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“Repressi sul palco ma in realtà…” – Comunicato dei/delle RAF Punk,1982

“Repressi sul palco ma in realtà…” è il titolo di comunicato/volantino scritto dai RAF Punk, probabilmente primo vero e proprio gruppo anarcho/queer punk bolognese, distribuito insieme alla compilation “Schiavi nella città più libera del mondo” nel 1982. Compilation a cui parteciparono Stalag 17, Anna Falkss e Bacteria, tutti gruppi appartenenti alla scena bolognese. Un comunicato che, riletto a distanza di decadi, funge da ottima fotografia di cosa fosse la scena hardcore punk politicizzata italiana degli anni ’80; un comunicato che in molti passaggi (per esempio quando si parla di torture nelle carceri o leggi repressive speciali) potrebbe risultare più attuale che mai. Rileggere oggi certe parole affinchè si torni a rendere l’hardcore davvero un’arma per minacciare l’esistente, un mezzo con cui riaccendere i fuochi di rivolta contro questo sistema oppressivo, alienante e che ci reprime tanto a livello personale quanto politico. Una fotografia disillusa, forse dalle tensioni nichiliste, ma estremamente vivida e sopratutto autocritica di sè, del punk-hardcore, delle proprie realtà e del proprio tempo. Come scrivevano i /le Raf Punk ribelliamoci alla morte!

REPRESSI SUL PALCO MA IN REALTA’…

Merda! Finiamo ogni giorno sempre più nella merda e neppure ce ne accorgiamo. Abbiamo iniziato col non meravigliarci più dei progressi della tecnologia (e fin qui niente di male) e siamo finiti a non meravigliarci e ad accettare come normale, perfino banali, le leggi speciali, i fermi per la strada, i soprusi continui, le perquisizioni, le schedature, i pestaggi, i fogli di via, gli arresti immotivati, addirittura la tortura nelle carceri. 

Rimaniamo completamente cinici, freddi, indifferenti, di fronte ai massacri, ai militari inviati da ogni parte per dare dimostrazioni di efficienza e professionalità, rimaniamo passivi di fronte al militarismo crescente, ai morti di eroina, ai missili che ci circondano, ai faccioni dei macellai affamati di sangue nei manifesti stradali, alle radiazioni sprigionate dalle centrali che fanno aumentare a dismisura i cancri nel nostro corpo, ce ne stiamo qui come sanguisughe capaci ormai solo di fregarci l'uno con l'altro o di sbranarci quando la salvezza non è più possibile.

Ed anche quest'anno ci siamo fatti le nostre squallidamente programmate vacanze a Rimini, a Porto Recanati o in Grecia, per i compagni solo a parole. Anche quest'anno ci prepariamo a farci fottere in una scuola che ci fa schifo ma che non abbiamo neppure più voglia di scuotere e sabotare, o magari ci faremo togliere quel piccolo desiderio di rivolta, di vita, di libertà, di gioia e di calore umano che ci è rimasto, lasciandoci rinchiudere in un carcere camuffato da breve, utile e formativa vita militare.

E pure, saremo disposti a non accorgerci delle ossa rotte, delle botte continue, dei pavimenti coperti di sangue, dei litri di acqua salata, facendo magari attenzione solo agli onesti e caritatevoli amici della DC o del PSDI (e sotto sotto anche del PC), indignati per l'inconcepibile trattamento a cui sono stati sottoposti i democratici e giusti Zorro italiani, disgraziatamente incarcerati.

Intanto l'autorità militare ci rassicura che i leggeri disordini sono stati domati, che non è successo niente, che lo spettacolo continuerà regolarmente.

MA SIAMO DAVVERO DISPOSTI AD ACCETTARE TUTTO CIO'?

Mussolini è ormai più che putrefatto. Tambroni non lo ricorda più nessuno. Cossiga, che sfiga è sparito, ma sotto la giacca di Spadolini si intravede una divisa.

PER QUANTO ANCORA ACCETTEREMO?

Svegliamoci, gettiamo via la disco, i faccini falsamente soddisfatti e ribelliamoci alla morte, chiediamo, urliamo, critichiamo, pensiamo, VIVIAMO.

Per l'anarchia, dalla finzione alla realtà.

(Chi si lascia opprimere, opprime anche te. Digli di smettere...)

 

Hyle – Weapons I’ve Earned (2020)

Se il precedente “Malakia” mi fece innamorare immediatamente del sound delle Hyle, questo “Weapons I’ve Earned” ha cementato in modo assoluto il mio amore per loro e per la loro musica. Ma andiamo con ordine…

L’ impatto che si ha con questo nuovo album intitolato “Weapons I’ve Earned” e targato Hyle è visivo prima ancora che sonoro. Ed è devastante, grazie ad una copertina dai colori accesi raffigurante il sempre caro compagno Satana, un artwork affascinante e dai tratti esoterico-psichedelici enfatizzati dalla scelta di utilizzare colori molto netti e accesi. Quando poi si inizia ad addentrarsi nell’ascolto, si viene travolti senza pietà dalla robustezza e dall’urto brutale e monolitico del sound proposto dalle bolognesi, un sound che con questa ultima fatica sembra aver ormai virato in modo quasi definitivo verso territori stench-crust punk, senza disdegnare interessanti incursioni nel death metal britannico di scuola Bolt Thrower (sopratutto nel riffing). Senza mai completamente abbandonare l’influenza d-beat/hardcore che ha caratterizzato i precedenti lavori e soprattutto quella perla che era ed è tuttora “Malakia“, le Hyle hanno irrobustito la propria proposta, hanno aumentato la componente “metallica” e hanno saputo rileggere la tradizione britannica degli anni ’80 di Sacrilege, Axegrinder e Deviated Instinct in una chiave attuale e abbastanza personale, riuscendo nell’arduo compito di non suonare come qualcosa di fin troppo scontato e “già sentito”. Il riff che apre e successivamente sorregge l’intera “Holding my Breath” (una delle tracce che ho maggiormente apprezzato) penso possa essere preso ad esempio perfetto della compattezza e di un certo gusto per il groove presente nel suono che caratterizza tutte e otto le tracce di questo Weapons I’ve Earned, mentre la melodia che accompagna l’inizio di “I’m a Slob” mostra apertamente quanto le radici delle Hyle siano ben piantate in profondità in quel brodo primordiale tra metal estremo e hardcore punk conosciuto come stenchcore. Certamente le Hyle non inventano nulla e forse non è nemmeno nei loro intenti suonare originali, ma la loro formula ormai matura che oggi potremmo definire senza troppi problemi come “death’n’crust” sa dove e come colpire per lasciare squarci profondi e insanabili, soprattutto grazie ad un comparto lirico profondamente bellicoso e schierato nettamente su argomenti quali il femminismo, le tematiche queer, la lotta anticapitalista e in generale riconducibili ad un rifiuto totale di ogni forma di gerarchia, autoritá e discriminazione. Nel complesso siamo al cospetto di un disco monolitico e devastante che non mostra segni di cedimento o passi falsi, in cui è davvero difficile parlare di questa o quell’altra traccia nello specifico visto che il livello generale del songwriting è molto alto. Questo è senza dubbio dovuto ai tanti pregi delle bolognesi, dalla batteria martellante e tritaossa ad una voce lancinante che si insinua nel cervello e sembra poter divorarci dall’interno, passando per un riffing praticamente sempre azzeccato che strizza spesso l’occhio ad un certo groove propriamente death metal. E mentre la brutale doppietta finale composta da “Ancestors” e “Flesh” ci accompagna al termine di questa discesa negli abissi di Weapons I’ve Earned, prendiamo definitivamente coscienza del fatto che le Hyle abbiano probabilmente pubblicato il loro disco più maturo e devastante, riuscendo a trovare la formula perfetta per radere al suolo qualsiasi cosa si ponga ad intralciare il loro cammino. Terminal filth death’n’crust… nient’altro che questo.

