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Culto del Cargo – Memorie in Lingua Morta (2020)

Ma che vita è la nostra? In questo pianeta di fabbriche e cimiteri, il cervello sciopera.

Il gruppo di cui vi parlerò oggi è da anni uno dei miei preferiti all’interno della scena hardcore italiana, tanto su disco quanto in sede live (visti infinite volte sempre volentieri) dove riescono ad essere ancora più devastanti e brutali. Il nome stesso del gruppo in questione ha sempre catturato il mio interesse da wannabe antropologo e affascinato visto che riprende un termine utilizzato per descrivere un particolare culto millenarista sincretico apparso in alcune società e culture indigene della Melanesia. Ho pensato spesso di recensire i loro primi due lavori in studio, il demo del 2011 e il successivo Nel Nome della Tecnica l’uomo macina carne, ma per mille motivi ho sempre procrastinato. Fino ad oggi, visto che finalmente mi trovo a scrivere i miei pensieri e le mie impressioni in merito al nuovissimo album in studio intitolato Memorie in Lingua Morta, disco che attendevo da troppo tempo a dire la verità. Probabilmente arrivati a questo punto della recensione avrete già capito di chi sto parlando…

Memorie in Lingua Morta, si potrebbe tradurre sinteticamente come la solita mazzata annichilente di grinding crust hardcore firmata Culto del Cargo, che, dopo sei anni, tornano con la loro ricetta devastante come un uragano che si abbatte sulle nostre esistenze senza alcuna pietà e senza lasciarci momenti per riprendere fiato. Brutali e intensi, sempre animati da una palpabile rabbia bellicosa e selvaggia che emerge palpabile in ogni brano, i Culto del Cargo ricominciano da dove avevano interrotto, ovvero lasciando solamente cumuli di macerie e polvere al loro passaggio, ancora una volta, per l’ennesima volta. Anche questa ultima fatica Memorie in Lingua Morta è autoprodotta dal gruppo triestino, mantenendo così fede all’etica e all’attitudine do it yourself che dagli albori segna il progetto Culto del Cargo. Dodici schegge impazzite di rumore che affrontano argomenti classici per un gruppo crust-core, dalla critica all’alienazione capitalista all’invettiva contro la mercificazione e il consumismo imperante nell’attuale epoca della merce, dalla psicosi securitario-nazionalista che invoca a gran voce la costruzione di muri e la difesa dei confini ad un nichilismo in senso anarchico che attraversa e contraddistingue tutte le liriche del gruppo veneto. Nonostante le tematiche siano le solite e ricorrenti per un genere come il crust/hardcore, vengono però sviscerate con la solita qualità lirica e compositiva che contraddistingue i Culto del Cargo fin dalla prima demo e che io continuo a vedere come loro marchio di fabbrica.

Il disco si apre con la furia devastante di una traccia come“Nella Sicurezza di un Nuovo Medioevo”, una vera e propria mazzata in pieno volto che lascia immediatamente inermi prima di venire travolti definitivamente da un vortice di riff grind/crust-core senza via d’uscita e da una batteria brutale che ti martella il cervello fino a sbriciolarlo. E il copione, o meglio la ricetta dei Culto del Cargo, prosegue su queste coordinate anche con la seguente “Autopsia sul Cadavere del Capitalismo”, altra traccia furiosa e selvaggia che deflagra senza mostrare alcuna pietà. Una doppietta iniziale che, per la sua estrema intensità e la sua istintiva furia selvaggia, si presenta ai miei occhi e alle mie orecchie come una dichiarazione di guerra  verso tutto e tutti, una promessa di distruzione totale a cui nulla può sfuggire. Una delle mie tracce preferite è invece “Massa contro il Muro”, accompagnata da un titolo e un testo che citano a più riprese l’iconico “La Classe Operaia va in Paradiso” di Elio Petri con protagonista il grandioso Gian Maria Volontè, brano attraverso il quale i Culto del Cargo muovono un’aspro attacco all’alienazione lavorativa e al mito della produttività capitalista che sacrifica tutto, tanto l’essere umano quanto l’ecosistema e gli animali, sull’altare del profitto di pochi. Tracce come “Muri più Alti” o “Il Boia Perfetto” erano invece già state pubblicate in precedenza su compilation benefit come Non Un Sasso Indietro Vol. II (benefit a sostegno della lotta contro frontiere e CIE/CPR) e Asfissia – Compilation Ardecore Benefit (a sostegno di Radio Blackout), a voler sottolineare che l’hardcore per i Culto del Cargo non sia solo musica ma anzitutto un mezzo con cui lottare ed esprimere la propria solidarietà e complicità con chi lotta contro questo esistente fatto di carceri, repressione, controlli, frontiere e sfruttamento. Potrei continuare a scrivere altre infinite righe per parlare di brani come “Come in un Gioco di Specchi” o “Il Futile Indispensabile”, ma credo sia del tutto superfluo perchè il mio consiglio, arrivati a questo punto, è solamente uno: correte ad ascoltare questo Memorie in Lingua Morta, fatevi prendere a pugni dal bellicoso quanto annichilente grind-crust-core dei Culto del Cargo e compratevi il disco senza indugiare oltre!

I Culto del Cargo dimostrano ancora una volta, come se ce ne fosse bisogno, di essere una garanzia in termini di attitudine, brutalità e qualità. E questo nuovo Memoria in Lingua Morta è probabilmente il disco più sincero, intenso e politico pubblicato in ambito hardcore di tutto il 2020. Il delirio rende liberi, la mia felicità è ancora il vostro patibolo.

 

Mass Extinction – Never Ending Holocaust (2020)

Intersectionality is vital to any form of activism. While this album focuses specifically on the suffering of non-human animals, the message and lyrical themes extend to the victims of any form of injustice, prejudice, abuse, & exploitation. (Mass Extinction)
Anti-Human Crust Grinding Annihilation for Total Animal Liberation!

Partiamo col botto, alzando subito i toni: questo Never Ending Holocaust degli statunitensi Mass Extinction è senza ombra di dubbio uno dei migliori lavori usciti negli ultimi anni in ambito crust/grind. E le ragioni di questa mia affermazione sono molteplici e differenti, a partire dall’impegno politico per la totale liberazione animale che anima l’intera proposta dei nostri, enfatizzando dunque un’attitudine bellicosa e riottosa che avvolge l’intero lavoro e che trasuda da ogni singola nota di ogni singolo brano. Un sound quello costruito dai Mass Extinction che sintetizza nel modo migliore e più avvincente le migliore pulsioni del crust punk e le più brutali tensioni del grindcore, riuscendo a far emergere come influenze principali della loro proposta tanto gentaglia come Nasum e Enemy Soil quanto i canadesi Massgrave, oltre ai Disrupt e agli Extreme Noise Terror in quei momenti e in quei passaggi del disco che evidenziano un profondo legame con l’hardcore punk vecchia scuola, il tutto accompagnato da quell’irruenza espressiva, quella netta presa di posizione politica e quell’attitudine di protesta e rivolta che riportano alla mente in più occasioni gli immortali Dropdead. Un sound quello firmato dai Mass Extinction che, condensato in dieci tracce che assumono le sembianze di vere e proprie mazzate sui denti annichilendo qualsiasi tentativo di sopravvivenza, irrompe immediatamente in tutta la sua brutalità e furia senza pietà, lasciandoci inermi e impotenti dinanzi a queste urla disperate per la totale liberazione animale! Tracce come Doomed Species, la stessa titletrack o (A)bstain // (A)bolish possono essere descritte solamente come una scarica di pugni nello stomaco che tolgono il respiro.

Lo stesso titolo dell’album, così come l’artwork di copertina, manifesta una chiara volontà dei Mass Extinction di denunciare e sferzare un attacco diretto allo sfruttamento animale odierno (ma che ha una sua storicità secolare), frutto marcio di un sistema economico e di una cultura specista che vedono nell’animale solamente un altro soggetto da sfruttare e opprimere, così come da ingabbiare, torturare o da assoggettare per i “bisogni” dell’essere umano, in una gerarchia che di naturale non ha nulla e in cui il regno animale ricopre unicamente il ruolo di carne da macello da sacrificare sull’altare del profitto economico e dell’egoismo umano. Sono le parole degli stessi Mass Extinction che accompagnano l’uscita del disco a sottolineare come questo Never Ending Holocaust sia, negli intenti e nella pratica, una denuncia e un attacco contro la natura oppressiva dell’uomo nei confronti degli animali; difatti ogni traccia cerca di analizzare e affrontare un determinato quanto differente aspetto di questa relazione di oppressione e sfruttamento animale messa in atto dall’uomo in nome del profitto capitalistico. Un’attacco diretto e brutale contro l’industria del latte, i laboratori di cosmetici e farmaci che compiono disumani esperimenti sugli animali o gli allevamenti intensivi in cui gli animali nascono, “vivono” e muoiono in una “eterna treblinka” (per citare il titolo del libro scritto da Charles Patterson che ha ispirato le liriche dell’intero disco), e più in generale ad un comparto industriale-produttivo che si fonda sull’abuso e lo sfruttamento del regno animale. Dieci tracce di grind/crust-core annichilenti, dieci bellicosi inni di protesta e rivolta affinchè di ogni forma di oppressione e gabbia non rimangano che macerie. In estrema sintesi Never Ending Holocaust non è altro che l’essenza, perfetta quanto brutale, di quell’ “anti human crust grinding annihilation” di cui i Mass Extintion sembrano essere oggi gli indiscussi portabandiera.

Comunicato Numero Zero

Compagni/e punx rivoluzionari/e, siamo rimasti tranquilli e abbiamo sofferto la violenza del sistema per troppo tempo. Ci attaccano quotidianamente. La nostra risposta sarà violenta ed il problema non è se la rivoluzione sarà violenta o meno. Non subiamo ogni giorno gli orrori della violenza statale e della guerra? La violenza del sistema è ovunque e ci opprime nella nostra vita quotidiana. Lo sfruttamento salariale e le nostre stesse esistenze sacrificate sull’altare del profitto non sono forse, ogni giorno, guerra? Le morti nelle carceri, gli omicidi nei CPR, i morti alle frontiere dell’Europa e nel Mediterraneo non sono forse, ogni giorno, guerra? La devastazione ed il saccheggio degli ecosistemi in nome degli interessi del capitale non sono forse, ogni giorno, guerra? La pacificazione sociale imposta con la repressione brutale e mantenuta con il controllo e la sorveglianza delle nostre vite non è forse, ogni giorno, guerra? Fratelli e sorelle non possiamo delegare il nostro desiderio di iniziare l’offensiva, noi dobbiamo attaccare. Qui e ora.

