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“La Rabbia di un Mondo che sta Morendo” – Intervista ai Caged

Settimana scorsa hanno arrestato alcuni compagni e alcune compagne a Bologna nel corso dell’operazione chiamata “Ritrovo”. In occasione di questo ennesima azione repressiva dello Stato ai danni di coloro che quotidianamente e concretamente lottano contro questo esistente alienante e contro un sistema economico che sfrutta e opprime le nostre vite, i Caged, gruppo bolognese/imolese, ha deciso di prendere posizione netta in solidarietà con i/le compagn* arrestat* pubblicando su bandcamp un brano inedito i cui ricavi saranno benefit a supporto delle spese legali. Partendo proprio da questo fatto ho contatto i Caged per affrontare alcune questioni di fondamentale importanza e attualità nell’agire politico di tutti noi che hanno preso la forma dell’intervista/chiacchierata. Le parole dei Caged ribadiscono che l’hardcore va oltre la musica e deve essere ancora oggi una minaccia per questo esistente fatto di gabbie e sfruttamento! Con la rabbia di un mondo che sta morendo, in solidarietà e complicità con i compagni e le compagne arrestate a Bologna e con tutti coloro che subiscono la repressione statale ogni giorno, affinché delle galere, e di questo mondo di merda, rimangano solo macerie!

Libertà per Stefi, Elena, Nicole, Emma, Ottavia, Duccio, Guido, Zipeppe, Leo, Martino, Tommi e Angelo!

Ciao ragazz*, voglio iniziare questa intervista partendo dalla vostra ultima iniziativa benefit, ovvero la pubblicazione di un nuovo brano su bandcamp a sostegno dei compagni e delle compagne arrestate a Bologna nel corso dell’operazione repressiva chiamata “Ritrovo”. Come mai questa scelta? Volete parlarne?

Ciao Stefano, innanzitutto grazie per averci incluso nella tua webzine. Sin da quando siamo andati a registrare il nostro primo EP l’agosto scorso abbiamo deciso di tener fuori una canzone da utilizzare diversamente; dopo qualche tempo abbiamo deciso che l’idea migliore sarebbe stata utilizzarla per sostenere delle cause che ci stanno a cuore.
Inizialmente avevamo deciso di aiutare un/a compagn* che fosse dentro per atti legati alla liberazione animale, umana e della Terra, in linea con il testo della canzone, ma dopo l’arresto dei/le compagn* abbiamo ritenuto opportuno aiutare loro. Quando la situazione
cambierà il brano rimarrà benefit come è attualmente, cambiando a chi verranno destinati i soldi.

Legata alla prima domanda, quanta importanza pensate abbiano le varie compilation o concerti benefit per le spese legali di coloro che si oppongono a questo sistema economico e politico?

L’organizzare concerti benefit o altre iniziative di solidarietà nella scena hardcore punk ha diversi lati positivi. Tanto per cominciare permette di parlare della questione anche a persone che diversamente, magari, non sarebbero venute a conoscenza di una data situazione. Quindi allargare la solidarietà. Inoltre, questo processo di diffusione dei motivi della causa, può permettere un dibattito all’interno della scena stessa e degli ambienti che vive e frequenta, arricchendola di contenuti. Senza contare il contributo in denaro, seppur minimo, alle spese legali dei prigionieri/indagati, che non è da sottovalutare. Per concludere non bisogna soffermarsi solo ed unicamente sul lato economico di tali iniziative e quindi costringersi in un mero ragionamento costi/benefici, ma allargare gli orizzonti della solidarietà e trasformarla in un’occasione di confronto, dibattito, aggregazione e diffusione di determinati messaggi.

Per quanto mi riguarda l’hardcore non è soltanto musica ma un mezzo per lanciare messaggi e minacciare, anche concretamente con l’azione diretta, questo esistente capitalista che si basa sullo sfruttamento, sulla repressione e sull’oppressione delle nostre vite. Qual è la vostra idea in merito alla questione “hardcore non è solo musica”?

