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“Mentre il collasso della civiltà umana avanza…” – Intervista agli Human Host Body

La prima volta che mi sono imbattuto negli Human Host Body è stata grazie ad un loro split insieme ai canadesi Storm of Sedition e posso ammettere senza problemi di essermi infatuato immediatamente del loro “d-beat possessed metal”, una devastante formula in cui convivevano (e convivono tuttora) pulsioni crust punk e tensioni black metal. Qualche giorno fa ho fatto una serie di domande agli Human Host Body per parlare non solo strettamente della loro musica e dei loro progetti futuri, ma sopratutto per affrontare insieme questioni come la piaga del nazi-fascismo all’interno della scena black metal, le posizioni anti-civilizzazione e anarchiche che animano il loro progetto e pratiche come l’autoproduzione e l’autogestione che sono strettamente legate alla scena punk-hardcore. Preparatevi perchè le parole degli Human Host Body, proprio come la loro musica, si abbattono come una tempesta tuonante sulla civiltà umana per decretarne l’inevitabile collasso.

Ciao ragazzi! Intanto volevo ringraziarvi per aver accettato di rispondere ad alcune domande. Vi va di presentarvi per chi non dovesse conoscervi? Comè avvenuta la scelta del nome della band?

Ciao! Grazie a te, è un onore chiaccherare con Disastro sonoro! Siamo in quattro Andrej, Dalibor, Luka, Marko e gli inizi degli HHB risalgono alla nostra adolescenza, intorno al 2004. La band è cresciuta con noi e noi con lei siamo diventati adulti insieme. Ultimamente tendiamo a mischiare soprattutto d-beat e metal. Poi è chiaro che tutto cambia, che tutto è sempre in continuo e graduale divenire. Però c’è da dire che ci troviamo proprio bene in queste acque grind/death. Quanto al nome, l’origine è a dir poco demenziale. Ci siamo ispirati a una puntata di South Park (s8e14), quella in cui agli animaletti del bosco serve un corpo, un ospite umano per Satana…

Lo devo ammettere, vi ho scoperti con lo split insieme agli Storm of Sedition e rimasi immediatamente folgorato dalla vostra proposta a metà strada tra crust e black metal. Da dove e come nasce la scelta di mischiare questi due generi?

Lo split degli Agains Empire con gli Iskra, quasi di sicuro quella è stata la prima svolta. Fu una rivelazione folgorante! Col tempo abbiamo capito che ci convinceva, che anzi era un’idea che ci piaceva proprio. D’altra parte ha sicuramente influito molto anche il fatto che qui sulla costa, da dove veniamo, la scena black metal è sempre stata molto forte. Qui poi metallari e punxs si sono sempre tranquillamente frequentati. Alla fine, per farla breve, il succo è che ascoltiamo un sacco di roba, ci piacciono il d-beat, lo stench, il death, il grind e poi proviamo a mischiare tutto insieme cercando di darci un senso. In fondo siamo un misto anche nella band: due metallari per due punx.

Rimanendo a parlare di black metal, saprete meglio di me che la scena black a livello internazionale è piena di gruppi palesemente nazi o di gruppi ambigui che simpatizzano o collaborano con band fasciste, razziste o omofobe. Qual è la vostra posizione al riguardo?

Qua c’è una sola e unica posizione: zero tolleranza per il NSBM e per qualsiasi ideologia fascista e fascistoide. Le nostre radici sono nel DIY punk. Non abbiamo mai suonato a festival metal e la scena metal slovena ci ignora, o meglio ci considera punk. Da parte nostra non abbiamo alcun desiderio di mescolarci a questa scena. Ci sentiamo a nostro agio nelle realtà occupate, nei centri sociali e negli squat, ma soprattutto ovunque si riunisca, operi e lavori gente che la pensa come noi.

Siete anzitutto un gruppo che viene dal d-beat, e dato che, nella mia ottica ma non solo mia per fortuna, il punk non è solo musica bensì un mezzo per diffondere pratiche come lautogestione o l’autoproduzione e per contrastare concretamente questo mondo fatto di sfruttamento e oppressione, che importanza ha la dimensione della lotta politica nella vita degli Human Host Body?

È fondamentale! Un’arte priva di contenuti politici è un mero prodotto consumistico. Il nostro merch è quasi del tutto autoprodotto, i tour ce li organizziamo da soli. Per noi è questo il modo più autentico in cui si può fare parte di questa subcultura. Luka e Marko poi sono stati in prima linea nell’occupazione e autogestione dell’ex INDE, una fabbrica abbandonata di KoperCapodistria, durata dal 2014 fino allo sgombero nel 2017.

Che ruolo rivestono pratiche come lautogestione o il DIY nella vostra musica e nella vostre esistenze?

Per la  prima metà della domanda vedi sopra :). Quanto alle nostre vite, riveste un ruolo decisamente grande. Grazie a e tramite la musica siamo entrati in contatto con parecchia gente, soprattutto con movimenti che hanno influenzato il nostro modo di percepire il mondo. I tour poi ti portano tra posti e persone dove hai l’opportunità di incontrare o conoscere ulteriormente pratiche a te poco note o sconosciute. Tra l’altro proprio l’andare in tour per vari centri sociali ci ha dato ulteriore slancio e ragioni per l’occupazione dell’ex Inde di KoperCapodistria.

Sulla vostra pagina bandcamp ci tenete a definirvi un gruppo anarchico, vicino alle idee anti-civilizzazione e pro-collasso. Vi va di spiegare meglio queste vostre posizioni politiche e il ruolo che rivestono allinterno della vostra attività di band? Nella vostra coscienza e visione politica, quanto è responsabile l’economia capitalista, che saccheggia e devasta l’ecosistema, del collasso a cui sembra destinata la civiltà come la conosciamo noi adesso?

La maggior parte dei nostri testi parla di quanto sia insostenibile la nostra cosiddetta civiltà. L’anarco-primitivismo è solo una delle teorie critiche di riferimento su come concepire e comprendere la civilizzazione. In linea di massima ognuno di noi quattro ha una sua personale opinione del mondo, siamo però tutti d’accordo sul fatto che la realtà in cui viviamo è alienante. L’economia del capitale è solo un sintomo della civilizzazione industriale. Nel complesso la cosa più problematica è il nostro stile di vita, l’approccio che abbiamo nei confronti della Terra. Siamo troppo focalizzati su noi stessi e ci siamo autocollocati al di sopra di tutte le forme viventi, sul trono. Se ci rendessimo conto che siamo tutti interdipendenti l’uno dall’altro, compresi cioè tutti gli esseri viventi, il pianeta lo ”consumeremmo” in maniera diversa. Il capitalismo si fonda sulla crescita illimitata, cosa che il nostro pianeta non può certo offrire. Per questo l’economia capitalista è insostenibile. Anche tutta sta situazione della pandemia ha mostrato come e quanto il capitalismo sia insostenibile, ma anche qui si tratta di nuovo solo di sintomi. La tutela, la difesa e il rispetto dell’ecosistema, della natura e dell’ambiente in generale sono responsabilità di noi tutti (o almeno dovrebbero). Dare una risposta alla domanda sull’eventuale prossimo futuro collasso della civilizzazione è impossibile. Però siamo davanti a un’occasione da non perdere: questo risorgimento delle coscienze, avvenuto durante la pandemia, va assolutamente sfruttato, soprattutto perchè è sempre più evidente che non si può andare avanti così!

Venite dallIstria, in Slovenia. Volete parlarci della scena punk/metal underground da quelle parti? Comè la situazione lì da voi?