E ancora una volta saremo pronti a riconoscere gli sconosciuti come amici attraverso le loro azioni. Che si uniscano alla brigata arrabbiata del disastro sonoro dieci donne e uomini animati dalla scintilla della violenza rivoluzionaria abbandonando la lunga agonia della sopravvivenza; da questo momento finiscono i tempi della disperazione e dell’alienazione e inizia finalmente la festa dell’insurrezione. Queste sono parole di rabbia, fratelli e sorelle, compagni e compagne punx, ed è giunto il momento di armarle queste parole. 

E’ da troppo tempo che la rivoluzione bussa alle porte delle nostre città noiose. Lasciamo dunque divampare la gioia di distruggere in modo totale questo mondo che ci distrugge ogni giorno. Non e’ più tempo di parole, non è più tempo di proclami. La gioia armata è ancora nel cuore.

La Brigata Arrabbiata del Disastro Sonoro

Data sconosciuta, ancora chiusi nella città contaminata e iper-sorvegliata. Finirà mai? Quando annunceranno che tutto questo sarà finito, con proclami gioiosi di ritorno alla normalità, speriamo sia solo la fine della loro pace e l’inizio della nostra, per troppo tempo attesa, vendetta. Senza dimenticare, in tutto questo, cari miei e care mie, signore, punx, compagni, signori compagne, che solo il crust farà da colonna sonora all’insurrezione che verrà. Perchè, mi sembra stupido doverlo ribadire, solo il crust ci salverà. E ancora una volta sono qui a parlarvi di tre dischi e tre gruppi della scena crust punk italiana degli anni Duemila e dell’importanza che hanno avuto per me, visto che purtroppo sono nato troppo tardi per vivermi in prima persona quel periodo storico e quella scena. Tutto quello che scriverò sarà profondamente soggettivo, come lo è stato dal primo giorno in cui decisi di aprire questo blog, anche perchè, per scelta, non sono un critico musicale e soprattutto perchè lascio la triste ambizione di fare il critico musicale a chi in queste sonorità non vede altro che merci alternative da cui trarre profitti.

Partiamo dal 2003, anno in cui viene registrato e dato alle stampe “L’Oblio Copre Ogni Cosa” secondo disco dei Disforia dopo il primitivo demo pubblicato l’anno prima e intitolato “Quattro Frammenti di Orrore Quotidiano”. Un disco, questo “L’Oblio Copre Ogni Cosa”, che quando recuperai anni fa mi fece subito pensare di star ascoltando un lavoro seminale per l’allora scena crust punk italiana. E seminale lo fu davvero, visto che stiamo parlando di uno dei primi lavori pubblicati nella penisola caratterizzati da sonorità crust-grind che si rifacevano tanto ai Doom di “War Crimes (Inhumans Beings)” e di “Total Doom” quanto agli Extreme Noise Terror di “A Holocaust in Your Head” e “Phonophobia”, senza abbandonare l’influenza primordiale del d-beat dei Discharge. Il nome stesso scelto dai Disforia sembrerebbe voler richiamare l’influenza dei Discharge utilizzando appunto una parola avente come suffisso “Dis-“, come fatto da infiniti altri gruppi a livello internazionale. Tornando a parlare nello specifico dello splendido “L’Oblio Copre Ogni Cosa”, il disco viene introdotto da un’intro di un minuto e mezzo che ci fa piombare immediatamente nell’oscurità costruendo un’atmosfera dai tratti apocalittici. Ma è con le prime note di “Infermità Mentale” che si viene inghiottiti da una tempesta di devastante grinding d-beat crust punk, un sound aggressivo e brutale che avanza bramoso di distruzione e che non si placherà fin quando di questo mondo non rimarranno che inutili macerie. La proposta dei Disforia appare come attraversata da una ferocia barbara,  da un’odio istintivo e da una esigenza espressiva inarrestabile che trasuda da ogni singola nota di ogni singolo brano presente su questo “L’Oblio Copre Ogni Cosa”. Un disco che non cesserò mai di ritenere fondamentale, quanto meno per l’evoluzione dei miei gusti.

Nel Mio Mondo il Sole Non Sorge Mai“, secondo disco dei Disprezzo, esce nel 2004 ed è una tempesta di crust punk profondamente radicato nella lezione della scena svedese, sia quella della prima ondata (Anti-Cimex e Avskum) sia quella venuta più tardi (Disfear e Wolfpack), imbastardito con frequenti incursioni in territori black metal. Già dal titolo si può percepire un’atmosfera apocalittica e oscura di amebixiana memoria ed infatti la titletrack, che ci introduce a questo magnifico lavoro, ci travolge immediatamente e senza pietà con una tempesta di furioso e tuonante crust punk impreziosito da riff di matrice black su cui si stagliano imperiosamente vocals infernali e lancinanti. Dieci tracce per un totale di 25 minuti che continuano a diramarsi sulle coordinate di un crust/d-beat di matrice svedese che però sembra intimamente teso ad esplorare gelide ed oscure lande black metal, creando soprattutto attraverso melodie di chitarra e un martellante lavoro dietro le pelli, paesaggi e atmosfere dai toni estremamente cupi ed apocalittici. Le pulsioni (black) metal sembrano animare in profondità il sound dei Disprezzo ed emergono difatti prepotentemente nel riffing e in alcune soluzioni melodiche della chitarra così come negli assoli, riuscendo in questo modo a rendere più variegate le varie tracce in cui ci imbattiamo durante l’ascolto di questo, a mio parere, magnifico “Nel Mio Mondo il Sole Non Sorge Mai”. Il tono apocalittico che attraversa l’intero disco viene evocato in modo perfetto da tracce come “Un Giorno” o “Xx/xx/xxxx”, ottimi esempi di moderno crust punk di scuola svedese in cui il riffing di chitarra e la batteria martellante la fanno da padroni assoluti e travolgono con una furia senza eguali. Inutile continuare a parlare nello specifico di questo o quell’altro brano, perchè “Nel Mio Mondo il Sole Non Sorge Mai” è uno di quei dischi in cui bisogna tuffarcisi a capofitto senza pensarci mezzo secondo, ascoltandolo dall’inizio alla fine senza riprendere mai fiato. E’ un disco assurdo in cui convivono in modo perfetto le pulsioni crust e quelle (black) metal, dunque un disco che, per gusti personali, rimane uno dei migliori pubblicati all’interno della scena punk italiana nei primi anni duemila.

“Deboli creature incatenate, destinate al nostro piacere, spero non vi siate illuse di trovare qui la ridicola libertà concessa dal mondo esterno, siete fuori da confini di ogni legalità, nessuno sulla terra sa che voi siete qui. Per tutto quello che riguarda il mondo voi siete già morti”. Si apre con questo spezzone, tratto probabilmente dal film-capolavoro “Salò o le 120 Giornate di Sodoma”, il bellissimo “Figli della Vostra Catastrofe” dei romani Dirty Power Game, disco che vede anch’esso la luce nel 2004. Il sound dei Dirty Power Game affonda le proprie radici nella lezione seminale di dischi quali “A Holocaust in Your Head” degli Extreme Noise Terror e “Unrest” dei Disrupt, un crust-core/grind in cui si sente ancora tutta l’influenza dell’hardcore punk di wretchediana memoria. “Figli della Vostra Catastrofe” ha una batteria costantemente martellante che alterna ritmi d-beat ad improvvisi e brutali blast beats capaci di riportare alla mente addirittura i seminali Asocial di “How Could Be Hardcore Any Worse?” del 1982. La prima traccia in cui ci imbattiamo è la devastante “Cappio alla Gola”, un furioso assalto di grinding crust-core accompagnato da un testo aggressivo che si scaglia contro la democrazia, le carceri e tutto il nostro mondo, promettendo, come fosse una dichiarazione di guerra scandita da un’alternarsi di vocals tra Nicola e Massimo, che “cresce e avanza la mia voglia di distruggere”. La successiva “Niente”, una feroce aggressione di grind/crust-core in cui si sentono perfettamente gli echi di Doom, Extreme Noise Terror e Disrupt, è sorretta da ritmi d-beat insistenti e brutali che sembrano poter sbriciolare le ossa. Con questo devastante quanto brutale concentrato di grinding-crust punk, un’assalto barbaro e che non mostra il minimo segno di cedimento, i Dirty Power Game non lasciano scampo a niente e nessuno, disseminando dietro di se solamente macerie e rovine.

 

Questi sono solamente altri spunti che ritengo validi e interessanti per la lotta dei/delle punx rivoluzionari/e destinati ad essere discussi, corretti e soprattutto messi in pratica senza perdere tempo. In questi tempi e in quelli che verranno i padroni e lo Stato hanno paura di possibili rivolte e ribellioni. Ecco allora che dobbiamo essere pronti più che mai per non ritornare a nessuna rassicurante normalità. Per non essere mai più disarmati, armiamo la nostra gioia.