 

 

“La Rabbia di un Mondo che sta Morendo” – Intervista ai Caged

Settimana scorsa hanno arrestato alcuni compagni e alcune compagne a Bologna nel corso dell’operazione chiamata “Ritrovo”. In occasione di questo ennesima azione repressiva dello Stato ai danni di coloro che quotidianamente e concretamente lottano contro questo esistente alienante e contro un sistema economico che sfrutta e opprime le nostre vite, i Caged, gruppo bolognese/imolese, ha deciso di prendere posizione netta in solidarietà con i/le compagn* arrestat* pubblicando su bandcamp un brano inedito i cui ricavi saranno benefit a supporto delle spese legali. Partendo proprio da questo fatto ho contatto i Caged per affrontare alcune questioni di fondamentale importanza e attualità nell’agire politico di tutti noi che hanno preso la forma dell’intervista/chiacchierata. Le parole dei Caged ribadiscono che l’hardcore va oltre la musica e deve essere ancora oggi una minaccia per questo esistente fatto di gabbie e sfruttamento! Con la rabbia di un mondo che sta morendo, in solidarietà e complicità con i compagni e le compagne arrestate a Bologna e con tutti coloro che subiscono la repressione statale ogni giorno, affinché delle galere, e di questo mondo di merda, rimangano solo macerie!

Libertà per Stefi, Elena, Nicole, Emma, Ottavia, Duccio, Guido, Zipeppe, Leo, Martino, Tommi e Angelo!

Ciao ragazz*, voglio iniziare questa intervista partendo dalla vostra ultima iniziativa benefit, ovvero la pubblicazione di un nuovo brano su bandcamp a sostegno dei compagni e delle compagne arrestate a Bologna nel corso dell’operazione repressiva chiamata “Ritrovo”. Come mai questa scelta? Volete parlarne?

Ciao Stefano, innanzitutto grazie per averci incluso nella tua webzine. Sin da quando siamo andati a registrare il nostro primo EP l’agosto scorso abbiamo deciso di tener fuori una canzone da utilizzare diversamente; dopo qualche tempo abbiamo deciso che l’idea migliore sarebbe stata utilizzarla per sostenere delle cause che ci stanno a cuore.
Inizialmente avevamo deciso di aiutare un/a compagn* che fosse dentro per atti legati alla liberazione animale, umana e della Terra, in linea con il testo della canzone, ma dopo l’arresto dei/le compagn* abbiamo ritenuto opportuno aiutare loro. Quando la situazione
cambierà il brano rimarrà benefit come è attualmente, cambiando a chi verranno destinati i soldi.

Legata alla prima domanda, quanta importanza pensate abbiano le varie compilation o concerti benefit per le spese legali di coloro che si oppongono a questo sistema economico e politico?

L’organizzare concerti benefit o altre iniziative di solidarietà nella scena hardcore punk ha diversi lati positivi. Tanto per cominciare permette di parlare della questione anche a persone che diversamente, magari, non sarebbero venute a conoscenza di una data situazione. Quindi allargare la solidarietà. Inoltre, questo processo di diffusione dei motivi della causa, può permettere un dibattito all’interno della scena stessa e degli ambienti che vive e frequenta, arricchendola di contenuti. Senza contare il contributo in denaro, seppur minimo, alle spese legali dei prigionieri/indagati, che non è da sottovalutare. Per concludere non bisogna soffermarsi solo ed unicamente sul lato economico di tali iniziative e quindi costringersi in un mero ragionamento costi/benefici, ma allargare gli orizzonti della solidarietà e trasformarla in un’occasione di confronto, dibattito, aggregazione e diffusione di determinati messaggi.

Per quanto mi riguarda l’hardcore non è soltanto musica ma un mezzo per lanciare messaggi e minacciare, anche concretamente con l’azione diretta, questo esistente capitalista che si basa sullo sfruttamento, sulla repressione e sull’oppressione delle nostre vite. Qual è la vostra idea in merito alla questione “hardcore non è solo musica”?

Siamo perfettamente d’accordo sul ruolo che riveste l’hardcore con i suoi messaggi all’interno del contesto sociale e politico dentro al quale si inserisce. E’ neccesario anche ribadire che riempire un genere musicale di significato a livello di contenuti non è l’unica
cosa pratica che possiamo attuare nella nostra vita per contrastare l’esistente.. la sostanza dell’agire rimane sempre la via più diretta per opporsi a quello che combattiamo.
L’hardcore è musica, ma non solo! L’hardcore punk è sempre stato caratterizzato da messaggi di disagio e rabbia sociale. Inoltre, chi ha vissuto e vive la scena e i suoi spazi ha sempre avuto la possibilità di esprimere sé stesso, all’interno di un contesto sensibile a numerose tematiche, dall’antirazzismo all’antiautoritarismo. Nonostante le contraddizioni che ancora esistono, la scena hardcore rimane una nicchia all’interno di questo mondo dove la sopraffazione dell’uomo sull’uomo, l’avidità, l’individualismo di stampo borghese, ne fanno
da padrone. Tutto ciò, è possibile per l’appunto perché nell’hardcore punk l’aspetto politico e di critica sociale sono fondamentali, tanto quanto la musica.

Vi definite un gruppo straight edge e vegano, cosa significano per voi queste due nette prese di posizione etiche e politiche? Quanto è importante nelle vostre vite la lotta antispecista legata alla scelta dell’essere vegani?

