuna di queste influenze sembri fuori posto per nemmeno un secondo o prevalga sulle altre.

Un’immagine, per meglio dire un dipinto, ha occupato la mia mente fin dal primo ascolto di questo disco, ovvero quel capolavoro dell’arte romantica che è “Il Viandante sul Mare di Nebbia” di Caspar Friedrich. Proprio come il personaggio protagonista del dipinto contempla la maestosità del panorama avvolto dalla nebbia, pur essendo sull’orlo di un precipizio, provando una sensazione di totale estasi ed inquietudine dinanzi al paesaggio infinito che si apre dinanzi ai suoi occhi, nella sua solitudine il viandante che si imbatte nelle note di “Sequestered Sympathy” prova lo stesso stato d’animo misto di sgomento e stupore di fronte alla magnificienza e alla sublime atmosfera creata dalla musica degli Exulansis.

 

A Blaze In the Northern Sky

BLACK METAL IST KLASSENKRIEG. WE ARE A BLAZE IN THE NORTHERN SKY, THE NEXT THOUSAND YEARS ARE OURS!

In autunno alcuni carissimi compagni, conoscendo la mia spassionata passione e devozione per il black metal e la mia totale avversione per ogni forma di ingerenza nazi-fascista all’interno della scena metal estrema, mi hanno tirato in mezzo in un collettivo dal nome tanto affascinante quanto criptico: Semirutarum Urbium Cadavera, un collettivo devoto a Satana, al Black Metal e alla lotta di classe anarchica. L’obiettivo che ci poniamo è semplice: la totale distruzione del NSBM e di tutta la merda ambigua che gira all’interno della scena del “metallo nero”.

Questa premessa per dire cosa? Semplicemente come spunto per introdurre l’argomento di questo articolo, ossia una breve rassegna su quelli che ritengo essere stati tre ottimi dischi di black metal  usciti nel 2019 e che nulla hanno a che fare con merda ambigua (qualcuno ha detto MGLA?), fascista o sessista/omofoba e che, se proprio non rientrano perfettamente nel filone “Red & Anarchist Black Metal”, certamente sono vicine ad un certo modo di intendere il black metal e in generale la scena estrema e underground.

Falls of Rauros – Patterns In Mythology

“Sunlight on the Coast”, dipinto del pittore Winslow Homer fa da copertina a questo nuovo lavoro in casa Falls of Rauros intitolato “Patterns in Mythology”, album che riesce allo stesso tempo nell’impresa di suonare come il perfetto punto di incontro tra “Vigilance Perennial” e quel capolavoro del 2011 che fu “The Light That Dwells in the Rotten Wood” e come un’ulteriore evoluzione e maturazione del suono proposto dal quartetto proveniente dal Maine. Il sound proposto dai Falls of Rauros affonda nuovamente le sue radici nel black metal atmosferico, con influenze che vanno ricercate negli Agalloch, in Panopticon e nei Wolves In The Throne Room, ma questa volta viene messa ancora più in risalto l’apertura verso passaggi che si posizionano a metà strada tra soluzioni folk/americana e melodie post-rock. Il disco si apre con la breve intro “Detournement”, capace immediatamente di creare quell’atmosfera di tensione come se si stesse scorgendo all’orizzonte la tempesta che lentamente si sta avvicinando. Questa crescente tensione deflagra come un roboante tuono che squarcia il cielo nella successiva “Weapons of Refusal” (una delle migliori tracce di “Patterns in Mythology”), traccia in cui lo screaming alternato di Aaron e Jordan ed il riffing riescono a creare un’aura di epicità unica. E’ proprio nel bel mezzo di “Weapons of Refusal” che abbiamo il primo intermezzo acustico che flirta tanto con il folk americano quanto con melodie di natura post-rock, passaggio che appare come una labile quiete momentantea prima che la tensione torni a crescere e la tempesta ad inghiottirci, il tutto condito in maniera magistrale da un assolo da brividi. L’apertura acustica della terza traccia “New Inertia” sembra ancora una volta aver portato la calma, come se il cielo si stesse rischiarando e i raggi di un tenue sole siano pronti a trafiggere le nuvole scure che però ancora minacciano pioggia e fulmini. Questi primi due brani riescono ad evocare in maniera sognante la forza primitiva, tanto distruttrice quanto creatrice, degli elementi naturali che ci circondano, questo grazie anche al sapiente alternarsi di travolgenti cavalcate black metal e momenti acustici e più melodici che donano all’intero “Patterns in Mythology” un’atmosfera di assoluta epicità e maestosità. La conclusiva “Memory at Night” rappresenta probabilmente al meglio il sound e la tensione che i Falls of Rauros hanno saputo costruire su questo splendido disco: la linea di basso che apre la traccia annuncia per l’ultima volta la tempesta incombente che raggiunge il suo apice di tensione a circa metà brano per poi abbandonarsi ad una conclusione affidata alle chitarre acustiche capaci di dipingere un quadro di quiete, questa volta non più apparente, che ha lo stesso identico sapore dell’aria dopo il temporale. La tensione tra calma e tempesta è una costante che si ripete all’interno del black metal atmosferico dei Falls of Rauros e questa volta i nostri riescono a renderla ancora più palpabile e maestosa. Assurdi.

