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A Blaze in the Northern Sky #05

Quinto appuntamento con la rubrica più amata dagli/dalle amic* di compagn* satana, della rivoluzione sociale e della lotta di classe e più odiata dai seguaci degli Absurd, dalla restante feccia NSBM e dagli ambigui simpatizzanti e collaboratori dei nazi all’interno della scena black metal! Ancora una volta si parlerà di alcune delle più interessanti uscite recenti in ambito black metal di band accomunate da un solo criterio: prendere le distanze dalla merda NSBM, razzista e omo-transfobica/sessista che impesta la scena del metallo nero. Oggi parleremo infatti dei nuovi dischi dei tedeschi Toadeater, dei finlandesi Havukruunu (vecchie conoscenze di A Blaze in the Northern Sky) e del progetto greco Mystras, tutte band e individualità che in modalità diverse hanno scelto in modo netto e sincero il lato della barricata ove posizionarsi, il lato della barricata in cui non si lasciano spazio di agibilità ai fascisti, i quali si combattono con ogni mezzo necessario. O anche solamente il lato della barricata in cui non si hanno rapporti e non si collabora con i nazi all’interno della scena del metallo nero, che per una sottocultura come quella del metal estremo è già qualcosa. Alcune band e individualità di cui vi parlerò sono inoltre mosse da sincere tensioni di rivolta contro ogni forma di oppressione e discriminazione e vedono anche nel black metal un mezzo per opporsi e lottare contro le derive nazi-fasciste, razziste e autoritarie, o contro la sempre più pesante oppressione dell’esistente capitalista sulle nostre vite.  Quindi non perdiamo altro tempo e addentriamoci in questo viaggio oscuro e infernale in compagnia di tre dei migliori dischi black metal del 2020!

We are a blaze in the northern sky, the next thousand years are ours! Ancora una volta per il black metal, per l’insurrezione!

Toadeater – Bit to Ewigen Daogen (2020)

𝔄𝔥𝔢𝔞𝔡 𝔬𝔣 𝔲𝔰 –
𝔳𝔢𝔫𝔤𝔢𝔣𝔲𝔩 𝔴𝔯𝔞𝔱𝔥
𝔍𝔲𝔰𝔱 𝔱𝔥𝔢 𝔟𝔢𝔤𝔦𝔫𝔫𝔦𝔫𝔤 𝔬𝔣 𝔬𝔲𝔯 𝔪𝔦𝔰𝔢𝔯𝔞𝔟𝔩𝔢 𝔭𝔞𝔱𝔥

Partiti nel luglio del 2018 con un demo caratterizzato da sonorità definibili come “blackened hardcore”, oggi i tedeschi Toadeater hanno cambiato quasi completamente le proprie sembianze, evolvendosi ed evolvendo la propria proposta in un post-black metal attraversato da pulsioni riottose, capace di alternarsi tra momenti atmosferici, interessanti trame melodiche e devastanti quanto sofferte sfuriate di puro metallo nero. Un’evoluzione interessante e che con questo nuovissimo Bit to Ewigen Daogen mostra una band giunta ad un livello di maturita e qualità compositiva estremamente sopra la media, oltre a presentarci una proposta quanto più personale possibile e assolutamente di impatto che difficilmente passa senza colpire nel segno. L’attitudine hardcore riaffiora qua e la in alcuni passaggi, nonostante le sonorità del gruppo ormai abbiano virato totalmente verso lidi e territori esclusivamente black metal, con un tripudio di tremolo picking, blast beats e un’interessante varietà nell’interpretazione vocale che spazia dal classico screaming sofferto e annichilente, a parti cantate e pulite dai toni epici che mi hanno ricordato addirittura i Summoning. L’atmosfera generale costruita dalle cinque tracce oscilla sempre tra momenti in cui tuonanti tempeste e selvaggi assalti black metal ci inghiottono senza pietà e passaggi dalle tinte atmosferiche che disegnano labili istanti di quiete, mentre le sensazioni che ci logorano dall’interno nel corso dell’ascolto di Bit to Ewigen Daogen, si alternano tra una lancinante sofferenza, un malessere esistenziale che sembra non trovare sfogo e una viscerale tensione anarchica alla rivolta contro questo mondo di oppressione e sfruttamento. I Toadeater si dimostrano estremamente bravi a modellare il proprio sound e a costruire le atmosfere giuste al fine sorreggere le tematiche affrontate nelle liriche, dalla critica al progresso capitalista volto unicamente al profitto e dunque all’alienazione delle nostre esistenze (Conquering the Throne), fino a giungere alla presa di coscienza della devastazione ambientale e della distruzione dell’ecosistema sempre in nome del profitto (Crows and Sparrows). Un disco di post-black metal in cui c’è davvero tutto e niente suona fuori posto, in cui ogni elemento trova la sua perfetta dimensione: atmosfere, epicità, furia cieca e selvaggia, assalti all’arma bianca, sofferenza e rabbia si alternano e si intrecciano costantemente, dando vita ad un disco di black metal intenso e devastante come non se ne vedeva da un pezzo. Sicuramente Bit to Ewigen Daogen rappresenta una delle migliori uscite di questo 2020 e i Toadeater dimostrano definitivamente di essere una delle realtà più interessanti e convincenti di tutta la scena black metal europea. Abbiamo raggiunto il punto di non ritorno… è ora di vedere questo mondo bruciare!

 

Havukruunu – Uinuos Syömein Sota (2020)

“La luce del fuoco si sta spegnendo. I volti attorno al fuoco sono ombre”

Gli Havukruunu appaiono sotto le sembianze di una tempesta di black metal pagano pronto ad inghiottire il giorno in un’oscurità eterna, una notte senza fine dominata da forze ancestrali, entità pagane e creature selvagge che danzano tra le sacre fiamme del metallo nero. 

Mente la notte impenetrabile cala sulla foresta innevata, mentre il fuoco si sta lentamente consumando rendendo labile il confine tra il mondo reale degli uomini e quello delle ombre, i finlandesi Havukruunu irrompono furiosamente e solennemente con Uinuos Syömein Sota, un nuovo intensissimo lavoro di heavy/black metal attraversato da tensioni pagane e atmosfere epiche. La proposta degli Havukruunu è attraversata costantemente da una carica rituale unica, enfatizzata soprattutto dalle atmosfere epiche ed oscure che aleggiano sopra ogni brano, quasi a voler evocare tempi ancestrali e forze naturali primitive, tempi passati dominati da divinità della natura di cui ormai si son dimenticati i nomi. La musica degli Havukruunu è ancora una volta ispirata e attraversata in profondità da un paganesimo di tradizione finnica, un paganesimo che da tempi ancestrali si è trovato a confrontarsi costantemente con una natura selvaggia ed estrema, tanto ostile quanto intrigante, e abitato da primordiali forze oscure. Il black metal pagano suonato dagli Havukruunu rappresenta ancora una volta la sintesi perfetta dei Bathory più epici, dei Primordial più oscuri e battaglieri e dei Moonsorrow più pagani, dunque l’ascolto di questo Uinuos Syömein Sota ci fa immergere in atmosfere oscure, in grado di evocare tanto paesaggi dominati da una natura selvaggia brulicante di forze primordiali quanto scenari guerreschi di tempi ancestrali. Al contrario delle sensazione trasmesse dalla musica, le liriche degli Havukruunu si concentrano invece su tensioni interiori e preoccupazioni esistenziali. Quarantasei minuti suddivisi per otto brani che ci inghiottono nella loro atmosfera epica, oscura e pagana e ci fanno facilmente infatuare di questa ultima fatica in studio dei finlandesi. A mani basse, siamo al cospetto di uno dei migliori album black metal del 2020. Uinuos Syömein Sota è un disco sinceramente dedicato ai venti che soffiano nell’estremo nord del cuore di ogni individuo!

Mystras – Castles Conquered and Reclaimed (2020)

Mystras è il nome del nuovo progetto solista di quella mente geniale che è Ayloss (già noto per l’attività negli splendidi e ben più noti Spectral Lore) e con questo esordio intitolato Castles Conquered and Reclaimed ci propone un black metal di ispirazione medievale, attraversato da una profonda tensione insurrezionale che si infrange dirompente contro ogni gerarchia e autorità. La colonna sonora perfetta dunque per accompagnare l’assalto della plebe armata ai castelli e ai palazzi dei signori, nove inni di rivolta contro lo sfruttamento e l’oppressione, cinque agguati di black metal furioso e primordiale stemperati e inframezzati da quattro momenti strumentali in cui dominano le atmosfere e le melodie folk medievali.   Musicalmente Castles Conquered and Reclaimed si avvicina in maniera estremamente convincente a quel capolavoro che fu Dark Medieval Times dei Satyricon, con melodie e atmosfere folk di profonda tradizione medievale ad accompagnare e attraversare l’intera proposta di Mystras, una proposta che si erige magistralmente sulle coordinate di un black metal tempestoso e gelido di classica tradizione norvegese. Anche la registrazione stessa del disco ha un forte sapore di “trve norwegian black metal“, soprattutto per il fatto di essere infarcita di riverberi e per la sua natura profondamente lo-fi, spesso dando l’impressione di essere volutamente caotica e imperfetta nei suoni quando gli assalti black divampano in tutta la loro efferatezza e malignità. Inoltre molte delle melodie folk, ottimamente interpretate dal violino e dal flauto, che stemperano le sfuriate black metal sono prese direttamente dalla tradizione musicale medievale europea come nella traccia “Ai Vist lo Lop“. A livello di tematiche generali affrontate nel corso del disco, Ayloss sostiene di voler andar controcorrente rispetto alla narrazione storica incentrata sulle gesta e le figure dei re, dei cavalierie e dei signori, ponedo invece l’attenzione sul coraggio e il valore delle masse contadine e della plebe sfruttata che sempre sono insorte in nome della libertà, spesso pagando con la propria vita. Infine l’artwork di copertina, nella sua totale approssimazione, riesce comunque a risultare affascinante, nonchè a trasmettere un sapore fortemente diy e old school. All’assalto dei castelli dei signori e del loro mondo fatto di oppressione e sfruttamento, affinchè non ne rimangano nemmeno le macerie, mentre gli sfruttati danzeranno festosi nella notte tra le fiamme della gioia e al ritmo del medieval black metal suonato dal menestrello infernale Mystras. 