Negli ultimi anni è praticamente morta. Purtroppo. Non sapremmo proprio da dove cominciare… Punto primo: non esistono più spazi autonomi in cui suonare e organizzare serate e concerti. O li hanno chiusi o li hanno riadattati alle logiche capitalistiche. Anni fa la costa era l’epicentro della scena underground. Oggi non è più così, soprattutto perchè le misure intraprese dalle varie giunte municipali agiscono sull’individuo, isolandolo, producendo individualismo e soprattutto reprimendo il pensiero critico, componente fondamentale della creatività. Secondo tasto dolente: le band. Anche se oramai ci stiamo facendo vecchi e stagionati, siamo diversamente giovani, continuiamo a seguire regolarmente la scena e, purtroppo, di nuovi gruppi punk, metal ecc./e compagnia bella, qua non se ne vede nemmeno l’ombra. Una delle ultime novità punk della zona, con già cinque anni di attività alle spalle, sono sicuramente i Pakt, dove Luka suona alla chitarra. Per strada invece incontri sempre meno, e comunque molto raramente, metallari o gente generica che segua manifestatamente una qualche subcultura. Perchè sta succendendo tutto questo? Bella domanda, anzi la domanda del secolo, ma non è il caso di mettersi a filosofeggiare qui perchè sennò lo spazio non basterebbe. Per nostra fortuna comunque, qua vicino ci sono ancora e resistono spazi e soprattutto tanti attivist* e singol* riuniti in collettivi che non demordono e con cui siamo praticamente fratelli. Al momento la concentrazione maggiore di band e posti per suonare è a Postojna. Là ci sono un centro giovanile e due piccoli squat, uno di fatto è un container, l’altro è un’ex pompa di benzina che i ragazzi hanno riconvertito in enorme sk8park. Non lontano c’è anche uno dei locali più longevi della Jugoslavia, il MKNŽ di Ilirska Bistrica, attivo (senza soluzione di continuità/) dal 1966.

Tornando a parlare del vostro split con gli Storm of Sedition, la mia curiosità mi spinge a chiedervi comè nata la collaborazione con il gruppo canadese. Vi va di raccontarcelo? E se non sbaglio siete anche andati in tour con loro, come vi siete trovati? 

Ce l’ha proposto  Goldi della Neandertal Stench Record proprio perchè abbiamo molti temi in comune come ad esempio le teorie anti-civilizzazione. Con alcuni dei membri degli SoS già ci conoscevamo da prima visto che avevamo suonato un paio di volte con gli Iskra, e così alla fine sto split è stato un qualcosa di molto spontaneo e naturale. Quando l’anno scorso sono venuti in tour [europeo?], eravamo d’accordo che avremmo fatto un altro paio di serate insieme. Purtroppo però alla fine per motivi di lavoro non ci siamo potuti unire a loro per tutta la durata del tour, ma solo per un weekend. È stata un’esperienza epica, un week-end che rimmarrà nella storia e nei nostri ricordi, anche perchè abbiamo stretto ancora di più coi ragazzi. Speriamo di riuscire a tornare a collaborare con loro a breve. Dal vivo poi gli SoS spaccano e sono anche cresciuti assai pure nello stile una band davvero cazzuta/coi controcazzi!

L’ultimo vostro lavoro è una demo rilasciata nel 2018. State lavorando a un nuovo disco? Che progetti avete per il futuro?

In realtà abbiamo già un intero disco registrato e mixato, stiamo cercando di farlo uscire su vinile. Stiamo valutando una serie di etichette e prendendo accordi sul mandarlo in stampa il prima possibile. Ci stiamo preparando a nuove registrazioni, ma ora è tutto rimandato a tempo indeterminato causa pandemia. Uno dei probemi maggiori è che i confini sono stati chiusi e non possiamo andare in Italia. Questo perchè la nostra sala prove si trova a Padriciano,[quartiere di Trieste?] subito dopo il confine, e ancora oggi non sappiamo con precisione quando potremo veramente tornare in sala Per ora ci stiamo arrangiando con un po’ di roba recuperata dai cascioni/in cantina, vecchi amplificatori e una batteria che ha visto giorni migliori e proviamo a casa di Dalibor.

Siete passati anche in Italia qualche anno fa per suonare live, se non ricordo male a Bologna insieme ai Void Forger, che ricordi avete di questa/queste date? Cosa pensate della scena punk/hc italiana?

L’ XM24 di Bologna è stata la prima data del tour con i Void Forger del 2018, da lì poi siamo riusciti a arrivare fino alla Mensa occupata di Napoli. (Bei tempi). Tra le date italiane di quel tour, il posto che più di tutti ci ha lasciato un bellissimo ricordo è il CSA Officina Trenino di Porto S. Giorgio e il loro giovanissimo collettivo. Incontrarli ci ha infuso di grandi speranze nel senso che ci ha rincuorati assai: esistono ancora giovani interessati ai centri sociali e alle occupazioni, agli squat e ai posti autogestiti e all’organizzazione di serate e concerti! Ste cose ti danno una bella scarica di energia e ti spronano a continuare a fare quello che stai facendo. C’è da dire però che in tutti questi anni abbiamo suonato un po’ in giro per lItalia malgrado proprio in Italia ci sia sempre stato difficile chiudere serate il che è assurdo considerato che viviamo praticamente dietro l’angolo. Abbiamo organizzato diverse serate per gruppi italiani sui palchi sloveni, ma raramente ne abbiamo ricavato qualcosa, quasi mai abbiamo avuto indietro qualcosa di concreto. Finora, ogni volta che durante un tour volevamo suonare in Italia, le serate italiane sono sempre state le più difficili da chiudere. Ci stuzzica l’idea di suonare al sud e isole. A parte Napoli, non ci abbiamo mai suonato. La scena punk/hc italiana è sempre stata storicamente forte, anche oggi ci sono un casino di ottimi gruppi ancora in giro. Noi conosciamo e frequentiamo soprattutto le band del nord, tra cui abbiamo diversi amici, e anche per questo suonare in Italia è una figata/uno spasso perchè così hai l’opportunità di incontrare tutti quei punx che non vedi così spesso.

Ragazzi grazie ancora per il tempo che dedicherete a rispondere a questa intervista, concludete aggiungendo qualsiasi cosa vi passi per la testa mi raccomando!

Grazie a te, significa davvero molto per noi quest’intervista. Non poter suonare dal vivo è una tortura, ci manca un sacco. Speriamo che sta cazzo di pandemia finisca il prima possibile e che presto ci potremo vedere a qualche concerto e/o squat!! Viva!

A Blaze in the Northern Sky #03

THE MILLION HANDS OF JOY HAVE SOMETHING HOLY TO BURN (darkthrone)

Terzo appuntamento con A Blaze in the Northern Sky, rubrica dedicata ai migliori dischi usciti in ambito black metal nell’ultimo periodo. I protagonisti di questo terzo episodio sono tre ottimi lavori di black metal usciti recentemente e di gruppi o progetti che nulla hanno a che fare con merda ambigua, fascista o sessista/omofoba e che, se proprio non rientrano perfettamente nel filone “Red & Anarchist Black Metal”, si definiscono fieramente antifasciste e certamente vicine ad un certo modo di intendere il black metal e in generale la scena estrema e underground.

Havukruunu

Havukruunu – Kelle Surut Soi 

Una strana nebbia sorge nel cuore della foresta di conifere innevata, gli Havukruunu emergono dall’oscurità evocando forze silvane ancestrali pronte a dominare incontrastate nella natura più selvaggia…

L’ascolto di Kelle Surut Soi degli Havukruunu assume fin da subito le sembianze di un rituale d’iniziazione pagano dominato dalla gelida oscurità tipica degli inverni finlandesi. Ed è proprio dalla Finlandia che arrivano gli Havukruunu e la loro proposta si assesta su territori di un black metal di matrice pagana e profondamente caratterizzato da tematiche che prendono ispirazione dall’antica mitologia finnica. Partendo dalla lezione seminale dei Bathory di “Hammerheart” e “Twilight of the Gods”, incorporando l’epicità battagliera dei Primordial, il sound degli Havukruunu su questo Kelle Surut Soi si avvicina a quanto fatto dai Moonsorrow e dai Kampfar su dischi del calibro di “Suden Uni” o “Fra Underverdenen” , ovvero un black metal dalle tinte tanto pagane quanto epiche, immerso in atmosfere oscure, in grado di evocare tanto paesaggi dominati da una natura selvaggia brulicante di forze primordiali quanto scenari guerreschi di tempi ancestrali. Veniamo introdotti in questo viaggio rituale dall’intro acustica che apre “Jo Näkyvi Pohjan Portit”, la primissima traccia di Kelle Surut Soi che in poco tempo deflagra in una cavalcata di pagan black metal dalle tinte epiche. Il sound degli Havukruunu, rispetto a quanto fatto in passato su Havulinnaan, sembra tendere molto più alla costruzione di atmosfere epiche piuttosto che lasciarsi andare a immediate melodie folkeggianti a la Moonsorrow; durante l’ascolto delle otto tracce che compongono Kelle Surut Soi difatti prevale sempre una sensazione di oscurità mistica dominata da entità sovrannaturali e da un mondo naturale animato da forze pagane e selvagge. È un paganesimo di tradizione finnica quello raccontato nella musica degli Havukruunu, un paganesimo che da tempi ancestrali si è trovato a confrontarsi costantemente con una natura selvaggia ed estrema, tanto ostile quanto intrigante, e abitato da primordiali forze oscure. Una riscoperta del paganesimo finlandese che però nulla ha a che fare, nell’ottica degli Havukruunu, con una riappropriazione culturale e storica da sottomettere al fine di veicolare messaggi di natura nazi-fascista o razzisti. Difatti gli Havukruunu dimostrano come quella nicchia conosciuta come “pagan black metal” non sia esclusiva di gruppi ambigui o di gentaglia che utilizza le tematiche pagane per veicolare posizioni di natura nazionalista o di supremazia razziale. Nella notte dominata dalla pioggia e dai tuoni, gli Havukruunu compaiono sotto le sembianze di una tempesta di black metal pagano pronto ad inghiottire il giorno in un’oscurità eterna. 