 

No Sun Rises – Ascent/Decay

“We are against fascism, racism, sexism, homophobia, and every other kind of oppression!
Fuck NSBM! Fuck nazi-sympathy!” Son queste le bellissime parole che possiamo leggere nella biografia di bandcamp dei No Sun Rises, gruppo di Munster (Germania) impegnato a suonare un mix di post-black metal (atmosferico) e blackened crust e che non si fa troppi problemi a prendere netta posizione contro tutta quella merda nazi-fascista, ambigua o simpatizzante che gira all’interno della scena black metal, pur sapendo bene che prendere posizione, oggi più che mai, significa farsi terra bruciata attorno. Ma Disastro Sonoro, così come i No Sun Rises, la terra bruciata la vuole vedere solamente attorno ai gruppi NSBM e vuole vedere le fiamme inghiottire i locali che fanno suonare simile merda. Passando a parlare della prima vera e propria fatica in studio dei No Sun Rises intitolata “Ascent/Decay”, quello che ci troveremo ad ascoltare nelle cinque tracce più intro che compongono il disco sarà, come detto poc’anzi, un mix perfetto, interessante e in buona parte personale di post-black metal dalle tinte atmosferiche e soluzioni tendenti all’universo blackned/neo crust che potrebbe ricordare a più riprese i Downfall of Gaia da “Atrophy” in poi, così come gli Iskra nei momenti più tirati e black e gli Ashbringer nei passaggi più atmosferici. L’intro che apre “Ascent Decay” e che ci accompagna alla successiva “Reproduktionismus” si conclude con il fragore di un tuono che preannuncia un temporale oramai imminente. E da questo momento in poi, addentrandoci nel disco, ci ritroveremo proprio come inghiottiti da una tempesta che infuria selvaggia e sembra non aver intenzione di placarsi, ma che sa alternane in maniera ottimale momenti atmosferici a scorribande all’arma bianca in territori propriamente black metal. “Towards Sundown” deflagra immediatamente in una cavalcata e in un riffing puramente black metal accompagnato dal primitivo screaming di Jonas, per poi aprirsi ad un intermezzo lento e atmosferico su cui si staglia solamente una voce femminile che recita qualcosa in tedesco, lingua madre dei nostri. La traccia riprende con un momento più tendente al crust, tanto nelle vocals quanto nella melodia e nel riff principale, che crea la tensione perfetta per sfociare nuovamente in una serratissima cavalcata black metal a la Iskra in cui a farla da padrona sono le due chitarre e la batteria. Altra traccia con cui è stato immediato amore è la successiva “Thralldom”, che si dirama inizialmente su divagazioni dalle tinte atmosferiche prima di aprirsi in un riff dal vago sapore (neo)crust sorretto da un blast beat tipicamente black metal su cui si staglia il solito glaciale screaming di Jonas.”Ascent/Decay” si conclude con la maestosa “Maschinist”, quindici minuti in cui è racchiuso perfettamente il sound dei No Sun Rises in costante tensione tra la quiete dei passaggi più melodici e la tempesta evocata dagli assalti propriamente black, quindici minuti che terminano con una suite acustica e atmosferica. Quiete e tempesta. Ascesa e decadimento. Nessun sole sorge.

 