Infernal Coil – Within a World Forgotten (2018)

Chi segue Disastro Sonoro con una certa costanza sa perfettamente che il poco tempo che ho a disposizione per dedicarmi a questo blog lo impiego a parlare unicamente di gruppi, dischi e generi che fanno parte dei miei ascolti quotidiani e che dunque mi piacciono. Zero tempo e zero voglia di impegnarmi a parlare di qualcosa che non ascolto volentieri, sopratutto perchè non sono, per mia fortuna, un recensore o un fottuto critico musicale, dunque non ho nessun interesse nel dare giudizi lapidari e negativi su un disco o una band che non cattura il mio interesse o che non ascolto con piacere. Inoltre, legato a quanto detto, è chiaro che io non abbia nessuna scadenza da rispettare per scrivere articoli o “recensioni” (tra infinite virgolette), nè tantomeno son costretto a inseguire una presunta attualità di uscite in ambito punk/hardcore e metal estremo. Fatta questa premessa, ora potrete capire meglio perchè mi ritrovo a parlare di questo Within a World Forgotten degli Infernal Coil solamente ora a distanza di due anni (quasi tre) dalla sua pubblicazione.

Dopo una manciata di ep che hanno visto la luce tra il 2016 e il 2017, gli Infernal Coil giungono alla pubblicazione del loro primo full lenght nel settembre del 2018, un album capace di colpire nel segno sotto tanti punti di vista e fin dal primo ascolto. Questo però non deve far pensare a Within a World Forgotten come ad un album di facile assimilazione e di ascolto indolore, anzi completamente l’opposto visto che siamo al cospetto di un muro di suono estremo, annichilente, devastante e assolutamente selvaggio nella sua furia distruttiva che prende le sembianze di un’ibrido di death/black metal e grind senza compromessi e assolutamente implacabile. Inoltre, se non si può propriamente parlare di war metal per definire la proposta degli Infernal Coil, poco ci manca perchè son tanti gli elementi e i passaggi che li avvicinano alle sfumature più barbare, bestiali e oltranziste di gruppi come Teitanblood e compagnia. “Non avremo distrutto tutto finchè non distruggeremo anche le macerie”, sembra questa la lezione che anima l’irruenza brutale e la furia caotica del death/black suonato dal gruppo dell’Idaho. E’ un disco difficile, volutamente finalizzato a disorientare l’ascoltatore che si avventura tra le sette tracce; un disco che trasmette sensazioni di angoscia e smarrimento, alternando momenti di estrema furia barbara in cui il caos nella sua forma più primitiva sembra regnare sovrano ad alcuni brevi passaggi “atmosferici” (come nella splendida 49 Suns) che illudono l’ascoltatore che esista la possibilità di un momento di quiete o di salvezza. E appena si riesce a prendere un minimo di fiato, è ancora una volta il caos più selvaggio e barbaro ad irrompere e inghiottirci con la sua violenza inaudita e implacabile, facendoci sprofondare in un vortice di impotenza e smarrimento.

Dal punto di vista delle tematiche, Within a World Forgotten si concentra invece sui paradossi che dominano il mondo naturale, il contrasto tra la bellezza ed il caos che dominano in natura, così come l’autodistruzione a cui sembra essersi condannata inevitabilmente l’umanità. Avviandoci alla conclusione, credo sia doveroso inoltre spendere due righe per parlare dello splendido artwork di copertina, che si discosta in maniera disarmante dall’estetica classica di moltissimi gruppi impegnati a suonare death/black o war metal, allontanandosi da quell’immaginario fatto di caproni, satana, blasfemia e occultismo spiccio. In modo altrettanto disarmante si discosta da un’immaginario più tipicamente grindcore. Anche nella scelta dell’artwork, che rappresenta un paesaggio boschivo attraversato da un torrente, dalle tinte fortemente decadenti e malinconiche, gli Infernal Coil sembrano infatti mossi unicamente dalla volontà di disorientare e confondere chiunque si approcci all’ascolto di questo Within a World Forgotten e una volta smarritosi tra i suoi abissi, lasciarlo in balia del caos più selvaggio e della violenza più brutale. Il metal estremo riparta da dischi come questo e da gruppi come gli Infernal Coil.

Black Curse – Endless Wounds (2020)

I Black Curse si abbattono su di noi come tempeste infernali di death metal, con la furia blasfema del black metal più nichilista. In nome del caos primordiale, devoti soltanto alla distruzione.

A metà strada tra il death metal opprimente degli Incantation, le derivazioni più barbare e selvagge di certo war metal a la Bestial Warlust, l’estremismo folle e brutale dei Sadistik Exekution e una forte presenza di influenze black metal primitive che mi ha ricordato per certi versi i Beherit, troviamo questa nuova creatura che risponde al nome di Black Curse e in cui incontriamo gentaglia già attiva in progetti del calibro di Primitive Man, Blood Incantation e Spectral Voice (l’influenza di questi ultimi infatti emerge spesso nel corso delle varie tracce, anche se in maniera labile e lontana). Prima fatica in studio per il gruppo di Denver intitolata Endless Wounds, trentotto minuti di devastante e bestiale death metal attraversato da tensioni di black infernale, un sound granitico e annichilente, che non lascia momenti per prendere fiato o attimi di quiete, né tantomeno mostra segnali di debolezza o pietà; un’assalto sonoro capace di aprire squarci e ferite profonde nella psiche dell’ascoltatore riducendo in frantumi quel che rimane della sua sanità mentale. In tutto questo i Black Curse riescono a suonare molto più groovy nel riffing di certi altri loro colleghi impegnati a suonare death/black che spesso si lasciano andare a muri di suono cacofonici e dissonanti fini a se stessi e spesso inutilmente ripetitivi e noiosi. Certo anche nella proposta dei Black Curse il caos furioso e primordiale ha una sua centralità e trova sempre modo di divampare e manifestarsi in tutta la sua ferocia, ma non risulta mai essere il fine ultimo, anzi viene sempre accompagnato ed enfatizzato da un’atmosfera occulta capace di sottolineare quella dimensione di malvagità primitiva che pervade e avvolge l’intero album. Un sound dunque diretto, devastante e profondamente crudo, sorretto da un’atmosfera generale estremamente maligna e blasfema  evidenziata dall’ottimo utilizzo delle trame di chitarra e dalle melodie sinistre dal sapore fortemente black metal. Inoltre i Black Curse suonano la loro ricetta black/death bestiale come fossero pervasi da una ferocia quasi primitiva e selvaggia, come fossero posseduti da chissà quale forza oscura e maligna, abbattendosi impetuosamente come fossero un’orda barbarica pronta a fare razzia di ogni cosa e a lasciare solo macerie e rovine dopo il loro passaggio. Le stesse vocals, quasi sempre in screaming, risultano praticamente sempre efficaci nel loro essere lancinanti, estremamente sofferte e attraversate da una malvagità quasi primordiale, amplificando questa sensazione di dannazione eterna che ci inghiotte nel corso dell’intera esperienza di Endless Wounds, lasciandoci inermi, impotenti e assolutamente  incapaci di ritrovare una parvenza di quiete.

I Black Curse aprono squarci nel tempo facendo riaffiorare quei momenti in cui il black e il death metal condividevano gli stessi principi, la stessa estetica e la stessa diabolica rabbia. Nessuna pietà dunque nelle note e negli intenti dei Black Curse, solo istintiva e sincera devozione alla distruzione più totale. Giunti ormai alla conclusione di questa discesa tra gli abissi infernali di Endless Wounds, siamo divorati interiormente da una maledizione oscura che ha aperto sui nostri corpi ferite senza fine… Siamo ormai anime costrette alla dannazione eterna, mentre il caos primordiale regna sovrano. Senza inventare nulla, a mani basse siamo al cospetto di uno dei dischi di metal estremo più intenso e interessanti del 2020.

 

Ragana – We Know That the Heavens Are Empty (2019)

We know that the heavens are empty,
That friendship and love are names;
That truth is an ashen cinder,
The end of life’s burnt-out flames.