Heavenfield – Demo I

Heavenfield è il nome di un progetto solista che ha base in California ma che a livello di influenze musicali e liriche affonda le proprie radici in profondità in terra scandinava e precisamente nella scena black metal norvegese e in quella svedese della prima metà degli anni ’90. Traendo ispirazione da tutto ciò che riguarda la mitologia norrena e la storia ancestrale dei popoli vichinghi abitanti della penisola scandinava, Heavenfield costruisce un sound black metal tanto atmosferico quanto crudo, ispirato da dischi fondamentali come “First Spell” dei Gehenna, “Det Som Engang Var” di quel nazi-merda di Burzum, dei capolavori dei Windir, riuscendo a creare un’atmosfera epica ed a evocare tempi antichi dominati dalle dei dimenticati. Due sole tracce (Jötunheimr e Gleipnir) proposte su questa demo rilasciata a febbraio, ma che bastano per far intravedere un’ottima capacità nel songwriting e per godersi una decina di minuti abbondante di black metal tanto atmosferico quanto epico. Thunraz, ovvero la mente che sta dietro al progetto Heavenfield, definisce la sua proposta come “skaldic black metal”, ovvero black metal ispirato dall’antica poesia scaldica, una forma complessa, intricata e ricca di complicate formule metriche di poesia norrena. In un ambiente come quello black metal dalle tematiche vichinghe, dominato dalla presenza di personaggi e gruppi ambigui quando non palesemente nazionalsocialisti, Heavenfield porta avanti un discorso di opposizione netta ad ogni forma di razzismo, fascismo e suprematismo bianco, ricordando che non c’è posto per i nazi nel Valhalla!

Wulfaz – Eriks Kumbl 

Runic Black Metal; definiscono semplicemente in questo affascinante modo la loro proposta i danesi Wulfaz, nome che, nella lingua proto-nordica ricostruita grazie ai ritrovamenti delle pietre runiche, significa letteralmente “lupo”.
Pensate al black metal vecchia scuola dei primi Darkhtrone di “A Blaze in the Northern Sky” o dei Taake di “Nattestid Ser Porten Vid” suonato però con un irruenza espressiva tipicamente punk e prediligendo ritmi d-beat, il tutto condito da liriche ispirate dagli antichi rituali norreni e dalle incisioni runiche, e avrete i Wulfaz.
Questo Eriks Kumbl è la prima fatica in studio per i danesi, un’ep composto da tre tracce di black metal scandinavo fedele alla seconda ondata norvegese che si contraddistingue  per un’atmosfera profondamente pagana che avvolge l’intero lavoro, il gusto per un riffing gelido ma che non abbandona mai la melodia e un’aggressività riconducibile alla scena punk/d-beat svedese e ai lavori di gruppi quali Wolfpack o Skitsystem. Tre tracce, tra cui spicca personalmente “Døden ved Hedeby”, dunque che suonano come se i Darkthrone e i Taake avessero deciso di suonare d-beat (kangpunk) svedese e cantassero di tematiche intimamente legate alla storia vichinga.
Se siete amanti della storia germanica e norrena, della sua mitologia e siete affascinati dalle incisioni runiche ma odiate gruppi che si appropriano di queste tematiche per veicolare messaggi nazional-socialisti o di supremazia razziale, i Wulfaz sono il gruppo migliore che potreste ascoltare. Inoltre, consci che in ambito black metal è pieno di nazisti o simpatizzanti, i Wulfaz sottolineano fieramente da che lato della barricata stanno e ribadiscono un concetto sempre valido: fascists fuck off!

A Blaze in The Northern Sky #02

Soon the dawn shall arise for all the oppressed to arm. Black metal ist klassenkrieg!

Eccoci giunti al secondo episodio di  A Blaze in the Northern Sky, rubrica dedicata ai migliori dischi usciti in ambito black metal nell’ultimo periodo. I protagonisti di questo secondo appuntamento sono tre ottimi dischi di black metal usciti recentemente e di gruppi o progetti che nulla hanno a che fare con merda ambigua, fascista o sessista/omofoba e che, se proprio non rientrano perfettamente nel filone “Red & Anarchist Black Metal”, si definiscono fieramente antifasciste e certamente vicine ad un certo modo di intendere il black metal e in generale la scena estrema e underground. Presto una nuova alba sorgerà e tutti gli oppressi si armeranno, perchè il black metal è lotta di classe!

Awenden – The Golden Hour 

Nel corso del 2018 mi imbattei nel primo lavoro omonimo di Awenden, one man band proveniente dallo Stato di Washington, e rimasi affascinato dal black metal atmosferico che proponeva in quelle cinque tracce e dalle tematiche legate ad una comunione intima e una sorta di venerazione per la natura selvaggia e incontaminata. Questo sentimento di comunione totale con la natura selvaggia è il motore che anima ancora oggi la proposta di Awenden e che accompagna un black metal atmosferico che affonda le proprie radici in profondità nella cosiddetta scena “cascadian black metal”. I punti di riferimento degli Awenden su questo magnifico “Golden Hour” si devono infatti ritrovare nei lavori dei primi Wolves in the Throne Room, negli Agalloch, negli Skagos (difatti troviamo tra i musicisti che hanno collaborato a questo disco due loro membri), negli Alda e sopratutto nelle parti più atmosferiche e ambientali si possono sentire richiami al progetto Evergreen Refuge. Come da miglior tradizione del black metal dalle tinte atmosferiche la maggior parte dei brani presenti su questo “Golden Hour” superano i dieci minuti di durata, se si escludono l’intermezzo in bilico tra ambient e noise intitolato “Voices” e la sognante suite anch’essa radicata in territori ambient “A Memory of Dawn”. Un black metal intimamente legato al territorio di provenienza del progetto Awenden e che quindi trae profonda ispirazione dalla natura selvaggia, dalle foreste incontaminate e dai fiumi delle regioni del nord ovest che si affacciano sul Pacifico. Tutto questo viene evocato tramite un alternarsi di momenti melodici e calmi tesi a creare un’atmosfera sognante e a tratti epica e altri passaggi che assumono le sembianze di classici assalti black metal fatti di riffing serrati e blast-beats. in un crescendo di tensione e magnificenza. “Golden Hour” è un’opera imponente della durata di cinquanta minuti abbondanti e le sei tracce presenti prendono la forma di vere e proprie odi alla natura sempre più minacciata dalla fame di profitto del capitalismo. La doppietta iniziale formata da “Dawn” e “Ritual Exile” ci fa immediatamente piombare in una sorta di trance sognante costantemente sospesi tra la quiete dei passaggi atmosferici e la tempesta delle cavalcate black metal scandite da uno screaming primitivo e demoniaco. Il picco di epicità e tensione viene raggiunto però sul finale con la splendida titletrack, un’ode romantica alla wilderness nell’ora del tramonto. Gli Awenden ci hanno regalato un grandioso disco di cascadian antifascist black metal capace di dare nuova linfa vitale ad una scena che dopo i picchi raggiunti dagli Agalloch e dai WITTR sembrava non avesse più molto da dire.