Downfall of Gaia – Ethic of Radical Finitude

Con questo “Ethic of Radical Finitude” i Downfall of Gaia rilasciano un disco più atmosferico e certamente più malinconico rispetto al precedente “Atrophy”, ma comunque sempre pronto ad aprire squarci di aggressività nell’atmosfera di apparente calma e decadenza creata dal sound ormai definitivamente virato su lidi definibili propriamente post-black metal. Il percorso musicale dei tedeschi li ha visti negli anni passare attraverso svariate influenze, dal post-metal al crust, sempre orientati però ad una rilettura personale e all’evoluzione del loro sound che sembra ormai essere giunto ad una maturazione interessante in questa sua versione di malinconico post-black metal che non disdegna melodie e passaggi atmosferici strumentali. Il nostro viaggio nell’etica della radicale finitezza dell’essere umano comincia con “Seduced By…” intro strumentale dai toni estremamente malinconici che però divampa nel travolgente riffing post-black metal della successiva “The Grotesque Illusion of Being” squarciato dal lancinante screaming di Anton che prende allo stesso tempo la forma di un lamento angosciante e di un urlo liberatorio di riscatto. Questo primo brano sottolinea già la formula da cui si diramano tutte e cinque le tracce che compongono “Ethic of Radical Finitude”: l’alternarsi di rallentamenti malinconici/melodici e momenti di aggressività di stampo puramente black metal, sopratutto nei riff e nella batteria, alternanza che sarà la costante di tutto il disco. “We Pursue the Serpent of Time”, brano dalla durata maggiore è un perfetto esempio della maturazione e del sound a cui sono giunti i Downfall of Gaia, il punto d’incontro ideale tra gli Altar of Plagues del fantastico “White Tomb” e gli Harakiri for the Sky più depressive e decadenti. Un’altra delle tracce più interessanti è senza ombra di dubbio “Guided Through a Starless Night” , brano che viene introdotto invece da una melodia che appare più sognante che malinconica, lacerata quasi immediatamente dal solito screaming straziante e dalla solita cavalcata black metal dal riffing e dal blast beat serratissimi, per poi lasciare spazio ad una voce femminile parlata che ci prende per mano e ci accompagna verso la successiva “As Our Bones Break to the Dance”.Ethic of Radical Finitude” si conclude con la malinconica “Of Withering Violet Leaves”, traccia che mostra, quantomeno nei primi secondi, gli ultimi vaghi richiami a sonorità post-metal sperimentate in passato dai tedeschi. I Downfall of Gaia di “Ethic of Radical Finitude” sono un gruppo finalmente sicuro dei propri mezzi che riesce a coinvolgere con costanza e fascino l’ascoltatore, al punto da farlo immergere completamente nel proprio muro di suono malinconico, rapirlo e trascinarlo giù negli abissi più isolati della natura umana e del decadimento dell’essere, in balia del tempo che scorre inesorabile disperso come foglie ormai appassite. Un disco che riesce ad esprimere perfettamente l’inquitudine interiore ed esistenziale che domina sulle nostre vite. Sedotti dalla grottesca illusione dell’essere, inseguiamo il serpente del tempo, guidati attraverso una notte senza stelle mentre le nostra ossa si infrangono sulla danza delle foglie appassite.

Ragana – You Take Nothing (2017)

Le Ragana, duo tutto al femminile proveniente da quel di Oakland, possono forgiarsi del titolo di “Primo gruppo straniero a venir recensito sulle pagine di Disastro Sonoro” (pensa che gran culo eh) e devono assolutamente sentirsi onorate di ciò visto che hanno vinto la “concorrenza” di band quali Odio, Exit Order, Ratas Negras e Torso. La recensione di questo “You Take Nothing” dopotutto ha preso vita da sè durante l’ascolto dell’album, ha assunto le sue sembianze brano dopo brano trascinandomi in un viaggio dominato dall’oscurità impenetrabile; oscurità da cui ha preso forma, attraverso un estenuante flusso di coscienza, la suddetta recensione che ora avrete la fortuna di assaporare. Era quindi d’obbligo riportare sotto forma scritta tutto ciò che aveva cercato di assumere una sembianza all’interno della mia testa durante l’ascolto prolungato e per nulla semplice di questo splendido “You Take Nothing”.

Nel folklore e nella tradizione popolare della regione baltica, e principalmente in terra lettone e lituana, il termine “Ragana” viene usato per identificare un’antica dea distruttrice e al tempo stesso rigeneratrice attraverso la capacità di dominare la magia oscura, anche per questo infatti viene descritta più volte come la “dea delle streghe”. “Ragana” viene rappresentata in differenti e molteplici modi a causa della sua natura polimorfa e cangiante e può assumere quindi le sembianze tanto di una giovane donna sensuale quanto quelle di una creatura terrificante e infernale, così come può presentarsi sotto forma di vecchia deforme e scheletrica oppure prendere le fattezze di un animale selvatico delle foreste. Questa natura cangiante e polimorfa descrive al meglio la proposta musicale di questo duo di Oakland, mai banale, mai scontata, mai prevedibile. Le nostre due streghe (Maria e Nicole) celate dietro il misterioso e affascinante monicker “Ragana” si dimostrano quindi al tempo stesso, con la loro musica, abili distruttrici provenienti dall’oscurità più impenetrabile tanto quanto dee primordiali capaci di far emergere dagli abissi della distruzione un vago sentore di quiete e speranza, di libertà primordiale e selvaggia. Quiete e tempesta, distruzione e tenue speranza di salvezza, questo sono le Ragana, questo è il concentrato di “You Take Nothing”. Non starò qui a parlarvi di tutte e sei le tracce che ci accompagneranno in questo viaggio in modo specifico e profondo, ma credo sia mio dovere provare a descrivere ciò che vi ritroverete ad ascoltare su questa ultima fatica delle Ragana anche parlando nel dettaglio di quei brani che mi hanno colpito maggiormente.

