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Schegge Impazzite di Rumore #06

Torna anche in questi primi freddissimi giorni di dicembre (si, sarebbe dovuto uscire a fine novembre questo articolo, ma sono uno stronzo si sa) il consueto appuntamento con Schegge Impazzite di Rumore, il sesto per la precisione. Saranno come al solito schegge di rumore che si andranno a conficcare nei vostri occhi e nella vostra pelle provocandovi un dolore atroce, un dolore che è possibile sopportare solamente sparandosi nelle orecchie, al più alto volume possibile ed immaginabile, il rumore contenuto nelle recenti uscite dei quattro gruppi di cui vi parlerò oggi: Iena, Grog, K-19 e Up To Date. Il disastro sonoro arriverà e avrà i vostri occhi… i vostri occhi impregnati di terrore.

Partiamo con gli Iena, gruppo formatosi a Firenze Nord lo scorso gennaio-febbraio per mano di brutti ceffi già impegnati con Carlos Dunga e xDeloreanx (tra gli altri). Con questo loro primo Ep “Condanna a Morte” però toglietevi dalla testa sonorità thrashcore/fastcore tipiche dei due gruppi menzionati poco fa, perché in questo caso ci troviamo tra le mani un lavoro che sembra esser stato preso direttamente dalla prima metà degli anni ’80 visto che il sound proposto dagli Iena è il più classico Oi/punk82, grezzo, proletario e diretto come un pugno in faccia! È innegabile l’influenza e i continui richiami ai Nabat che possiamo trovare nella proposta dei fiorentini, ma è altrettanto innegabile l’importanza mondiale che hanno avuto i bolognesi sull’intera scena Oi! dagli anni ’80 in poi! Non solo Nabat però, in molti passaggi difatti la musica rabbiosa degli Iena riporta alla memoria il sound dei Dioxina, storico e mai dimenticato gruppo Oi! riminese. Quindi si, per farla breve, come avrete ben capito, questo “Condanna a Morte” ripropone senza futili fronzoli e senza troppe pretese il tipico sound Oi! all’italiana, quello più riottoso, grezzo e orgogliosamente proletario pronto a massacrarti di botte sei sei un fascio, uno sbirro oppure un ricco borghese di merda! Chi mi conosce bene sa quanto io non sia un amante folle del genere proposto dagli Iena, però quando un lavoro ha i cosidetti controcoglioni e ti fa muovere la testa dall’inizio alla fine non si può far altro che prenderne atto e riconoscergli il merito! Attitudine, rabbia proletaria e impeto di rivolta, tutto questo è perfettamente racchiuso nelle otto tracce presenti su questo primo Ep dei fiorentini. Menzione speciale per pezzi come “Firenze Nord” e l’inno “Lo Stivale Brucerà”, veri e propri pugni in faccia! Ora che gli Iena si aggirano sulla scena in cerca di carogne con cui sfamarsi, la nostra voglia di Oi! incazzato e incendiario può essere finalmente saziata! “Fate i Nabat”…no, facciamo gli Iena!

 

Canaglie di tutto il mondo unitevi per gustarvi appieno il sound rabbioso e annichilente dei Grog, una ciurma di pirati ubriachi marci che suona sporco e rabbioso d-beat/crust che non fa prigionieri! Il sound proposto dai nostri su questo loro primo S/t album rilasciato lo scorso aprile è violento ed annichilente, nonostante l’approccio e l’attitudine dei nostri spesso tenda all’ignoranza e al cazzeggio molesto, piuttosto che ad un “prendersi troppo sul serio” che alla lunga potrebbe risultare noioso e scontato. Undici le tracce che ci troviamo ad ascoltare su questo primo lavoro dei Grog, tra le quali spiccano “Vita in Quanto Stato di Non Suicidio” (titolo della madonna!!!), “Città Anno Zero”, “La Sicurezza che Uccide” e la conclusiva “Effetto Placebo”. Pensate al d-beat/crust dei Grog come il perfetto punto d’incontro tra il crust-core marcissimo dei Culto del Cargo e il raw’n’roll dei varesini Motron, giusto per fare i nomi di due dei migliori gruppi italiani in circolazione! Un arrembaggio molesto accompagnato da litri di alcol scadente, tutto questo è il S/t dei Grog! Alzate i vostri calici ciurma di canaglie all’ascolto e brindate ai Grog e al loro crust/d-beat tritaossa!

Per rimanere in tema di raw d-beat/crust punk, spostiamoci ora in Sardegna e precisamente a Cagliari, città da cui provengono i K//19, gruppo di recentissima formazione che a Ottobre ha rilasciato la sua prima fatica dall’emblematico titolo “Total Collapse of Society”, netta dichiarazione di intenti dei nostri.

Cinque pezzi (più una cover dei Raw Noise) di classico d-beat/raw punk che riprende la lezione tradizionale dei grandi gruppi svedesi come Driller Kille, Anti-Cimex, Absolut, ma anche dei tedeschi Autoritär tra gli altri, e fa tutto questo con attitudine e sincera dedizione. D’altronde l’intento con cui nasce questo progetto è chiaro fin da subito: “i K//19 nascono in base all’esigenza di continuare a perpetrare un fondamentalismo puramente raw d-beat da tempo snobbato e rimasto nei cantieri dei pochi manovali del genere”. I K//19 quindi suonano quello che piace loro, senza inventare nulla di nuovo ma anzi riuscendo a far suonare fresco e interessante un sound che potrebbe apparire sentito e risentito mille volte. Il raw punk/d-beat dei sardi tira dritto per la sua strada a velocità spedita spazzando via qualsiasi cosa si trova davanti e lasciando solo macerie al suo passaggio, riuscendo anche ad avere un certo gusto per le melodie (soprattutto nei bellissimi assoli dei primi due brani) in mezzo a tutta questa sua cieca furia distruttiva! Inoltre la proposta grezza dei nostri può ricondurre alla mente e all’orecchio echi di Crutches e qualcosa anche dei Paranoid, giusto per ribadire ancora una volta, se non fosse chiaro, quali siano i loro punti di riferimento. Se questo “Total Collapse of Society” è solo l’inizio, i K//19 faranno parlare di sé e faranno la gioia di tutti gli amanti del genere!

Chiudiamo questa sesta puntata con le nostre amate Schegge Impazzite di Rumore con un lavoro originariamente uscito nel lontano 1997 in formato 7″ e che viene oggi ristampato dalla Hanged Man Records. Sto parlando della prima e unica fatica dei torinesi Up To Date, realtà certamente minore e poco fortunata della scena italiana dei 90, ma che aveva la giusta attitudine hardcore e poteva contare su una buonissima capacità di songwriting, come testimoniato da questa interessante ristampa.

Quello che ci troviamo ad ascoltare su questo “…quanta Cenere”, come potete ben immaginare, è il più classico hardcore torinese degli anni 90, quello che affondava ben saldamente le proprie radici musicali, liriche e attitudinali nella seminale lezione dell’hardcore italiano della decade precedente come Declino, Indigesti e Negazione. Il sound e l’approccio degli Up To Date quindi ricorda molto quello dei Frammenti e Sottopressione, anche se molto più grezzo e sgraziato e senza raggiungere le vette liriche raggiunte dai due gruppi appena citati, ma non per questo meno apprezzabile. Hardcore senza fronzoli, semplice, diretto, in your face, proprio come piace a tutti noi! La Hanged Man Records ha diseppellito un gemma grezza di hardcore italiano dalla fin troppa polvere che la teneva celata, un lavoro che merita di essere riscoperto, ascoltato e apprezzato!

Verrete trafitti dalle nostre schegge di rumore impazzite, soccomberete sotto i colpi del nostro Disastro Sonoro!

Schegge Impazzite di Rumore #05

Disastro Sonoro is fuckin’ back, lo ribadisco. E dopo il ritorno di Rumori Veloci con la seconda puntata dedicata alle ultime fatiche di The Seeker, Wisteria e Sect Mark, ecco il nuovo appuntamento con Schegge Impazzite di Rumore che questa volta coprirà il mese di agosto e l’inizio di settembre vista la latitanza estiva del bastardo che da solo tiene in piedi questa baracca. Nel periodo di silenzio di questo blog sono infatti usciti lavori che meritano spazio, meritano di essere ascoltati e che ci tengo a recensire; per fare un esempio, penso all’ultimo capolavoro targato Contrasto a cui sarà dedicata il prima possibile una recensione esclusiva, visto anche il comparto lirico-tematico-concettuale che accompagna “Politico Personale” (questo il titolo dell’ultimo album dei cesenati) e che merita di essere trattato in modo approfondito e attento. Ma i Contrasto non sono gli unici ad aver rilasciato nell’ultimo periodo lavori interessanti e che si aspettavano da tempo. Ecco allora spiegato il motivo che mi spinge oggi a scrivere due righe e due commenti non richiesti da nessuno sulle ultime fatiche rilasciate da Stasis, Shitty Life, Double Me e Idiota Civilizzato.