Seas of Winter – Dead Forest

Bergen 1994? Niente affatto, nonostante le sonorità presenti su questo “Dead Forest” siano profondamente influenzate da capolavori seminali e primitivi della seconda ondata del black metal norvegese come “Call of the Wintermoon” degli Immortal o “A Blaze in the Northern Sky” dei Darkhtrone. Difatti i Seas of Winter provengono dagli Stati Uniti, suonano un primordiale black metal vecchia scuola e stando a quanto dichiarano questo “Dead Forest” vuole essere un omaggio alla persona di Pelle Ohlin, conosciuto ai più col soprannome di Dead e per essere stato la voce della primissima incarnazione dei Mayhem. Ed è proprio questo motivo che mi ha fatto propendere per la recensione di “Dead Forest” invece dell’ultima (bellissima) uscita intitolata “Forest Aflame”. Alla memoria di Dead è dedicata “Pelle”, terza traccia presente su questa opera prima dei Seas of Winter, probabilmente uno dei brani migliori insieme alla seconda traccia “The Haunted Earth” che si apre con un tremolo picking degno dei Mayhem e uno screaming demoniaco. L’aspetto che trovo più interessante sottolineare è però l’altra motivazione da cui prende vita questo progetto, ovvero il desiderio di contrastare il cambiamento climatico e di lottare quindi contro un sistema economico, quello capitalista, protagonista della catastrofe ambientale che pende sulle nostre esistenze come spada di Damocle, un sistema economico che saccheggia e devasta gli ecosistemi e che sacrifica tanto l’uomo quanto la natura sull’altare del profitto. Crudo e glaciale black metal fedele alla seconda ondata norvegese, cosa chiedere di più? The earth cries into my mouth,”What will save us now?”. Only climate change is real.

 

Cirkeln – Stormlander 

Jag vandrar ut i stormen
Kommer jag hit igen?
Jag vandrar ut i stormen
Världen ligger bakom mig

“Esco dalla tempesta, verrò di nuovo qui? Esco dalla tempesta, il mondo è dietro di me”… Dai territori settentrionali della Svezia emerge questa misteriosa creatura celata dietro il nome di Cirkeln che, abbattendosi come una tormenta di oscurità e malvagità, vuole narrarci storie di una natura antica e selvaggia e di avventure epiche. Epicità e oscurità sono difatti i due tratti principali che caratterizzano il sound di questo “Stormlander”, ultima fatica in studio per la one man band Cirkeln. Il sound del gruppo svedese affonda le proprie radici nella lezione seminale di dischi quali “Blood Fire Death” e “Hammerheart” dei Bathory, negli Isengard di “Vinteskugge” e nel bellissimo e primitivo “Nordavind”  dei semi-sconosciuti Storm (progetto di Fenriz e Satyr), quindi ci troviamo ad ascoltare sei tracce di epico black metal ispirato dalla mitologia norrena e dalle antiche storie vichinghi. Un black metal quello dei Circkeln orientato verso la creazione atmosfere epiche tramite le melodie di chitarra ed alcuni riff che risentono una vaga influenza doom, il tutto alternato a veri e propri assalti di black primordiale grazie all’ utilizzo di tremolo picking glaciali e serrati e una batteria martellante che non lesina sui blast beats. Tutti questi elementi che caratterizzano il sound dei Cirkeln sono presenti fin dalla prima traccia “Old Demon King”, brano che segue una suite introduttiva che tocca lidi ambient e accompagnata da una voce che sembra recitare un mantra rituale. La seconda traccia intitolata “Hammer High” si apre con una melodia folkeggiante che si stampa immediatamente in testa ed è infatti quella che a mio parere risente maggiormente l’influenza di un certo viking metal “moderno” a la Ensiferum ma anche dei primissimi Manegarm. La successiva “Stormlander” rappresenta probabilmente l’episodio più doom e maggiormente influenzato dai Bathory post-Hammerheart di tutto il disco, presentando addirittura un intermezzo acustico che ricorda i Satyricon di “Dark Medevial Times”. In una scena come quella black metal e in modo particolare in quella nicchia che prende il nome di “viking metal”, in cui fin troppi gruppi si appropriano di tematiche legate alla mitologia e alla storia norrena per diffondere idee nazionaliste, fasciste e di supremazia razziale, i Cirkeln stanno dal lato della barricata in cui ai fascisti si spara e se lo rivendicano fieramente. Un ottimo disco di black metal epico che farà la gioia di tutti noi cresciuti a pane, Quorthon e odio per i nazi-fascisti! Hold the hammer high against fascist scum!

 

 

Nel Segno del Marchio Nero – Storia del Proto Black Metal Internazionale 1981-1991

The mightiest of hordes born through faith and belief
Hail now the sign of the black mark and of doom….. (Bathory)

 

Questa recensione è una sorta di esperimento perché per la prima volta non mi troverò a parlare di un disco bensì di un libro. Un libro scritto dal caro Flavio qualche tempo fa e la cui recensione è in ballo da davvero parecchi mesi perché, come al solito, oltre che affetto da pigrizia cronica, mi ci vuole sempre troppo tempo per parlare delle cose che mi hanno appassionato e che mi piacciono. “Nel Segno del Marchio Nero – Storia del proto black metal internazionale 1981-1991” (questo il titolo del libro) è stata una lettura estremamente interessante capace di appassionare tenendo attaccati alle pagine e, nonostante la lunghezza (ben 490 pagine), che ho trovato per niente pesante o prolissa. Certamente queste considerazioni devono tener conto dell’interesse del lettore nei confronti della materia trattata nel corso delle pagine. Una cosa che ha riscontrato il mio apprezzamento fin da subito è stato sicuramente uno stile di scrittura che mi ha lasciato un forte retrogusto da fanzine, uno stile dunque che lascia trasparire tutta la passione che ha animato Flavo nel trattare l’argomento protagonista di questo libro. Ecco, ora credo sia giunto finalmente il momento di parlarvi di questo interessante libro che, come evidenziato in maniera chiara dal titolo e dal sottotitolo, ci accompagna in un viaggio alla scoperta (o riscoperta, per alcuni) del proto-black metal e delle varie scene nazionali coprendo un arco temporale che va dal 1981 al 1991, praticamente più di dieci anni prima dall’esplosione della seconda ondata black metal in terra norvegese.

Scene nazionali estreme e proto-black di seminale importanza si alternano a vere chicche per appassionati del genere. Ci si addentra infatti in tantissimi contesti nazionali, dalle scene più note, ma comunque dal’anima e dall’attitudine profondamente underground, come quella brasiliana (addirittura Flavio ci presenta un’intervista con alcuni membri degli Holocausto), svizzera, canadese o greca, a quelle misconosciute  come quella finlandese, colombiana o la (non) scena islandese, passando per le immancabili e primitive scene norvegese e svedese. Ce n’è davvero per tutti i gusti se si è appassionati di metal estremo e in particolare del metallo nero nelle sue incarnazioni primordiali.

Hellhammer

Il libro inoltre è strutturato in maniera semplice ed immediata ed è proprio questo il suo merito in grado di render la lettura estremamente godibile, quasi non accorgendosi di essersi imbattuti in un’opera di quasi 500 pagine. Difatti ogni capitolo tratta in modo approfondito e specifico una determinata scena proto black nazionale, partendo da quelle più classiche e legate ancora in modo indissolubile dall’heavy-speed/thrash metal e alla NWOBHM, come quella inglese guidata dai Venom (gruppo a cui dobbiamo il nome stesso di black metal grazie al loro omonimo album del 1982), quella italiana di Death SS, Necrodeath e Bulldozer, quella tedesca capeggiata dai Sodom (seminale il loro ep “In the Sign of Evil) e quella statunitense rappresentata anzitutto dagli Slayer. Ma c’è anche spazio per gruppi non propriamente black ma che hanno avuto un’importanza siderale nell’evoluzione della musica heavy e nel passaggio dallo speed metal a sonorità più estreme e primitive nella loro aggressività. Pensiamo banalmente agli Acid dal Belgio autori di due ottimi lavori di oscuro speed metal negli anni ’80 o ai danesi Mercyful Fate con il loro heavy metal dalle tematiche occulte e esoteriche e con l’iconico face painting del cantante e leader King Diamond che verrà successivamente ripreso dai gruppi black metal della seconda ondata.

Ci sono chicche davvero per tutti i gusti, ma soprattutto per coloro che amano visceralmente l’underground estremo a cavallo tra gli anni ’80 e i ’90 che si ritroveranno a leggere righe su righe dedicate a gruppi semi-sconosciuti ai più come i colombiani Parabellum, gli islandesi Flames of Hell o i finlandesi Beherit. Il tutto condito con approfondimenti immancabili sui mostri sacri del black metal scandinavo come i Bathory, i Mayhem o i Darkhtrone o su altri mostri sacri del calibro degli Hellhammer o gli ungheresi Tormentor.