Nella seconda traccia To Leave si alternano melodie post-rock che ricordano gli ultimi Soror Dolorosa e sferzate di chitarra di chiara matrice Black Metal old school che irrompono devastanti iniziando a dipingere paesaggi nordici dominati da foreste innevate attraversate dal vento gelido che scheggia i volti come solo i Darkhtrone di “A Blaze in the Northern Sky” o gli Ulver del capolavoro “Kveldssanger” hanno saputo fare. I momenti più calmi e rallentanti richiamano in più di un’occasione tanto le divagazioni più atmosferiche del Black Metal quanto la forte influenza post-rock/shoegaze fatta fiorire in maniera sublime dalla decadenza esistenziale di Neige e di tutte le cangianti forme, gli Alcest su tutti, che il suo estro creativo ha saputo assumere in questi anni. Credo di non esagerare nel ritenerla la traccia più completa ed emozionante di questo “You Take Nothing”, nonchè la traccia che rappresenta probabilmente al meglio tutte le influenze e le caratteristiche che rendono la proposta delle Streghe di Oakland estremamente personale ed interessante.

La successiva Winter’s Light viene introdotta dalla litania recitata da Maria che in questo caso indossa i panni della sacerdotessa dannata che ci inizia ad un rituale occulto di magia nera, il tutto avvolto da un’atmosfera profondamente pagana e pregna di energia primordiale. La batteria martellante rende perfettamente l’idea di trovarsi immersi in un rituale tribale e sciamanico, così come i rallentamenti e le melodie della chitarra risultano perfetti nel conferire a questa scena una sensazione a tratti psichedelica. Una traccia forse meno ancorata agli stilemi più classici del black metal e che invece rende manifeste le radici doom-sludge e neo/dark-folk anch’esse evidentemente presenti nel suono delle Ragana e parte del loro background musicale, rendendo ancora una volta originale e personale la loro proposta che non risulta mai prevedibile o scontata.

La conclusiva titletrack può essere considerato l’inno nichilista definitivo delle Ragana, dominato anch’esso da un costante alternarsi di sezioni rallentate a tratti atmosferiche e accelerazioni opprimenti sulle quali, in un crescendo di angoscia, si stagliano grida a tratti screamo che ripetono incessantemente come fosse un mantra mistico la frase “You Take Nothing” e che intorno alla parte finale del brano si tramutano in una litania luciferina recitata magistralmente dalla voce sensuale e al contempo sinistra di Maria, cantante e chitarrista del gruppo. “Doomy atmospheric black metal” può essere solamente questo il riassunto della traccia in questione.

E’ ben evidente, e costante per tutta la durata dell’album, l’influenza di mostri sacri del Black Metal statunitense nella musica, costantemente avvolta dall’oscurità impenetrabile, delle Ragana, basti pensare ai Leviathan per quanto riguarda le parti più ambient e atmosferiche o a Xashtur invece per quanto riguarda i richiami continui a quel filone definito da più parti “Depressive Black Metal”. Oltre a ciò da sottolineare il fatto che tutto l’album è pervaso , oltre che da una atmosfera costante di oscurità soffocante, da una sensazione di libertà selvaggia e primordiale, che ben si sposa con l’immagine che vuole evocare la musica delle nostre due streghe celate dietro il nome “Ragana”, ossia i paesaggi e le immense foreste che dominano la costa nord-ovest del Pacifico, tanto desolate quanto brulicanti di energie primitiva e di elementi pagani, tanto impenetrabili e solitarie quanto attraversate da un vento ancestrale che porta con se racconti tribali di libertà estrema. Menzione a parte per la splendida copertina che accompagna “You Take Nothing”. Guardando l’artwork in copertina ci si sente immediatamente trasportati nei paesaggi boschivi descritti sopra e si prova quella sensazione di libertà estrema e selvaggia sempre minacciata però dall’incombente oscurità e desolazione, sempre minacciata dall’idra capitalistica che devasta e saccheggia i territori. E’ anche per questo che al di là del discorso musicale, le nostre due streghe anarchiche di Oakland continuano a ribadire che il loro principale interesse è continuare a combattere al fine di realizzare la totale distruzione del capitalismo. Le Ragana sono le radici che emergono dall’oscurità delle foreste della costa nord-ovest del Pacifico per distruggere il capitalismo e tutti suoi falsi miti. E questo “You Take Nothing” è il loro incantesimo distruttore, è il fuoco che brucerà questo mondo nelle sue profondità. Lunga vita alle streghe di Oakland!