Sì, siamo straight edge e vegani e la band spinge le tematiche relative a queste prese di posizione. Siamo convinti che ognuno di noi possa fare la differenza, attraverso le scelte che vengono intraprese durante il corso della vita. Ogni persona può essere fondamentale,
soprattutto nella lotta. La società nella quale viviamo ci convince ogni giorno che non contiamo niente, se non nei contesti nei quali la nostra produttività può apportare maggior profitto al padrone di turno. Ci hanno isolati, parcellizzati. Hanno dilaniato ogni lotta,
reprimendola e slegando ogni legame di solidarietà, alimentando qualsiasi mezzo che diffondesse alienazione e miseria culturale.
Non staremo ad elencare cosa rappresenta la droga (dagli psicofarmaci, alla cocaina e all’alcol) in questo mondo, dalle sue funzioni di controllo sociale fino ai risvolti nel mercato capitalistico e nell’industria della guerra. Basta aprire gli occhi e problematizzare la
questione. Prendere coscienza, che anche il consumo ha un peso sulle vite di altre persone. Noi in questo senso abbiamo fatto una scelta, che per quanto sia personale, è di tipo politico.
Lo stesso, in altri termini, vale per il veganismo. Per noi l’industria della carne, come lo stesso sistema di produzione capitalista, è un cancro, che sta divorando animali, lavoratori e la Terra stessa. La nostra scelta è una presa di posizione rispetto a tutto ciò e rispetto a tutti i settori dell’industria e della ricerca scientifica che considerano gli esseri viventi come una merce, animali e non. L’antropocentrismo che è insito nella nostra civiltà occidentale è un male, che ha portato alla distruzione di interi ecosistemi, all’estinzione di numerose specie animali e pare esser diventato una seria minaccia alla sopravvivenza della nostra stessa razza umana. La situazione è grave e bisogna prendere posizione, non solo per empatia verso gli altri esseri viventi che continuano ad esser sfruttati impunemente, ma anche per rifiutare coscientemente questo stato di cose attuali e rendersi conto che le proprie scelte di vita hanno un peso sostanziale, unite all’azione, all’attivismo nelle proprie realtà.
Ultimo ma non meno importante : essere vegan a livello di scelta alimentare non ha alcun risvolto nella lotta antispecista perchè il mercato è in grado di assorbire qualsiasi forma di “boicottaggio” consumistico integrandola nella propria fetta di offerte. Avere il menù vegano a portata di mano non deve essere il nostro obbiettivo nella lotta dobbiamo puntare alla distruzione di tutte le gabbie fisiche e mentali che permettono a questo mondo di perpetuare lo sfruttamento.

Il vostro nome significa letteralmente “imprigionati,” quindi non stupisce che voi vi schieriate apertamente e nettamente contro ogni forma di gabbia e carcere, tanto per gli esseri umani quanto per gli animali. So che è una domanda molto ampia e a cui sarà probabilmente difficile rispondere, ma qual è la posizione dei Caged in merito alle carceri, alla repressione statale e alle gabbie di ogni sorta?

Cosa si può pensare delle gabbie. Possiamo concordare sul fatto che siano oggetti o strutture il cui fine ultimo è la privazione della libertà di un individuo, a prescindere dalle valutazioni di merito sulle motivazioni che partano alla loro creazione e sul loro utilizzo. La
nostra posizione rispetto al carcere parte quindi da questo assunto e dalla domanda: è giusto punire una persona con la privazione della libertà, per aver violato la legge? Il dibattito anticarcerario è davvero molto vasto e in queste poche righe c’è il rischio di banalizzare
l’argomento, che è molto complesso. Sicuramente, troviamo nel carcere il simbolo di questa società, sia per l’organizzazione gerarchica della struttura, sia per il tipo di controllo coatto
che viene esercitato sui detenuti, sia per la composizione sociale di questi ultimi. Inoltre, l’argomento del carcere apre anche un dibattito su che cosa è la Legge, chi la crea, chi difende e come viene fatta rispettare. Una serie di quesiti, che trovano nelle risposte ad esse un unico filo conduttore: l’ingiustizia di questo stato di cose. Alexander Berkman affermava: It is the system, rather than individuals, that is the source of pollution and degradation. My
prison-house environment is but another manifestation of the Midas-hand, whose cursed touch turns everything to the brutal service of Mammon. (in Prison Memoirs of an Anarchist,
1912)
Per concludere vorremmo sottolineare che i compagni arrestati e indagati per l’operazione “Ritrovo” sono stati perseguiti anche per varie iniziative a carattere anticarcerario e contro i Centri di permanenza per i rimpatri degli immigrati “clandestini”. Fatto che fa riflettere su come certi argomenti siano molto sensibili in un sistema che basa la propria autorità sulla coercizione e sul monopolio della violenza.

Fate parte della scena hardcore, un genere musicale che da sempre è
connotato da una profonda vena politica e che ancora oggi convive conpratiche fondamentali come occupazioni, autogestioni o autoproduzioni.
Che ruolo rivestono nel vostro progetto pratiche come il DIY o
l’autogestione?

Per noi il DIY e l’autogestione sono inscindibili dal nostro vivere questa musica. A partire dalle salette prove che abbiamo frequentato, fino alla pubblicazione del disco. Non è neanche una presa posizione, ma proprio un naturale approccio in quello che facciamo. E’ un modo diverso di affrontare la realtà ed è parte del nostro quotidiano: ognuno di noi, con le sue possibilità e i suoi tempi, cerca di farne una pratica costante. non solo per il gusto di creare le proprie mani, ma soprattutto per una scelta di consumo differente.

Passando al lato musicale, non son moltissimi i gruppo in Italia oggi a
suonare un Metal-hardcore novantiano come fate voi. Da dove viene
l’idea di suonare proprio questo genere? Quali sono i gruppi a cui vi ispirate?

L’idea nasce dai nostri gusti musicali, volevamo fare qualcosa che portasse avanti tematiche importanti attraverso i generi musicali che ci piacciono. Ovviamente il cantato e la musica riflettono la rabbia per lo stato attuale di cose, la necessità di un cambiamento e una “chiamata alle armi” per esso. Alcuni dei gruppi che significano molto per noi sono: Morning Again, Chokehold, Seven
Generations, xRepentancex, Ecostrike, Magnitude.

Pensate che, politicamente e nelle lotte concrete che siano anti-carcerarie, antispeciste, ecc, l’hardcore abbia ancora molto da dire o abbia in sé un potenziale rivoluzionario e/o insurrezionale?

L’hardcore ha molto da dire, se le persone che lo animano hanno ancora la necessità di comunicare qualcosa su questi temi e se ce ne sono altre che sono ricettive a questi messaggi. L’hardcore punk è un organismo che senza le cellule che lo rendono vivo, muore e perde di senso. Attualmente, il suo potenziale è molto basso, perché viviamo in una situazione sociale stagnante. Però finchè ci saranno persone pronte ad alzare la voce e a battersi per quello in cui credono, ci sarà sempre speranza. Questo non vale solo per una scena musicale, ma per tutti gli ambiti della nostra quotidianità.