Anni fa, ai tempi dello splendido You Take Nothing, le Ragana furono il primo gruppo non italiano che recensii sulle pagine virtuali di questo blog. E il motivo fu estremamente semplice. Al primo ascolto di You Take Nothing me ne innamorai follemente e brano dopo brano la “recensione” prese vita praticamente da se, come fosse un flusso di coscienza incontrollabile che si sviluppò sotto le sembianze di un viaggio oscuro negli abissi musicali tanto etereii quanto angoscianti costruiti da Maria e Nicole, le due streghe che si celano dietro questo affascinante progetto. Oggi mi ritrovo qui preda dello stesso mood e dello stesso identico trasporto emotivo a raccontarvi la bellezza di questa ultima fatica in studio per il duo di Oakland intitolata We Know that the Heavens are Empty, un altro interessante capitolo di atmospheric black/doom metal dalla forte natura e attitudine queer e antifascista.

Come scrivevo nell’introduzione della recensione di You Take Nothing per spiegare l’affascinante nome scelto da Marie e Nicole per il loro progetto: Nel folklore e nella tradizione popolare della regione baltica, e principalmente in terra lettone e lituana, il termine “Ragana” viene usato per identificare un’antica dea distruttrice e al tempo stesso rigeneratrice attraverso la capacità di dominare la magia oscura, anche per questo infatti viene descritta più volte come la “dea delle streghe”. “Ragana” viene rappresentata in differenti e molteplici modi a causa della sua natura polimorfa e cangiante e può assumere quindi le sembianze tanto di una giovane donna sensuale quanto quelle di una creatura terrificante e infernale, così come può presentarsi sotto forma di vecchia deforme e scheletrica oppure prendere le fattezze di un animale selvatico delle foreste. Questa natura cangiante e polimorfa descrive al meglio la proposta musicale di questo duo di Oakland, mai banale, mai scontata, mai prevedibile. E queste righe, sopratutto quelle finali, risultano estremamente attuali e valide ancora oggi per descrivere il sound e le sensazioni che si provano nell’affrontare e nell’addentrarsi tra i meandri più profondi di questo nuovo We Know that the Heavens are Empty . Difatti il sound delle Ragana nel corso degli anni ha sempre seguito una certa evoluzione pur rimanendo costantemente coerente e fedele alle proprie radici e alle proprie pulsioni più sincere, le quali affondano in profondità tanto nelle tensioni più atmosferiche e depressive di certo black metal di scuola statunitense quanto nel doom/sludge più angosciante e opprimente, con una certa venatura screamo che sottolinea alla perfezione quella sensazione di sofferenza esistenziale e rabbia sovversiva che contraddistingue la proposta del gruppo di Oakland dagli inizi.

SE DOMANI NON TORNIAMO, SE DOMANI TOCCA A NOI, BRUCIATE TUTTO.

So già che sarà una recensione abbastanza sconclusionata quella che starete leggendo perchè, per quanto stia cercando di dare un senso e un ordine ai flussi di coscienza e alle emozioni che stanno invadendo la mia testa durante l’ennesimo ascolto di questa ultima fatica delle Ragana, mi viene estremamente difficile seguire delle strade nette e precise per parlarvi della musica, delle ispirazioni liriche e concettuali o addirittura dello splendido artwork di copertina che accompagnano We Know that the Heavens are Empty . Ma ci proverò partendo proprio dal titolo di questo nuovo ep; un titolo che cita direttamente e in modo appassionato  “The Toast of Despair“, poema scritto dalla scrittrice anarchica e femminista Voltairine de Cleyre nel 1892. Per quanto riguarda invece lo splendido artwork di copertina si tratta di un’incisione di Caspar David Friedrich intitolata “Die Frau mit dem Raben am Abgrund“, un’opera che riesce ad enfatizzare in maniera sublime l’atmosfera romantica e oscura che avvolge l’intero album. Inoltre, e ci tengo a sottolinearlo, come sei può leggere sulla tape, le Ragana vogliono dedicare questo loro ultimo ep ai loro/alle loro amicx e compagnx più amatx.

To the joy in the struggle. To another world. To heaven as a place on earth.

Passando al lato prettamente musicale, questo nuovo ep della durata di un quarto d’ora è composto da due momenti intrecciati tra loro così perfettamente al punto da poterli vedere come un unico grande viaggio. Le due tracce sono intitolate Waiting e The Tower e rispecchiano in maniera assolutamente limpida il sound a cui ci hanno abituato negli anni le Ragana, con un’alternarsi ben bilanciato di momenti di effimera quiete e altri di tempestosa furia distruttiva, mentre un vortice di sensazioni che spaziano dalla sofferenza, alla rabbia, alla malinconia ci inghiotte immediatamente senza lasciarci vie di fuga. Se i momenti di calma apparente riescono a costruire un’atmosfera generale che oscilla tra il sognante e il depressivo, gli assalti più brutali e tuonanti fanno divampare tutta la rabbia selvaggia e riottosa che Maria e Nicole covano per questo mondo costruito sull’oppressione di quelle individualità che non si conformano ai canoni e alla norma voluta dall’etero-patriarcato. L’atmosfera generale dell’album, come già avvenne per You Take Nothing, mi trasmette l’idea di volere creare una dimensione profondamente ritualistica caratterizzata da tinte fortemente oscure e passaggi dalla natura soffocante e angosciante. Inoltre è evidente la sofferenza viscerale che attraversa le due composizioni, una sofferenza esistenziale che certamente logora ma indirizzata all’attacco attivo piuttosto che all’autodistruzione; una sofferenza che si manifesta sotto le sembianze di una furia nichilista e bellicosa che appare priva di pietà e che non sembra volersi fermare dinanzi a nulla. Quiete e tempesta, distruzione e tenue speranza di salvezza, questa è in fin dei conti la musica delle Ragana.

Per concludere questo viaggio tra gli abissi e le molteplici sfumature di We Know that the Heavens are Empty, posso solamente dire che siamo dinanzi all’ennesimo incantesimo distruttore evocato dalle Ragana che come il fuoco divampa per inghiottire questo mondo nelle sue profondità. Ancora una volta, lunga vita alle streghe di Oakland!

For us, a truce to Gods, loves, and hopes,
And a pledge to fire and wave;
A swifter whirl to the dance of death,
And a loud huzza for the Grave!

Calvana – IɅ (2020)

Spesso il black metal ha dimostrato, soprattutto nell’ultima decade e specialmente nelle sue impersonificazioni più atmosferiche, un forte legame intimo e quasi ancestrale con il territorio, con la natura, con i paesaggi e di conseguenza con tutto un contorno di storie, folklore e leggende legate profondamente all’elemento naturale del paesaggio, che fossero montagne, foreste o quant’altro. Elemento naturale che, per quanto possa apparire iper abusato, ammetto di aver sempre preferito rispetto alle trite e ritrite tematiche legate ad un satanismo poco ispirato e solitamente di natura emulativa. Non ha mai fatto eccezione di ciò nemmeno la scena black metal italiana degli anni più recenti, basti difatti pensare ad un progetto come i piemontesi Enisum che fin dal nome scelto richiamano il monte Musine, montagna situata al principio della Val Susa.  Anche il gruppo di cui  vi parlerò nelle seguenti righe infatti prende ispirazione dall’elemento territoriale montano, difatti il nome del gruppo autore di questo “IɅ” richiama la Calvana, una catena montuosa appartenente all’Appennini e situata sul confine tra Prato e Firenze. Eccoci dunque giunti, dopo questo estremamente lungo excursus introduttivo, a parlare dei Calvana e del loro black metal condensato in questa prima fatica rilasciata a maggio.

 

Iniziamo dicendo che sul progetto Calvana e sulle entità che si celano dietro ad esso le informazioni biografiche scarseggiano, amplificando in questo modo una certa sensazione di mistero e oscurità che a dire il vero aleggia costantemente sull’intera loro proposta musicale, lirica e di immaginario. Proseguiamo spendendo due parole sull’artwork di copertina che, dominato dai colori rossi e neri, sembra raffigurare una vegetazione boschiva che si staglia su di un crinale montano. A differenza di moltissime altre copertine black metal che raffigurano maestosi paesaggi naturali, qui la volontà del gruppo sembra tendere verso pulsioni maggiormente minimaliste e in un certo senso di mistero, dato che comunque l’artwork appare volutamente come se fosse rovinato rendendo dunque più complesso capirne il soggetto. Resta certamente un opera grafica di assoluto valore e dai toni estremamente evocativi, perfetti, finalmente, per introdurci all’ascolto delle dieci tracce che compongono questo “IɅ” ; dieci tracce dai titoli criptici che, nella mia ignoranza, ho percepito come molto vicini ad un certo simbolismo esoterico.