Partiamo da quello che probabilmente per me e per molti punx è stato un disco agogniato per parecchio tempo. Mi riferisco chiaramente al primo vero e proprio full length rilasciato dai bolognesi Stasis, un lavoro che vede finalmente la luce dopo anni di fatiche visto che tutte le tracce presenti su questo s/t album sono state registrate addirittura nella lontana estate del 2016. L’attesa però è stata assolutamente ripagata da queste 12 tracce di semplice crust/hardcore punk imbastardito da sonorità ben radicate tanto nel thrash/death metal quanto nelle primordiali pulsioni proto-grind. Ci troviamo cosi dinanzi ad una miscela sicuramente non originale (anche se le vocals della cantante Laura risultano essere una ventata d’aria fresca all’interno del genere) ma altrettanto certamente esplosiva e corrosiva che rende gli Stasis una vera e propria macchina da guerra sbriciola ossa al pari di altri interessantissimi gruppi come gli anconetani Humus o i canadesi Massgrave. C’è poco da aggiungere a quanto è stato gia scritto, sparatevi queste dodici schegge di crust/hardcore punk targate Stasis che finalmente hanno visto la luce. Vale la pena spendere due parole anche sull’artwork di copertina che, nonostante ricordi vagamente la copertina di “World Extermination” degli Insect Warfare, risulta essere l’ennesimo punto in più di un lavoro tanto atteso e che certamente non ha deluso le aspettative, dimostrandosi estremo ed estremamente godibile. Crust punk ist krieg!

 

La vita è una merda, lo sappiamo tutti. E lo sanno bene anche questi ragazzi di Parma che hanno pensato bene di darsi un nome che non lascia dubbi: Shitty Life. Questi fanatici del “chitarrino punk”, definizione che gli stessi Shitty Life danno della loro musica (per una volta l’etichetta di merda non l’ho inventata io), sono in giro da anni e continuano a spendere il loro tempo, le loro energie e ingenti litri di sudore per registrare nuovo materiale di qualità come questo “Switch Off Your Head”, rilasciato da pochi giorni sulla pagina bandcamp del gruppo. Abbiamo accennato poco fa alla definizione di “chitarrino punk”, ma cosa cazzo vorrà ma dire lo possono sapere solo gli Shitty Life (e forse nemmeno loro). Però il fatto che sia qui a scrivere due righe su questa loro recente fatica, mi obbliga a tentare di dare una prima impressione del sound che accompagna i nostri dal loro primo demo del lontano 2015. Immaginate l’impeto e l’adrenalina dell’hardcore punk di tradizione americana di Germs o dei ben più recenti Off! di Keith Morris suonato però senza distorsioni e con un sound di chitarra (punk) rock’n’roll sullo stile dei The Victims a farla da padrone, sommando a tutto questo un attitudine e un’atmosfera più generale che richiama alla mente la sporcizia e l’immediatezza dei gruppi garage. Inoltre il sound grezzo e rabbioso degli Shitty Life potrebbe far venir in mente i lavori più sporchi degli svedesi Rotten Mind, nonché qualcosa dei Patsy (anche se molto più furiosi di questi ultimi), mantenendo il classico sapore del primissimo punk rock. Un lavoro da ascoltare e godersi dall’inizio alla fine, partendo dalla traccia di apertura “We’re Dead” che era già stata pubblicata precedentemente per anticipare questo “Switch Off Your Head”. Nient’altro da aggiungere, ascoltatelo il prima prima possibile. Tanto la vita è una merda e noi siamo già tutti morti!

 

Adesso, chiuso in questa stanza, il tempo mi ha fatto diventare scemo. Si apre in questo modo “Sporchi Senza Fine”, traccia iniziale del primo disco targato Idiota Civilizzato, band situata in quel di Berlino che già aveva fatto parlare di se con il precedente 7″, una sorta di assaggio di ciò che avremmo trovato su questo self-titled album. Appena si schiaccia play per far partire la già citata “Sporchi Senza Fine” si viene catapultati nell’Italia degli anni ’80, in piena esplosione di quel fuorioso hardcore di cui si fecero portabandiera gruppi come Wretched, Negazione e moltissimi altri. Sembra infatti che questo disco sia stato inciso intorno al biennio 1983-85 perché le sonorità che ripropongono gli Idiota Civilizzato hanno lo stesso sapore, la stessa rabbia e la stessa, attitudine del punk hardcore che fu, al punto che loro stessi potrebbero passare senza problemi per un seminale e sconosciuto gruppo underground di quella scena storica. E invece gli Idiota Civilizzato sono in giro solo da pochi anni, ma non nascondo le loro radici musicali ben piantate in una tradizione hardcore ben precisa e che sicuramente li ha cresciuti come ha cresciuto tutti noi. Il disco in questione può vantarsi di avere cinque e sei pezzi che non sfigurerebbero affatto su capolavori come “Osservati dall’Inganno” degli Indigesti o sul seminale E.p. dei Declino; tracce come Inganno, Con gli Occhi, Atti di Follia In Bilico per Sempre sono vere e proprie schegge di rumore impazzite, furiose ed incazzate come solo la vecchia scuola sapeva essere! So’ cortellate quando volete, cantava qualcuna. E “Idiota Civilizzato” è proprio questo: coltellate selvagge dal primo all’ultimo minuto! Liberi e Selvaggi!

 

Eccoci arrivati all’ultimo disco che recensirò quest’oggi, un disco che vi distruggerà in in una manciata di secondi. Sto parlando di “Destroyed in a Second” dei padovani Double Me. Siamo al cospetto di un concentrato di violenza inaudita e annichilente, di rumore furioso che rende macerie tutto ciò che incontra sulla sua strada, che ci viene sparato nelle orecchie sottoforma di powerviolence. Quel powerviolence di tradizione Infest o Dropdead venato da scorribande in terra grind per rendere il tutto ancora più estremo e distruttivo. E se proprio non vogliamo tirare in ballo grandi nomi del powerviolence internazionale, pensate al sound dei nostri come il punto d’incontro tra il fastcore/pv dei Failure e il grindviolence dei Cavernicular. Se ancora non vi è chiaro di cosa sto parlando, non vi resta altra strada che sopperire sotto i colpi mortali dei Double Me che vi annienteranno in un secondo. Padova a mano armata, non il nome di un film poliziottesco all’italiana dei Settanta mai uscito, bensì l’essenza più pura di questo “Destroyed in a Second”. Per il powerviolence, per l’anarchia: questo è terrorismo musicale!

 

Supportate i gruppi in tutti modi possibili! Supportate Disastro Sonoro e stay tuned perché a breve usciranno articoli e nuove rubriche non richieste e che nessuno mai leggerà! Ah e la versione cartacea di Disastro Sonoro Punkzine è ancora in cantiere, voi aspettate…

Motron – Eternal Headache (2015)

“Our downfall is near…” 

Le lande desolate e mortifere che costituiscono il paesaggio di tutta la provincia di Varese, anche rinominata “Olona Death Valley”, da anni appaiono ormai come terreno fertile per un certo tipo di sound che pesca a piene mani dal meglio del crust punk, del d-beat e del rock’n’roll stradaiolo in salsa Motörhead venato dal proto-speed metal più primitivo. Gli esponenti più noti di questo mix esplosivo a Varese son certamente gli Overcharge che pochi mesi fa son ritornati dall’inferno con l’EP “Electric Reaper” e che con l’ultimo “Speedsick” si son dimostrati una delle migliori realtà della scena metal-punk italiana ed europea. Ma il gruppo di Panzer e soci non è il solo ad esser cresciuto a pane, Motörhead e Crust Punk/D-Beat in salsa svedese (Anti-Cimex e Driller Killer su tutti) e infatti oggi parleremo dei Motron e della loro ultima fatica in studio “Eternal Headache”. E il titolo dell’album, letteralmente “malditesta eterno”, è il modo migliore per descrivere il fast-rumore che ci troveremo ad ascoltare appena giungeranno al nostro orecchio le prime note dell’iniziale “Vita”, un perfetto esempio del sound che i nostri definiscono “Raw’n’Roll” e di cui sono gli alfieri indiscussi, nonchè quello che ritengo essere il loro miglior pezzo insieme a “They Are Going to Eat Me” (già presente nella demo del 2013) e alla conclusiva “Kiss of Death”, brano che sia nel titolo (omaggio all’omonimo album del 2006) che nel suo essere un perfetto mix tra rock’n’roll stradaiolo e speed-punk sottolinea tutto l’amore viscerale che i Motron provano nei confronti dell’immortale Lemmy e dei suoi Motorhead. In perfetto bilico tra cazeggio totale, divertimento molesto e pezzi più profondi a livello lirico, questo “Eternal Headache” é veramente un buonissimo lavoro che si ascolta con estremo piacere dall’inizio alla fine e ancora da capo.