Sarcofago

Nonostante potrei parlarvi probabilmente all’infinito di tantissimi gruppi o scene presentate in questo libro, credo che la cosa migliore da fare sia interrompere qui questa “recensione” per lasciar a voi la scelta di addentrarvi ancora più in profondità in questo viaggio alla scoperta della scena estrema internazionale a cavallo tra gli anni 80 e i 90. “Nel Segno del Marchio Nero – Storia del proto black metal internazionale 1981-1991″ è veramente un libro coraggioso nella scelta di trattare una tematica dai confini così ardui da definire, ma rimane un’opera ben curata ed estremamente godibile tanto per chi è cresciuto ascoltandosi fino allo sfinimento dischi seminali come “I.N.R.I.” dei Sarcofago, “Non Servium” dei Rotting Christ, “Under the Sign of the Black Mark” dei Bathory o “Fallen Angel of Doom” dei Blasphemy, quanto per i curiosi che vogliono approfondire la propria conoscenza dell’evoluzione del metal estremo passando per quel brodo primordiale definibile come proto-black. Benvenuti all’inferno, buona lettura.

 

Spectral Wound – Infernal Decadence (2018)

Freddi come la lama di un coltello che apre ferite spettrali sui nostri corpi, squarci da cui usciranno lingue di fuoco che provengono direttamente dalla viscere dell’inferno per inghiottire questo mondo, far regnare il male e veder brillare la nera fiamma nella fredda notte dell’oblio eterno!

Cosa accomuna il Canada alla Finlandia? Probabilmente paesaggi caratterizzati da una natura selvaggia che ancora conserva tutto il suo fascino primordiale e che pone l’essere umano in una posizione di comunione, confronto costante e scontro con i ritmi che dominano l’ambiente naturale e le sue forze. Specialmente gli inverni canadesi e finlandesi non devono poi differire così tanto tra loro e così come gli sguardi abituati a panorami dominati dalla neve e dal gelo. E’ proprio questa atmosfera glaciale ad essere condensata perfettamente in “Infernal Decadence” degli Spectral Wound, probabilmente il disco black metal migliore uscito negli ultimi due-tre anni e sicuramente il mio preferito.

Gli Spectral Wound provengono dai territori canadesi del Quebec ma nella loro proposta si sente veramente poco l’influenza del tipico sound che qualcuno ha definito “Metal Noir Quebecois” (si sto proprio parlando di quegli ambigui e nazionalisti dei Forteresse, bella merda), visto che i nostri sembrano guardare unicamente alla storica scena scandinava di metà anni Novanta. Trentacinque minuti di tagliente black metal vecchia scuola dunque con le radici ben piantate nella tradizone scandinava del genere e che risente profondamente dell’influenze del “metallo nero” suonato in terra finlandese da gentaglia malefica come Sargeist e Behexen, ma riconducibile anche ad un sound tipicamente polacco. Un black metal che guarda al passato suonato con una furia devastatrice e una voracità estrema, riuscendo a creare atmosfere e armonie pur rigettando e tenendosi lontano dalle divagazioni in territoti riconducibili all’atmospheric black metal o all’utilizzo di strumenti come le tastiere. Un black metal quindi che allontana la sperimentazione rifugiandosi in un ritorno ad un sound primitivo e quasi ancestrale, dominato dall’ocurità e dal gelo e caratterizzato da un’efferatezza e un’aggressività esecutiva senza eguali.

Il disco si apre con la mestosa Woods from Which the Spirits Once so Loudly Howle e bastan pochissimi secondi per innamorarsene e capire che ci troviamo davanti ad un disco black metal di altissimo livello. Si tratta di uno dei brani sicuramente migliori del disco che pur nella sua furia devastatrice riesce grazie al tremolo picking a creare un’atmosfera glaciale ed oscura, in cui lo screaming infernale di Jonah sembra evocare forze naturali primitive e spiriti ancestrali che si impossessano del regno dei vivi. La conclusione di “Infernal Decadence” è invece affidata a “Imperial Thanatosis”, traccia in cui gli Spectral Wound rallentano decisamente il tiro lasciando emergere una vena molto più atmosferica che gioca molto sulle armonie e sulle melodie costruite dalle due chitarre, dimostrando di possedere un gusto sopraffino nel songwriting e nel saper controllare perfettamente la nera fiamma che li anima, riuscendo a non perdere nulla in termini di malvagita e oscurità pur quando i ritmi vengono rallentanti.

E’ dunque un muro di suono solido e quasi impenetrabile quello contro cui ci scontreremo ascoltando “Infernal Decadence”, un black metal primitivo brutale come una tempesta di neve in cui svolge un ruolo da padrone assoluto il riffing furioso, serratissimo e glaciale ma sempre melodico che non si fa scrupoli ad abusare del classico tremolo picking, così come furiosi e serrattissimi sono i martellanti blast beats che sorreggono l’infernale screaming del cantante Jonah. “Infernal Decadence” riesce a catturare e condensare nelle sei devastanti tracce che lo compongono quel sound gelido, crudo e infernale tipico del black metal scandinavo e in particolare di quello finlandese, che non scade mai in una caoticità fine a se stessa ma riesce a dosarla, a controllarla e a renderla armoniosa pur mantenendo intatta tutta la sua brutalità.

Exulansis – Sequestered Sympathy (2019)

“Sequestered Sympathy”, ultima fatica in studio rilasciata ad ottobre dagli Exulansis, terzetto proveniente dall’Oregon composto dalla violinista Andrea Morgan, dal chitarrista James Henderson e dal batterista Mark Morgan (tutti e tre impegnati anche nelle parti vocali e in quelle acustiche), è una perla di rara bellezza all’interno del panorama della musica estrema. Quando partono le note della title-track, brano posto in apertura del disco, si viene immediatamente inghiottiti da un’atmosfera malinconica (ma al contempo sognante) che ci avvolge e lascia col fiato sospeso per un bel po’ di minuti, prima di esplodere in uno screaming (ad opera del batterista Mark) carico di disperazione e da un forsennato riffing di natura black metal, il tutto sorretto in modo maestoso dalle leggiadre armonie create dal violino. Una costante tensione tra la quiete costruita da parti acustiche e passaggi atmosferici e una tempesta sorretta da brutali blast beats e riff serratissimi di matrice black metal/neocrust caratterizza la proposta degli Exulansis per tutta la durata del disco e delle sei tracce che lo compongono, una tensione che nei momenti di quiete trasmette un senso di vaga inquietudine, salvo poi deflagrare nella più ruggente delle tempeste dominata da devastanti urla di sofferenza e smarrimento.

Brano dopo brano si rimane costantemente estasiati dinanzi alla magnificienza dei paesaggi costruiti dalle sognanti armonie del violino che si intrecciano alle melodie della chitarra creando atmosfere a volte oscure, altre malinconiche. La brutale ed estrema bellezza di “Sequestered Sympathy” e della musica suonata dagli Exulansis si rivela in modo chiaro e lampante nel loro saper bilanciare e alternare perfettamente questa costante tensione che li anima, tensone che in alcuni momenti tende a spingerli alla ricerca di una quiete tanto agognata quanto sofferta, mentre in altri sembra abbandonarli in un vortice di disperazione come una violenta burrasca che sorprende in mare aperto e che non lascia speranze di salvezza. Questa tensione si manifesta anche, sul lato musicale, nella capacità dei nostri di regalarci momenti inaspettati come la seconda traccia “Barren” o come la conclusiva “A Helpless Witness, To Such Pain”, tracce interamente acustiche e dal sapore profondamente neo-folk. In tracce dalla durata maggiore come “Despondent” o “Dead Can’t Die“, momenti del disco che ho apprezzato maggiormente, gli Exulansis riescono ad amalgamare perfettamente l’ampio spettro di influenze che convivono nella loro proposta musicale e prendendoci per mano ci danno un assaggio di tutte queste loro sfumature.

Possiamo infatti imbatterci in parti più black metal e atmosferiche in cui risultano essere moltissimi i richiami ai Wolves in the Throne Room, agli Addaura e a tutta quella scena denominata “cascadian black metal”, mentre quando veniamo sorpresi dai passaggi più folk ci viene riportato alla mente il Panopticon acustico sia di “Autumn Eternal” sia quello più recente di “The Scars of Men on the Once Nameless Wilderness”. I momenti dal sapore neocrust possono ricordarci tanto i Fall of Efrara quanto gli Ekkaia, accompagnati da una presenza costante e sublime del violino che rievoca gruppi come i Morrow o gli Ashkara. Inoltre la capacità degli Exulansis di costruire un pattern di melodie, armonie e atmosfere di una bellezza e di una sensibilità rarissime  sembrano accumunare molti i gruppi prodotti ultimamente da Alerta Antifascista Records come i Dead to a Dying Word, gli Archivist e i Terra Mater. Un vortice maestoso ed epico quello suonato dagli Exulansis in cui si amalgano alla perfezone tutte le loro influenze che spaziano quindi dal doom al neo crust, dal black metal atmosferico e alla musica folk senza che nessuna di queste influenze sembri fuori posto per nemmeno un secondo o prevalga sulle altre.