Sul lato prettamente musicale, la proposta dei Calvana è caratterizzata da un black metal brutale, furioso, tempestoso di chiara ispirazione old school, capace di riportare alla mente in più momenti e passaggi tanto i maestri Mayhem quanto le pulsioni più gelide e malvagie di certi Immortal. L’album si apre con una batteria assestata su ritmi blast beat forsennati e senza pietà che ci danno immediatamente un assaggio di quello che ci troveremo ad ascoltare e che ci divorerà l’anima per i prossimi 56 minuti. Le vocals, al contrario di quanto uno possa aspettarsi, sono meno classiche del previsto, discostandosi da un tipico screaming lancinante e glaciale per lasciare spazio a una voce si sofferta ma cavernosa sullo stile dei Blood of Kingu (band nazi di merda), quasi come se provenisse direttamente dagli inferi più reconditi o dagli abissi più profondi. Altro elemento caratterizzante il sound dei Calvana è certamente l’estrema qualità e l’ispirazione nel riffing che, in alcuni passaggi, regala dei tremolo picking che sembrano usciti direttamente dalla scena norvegese degli anni 90. Il black metal del gruppo fiorentino, mano a mano che ci si addentra nell’ascolto delle varie tracce, tende a costruire un’atmosfera che si fa progressivamente più opprimente e soffocante, dando la reale impressione di non avere un momento per tirare il fiato, rendendo impossibile di fatto accorgersi del vortice di oscurità e angoscia che ci sta lentamente inghiottendo. E’ dunque un black metal che tendo a definire atmosferico, anche se con questo termine non intendo certamente un sound caratterizzato da passaggi acusitici, ambient o sinfonico-melodici, perchè i Calvana non conoscono momenti di quiete ma esclusivamente assalti tempestosi votati alla distruzione e all’annichilimento più totale, e sanno creare perfettamente questa atmosfera di impotenza e totale balia di forze oscure superiori e a trasmetterla all’ascoltatore.

Se cercate, nel vostro peregrinare oramai senza meta rischiando di affogare tra la marea di uscite praticamente giornaliere che caratterizzano la scena del metallo nero, un ottimo disco di black metal che dimostra una profonda ispirazione, un’elevata conoscenza della materia da parte di chi lo suona e sopratutto una capacità di destabilizzare e trasmettere sensazioni di angoscia e costante mancanza di fiato, questo “IɅ”  dei Calvana è quello che fa per voi.

Misteriose entità si aggirano, ululanti la loro sofferenza, tenendo alta la nera fiamma del black metal tra la brulla vegetazione dei monti della Calvana. Lasciate ogni speranza viandanti sfortunati che vi imbatterete in queste fameliche creature pronte a trascinarvi con loro nell’oscurità eterna. 

A Blaze in the Northern Sky #04

In darkness no one reigns, the night has no king, the night has no queen, in darkness no one reigns… (Feminazgul)

Quarto appuntamento con A Blaze in the Northern Sky, rubrica interamente dedicata alle uscite più interessanti in ambito black metal e che ha come unico obiettivo quello di parlare di gruppi, collettivi e individualità impegnati a tenere viva la fiamma nera in un’ottica dichiaratamente e fortemente antifascista, antirazzista e che si oppongono in modo netto e concreto a tutta la feccia nazi, razzista, omo-transfobica, sessista e/o ambigua che purtroppo infesta ancora la scena del metallo nero. Feminazgul, Wulfaz e Uprising, i gruppi di cui vi parlerò nelle seguente righe, incarnano perfettamente questa visione del black metal e ci hanno recentemente regalato tre dischi molto interessanti che meritano di essere scoperti, ascoltati intensamente e approfonditi. Nell’oscurità nessuno regna, ricordatevi che la notte non ha né re né regine… per l’insurrezione, per il black metal!

Feminazgul – No Dawn for Men (2020)

Un progetto black metal dalle tinte atmosferiche (in alcuni tratti riconducibile alla scena e alle sonorità cascadian di Wolves in the Throne Room e compagnia) apertamente e fieramente antifascista e che nelle sue liriche tratta tematiche legate al femminismo, alle questioni queer e alla totale distruzione del patriarcato e del machismo. Ditemi voi cosa si dovrebbe volere di più da un gruppo black metal oggigiorno se non tutte queste cose sopra elencate. Inoltre, come se non bastasse, il monicker dietro cui si celano le compagne Margaret, Laura, Meredith e Tez, richiama in maniera voluta la figura del Nazgul di tolkeniana memoria, quindi, ribadisco, cosa mai dovremmo chiedere di più a codeste sacerdotesse devote unicamente al culto del “metallo nero”? La risposta, scontata, è assolutamente niente. Anche perchè se caso mai cercassimo delle risposte, No Dawn for Men spazza via qualsiasi dubbio, perplessità o questione sull’intensità e sulla qualità compositiva del black metal suonato da/dalle Feminazgul. Partendo da una base che affonda nettamente le proprie radici in una tradizione prettamente statunitense di suonare black metal, specialmente quella dalle derive più atmosferiche e dalle tinte più “naturalistiche” di matrice cascadian, la proposta di Feminazgul non abbandona però mai completamente quella primitiva ed istintiva irruenza selvaggia tipica del metallo nero old school di matrice norvegese, riuscendo così a sintetizzare una ricetta estremamente convincente e dall’attitudine fortemente iconoclasta e bellicosa. La nostra esperienza con No Dawn for Men assume presto le sembianze di un oscuro rituale iniziatico durante il quale verranno invocate ed evocate entità maligne pronte a inghiottire quei due gelidi ed intimi mostri che rispondono al nome di patriarcato e capitalismo, incatenando nell’oscurità senza fine ogni forma di omo-transfobia e machismo, di sfruttamento e discriminazione.  Come al solito inutile approfondire questa o quell’altra traccia nello specifico (anche se l’iniziale Illa, Mother of Death, I Pity the Immortal e Forgiver I Am Not Yours sono ottimi esempi di cascadian black metal in cui tutti gli elementi, dalle vocals dannate e lancinanti ai momenti più atmosferici dominati dal synth e dagli intermezzi di viola, trovano la loro perfetta sintesi) dato che questo disco dev’essere vissuto come fosse un vero e proprio viaggio ritualistico che, attraverso le otto tracce-tappe, conduce verso nessuna alba per l’uomo e condanna, con aggressività iconoclasta, all’eterno tormento l’esistente capitalista, i suoi difensori e le sue divinità. I was not made to be gracious and i will carry this hatred to my grave… 

Questo bellissimo “No Dawn for Men” è in arrivo in formato tape anche grazie a Scadavera Records, una nuova etichetta black metal totalmente diy nata nelle oscure lande del nord Italia e dalle viscere del collettivo Semirutarum Urbium Scadavera. http://https://scadavera.noblogs.org/post/2020/07/19/nasce-scadavera-records/

Wulfaz – Sotes Runer (2020)

Con questo nuovissimo Sotes Runer i Wulfaz ci danno un’ulteriore assaggio di quel sound che loro stessi definiscono Runic black metal. Se già sul precedente Eriks Kumbl, di cui vi parlai proprio nel terzo appuntamento di “A Blaze in the Northern Sky”, la proposta lirica e musicale del gruppo danese aveva catturato il mio interesse, Sotes Runer non fa altro che proseguire sulla strada tracciata in precedenza riuscendo ancora una volta ad affascinarmi e a rinnovare l’affetto che nutro nei confronti del duo danese e della loro musica. Nelle tre tracce per una durata complessiva che si aggira attorno ai quindici minuti, il sound dei Wulfaz è sostanzialmente sempre lo stesso, anche se in questo caso sembra avvicinarsi ancor più prepotentemente al selvaggio black metal della tradizionale seconda ondata norvegese con i Darkthrone a spiccare come influenza principale insieme a quel sapore vagamente viking che riporta alla mente i primissimi Enslaved, il tutto senza allontanare completamente dalla propria proposta quell’attitudine e quel gusto raw punk che emergono soprattutto nell’irruenza espressiva e nello spirito bellicoso che avvolgono l’intero lavoro. Anche su questo Sotes Runer l’ispirazione lirico-concettuale da cui prende forma la proposta dei Wulfaz rimanda ad incisioni runiche e antichi rituali norreni, e questo immaginario viene espresso in maniera chiara e suggestiva fin dall’artwork di copertina. Sotes Runer non punta solo su ritmi sostenuti e furiosi assalti black metal, ma dimostra una capacità di giocare con rallentamenti, mid-tempos e un riffing che non disdegna mai completamente la ricerca della melodia, tutti elementi che rendono il disco tutt’altro che ripetitivo o noioso. Inoltre tremolo picking e blast beats (forse più presenti rispetto alle ritmiche d-beat del precedente lavoro) sono evidentemente ingredienti ancora fondamentali iscritti nel dna del black metal suonato dai Wulfaz e difatti possiamo notare facilmente l’importanza che rivestono all’interno del songwriting delle tre tracce. E mentre veniamo definitivamente inghiottiti dall’atmosfera pagana creata da Sotes Runer, realizziamo che Wulfaz rappresentano senza ombra di dubbio una delle entità più interessanti dell’intero panorama (viking) black metal odierno. And remember…There is no place for nazis in Valhalla!