Siamo perfettamente d’accordo sul ruolo che riveste l’hardcore con i suoi messaggi all’interno del contesto sociale e politico dentro al quale si inserisce. E’ neccesario anche ribadire che riempire un genere musicale di significato a livello di contenuti non è l’unica
cosa pratica che possiamo attuare nella nostra vita per contrastare l’esistente.. la sostanza dell’agire rimane sempre la via più diretta per opporsi a quello che combattiamo.
L’hardcore è musica, ma non solo! L’hardcore punk è sempre stato caratterizzato da messaggi di disagio e rabbia sociale. Inoltre, chi ha vissuto e vive la scena e i suoi spazi ha sempre avuto la possibilità di esprimere sé stesso, all’interno di un contesto sensibile a numerose tematiche, dall’antirazzismo all’antiautoritarismo. Nonostante le contraddizioni che ancora esistono, la scena hardcore rimane una nicchia all’interno di questo mondo dove la sopraffazione dell’uomo sull’uomo, l’avidità, l’individualismo di stampo borghese, ne fanno
da padrone. Tutto ciò, è possibile per l’appunto perché nell’hardcore punk l’aspetto politico e di critica sociale sono fondamentali, tanto quanto la musica.

Vi definite un gruppo straight edge e vegano, cosa significano per voi queste due nette prese di posizione etiche e politiche? Quanto è importante nelle vostre vite la lotta antispecista legata alla scelta dell’essere vegani?

Sì, siamo straight edge e vegani e la band spinge le tematiche relative a queste prese di posizione. Siamo convinti che ognuno di noi possa fare la differenza, attraverso le scelte che vengono intraprese durante il corso della vita. Ogni persona può essere fondamentale,
soprattutto nella lotta. La società nella quale viviamo ci convince ogni giorno che non contiamo niente, se non nei contesti nei quali la nostra produttività può apportare maggior profitto al padrone di turno. Ci hanno isolati, parcellizzati. Hanno dilaniato ogni lotta,
reprimendola e slegando ogni legame di solidarietà, alimentando qualsiasi mezzo che diffondesse alienazione e miseria culturale.
Non staremo ad elencare cosa rappresenta la droga (dagli psicofarmaci, alla cocaina e all’alcol) in questo mondo, dalle sue funzioni di controllo sociale fino ai risvolti nel mercato capitalistico e nell’industria della guerra. Basta aprire gli occhi e problematizzare la
questione. Prendere coscienza, che anche il consumo ha un peso sulle vite di altre persone. Noi in questo senso abbiamo fatto una scelta, che per quanto sia personale, è di tipo politico.
Lo stesso, in altri termini, vale per il veganismo. Per noi l’industria della carne, come lo stesso sistema di produzione capitalista, è un cancro, che sta divorando animali, lavoratori e la Terra stessa. La nostra scelta è una presa di posizione rispetto a tutto ciò e rispetto a tutti i settori dell’industria e della ricerca scientifica che considerano gli esseri viventi come una merce, animali e non. L’antropocentrismo che è insito nella nostra civiltà occidentale è un male, che ha portato alla distruzione di interi ecosistemi, all’estinzione di numerose specie animali e pare esser diventato una seria minaccia alla sopravvivenza della nostra stessa razza umana. La situazione è grave e bisogna prendere posizione, non solo per empatia verso gli altri esseri viventi che continuano ad esser sfruttati impunemente, ma anche per rifiutare coscientemente questo stato di cose attuali e rendersi conto che le proprie scelte di vita hanno un peso sostanziale, unite all’azione, all’attivismo nelle proprie realtà.
Ultimo ma non meno importante : essere vegan a livello di scelta alimentare non ha alcun risvolto nella lotta antispecista perchè il mercato è in grado di assorbire qualsiasi forma di “boicottaggio” consumistico integrandola nella propria fetta di offerte. Avere il menù vegano a portata di mano non deve essere il nostro obbiettivo nella lotta dobbiamo puntare alla distruzione di tutte le gabbie fisiche e mentali che permettono a questo mondo di perpetuare lo sfruttamento.

Il vostro nome significa letteralmente “imprigionati,” quindi non stupisce che voi vi schieriate apertamente e nettamente contro ogni forma di gabbia e carcere, tanto per gli esseri umani quanto per gli animali. So che è una domanda molto ampia e a cui sarà probabilmente difficile rispondere, ma qual è la posizione dei Caged in merito alle carceri, alla repressione statale e alle gabbie di ogni sorta?