Un’immagine, per meglio dire un dipinto, ha occupato la mia mente fin dal primo ascolto di questo disco, ovvero quel capolavoro dell’arte romantica che è “Il Viandante sul Mare di Nebbia” di Caspar Friedrich. Proprio come il personaggio protagonista del dipinto contempla la maestosità del panorama avvolto dalla nebbia, pur essendo sull’orlo di un precipizio, provando una sensazione di totale estasi ed inquietudine dinanzi al paesaggio infinito che si apre dinanzi ai suoi occhi, nella sua solitudine il viandante che si imbatte nelle note di “Sequestered Sympathy” prova lo stesso stato d’animo misto di sgomento e stupore di fronte alla magnificienza e alla sublime atmosfera creata dalla musica degli Exulansis.

 

Saccage – Khaos Mortem (2019)

Tra le macerie di scenari urbani post-apocalittici opera probabilmente di una guerra nucleare, si aggira una strana banda di selvaggi che sembra essere stata rigettata fuori direttamente dalle viscere dell’inferno per portare caos e morte su ciò che rimane del pianeta terra. Un’orda barbarica che si aggira minacciosa tra le lande desolate e abbandonate da ogni forma di vita, pronta ad abbattersi come una ruggente tempesta di fulmini e tuoni su qualsiasi cosa sfuggita alla distruzione totale. Sventolando alto il drappo del male sotto un cielo che preannuncia temporali senza fine e oscurità eterna, i Saccage sono gli emissari del caos che divorerà questo mondo. Il giorno del giudizio si avvicina, non c’è nessun domani certo ma solamente il qui e ora. Non ci resta che scegliere la nostra strada: partecipare alla distruzione e all’assalto di questo mondo o abbandonarci alla vile morte?

Una furia cieca e selvaggia che prende il meglio del metal estremo e del crust punk e li unisce in una formula brutale e devastatrice che non placa la sua famelica ira distruttrice dinanzi a niente e nessuno. Questa è in estrema sintesi quello che ci troveremo sparato a tutta velocità nelle orecchie su “Kahos Mortem”, ultima fatica in studio per i Saccage, gruppo canadese proveniente dal Quebec e impegnato a suonare un ibrido bastardo capace di concentrare solo il meglio che la musica estrema ha da offrire, tanto in ambito metal quanto in quello punk. Un muro di suono solido e devastante che non si fa scrupoli a tritare tutto ciò che trova sul suo cammino, mezzora di assalto barbaro ad ogni fortezza e ogni certezza che deflagra come una molotov lanciata con tutto la rabbia che si ha nel cuore. Dieci tracce cantante in francese da una voce a metà strada tra il growl di derivazione death metal e un ruggito pù vicino a sonorità crust-grind a cui si somma “Mort par la Mort“, pezzo che vuole rappresentare un tributo ai Nunslaughter; dieci tracce che tracciano una mappa perfetta e quasi esaustiva capace di toccare tutti i territori della musica estrema, dal death metal più brutale di scuola Bolt Thrower al grindcore dei Terrorizer di “World Downfall”, passando per le radici dei nostri sempre ben piantate nel pantano del più marcio crust punk dei primissimi Extreme Noise Terror o degli Extinction of Mankind, a cui sommano assalti di natura thrash metal, ritmi d-beat martellanti, blast beats tritaossa come se non ci fosse un domani e sferzate di black metal suonato alla maniera dei Darkhtrone di album come “FOAD” e “Circle the Wagons”. I Saccage definiscono il loro sound semplicemente come “Satanic Black Death Crust” e forse per una volta l’etichetta riesce a racchiudere al meglio tutte le svariate influenze presenti nel vortice di caos e distruzione contenuto su questo incredibile e brutale “Kahos Mortem”. Dall’attacco dell’iniziale “Dechirure” fino a giungere alla conclusiva “La Kermesse du Chernier”, ci troviamo inghiotti in una furiosa e violenta tempesta di metal/punk estremo che non ci lascia tregua e in cui ci è impossibile riprendere fiato, rischiando di soccombere sotto i colpi mortali di tracce come “Souillure Spectrale”, “Jugement (le régicide eurythmique), “Ivresse Liberatrice” e “Le Debaucher”. I Saccage sono una vera e propria orda del caos emersa dagli inferi e venuta sulla terra per portare solamente morte e distruzione. E c’è da essere sinceri, sono estremamente bravi nel far quello che fanno. Ora tocca a noi scegliere il nostro destino: partecipare alla devastazione totale di questo mondo o soccombere tra i suoi orrori?

Elurra – Von Feuer und Erde (2018)

 

Risplenda la nera fiamma tra le macerie dell’esistente capitalista. Risplenda il fuoco della rivolta affinchè sorga un nuovo sole. Che si armino gli oppressi, che il mondo bruci.

 

“Elurra” in lingua basca significa “neve”. Perchè un gruppo proveniente da Duisburg abbia scelto una parola basca per dare un nome al proprio progetto non è dato saperlo, però il black metal a tratti atmosferico ma comunque profondamente caraterrizzato da una registrazione e un’attitudine volutamente lo-fi degli Elurra suona in effetti estremamente gelido e glaciale come solamente il black metal norvegese degli anni ’90 sapeva suonare. Primi Enslaved e primi Darkhtrone son le influenze principali che possono essere riscontrate nel sound primitivo degli Elurra su “Von Feuer und Erde”, ultimo lavoro pubblicato nell’agosto del 2018.  Il gruppo di Duisburg ha il merito di regalarci una mezzora abbondante di black metal primordiale, molto crudo e dal sapore fortemente old school che non suona stagnante, ripetitivo o estremamente derivativo, questo grazie sopratutto alla capacità di regalare, dosandole in modo quasi perfetto, aperture atmosferiche sorrette da melodie praticamente sempre azzeccate, ad un riffing glaciale che abusa di tremolo picking e ad uno screaming demoniaco che sembra entrarci direttamente nel cervello per non abbandonarci mai più. “Von Feuer und Erde” si apre con “Der Neunzenthe Schlussel”, intro oscura in cui si odono solamente voci sussurate che si sovrappongono e che sembra rappresentare l’inizio di un rituale infernale di iniziazione. La nostra discesa tra le fiamme e il fuoco di questo “Von Feuer und Erde” prosegue con “Auf Der Suche”, traccia che si apre con una melodia che ricorda profondamente un certo black metal atmosferico ma che lascia presto spazio ad un serratissimo riffing glaciale e ad uno screaming lancinante, primo di tornare ad un riff estremamente melodico ed atmosferico sul finire del brano. Il nostro viaggio infernale insieme agli Elurra, che ci fanno strada portando alta la nera fiamma, continua e ci imbattiamo in altri episodi estremamente godibili come la breve “Ich Bin der Demiurg” o la successiva “Aufstieg der Flammen”, della durata di ben nove minuti, traccia caratterizzata da una costante alternanza tra momenti melodici e virati verso aperture atmosferiche e momenti invece tendenti a cavalcate di primitivo black metal, riffing gelido e blast beats serratissimi su cui si staglia il solito screaming demoniaco e anch’esso glaciale. “Von Fuer und Erde” degli Elurra sottolinea come andrebbe suonato il black metal oggigiorno e lo fa non solo con un sound impeccabile ma sopratutto con un’attitudine sincera e appassionata, schierandosi in modo chiaro e netto contro tutta quella merda nazi-fascista e/o ambigua che infesta la scena della nera fiamma. Nur Flammen und Feuer in den Trümmern des Kapitalismus…

 

A Blaze In the Northern Sky

BLACK METAL IST KLASSENKRIEG. WE ARE A BLAZE IN THE NORTHERN SKY, THE NEXT THOUSAND YEARS ARE OURS!