Nelle wastelands del varesotto, nella Valle della Morte impestata dai fumi nauseabondi che fuoriescono dalle acque putride dell’Olona, si aggirano questi cinque guerrieri-zombie post apocalittici e ubriachi marci fino al midollo che portano con sé morte, distruzione e il giusto grado di molestia necessaria per sopravvivere in queste lande desolate dove l’apparente quieto vivere è una vera e propria condanna a morte. Chiudetevi in casa e blindate porte e finestre se non siete pronti ad unirvi alla brigata molesta della morte che porta il nome di Motron e che tiene alta la bandiera del “Crust’n’Roll”. L’apocalisse sta arrivando e vi seppellirà tutti!

Lasciate ogni speranza o voi che entrate nella Valle della Morte; il Raw’n’Roll molesto dei Motron vi farà venire il peggior malditesta della vostra vita e farà da colonna sonora al mondo post-apocalittico che verrà. Stappate le vostre birre e tenetevi pronti ad entrare in un mondo infernale popolato da zombi, disperazione, morte e rabbia!

 

Warpath – Oblio (2016)

Partendo dalla lezione primordiale dei soliti Wretched e dei Discharge all’italiana meglio conosciuti dai piú con il nome di Eu’s Arse di quel capolavoro grezzo che è “Lo Stato Ha Bisogno di Te? Bene, Fottilo!” del lontano 1982, passando per i Detestation dello spettacolare “Unheard Cries” e i Nausea di “The Punk Terrorist Anthology Vol.1”, senza dimenticare i Consume dell’EP “Forked Tongue”, uno dei migliori esempi di crust-core dei primi anni 2000 a parer mio, si arriva dritti dritti a questo “Oblio”, seconda fatica in studio per i Warpath, gruppo milanese che come avrete capito si dedica anima e corpo ai suoni crust/d-beat più oltranzisti e annichilenti nella loro cieca furia distruttiva.

Dopo aver stupito tutti gli amanti delle sonorità Crust-core nel lontano 2008 con lo split/demo “Nel Dilagare della Follia”, titolo anche del loro brano più rappresentativo che ripropongono nuovamente anche sull’ultimo “Oblio”, i Warpath (letteralmente, “sentiero di guerra”) avevano fatto perdere le loro tracce in studio di registrazione, salvo poi tornare sulle scene nel 2016 con questo lavoro che non stupisce ma riconferma tutte le qualità del gruppo milanese e della loro proposta. Tanta attitudine tipica del genere, tanta passione che si sente in ogni nota che compone le 8 tracce che ci accompagneranno in questa viaggio verso l’oblio. Se siete amanti incurabili della doppia voce maschile/femminile a la Nausea, dei riff crust-core metallizzati quanto basta e dei ritmi d-beat martellanti, questo “Oblio” è l’album che fa per voi e che per nessuna ragione dovete farvi scappare. I testi trattano le tematiche classiche del genere; inoltre ogni gruppo crust che si rispetti deve avere almeno un brano che faccia riferimento all’olocausto nucleare e i Warpath non deludono nemmeno su questo punto. Tornando seri a parlare delle tematiche affrontate dai Warpath si passa dall’alienazione umana alla critica feroce alla guerra, dall’invettiva pregna d’odio verso questa società di merda (“La Quotidianità Uccide”, uno dei pezzi migliori) a vere proprie mazzate sui denti a livello lirico come nell’iniziale “Shut the Fuck Up!”. I nostri chiudono il disco riproponendo quello che è a tutti gli effetti il loro brano piú rappresentativo e che è sempre un piacere sentirselo sparare nelle orecchie, ossia il giá citato “Nel Dilagare della Follia”. Tutto il meglio che ci si può aspettare da un disco crust-core figlio adottivo di Detestation, Nausea e Disrupt lo si può trovare dunque su questo “Oblio” dei Warpath, gruppo che ci mette la giusta dose di ferocia, istinto distruttivo e viscerale nonché sincera passione per dare la propria personale sfumatura ad un genere che innovare è quasi impossibile, se non del tutto inutile. Ma a noi il crust piace così come lo fanno i Warpath, senza compromessi e incazzato con tutto e tutti, quindi non ci lamentiamo e ci godiamo di brutto questi 19 minuti verso l’ “Oblio”.

I Warpath ci urlano in faccia tutto l’odio e la rabbia possibile che ogni giorno ci cresce sottopelle corrodendoci dall’interno e che alimentiamo in questa era dominata dalla dilagante follia. Tempi moderni sempre più orientati verso il baratro, un lento cammino verso la condanna a morte, l’annichilimento pressoché totale dell’essere umano che si trasforma in estinzione, in oblio. Sensazione di angoscia e di orrore fuoriesce dal nichilismo sonoro messo in campo dai Warpath su questo “Oblio”, ma allo stesso tempo l’unica risposta che appare possibile, se tralasciamo la pulsione a tinte misantrope verso l’estinzione umana, è quella di intraprendere il sentiero di guerra e rispondere colpo su colpo a questo presente dominato dal sonno della ragione più assoluto e dai mostri da esso generati.

Tutto il mondo va a fuoco, non sembra esserci alternativa all’oblio. Non ci resta che seguire il “sentiero di guerra”, nel dilagare della follia.

Schegge Impazzite di Rumore #02

Secondo appuntamento con la rubrica più attesa e bramata da tutti gli amanti del rumore e del disastro sonoro, dell’etica Do It Yourself e del marcio e polveroso Underground. Anche oggi saranno 4 i gruppi e gli album di cui gi andrò a parlare nello specifico pur tentando di racchiudere l’essenza in una manciata di righe; dopotutto la rubrica “Schegge Impazzite di Rumore” è nata proprio con l’intento di parlare in breve e porre l’attenzione sulle ultime uscite discografiche in ambito punk-hardcore (e generi affini) e soprattutto sugli album che mi son ritrovato più spesso ad ascoltare nell’ultimo mese. Ed ecco spiegato il perché quest’oggi vi parlerò di Amphist, Gli Stronzi, Lucta e Sepolcro.

Partiamo dall’album più “vecchio” tra i quattro di cui vi andrò a parlare quest’oggi, ossia “Waking Nightmare” dei beneventani Amphist, album rilasciato dal gruppo nel febbraio del 2017. Un disco di crust punk genuino, che in alcuni casi mi ha ricordato gli indimenticati Gelo, sapientemente miscelato con il meglio che la scuola europea/scandinava del death metal abbia saputo offrire negli anni ’90. I nostri descrivono il loro sound come “blackened crust”, ma al mio orecchio di black metal è giunto veramente poco nulla, se non per un atmosfera generale del album decisamente oscura e sulfurea. Un suono quello proposto dagli Amphist in questa loro prima fatica che si posiziona perfettamente a metà strada tra la lezione impartita dai mostri sacri del genere, le soluzioni piú moderne e le ultime uscite in ambito Crust. Un buonissimo esordio, non c’è che dire.

Amphist – Waking Nightmare: https://amphist.bandcamp.com/album/waking-nightmare

 

Tornano Gli Stronzi dopo l’esordio “Nessuna Prospettiva” che aveva giá fatto intravedere tutti gli ingredenti della loro proposta semplice e immediata: hardcore punk veloce, riottoso e figlio diretto della vecchia scuola italiana ma non per questo banale. Tornano più incazzati che mai con questo nuovo “Sicurezza e Decoro”, 8 tracce che ci vengono sbattute in faccia con la stessa violenza inaudita di una mazza da baseball che sbriciola i denti lasciando in bocca solamente il sapore amaro del sangue. Per non farsi mancare assolutamente nulla tra le 8 tracce troviamo un feat con la Chiara, voce sgraziata dei milanesi L.UL.U, dal titolo “Ai Margini” e la cover di un gran pezzo dei CGB dedicato alla “città che brucia”, ossia Imperia, città dalla quale appunto provengono alcuni di questi “Stronzi”. Come al solito Gli Stronzi suonano genuini, hanno attitudine, tutto su questo nuovo EP trasuda passione per l’hardcore più sincero e per il Do It Yourself, dalla copertina bellissima nella sua semplicità alla voce rabbiosa della Clara; se vi masturbate compulsivamente sugli EP “ormai datati” di Declino, Indigesti e Negazione e siete in astinenza dal hardcore punk tutto attitudine, passione e sudore questo “Sicurezza e Decoro” è sicuramente quello che fa per voi ed è il meglio che possiate trovare sulla piazza ultimamente. Se ve lo fate scappare gli stronzi siete voi, sappiatelo.

Gli Stronzi – Sicurezza e Decoro: https://glistronzi.bandcamp.com/album/sicurezza-e-decoro

 

Eccoci giunti a parlare finalmente delle Lucta. La Occult Punk Gang colpisce ancora. Dopo l’incredibile esordio dei misteriosi Cerimonia Secreta, i nostri tirano fuori dalle nebbie e dai fumi del loro rituale occulto un altro piccolo gioiello oscuro. E il loro suono è proprio quello che ti aspetti dal titolo dell’album, un titolo che non lascia troppo spazio ad interpretazioni: un punk oscuro e sabbatico è difatti quello che trasuda dalle 7 tracce di questo “Black Magic Punk”. Magari dirò una stronzata irripetibile ma il loro sound, capace di creare una atmosfera oscura e a tratti vampiresca, mi ha fatto piombare in un viaggio onirico nel quale ho immaginato le Lucta come un entitá demoniaca risvegliata durante un rituale sabbatico in cui hanno partecipato Cerimonia Secreta, Kalashnikov Collective e Negot. Ecco fate lo sforzo di immaginare il sound delle Lucta come la somma di quanto ho appena scritto, prendendo il meglio da ogni gruppo sopracitato. E se pensate io abbia scritto una marea di cazzate (com’è probabile che sia) su questo “Black Magic Punk”, mandatemi a cagare e correte ad ascoltarlo lasciandovi trasportare nel rituale oscuro delle Lucta. Occult Punk e Magia Nera, vi basta? Join the Sabba!