Cosa si può pensare delle gabbie. Possiamo concordare sul fatto che siano oggetti o strutture il cui fine ultimo è la privazione della libertà di un individuo, a prescindere dalle valutazioni di merito sulle motivazioni che partano alla loro creazione e sul loro utilizzo. La
nostra posizione rispetto al carcere parte quindi da questo assunto e dalla domanda: è giusto punire una persona con la privazione della libertà, per aver violato la legge? Il dibattito anticarcerario è davvero molto vasto e in queste poche righe c’è il rischio di banalizzare
l’argomento, che è molto complesso. Sicuramente, troviamo nel carcere il simbolo di questa società, sia per l’organizzazione gerarchica della struttura, sia per il tipo di controllo coatto
che viene esercitato sui detenuti, sia per la composizione sociale di questi ultimi. Inoltre, l’argomento del carcere apre anche un dibattito su che cosa è la Legge, chi la crea, chi difende e come viene fatta rispettare. Una serie di quesiti, che trovano nelle risposte ad esse un unico filo conduttore: l’ingiustizia di questo stato di cose. Alexander Berkman affermava: It is the system, rather than individuals, that is the source of pollution and degradation. My
prison-house environment is but another manifestation of the Midas-hand, whose cursed touch turns everything to the brutal service of Mammon. (in Prison Memoirs of an Anarchist,
1912)
Per concludere vorremmo sottolineare che i compagni arrestati e indagati per l’operazione “Ritrovo” sono stati perseguiti anche per varie iniziative a carattere anticarcerario e contro i Centri di permanenza per i rimpatri degli immigrati “clandestini”. Fatto che fa riflettere su come certi argomenti siano molto sensibili in un sistema che basa la propria autorità sulla coercizione e sul monopolio della violenza.

Fate parte della scena hardcore, un genere musicale che da sempre è
connotato da una profonda vena politica e che ancora oggi convive conpratiche fondamentali come occupazioni, autogestioni o autoproduzioni.
Che ruolo rivestono nel vostro progetto pratiche come il DIY o
l’autogestione?

Per noi il DIY e l’autogestione sono inscindibili dal nostro vivere questa musica. A partire dalle salette prove che abbiamo frequentato, fino alla pubblicazione del disco. Non è neanche una presa posizione, ma proprio un naturale approccio in quello che facciamo. E’ un modo diverso di affrontare la realtà ed è parte del nostro quotidiano: ognuno di noi, con le sue possibilità e i suoi tempi, cerca di farne una pratica costante. non solo per il gusto di creare le proprie mani, ma soprattutto per una scelta di consumo differente.

Passando al lato musicale, non son moltissimi i gruppo in Italia oggi a
suonare un Metal-hardcore novantiano come fate voi. Da dove viene
l’idea di suonare proprio questo genere? Quali sono i gruppi a cui vi ispirate?

L’idea nasce dai nostri gusti musicali, volevamo fare qualcosa che portasse avanti tematiche importanti attraverso i generi musicali che ci piacciono. Ovviamente il cantato e la musica riflettono la rabbia per lo stato attuale di cose, la necessità di un cambiamento e una “chiamata alle armi” per esso. Alcuni dei gruppi che significano molto per noi sono: Morning Again, Chokehold, Seven
Generations, xRepentancex, Ecostrike, Magnitude.

Pensate che, politicamente e nelle lotte concrete che siano anti-carcerarie, antispeciste, ecc, l’hardcore abbia ancora molto da dire o abbia in sé un potenziale rivoluzionario e/o insurrezionale?

L’hardcore ha molto da dire, se le persone che lo animano hanno ancora la necessità di comunicare qualcosa su questi temi e se ce ne sono altre che sono ricettive a questi messaggi. L’hardcore punk è un organismo che senza le cellule che lo rendono vivo, muore e perde di senso. Attualmente, il suo potenziale è molto basso, perché viviamo in una situazione sociale stagnante. Però finchè ci saranno persone pronte ad alzare la voce e a battersi per quello in cui credono, ci sarà sempre speranza. Questo non vale solo per una scena musicale, ma per tutti gli ambiti della nostra quotidianità.