Per concludere, come vedete voi l’hardcore? Cosa significa per voi suonare hardcore? Che obiettivi vi ponete come gruppo e cosa volete trasmettere con i vostri testi?

In parte crediamo di aver già risposto a questa domanda, con ciò che abbiamo detto di
sopra. Quello che ci proponiamo come band è sicuramente dare voce a chi non ne ha. Far
emergere la voce di quegli oppressi, umani e non, che ogni giorno vengono sfruttati e uccisi
dalla macchina di morte capitalista. Quindi sensibilizzare più gente possibile a certi
argomenti, con la speranza, infine, di creare una nuova consapevolezza. Infatti, per noi il
processo di autodeterminazione di un individuo è il primo passo verso un percorso di
attivismo contro questo stato di cose presenti.
Infine, come band supporteremo tutte le cause e le situazioni di compagni, nei limiti
dell’umano.
Grazie ancora dell’intervista!

Grazie a voi carissim* Caged! 

 

Caged – “Freedom for All, Solidarity for the Comrades”

Riporto il breve comunicato con cui i Caged, gruppo metalcore bolognese, accompagnano la pubblicazione di una loro nuova traccia (The Death Upon the Sea) per sostenere le compagne e i compagni arrestate/i nelle scorse ore nel corso dell’operazione “Ritrovo”.

“Questa traccia la pubblichiamo per sostenere compagn* arrestat* durante l’operazione repressiva “Ritrovo”.
Siccome non è possibile in questo momento fare concerti benefit abbiamo pensato a contribuire con questa raccolta.
Abbiamo per questo deciso di mettere un’offerta minima per il download della traccia. Link: https://cagedxvx.bandcamp.com/

Tutto il ricavato verrà devoluto a sostenere le spese legali de* compagn* anarchic* indagat* e incarcerat* a causa dell’operazione repressiva “Ritrovo”, del 13 maggio 2020.
Per chi fosse interessat* ad approfondire la questione e volesse scrivere a prigionier*, vi indirizziamo a questo link:
oltreilcarcere.noblogs.org/post/2020/05/14/chi-lotta-non-e-mai-solx/

Tutt* Liber*
Per un mondo senza gabbie ne frontiere!

We publish this track to support the comrades arrested during the “Ritrovo” repressive operation.
Since it is not possible at this time to do benefit concerts, we thought to contribute with this fundraising.
We have therefore decided to put a minimum offer to download the track.

All proceeds will be donated to support the legal costs of the anarchist comrades investigated and imprisoned due to the “Ritrovo” repressive operation, of 13 May 2020.
For those interested in investigating the matter and wanting to write to prisoners, we direct you to this link:
oltreilcarcere.noblogs.org/post/2020/05/14/chi-lotta-non-e-mai-solx/

Freedom for all!
For a world without cages or borders!”

 

Horror Vacui – “Living for Nothing… Or Die for Something” (2020)

Ciò che è morto, non si uccide. L’eternità è lunga, cerca di abituartici (The Addiction – Vampiri a New York)

Horror vacui significa letteralmente terrore del vuoto. Horror Vacui è però da qualche anno anche il nome dietro cui si celano cinque entità vampiresche che stanno in agguato nell’oscurità dell’underground bolognese. A distanza da due anni dall’ottimo “New Wave of Fear”, i nostri “più punk dei dark e più dark dei punk” pubblicano un nuovo esaltante album dal titolo “Living for Nothing…Or Die for Something” che prosegue nell’esplorazione di un sound che prende a piene mani dal post-punk e dal death rock, creando atmosfere decadenti e scenari dai tratti profondamente gotici.

Influenze dei nostri vanno ricercate lungo un percorso che partendo dalle pulsioni anarcho punk britannico tanto di gruppi come gli A Touch of Hysteria quanto di primordiali creature post-punk come i fantastici Vex, passando attraverso gli abissi oscuri ma al contempo rivestiti di un romanticismo decadente di band iconiche e seminali come i Christian Death, i Bauhaus, i Fields of the Nephililm, giunge a toccare territori in cui la proposta degli Horror Vacui si avvicina a quanto fatto recentemente dai Belgrado o dai Crimson Scarlett, riuscendo, in certi passaggi, a far riaffiorare alla memoria anche i fenomenali Screaming Dead di “Night Creatures” pur spogliandoli dall’utilizzo iconoco del sax.

Dopo aver provato a dare un quadro generale delle influenze che vivono e affiorano dentro la proposta degli Horror Vacui, la cosa migliore da fare è lasciarsi inghiottire dalle atmosfere gotiche e angoscianti di questo nuovo “Living for Nothing… Or Die for Something” e lasciarsi sopraffare dall’oscurità che lentamente ci inghiotte durante l’ascolto di queste otto schegge di death rock vampiresco e terrificante. Questa discesa nella decadenza gotica e dalle tinte dark dell’universo sonoro e tematico degli Horror Vacui comincia con “Consolation Prize”, brano che traccia fin da subito le coordinate guida che caratterizzano l’intero lavoro, tra pulsioni new wave sottolineate dall’uso accurato delle melodie di chitarra e una voce sofferta perfetta per disegnare paesaggi tetri e dominati dall’oscurità.

My Funeral My Party” ha il sapore di una ballata dannata ed è attraversata da  venature di romanticismo decadente che fanno emergere nell’ascoltatore sensazioni contrastanti, tanto di amara dolcezza quanto di angoscia. A parer mio uno degli episodi migliori di tutto il disco. Anche la quinta traccia intitolata “Frustration” risulta essere un ottimo esempio di death rock targato Horror Vacui, con la sua melodia decadente e la voce sofferente di Koppa che si fanno strada nella testa dando l’impressione di non volersene andare mai più, trasmettendo un senso di angoscia misto ad impotenza e frustrazione, appunto. Un atmosfera ipnotica domina invece la successiva “Living in Tension”, traccia che ci fa piombare in una trance dai tratti addirittura paranoici, o almeno questo è quello che ha evocato in me il suo ascolto. 

Mentre l’ascolto di questa ultima fatica in casa Horror Vacui volge al termine, si risvegliano paure e mostri apparentemente sopiti nei meandri più impenetrabili della nostra mente; mentre vampiri ci mordono il collo e il nostro sangue sazia la loro sete, veniamo divorati interiormente dalla scelta di vivere per niente o morire per qualcosa. “Living for Nothing… Or Die for Something” è in fin dei conti niente più che l’ennesima perla oscura di vampire punx che ci regalano gli Horror Vacui, che riesce nell’intento di migliorare quanto già fatto sul precedente “New Wave of Fear”

Horror Vacui, vampiri a Bologna

A Lesson in Violence: Crisis Benoit e Sadako

In questo nuovo articolo vi porterò per la prima volta una doppia recensione, visto che da pochissimi giorni è stato pubblicato sia il nuovo lavoro dei bolognesi Crisis Benoit, sia la prima fatica dei Sadako, nuova creatura direttamente da Sassari. Come se non bastasse i due gruppi saranno impegnati proprio in questi giorni in un mini tour di quattro date che li vedrà suonare in Austria e Svizzera, per poi concludere questo viaggio all’insegna della violenza sonora il 26 di Novembre a Bologna (per sapere dove, come e quando, stay tuned sui profili social dei due gruppi). Il mio consiglio è quello di non farvi scappare questa doppia dose estremismo sonoro per niente al mondo, perché sia i Crisis Benoit che gli emergenti Sadako sanno sul serio cosa significa sbriciolare ossa e conoscono perfettamente il concetto di “violenza, non musica”. E se continuerete a leggere questo articolo, capirete perché con questi due brutti ceffi non si deve scherzare. Volete una lezione di violenza? Prendete appunti.