Lucta – Black Magic Punkhttps://occultpunkgang.bandcamp.com/album/black-magic-punk

 

Cambiamo completamente genere con il ritorno dei Sepolcro che ci regalano un EP contente solo tre pezzi; tre pezzi di marcio e opprimente death metal che ricorda spesso la scuola finlandese degli anni ’90 (Convulse, Sentenced e compagnia) ma anche gruppi più recenti come i favolosi Krypts (anch’essi finlandesi). Nulla di nuovo quindi su questo “Undead Abyss”, niente assolutamente di originale, ma la qualità tecnica e la passione che contraddistingue i nostri ci permettono di apprezzare appieno il death metal suonato dai Sepolcro, un death metal oscuro, putrido e lovecraftiano tanto nelle atmosfere quanto nelle liriche. Lasciatevi dunque inghiottire dagli abissi, lasciatevi divorare dai mostri che li abitano, lasciatevi seppellire vivi dalla pesantezza oscura di questo “Undead Abyss”! Ah e lasciatevi ammaliare dalla stupenda copertina che farebbe invidia allo stesso H.P. Lovecraft per quanto è disturbante e angosciante.

Sepolcro – Undead Abysshttps://sepolcro.bandcamp.com/album/undead-abyss

 

Siamo schegge, solamente schegge di rumore impazzite! Buon Rumore, buon Disastro Sonoro!

 

Carnage – 34º23″41’N 132º27″17’E (2017)

Il gruppo che andrò a recensire quest’oggi ha lo stesso nome di una della band che ha scritto la storia del Death Metal svedese con quel capolavoro di classico Stockholm Sound che è “Dark Recollections”; disco che fu anche il loro canto del cigno, visto che pochi mesi dopo la pubblicazione svanirono nel nulla rimanendo a tutti gli effetti la meteora per eccellenza della scena estrema svedese degli anni ’90. Stesso nome dicevamo per questi ragazzi portoghesi che però, pur nel marciume post-apocalittico della loro proposta, poco nulla hanno a che fare con il death metal di matrice svedese e che in nessun modo son debitori del sound proposto dai loro omonimi svedesi, perché i nostri prendono il loro nome direttamente da un brano presente su “Who’s the Enemy?”, primissimo EP dei maestri Amebix. La creatura post apocalittica creata dal Barone nel lontano 1978/79 risulta difatti essere la principale e innegabile influenza dei portoghesi, che non fanno assolutamente nulla per nasconderla, e in questi quattro pezzi che compongono “34°23”41’N 132°27”17’E” si nota tutto l’amore viscerale e la dedizione che i Carnage nutrono nei confronti degli Amebix, sopratutto quelli più sporchi, primitivi e marci di “Winter” e “No Sanctuary”. Il sound abrasivo, primordiale, seminale a cavallo tra hardcore/anarcho punk, metal e contaminazioni industrial che sarebbe divenuto di li a poco marchio di fabbrica degli Amebix, le visioni angoscianti e apocalittiche create dalle liriche e dall’immaginario dei britannici e la loro attitudine prettamente underground, rivivono interamente oggi in questa demo dei Carnage. Demo che fin dall’enigmatico titolo, ossia le coordinate della città di Hiroshima tristemente nota per esser stata teatro dello sganciamento della bomba atomica nel 1945, costruisce attorno alla proposta musicale dei nostri un’atmosfera fortemente oscura ed angosciante, con continui richiami per l’appunto ad un immaginario fatto di paesaggi desolati odoranti di morte, post-nucleari e totalmente inospitali per qualsiasi forma di vita. Non solo Amebix però. Nella proposta dei Carnage si possono difatti sentire influenze di Antisect, G.I.S.M e percepire, seppur in minima parte, echi di thrash metal suonato alla maniera dei mai dimenticati Effigy o dei mai troppo incensati Sacrilege, tutte influenze sapientemente dosate e amalgamate nel sound oscuro dei portoghesi. Ci vuole poco a divenire un semplice clone dei propri punti di riferimento e delle proprie influenze, soprattutto in ambito musicale. I Carnage, cresciuti a pane e Amebix, questo lo sanno bene e difatti non preoccupandosi di nascondere la loro influenza primaria, hanno rischiato di essere l’ennesimo gruppo copia dei mostri sacri del genere, uno dei tanti che affolla il panorama underground e che si potrebbe (e vorrebbe) volentieri evitare di ascoltare. Per fortuna questi portoghesi hanno dalla loro una buona qualità nel songwriting, un’ottima tecnica strumentale e una capacità di riproporre e ricreare le atmosfere oscure, primitive e apocalittiche tipiche degli Amebix facendole suonare mai banali o scontate. Questi tre elementi rendono il lavoro dei Carnage, si assolutamente derivativo e per nulla originale, ma altrettanto godibile e capace di catturare l’attenzione dell’ascoltatore anche grazie ad una sezione ritmica, alcuni riff e linee melodiche di ottima fattura che catturano l’attenzione degli appassionati del genere. Dopotutto se è vero che ormai in ambito estremo, sia esso punk o metal, nessuno inventa più nulla o quasi, perché mai dovremmo storcere il naso dinanzi ad un lavoro di ottima qualità, suonato con attitudine, passione e dedizione (è solamente la prima demo dei nostri, è giusto ricordarlo)? Perchè mai dovremmo lamentarci di un gruppo che mostra fieramente la propria passione nella riproposizione di un sound e di una lezione che all’interno del vasto e generico panorama “crust punk” ha fatto la storia, tracciato le coordinate stilistiche, liriche e di immaginario che, chi più chi meno, tutti hanno seguito e a cui tutti continuano ad ispirarsi tutt’oggi? I Carnage sono certamente ancora degli allievi, allievi che hanno interiorizzato nel modo migliore e piú sincero la lezione dei maestri del genere, ma questa demo già dimostra tutte le loro potenzialità e la loro qualità nel songwriting. Crust Punk dai toni tanto epici quanto oscuri condito con visioni apocalittiche, se questo è quello che cercate per sopravvivere alla putrefazione e all’odore di morte che domina le lande desolate delle nostre vite, questo “34°23”41’N 132°27”17’E” è quello che fa per voi. Solo carneficina e distruzione per le vostre orecchie.

 

Nihildum – Verso il Nulla Creatore (2012)

C’è di tutto in questo affascinante album dei romani Nihildum: riff e cavalcate thrash di scuola britannica in stile Sacrilege si stagliano sopra un tappeto sonoro composto da resti putrescenti di crust punk suonato alla maniera dei maestri Deviated Instinct (ma anche di Extintion of Mankind e Misery) sapientemente imbastardito dal death metal old school a là Bolt Thower, e come se non bastasse tutto è condito da sonorità che richiamano il marciume degli Hellhammer di “Apocalyptic Raids” alternate a rallentamenti doom angoscianti e opprimenti in stile Celtic Frost. Mettiamoci anche il fatto che il gusto per certe melodie mi ha ricordato in più di una occasione certe cose degli indimenticati Effigy e dei mostri sacri Axegrinder e aggiungiamo a tutto questo un immaginario e un’atmosfera generale dell’album che rimanda direttamente alle visioni apocalittiche dei maestri Amebix e capirete che ci troviamo di fronte ad un’opera che definire affascinante è poco. Dopo quanto detto non posso astenermi dal definire la musica dei Nihildum come “Apocalyptic Stenchcrust”, definizione che riesce a racchiudere nel modo migliore le molteplici influenze a cui ho appena accennato e che fanno capolinea qua e là nel suono annichilente e disturbante che fuoriesce da ogni singolo secondo di questo “Verso il Nulla Creatore”. Per un amante di tutto ciò che è definibile “musica estrema”, sia essa metal o punk, e che abbia un marcato retrogusto di “old school” non può quindi esistere nulla di meglio di “Verso il Nulla Creatore”, primo e lavoro dei laziali Nihildum datato 2012.

“Verso il nulla Creatore” si apre con un’intro strumentale da pelle d’oca della durata di quasi sei minuti caratterizzata da una parte iniziale lenta e sinistra che mostra fin da subito le profonde radici doom presenti nel suono dei nostri. Un doom marcio, paranoico e opprimente che ricorda in molti punti l’approccio nichilista e oscuro dei Celtic Frost, affiancato da melodie prese di scuola Effigy. Questa intro rallentata e “melodica” lascia in seguito spazio a cavalcate thrash e riff death metal vecchia scuola, marcia e putrida al punto giusto, che riporta alla mente in più di un’occasione tanto la scuola svedese dei primi ’90 quanto certe sonorità riconducibili al capolavoro “In Battle There Is No Law” dei già citati Bolt Thrower.