In autunno alcuni carissimi compagni, conoscendo la mia spassionata passione e devozione per il black metal e la mia totale avversione per ogni forma di ingerenza nazi-fascista all’interno della scena metal estrema, mi hanno tirato in mezzo in un collettivo dal nome tanto affascinante quanto criptico: Semirutarum Urbium Cadavera, un collettivo devoto a Satana, al Black Metal e alla lotta di classe anarchica. L’obiettivo che ci poniamo è semplice: la totale distruzione del NSBM e di tutta la merda ambigua che gira all’interno della scena del “metallo nero”.

Questa premessa per dire cosa? Semplicemente come spunto per introdurre l’argomento di questo articolo, ossia una breve rassegna su quelli che ritengo essere stati tre ottimi dischi di black metal  usciti nel 2019 e che nulla hanno a che fare con merda ambigua (qualcuno ha detto MGLA?), fascista o sessista/omofoba e che, se proprio non rientrano perfettamente nel filone “Red & Anarchist Black Metal”, certamente sono vicine ad un certo modo di intendere il black metal e in generale la scena estrema e underground.

Falls of Rauros – Patterns In Mythology

“Sunlight on the Coast”, dipinto del pittore Winslow Homer fa da copertina a questo nuovo lavoro in casa Falls of Rauros intitolato “Patterns in Mythology”, album che riesce allo stesso tempo nell’impresa di suonare come il perfetto punto di incontro tra “Vigilance Perennial” e quel capolavoro del 2011 che fu “The Light That Dwells in the Rotten Wood” e come un’ulteriore evoluzione e maturazione del suono proposto dal quartetto proveniente dal Maine. Il sound proposto dai Falls of Rauros affonda nuovamente le sue radici nel black metal atmosferico, con influenze che vanno ricercate negli Agalloch, in Panopticon e nei Wolves In The Throne Room, ma questa volta viene messa ancora più in risalto l’apertura verso passaggi che si posizionano a metà strada tra soluzioni folk/americana e melodie post-rock. Il disco si apre con la breve intro “Detournement”, capace immediatamente di creare quell’atmosfera di tensione come se si stesse scorgendo all’orizzonte la tempesta che lentamente si sta avvicinando. Questa crescente tensione deflagra come un roboante tuono che squarcia il cielo nella successiva “Weapons of Refusal” (una delle migliori tracce di “Patterns in Mythology”), traccia in cui lo screaming alternato di Aaron e Jordan ed il riffing riescono a creare un’aura di epicità unica. E’ proprio nel bel mezzo di “Weapons of Refusal” che abbiamo il primo intermezzo acustico che flirta tanto con il folk americano quanto con melodie di natura post-rock, passaggio che appare come una labile quiete momentantea prima che la tensione torni a crescere e la tempesta ad inghiottirci, il tutto condito in maniera magistrale da un assolo da brividi. L’apertura acustica della terza traccia “New Inertia” sembra ancora una volta aver portato la calma, come se il cielo si stesse rischiarando e i raggi di un tenue sole siano pronti a trafiggere le nuvole scure che però ancora minacciano pioggia e fulmini. Questi primi due brani riescono ad evocare in maniera sognante la forza primitiva, tanto distruttrice quanto creatrice, degli elementi naturali che ci circondano, questo grazie anche al sapiente alternarsi di travolgenti cavalcate black metal e momenti acustici e più melodici che donano all’intero “Patterns in Mythology” un’atmosfera di assoluta epicità e maestosità. La conclusiva “Memory at Night” rappresenta probabilmente al meglio il sound e la tensione che i Falls of Rauros hanno saputo costruire su questo splendido disco: la linea di basso che apre la traccia annuncia per l’ultima volta la tempesta incombente che raggiunge il suo apice di tensione a circa metà brano per poi abbandonarsi ad una conclusione affidata alle chitarre acustiche capaci di dipingere un quadro di quiete, questa volta non più apparente, che ha lo stesso identico sapore dell’aria dopo il temporale. La tensione tra calma e tempesta è una costante che si ripete all’interno del black metal atmosferico dei Falls of Rauros e questa volta i nostri riescono a renderla ancora più palpabile e maestosa. Assurdi.

 

No Sun Rises – Ascent/Decay

“We are against fascism, racism, sexism, homophobia, and every other kind of oppression!
Fuck NSBM! Fuck nazi-sympathy!” Son queste le bellissime parole che possiamo leggere nella biografia di bandcamp dei No Sun Rises, gruppo di Munster (Germania) impegnato a suonare un mix di post-black metal (atmosferico) e blackened crust e che non si fa troppi problemi a prendere netta posizione contro tutta quella merda nazi-fascista, ambigua o simpatizzante che gira all’interno della scena black metal, pur sapendo bene che prendere posizione, oggi più che mai, significa farsi terra bruciata attorno. Ma Disastro Sonoro, così come i No Sun Rises, la terra bruciata la vuole vedere solamente attorno ai gruppi NSBM e vuole vedere le fiamme inghiottire i locali che fanno suonare simile merda. Passando a parlare della prima vera e propria fatica in studio dei No Sun Rises intitolata “Ascent/Decay”, quello che ci troveremo ad ascoltare nelle cinque tracce più intro che compongono il disco sarà, come detto poc’anzi, un mix perfetto, interessante e in buona parte personale di post-black metal dalle tinte atmosferiche e soluzioni tendenti all’universo blackned/neo crust che potrebbe ricordare a più riprese i Downfall of Gaia da “Atrophy” in poi, così come gli Iskra nei momenti più tirati e black e gli Ashbringer nei passaggi più atmosferici. L’intro che apre “Ascent Decay” e che ci accompagna alla successiva “Reproduktionismus” si conclude con il fragore di un tuono che preannuncia un temporale oramai imminente. E da questo momento in poi, addentrandoci nel disco, ci ritroveremo proprio come inghiottiti da una tempesta che infuria selvaggia e sembra non aver intenzione di placarsi, ma che sa alternane in maniera ottimale momenti atmosferici a scorribande all’arma bianca in territori propriamente black metal. “Towards Sundown” deflagra immediatamente in una cavalcata e in un riffing puramente black metal accompagnato dal primitivo screaming di Jonas, per poi aprirsi ad un intermezzo lento e atmosferico su cui si staglia solamente una voce femminile che recita qualcosa in tedesco, lingua madre dei nostri. La traccia riprende con un momento più tendente al crust, tanto nelle vocals quanto nella melodia e nel riff principale, che crea la tensione perfetta per sfociare nuovamente in una serratissima cavalcata black metal a la Iskra in cui a farla da padrona sono le due chitarre e la batteria. Altra traccia con cui è stato immediato amore è la successiva “Thralldom”, che si dirama inizialmente su divagazioni dalle tinte atmosferiche prima di aprirsi in un riff dal vago sapore (neo)crust sorretto da un blast beat tipicamente black metal su cui si staglia il solito glaciale screaming di Jonas.”Ascent/Decay” si conclude con la maestosa “Maschinist”, quindici minuti in cui è racchiuso perfettamente il sound dei No Sun Rises in costante tensione tra la quiete dei passaggi più melodici e la tempesta evocata dagli assalti propriamente black, quindici minuti che terminano con una suite acustica e atmosferica. Quiete e tempesta. Ascesa e decadimento. Nessun sole sorge.

 