Uprising – II (2020)

“call them priests, call them nazis call them 1%, call them greedy fucking bastards call them cowards, conservative power-lusting snakes they’re all afraid of you, the critical masses…”

Nell’ultimo periodo, le lande teutoniche stanno offrendo un discreto numero di interessanti realtà black metal dalla natura fortemente antifascista e che scelgono nettamente il lato della barricata da cui schierarsi in una scena troppo spesso piena di nazi, ambigui o simpatizzanti, dagli Hyems agli Elurra, per citare solamente due gruppi recentemente recensiti su queste pagine. Sembra difatti che il terreno in ambito black metal sia particolarmente fertile in Germania, con una qualità generale delle uscite veramente alta e e in grado di portare una ventata d’aria fresca in un genere spesso troppo saturo o ripetitivo. Rientra perfettamente in questo contesto “II”, ultimo album partorito in casa Uprising, progetto dietro cui si celano il braccio e la mente di Winterherz, già membro dei ben più noti Waldgefluster. Quarantatre minuti di intenso e allo stesso tempo melodico metallo nero che strizza l’occhio alla vecchia scuola scandinava attraverso il ricorso al gelido quanto letale tremolo picking, ma che non si limita mai nella ricerca di soluzioni melodiche, sopratutto nel riffing, in grado di creare la giusta atmosfera e smorzare l’irruenza degli assalti selvaggi di natura più marcatamente black. Dopo una breve suite intitolata emblematicamente “Introduction“, ci abbandoniamo completamente alla bellezza di una traccia come “There’s No Such Thing as Hope“(probabilmente uno dei momenti migliori di tutto il disco), con il suo forsennato riffing iniziale e con i blast beats (opera di una drum machine che però non va ad inficiare della qualità generale dell’opera) a donare al brano un’atmosfera veramente battagliera e devastante. Bellissima anche una traccia come “Lesson in Basic Human Empathy”, un’assalto all’arma bianca di barbaro black metal che non mostra mai segni di cedimento, con un testo che si schiera nettamente contro ogni sorta di discriminazione di natura razziale e/o sessuale. Nel complesso ci troviamo trafitti da sette tracce di black metal attraversato da tensioni riottose che si presentano come veri e propri inni incediari di rivolta contro un mondo oppressivo in cui regna l’ingiustizia, lo sfruttamento e la prevaricazione ai danni degli ultimi e degli sfruttati. Le liriche di II, impregnate di questa selvaggi carica sovversiva, mostrano inoltre il potenziale del black metal come mezzo per diffondere un viscerale e istintivo odio contro ogni forma di oppressione e per far divampare il fuoco e le fiamme dell’insurrezione nei confronti di questo mondo. Per concludere, come potrei non spendere due parole sullo splendido artwork di copertina che, riprendendo uno stile riconducibile alle miniature di epoca medievale, mostra l’uccisione di un despota e di un vescovo da parte di una manciata di contadini rivoltosi, mentre sullo sfondo le fiamme inghiottono un castello, simbolo del potere autoritario e dell’oppressione. Black metal ist Klassenkrieg!

Nocturnal Departure – Worm Moon Offerings (2020)

Dalle fredde terre selvagge canadesi riemergono quasi inaspettatamente i Nocturnal Departure a breve distanza dalla pubblicazione di Cathartic Black Rituals del 2019, senza ombra di dubbio uno dei dischi old school black metal più intensi, oscuri e glaciali degli ultimi anni. Dalle primitive foreste del Manitoba, tenendo alta la nera fiamma e con la luna come fedele e misteriosa compagna nella notte, i nostri partoriscono questo Worm Moon Offerings, ovvero sei tracce che prendono la forma di offerte rituali devote unicamente all’oscurità della notte eterna e alla luna piena. L’album è stato registrato durante la fase lunare della cosiddetta “luna del verme“, stando ad una denominazione presa in prestito dai nativi Algonchini, i quali davano enorme importanza a questo preciso ciclo lunare poichè corrisponde con la rinascita della natura e l’arrivo della primavera. Ed è appunto sotto l’influenza di questa “luna piena del verme” che il black metal dei Nocturnal Departure, proprio come la natura, si risveglia dal silenzio assordante dell’inverno e torna a far risplendere in tutta la sua maestosità selvaggia la sacra fiamma nera che illumina l’oscurità della notte!

Passando a parlare del lato strettamente musicale ci troviamo al cospetto del solito black metal vecchia scuola di tradizione norvegese e più in generale scandinava dei Nocturnal Departure che prosegue la strada solcata in profondità con il precedente e già citato Chatartic Black Rituals, un sound mai troppo nitido che preferisce giocare sulla crudezza e la sporcizia, con quel sapore e quell’attitudine profondamente lo-fi, specialmente nella registrazione, radicata in profondità nell’animo dei canadesi. Un black metal dalle tinte sempre molto oscure e dalle atmosfere ritualistiche caratterizza anche le sei tracce che appaiono su questa nuova fatica ed è proprio questa dimensione rituale della musica dei canadesi che rende il loro metallo nero affascinante e ci fa piombare quasi in uno stato di trance mistica durante l’ascolto, come se fossimo completamente immersi e partecipi di un rito pagano sanguinolento per omaggiare la primitiva energia della natura più cruenta e inospitale. Non fraintendetemi, siamo dinanzi ad un disco black metal tutt’altro che sperimentale e anzi molto selvaggio e nichilista, che non cede mai alle tentazioni atmosferiche, progressive o melodiche, ma in grado ugualmente di creare la giusta atmosfera dominata da impenetrabile oscurità e da una sensazione costante di pericolo e paura primigenia dinanzi a sconosciute forze maligne pronte a divorarci e a trascinarci con  loro nelle profondità della foresta più selvaggia.

I sei minuti dell’iniziale “Embodiment of Hatred and Suffering”, grazie sopratutto allo screaming sofferente e lancinante di Funeror (anche chitarrista del gruppo), ci trascinano immediatamente in un’atmosfera di desolazione e smarrimento che lentamente ci accompagna e introduce alla dimensione prettamente ritualistica del black metal suonato dai Nocturnal Departure. A seguire ci imbattiamo nella breve quanto brutale “Unholy Conspirators (One with the Goat)”, un assalto di raw black metal vecchia scuola senza compromessi e che, grazie alla registrazione lo-fi, aumenta la sensazione di timore e inquietudine che ci assale durante l’ascolto. La successiva titletrack rappresenta uno dei momenti migliori dell’intero lavoro, sottolineando sia nella struttura del brano, sia nella crudezza e nella generale atmosfera, quanto siano radicate in profondità nella seconda ondata norvegese (Mayhem su tutti) le influenze che vivono all’interno del sound dei canadesi. Inutile e superfluo rubarvi altro tempo (che potete utilizzare per correre ad ascoltarvi l’intero disco senza pentirvene) per sviscerare le tre tracce con cui ci avviciniamo alla conclusione di questo rituale in onore della luna che prende il nome e la forma di Worm Moon Offerings, in cui le tre entità che si celano dietro il progetto Nocturnal Departure assumono le sembianze di vere e proprie guide infernali che accompagnano le nostre anime dannate e smarrite nell’oscurità.

Worm Moon Offerings è in fin dei conti tutto ciò che noi amanti della metallo nero cerchiamo oggigiorno. Una sorta di breviario del caos del black metal più intransigente e barbaro, furioso e oscuro, che ci trascina con sè senza pietà in un misterioso rituale nel mezzo dell’angosciante e ignota natura selvaggia. Accompagnati dalla luna piena che, come fedele compagna, illumina la notte più scura, i Nocturnal Departure avanzano innalzando la sacra nera fiamma che presto brucerà questo mondo nelle sue viscere.

“Mentre il collasso della civiltà umana avanza…” – Intervista agli Human Host Body

La prima volta che mi sono imbattuto negli Human Host Body è stata grazie ad un loro split insieme ai canadesi Storm of Sedition e posso ammettere senza problemi di essermi infatuato immediatamente del loro “d-beat possessed metal”, una devastante formula in cui convivevano (e convivono tuttora) pulsioni crust punk e tensioni black metal. Qualche giorno fa ho fatto una serie di domande agli Human Host Body per parlare non solo strettamente della loro musica e dei loro progetti futuri, ma sopratutto per affrontare insieme questioni come la piaga del nazi-fascismo all’interno della scena black metal, le posizioni anti-civilizzazione e anarchiche che animano il loro progetto e pratiche come l’autoproduzione e l’autogestione che sono strettamente legate alla scena punk-hardcore. Preparatevi perchè le parole degli Human Host Body, proprio come la loro musica, si abbattono come una tempesta tuonante sulla civiltà umana per decretarne l’inevitabile collasso.

Ciao ragazzi! Intanto volevo ringraziarvi per aver accettato di rispondere ad alcune domande. Vi va di presentarvi per chi non dovesse conoscervi? Comè avvenuta la scelta del nome della band?

Ciao! Grazie a te, è un onore chiaccherare con Disastro sonoro! Siamo in quattro Andrej, Dalibor, Luka, Marko e gli inizi degli HHB risalgono alla nostra adolescenza, intorno al 2004. La band è cresciuta con noi e noi con lei siamo diventati adulti insieme. Ultimamente tendiamo a mischiare soprattutto d-beat e metal. Poi è chiaro che tutto cambia, che tutto è sempre in continuo e graduale divenire. Però c’è da dire che ci troviamo proprio bene in queste acque grind/death. Quanto al nome, l’origine è a dir poco demenziale. Ci siamo ispirati a una puntata di South Park (s8e14), quella in cui agli animaletti del bosco serve un corpo, un ospite umano per Satana…

Lo devo ammettere, vi ho scoperti con lo split insieme agli Storm of Sedition e rimasi immediatamente folgorato dalla vostra proposta a metà strada tra crust e black metal. Da dove e come nasce la scelta di mischiare questi due generi?