Amanti dell’hardcore più estremo e furioso e del wrestling in tutte le sue forme, ecco a voi che tornano sulle scene i Crisis Benoit con il nuovissimo “Icon of Violence”, un titolo che non può lasciare spazio all’immaginazione in merito a quanto ci troveremo ad ascoltare. Un concentrato di violenza sonora inaudita che colpisce sui denti come una mazza da baseball e che ti prende a pugni nello stomaco per una quindicina di minuti, senza lasciar tregua o possibilità di riprendere fiato. Qualcuno potrebbe definire la proposta dei nostri cari bolognesi come powerviolence o grindcore, ma sinceramente le etichette a questo punto lasciano il tempo che trovano signori e signore all’ascolto, visto che quello che ci offrono i Crisis Benoit con queste 13 tracce sono solamente violenza e rumore, estremismo sonoro e terrorismo musicale, con l’unico intento di aprirci il cranio a metà e di lasciarci morenti al suolo una volta finito il massacro; o l’incontro visto che come al solito il filo conduttore di tutto il lavoro è la passione incondizionata per il wrestling che anima i nostri fin dal loro primo demo. Come sempre inoltre i Crisis Benoit ci mettono ingenti dosi di sana ignoranza e ironia in quello che fanno, preferendo ad una improbabile attitudine da duri e puri della scena, la strada del “non prendiamoci troppo sul serio” e del divertimento. E questo loro approccio rende la loro proposta, già di per se originale nell’accostare l’hardcore sparato a mille alla tematiche e all’immaginario del wrestling, ancora più interessante ed estremamente godibile. L’album, prodotto da Slaughterhouse Records in formato cassetta, si apre con una veloce intro strumentale seguita dalla prima traccia “The Walking Riot”, pezzo che si apre con un riff thrash metal e che omaggia una leggenda come Wild Bull Curry, riconosciuto storicamente come padrino dell’hardcore style nel wrestling americano. Proseguendo tra gli altri 12 pezzi che compongono questo “Icon of Violence” ci troveremo immersi in un vortice di citazioni a tutto il mondo e all’immaginario del wrestling mondiale, caratteristica questa a cui ci hanno abituato da sempre, lavoro dopo lavoro, i Crisis Benoit. Ed ecco allora che troviamo un pezzo come “Necro Butcher” dedicato all’omonimo ex Wrestler statunitense, “Puroresu” che prende il nome dal termine con cui si indica il wrestling praticato in terra nipponica oppure “Montreal 11/9”, traccia che tratta uno dei casi più controversi nella storia della WWF, conosciuto anche come Montreal Screwjob. L’album poi si conclude con “I Wanna ECW all night”, brano che riprende direttamente e liberamente la famosissima “I Wanna Rock’n’Roll All Night” dei Kiss, reintrerpretandola completamente in chiave grindin’hardcore/pv, pur mantenendo un groove fottutamente rock’n’roll. Per concludere, i Crisis Benoit sanno fare il loro sporco lavoro e lo sanno fare molto bene, riuscendo ad intrattenere e tenere incollati all’ascolto come il più avvincente dei match. Una lezione di violenza inaudita, sangue e sudore sul ring, questo è “Icon of Violence”… 13 mazzate sui denti che arrivano all’improvviso. Un concentrato di violenza, non musica, che non ci lascerà tempo per riprendere fiato. Tutto questo sono i Crisis Benoit, nothing less, nothing more.

Con i Sadaku sarò molto più breve, ma giusto perché trattandosi della loro prima fatica in studio credo che le parole servano a molto poco e che l’ascolto del loro omonimo album possa darvi tutte le risposte che cercate, soprattutto se siete alla ricerca di un fastcore/powerviolence imbastardito con echi di crust e grind qua e la che non lascia scampo e che si propone come unico obiettivo quello di annichilirci a colpi di violenza sonora. Le tematiche affrontate nelle liriche dai sardi sono assolutamente uno dei punti forti della loro proposta in quanto cariche di pulsioni riottose e prese di posizione nette contro questioni come lo sfruttamento animale o il militarismo. Un esempio lampante delle posizioni antimilitariste che animano i Sadako è senza ombra di dubbio la nona traccia “RWM”, che prende il nome dalla fabbrica di bombe stanziata a Domusnovas (nella zona meridionale della Sardegna) e che negli anni ha visto la nascita di un movimento territoriale antimilitarista che ha messo in atto pratiche come il sabotaggio e l’occupazione, in modo da attaccare la presenza e i profitti di tale fabbrica di morte. Le tematiche affrontate negli altri pezzi sono riconducibili alla lezione classica dell’hardcore italiano degli anni 80/90 e di gruppi come Declino, 5°Braccio o Sottopressione, ma anche di gruppi più recenti come i Repressione. Tracce furiose e sbriciola ossa accompagnate da testi riottosi e incazzati, questo è quello che ci offrono i Sadako con la loro prima fatica in studio. Un pezzo come “Distruzione della monotonia: nessuna abitudine all’uguale” condensa, a mio parere, tutto quello che ho appena detto. Un concentrato di rabbia e rumore che non si ferma davanti a niente e nessuno, una lezione di violenza che vi farà pentire di esservi imbattuti nei Sadako. La domanda è sempre la stessa: cazzo volete di più?

 

Sadako + Crisis Benoit + Igioia live in Innsbruck
(Foto rubata dal profilo Fb del buon Pavel)

È solo una piccola lezione di violenza sonora, una questione di terrorismo musicale. Avete preso appunti? Siete pronti per il massacro? Come al solito, so’ cortellate quante ne volete.