Warcollapse – Deserts of Ash (2019)

L’incubo continua mentre marciamo verso la fine dell’umanità, scivolando in un vortice di disperazione e miseria, mentre vaghiamo nell’oscurità verso un deserto di cenere che si estende senza fine…

A distanza di parecchi anni (ultimo lavoro in studio datato addirittura 2011) a febbraio del 2019 i Warcollapse, nome storico della scena crust svedese ed europea, ci hanno finalmente regalato un nuovo disco intitolato Desert of Ash. Ed è proprio un deserto di cenere quello che ci lasciamo alle spalle dopo esserci addentrati nell’ascolto di queste  cinque tracce di classico d-beat crust punk che si abbatte come una brutale tormenta lasciando dietro di sé solamente morte e distruzione. Desert of Ash è l’ennesimo crust as fuck assalto selvaggio ad opera dei Warcollapse, un gruppo che sembra avere ancora moltissime cartucce di d-beat/crust da sparare contro questo mondo fatto di sfruttamento, orrore quotidiano e oppressione e contro i suoi difensori condannati a morte nel loro apparente quieto vivere. Solo cinque nuove tracce che si assestano su una durata media di due minuti se non contiamo i devastanti ed inaspettati dieci minuti della titletrack posta a chiusura di questo Desert of Ash; cinque tracce che bastano però per trascinarci giù immediatamente in un’oblio dominato dalla disperazione e dalla miseria, accompagnati dal classico crust punk di matrice Warcollapse rivestito ancora una volta da una spessa e impenetrabile corazza metallica. Un brano come “Masspsykos“, una mazzata di d-beat/hardcore crudo e martellante, appare più attuale che mai in questa periodo di terrorismo psicologico ad opera dei media, una traccia dominata per tutta la durata difatti da un’atmosfera paranoica e ossessiva con le solite vocals abrasive di Jalle a farla da padrone assoluto. Ma è invece la conclusiva titletrack il momento più interessante e intenso dell’intero lavoro, con la sua inusuale durata di dieci minuti, con il suo alternare la ferocia selvaggia ad un’atmosfera malinconica e tetra che aumenta la sensazione di sofferenza e disperazione ma sopratutto con il sound dei Warcollapse che sembra naufragare su lidi doom amplificando l’epicità e il tono opprimente ed apocalittico dell’intero brano. In fin dei conti “Desert of Ash” non è altro che é l’ennesima tempesta di tuonante e furioso crust svedese evocata dai Warcollapse e che, ancora una volta, si abbatte senza pietà sulle nostre esistenze rassegnate!

L’incubo nauseante continua mentre noi tutti marciamo verso la fine dove nulla sopravvive, dove dinanzi a noi si estendono solo macerie divorate dal tempo e un deserto di cenere in cui regnano solo desolazione e morte.

 

 

“Shadows of the Past” // Bhopal – Age of Darkness (2010)

Il nostro tempo sembra definitivamente scaduto, l’umanità si trova ormai condannata all’estinzione o alla dannazione eterna. Il buio senza fine cala velocemente su quello che rimane delle nostre vite, mente orde di creature sovrannaturali devote unicamente al culto del caos calano fameliche sulle nostre città. La caccia selvaggia è iniziata… Primitive fiere e sanguinari esseri pagani banchettano tra le macerie del mondo di ieri, mente tuoni e fiamme illuminano il cielo. L’era dell’oscurità è giunta.

Son passati ormai dieci anni dalla pubblicazione di “Age of Darkness“, titolo dell’unico full lenght pubblicato dai Bhopal, gruppo di Alessandria che vedeva tra i suoi membri gentaglia già nota per aver suonato nei Jilted e nei Mortuary Drape. Un disco di cui mi innamorai al primo ascolto e che credo sia stato apprezzato molto meno di quello che meritasse. Un disco inoltre che oggi mi azzardo a definire quasi dimenticato dai più, anche se qualcuno sicuramente smentirà queste mie parole in tempo zero. Per questo motivo, e per il fatto che rappresenta, a mio avviso, uno dei migliori lavori di crust-core/d-beat al contempo melodico e metallico mai partoriti dalla scena italiana, ci tengo a spenderci due parole, inaugurando inoltre in questo modo una sorta di nuova categoria di recensioni chiamata “Shadows of the Past” (prendendo in prestito il titolo del primo capolavoro di death metal finlandese firmato Sentenced) in cui parlerò di dischi usciti in un passato più o meno recente e che, sempre a parer mio, sono stati spesso ingiustamente sottovalutati.

Ricordo perfettamente che anni fa, quando mi imbattei per la prima volta in questo devastante “Age of Darkness”, l’artwork di copertina, enfatizzato dall’utilizzo del bianco-nero, mi portò alla mente, con le dovute proporzioni l’opera Åsgårdsreien del pittore norvegese Peter Nicolai Arbo, che tutti in realtà conosciamo per esser stata usata da Quorthon sulla copertina del capolavoro “Blood Fire Death” dei suoi Bathory. Il soggetto di questo dipinto è la caccia selvaggia, un tema ricorrente nella mitologia dei popoli germanici e norreni. Tale citazione alla “caccia selvaggia” sembra riproposta proprio sulla copertina di “Age of Darkness” dai Bhopal,  con la presenza per l’appunto di quello che appare sotto le sembianze un dio nordico affiancato da altre due creature sovrannaturali, una dalle fattezze di lupo e l’altra dalle sembianze umane. Tutte e tre sembrano emergere da una tempesta brutale dominata da tuoni e fulmini che sembra prossima ad abbattersi  con violenza barbarica su una città impotente al fine di raderla al suolo, inghiottenda così tutti i mortali che trova sul suo cammino, preannunciando, forse, quell’era dell’oscurità a cui fa riferimento il titolo stesso del disco. Immaginate ora l’ascolto di questo disco come se ci trovassimo ad essere spettatori di un corteo di creature sovrannaturali che dominano il cielo notturno, scatenando tempeste senza fine e facendo calare l’oscurità eterna tra terrificanti grida di guerra e orde di creature barbariche pronte a lasciare solo macerie al loro passaggio.

Mi creda, prima il genere umano scompare dalla terra, meglio è…

È proprio questa citazione tratta dal film “Il Seme della Follia” del maestro Carpenter ad introdurci nel tempestoso viaggio nelle profondità di “Age of Darkness”, prima di lasciarci in balia della furia cieca di “Bike Punk Apocalypse“, vero e proprio assalto di annichilente d-beat/crust che ci fa assaggiare fin da subito tutta la brutalità barbarica che ci travolgerà senza pietà alcuna per tutti i trentacinque minuti di durata del disco. Credo sia superfluo e tedioso spendere parole per parlarvi di questa o quell’altra traccia, perchè ci troviamo dinanzi ad uno di quei lavori che ci inghiottono come una tormenta che non ha intenzione di placarsi e che non ci lascia ne momenti di quiete ne attimi per riprendere fiato. Veniamo difatti immediatamente investiti da una tempesta di crust punk melodico di scuola scandinava che non disdegna continue incursioni in territori death metal, così come e selvaggi assalti in ambienti black, pur sottolineando costantemente che le proprie radici son ben salde nella seminale scena d-beat svedese. Le influenze dei Bophal su questo disco vanno dai Tragedy ai Wolfpack/Wolfbrigade, passando attraverso i primi Martyrdöd, gli Skitsystem e perfino gli Entombed. I Bhopal riescono a modellare una materia iper sfruttata come il crust/d beat di stampo svedese seguendo le loro pulsioni più personali, riuscendo a costruire, attraverso un uso accurato della melodia, momenti di  tensione che attraversano tutte e dieci le tracce e un’atmosfera generale che oscilla per tutta la durata del disco tra toni epici che alla lontana possono ricordare in certi frangenti addirittura i Bathory e echi apocalittici che possono portare alla mente quel brodo primordiale consociuto come stenchcore.

Dopotutto, continuando con i riferimenti alla mitologia, l’essere testimoni di una caccia selvaggia è considerato presagio di catastrofi imminenti e questo “Age of Darkness”  può essere visto come un’ode nichilista alla distruzione più barbarica disegnando paesaggi apocalittici. Che calino presto le tenebre eterne sull’umanità destinata all’estinzione…

 

 

 

 

Adrestia – The Wrath of Euphrates (2019)

MAY THE SUN OF ROJAVA RISE AND NEVER SET. MAY THE SUN OF ROJAVA BURN ITS ENEMIES TO DEATH!

Il vento scandinavo soffia più forte che mai annunciando una tempesta di tuonante d-beat/crust che squarcia il cielo e si abbatte sul terreno con una potenza devastante. Su questa ultima fatica in studio intitolata “The Wrath of Euphrates”, ancora una volta gli Adrestia sintetizzano al meglio l’influenza dei due generi musicali che hanno inciso in modo indelebile il nome della Svezia nel panorama della musica estrema a livello internazionale: la scena d-beat/crust punk da una parte e quella death metal dall’altra. Le vocals stesse ricordano spesso quelle di Thomas Lindberg degli At The Gates, gruppo che senza ombra di dubbio ha influenzato in profondità il sound degli Adrestia soprattutto nei passaggi più melodici, mentre nei momenti prettamente crust/d-beat si può sentire in egual misura l’eco dei Martyrdod, dei Wolfpack/Wolfbrigade e dei Disfear. Il legame intimo con la prima scena d-beat svedese è sottolineato invece dalla presenza di Tomas Jonsson degli Anti-Cimex che presta la sua voce nella traccia “The Message”. 

Al di là della mera questione musicale, ciò che rende veramente interessante un disco come “The Wrath of Euprhates” è però il concept lirico che ne sta alla base e che denota una netta presa di posizione politica degli Adrestia, i quali non nascondono il loro schierarsi in solidarietà e complicità con la rivoluzione sociale del Rojava fondata su tre punti fondamentali: il confederalismo democratico, l’ecologia politica e la lotta di emancipazione femminista. Questa ispirazione lirico-politico e questa presa di posizione erano state già affrontate dal gruppo svedese sul precedente “The Art of Modern Warfare” e avevano spinto gli Adrestia a far parte fin da subito di una rete di supporto alla rivoluzione del Rojava, nata qualche anno fa all’interno della scena punk internazionale e chiamata appunto “Punks for Rojava” (troviamo una traccia omonima proprio su questo nuovo disco). Anche a livello estetico l’immaginario legato al Rojava, alle milizie armate delle YPG e delle YPJ perme l’intera proposta degli Adrestia, a partire dall’artwork di copertina in cui è raffigurato il volto di una combattente rivoluzionaria delle YPJ, divenuto ormai fin troppo iconico. Infine, il titolo stesso del disco riprende direttamente il nome dato ad un’operazione militare guidata dalle Forze Democratiche Siriane contro Daesh per riconquistare la città di Raqqa.