Anche la successiva traccia, la titletrack, presenta una struttura simile all’intro; difatti anche “Verso il Nulla Creatore” si apre con una melodia cadenzata e rallentata di matrice doom che lascia poi il passo a sferzate e riff thrash metal in stile Merciless, ma che in parte possono riportare alla mente anche alcuni passaggi del seminale “Seventh Day Of Doom” degli ungheresi Tormentor, sulle quali si staglia un growl cavernoso e marcio che ci accompagna per tutta la durata del brano e che conferisce un tono ancora più apocalittico e alienante/disturbante al tutto. Lo sfondo di ogni brano rimane sempre un putrido stenchcore/crust punk travolgente nella sua carica di odio annichilente, capace di creare una atmosfera opprimente e dal sapore apocalittico nei momenti più rallentati che riportano alla mente le pulsioni più primitive dei maestri Amebix.

Il resto dell’album prosegue sulle coordinate fin qui tracciate, un classico stenchore suonato egregiamente, sempre in bilico tra le pulsioni più doom e rallentate e le sferzate taglienti a cavallo tra thrash e death metal. Per comprendere al meglio il suond proposto dai Nihildun, un nome che non lascia spazio all’immaginazione sulle tematiche trattate in questo “Verso il Nulla Creatore”, dovreste immaginare una jam tra i Poison tedeschi di “Into the Abyss” (capolavoro proto death), i Deviated Instinct e i Sacrilege in un bunker antinucleare sullo sfondo di un paesaggio post-apocalittico invaso da esseri non-umani in putrefazione in cerca di carne fresca. Poco sopra ho accennato alle tematiche trattate dai Nihildum e di cosa mai dovranno trattare le liriche che accompagnano l’ “Apocalyptic Stenchcrust” dei nostri se non di profondo odio nei confronti del genere umano autocondannatosi ormai all’estinzione e di estrema misantropia che traspare fin dal titolo di pezzi quali “La Marcia degli Automi” o la successiva “La Fine dell’Umanitá”? Nichilismo e misantropia sono gli ingredienti principali delle liriche dei Nihildum. E questo conferisce un’aurea ancora più opprimente e marcia al tutto.

Ci troviamo quind davanti a sette tracce, comprese le due sublimi strumentali che aprono e chiudono questa lenta discesa verso gli abissi e gli orrori contenuti in questo “Verso il Nulla Creatore”, che ci mostrano tutta la qualità dei Nihildum e la loro capacitá di imprimere la loro personale impronta pur avendo imparato la lezione piú classica del genere; impronta personale facilmente individuabile grazie alle varie influenze che si possono captare lungo tutto il lavoro e che sono sapientemente amalgamate nel sound dei nostri; impronta che rende ” Verso il Nulla Creatore”, a parer di chi scrive, uno dei migliori lavori in ambito stenchcore/crust punk mai prodotti in Italia e che, nonostante sia datato 2012, ancora oggi tiene il passo degli ultimi lavori di band di culto per gli appassionati del genere come Sanctum, Instinct of Survival, Fatum e compagnia putrescente.

Citando un altro grandioso album stenchcore/crust punk italiano dei fiorentini Disprezzo, troppo spesso dimenticati dai più, “Nel mio mondo il sole non sorge mai”. E a grandi linee è questa sensazione di perenne oscurità soffocante che si prova ascoltando l’ Apocalyptic Stenchcrust marcio, opprimente e annichilente dei romani Nihildum. Colonna sonora dell’apocalisse, colonna sonora della fine dell’umanità, colonna sonora dell’estinzione!

 

Kontatto – Fino Alla Fine (2017)

Immaginate se i Wretched dei seminali “In Nome del Loro Potere Tutto è Stato Fatto” (1983) e “Finirà Mai?” (1984) fossero cresciuti a stretto contatto con la scena d-beat/crust svedese a cavallo tra gli anni ’80 e i primi ’90 e, pur preservando tutto il loro grezzume e la bellezza annichilente del loro “caos non musica”, avessero appreso la lezione di Avskum, Driller Killer e Anti Cimex e, per quanto riguarda il gusto per certe linee melodiche di immediato impatto, di Disfear e in parte dei Wolfpack/Wolfbrigade, cosa ci troveremmo ad ascoltare quest’oggi? Oppure provate a pensare se gli Eu’s Arse del primordiale “Lo Stato ha Bisogno di Te? Bene, Fottilo!” (1982) suonassero il punk-hardcore a la maniera selvaggia e distruttiva dei giapponesi Death Side, cosa ne verrebbe fuori? Se avete risposto senza pensarci troppo “i Kontatto”, beh cari miei vi posso assicurare che il risultato finale difficilmente potrebbe suonare troppo diverso da questo “Fino Alla Fine”, ultima fatica in studio per i nostri cinque punk bolognesi. Dopotutto l’influenza primordiale dei Wretched (e degli Eu’s Arse) sulla musica e sulle liriche dei Kontatto può essere considerata una costante nella ormai pluridecennale carriera dei nostri; costante che i Kontatto hanno saputo trasformare fin dagli inizi in un loro punto di forza, riuscendo a reinterpretare questa lezione, fondamentale per chiunque si approcci al punk-hardcore in Italia, in maniera del tutto originale e personale e questo è merito soprattutto della loro indiscutibile qualità nel songwriting e dell’ottima tecnica strumentale che contraddistingue Marzia dietro le pelli, Koppa e Febo alle chitarre e Ago al basso. Per non parlare poi delle vocals abrasive e corrosive di Mario che ricordano in molti passaggi una versione ancora piú grezza e incazzata della voce di Giamario dei soliti Wretched. Inoltre possiamo notare come i bolognesi non si facciano alcun problema ad omaggiare in maniera palese lo storico gruppo punk milanese già a partire dalla copertina sulla quale possiamo gustarci un punk raffigurato in bianco e nero che indossa proprio una maglietta dei Wretched.

Ma quali spensierati e leggeri, i Kontatto mostrano fin da subito le loro intenzioni e la loro attitudine sincera, spazzando via ogni dubbio (caso mai qualcuno ne avesse ancora) sull’essenza del loro punk hardcore con l’iniziale “Rifiuto”, una mazzata diretta sui denti che ci inizia a questo “Fino alla Fine”. Un pezzo che non lascia spazio ad interpretazioni fuorvianti su ciò che che li anima e che li spinge ancora dopo anni a concentrare tutto il loro odio e la loro rabbia nelle undici tracce che compongono questo “Fino Alla Fine” e che ci colpiranno violentemente senza lasciarci via di scampo. “Rifiuto”, stando a quanto ci dicono gli stessi Kontatto, é una delle primissime canzoni da loro scritte nel lontano 1998 e concentra in pochi minuto tutta l’avversione che i nostri nutrono nei confronti di autorità e istituzioni repressive ed oppressive come l’esercito, la chiesa, la politica parlamentare o la polizia; rifiuto di ogni logica di potere, di ogni forma di oppressione, di governo e di sfruttamento.  Si tratta dunque di “una sorta di manifesto che nel corso degli anni non è mutato” per i Kontatto e per tutti coloro che hanno scelto “una vita agitata” (citando i Contrasto) abbracciando l’ideale anarchico e la lotta rivoluzionaria contro Stato e Capitale.

L’album prosegue con un altro brano anthemico come solo i Kontatto sanno scrivere. Sto parlando di “Liberi Armati Pericolosi”, titolo che è una citazione di un film poliziesco all’italiana degli anni ’70 ma che a differenza dell’opera cinematografica non fa riferimento a tre ragazzi annoiati dell’alta borghesia che delinquono per divertimento, bensì è un’invettiva chiara contro un’altra categoria di delinquenti, ossia coloro che nascosti dietro una divisa, armati di manganello, seminano morte e violenza in nome della legge. Coloro che ricoprono il ruolo repressivo di braccio armato dello Stato e a difesa dei privilegi della classe dominante. Una presa di posizione netta e assolutamente condivisibile quella espressa dai Kontatto in questo secondo pezzo, sicuramente a livello anche di riff e melodie, uno dei migliori dell’album.

“Avete Perso”, brano con cui prosegue l’album, è bile corrosiva allo stato puro che i bolognesi sputano in faccia alla “massa di carcasse incapace di decidere con la propria testa”, senza fare troppi complimenti. “Fate Schifo” urla la voce abrasiva di Mario e non credo serva aggiungere altro. Si continua con un altro pezzaccio come solo i Kontatto sanno scrivere e il cui titolo è un altro tributo ad un famosissimo thriller degli anni ’80, ossia “Sotto il Vestito Niente”. Canzone che nei riff, nell’assolo e nel martellante ritmo d-beat suonato dalla Marziona, mi ha ricordato molto il sound dei giapponesi Death Side e le cose fatte nel loro strabiliante “Wasted Dream”.