Lo split degli Agains Empire con gli Iskra, quasi di sicuro quella è stata la prima svolta. Fu una rivelazione folgorante! Col tempo abbiamo capito che ci convinceva, che anzi era un’idea che ci piaceva proprio. D’altra parte ha sicuramente influito molto anche il fatto che qui sulla costa, da dove veniamo, la scena black metal è sempre stata molto forte. Qui poi metallari e punxs si sono sempre tranquillamente frequentati. Alla fine, per farla breve, il succo è che ascoltiamo un sacco di roba, ci piacciono il d-beat, lo stench, il death, il grind e poi proviamo a mischiare tutto insieme cercando di darci un senso. In fondo siamo un misto anche nella band: due metallari per due punx.

Rimanendo a parlare di black metal, saprete meglio di me che la scena black a livello internazionale è piena di gruppi palesemente nazi o di gruppi ambigui che simpatizzano o collaborano con band fasciste, razziste o omofobe. Qual è la vostra posizione al riguardo?

Qua c’è una sola e unica posizione: zero tolleranza per il NSBM e per qualsiasi ideologia fascista e fascistoide. Le nostre radici sono nel DIY punk. Non abbiamo mai suonato a festival metal e la scena metal slovena ci ignora, o meglio ci considera punk. Da parte nostra non abbiamo alcun desiderio di mescolarci a questa scena. Ci sentiamo a nostro agio nelle realtà occupate, nei centri sociali e negli squat, ma soprattutto ovunque si riunisca, operi e lavori gente che la pensa come noi.

Siete anzitutto un gruppo che viene dal d-beat, e dato che, nella mia ottica ma non solo mia per fortuna, il punk non è solo musica bensì un mezzo per diffondere pratiche come lautogestione o l’autoproduzione e per contrastare concretamente questo mondo fatto di sfruttamento e oppressione, che importanza ha la dimensione della lotta politica nella vita degli Human Host Body?

È fondamentale! Un’arte priva di contenuti politici è un mero prodotto consumistico. Il nostro merch è quasi del tutto autoprodotto, i tour ce li organizziamo da soli. Per noi è questo il modo più autentico in cui si può fare parte di questa subcultura. Luka e Marko poi sono stati in prima linea nell’occupazione e autogestione dell’ex INDE, una fabbrica abbandonata di KoperCapodistria, durata dal 2014 fino allo sgombero nel 2017.

Che ruolo rivestono pratiche come lautogestione o il DIY nella vostra musica e nella vostre esistenze?

Per la  prima metà della domanda vedi sopra :). Quanto alle nostre vite, riveste un ruolo decisamente grande. Grazie a e tramite la musica siamo entrati in contatto con parecchia gente, soprattutto con movimenti che hanno influenzato il nostro modo di percepire il mondo. I tour poi ti portano tra posti e persone dove hai l’opportunità di incontrare o conoscere ulteriormente pratiche a te poco note o sconosciute. Tra l’altro proprio l’andare in tour per vari centri sociali ci ha dato ulteriore slancio e ragioni per l’occupazione dell’ex Inde di KoperCapodistria.

Sulla vostra pagina bandcamp ci tenete a definirvi un gruppo anarchico, vicino alle idee anti-civilizzazione e pro-collasso. Vi va di spiegare meglio queste vostre posizioni politiche e il ruolo che rivestono allinterno della vostra attività di band? Nella vostra coscienza e visione politica, quanto è responsabile l’economia capitalista, che saccheggia e devasta l’ecosistema, del collasso a cui sembra destinata la civiltà come la conosciamo noi adesso?

La maggior parte dei nostri testi parla di quanto sia insostenibile la nostra cosiddetta civiltà. L’anarco-primitivismo è solo una delle teorie critiche di riferimento su come concepire e comprendere la civilizzazione. In linea di massima ognuno di noi quattro ha una sua personale opinione del mondo, siamo però tutti d’accordo sul fatto che la realtà in cui viviamo è alienante. L’economia del capitale è solo un sintomo della civilizzazione industriale. Nel complesso la cosa più problematica è il nostro stile di vita, l’approccio che abbiamo nei confronti della Terra. Siamo troppo focalizzati su noi stessi e ci siamo autocollocati al di sopra di tutte le forme viventi, sul trono. Se ci rendessimo conto che siamo tutti interdipendenti l’uno dall’altro, compresi cioè tutti gli esseri viventi, il pianeta lo ”consumeremmo” in maniera diversa. Il capitalismo si fonda sulla crescita illimitata, cosa che il nostro pianeta non può certo offrire. Per questo l’economia capitalista è insostenibile. Anche tutta sta situazione della pandemia ha mostrato come e quanto il capitalismo sia insostenibile, ma anche qui si tratta di nuovo solo di sintomi. La tutela, la difesa e il rispetto dell’ecosistema, della natura e dell’ambiente in generale sono responsabilità di noi tutti (o almeno dovrebbero). Dare una risposta alla domanda sull’eventuale prossimo futuro collasso della civilizzazione è impossibile. Però siamo davanti a un’occasione da non perdere: questo risorgimento delle coscienze, avvenuto durante la pandemia, va assolutamente sfruttato, soprattutto perchè è sempre più evidente che non si può andare avanti così!

Venite dallIstria, in Slovenia. Volete parlarci della scena punk/metal underground da quelle parti? Comè la situazione lì da voi?

Negli ultimi anni è praticamente morta. Purtroppo. Non sapremmo proprio da dove cominciare… Punto primo: non esistono più spazi autonomi in cui suonare e organizzare serate e concerti. O li hanno chiusi o li hanno riadattati alle logiche capitalistiche. Anni fa la costa era l’epicentro della scena underground. Oggi non è più così, soprattutto perchè le misure intraprese dalle varie giunte municipali agiscono sull’individuo, isolandolo, producendo individualismo e soprattutto reprimendo il pensiero critico, componente fondamentale della creatività. Secondo tasto dolente: le band. Anche se oramai ci stiamo facendo vecchi e stagionati, siamo diversamente giovani, continuiamo a seguire regolarmente la scena e, purtroppo, di nuovi gruppi punk, metal ecc./e compagnia bella, qua non se ne vede nemmeno l’ombra. Una delle ultime novità punk della zona, con già cinque anni di attività alle spalle, sono sicuramente i Pakt, dove Luka suona alla chitarra. Per strada invece incontri sempre meno, e comunque molto raramente, metallari o gente generica che segua manifestatamente una qualche subcultura. Perchè sta succendendo tutto questo? Bella domanda, anzi la domanda del secolo, ma non è il caso di mettersi a filosofeggiare qui perchè sennò lo spazio non basterebbe. Per nostra fortuna comunque, qua vicino ci sono ancora e resistono spazi e soprattutto tanti attivist* e singol* riuniti in collettivi che non demordono e con cui siamo praticamente fratelli. Al momento la concentrazione maggiore di band e posti per suonare è a Postojna. Là ci sono un centro giovanile e due piccoli squat, uno di fatto è un container, l’altro è un’ex pompa di benzina che i ragazzi hanno riconvertito in enorme sk8park. Non lontano c’è anche uno dei locali più longevi della Jugoslavia, il MKNŽ di Ilirska Bistrica, attivo (senza soluzione di continuità/) dal 1966.

Tornando a parlare del vostro split con gli Storm of Sedition, la mia curiosità mi spinge a chiedervi comè nata la collaborazione con il gruppo canadese. Vi va di raccontarcelo? E se non sbaglio siete anche andati in tour con loro, come vi siete trovati? 

Ce l’ha proposto  Goldi della Neandertal Stench Record proprio perchè abbiamo molti temi in comune come ad esempio le teorie anti-civilizzazione. Con alcuni dei membri degli SoS già ci conoscevamo da prima visto che avevamo suonato un paio di volte con gli Iskra, e così alla fine sto split è stato un qualcosa di molto spontaneo e naturale. Quando l’anno scorso sono venuti in tour [europeo?], eravamo d’accordo che avremmo fatto un altro paio di serate insieme. Purtroppo però alla fine per motivi di lavoro non ci siamo potuti unire a loro per tutta la durata del tour, ma solo per un weekend. È stata un’esperienza epica, un week-end che rimmarrà nella storia e nei nostri ricordi, anche perchè abbiamo stretto ancora di più coi ragazzi. Speriamo di riuscire a tornare a collaborare con loro a breve. Dal vivo poi gli SoS spaccano e sono anche cresciuti assai pure nello stile una band davvero cazzuta/coi controcazzi!

L’ultimo vostro lavoro è una demo rilasciata nel 2018. State lavorando a un nuovo disco? Che progetti avete per il futuro?