È profondo il legame che intercorre tra gli Adrestia e la rivoluzione avvenuta nella Siria del Nord e in cantoni e città come Afrin o Kobane e va ricercato, sopratutto, stando alle parole del gruppo, nel notare elementi di estrema somiglianza e vicinanza tra il progetto sociale e politico del Rojava e gli ideali che fondano il modo di vedere, intendere e vivere la scena hardcore/punk del gruppo , mutuo svedese. Solidarietà appoggio, collaborazione, autogestione, antifascismo, antisessismo e antirazzismo non sono parole vuote, ma pratiche quotidiane e concrete che vivono tanto in un contesto rivoluzionario come quello del Rojava quanto all’interno della scena punk hardcore internazionale e dentro molti percorsi di lotta in cui i e le punx sono attivi/e, dalle occupazioni abitative alle questioni anti-carcerarie. Sempre affidandoci alle parole degli Adrestia, “The Wrath of Euphrates” rappresenta dunque un vero e proprio omaggio non solo alla resistenza e alla lotta delle YPG e delle YPJ nella Siria del Nord, ma anche a chiunque combatte quotidianamente e in modo concreto per cercare di debellare piaghe come le guerre imperialiste, la misoginia, il razzismo, il fascismo e la distruzione dell’ecosistema.

Tornando brevemente a parlare nello specifico del lato musicale, l’ibrido crust punk/death metal tutto in salsa svedese è attraversato da un’irruenza devastante e una bellicositá a tratti selvaggia nella formula degli Adrestia, che certamente non inventano nulla di nuovo ma suonano con passione, convinzione e attitudine regalandoci quaranta minuti furiosi dominati tanto da un’aggressività cieca dai tratti crust-core quanto da momenti melodici di scuola At The Gates/Martyrdöd.

The Wrath of Euphrates” è l’ennesimo rabbioso grido di lotta degli Adrestia, un disco intenso, sia dal punto di vista meramente musicale sia a livello politico, con cui gli svedesi ribadiscono l’importanza per loro di schierarsi in solidarietà e complicità con la rivoluzione confederale, femminista ed ecologica che resiste ancora oggi, nonostante i diversi tentativi, ultimi in ordine di tempo quelli ad opera della Turchia del fascista Erdogan, di affossare questa esperienza rivoluzionaria, in Rojava! Quando sulle barricate incroceremo lo sguardo degli Adrestia, quando le fiamme della rivoluzione incendieranno questo mondo affinché ne rimangano solo macerie, risuoneranno certamente le note di questo “The Wrath of Euphrates”. Contro l’oppressione, la vita. Per la vita, l’insurrezione. Biji Rojava, Biji Adrestia!

 

Comunicato Senza Numero

Fratelli e sorelle, quali sono i vostri reali desideri? Divenire gli sbirri di voi stessi e dei vostri vicini di casa? Auspicare un ritorno alla normalità dello sfruttamento e dell’oppressione salariale? Oppure forse minare questo esistente, farlo saltare e bruciarlo? Questa vita, che il capitalismo troppo spesso ci porta ad odiare, può essere bella, ricordiamocelo. Questo mondo, è vero, ci fa talmente schifo che l’unica posizione prendiamo è quella di una sua possibile e totale sovversione. Non chiediamo una vita migliore, nemmeno speriamo in un ritorno alla normalità di un esistente fatto di quotidiano sfruttamento, oppressione e repressione, bensì costruiamo già qui e ora una vita radicalmente diversa. Per fare in modo di non esser mai più sommersi dalla quotidianità, dalla noia, dall’arrendevolezza, occorre scuotersi e cercare complicità e affinità attorno a noi.
Accorgiamoci della noia, della monotonia, della merda che ci circonda, ed attacchiamo. Qui. Ora. E gioiamo, di quegli istanti di rivolta, di quegli istanti di vita veramente vissuti. Fratelli e sorelle dunque cerchiamo complici con cui disertare la quotidianità, sovvertire il quieto vivere, minare l’esistente. Complici con cui cospirare, convertire le parole in fuoco, insorgere.

Fratelli e sorelle il futuro è nostro. Le fiamme della nostra gioia divamperanno tra le macerie di questo mondo e illumineranno la notte. Contro l’oppressione, la vita. Per la vita, l’insurrezione. 

La Brigata Arrabbiata del Disastro Sonoro

Data sconosciuta. Ancora qui chiusi in una città quarantenata come una tigre in gabbia. Non so come chiamarvi. Signore, punx, compagni, signori compagne, insomma non lo so. Ma voglio ricordare inseme a voi una serie di questioni fondamentali:

  •  uccidere lo sbirro che abita nella vostra testa è cosa buona e giusta
  •  lo Stato ha bisogno di te? Bene, fottilo.
  •  solidarietà e complicità non son solo parole vuote, ma una pratica quotidiana.
  •  la repressione non è il nostro vaccino
  •  la normalità era il problema, quindi nessun auspicabile ritorno ad essa
  •  i responsabili hanno un nome, un cognome ed un indirizzo. Dovrebbero pagare caro e pagare tutto.
  •  solo il crust ci salverà…

Ed è proprio da quest’ultimo punto che voglio far partire il seguente articolo e prenderlo come spunto per introdurre l’argomento delle prossime righe: una breve primo viaggio alla riscoperta di una (totalmente arbitraria) manciata di dischi seminali per la scena anarcho punk e crust italiana del primo decennio degli anni Duemila. Perchè non c’è niente di meglio del crust punk da ascoltare in questi giorni di quarantena forzata e di emergenza socio-economica e sanitaria. Perchè solo il crust ci salverà. I dischi, e di conseguenza i gruppi, di cui vi parlerò sono scelti in base all’importanza che hanno rivestito nel corso degli anni anzitutto nella mia formazione politica e per la mia scoperta e e di conseguenza iniziazione al crust punk italiano ormai datata parecchi anni fa.

Partiamo dal primo, a livello cronologico, di questi lavori, e probabilmente da quello che può essere considerato a tutti gli effetti seminale per quanto riguarda l’intera scena anarco punk e crust della penisola nel primo decennio degli anni duemila. Il gruppo in questione proveniva da Benevento, rispondeva al nome di Tetano e nel 2005 registra e pubblica un disco intitolato “Di Stato si Muore” che ho sempre ritenuto, almeno personalmente, di seminale importanza per la mia iniziazione all’ Anarco/Crust italiano, un disco attraversato da un’aggressivitá selvaggia e da un’irruenza espressiva inarrestabile. Dato che all’uscita di questo dico avevo praticamente dieci anni, ho potuto riscoprirlo ed apprezzarne l’importanza solamente parecchi anni dopo ma posso ammettere che fu amore al primo ascolto. Con un suono che da una parte sintetizzava, tanto a livello di sonorità quanto sul lato delle tematiche trattate, la lezione primordiale del hardcore punk di matrice anarchica dei Wretched di “Finirà Mai?” e degli Eu’s Arse del capolavoro “Lo Stato Ha Bisogno di Te? Fottilo!”, mentre dall’altra affondava le proprie radici nell’anarcho punk britannico dei primissimi Crass e nel crust a la Doom, “Di Stato si Muore” è un lavoro estremamente grezzo, che mette dinanzi a tutto l’irruenza espressiva e la rabbia più feroce. Il disco, completamente autoprodotto, e la musica punk nell’ottica dei Tetano non erano altro che mezzi per diffondere il loro messaggio anarchico contro lo Stato e la sua repressione, contro il Capitalismo e lo sfruttamento e contro l’oppressione quotidiana, tematiche realmente sentite da chiunque di noi che si oppone e lotta concretamente contro questo sistema e non solo slogan vuoti e innocui da urlare dentro ad un microfono. Il punk dunque come strumento di comunicazione di idee, esperienze e pratiche antagoniste alla società dello Stato e del Capitale, ovvero una minaccia per questo esistente. “Di Stato si Muore” si apre con la voce di Riccardo che fa venire la pelle d’oca ancora oggi a distanza di anni impegnata a recitare un pezzo tratto, a quanto ricordo, da “Ripartire dall’anarchia” scritto da Sean M. Sheehan. L’intro parlato lascia poi spazio all’aggressività selvaggia e istintiva della titletrack, uno dei pezzi più belli mai scritti in tutto l’hardcore punk italiano a parer mio, accompagnato da un testo che ricorda le vittime della repressone statale (da Pinelli a Carlo Giuliani) così come le morti causate dalle guerre imperialiste o le morti sul lavoro. Un testo che ribadisce un concetto che dovrebbe essere impresso in chiunque continua ad organizzarsi per attaccare questo mondo, ovvero che di Stato si continuerà a morire fino a quando esisterà. E che Stato significa guerra quotidiana. Le tredici tracce che compongono questo “Di Stato si Muore” toccano le classiche tematiche trattate dall’anarcho punk. Infatti possiamo trovare tracce antimilitariste e di attacco alla guerra imperialista come “Nassyria” o “Giochiamo alla Guerra”, altre in cui si attaccano il nazionalismo e il patriottismo (“Fottuta Patria”), altre ancora che prendono posizione netta contro il carcere (di cui vogliamo vedere solo macere il più presto possibile) nella quinta traccia intitolata per l’appunto “Galere”. C’è spazio anche per uno dei miei pezzi preferiti in assoluto registrato dai Tetano, ovvero “Comunicato n.7″ che fin dal titolo e dallo stile in cui è scritto il testo vuole richiamare l’Angry Brigade, gruppo armato rivoluzionario anarchico attivo nel Regno Unito agli inizi degli anni ’70. Ultima cosa che ci tengo a sottolineare sono alcune righe che accompagnano la copia fisica del disco in cui i Tetano evidenziano l’importanza dell’autoproduzione come pratica politica per diffondere il proprio messaggio anarchico, mandando a fare in culo il profitto e la mercificazione delle forme di espressione e comunicazione ma sopratutto l’industria discografica, la SIAE e tutti quei gruppi che utilizzano l’autoproduzione solamente come trampolino di lancio per un contratto o il successo.