“Non serve venite dall’altra parte del pianeta per essere illegali in un contesto, geografico e politico che sia. Chi rifiuta di amalgamarsi alla massa è clandestino anche all’interno dei patrii confini. Con forza e rabbia ci teniamo a gridare la nostra condizione di clandestinità all’intento di questa sporca società. Siamo tutti clandestini!”. Questa è la spiegazione che danno i nostri cinque Punx bolognesi preferiti al sesto pezzo “Sono un Clandestino”. La capacità dei nostri di costruire linee melodiche e vocali che si stampano immediatamente in testa è sicuramente uno dei loro punti di forza da sempre e questa sesta traccia, sospsesa a metá tra melodie/riff scuola hardcore svedese (Wolfbrigade su tutti) e suoni sporchi di casa Wretched, ne è un esempio perfetto con il suo ripetere incessante <<Sono un clandestino in fuga per la libertá, non mi avrete mai!>>. Ennesimo pezzaccio anthemico scritto dai Kontatto e certamente uno degli episodi migliori del disco. Grido disperato di liberazione e libertá da urlare a squarciagola ai concerti.

Ma giungiamo finalmente al vero e proprio manifesto dei Kontatto e probabilmente a mani basse il pezzo che si staglia su tutti gli altri per qualità, liriche e bellezza. Sto parlando della title-track di questo “Fino alla Fine”, brano in cui i nostri concentrano tutta loro esistenza pluridecennale, la loro passione, la loro coerenza di ideali, la loro attitudine sinceramente punk e anarchica. Inoltre il mood generale e alcuni passaggi sopratutto vocali (“prima o poi capirai” per fare un esempio) mi hanno ricordato il cavallo di battaglia dei pluricitati Wretched “Spero Venga la Guerra”. Canzone che è il riassunto migliore di una presa di coscienza avvenuta durante un percorso iniziato dieci anni fa e che si è rafforzata tappa dopo tappa, disco dopo disco. Un percorso che da “Disillusione” del 2008, passando per “Mai Come Voi” del 2010, e approdando oggi a questo “Fino alla Fine” mette nero su bianco un messaggio di fondamentale importanza che vale per i Kontatto e per tutti noi: <<È troppo presto per arrendersi ma è troppo tardi per cambiare e ricominciare fa zero, o per approdare a lidi che non ci interessano. Nel corso degli anni abbiamo imparato tanto ma non abbiamo nulla da insegnare se non una cosa: sii te stesso, fino in fondo.>> Capolavoro. Fino alla fine, sempre noi stessi. Fino alla fine senza compromessi!

Difficile scrivere parole per i pezzi che verranno dopo la title-track, ma ci proveró per l’amore incondizionato che provo nei confronti dei Kontatto e per quello che ha saputo trasmettermi “Fino alla Fine”, lavoro che ritengo senza troppi problemi la cosa migliore uscita nel panorama punk italiano in tutto il 2017. Torniamo a parlare delle canzoni che ritengo essere piú interessanti presenti sulla lato B del disco. Certamente impossibile rimanere passivi e impassibili dinanzi alla rabbia e all’odio tramutati in musica del pezzo “Spettri di Morte”, un pezzo più attuale che mai visto che si scaglia contro il ritorno (ma se ne erano mai andati?…) del morbo nazifascista, uscito dalle fogne, a causa della crisi economica e dei flussi migratori, e che sta infestando le strade con il suo tanto di morte. Senza entrare in divagazioni storico-politiche, per chi vede i due fenomeni estremamente collegati, è innegabile che ogniqualvolta il capitalismo si trovi in una situazione ciclica di estrema crisi, esso si serva della forza reazionaria e controrivoluzionaria per eccellenza (il fascismo) per scatenare e alimentare la guerra tra poveri e in questo modo per spegnere sul nascere ogni possibilità di insurrezione della classe sfruttata, sia autocotona che migrante. Il messaggio del pezzo è chiaro: Sempre contro ogni forma di fascismo!

Il disco si chiude con l’ennesimo brano-manifesto scritto dai Kontatto. “Non è Competizione” difatti fa riferimento alla filosofia di vita e all’attitudine DIY che anima e tiene in vita la scena punk. Non c’è competizione, non c’è ricerca di profitti, fuori dai coglioni le logiche di domanda/offerta tipiche del mercato e dei locali patinati. La strada che scegliamo di seguire noi tutti, chi organizza concerti, chi tiene vivi e vive gli spazi occupati, chi stampa dischi, chi suona, chi disegna locandine e flyer e pure gli stronzi come me che scrivono su fanzine o blog, è quella dell’autogestione, del Do It Yourself, del fare le cose per passione e non per guadagnarci, della complicità e della solidarietà tra compagni e compagne, della condivisione delle gioie e dei fallimenti, della lotta antagonista. Perché il punk non è solo musica, non mi stancheró mai di ripeterlo. Per alcuni il punk è moda, è un genere musicale come tanti altri, è competizione. Riprendendo quanto scrivono i Kontatto, condividendolo totalmente: <<Noi continueremo per la nostra strada… Sempre in salita ma con abbastanza fiato per gridare in faccia a quelli come loro che il Punk è unione e non competizione!>>

Il biennio 2016/2017 è stato certamente incredibile per quanto riguarda le uscite in ambito D-Beat/Hardcore, basti pensare a “List” dei Martyrdöd e a “Run With the Devil” dei Wolfbrigade, ma anche al meno noto “Ancora” degli Odio di Oakland. Questo “Fino Alla Fine” dimostra nuovamente che i Kontatto posono essere annoverati tra i migliori esponenti del genere a livello internazionale, con i loro brani anthemici e diretti, le loro liriche schierate, la loro attitudine punk, la loro passione sincera e la completa maturitá che hanno ormai raggiunto a livello di songwriting e di qualitá tecnica. Aggiungiamoci poi il fatto che hanno dalla loro parte una particolare caratteristica che pochissimi gruppi possono vantare: le canzoni che scrivono si stampano in tedta e ci rimangono impresse a lungo! “Fino alla Fine” è quindi tutto ciò che dovrebbe essere un disco punk, suona 100% Kontatto e parla la lingua dell’insurrezione, della rabbia, dell’anarchia. Album da avere a tutti i costi e da consumare a furia di ascoltarlo! 

Fino alla fine, per sempre noi stessi. Fino alla fine senza compromessi!

Viaggio negli Abissi della Scena Crust Punk/D-Beat Italiana

“Crust vuol dire “crosta” ed è uno dei tanti sottogeneri del punk. Le sue caratteristiche sono un ritmo di batteria a rotta di collo, chitarroni fangosi e una visione cupa e paranoica dell’esistenza. Crust però è anche un’estetica e uno stile di vita e le band che questo stile di vita ce l’hanno, il crust lo suonano meglio di altre.” Parole introduttive di Stiopa, storico chitarrista dei Kalashnikov Collective, durante l’episodio #24 de La Casa del Disastro dedicato agli Warpath, gruppo di cui parlerò anche io in questo speciale articolo, o meglio, in questo viaggio negli abissi della scena Crust punk/ d-beat italiana. Ho scelto questa definizione del sottogenere crust punk per il semplice motivo che essa riesce a risultare chiara ed esplicativa pur nel suo essere estremamente concisa. E va bene così visto che se avessi dovuto perdere righe provando a spiegare in profondità la storia e le particolarità di questo sottogenere dell’hardcore punk, probabilmente a fine articolo ci sarebbero arrivati in pochi. Quindi, ribadisco, va bene così: brevi e concisi, iniziamo questo nostro viaggio alla scoperta della scena crust punk italiana, ricostruendo le tappe e la storia dei gruppi che, io misterioso scrittore di Disastro Sonoro, ritengo meritevoli di attenzione, menzione e interesse.

 

Per parlare di Crust Punk in Italia son convinto non si possa che partire da un gruppo storico di quello che le riviste d’oltreoceano definirono “italian hardcore”, ossia i seminali Wretched. Autori di un hardcore molto primordiale e sgraziato, fortemente influenzato e tendente a sonorità, immaginario e tematiche che hanno caratterizzato l’anarcho punk britannico di Crass, Discharge e compagnia, questi punx milanesi agli inizi degli anni ’80 rappresentavano la faccia più veloce, sporca ed estrema della scena hardcore punk italiana. La loro proposta musicale, sintentizzata perfettamente nella formula “Chaos non Musica”, titolo di un bootleg/split dell’96 con i maestri del grindcore Cripple Bastards (ma stampato e rilasciato da questi ultimi senza consultare i Wretched), era caratterizzata da una feroce rabbia, da un senso di ribellione misto impotenza, da tematiche anarchiche ed antimilitariste e da tutto quell’immaginario che sarà poi ripreso in futuro dalla stra grande maggioranza dei gruppi crust, italiani e non solo. Ma i Wretched non erano solo musica, non erano solo rumore; difatti accanto al lato sonoro questi punx sono stati fondamentali nella nascente scena hardcore italiana sopratutto per il loro impegno militante fatto di autoproduzioni, controcultura, indipendenza musicale, attitudine do it yourself. Tutto questo ha reso certamente i Wretched uno dei gruppi più genuini e importanti della scena negli anni ’80 e possiamo oggi considerarli senza troppi problemi l’influenza principale di tutti quei gruppi che saranno oggetto di questo speciale articolo sulla “scena” crust/d-beat italica. Dopotutto è innegabile che dischi seminali come “In Nome del Loro Potere Tutto è Stato Fatto” (1983), “Finirà Mai?” (1984) e l’L.P. “Libero di Vivere, Libero di Morire” abbiano occupato gli ascolti di ognuno di noi per parecchio tempo e ci abbiano influenzato tanto a livello musicale quanto a livello lirico-concettuale.