Per concludere, come vedete voi l’hardcore? Cosa significa per voi suonare hardcore? Che obiettivi vi ponete come gruppo e cosa volete trasmettere con i vostri testi?

In parte crediamo di aver già risposto a questa domanda, con ciò che abbiamo detto di
sopra. Quello che ci proponiamo come band è sicuramente dare voce a chi non ne ha. Far
emergere la voce di quegli oppressi, umani e non, che ogni giorno vengono sfruttati e uccisi
dalla macchina di morte capitalista. Quindi sensibilizzare più gente possibile a certi
argomenti, con la speranza, infine, di creare una nuova consapevolezza. Infatti, per noi il
processo di autodeterminazione di un individuo è il primo passo verso un percorso di
attivismo contro questo stato di cose presenti.
Infine, come band supporteremo tutte le cause e le situazioni di compagni, nei limiti
dell’umano.
Grazie ancora dell’intervista!

Grazie a voi carissim* Caged! 

 

Caged – “Freedom for All, Solidarity for the Comrades”

Riporto il breve comunicato con cui i Caged, gruppo metalcore bolognese, accompagnano la pubblicazione di una loro nuova traccia (The Death Upon the Sea) per sostenere le compagne e i compagni arrestate/i nelle scorse ore nel corso dell’operazione “Ritrovo”.

“Questa traccia la pubblichiamo per sostenere compagn* arrestat* durante l’operazione repressiva “Ritrovo”.
Siccome non è possibile in questo momento fare concerti benefit abbiamo pensato a contribuire con questa raccolta.
Abbiamo per questo deciso di mettere un’offerta minima per il download della traccia. Link: https://cagedxvx.bandcamp.com/

Tutto il ricavato verrà devoluto a sostenere le spese legali de* compagn* anarchic* indagat* e incarcerat* a causa dell’operazione repressiva “Ritrovo”, del 13 maggio 2020.
Per chi fosse interessat* ad approfondire la questione e volesse scrivere a prigionier*, vi indirizziamo a questo link:
oltreilcarcere.noblogs.org/post/2020/05/14/chi-lotta-non-e-mai-solx/

Tutt* Liber*
Per un mondo senza gabbie ne frontiere!

We publish this track to support the comrades arrested during the “Ritrovo” repressive operation.
Since it is not possible at this time to do benefit concerts, we thought to contribute with this fundraising.
We have therefore decided to put a minimum offer to download the track.

All proceeds will be donated to support the legal costs of the anarchist comrades investigated and imprisoned due to the “Ritrovo” repressive operation, of 13 May 2020.
For those interested in investigating the matter and wanting to write to prisoners, we direct you to this link:
oltreilcarcere.noblogs.org/post/2020/05/14/chi-lotta-non-e-mai-solx/

Freedom for all!
For a world without cages or borders!”

 

“Delle Galere Solo Macerie” – Solidarietà ai/alle compagni/e arrestati/e a Bologna

Disastro Sonoro, lo sapete benissimo, è un progetto anzitutto politico che vede nel punk hardcore in tutte le sue forme uno dei tanti mezzi per diffondere reali minacce contro questo esistente capitalista che si fonda sull’oppressione, sullo sfruttamento e sulla repressione delle nostre vite. È per questo che come Disastro Sonoro ho sempre preso posizione netta quando compagne e compagni, che lottano per una vita radicalmente diversa, vengono colpiti dalla repressione dello Stato. E lo faccio anche adesso visto che questa notte a Bologna sono stati arrestati 7 compagni e compagne nell’operazione “Ritrovo” coordinata dai ROS.

OPERAZIONE RITROVO

Nella notte tra il 12 e il 13 maggio 2020 in esecuzione di un’ordinanza del GIP di Bologna scatta l’operazione Ritrovo coordinata dai ROS.

I/le compagnx arrestatx sono sette: Elena, Leo, Zipeppe, Stefi, Nicole, Guido e Duccio. Ad altrx cinque compagnx, Martino, Otta, Angelo, Emma e Tommi, è stato dato l’obbligo di dimora a Bologna con le firme quotidiane.