A distanza di un anno dalla pubblicazione del seminale “Di Stato si Muore”, un gruppo sardo conosciuto all’epoca col nome di Quarto Potere (ispirato dall’omonimo lungometraggio del 1941 diretto da Orson Wells) registra e da alle stampe la sua prima fatica in studio dal titolo “Incubo Senza Fine”. Il sound dei Quarto Potere su questo primo lavoro è ancora pesantemente influenzato dalla lezione di gruppi seminali della scena punk ottantiana italiana come i Wretched o gli Eu’s Arse, anche se emergono le influenze di gruppi d-beat quali Discharge o Varukers e vaghi richiami crust principalmente nei riff. La voce di Roberto è ancora legata all’hardcore punk di wretchediana memoria e non si è ancora lasciata andare del tutto a quel growl (in senso lato) abrasivo e marcio che caratterizzerà la proposta dei Quarto Potere più avanti. “Incubo Senza Fine” presenta sette tracce a cui sommano una breve intro dalle sonorità abbastanza crust e la cover di “Vaffanculo” dei Blue Vomit posta a chiusura del disco. Le tracce che ho apprezzato maggiormente nel corso degli anni sono state sicuramente “Contro le Carceri”, “Jiad” e “Vivisezione” (traccia nella quale si sentono primi echi crust anche nelle vocals), tripletta che compone la parte centrale dell’intero lavoro e che probabilmente tocca il punto più alto dell’irruenza espressiva e dell’aggressività trasmesse su questo primo lavoro dai Quarto Potere. Ancora acerbi rispetto al sound che svilupparono pochi anni dopo questo esordio, ma accompagnati da una ferocia selvaggia e da un istintiva bellicosità che bastano e avanzano per rendere “Incubo Senza Fine” un  ottimo disco di anarco punk.

 

Intanto nel 2007 vede la luce “Sic Transit Gloria Mundi” , primo disco degli Olim Palus , gruppo proveniente da Latina che definiva le propria sonorità come apocalyptic d-beat crust. Quattordici minuti suddivisi per quattro tracce a cui si somma la cover di “Stop the Slaughter” degli svedesi Mob47. E non è un caso la scelta di coverizzare un pezzo dei Mob47 visto che il sound degli Olim Palus affondava le proprie radici in profondità nella scena d-beat/crust svedese della prima metà degli anni ’80 e nel solco scavato a suo tempo da Ep fondamentali quali “Crucified by the System”, “Victims of a Bomb Raid” o “Karnvapen Attack”. Questa primissima fatica in casa Olim Palus si apre con il giro di basso che introduce la prima traccia “Fahrenheit 451”, un perfetto episodio di d-beat/crust punk accompagnato da una voce abrasiva e da una batteria martellante. nonchè da un ritornello che entra subito in testa. I ritmi, soprattutto della chitarra e della batteria, son praticamente sempre molto sostenuti e quasi mai si lasciano andare a rallentamenti. E’ sicuramente nella terza traccia “Massacro Fantasma” che si tocca il culmine di aggressività e ferocia, tanto a livello strumentale quanto a livello di vocals, un’alternanza di voci, una più urlata e abrasiva e una più brutale e tendente al growl. Nel complesso questo “Sic Transit Gloria Mundi” è un ottimo lavoro di impetuoso d-beat/crust di matrice svedese capace per quattordici minuti di sviscerare tematiche sempre attuali come la brutalità della guerra imperialista (“Massacro Fantasma“), l’alienazione e l’apatia generate da questo sistema che schiacciano gli esseri umani (“Indottrinamento del Subconscio“) e un serrato attacco all’idea di progresso, tipica del mondo occidentale, fondata sullo sfruttamento e la distruzione (“Evoluzione?”).

Olim Palus

Nel 2008 i Tetano e i Quarto Potere mettono insieme le loro forze e ci regalano uno degli split a cui sono più affezionato, uno dei dischi a mio parer più intensi e importanti di tutta la scena anarco/crust punk italiana. Lo copia fisica dello split è assurda da tenere tra le mani. Inoltre nella parte del bootleg occupata dai Tetano, il gruppo beneventino ci tiene a ringraziare tutti quei compagni e compagne che hanno incontrato sulla strada che porta all’emancipazione sociale e verso un mondo di libertà ed uguaglianza, mentre in quella dedicata ai Quarto Potere, il gruppo sardo ha voluto dedicare un saluto e un abbraccio a tutti/e i/le compagni/e detenuti nelle prigioni di stato. Altro punto che trovo interessante è l’estratto di una dichiarazione dell’anarchico Ravachol tenuta in tribunale davanti ai giudici che lo accusavano di omicidio. Ci tengo a sottolineare tutti questi particolari per evidenziare come ciò che animava i due gruppi andava ben al di là della musica e che il punk fungeva come mezzo per diffondere solidarietà, sperimentare l’autogestione e attaccare un’esistente oppressivo fondato sulla repressione statale e sullo sfruttamento lavorativo. Il punk visto come mezzo, come minaccia, mai come fine. Il punk che non è solo musica, ma un attacco totale a questo mondo, per abbattere lo Stato e distruggere il capitalismo. Tornando sul lato prettamente “musicale” lo split è composto da cinque tracce per i Quarto Potere e tre per quanto riguarda i Tetano. Il sound dei Tetano rimane fortemente ancorato ad un anarcho punk primitivo che però sfocia spesso in territori propriamente crust più aggressivi e brutali. In “Odio la Polizia”, traccia che apre il lato dello split del gruppo campano, i nostri ribadiscono un concetto chiaro e semplice: le forze dell’ordine sono il braccio armato della classe padronale e difendono dunque la giustizia e gli interessi della borghesia. Ma è la successiva “Violenza/Non Violenza” la traccia che ho sempre apprezzato maggiormente dei Tetano su questo lavoro, sia a livello di sound quanto e sopratutto a livello lirico. Difatti nel testo i Tetano cercano di trattare l’annosa questione violenza/non violenza, arrivando giustamente a sostenere che l’unica violenza giusta e necessaria è quella rivoluzionaria per abbattere lo Stato ed il Capitale. E non possono che trovarmi estremamente d’accordo.

Il lato dello split occupato dai Quarto Potere è devastante sotto tutti i punti di vista. A livello di sonorità il gruppo sardo ha virato verso lidi propriamente crust-core, un sound che rispetto all’esordio si è fatto più brutale e ruvido, influenzato ancora pesantemente dai Wretched e dai Discharge ma sopratutto dai Doom e dagli Anti-Cimex. L’influenza wretchediana emerge prepotentemente nella seconda traccia “10,100,1000 Nassirya”, mentre l’iniziale “Hiroshima” risente molto l’influenza di un certo crust-core. Ricordo che quando ascoltai per la primissima volta questo split mi innamorai immediatamente di “Hiroshima”, traccia che ritengo ancora oggi essere una delle migliori mai scritte dai Quarto Potere. Le tematiche trattate sono quelle classiche del genere: dall’aspra critica della guerra imperialista mascherata da “operazione di pace” o peggio da “intervento umanitario” nella conclusiva “Guerra di Pace”, alla presa di posizione antimilitarista nelle due tracce di cui ho parlato poco sopra, passando per la critica del copyright e della mercificazione delle forme di espressione-comunicazione e proponendo come unica alternativa pratica e politica, in un’ottica di anti-mercificazione e di rifiuto del profitto, l’autoproduzione e l’etica diy. Ed è proprio parlando di autoproduzione, pratica che tengo molto a cuore e che anima fin dal primo giorno Disastro Sonoro, che voglio concludere questo paragrafo dedicato allo splendido split tra i Tetano e i Quarto Potere. Citando direttamente le parole scritte dai Quarto Potere nel bootleg che accompagna lo split: “In una società in cui orma si tenta di ridurre a semplice merce e di consacrare al dio profitto anche la più irrilevante delle forme di espressione-comunicazione, l’autoproduzione viene ad acquistare un suo preciso significato quale ultima (e forse unica) strada da percorrere per riappropriarci di tutto ciò che veniamo a creare ogni giorno in quanto individui pensanti. Il rifiuto di un’ottica puramente commerciale e di mercificazione delle nostre espressioni, è alla base di una genuina scelta di autoproduzione e anche un elemento che conferisce a quest’ultima un suo incisivo valore politico…”. 

Ci avviamo alla conclusione di questo viaggio negli abissi della scena anarcho/crust punk della prima metà degli anni Duemila giungendo al 2010, anno in cui viene pubblicato un’altro split assurdo tra i Quarto Potere e gli Olim Palus intitolato 1184-2010″, split che ha potuto vedere la luce solamente grazie alla collaborazione di numerose etichette indipendenti, dimostrando come la solidarietà, all’interno di un certo modo di intendere la musica punk, sia una pratica messa in atto realmente nel quotidiano. Quattro tracce portano la firma dei Quarto Potere mentre solo una quella degli Olim Palus, la splendida “Convertiamo le Parole in Fuoco”, una dichiarazione di guerra a questo mondo, un’invito all’azione diretta e ad armare le parole contro un’esistente fatto di sfruttamento e oppressione. I Quarto Potere, partiti ai tempi di “Incubo Senza Fine” con un sound ancora pesantemente influenzato dai Wretched, giungono finalmente su questo split a sonorità che potrei definire senza troppi problemi crust-core a la Doom con un growl onnipresente e brutale. Un’evoluzione (se così possiamo chiamarla) di cui si intravedevano segnali già sullo splendido split con i Tetano. Aprono le danze di guerra i Quarto Potere con una breve intro in cui viene ripresa una citazione di “V per Vendetta“, salvo poi lasciare ad un giro di basso da brividi il compito di introdurre la prima traccia “Terrore”, un minuto di violento crust-core tritaossa su cui spicca il growl cavernoso di Robi. Tutte e quattro le tracce dei Quarto Potere presenti su questo magnifico split sembrano dipingere, non solo a livello lirico, un’atmosfera e uno scenario profondamente post-apocalittico e privo di speranze di sopravvivenza, come sottolineato da una traccia come “Nessuna Speranza di Vita”. Passando all’unico brano degli Olim Palus, “Convertiamo le Parole in Fuoco” è uno dei pezzi più belli di tutta la scena d-beat e crust punk italiana. Le sonorità del gruppo di Latina sono ancora legate alla scuola crust svedese di Avskum, Anti-Cimex e qualcosa dei primissimi Wolfpack sopratutto per un certo gusto nel riffing e nelle melodie e inoltre il brano è attraversato da un’intensità e da una aggressività senza eguali. Ho i brividi ancora oggi ogni volta che le voci di Matteo e Emanuele urlano ripetutamente “convertiamo le parole in fuoco”. Giungendo a conclusione definitiva non solo di questo paragrafo ma anche di tutto questo articolo, ci tengo a sottolineare probabilmente la nota più importante che accompagnava la pubblicazione dello split tra Quarto Potere e Olim Palus, ossia la volontà di dedicare il lavoro ai compagni sotto processo per i fatti del G8 di Genova, come a voler ribadire ancora una volta che il punk (in tutte le sue forme) non può essere solo musica ma anzi mezzo per diffondere ed esprimere solidarietà e complicità e minaccia per farla finita una volta per tutte con questo esistente votato allo sfruttamento, alla repressione e all’oppressione delle nostre vite in nome del profitto.