In realtà abbiamo già un intero disco registrato e mixato, stiamo cercando di farlo uscire su vinile. Stiamo valutando una serie di etichette e prendendo accordi sul mandarlo in stampa il prima possibile. Ci stiamo preparando a nuove registrazioni, ma ora è tutto rimandato a tempo indeterminato causa pandemia. Uno dei probemi maggiori è che i confini sono stati chiusi e non possiamo andare in Italia. Questo perchè la nostra sala prove si trova a Padriciano,[quartiere di Trieste?] subito dopo il confine, e ancora oggi non sappiamo con precisione quando potremo veramente tornare in sala Per ora ci stiamo arrangiando con un po’ di roba recuperata dai cascioni/in cantina, vecchi amplificatori e una batteria che ha visto giorni migliori e proviamo a casa di Dalibor.

Siete passati anche in Italia qualche anno fa per suonare live, se non ricordo male a Bologna insieme ai Void Forger, che ricordi avete di questa/queste date? Cosa pensate della scena punk/hc italiana?

L’ XM24 di Bologna è stata la prima data del tour con i Void Forger del 2018, da lì poi siamo riusciti a arrivare fino alla Mensa occupata di Napoli. (Bei tempi). Tra le date italiane di quel tour, il posto che più di tutti ci ha lasciato un bellissimo ricordo è il CSA Officina Trenino di Porto S. Giorgio e il loro giovanissimo collettivo. Incontrarli ci ha infuso di grandi speranze nel senso che ci ha rincuorati assai: esistono ancora giovani interessati ai centri sociali e alle occupazioni, agli squat e ai posti autogestiti e all’organizzazione di serate e concerti! Ste cose ti danno una bella scarica di energia e ti spronano a continuare a fare quello che stai facendo. C’è da dire però che in tutti questi anni abbiamo suonato un po’ in giro per lItalia malgrado proprio in Italia ci sia sempre stato difficile chiudere serate il che è assurdo considerato che viviamo praticamente dietro l’angolo. Abbiamo organizzato diverse serate per gruppi italiani sui palchi sloveni, ma raramente ne abbiamo ricavato qualcosa, quasi mai abbiamo avuto indietro qualcosa di concreto. Finora, ogni volta che durante un tour volevamo suonare in Italia, le serate italiane sono sempre state le più difficili da chiudere. Ci stuzzica l’idea di suonare al sud e isole. A parte Napoli, non ci abbiamo mai suonato. La scena punk/hc italiana è sempre stata storicamente forte, anche oggi ci sono un casino di ottimi gruppi ancora in giro. Noi conosciamo e frequentiamo soprattutto le band del nord, tra cui abbiamo diversi amici, e anche per questo suonare in Italia è una figata/uno spasso perchè così hai l’opportunità di incontrare tutti quei punx che non vedi così spesso.

Ragazzi grazie ancora per il tempo che dedicherete a rispondere a questa intervista, concludete aggiungendo qualsiasi cosa vi passi per la testa mi raccomando!

Grazie a te, significa davvero molto per noi quest’intervista. Non poter suonare dal vivo è una tortura, ci manca un sacco. Speriamo che sta cazzo di pandemia finisca il prima possibile e che presto ci potremo vedere a qualche concerto e/o squat!! Viva!

A Blaze in the Northern Sky #03

THE MILLION HANDS OF JOY HAVE SOMETHING HOLY TO BURN (darkthrone)

Terzo appuntamento con A Blaze in the Northern Sky, rubrica dedicata ai migliori dischi usciti in ambito black metal nell’ultimo periodo. I protagonisti di questo terzo episodio sono tre ottimi lavori di black metal usciti recentemente e di gruppi o progetti che nulla hanno a che fare con merda ambigua, fascista o sessista/omofoba e che, se proprio non rientrano perfettamente nel filone “Red & Anarchist Black Metal”, si definiscono fieramente antifasciste e certamente vicine ad un certo modo di intendere il black metal e in generale la scena estrema e underground.

Havukruunu

Havukruunu – Kelle Surut Soi 

Una strana nebbia sorge nel cuore della foresta di conifere innevata, gli Havukruunu emergono dall’oscurità evocando forze silvane ancestrali pronte a dominare incontrastate nella natura più selvaggia…

L’ascolto di Kelle Surut Soi degli Havukruunu assume fin da subito le sembianze di un rituale d’iniziazione pagano dominato dalla gelida oscurità tipica degli inverni finlandesi. Ed è proprio dalla Finlandia che arrivano gli Havukruunu e la loro proposta si assesta su territori di un black metal di matrice pagana e profondamente caratterizzato da tematiche che prendono ispirazione dall’antica mitologia finnica. Partendo dalla lezione seminale dei Bathory di “Hammerheart” e “Twilight of the Gods”, incorporando l’epicità battagliera dei Primordial, il sound degli Havukruunu su questo Kelle Surut Soi si avvicina a quanto fatto dai Moonsorrow e dai Kampfar su dischi del calibro di “Suden Uni” o “Fra Underverdenen” , ovvero un black metal dalle tinte tanto pagane quanto epiche, immerso in atmosfere oscure, in grado di evocare tanto paesaggi dominati da una natura selvaggia brulicante di forze primordiali quanto scenari guerreschi di tempi ancestrali. Veniamo introdotti in questo viaggio rituale dall’intro acustica che apre “Jo Näkyvi Pohjan Portit”, la primissima traccia di Kelle Surut Soi che in poco tempo deflagra in una cavalcata di pagan black metal dalle tinte epiche. Il sound degli Havukruunu, rispetto a quanto fatto in passato su Havulinnaan, sembra tendere molto più alla costruzione di atmosfere epiche piuttosto che lasciarsi andare a immediate melodie folkeggianti a la Moonsorrow; durante l’ascolto delle otto tracce che compongono Kelle Surut Soi difatti prevale sempre una sensazione di oscurità mistica dominata da entità sovrannaturali e da un mondo naturale animato da forze pagane e selvagge. È un paganesimo di tradizione finnica quello raccontato nella musica degli Havukruunu, un paganesimo che da tempi ancestrali si è trovato a confrontarsi costantemente con una natura selvaggia ed estrema, tanto ostile quanto intrigante, e abitato da primordiali forze oscure. Una riscoperta del paganesimo finlandese che però nulla ha a che fare, nell’ottica degli Havukruunu, con una riappropriazione culturale e storica da sottomettere al fine di veicolare messaggi di natura nazi-fascista o razzisti. Difatti gli Havukruunu dimostrano come quella nicchia conosciuta come “pagan black metal” non sia esclusiva di gruppi ambigui o di gentaglia che utilizza le tematiche pagane per veicolare posizioni di natura nazionalista o di supremazia razziale. Nella notte dominata dalla pioggia e dai tuoni, gli Havukruunu compaiono sotto le sembianze di una tempesta di black metal pagano pronto ad inghiottire il giorno in un’oscurità eterna. 

Heavenfield – Demo I

Heavenfield è il nome di un progetto solista che ha base in California ma che a livello di influenze musicali e liriche affonda le proprie radici in profondità in terra scandinava e precisamente nella scena black metal norvegese e in quella svedese della prima metà degli anni ’90. Traendo ispirazione da tutto ciò che riguarda la mitologia norrena e la storia ancestrale dei popoli vichinghi abitanti della penisola scandinava, Heavenfield costruisce un sound black metal tanto atmosferico quanto crudo, ispirato da dischi fondamentali come “First Spell” dei Gehenna, “Det Som Engang Var” di quel nazi-merda di Burzum, dei capolavori dei Windir, riuscendo a creare un’atmosfera epica ed a evocare tempi antichi dominati dalle dei dimenticati. Due sole tracce (Jötunheimr e Gleipnir) proposte su questa demo rilasciata a febbraio, ma che bastano per far intravedere un’ottima capacità nel songwriting e per godersi una decina di minuti abbondante di black metal tanto atmosferico quanto epico. Thunraz, ovvero la mente che sta dietro al progetto Heavenfield, definisce la sua proposta come “skaldic black metal”, ovvero black metal ispirato dall’antica poesia scaldica, una forma complessa, intricata e ricca di complicate formule metriche di poesia norrena. In un ambiente come quello black metal dalle tematiche vichinghe, dominato dalla presenza di personaggi e gruppi ambigui quando non palesemente nazionalsocialisti, Heavenfield porta avanti un discorso di opposizione netta ad ogni forma di razzismo, fascismo e suprematismo bianco, ricordando che non c’è posto per i nazi nel Valhalla!