L’accusa è di associazione con finalità di terrorismo (270bis) per chi ha la misura cautelare in carcere.
Gli altri reati contestati sono istigazione a delinquere (414cp), deturpamento e danneggiamento(639 e 635 cp), e per una sola persona incendio (423cp), con aggravante di finalità eversiva. L’inchiesta a carico della Procura di Bologna è partita in seguito ad un attacco incendiario contro ripetitori di reti televisive, ponti radio degli sbirri, e antenne di ditte che forniscono sistemi di intercettazioni e sorveglianza audio-video. “Spegnere le antenne, risvegliare le coscienze solidali con gli anarchici detenuti e sorvegliati” la scritta ritrovata vicino al luogo dell’incendio.

Di seguito gli indirizzi per scirvere a i.le compagnx arrestatx:

ELENA RIVA
NICOLE SAVOIA
Strada delle Novate, 65
29122 Piacenza

DUCCIO CENNI
GUIDO PAOLETTI
via Arginone, 327
44122, Ferrara

GIUSEPPE CAPRIOLI
LEONARDO NERI
Strada Alessandria, 50/A
15121 San Michele, Alessandria

STEFANIA CAROLEI
via Gravellona, 240
27029, Vigevano (PV)

LIBERTÀ SUBITO PER TUTTI E TUTTE!

Solidarietà e complicità sempre e comunque con chi lotta contro l’esistente, i suoi difensori e contro questo quieto vivere e questa alienante pacificazione sociale imposte a colpi di repressione, sgomberi, sorveglianza, controlli, sbirri, telecamere, carceri e oppressione quotidiana. Risplenda presto il nostro fuoco sotto cieli di piombo, affinché delle galere non rimangano che macerie!

 

 

“Delle Galere solo Macerie!” – Aggiornamenti da Paska (da Round Robin)

Riporto la lettera scritta dal compagno Paska sulle sue condizioni carcerarie, ripresa direttamente dal blog Round Robin. L’hardcore non è solo musica e su Disastro Sonoro non ho mai smesso un secondo di ribadire questo concetto da troppi e troppo spesso dimenticato, volutamente o meno. Sempre solidali e complici con tutti i compagni e tutte le compagne privati/e della loro libertà dalla repressione dello Stato borghese, ma senza mai dimenticare che la solidarietà e la complicità a parole son del tutto inutili se non si tramutano in azione diretta e in lotta quotidiana contro ogni autorità, contro ogni gerarchia, contro ogni muro, contro ogni gabbia e contro ogni repressione. <<Delle galere solo macerie!>>, urla la voce dello stesso Paska all’inizio di “Macerie”, brano posto in apertura dello split tra i suoi Cospirazione e i Rauchers. <<Delle galere solo macerie>>, ancora oggi dev’essere il motivo che ci spinge a lottare contro lo Stato, ma deve iniziare a tramutarsi da semplice frase a concreta pratica rivoluzionaria di lotta e libertà! Paska Libero, tutti/e liberi/e!

 

“Confermo quanto detto, ma voglio un medico adeguato per quello che mi è successo. Quando sono uscito dalla cella, è vero ho spinto l’agente che era presente sul piano. Poi sceso all’ingresso ho spinto l’altro agente che mi aspettava e che faceva parte della scorta. Dichiaro però, che subito dopo, sono stato aggredito da più di dieci agenti, con schiaffi e pugni; mi hanno buttato a terra e ho ricevuto pugni e schiaffi, calci in testa, sulla schiena, sull’addome, su gamba sinistra e destra e sulla mano sinistra. E quando mi sono alzato ho ricevuto degli schiaffi fino a quando mi hanno ammanettato. Durante il tempo del pestaggio sono stato offeso e minacciato pesantemente”. Visto quanto emerge dagli atti, e soprattutto viste le certificazioni sanitarie DA CUI NON RISULTA QUANTO DICHIARATO DAL DETENUTO, tenuto conto della gravità dell’episodio, il collegio applica la sanzione di giorni 15 di esclusione dalle attività in comune.