Questi sono solamente alcuni spunti che ritengo validi e interessanti per la lotta dei/delle punx rivoluzionari/e destinati ad essere discussi, corretti e soprattutto messi in pratica senza perdere tempo. Perché non è più tempo della parola mormorata a fior di labbra, bensì è giunta l’ora di armare questi fiumi di parole che ci ostiniamo a scrivere, ad urlare in un microfono o peggio a soffocare nello sconforto delle nostre gole. Per non essere mai più disarmati, convertiamo le parole in fuoco.

Warpath – Oblio (2016)

Partendo dalla lezione primordiale dei soliti Wretched e dei Discharge all’italiana meglio conosciuti dai piú con il nome di Eu’s Arse di quel capolavoro grezzo che è “Lo Stato Ha Bisogno di Te? Bene, Fottilo!” del lontano 1982, passando per i Detestation dello spettacolare “Unheard Cries” e i Nausea di “The Punk Terrorist Anthology Vol.1”, senza dimenticare i Consume dell’EP “Forked Tongue”, uno dei migliori esempi di crust-core dei primi anni 2000 a parer mio, si arriva dritti dritti a questo “Oblio”, seconda fatica in studio per i Warpath, gruppo milanese che come avrete capito si dedica anima e corpo ai suoni crust/d-beat più oltranzisti e annichilenti nella loro cieca furia distruttiva.

Dopo aver stupito tutti gli amanti delle sonorità Crust-core nel lontano 2008 con lo split/demo “Nel Dilagare della Follia”, titolo anche del loro brano più rappresentativo che ripropongono nuovamente anche sull’ultimo “Oblio”, i Warpath (letteralmente, “sentiero di guerra”) avevano fatto perdere le loro tracce in studio di registrazione, salvo poi tornare sulle scene nel 2016 con questo lavoro che non stupisce ma riconferma tutte le qualità del gruppo milanese e della loro proposta. Tanta attitudine tipica del genere, tanta passione che si sente in ogni nota che compone le 8 tracce che ci accompagneranno in questa viaggio verso l’oblio. Se siete amanti incurabili della doppia voce maschile/femminile a la Nausea, dei riff crust-core metallizzati quanto basta e dei ritmi d-beat martellanti, questo “Oblio” è l’album che fa per voi e che per nessuna ragione dovete farvi scappare. I testi trattano le tematiche classiche del genere; inoltre ogni gruppo crust che si rispetti deve avere almeno un brano che faccia riferimento all’olocausto nucleare e i Warpath non deludono nemmeno su questo punto. Tornando seri a parlare delle tematiche affrontate dai Warpath si passa dall’alienazione umana alla critica feroce alla guerra, dall’invettiva pregna d’odio verso questa società di merda (“La Quotidianità Uccide”, uno dei pezzi migliori) a vere proprie mazzate sui denti a livello lirico come nell’iniziale “Shut the Fuck Up!”. I nostri chiudono il disco riproponendo quello che è a tutti gli effetti il loro brano piú rappresentativo e che è sempre un piacere sentirselo sparare nelle orecchie, ossia il giá citato “Nel Dilagare della Follia”. Tutto il meglio che ci si può aspettare da un disco crust-core figlio adottivo di Detestation, Nausea e Disrupt lo si può trovare dunque su questo “Oblio” dei Warpath, gruppo che ci mette la giusta dose di ferocia, istinto distruttivo e viscerale nonché sincera passione per dare la propria personale sfumatura ad un genere che innovare è quasi impossibile, se non del tutto inutile. Ma a noi il crust piace così come lo fanno i Warpath, senza compromessi e incazzato con tutto e tutti, quindi non ci lamentiamo e ci godiamo di brutto questi 19 minuti verso l’ “Oblio”.

I Warpath ci urlano in faccia tutto l’odio e la rabbia possibile che ogni giorno ci cresce sottopelle corrodendoci dall’interno e che alimentiamo in questa era dominata dalla dilagante follia. Tempi moderni sempre più orientati verso il baratro, un lento cammino verso la condanna a morte, l’annichilimento pressoché totale dell’essere umano che si trasforma in estinzione, in oblio. Sensazione di angoscia e di orrore fuoriesce dal nichilismo sonoro messo in campo dai Warpath su questo “Oblio”, ma allo stesso tempo l’unica risposta che appare possibile, se tralasciamo la pulsione a tinte misantrope verso l’estinzione umana, è quella di intraprendere il sentiero di guerra e rispondere colpo su colpo a questo presente dominato dal sonno della ragione più assoluto e dai mostri da esso generati.

Tutto il mondo va a fuoco, non sembra esserci alternativa all’oblio. Non ci resta che seguire il “sentiero di guerra”, nel dilagare della follia.

Viaggio negli Abissi della Scena Crust Punk/D-Beat Italiana

“Crust vuol dire “crosta” ed è uno dei tanti sottogeneri del punk. Le sue caratteristiche sono un ritmo di batteria a rotta di collo, chitarroni fangosi e una visione cupa e paranoica dell’esistenza. Crust però è anche un’estetica e uno stile di vita e le band che questo stile di vita ce l’hanno, il crust lo suonano meglio di altre.” Parole introduttive di Stiopa, storico chitarrista dei Kalashnikov Collective, durante l’episodio #24 de La Casa del Disastro dedicato agli Warpath, gruppo di cui parlerò anche io in questo speciale articolo, o meglio, in questo viaggio negli abissi della scena Crust punk/ d-beat italiana. Ho scelto questa definizione del sottogenere crust punk per il semplice motivo che essa riesce a risultare chiara ed esplicativa pur nel suo essere estremamente concisa. E va bene così visto che se avessi dovuto perdere righe provando a spiegare in profondità la storia e le particolarità di questo sottogenere dell’hardcore punk, probabilmente a fine articolo ci sarebbero arrivati in pochi. Quindi, ribadisco, va bene così: brevi e concisi, iniziamo questo nostro viaggio alla scoperta della scena crust punk italiana, ricostruendo le tappe e la storia dei gruppi che, io misterioso scrittore di Disastro Sonoro, ritengo meritevoli di attenzione, menzione e interesse.

 

Per parlare di Crust Punk in Italia son convinto non si possa che partire da un gruppo storico di quello che le riviste d’oltreoceano definirono “italian hardcore”, ossia i seminali Wretched. Autori di un hardcore molto primordiale e sgraziato, fortemente influenzato e tendente a sonorità, immaginario e tematiche che hanno caratterizzato l’anarcho punk britannico di Crass, Discharge e compagnia, questi punx milanesi agli inizi degli anni ’80 rappresentavano la faccia più veloce, sporca ed estrema della scena hardcore punk italiana. La loro proposta musicale, sintentizzata perfettamente nella formula “Chaos non Musica”, titolo di un bootleg/split dell’96 con i maestri del grindcore Cripple Bastards (ma stampato e rilasciato da questi ultimi senza consultare i Wretched), era caratterizzata da una feroce rabbia, da un senso di ribellione misto impotenza, da tematiche anarchiche ed antimilitariste e da tutto quell’immaginario che sarà poi ripreso in futuro dalla stra grande maggioranza dei gruppi crust, italiani e non solo. Ma i Wretched non erano solo musica, non erano solo rumore; difatti accanto al lato sonoro questi punx sono stati fondamentali nella nascente scena hardcore italiana sopratutto per il loro impegno militante fatto di autoproduzioni, controcultura, indipendenza musicale, attitudine do it yourself. Tutto questo ha reso certamente i Wretched uno dei gruppi più genuini e importanti della scena negli anni ’80 e possiamo oggi considerarli senza troppi problemi l’influenza principale di tutti quei gruppi che saranno oggetto di questo speciale articolo sulla “scena” crust/d-beat italica. Dopotutto è innegabile che dischi seminali come “In Nome del Loro Potere Tutto è Stato Fatto” (1983), “Finirà Mai?” (1984) e l’L.P. “Libero di Vivere, Libero di Morire” abbiano occupato gli ascolti di ognuno di noi per parecchio tempo e ci abbiano influenzato tanto a livello musicale quanto a livello lirico-concettuale.

Altro gruppo su cui ci tengo a spendere due parole in questa nostra lenta discesa verso gli abissi della scena crust punk italiana sono senza ombra di dubbio gli storici Scum of Society, coloro che possono essere definiti come il primo gruppo italiano dedito totalmente a sonorità crust punk ed emerso nell’underground hardcore romano nei primi anni ’90. Riprendendo direttamente le loro parole, presenti sull’EP “Violenza Legale”del 1997, gli Scum of Society “nascono dalla voglia di poter comunicare le loro sensazioni riguardo alle numerose problematiche che questo mondo racchiude”. Anche loro come i Wretched erano animati da un forte impegno militante e antagonista perfettamente espresso nei loro testi dalle tinte fortemente anarchiche che si scagliano contro tutte quelle “istituzioni” che ancora agli albori degli anni 2000 venivano viste come intoccabili: la patria, la guerra, la famiglia, la polizia, la scuola e la chiesa. Come da tradizione anarcho punk gli Scum of Society sono quindi convinti che la musica non debba essere mai fine a se stessa, bensì fungere da mezzo necessario al fine di “far aprire gli occhi a chi da tempo li tiene chiusi.” Musicalmente molto rozzi e primordiali, con le vocals molto crude e rabbiose, quello che ci fa apprezzare gli Scum of Society e li rende meritevoli di esser citati all’interno di questo articolo è certamente l’impegno e l’attitudine Diy che, ancora oggi a distanza di anni, riescono a trasmettere i loro pezzi.  Agli albori della diffusione delle sonorità crust punk nella “nostra” penisola, gli Scum of Society hanno avuto un ruolo certamente importante anche per il semplice fatto di esser stati il primo, o uno dei primi, gruppo dedito a certe sonorità.