Altro gruppo su cui ci tengo a spendere due parole in questa nostra lenta discesa verso gli abissi della scena crust punk italiana sono senza ombra di dubbio gli storici Scum of Society, coloro che possono essere definiti come il primo gruppo italiano dedito totalmente a sonorità crust punk ed emerso nell’underground hardcore romano nei primi anni ’90. Riprendendo direttamente le loro parole, presenti sull’EP “Violenza Legale”del 1997, gli Scum of Society “nascono dalla voglia di poter comunicare le loro sensazioni riguardo alle numerose problematiche che questo mondo racchiude”. Anche loro come i Wretched erano animati da un forte impegno militante e antagonista perfettamente espresso nei loro testi dalle tinte fortemente anarchiche che si scagliano contro tutte quelle “istituzioni” che ancora agli albori degli anni 2000 venivano viste come intoccabili: la patria, la guerra, la famiglia, la polizia, la scuola e la chiesa. Come da tradizione anarcho punk gli Scum of Society sono quindi convinti che la musica non debba essere mai fine a se stessa, bensì fungere da mezzo necessario al fine di “far aprire gli occhi a chi da tempo li tiene chiusi.” Musicalmente molto rozzi e primordiali, con le vocals molto crude e rabbiose, quello che ci fa apprezzare gli Scum of Society e li rende meritevoli di esser citati all’interno di questo articolo è certamente l’impegno e l’attitudine Diy che, ancora oggi a distanza di anni, riescono a trasmettere i loro pezzi.  Agli albori della diffusione delle sonorità crust punk nella “nostra” penisola, gli Scum of Society hanno avuto un ruolo certamente importante anche per il semplice fatto di esser stati il primo, o uno dei primi, gruppo dedito a certe sonorità.

Proseguendo in ordine cronologico la nostra odissea verso queste marce e rumorose sonorità ci imbattiamo negli storici crust punx abruzzesi Disforia, attivi dall’inverno del XXI secolo. Quello che si può notare fin da subito ascoltando il materiale dei nostri è l’enorme influenza che hanno avuto Doom e Discharge sulla loro musica (sarebbe più facile chiedersi chi non sia stato influenzato dalle suddette band all’interno della scena crust e hardcore in generale), ma anche altre realtà della prima scena d-beat svedese come Mob 47 e Discard. Ma c’è altro oltre tutto questo e lo vedremo più avanti. Il loro primo demo, datato 2002 e intitolato “Quattro Frammenti di Orrore Quotidiana”, è un concentrato di crust veloce e grezzo che sfocia spesso in lidi grindcore, come testimonia perfettamente “Contro la Chiesa”, brano con cui si apre questo Ep. Anche sul full lenght “L’Oblio Copre Ogni Cosa” del 2003 la formula compositiva e la proposta rumorosa dei nostri rimane la stessa: crust punk suonato veloce, marcio, sporco, caotico e altamente incazzato, imbastardito con ingenti dosi di grindcore. E’ chiara già dopo pochissimi ascolti che il suono proposto da Disforia è fortemente debitore dei primissimi lavori (“A Holocaust in Your Head” su tutti) dei primordiali Extreme Noise Terror. Per quanto invece riguarda le vocals, divise a metà tra lo scream di Paguro e il growl di Andrea, non è difficile percepire una vaga influenza della voce di Gianmario sui primi lavori dei Wretched. Impossibile non citare poi, per avvicinarci ai tempi recenti, l’ultima fatica in casa Disforia, ovvero uno split (dal titolo “Solve et Coagula”) con un altro grande, storico gruppo della scena crust italiana, i “post nuclear warriors” Drunkards. Di questi guerrieri post nucleari alessandrini in giro dal 1997 parleremo a breve.

Eccoci qui quindi a parlare dei Drunkards, altra storica realtà della scena hardcore italiana di fine anni ’90-inizio ’00. Immagino vi starete chiedendo cosa suonano questi quattro “alcolizzati mutanti” emersi nel 1997 dalle nebbie post nucleari della provincia di Alessandria. Secondo voi? Crust? Certamente, ma non solo. I Drunkards, dandoci un’immagine abbastanza chiara della loro proposta musicale, delle tematiche trattate e dell’universo concettuale da cui traggono ispirazione, amano definire il loro genere “post apocalyptic thrash punk rock’nroll” e credo vivamente che definizione migliore non possa esistere. Questi guerrieri post nucleari si sono fatti conoscere nel 1999 con il loro primo demo “Minaccia Nucleare”, un demo composto da 8 tracce dalle sonorità molto lo-fi, rumorose, caotiche e con una registrazione che, tutt’altro che impeccabile, lascia comunque intravedersi la passione, l’attitudine e le potenzialità dei nostri. Potenzialità che emergeranno in modo dirompente nel bellissimo “Sentenza di Morte” del 2006, album che, finalmente grazie ad una registrazione ottimale, rende onore al crust punk (fortemente ispirato ai belga Hiatus) dei Drunkards, imbastardito con il thrash metal più grezzo e con un sapore-attitudine rock’n’roll direttamente presi in prestito dai Motorhead (difatti è presente su questo album la cover di “Aces of Spades”). A livello lirico i nostri alternano pezzi impegnati e dalle tematiche sempre attuali come “Il Sangue Continua a Scorrere” ad altri completamente cazzoni ed irriverenti come “Bordello Alcolico” che risulta esserne l’emblematico esempio. Come ho già potuto accennare nelle righe dedicate ai Disforia, a settembre è uscito “La Festa dei Pazzi”, ultimo lavoro di questi quattro guerrieri post-nucleari contenente cinque nuove pezzi di purissimo “trash punk rock’n’roll” post apocalittico in perfetto stile Drunkards!

Passiamo ora a tracciare una breve storia degli ormai defunti Disprezzo. Il gruppo, che nasce nel 2001, era dedito a sonorità tipicamente crust, anche se imbastardite sapientemente con il black metal vecchia scuola che non sta mai male. Andando più in profondità nella loro musica, possiamo definire il suono proposto dai nostri come un classico crust punk che però lascia trasparire tutte le influenze extreme metal dei Disprezzo, il tutto condito con testi politicizzati ed incazzatissimi e vocals marcissime e putride che faranno la felicità tanto dei punx quanto dei metallari più trve! Dopo un fantastico album, grezzo e pregno di rabbia primordiale, dall’emblematico titolo “Nel Mio Mondo il Sole Non Sorge Mai” (titolo che, ne sono certo, farebbe invidia ai primissimi Amebix) del 2004, il gruppo, aihnoi, si sciolse facendo perdere le sue tracce.

Per rimanere in tema di “blackened crust” (come ama chiamarlo la “stampa specializzata”) è impossibile non citare e non spendere più due parole su un altro grandissimo gruppo che ha avuto un’esistenza breve ma estremamente intensa. Sto parlando dei baresi Nagasaki Nightmare, nome direttamente preso dall’omonimo brano dei maestri Crass presente su “Christ The Album”, doppio LP rilasciato nel 1982. Stando alle scarse informazioni reperibili in giro, il gruppo sembra essersi formato intorno al 2003. La loro musica come ho già avuto modo di accennare rappresenta il perfetto incontro tra la rabbia travolgente e frenetica del crust e le melodie tipiche di certo black metal, quello più atmosferico e caratterizzato da aperture/intermezzi melodici. Qualcuno potrebbe etichettare la proposta sonora dei Nagasaki Nightmare come “NeoCrust”, termine che però, personalmente almeno, mi sta parecchio sui coglioni e trovo privo di significato. Se proprio dovessi fare dei nomi per inquadrare il suono dei nostri punx baresi mi verrebbero ovviamente da citare gruppi come gli spagnoli Ekkaia, i Fall of Efrara o i Blunt (anch’essi spagnoli), gruppo con cui gli stessi Nagasaki Nightmare hanno inciso uno split nel 2007 e che contiene tre pezzi, tra cui spicca sicuramente “Biodegradabilità del Genere Umano”. Come non citare inoltre lo split, sempre del 2007, con uno dei gruppi storici dell’punk-hardcore italiano, ossia i cesenati Contrasto, che presenta quattro pezzi, tra i quali quello che ritengo il loro capolavoro, il loro brano più rappresentativo: “Ogni Giorno” (già presente sul demo del 2006). Melodia, rabbia e atmosfere, questo e molto altro erano gli ingredienti dei Nagasaki Nightmare, indimenticato gruppo crust che decise di porre fine alla propria attività nel 2008.