Questo è quanto ho dichiarato al consiglio disciplinare, avvenuto venerdì 9 novembre in seguito ai fatti accaduti in carcere prima del processo dell’8/11.
Ma sarebbe bene ed opportuno raccontare tutto ciò che è accaduto in questo ultimo mese e mezzo. Il 2 ottobre la mattina parto dal carcere di Teramo per Lecce, arrivo verso le 16 in carcere; tempo delle lungaggini burocratiche, riesco a fare una doccia volante ed è già orario di chiusura. Il giorno dopo, nell’attesa di andare a processo chiedo di andare all’aria, ma la risposta è no perché “qui sei isolato”. Il motivo si spiegherà da solo due ore dopo. Poco dopo vado a processo e al ritorno non mi fanno salire in sezione a prendere le mie cose perché lo han già fatto le guardie; rimango in matricola e devo prepararmi gli zaini per l’aereo se voglio andare a processo a Firenze. Così facendo, quando le compagne e i compagni saranno lì il pomeriggio per fare un presidio sotto il carcere di Lecce io già sarò in volo per Genova.
A malincuore devo lasciare un po’ di cose giù, tipo pentole-padelle-libri-cd-opuscoli, perché non posso portare più di due zaini, quindi prediligo vestiti-lenzuola-coperte-documenti e qualche libro (più moka e fornello, fondamentali per la carcerazione) 🙂

Quindi il 3 ottobre alle 13 mi muovo da Lecce direzione Brindisi, dove prenderò ben due aerei (Brindisi-Roma e Roma-Genova), e poi mi muoverò da Genova per La Spezia in blindato. Alle 21 arrivo a La Spezia e vado a dormire vestito, non mi porto neanche i vestiti dentro e decido di prendere il tutto il giorno dopo, perché troppo stanco.
4 ottobre, 8 di mattina: perquisizione in stanza; tra l’altro il 2 sera a Lecce sotto il materasso trovai una lama artigianale che feci sparire e meno male, dato che il giorno dopo sono state le guardie a farmi i sacchi…coincidenze?Comunque, meglio prevenire che curare.
Il 6 ottobre mi fanno salire in sezione, mettendomi in stanza con un ragazzo con cui all’apparenza potevano esserci problemi sin da subito, ma in realtà non abbiamo dato soddisfazione alle guardie e ci siamo adeguati alle esigenze carcerarie.
Il 9 vado a processo, e primi screzi insulti reciproci con la scorta che ha modi di fare un po’ tamarri e coatti alla guida. Lascio passare. Dal giorno 10 o 11, non ricordo bene il giorno esatto, problemi per andare all’aria: le guardie devono avvisare il primo piano prima di lasciarmi passare perché direttrice e comandante, su suggerimento di “ordini dall’alto”,ci hanno messo un divieto di incontro a me e un altro compagno detenuto a La Spezia.
Inizio quasi a non sopportare più la situazione, ma la goccia che fa traboccare il vaso arriva il giorno 18: vado nuovamente a processo, ed oltre a dovermi sorbire tra andata e ritorno 300km, ammanettato, la scorta inizia ad “imitare” i personaggi di Fast & Furious. Appena entrati a La Spezia, al ritorno dal processo, iniziano ad accendere sirene, cacciare palette, bruciare semafori, tirare freni a mano, insultare e minacciare gli automobilisti per passare rischiando incidenti, fare sgommate…e percorrono un sottopasso a 80 all’ora, e all’atteraggio, perché di un volo si è trattato, sbatto la testa, mi cadono gli occhiali e sbatto fortissimo con le manette sul costato, che ancora mi fa male.
Salgo in sezione molto arrabbiato, il giorno dopo mi faccio visitare ma non riscontrano nulla logicamente, dico che devo parlare con direttrice e comandante, e che accellerino le pratiche per l’invio della richiesta di trasferimento (ufficialmente partita il giorno 23); loro già sanno benissimo che se dovrò partire da La Spezia per la prossima udienza del processo non gli renderò vita facile, ma non danno importanza alle mie parole.