Downfall of Gaia – Ethic of Radical Finitude

Con questo “Ethic of Radical Finitude” i Downfall of Gaia rilasciano un disco più atmosferico e certamente più malinconico rispetto al precedente “Atrophy”, ma comunque sempre pronto ad aprire squarci di aggressività nell’atmosfera di apparente calma e decadenza creata dal sound ormai definitivamente virato su lidi definibili propriamente post-black metal. Il percorso musicale dei tedeschi li ha visti negli anni passare attraverso svariate influenze, dal post-metal al crust, sempre orientati però ad una rilettura personale e all’evoluzione del loro sound che sembra ormai essere giunto ad una maturazione interessante in questa sua versione di malinconico post-black metal che non disdegna melodie e passaggi atmosferici strumentali. Il nostro viaggio nell’etica della radicale finitezza dell’essere umano comincia con “Seduced By…” intro strumentale dai toni estremamente malinconici che però divampa nel travolgente riffing post-black metal della successiva “The Grotesque Illusion of Being” squarciato dal lancinante screaming di Anton che prende allo stesso tempo la forma di un lamento angosciante e di un urlo liberatorio di riscatto. Questo primo brano sottolinea già la formula da cui si diramano tutte e cinque le tracce che compongono “Ethic of Radical Finitude”: l’alternarsi di rallentamenti malinconici/melodici e momenti di aggressività di stampo puramente black metal, sopratutto nei riff e nella batteria, alternanza che sarà la costante di tutto il disco. “We Pursue the Serpent of Time”, brano dalla durata maggiore è un perfetto esempio della maturazione e del sound a cui sono giunti i Downfall of Gaia, il punto d’incontro ideale tra gli Altar of Plagues del fantastico “White Tomb” e gli Harakiri for the Sky più depressive e decadenti. Un’altra delle tracce più interessanti è senza ombra di dubbio “Guided Through a Starless Night” , brano che viene introdotto invece da una melodia che appare più sognante che malinconica, lacerata quasi immediatamente dal solito screaming straziante e dalla solita cavalcata black metal dal riffing e dal blast beat serratissimi, per poi lasciare spazio ad una voce femminile parlata che ci prende per mano e ci accompagna verso la successiva “As Our Bones Break to the Dance”.Ethic of Radical Finitude” si conclude con la malinconica “Of Withering Violet Leaves”, traccia che mostra, quantomeno nei primi secondi, gli ultimi vaghi richiami a sonorità post-metal sperimentate in passato dai tedeschi. I Downfall of Gaia di “Ethic of Radical Finitude” sono un gruppo finalmente sicuro dei propri mezzi che riesce a coinvolgere con costanza e fascino l’ascoltatore, al punto da farlo immergere completamente nel proprio muro di suono malinconico, rapirlo e trascinarlo giù negli abissi più isolati della natura umana e del decadimento dell’essere, in balia del tempo che scorre inesorabile disperso come foglie ormai appassite. Un disco che riesce ad esprimere perfettamente l’inquitudine interiore ed esistenziale che domina sulle nostre vite. Sedotti dalla grottesca illusione dell’essere, inseguiamo il serpente del tempo, guidati attraverso una notte senza stelle mentre le nostra ossa si infrangono sulla danza delle foglie appassite.

Schegge Impazzite di Rumore #07

Dopo parecchio tempo di silenzio assoluto ed assordante, rispolvero una delle più longeve rubriche di questa webzine che arranca ma imperterrita continua in direzione ostinata e contraria a parlare di punk hardcore e di sovversione dell’esistente. Eccoci quindi giunti al settimo appuntamento con le schegge impazzite di rumore, questa volta in compagnia di tre gruppi provenienti dall’estero e che hanno rilasciato in questo 2019 che ormai sta giungengo al termine, alcuni ottimi lavori che toccano svariate fumature del variegato panorama hardcore/punk e metal. Partendo dall’hardcore in salsa finlandese dei Korrosive e arrivando all’ ancient black metal dei Witching Hour, ci imbatteremo nel kangpunk/d-beat dei Nuclear Power Genocide e nell’ibrido speed metal punk ottantiano dei Witchtrial!

Korrosive – Observations From the West

Tampere 1983? Niente affatto, siamo ad Oakland nel 2019! Le radici del sound degli statunitensi Korrosive però sono ben ancorate alla scena punk hardcore finlandese degli anni ’80 e le loro influenze anche su questo primo full-lenght sono da ritrovare in lavori seminali come “Ristiinnaulittu Kaaos” dei Kaaos e in tutto quanto hanno pubblicato dal 1981 al 1984 gruppi come Teervet Kadet, Riistetyt o Tampere SS! Come nel precedente demo “Havaintoja Lännestä” le danze vengono aperte dal brano “Institute”, che può già dare un ottimo riassunto del sound furioso e caotico dei Korrosive e della voce abrasiva di Chris! Proseguendo ci imbattiamo in altre tre tracce (che bello riascoltare “War Hysteria”!!!) presenti sul demo sopracitato affiancate a tre inediti, tra cui spiccano certamente le devastanti “1984″ e “5 Seconds of Sanity”. I Korrosive sono fedeli al loro sound e dimostrano di suonare con sincera passione quello che piace a loro, questo “Observations from the West” è senza dubbio quanto di meglio si possa ascoltare oggi in ambito punk hardcore! Totaalinen kaaos per le nostre orecchie!

Witchtrial -s/t

Questi Witchtrial sono dei punx che suonano metal vecchia scuola, niente di più, niente di meno. La proposta dei Witchtrial riesce perfettamente a bilanciare due anime da sempre intimamente legate e influenzatesi a vicenda a partire dagli anni 80, quella prettamente hardcore punk/d-beat e quella del primitivo metal estremo ancora legato al tradizionale heavy classico. Ecco quindi che su questo self titled album si possono sentire echi degli Slayer del seminale ep “Haunting the Chapel” e quelli di “Season in The Abyss”, così come l’hardcore dei GBH e il d-beat sound tipico dei Discharge, il tutto accompagnato da un’attitudine, un’atmosfera generale e un suono riconducibili allo speed metal dei Venom e alla primordiale incarnazione del metal estremo ad opera degli Hellhammer!  Tracce quali “Wait for the Reaper” o “Ripped to the Crypt” valgono da sole l’ascolto di questo disco! Lasciamo che questi punx bastardi scatenino le fiamme degli inferi sulla terra nel nome di Satana! Benvenute all’inferno anime dannate assetate di speed/punk vecchia scuola!

 

Nuclear Power Genocide – Devastation of the Future

Nel 2015 gli svedesi Paranoid e i canadesi Absolut davano vita ad un devastante split intitolato “Jawbreaking Mangel Devastation”. Da quello split alcuni membri dei due gruppi decisero di unire le forze in una nuova creatura che avrebbe preso il nome di Nuclear Power Genocide, omaggiando i giapponesi Framtid. E cosa mai potranno suonare i N.P.G.? I Paranoid suonano un rumoroso ibrido che nasce dall’incontro del d-beat hardcore dei Disclose e l’heavy black metal dei Venom, gli Absolut si dedicano invece ad un classico kångpunk di scuola svedese imbastardito dal punk hardcore a la Death Side; sommate tutti questi elementi, ricordatevi che hanno preso il nome da un pezzo dei Framtid, e avrete il sound dei Nuclear Power Genocide su questo “Devastation of the Future”: un assalto di furioso e caotico d-beat fedele tanto alla scena svedese di Mob47 e Anti-Cimex, quanto a quella giapponese di Disclose e Warhead, ne è un perfetto esempio la terza traccia “Fixated on Mass Destruction”! Una mazzata devastante di fuorioso d-beat vecchia scuola, non si può chiedere di meglio!

Witching Hour – And Silent Griefs Shadows the Passing Moon

“Come hear the moon is calling, the witching hour draws near…” scandisce queste parole la voce cruda e satanica di Cronos nel brano “Witching Hour” pubblicato nell’album “Welcome to Hell” del 1983. È innegabile che questo giovane gruppo tedesco si ispiri fin dal nome ai Venom e alla primordiale e primitiva incarnazione del “black metal” che li caratterizzava. Anche musicalmente i Witching Hour sono molto legati al suono di capolavori immortali come “Black Metal” e il già citato “Welcome to Hell”, e probabilmente il fatto che essi stesi definiscano la loro musica “Ancient Black Metal” sta a sottolineare proprio questo legame intimo con la primissima wave del metallo nero. Il suono dei nostri è quindi uno speed/thrash proto black fortemente radicato nella vecchia scuola degli anni ’80 che però non abbandona mai del tutto l’influenza dell’heavy metal classico, precisamente quello più maligno ed esoterico di Angelwitch e Witchfynde! “And Silent Grief Shadows the Passing Moon” si apre con la lunga titletrack strumentale dal sapore fortemente NWOBHM che mi ha messo i brividi fin dal primo ascolto e che lascia poi il passo a “Once Lost Souls Return“, traccia che mostra tutto l’influenza che hanno avuto i Venom sulla musica dei Witching Hour! Le successive “From Beyond They Came” e “Sorrow Blinds His Ghastly Eyes” sono vere e proprie schegge di speed metal vecchia scuola che possono riportare alla mente anche i Tyrant dello splendido “Mean Machine” condite con delle vocals che si pongono a metà strada tra la voce marcia di Cronos e il proto-black scream di Nocturno Culto sugli ultimi lavori dei Darkthrone! “Behold Those Distant Skies” è invece una cavalcata in perfetto stile NWOBHM che avrebbero potuto benissimo scrivere gli Angelwitch! Se siete dei fottuti nostalgici della prima incarnazione del metallo nero a la Venom e dell’heavy metal più maligno e oscuro, questo concentrato di ancient black metal è la cosa migliore che possiate ascoltare!