Kontatto – Fino Alla Fine (2017)

Immaginate se i Wretched dei seminali “In Nome del Loro Potere Tutto è Stato Fatto” (1983) e “Finirà Mai?” (1984) fossero cresciuti a stretto contatto con la scena d-beat/crust svedese a cavallo tra gli anni ’80 e i primi ’90 e, pur preservando tutto il loro grezzume e la bellezza annichilente del loro “caos non musica”, avessero appreso la lezione di Avskum, Driller Killer e Anti Cimex e, per quanto riguarda il gusto per certe linee melodiche di immediato impatto, di Disfear e in parte dei Wolfpack/Wolfbrigade, cosa ci troveremmo ad ascoltare quest’oggi? Oppure provate a pensare se gli Eu’s Arse del primordiale “Lo Stato ha Bisogno di Te? Bene, Fottilo!” (1982) suonassero il punk-hardcore a la maniera selvaggia e distruttiva dei giapponesi Death Side, cosa ne verrebbe fuori? Se avete risposto senza pensarci troppo “i Kontatto”, beh cari miei vi posso assicurare che il risultato finale difficilmente potrebbe suonare troppo diverso da questo “Fino Alla Fine”, ultima fatica in studio per i nostri cinque punk bolognesi. Dopotutto l’influenza primordiale dei Wretched (e degli Eu’s Arse) sulla musica e sulle liriche dei Kontatto può essere considerata una costante nella ormai pluridecennale carriera dei nostri; costante che i Kontatto hanno saputo trasformare fin dagli inizi in un loro punto di forza, riuscendo a reinterpretare questa lezione, fondamentale per chiunque si approcci al punk-hardcore in Italia, in maniera del tutto originale e personale e questo è merito soprattutto della loro indiscutibile qualità nel songwriting e dell’ottima tecnica strumentale che contraddistingue Marzia dietro le pelli, Koppa e Febo alle chitarre e Ago al basso. Per non parlare poi delle vocals abrasive e corrosive di Mario che ricordano in molti passaggi una versione ancora piú grezza e incazzata della voce di Giamario dei soliti Wretched. Inoltre possiamo notare come i bolognesi non si facciano alcun problema ad omaggiare in maniera palese lo storico gruppo punk milanese già a partire dalla copertina sulla quale possiamo gustarci un punk raffigurato in bianco e nero che indossa proprio una maglietta dei Wretched.

Ma quali spensierati e leggeri, i Kontatto mostrano fin da subito le loro intenzioni e la loro attitudine sincera, spazzando via ogni dubbio (caso mai qualcuno ne avesse ancora) sull’essenza del loro punk hardcore con l’iniziale “Rifiuto”, una mazzata diretta sui denti che ci inizia a questo “Fino alla Fine”. Un pezzo che non lascia spazio ad interpretazioni fuorvianti su ciò che che li anima e che li spinge ancora dopo anni a concentrare tutto il loro odio e la loro rabbia nelle undici tracce che compongono questo “Fino Alla Fine” e che ci colpiranno violentemente senza lasciarci via di scampo. “Rifiuto”, stando a quanto ci dicono gli stessi Kontatto, é una delle primissime canzoni da loro scritte nel lontano 1998 e concentra in pochi minuto tutta l’avversione che i nostri nutrono nei confronti di autorità e istituzioni repressive ed oppressive come l’esercito, la chiesa, la politica parlamentare o la polizia; rifiuto di ogni logica di potere, di ogni forma di oppressione, di governo e di sfruttamento.  Si tratta dunque di “una sorta di manifesto che nel corso degli anni non è mutato” per i Kontatto e per tutti coloro che hanno scelto “una vita agitata” (citando i Contrasto) abbracciando l’ideale anarchico e la lotta rivoluzionaria contro Stato e Capitale.

L’album prosegue con un altro brano anthemico come solo i Kontatto sanno scrivere. Sto parlando di “Liberi Armati Pericolosi”, titolo che è una citazione di un film poliziesco all’italiana degli anni ’70 ma che a differenza dell’opera cinematografica non fa riferimento a tre ragazzi annoiati dell’alta borghesia che delinquono per divertimento, bensì è un’invettiva chiara contro un’altra categoria di delinquenti, ossia coloro che nascosti dietro una divisa, armati di manganello, seminano morte e violenza in nome della legge. Coloro che ricoprono il ruolo repressivo di braccio armato dello Stato e a difesa dei privilegi della classe dominante. Una presa di posizione netta e assolutamente condivisibile quella espressa dai Kontatto in questo secondo pezzo, sicuramente a livello anche di riff e melodie, uno dei migliori dell’album.

“Avete Perso”, brano con cui prosegue l’album, è bile corrosiva allo stato puro che i bolognesi sputano in faccia alla “massa di carcasse incapace di decidere con la propria testa”, senza fare troppi complimenti. “Fate Schifo” urla la voce abrasiva di Mario e non credo serva aggiungere altro. Si continua con un altro pezzaccio come solo i Kontatto sanno scrivere e il cui titolo è un altro tributo ad un famosissimo thriller degli anni ’80, ossia “Sotto il Vestito Niente”. Canzone che nei riff, nell’assolo e nel martellante ritmo d-beat suonato dalla Marziona, mi ha ricordato molto il sound dei giapponesi Death Side e le cose fatte nel loro strabiliante “Wasted Dream”.

“Non serve venite dall’altra parte del pianeta per essere illegali in un contesto, geografico e politico che sia. Chi rifiuta di amalgamarsi alla massa è clandestino anche all’interno dei patrii confini. Con forza e rabbia ci teniamo a gridare la nostra condizione di clandestinità all’intento di questa sporca società. Siamo tutti clandestini!”. Questa è la spiegazione che danno i nostri cinque Punx bolognesi preferiti al sesto pezzo “Sono un Clandestino”. La capacità dei nostri di costruire linee melodiche e vocali che si stampano immediatamente in testa è sicuramente uno dei loro punti di forza da sempre e questa sesta traccia, sospsesa a metá tra melodie/riff scuola hardcore svedese (Wolfbrigade su tutti) e suoni sporchi di casa Wretched, ne è un esempio perfetto con il suo ripetere incessante <<Sono un clandestino in fuga per la libertá, non mi avrete mai!>>. Ennesimo pezzaccio anthemico scritto dai Kontatto e certamente uno degli episodi migliori del disco. Grido disperato di liberazione e libertá da urlare a squarciagola ai concerti.

Ma giungiamo finalmente al vero e proprio manifesto dei Kontatto e probabilmente a mani basse il pezzo che si staglia su tutti gli altri per qualità, liriche e bellezza. Sto parlando della title-track di questo “Fino alla Fine”, brano in cui i nostri concentrano tutta loro esistenza pluridecennale, la loro passione, la loro coerenza di ideali, la loro attitudine sinceramente punk e anarchica. Inoltre il mood generale e alcuni passaggi sopratutto vocali (“prima o poi capirai” per fare un esempio) mi hanno ricordato il cavallo di battaglia dei pluricitati Wretched “Spero Venga la Guerra”. Canzone che è il riassunto migliore di una presa di coscienza avvenuta durante un percorso iniziato dieci anni fa e che si è rafforzata tappa dopo tappa, disco dopo disco. Un percorso che da “Disillusione” del 2008, passando per “Mai Come Voi” del 2010, e approdando oggi a questo “Fino alla Fine” mette nero su bianco un messaggio di fondamentale importanza che vale per i Kontatto e per tutti noi: <<È troppo presto per arrendersi ma è troppo tardi per cambiare e ricominciare fa zero, o per approdare a lidi che non ci interessano. Nel corso degli anni abbiamo imparato tanto ma non abbiamo nulla da insegnare se non una cosa: sii te stesso, fino in fondo.>> Capolavoro. Fino alla fine, sempre noi stessi. Fino alla fine senza compromessi!