Il 26 ottobre arriva un foglio dal DAP che mi notificano giorno 30 dove in sostanza mi rifiutano il trasferimento: logicamente risposta già preconfezionata, senza neanche aver letto l’istanza, dato che un rifiuto in così pochi giorni è un record! Situazione di nervosismo, insulti reciproci con le guardie, ed anche se so che forse non servirà a nulla, dichiaro l’incompatibilità con il corpo di polizia penitenziaria di La Spezia.
Volevo già iniziare lo sciopero il 31/10 ma aspetto il lunedì 5 novembre, dato che durante le feste non serve a molto, chiedo di parlare con la direttrice, mi dicono domani mattina ti chiamerà. Mattina dopo nulla, quindi mi rifiuto di rientrare in cella dalle 12 alle 13 e poi scendo all’aria, ed anche lì mi fermo rifiutando di risalire. Dopo mezz’ora (14.30 circa) mi chiamano direttrice e comandante, gli rifaccio rpesente tutte le problematiche di andare a processo con la scorta di La Spezia, dell’incompatibilità con le guardie, che sono a più di 500km dai familiari e a 150km dal processo, e che sanno benissimo che se non parto giorno 8 qualcosa accadrà. Loro rispondono che ricevono ed eseguono gli ordini del DAP, e di assumermi tutte le responsabilità di ciò che farò; rispondo che sicuramente mi accollerò tutto, ma basta che mi vengano addosso uno ad uno e non 10 contro 1.
Bene: giorno 8/11 succede quello che ho scritto all’inizio del testo; dopo avermi ammanettato e continuato a malmenare, chiamano il medico chiedendogli se ero in grado di andare a processo, e pure lui, impaurito solo a guardare la situazione, vede i bozzi e i lividi (ma non li scriverà) e mi chiede “Vuoi andare?”. Ed io dico di sì, anche perché avevo preparato una dichiarazione da leggere in aula, che avrei a quel punto modificato aggiungendo che mi avevano pestato in carcere prima del processo; dichiarazione abbastanza blanda dove volevo rimarcare perché chiedevo il trasferimento.
In aula, il giudice non mi fa leggere tale scritto affermando che la sede è inadatta, riesco però a far sapere alle altre e agli altri in aula che mi hanno pestato i secondini e sono in sciopero della fame da 4 giorni. Mi cacciano così dall’aula ed un secondino zelante, che mi ha schiaffeggiato fino all’ultimo, mi mette le manette strettissime tanto che i polsi diventano viola e per poco svengo. Mi portano alle cellette, e dopo un po’ mi fanno risalire, anche se siamo rimasti solo noi 3 imputati, oltre ad avvocati, giudici e sbirri, e dico agli altri 2 che vorrei rimanere per far vedere i segni sul corpo all’avvocato e tornare il più tardi possibile a La Spezia, prevedendo un altro pestaggio al ritorno. Così non è stato, anche se c’erano 5-6 guardie belle grosse che mi hanno portato a fare la visita per sciopero della fame. Provo anche a farmi refertare gli evidenti segni, ma non c’è nulla. Per i due giorni successivi proverò ancora a farmi refertare ma “non posso scrivere cose che non si vedono”. Finita la visita mi rimettono alla cella 1 del piano terra, la stessa dove dormii la prima sera qui a Spezia. Regime chiuso, le mie cose le avevan già preparate e messe in cella le guardie. Il giorno dopo, almeno, mi fanno recuperare il resto delle mie cose e mi fanno il consiglio disciplinare dandomi 15 giorni di isolamento.

Questo è quello che mi ha portato a dare due spinte alle guardie e il mio vissuto a La Spezia: niente di anormale, le guardie che ti provocano con fare mestierante e poi ti sfondano di mazzate quando sei a terra con calci e pugni su testa e schiena, direttrice che copre il pestaggio grazie alla complicità di medici (su 4 visite con 3 medici diversi, uno forse la seconda volta che mi ha visto ha scritto le parti che ho doloranti), e le guardie che ti minacciano pure di denunciarti per calunnia, con il giudice che non ti fa rilasciare una dichiarazione a riguardo e ti caccia dall’aula.
Tutto nella norma.E’ per questo che non mi ritrovo nella normalità della società, che giustifica l’autorità, gli abusi, i soprusi, e li copre. E’ per questo che continuerò lo sciopero della fame finché potrò, continuando a esigere il trasferimento in altro carcere, visto che se per De Andrè la stessa aria di un secondino non si può respirare nell’ora di libertà, io voglio proprio evitare di condividerla sempre con le guardie che qui mi hanno pestato, con i medici ciechi e complici, la comandante che giustifica i suoi uomini dicendo che mi invento tutto e la direttrice che nasconde il marcio sotto un tappeto di falsità.

SEMPRE A TESTA ALTA, PASKA”