Proseguendo in ordine cronologico la nostra odissea verso queste marce e rumorose sonorità ci imbattiamo negli storici crust punx abruzzesi Disforia, attivi dall’inverno del XXI secolo. Quello che si può notare fin da subito ascoltando il materiale dei nostri è l’enorme influenza che hanno avuto Doom e Discharge sulla loro musica (sarebbe più facile chiedersi chi non sia stato influenzato dalle suddette band all’interno della scena crust e hardcore in generale), ma anche altre realtà della prima scena d-beat svedese come Mob 47 e Discard. Ma c’è altro oltre tutto questo e lo vedremo più avanti. Il loro primo demo, datato 2002 e intitolato “Quattro Frammenti di Orrore Quotidiana”, è un concentrato di crust veloce e grezzo che sfocia spesso in lidi grindcore, come testimonia perfettamente “Contro la Chiesa”, brano con cui si apre questo Ep. Anche sul full lenght “L’Oblio Copre Ogni Cosa” del 2003 la formula compositiva e la proposta rumorosa dei nostri rimane la stessa: crust punk suonato veloce, marcio, sporco, caotico e altamente incazzato, imbastardito con ingenti dosi di grindcore. E’ chiara già dopo pochissimi ascolti che il suono proposto da Disforia è fortemente debitore dei primissimi lavori (“A Holocaust in Your Head” su tutti) dei primordiali Extreme Noise Terror. Per quanto invece riguarda le vocals, divise a metà tra lo scream di Paguro e il growl di Andrea, non è difficile percepire una vaga influenza della voce di Gianmario sui primi lavori dei Wretched. Impossibile non citare poi, per avvicinarci ai tempi recenti, l’ultima fatica in casa Disforia, ovvero uno split (dal titolo “Solve et Coagula”) con un altro grande, storico gruppo della scena crust italiana, i “post nuclear warriors” Drunkards. Di questi guerrieri post nucleari alessandrini in giro dal 1997 parleremo a breve.

Eccoci qui quindi a parlare dei Drunkards, altra storica realtà della scena hardcore italiana di fine anni ’90-inizio ’00. Immagino vi starete chiedendo cosa suonano questi quattro “alcolizzati mutanti” emersi nel 1997 dalle nebbie post nucleari della provincia di Alessandria. Secondo voi? Crust? Certamente, ma non solo. I Drunkards, dandoci un’immagine abbastanza chiara della loro proposta musicale, delle tematiche trattate e dell’universo concettuale da cui traggono ispirazione, amano definire il loro genere “post apocalyptic thrash punk rock’nroll” e credo vivamente che definizione migliore non possa esistere. Questi guerrieri post nucleari si sono fatti conoscere nel 1999 con il loro primo demo “Minaccia Nucleare”, un demo composto da 8 tracce dalle sonorità molto lo-fi, rumorose, caotiche e con una registrazione che, tutt’altro che impeccabile, lascia comunque intravedersi la passione, l’attitudine e le potenzialità dei nostri. Potenzialità che emergeranno in modo dirompente nel bellissimo “Sentenza di Morte” del 2006, album che, finalmente grazie ad una registrazione ottimale, rende onore al crust punk (fortemente ispirato ai belga Hiatus) dei Drunkards, imbastardito con il thrash metal più grezzo e con un sapore-attitudine rock’n’roll direttamente presi in prestito dai Motorhead (difatti è presente su questo album la cover di “Aces of Spades”). A livello lirico i nostri alternano pezzi impegnati e dalle tematiche sempre attuali come “Il Sangue Continua a Scorrere” ad altri completamente cazzoni ed irriverenti come “Bordello Alcolico” che risulta esserne l’emblematico esempio. Come ho già potuto accennare nelle righe dedicate ai Disforia, a settembre è uscito “La Festa dei Pazzi”, ultimo lavoro di questi quattro guerrieri post-nucleari contenente cinque nuove pezzi di purissimo “trash punk rock’n’roll” post apocalittico in perfetto stile Drunkards!

Passiamo ora a tracciare una breve storia degli ormai defunti Disprezzo. Il gruppo, che nasce nel 2001, era dedito a sonorità tipicamente crust, anche se imbastardite sapientemente con il black metal vecchia scuola che non sta mai male. Andando più in profondità nella loro musica, possiamo definire il suono proposto dai nostri come un classico crust punk che però lascia trasparire tutte le influenze extreme metal dei Disprezzo, il tutto condito con testi politicizzati ed incazzatissimi e vocals marcissime e putride che faranno la felicità tanto dei punx quanto dei metallari più trve! Dopo un fantastico album, grezzo e pregno di rabbia primordiale, dall’emblematico titolo “Nel Mio Mondo il Sole Non Sorge Mai” (titolo che, ne sono certo, farebbe invidia ai primissimi Amebix) del 2004, il gruppo, aihnoi, si sciolse facendo perdere le sue tracce.

Per rimanere in tema di “blackened crust” (come ama chiamarlo la “stampa specializzata”) è impossibile non citare e non spendere più due parole su un altro grandissimo gruppo che ha avuto un’esistenza breve ma estremamente intensa. Sto parlando dei baresi Nagasaki Nightmare, nome direttamente preso dall’omonimo brano dei maestri Crass presente su “Christ The Album”, doppio LP rilasciato nel 1982. Stando alle scarse informazioni reperibili in giro, il gruppo sembra essersi formato intorno al 2003. La loro musica come ho già avuto modo di accennare rappresenta il perfetto incontro tra la rabbia travolgente e frenetica del crust e le melodie tipiche di certo black metal, quello più atmosferico e caratterizzato da aperture/intermezzi melodici. Qualcuno potrebbe etichettare la proposta sonora dei Nagasaki Nightmare come “NeoCrust”, termine che però, personalmente almeno, mi sta parecchio sui coglioni e trovo privo di significato. Se proprio dovessi fare dei nomi per inquadrare il suono dei nostri punx baresi mi verrebbero ovviamente da citare gruppi come gli spagnoli Ekkaia, i Fall of Efrara o i Blunt (anch’essi spagnoli), gruppo con cui gli stessi Nagasaki Nightmare hanno inciso uno split nel 2007 e che contiene tre pezzi, tra cui spicca sicuramente “Biodegradabilità del Genere Umano”. Come non citare inoltre lo split, sempre del 2007, con uno dei gruppi storici dell’punk-hardcore italiano, ossia i cesenati Contrasto, che presenta quattro pezzi, tra i quali quello che ritengo il loro capolavoro, il loro brano più rappresentativo: “Ogni Giorno” (già presente sul demo del 2006). Melodia, rabbia e atmosfere, questo e molto altro erano gli ingredienti dei Nagasaki Nightmare, indimenticato gruppo crust che decise di porre fine alla propria attività nel 2008.

Risalendo la penisola, in un continuo su e giù tra nord e sud, e rimanendo ancorati alla prima metà degli anni ’00 ci imbattiamo nei modenesi Cancer Spreading. Il nome della band, non a caso, è ripreso dal titolo di una canzone di coloro che sono riconosciuti da tutti come i fondatori, con il loro secondo demo del 1986 “Terminal Filth Stenchcore”, dello “stenchcore” (a quanto pare sottogenere del crust), i britannici Deviated Instinct. Detto ciò cosa potranno mai suonare questi Cancer Spreading se non marcio crust punk influenzato pesantemente tanto dal death metal più old school quanto dal proto-thrash più virato verso sonorità sporche, oscure e grezze (quello di Hellhammer/Celtic Frost tanto per capirci)? Non ci troviamo quindi dinanzi al classico crust punk fedele agli stilemi del genere, ma piuttosto ad un ibrido bastardo nel quale la componente death metal si fa sentire eccome, a volte prendendo quasi il sopravvento sul resto ma senza mai tranciare definitivamente le ben salde radici che tengono ancorati i nostri modenesi alle sonorità crust. Autori di innumerevoli uscite tra demo, split, Ep, Lp e chi più ne ha più ne metta, la loro ultima fatica in studio risale al 2016 quando hanno pubblicato “Ghastly Visions” per la belga neanderthal.stench Records, la slovacca Heavy Metal Vomit Party Records (un nome che è tutto un programma eheheh) e la brasiliana Back on Tracks Records. Ci troviamo dinanzi ad una band ormai in piena maturazione lirica e musicale che ci regala 40 minuti di puro stenchcore old school che avrebbe fatto certamente invidia ai maestri Deviated Instinct. Citando le parole dei Cancer Spreading, che trovo perfette per concludere queste righe a loro dedicate, il loro scopo dichiarato è quindi quello di diffondere il più possibile il loro messaggio di nichilismo e autodistruzione attraverso l’autoproduzione e l’attitudine do it yourself. Avanti così allora, la strada intrapresa appare molto interessante cari i miei modenesi!