Difficile scrivere parole per i pezzi che verranno dopo la title-track, ma ci proveró per l’amore incondizionato che provo nei confronti dei Kontatto e per quello che ha saputo trasmettermi “Fino alla Fine”, lavoro che ritengo senza troppi problemi la cosa migliore uscita nel panorama punk italiano in tutto il 2017. Torniamo a parlare delle canzoni che ritengo essere piú interessanti presenti sulla lato B del disco. Certamente impossibile rimanere passivi e impassibili dinanzi alla rabbia e all’odio tramutati in musica del pezzo “Spettri di Morte”, un pezzo più attuale che mai visto che si scaglia contro il ritorno (ma se ne erano mai andati?…) del morbo nazifascista, uscito dalle fogne, a causa della crisi economica e dei flussi migratori, e che sta infestando le strade con il suo tanto di morte. Senza entrare in divagazioni storico-politiche, per chi vede i due fenomeni estremamente collegati, è innegabile che ogniqualvolta il capitalismo si trovi in una situazione ciclica di estrema crisi, esso si serva della forza reazionaria e controrivoluzionaria per eccellenza (il fascismo) per scatenare e alimentare la guerra tra poveri e in questo modo per spegnere sul nascere ogni possibilità di insurrezione della classe sfruttata, sia autocotona che migrante. Il messaggio del pezzo è chiaro: Sempre contro ogni forma di fascismo!

Il disco si chiude con l’ennesimo brano-manifesto scritto dai Kontatto. “Non è Competizione” difatti fa riferimento alla filosofia di vita e all’attitudine DIY che anima e tiene in vita la scena punk. Non c’è competizione, non c’è ricerca di profitti, fuori dai coglioni le logiche di domanda/offerta tipiche del mercato e dei locali patinati. La strada che scegliamo di seguire noi tutti, chi organizza concerti, chi tiene vivi e vive gli spazi occupati, chi stampa dischi, chi suona, chi disegna locandine e flyer e pure gli stronzi come me che scrivono su fanzine o blog, è quella dell’autogestione, del Do It Yourself, del fare le cose per passione e non per guadagnarci, della complicità e della solidarietà tra compagni e compagne, della condivisione delle gioie e dei fallimenti, della lotta antagonista. Perché il punk non è solo musica, non mi stancheró mai di ripeterlo. Per alcuni il punk è moda, è un genere musicale come tanti altri, è competizione. Riprendendo quanto scrivono i Kontatto, condividendolo totalmente: <<Noi continueremo per la nostra strada… Sempre in salita ma con abbastanza fiato per gridare in faccia a quelli come loro che il Punk è unione e non competizione!>>

Il biennio 2016/2017 è stato certamente incredibile per quanto riguarda le uscite in ambito D-Beat/Hardcore, basti pensare a “List” dei Martyrdöd e a “Run With the Devil” dei Wolfbrigade, ma anche al meno noto “Ancora” degli Odio di Oakland. Questo “Fino Alla Fine” dimostra nuovamente che i Kontatto posono essere annoverati tra i migliori esponenti del genere a livello internazionale, con i loro brani anthemici e diretti, le loro liriche schierate, la loro attitudine punk, la loro passione sincera e la completa maturitá che hanno ormai raggiunto a livello di songwriting e di qualitá tecnica. Aggiungiamoci poi il fatto che hanno dalla loro parte una particolare caratteristica che pochissimi gruppi possono vantare: le canzoni che scrivono si stampano in tedta e ci rimangono impresse a lungo! “Fino alla Fine” è quindi tutto ciò che dovrebbe essere un disco punk, suona 100% Kontatto e parla la lingua dell’insurrezione, della rabbia, dell’anarchia. Album da avere a tutti i costi e da consumare a furia di ascoltarlo! 

Fino alla fine, per sempre noi stessi. Fino alla fine senza compromessi!

Repressione – Col Sangue negli Occhi (2017)

“Coltiva la tua rabbia 
Coltiva la tua ira 
Una vita di stenti 
Costretti a resistere mostrando i denti 
Continua la lotta”

Il disco di cui mi appresto a parlare questa sera è stato rilasciato lo scorso giugno e, devo essere sincero con voi miei amati lettori di Disastro Sonoro, è stato amore a primo ascolto, tanto da essermelo divorato più e più volte nel corso di questi mesi, avendo nei suoi confronti un rapporto a tratti morboso-ossessivo. Rimane tutt’ora uno degli album che ascolto più frequentemente nei miei viaggi da pendolare su metro e pullman, avanti e indietro tra il grigiore opprimente di Milano e della periferia. Questa breve premessa per sottolineare anticipatamente quanto poco sarò imparziale nel parlare di questo “Col Sangue agli Occhi”, terza fatica in studio dei (miei amici) bolognesi Repressione. Un concentrato di hardcore punk rabbioso ed estremamente combattivo, veloce e frenetico senza però mai suonare rumoroso in modo estremamente eccessivo. In poche parole il perfetto proseguimento di quanto fatto intravedere dai nostri nei già ottimi “Rumore e Rabbia” del 2015 e “Fuoco” dell’anno successivo, altri due album che, per la cronaca, mi hanno reso “addicted” e non poco.

Il fast-hardcore dei nostri, profondamente influenzato tanto dall’approccio tutto italiano al genere quanto da mostri sacri come Infest (di cui troviamo appunto una rivisitazione del brano “The Game” in perfetto stile Repressione), è accompagnato da liriche riottose e mai scontate che più di una volta mi hanno ricordato quella sensazione di militanza raccontata con la poetica a là Contrasto o capaci di riportarmi alla mente alcuni testi dei primi Negazione. E i Contrasto non li ho nemmeno troppo citati a caso visto che nel secondo brano (probabilmente uno dei migliori pezzi presenti su quest’album) troviamo la voce inconfondibile di Max. Sono testi sempre impegnati e antagonisti, di militanza vissuta; testi che trasudano esperienze e sensazioni di lotta quotidiana contro questo sistema oppressivo che schiaccia le nostre vite e che ci vorrebbe ogni giorno sempre più obbedienti, silenziosi e rassegnati. Un sistema che vorrebbe condannarci a morte nell’apparente quieto vivere. Un sistema che, nonostante tutto, continueremo a combattere colpo su colpo, con ogni fottuto mezzo possibile per affermare <<contro l’oppressione, la vita. Per la vita, l’insurrezione>>.