Wulfaz – Eriks Kumbl 

Runic Black Metal; definiscono semplicemente in questo affascinante modo la loro proposta i danesi Wulfaz, nome che, nella lingua proto-nordica ricostruita grazie ai ritrovamenti delle pietre runiche, significa letteralmente “lupo”.
Pensate al black metal vecchia scuola dei primi Darkhtrone di “A Blaze in the Northern Sky” o dei Taake di “Nattestid Ser Porten Vid” suonato però con un irruenza espressiva tipicamente punk e prediligendo ritmi d-beat, il tutto condito da liriche ispirate dagli antichi rituali norreni e dalle incisioni runiche, e avrete i Wulfaz.
Questo Eriks Kumbl è la prima fatica in studio per i danesi, un’ep composto da tre tracce di black metal scandinavo fedele alla seconda ondata norvegese che si contraddistingue  per un’atmosfera profondamente pagana che avvolge l’intero lavoro, il gusto per un riffing gelido ma che non abbandona mai la melodia e un’aggressività riconducibile alla scena punk/d-beat svedese e ai lavori di gruppi quali Wolfpack o Skitsystem. Tre tracce, tra cui spicca personalmente “Døden ved Hedeby”, dunque che suonano come se i Darkthrone e i Taake avessero deciso di suonare d-beat (kangpunk) svedese e cantassero di tematiche intimamente legate alla storia vichinga.
Se siete amanti della storia germanica e norrena, della sua mitologia e siete affascinati dalle incisioni runiche ma odiate gruppi che si appropriano di queste tematiche per veicolare messaggi nazional-socialisti o di supremazia razziale, i Wulfaz sono il gruppo migliore che potreste ascoltare. Inoltre, consci che in ambito black metal è pieno di nazisti o simpatizzanti, i Wulfaz sottolineano fieramente da che lato della barricata stanno e ribadiscono un concetto sempre valido: fascists fuck off!

A Blaze in The Northern Sky #02

Soon the dawn shall arise for all the oppressed to arm. Black metal ist klassenkrieg!

Eccoci giunti al secondo episodio di  A Blaze in the Northern Sky, rubrica dedicata ai migliori dischi usciti in ambito black metal nell’ultimo periodo. I protagonisti di questo secondo appuntamento sono tre ottimi dischi di black metal usciti recentemente e di gruppi o progetti che nulla hanno a che fare con merda ambigua, fascista o sessista/omofoba e che, se proprio non rientrano perfettamente nel filone “Red & Anarchist Black Metal”, si definiscono fieramente antifasciste e certamente vicine ad un certo modo di intendere il black metal e in generale la scena estrema e underground. Presto una nuova alba sorgerà e tutti gli oppressi si armeranno, perchè il black metal è lotta di classe!

Awenden – The Golden Hour 

Nel corso del 2018 mi imbattei nel primo lavoro omonimo di Awenden, one man band proveniente dallo Stato di Washington, e rimasi affascinato dal black metal atmosferico che proponeva in quelle cinque tracce e dalle tematiche legate ad una comunione intima e una sorta di venerazione per la natura selvaggia e incontaminata. Questo sentimento di comunione totale con la natura selvaggia è il motore che anima ancora oggi la proposta di Awenden e che accompagna un black metal atmosferico che affonda le proprie radici in profondità nella cosiddetta scena “cascadian black metal”. I punti di riferimento degli Awenden su questo magnifico “Golden Hour” si devono infatti ritrovare nei lavori dei primi Wolves in the Throne Room, negli Agalloch, negli Skagos (difatti troviamo tra i musicisti che hanno collaborato a questo disco due loro membri), negli Alda e sopratutto nelle parti più atmosferiche e ambientali si possono sentire richiami al progetto Evergreen Refuge. Come da miglior tradizione del black metal dalle tinte atmosferiche la maggior parte dei brani presenti su questo “Golden Hour” superano i dieci minuti di durata, se si escludono l’intermezzo in bilico tra ambient e noise intitolato “Voices” e la sognante suite anch’essa radicata in territori ambient “A Memory of Dawn”. Un black metal intimamente legato al territorio di provenienza del progetto Awenden e che quindi trae profonda ispirazione dalla natura selvaggia, dalle foreste incontaminate e dai fiumi delle regioni del nord ovest che si affacciano sul Pacifico. Tutto questo viene evocato tramite un alternarsi di momenti melodici e calmi tesi a creare un’atmosfera sognante e a tratti epica e altri passaggi che assumono le sembianze di classici assalti black metal fatti di riffing serrati e blast-beats. in un crescendo di tensione e magnificenza. “Golden Hour” è un’opera imponente della durata di cinquanta minuti abbondanti e le sei tracce presenti prendono la forma di vere e proprie odi alla natura sempre più minacciata dalla fame di profitto del capitalismo. La doppietta iniziale formata da “Dawn” e “Ritual Exile” ci fa immediatamente piombare in una sorta di trance sognante costantemente sospesi tra la quiete dei passaggi atmosferici e la tempesta delle cavalcate black metal scandite da uno screaming primitivo e demoniaco. Il picco di epicità e tensione viene raggiunto però sul finale con la splendida titletrack, un’ode romantica alla wilderness nell’ora del tramonto. Gli Awenden ci hanno regalato un grandioso disco di cascadian antifascist black metal capace di dare nuova linfa vitale ad una scena che dopo i picchi raggiunti dagli Agalloch e dai WITTR sembrava non avesse più molto da dire.

Seas of Winter – Dead Forest

Bergen 1994? Niente affatto, nonostante le sonorità presenti su questo “Dead Forest” siano profondamente influenzate da capolavori seminali e primitivi della seconda ondata del black metal norvegese come “Call of the Wintermoon” degli Immortal o “A Blaze in the Northern Sky” dei Darkhtrone. Difatti i Seas of Winter provengono dagli Stati Uniti, suonano un primordiale black metal vecchia scuola e stando a quanto dichiarano questo “Dead Forest” vuole essere un omaggio alla persona di Pelle Ohlin, conosciuto ai più col soprannome di Dead e per essere stato la voce della primissima incarnazione dei Mayhem. Ed è proprio questo motivo che mi ha fatto propendere per la recensione di “Dead Forest” invece dell’ultima (bellissima) uscita intitolata “Forest Aflame”. Alla memoria di Dead è dedicata “Pelle”, terza traccia presente su questa opera prima dei Seas of Winter, probabilmente uno dei brani migliori insieme alla seconda traccia “The Haunted Earth” che si apre con un tremolo picking degno dei Mayhem e uno screaming demoniaco. L’aspetto che trovo più interessante sottolineare è però l’altra motivazione da cui prende vita questo progetto, ovvero il desiderio di contrastare il cambiamento climatico e di lottare quindi contro un sistema economico, quello capitalista, protagonista della catastrofe ambientale che pende sulle nostre esistenze come spada di Damocle, un sistema economico che saccheggia e devasta gli ecosistemi e che sacrifica tanto l’uomo quanto la natura sull’altare del profitto. Crudo e glaciale black metal fedele alla seconda ondata norvegese, cosa chiedere di più? The earth cries into my mouth,”What will save us now?”. Only climate change is real.

 

Cirkeln – Stormlander 

Jag vandrar ut i stormen
Kommer jag hit igen?
Jag vandrar ut i stormen
Världen ligger bakom mig

“Esco dalla tempesta, verrò di nuovo qui? Esco dalla tempesta, il mondo è dietro di me”… Dai territori settentrionali della Svezia emerge questa misteriosa creatura celata dietro il nome di Cirkeln che, abbattendosi come una tormenta di oscurità e malvagità, vuole narrarci storie di una natura antica e selvaggia e di avventure epiche. Epicità e oscurità sono difatti i due tratti principali che caratterizzano il sound di questo “Stormlander”, ultima fatica in studio per la one man band Cirkeln. Il sound del gruppo svedese affonda le proprie radici nella lezione seminale di dischi quali “Blood Fire Death” e “Hammerheart” dei Bathory, negli Isengard di “Vinteskugge” e nel bellissimo e primitivo “Nordavind”  dei semi-sconosciuti Storm (progetto di Fenriz e Satyr), quindi ci troviamo ad ascoltare sei tracce di epico black metal ispirato dalla mitologia norrena e dalle antiche storie vichinghi. Un black metal quello dei Circkeln orientato verso la creazione atmosfere epiche tramite le melodie di chitarra ed alcuni riff che risentono una vaga influenza doom, il tutto alternato a veri e propri assalti di black primordiale grazie all’ utilizzo di tremolo picking glaciali e serrati e una batteria martellante che non lesina sui blast beats. Tutti questi elementi che caratterizzano il sound dei Cirkeln sono presenti fin dalla prima traccia “Old Demon King”, brano che segue una suite introduttiva che tocca lidi ambient e accompagnata da una voce che sembra recitare un mantra rituale. La seconda traccia intitolata “Hammer High” si apre con una melodia folkeggiante che si stampa immediatamente in testa ed è infatti quella che a mio parere risente maggiormente l’influenza di un certo viking metal “moderno” a la Ensiferum ma anche dei primissimi Manegarm. La successiva “Stormlander” rappresenta probabilmente l’episodio più doom e maggiormente influenzato dai Bathory post-Hammerheart di tutto il disco, presentando addirittura un intermezzo acustico che ricorda i Satyricon di “Dark Medevial Times”. In una scena come quella black metal e in modo particolare in quella nicchia che prende il nome di “viking metal”, in cui fin troppi gruppi si appropriano di tematiche legate alla mitologia e alla storia norrena per diffondere idee nazionaliste, fasciste e di supremazia razziale, i Cirkeln stanno dal lato della barricata in cui ai fascisti si spara e se lo rivendicano fieramente. Un ottimo disco di black metal epico che farà la gioia di tutti noi cresciuti a pane, Quorthon e odio per i nazi-fascisti! Hold the hammer high against fascist scum!