I lettori più attenti, appassionati e attivi frequentatori della scena hardcore italiana, si saranno sicuramente accorti che in mezzo a tutti i gruppi citati finora mancano forse coloro che hanno saputo interpretare e rivisitare al meglio gli insegnamenti della scena hardcore/d-beat svedese degli anni ’80 e inizio dei ’90 di gruppi storici del genere quali Anti-Cimex, Avskum, Driller Killer e compagnia sbraitante. Sto naturalmente parlando dei Kontatto, gruppo d-beat/crust bolognese on the road dal lontano settembre del 1998, una vera macchina da guerra tritaossa dal vivo (chi se li è potuti godere in concerto potrà sicuramente confermare questa affermazione). Non a caso ho citato gli Anti-Cimex perchè, stando anche da quanto dichiarato più volte da loro stessi, insieme ai Wretched, rappresentano di sicuro la maggiore influenza a livello musicale dei Kontatto. E sempre tutt’altro che a caso ho rispolverato il nome degli Avskum; difatti le melodie create da Koppa e Febo (i due chitarristi) ricordano molto la lezione della band di Kristinehamn. Fino al 2002 i Kontatto sono andati avanti di soli split; ben 4, tra cui uno con gli storici grinders belga Agatochles (attivi dal 1985). Leggende narrano che tutto il materiale presente su questi quattro split siano stati tutto frutto di una sola registrazione (ascoltare l’episodio #11 de La Casa del Disastro per averne conferma). Dopo l’ultimo split del 2002, una serie di abbandoni e cambi di line-up che rischiarono di mettere la parola fine sull’esistenza del gruppo, con l’ingresso della formidabile Marzia dietro le pelli (che risulterà fondamentale con la sua tecnica e il suo suono di scuola d-beat martellante come piace a noi) si arriva finalmente al 2008, anno in cui vede finalmente la luce “Disillusione”, il primo Lp dei Kontatto. Suddetto album dimostra tutta la qualità del gruppo bolognese, sopratutto per quanto riguarda il songwriting; infatti canzoni come “Paradisi Artificiali”, “La Tua Malattia”, ma sopratutto “Medaglia al Valore” (quello che considero a tutti gli effetti l’inno del gruppo) rimangono impresse nella mente già al primo ascolto, tanto la parte strumentale quanto quella lirica contenuta nei testi. Avendo ormai ingranato, i Kontatto continuano la loro maturazione artistica sfornando due anni dopo il loro secondo full lenght “Mai Come Voi”. Undici i brani presenti su questo album, tra i quali spiccano senza ombra di dubbio “Ogni Giorno di Meno” e la mia preferita in assoluto dei Kontatto “Cospirazioni”, quest’ultima con un riff iniziale e un ritornello che ti si stampano immediatamente in testa e non ti lasciano più. Dopo un’altro split con i brasiliani Besthoven (anch’essi autori di un crust/d-beat molto veloce) del 2011, finalmente a marzo scorso è uscito il nuovissimo “Fino Alla Fine”, una bomba carica del solito crust/d-beat tiratissimo e incazzatissima ma condito con melodie e riff immediatamente riconoscibili a cui ci hanno abituato negli anni i Kontatto. Unico consiglio che posso darvi su di loro è quello di vederli dal vivo il prima possibile. Sudore, attitudine, qualità e tanta ma tanta passione rendono ogni loro concerto un’esperienza indimenticabile.

Altro gruppo impossibile da non citare in quello che è ormai diventato un vero e proprio viaggio nel tempo e nello spazio per raccontare quanto più possibile delle migliori realtà crust punk, attive o defunte, presenti nella penisola italiana sono certamente i Campus Sterminii. Il gruppo, che vede tra le proprie fila tre brutti ceffi già attivi nei Kontatto (Febo, Koppa e Marzia), si è formato nella primavera del 2002 e per diversi anni è stato uno dei nomi di punta della scena crust italiana, per attitudine, passione e qualità. Molto simili per sonorità ai modenesi Cancer Spreading di cui abbiamo parlato poco sopra, anche loro possono essere buttati nel calderone stenchcore, anche se interpretano il genere in maniera sempre personale e leggermente più “melodica” (per quanto si possa parlare di melodia in mezzo al rumore) rispetto ad altre band. Ascoltando i Campus Sterminii sono principalmente tre i gruppi che vengono in mente: Hellshock, Driller Killer e Disrupt. La prima fatica a nome Campus Sterminii fu uno split con i Disgusting Lies dal doppio titolo “No Choice, No Way!/ Non c’è Limite al Peggio” datato 2002, a pochi mesi dalla nascita del gruppo, che faceva già intravedere tutte le qualità dei nostri, seppur la qualità della registrazione era molto lo-fi e il songwriting molto primordiale e grezzo. Pezzi come “Non c’è Limite al Peggio”, “E Così Sia” e”Credi Veramente di Combattere il Sistema” oltre ad esser divenuti brani immortali del gruppo, sono delle vere e proprie manifestazioni di intenti dei nostri, che con feroce rabbia sputano in faccia all’ascoltatore tutto il loro odio ed il rancore verso questo mondo. Finalmente nel 2009 i Campus Sterminii replicano con il loro primo full lenght “Life is a Nightmarish Struggle” (un titolo che è tutto un programma), album che evidenzia una importante crescita della band a livello compositivo e di tematiche, ma anche e sopratutto un ottima qualità in fase di registrazione. Nulla di nuovo è uscito da quel lontano 2009, sopratutto a causa degli impegni dei componenti del gruppo con svariati altri progetti tra cui i già citati Kontatto e Cancer Spreading; nonostante ciò io sono ancora qui ad attendere impazientemente di poter ascoltare nuovamente il veloce e rabbioso stenchcore dei Campus Sterminii.

Avviandoci finalmente verso la conclusione di questo lunghissimo ed estenuante (per chi scrive, ma sicuramente anche per chi si ritroverà sfortunatamente a leggerselo) speciale articolo sulla scena crust punk italiana, ci avviciniamo ai tempi recenti e precisamente a due anni, il 2008 ed il 2011, anni che han visto la formazione di due nuove realtà dedite a sonorità crust-core/d-beat: mi sto riferendo rispettivamente ai milanesi Warpath e ai montebellunesi Kompost.

I Warpath (letteralmente “Sentiero di Guerra”, nome spettacolare) nascono quindi intorno al 2008-2009, dalle ceneri e fondendosi con i Land of Devastation, band di cui praticamente facevano parte gli stessi componenti che avrebbero poi formato gli stessi Warpath. La materia rumorosa a cui hanno dedicato le loro fatiche non può che essere un solido e tiratissimo crust punk/d-beat (altrimenti non sarebbero menzionati in questo articolo, logicamente) caratterizzato da doppia voce maschile/femminile che ricorda in più frangenti i Nausea, altro storico gruppo del genere. Ma i Nausea non sono l’unica influenza che possiamo assaporare nella musica dei Warpath; difatti altri gruppi che vengono immediatamente alla mente sono sicuramente i Disrupt e gli Hellbastard di “Ripper Crust”. Nel 2011 rilasciano “Nel Dilagare della Follia”, uno split con i NIS, altro gruppo storico della scena crust italiana di cui purtroppo non vi parlerò, composto da soli due pezzi più un’intro che già aveva fatto drizzare le orecchie (e non solo, ci siamo capiti…) a tutti gli amanti di questo tipo di sonorità. Ma è solo nel 2016 che i Warpath ci regalano il loro primo marcio full lenght dal titolo “Oblio”, una ventina di minuti scarsi di puro crust-core in stile Nausea, poco originale ma suonato con un’attitudine e una convinzione da far invidia ai più. I testi trattano le tematiche classiche del genere, dall’alienazione umana alla critica feroce alla guerra, dall’invettiva pregna d’odio verso questa società di merda ai contenuti più “politici”. E’ inoltre presente tra gli otto pezzi che compongono questo “Oblio” anche “Nel Dilagare della Follia”, brano già presente sull’omonimo split che suona sempre fresco e risulta essere uno dei pezzi migliori fin qui scritto dai Warpath.

I Kompost rilasciano la loro prima demo nel 2012, composta da 6 pezzi più una cover di “Fame” storico pezzo degli storici crusters Berserk (anche di loro, per esigenze di spazio e tempo, ho deciso di non parlavi purtroppo). Su questa demo è presente un pezzo che, sempre a parere inutile di chi scrive, rappresenta in modo emblematico il mood misantropo e nichilista che anima la band e che la band sa trasmettere in modo impeccabile con la propria musica: “Io Non Vorrei Essere Umano”, 3min e 32 secondi di pura misantropia in salsa crust, nient’altro da aggiungere. Nel 2016 i Kompost rilasciano la loro ultima fatica intitolata “La Vera Bestia” (recensita qualche mese fa proprio su Disastro Sonoro Clicca qui per la recensione), uno dei migliori album in ambito crust che io abbia avuto la fortuna di sentire negli ultimi tempi; 25 minuti di sonorità sempre in bilico tra la vecchia e la nuova scuola del genere con forti influenze death metal per nulla tenute nascoste dai nostri; 25 minuti che ci presentano un mix perfetto tra parti più grezze e tirate e altre più atmosferiche e melodiche. Se proprio volessimo fare dei nomi la proposta dei Kompost ricorda molto quella di Disfear e Martyrdod (e di un gruppo crust/death metal dell’underground spagnolo che risponde al nome di Cruz), e di questi accostamenti Bre (batterista), Pozze (vocals) e compagnia non possono che andarne fieri.

Dopo aver parlato più o meno approfonditamente di ben 11 gruppi che hanno rappresentato le radici, gli albori, lo sviluppo e la “nuova scuola” della scena crust punk/ d-beat italiana, dopo esserci addentrati negli abissi di questo mondo fatto di guerrieri post-nucleari e post-apocalittici e sonorità grezze, putride e marce, dopo aver intrapreso questo viaggio nello spazio e nel tempo cercando di ricostruire al meglio la storia del crust punk in Italia, credo sia giunta l’ora di concludere qui questo speciale articolo. Ci sarebbe ancora una miriade di gruppi che meriterebbero il nostro interesse e di essere menzionati all’interno di questo articolo, basti pensare a Humus, Berserk, NIS, Dirty Power Game, Disgusto, Overcharge, Motron, ecc., tutta gente che tiene e ha tenuto viva la passione per questo genere di sonorità con attitudine, impegno e sudore. Purtroppo (o per fortuna) siamo giunti alla conclusione di questo nostro apparentemente interminabile viaggio verso gli abissi della scena crust punk italiana, io non ho nient’altro da aggiungere se non una frase che è più l’essenza di uno stile di vita: IN CRUST WE TRUST! 

Oltre la musica, oltre il rumore! Disastro Sonoro!