“Ho il cuore fatto strano che soffre la bellezza” canta la buona Silvia a.k.a. Tunonna, ed è proprio per questo motivo che sto facendo estremamente fatica a parlare a cuore aperto di questo “Col Sangue negli Occhi”, un album in cui non riesco a trovare una nota stonata o qualcosa che mi faccia storcere il naso, un album che ancora oggi a distanza di mesi sa come tenermi compagnia e nel quale mi rifugio quando non so cosa ascoltare. Una certezza! Ah e nel caso non l’aveste notato, ve lo butto quì così, il titolo dell’album è direttamente ripreso da un pamphlet scritto dal compagno George Jackson, militante nelle Black Panthers, nel lontano 1971, poco tempo prima di perdere la vita nel carcere di San Quentin per mano di alcuni secondini che gli sparano alla schiena.

Cosa dire poi nello specifico delle 10 incredibili tracce presenti su questo “Col Sangue Agli Occhi” se non che si potrebbero scrivere decine e decine di righe per ogni singolo pezzo? L’album si apre con un pezzaccio che mette fin da subito in chiaro le cose e non lascia dubbi su quanto ci troveremo ad ascoltare nei 13min e 45secondi che seguiranno dopo aver cliccato play: un concentrato di hardcore punk veloce, rabbioso e che sa perfettamente bilanciare momenti più rumorosi e concitati ad altri in cui si può apprezzare appieno tutta la capacità dei Repressione nel riuscire a creare melodie strumentali e linee vocali di immediato impatto che accompagnano pezzi dal gusto anthemico come appunto l’iniziale “Guerra Alla Città”; brano brevissimo ma di un’intensità sconcertante condito con un testo che manifesta tutto il malessere che si prova nell’esser costretti a sopravvivere in ambienti urbani e metropolitani sempre più cementificati, militarizzati ed adibiti a laboratori a cielo aperto per la sperimentazione delle logiche securitarie, del controllo ossessivo e della sorveglianza costante delle nostre esistenze. Se la città dunque muove guerra all’individuo, l’unica risposta possibile è quella che ci urlano nelle orecchie e ci sputano in faccia i Repressione, ossia muovere a nostra volta Guerra alla Città!

Anche la successiva “Huye Hombre” prosegue il percorso dirompente e riottoso iniziato dalla prima traccia mantenendo così alta la tensione e l’atteggiamento combattivo dei nostri, tanto nella musica quanto nelle liriche militanti che si dimostrano sempre incisive e mai scontate! Ho già accennato qualcosina poi in merito alla terza traccia “Cieli di Piombo” che vede la partecipazione alla voce di Max dei Contrasto. Sarà per la presenza di Max, sarà per la capacità dei Repressione di scrivere liriche militanti con un tocco estremamente personale e con una poetica capace di mostrare tutte le sfumature di una esistenza agitata e militante vissuta nel quotidiano, sarà semplicemente che è un brano che racchiude in sè tutto il meglio che ci si può aspettare da un pezzo punk-hardcore, che “Cieli di Piombo” non sfigurerebbe affatto su un album come “Tornare ai Resti” degli stessi Contrasto! Risplenda il fuoco sotto cieli di piombo…che la vita avvolga le fiamme della gioia! 

Non posso poi non spendere due parole su “Macho Free Zone”, una vera e propria mazzata che arriva dritta dritta sui denti senza farsi troppi problemi, la stessa mazzata che si meritano senza troppi indugi tutti coloro che, dentro e fuori la scena hardcore, sedicenti compagni e non, continuano a perpetuare atteggiamenti sessisti e machisti. Il pezzo in questione ha un testo inequivocabile, una presa di posizione netta e rabbiosa nei confronti di coloro che manifestano atteggiamenti oppressivi e discriminatori su base di genere. Questo è un messaggio che noi tutti che viviamo certi spazi, certi contesti e che ci impegniamo quotidianamente nella lotta contro qualsivoglia tipo di discriminazione e oppressione dovremmo sempre tenere presente e agire di conseguenza per emarginare e contrastare attivamente ogni parvenza di atteggiamenti machisti e per allontanare a calcioni nel culo chiunque li tenga!

Potrei e dovrei per correttezza parlare anche delle altre tre tracce (se escludiamo le tre cover di Infest, Vitamin X e xLIEx) ma detto in tutta franchezza non credo serva che io spenda altre inutili parole. Sono infatti ormai convinto che abbiate capito che questo “Col Sangue Agli Occhi” dei Repressione è un album assolutamente imperdibile e che, ne sono certo, terrà in ostaggio per molto tempo le vostre indifese orecchie. I Repressione, come già avevano fatto con i due precedenti lavori, con questa “nuova” (mi pento di non esser riuscito a recensirla prima per questione di coinvolgimento affettivo…) fatica tornano prepotentemente a farvi compagnia e ve la faranno per molto tempo tanto che, fidatevi, a lungo andare vi ritroverete a urlare a squarciagola ogni singola traccia presente sull’ottimo “Col Sangue Agli Occhi”! Ultimo consiglio: appena potete correte a goderveli dal vivo, questi quattro cazzoni bolognesi sanno il fatto loro anche dal vivo!

“Con questa anima inquieta, da sempre in rivolta 
Resisterò ancora, una volta… col sangue agli occhi!” Conclusione migliore non poteva che essere affidata alla ultima strofa di “Col Sangue Agli Occhi”.

Horror Vacui – “Don’t Dance With Me” – New Wave of Vampire Punk & Fear

Finalmente tornano gli Horror Vacui insieme al loro personalissimo e gustosissimo death rock che puzza in egual maniera di post punk e delle derive più glaciali della new wave. Tornano con il video di “Don’t Dance With Me”, brano che anticipa l’imminente uscita, prevista per la primavera che è alle porte, del loro nuovissimo EP dal titolo “New Wave of Fear”, un titolo che ci mette subito in guardia su quanto andremo ad ascoltare, sull’orrore che penetrerà strisciante nelle nostre vene e che risveglierà i mostri sopiti nel nostro inconscio. Il brano scelto per il videoclip è l’ennesimo ottimo pezzaccio scritto da Marzia, Koppa e compagnia “vampiresca” ed il loro “Vampire Punk” si dimostra nuovamente una spanna superiore alle recenti uscite del genere. Se questo è solo un assaggio del nuovo “New Wave of Fear” ne vedremo delle belle cari i miei vampire punx. Aspettando la primavera per assaporare nel complesso il nuovo lavoro degli Horror Vacui, nell’attesa iniziamo a riempire queste ultime notti di gelido inverno danzando in mezzo alle ultime nebbie di febbraio sulle note di “Don’t Dance With Me”!

It’s only dark music baby, and we like it!