Risalendo la penisola, in un continuo su e giù tra nord e sud, e rimanendo ancorati alla prima metà degli anni ’00 ci imbattiamo nei modenesi Cancer Spreading. Il nome della band, non a caso, è ripreso dal titolo di una canzone di coloro che sono riconosciuti da tutti come i fondatori, con il loro secondo demo del 1986 “Terminal Filth Stenchcore”, dello “stenchcore” (a quanto pare sottogenere del crust), i britannici Deviated Instinct. Detto ciò cosa potranno mai suonare questi Cancer Spreading se non marcio crust punk influenzato pesantemente tanto dal death metal più old school quanto dal proto-thrash più virato verso sonorità sporche, oscure e grezze (quello di Hellhammer/Celtic Frost tanto per capirci)? Non ci troviamo quindi dinanzi al classico crust punk fedele agli stilemi del genere, ma piuttosto ad un ibrido bastardo nel quale la componente death metal si fa sentire eccome, a volte prendendo quasi il sopravvento sul resto ma senza mai tranciare definitivamente le ben salde radici che tengono ancorati i nostri modenesi alle sonorità crust. Autori di innumerevoli uscite tra demo, split, Ep, Lp e chi più ne ha più ne metta, la loro ultima fatica in studio risale al 2016 quando hanno pubblicato “Ghastly Visions” per la belga neanderthal.stench Records, la slovacca Heavy Metal Vomit Party Records (un nome che è tutto un programma eheheh) e la brasiliana Back on Tracks Records. Ci troviamo dinanzi ad una band ormai in piena maturazione lirica e musicale che ci regala 40 minuti di puro stenchcore old school che avrebbe fatto certamente invidia ai maestri Deviated Instinct. Citando le parole dei Cancer Spreading, che trovo perfette per concludere queste righe a loro dedicate, il loro scopo dichiarato è quindi quello di diffondere il più possibile il loro messaggio di nichilismo e autodistruzione attraverso l’autoproduzione e l’attitudine do it yourself. Avanti così allora, la strada intrapresa appare molto interessante cari i miei modenesi!

I lettori più attenti, appassionati e attivi frequentatori della scena hardcore italiana, si saranno sicuramente accorti che in mezzo a tutti i gruppi citati finora mancano forse coloro che hanno saputo interpretare e rivisitare al meglio gli insegnamenti della scena hardcore/d-beat svedese degli anni ’80 e inizio dei ’90 di gruppi storici del genere quali Anti-Cimex, Avskum, Driller Killer e compagnia sbraitante. Sto naturalmente parlando dei Kontatto, gruppo d-beat/crust bolognese on the road dal lontano settembre del 1998, una vera macchina da guerra tritaossa dal vivo (chi se li è potuti godere in concerto potrà sicuramente confermare questa affermazione). Non a caso ho citato gli Anti-Cimex perchè, stando anche da quanto dichiarato più volte da loro stessi, insieme ai Wretched, rappresentano di sicuro la maggiore influenza a livello musicale dei Kontatto. E sempre tutt’altro che a caso ho rispolverato il nome degli Avskum; difatti le melodie create da Koppa e Febo (i due chitarristi) ricordano molto la lezione della band di Kristinehamn. Fino al 2002 i Kontatto sono andati avanti di soli split; ben 4, tra cui uno con gli storici grinders belga Agatochles (attivi dal 1985). Leggende narrano che tutto il materiale presente su questi quattro split siano stati tutto frutto di una sola registrazione (ascoltare l’episodio #11 de La Casa del Disastro per averne conferma). Dopo l’ultimo split del 2002, una serie di abbandoni e cambi di line-up che rischiarono di mettere la parola fine sull’esistenza del gruppo, con l’ingresso della formidabile Marzia dietro le pelli (che risulterà fondamentale con la sua tecnica e il suo suono di scuola d-beat martellante come piace a noi) si arriva finalmente al 2008, anno in cui vede finalmente la luce “Disillusione”, il primo Lp dei Kontatto. Suddetto album dimostra tutta la qualità del gruppo bolognese, sopratutto per quanto riguarda il songwriting; infatti canzoni come “Paradisi Artificiali”, “La Tua Malattia”, ma sopratutto “Medaglia al Valore” (quello che considero a tutti gli effetti l’inno del gruppo) rimangono impresse nella mente già al primo ascolto, tanto la parte strumentale quanto quella lirica contenuta nei testi. Avendo ormai ingranato, i Kontatto continuano la loro maturazione artistica sfornando due anni dopo il loro secondo full lenght “Mai Come Voi”. Undici i brani presenti su questo album, tra i quali spiccano senza ombra di dubbio “Ogni Giorno di Meno” e la mia preferita in assoluto dei Kontatto “Cospirazioni”, quest’ultima con un riff iniziale e un ritornello che ti si stampano immediatamente in testa e non ti lasciano più. Dopo un’altro split con i brasiliani Besthoven (anch’essi autori di un crust/d-beat molto veloce) del 2011, finalmente a marzo scorso è uscito il nuovissimo “Fino Alla Fine”, una bomba carica del solito crust/d-beat tiratissimo e incazzatissima ma condito con melodie e riff immediatamente riconoscibili a cui ci hanno abituato negli anni i Kontatto. Unico consiglio che posso darvi su di loro è quello di vederli dal vivo il prima possibile. Sudore, attitudine, qualità e tanta ma tanta passione rendono ogni loro concerto un’esperienza indimenticabile.

Altro gruppo impossibile da non citare in quello che è ormai diventato un vero e proprio viaggio nel tempo e nello spazio per raccontare quanto più possibile delle migliori realtà crust punk, attive o defunte, presenti nella penisola italiana sono certamente i Campus Sterminii. Il gruppo, che vede tra le proprie fila tre brutti ceffi già attivi nei Kontatto (Febo, Koppa e Marzia), si è formato nella primavera del 2002 e per diversi anni è stato uno dei nomi di punta della scena crust italiana, per attitudine, passione e qualità. Molto simili per sonorità ai modenesi Cancer Spreading di cui abbiamo parlato poco sopra, anche loro possono essere buttati nel calderone stenchcore, anche se interpretano il genere in maniera sempre personale e leggermente più “melodica” (per quanto si possa parlare di melodia in mezzo al rumore) rispetto ad altre band. Ascoltando i Campus Sterminii sono principalmente tre i gruppi che vengono in mente: Hellshock, Driller Killer e Disrupt. La prima fatica a nome Campus Sterminii fu uno split con i Disgusting Lies dal doppio titolo “No Choice, No Way!/ Non c’è Limite al Peggio” datato 2002, a pochi mesi dalla nascita del gruppo, che faceva già intravedere tutte le qualità dei nostri, seppur la qualità della registrazione era molto lo-fi e il songwriting molto primordiale e grezzo. Pezzi come “Non c’è Limite al Peggio”, “E Così Sia” e”Credi Veramente di Combattere il Sistema” oltre ad esser divenuti brani immortali del gruppo, sono delle vere e proprie manifestazioni di intenti dei nostri, che con feroce rabbia sputano in faccia all’ascoltatore tutto il loro odio ed il rancore verso questo mondo. Finalmente nel 2009 i Campus Sterminii replicano con il loro primo full lenght “Life is a Nightmarish Struggle” (un titolo che è tutto un programma), album che evidenzia una importante crescita della band a livello compositivo e di tematiche, ma anche e sopratutto un ottima qualità in fase di registrazione. Nulla di nuovo è uscito da quel lontano 2009, sopratutto a causa degli impegni dei componenti del gruppo con svariati altri progetti tra cui i già citati Kontatto e Cancer Spreading; nonostante ciò io sono ancora qui ad attendere impazientemente di poter ascoltare nuovamente il veloce e rabbioso stenchcore dei Campus Sterminii.

Avviandoci finalmente verso la conclusione di questo lunghissimo ed estenuante (per chi scrive, ma sicuramente anche per chi si ritroverà sfortunatamente a leggerselo) speciale articolo sulla scena crust punk italiana, ci avviciniamo ai tempi recenti e precisamente a due anni, il 2008 ed il 2011, anni che han visto la formazione di due nuove realtà dedite a sonorità crust-core/d-beat: mi sto riferendo rispettivamente ai milanesi Warpath e ai montebellunesi Kompost.

I Warpath (letteralmente “Sentiero di Guerra”, nome spettacolare) nascono quindi intorno al 2008-2009, dalle ceneri e fondendosi con i Land of Devastation, band di cui praticamente facevano parte gli stessi componenti che avrebbero poi formato gli stessi Warpath. La materia rumorosa a cui hanno dedicato le loro fatiche non può che essere un solido e tiratissimo crust punk/d-beat (altrimenti non sarebbero menzionati in questo articolo, logicamente) caratterizzato da doppia voce maschile/femminile che ricorda in più frangenti i Nausea, altro storico gruppo del genere. Ma i Nausea non sono l’unica influenza che possiamo assaporare nella musica dei Warpath; difatti altri gruppi che vengono immediatamente alla mente sono sicuramente i Disrupt e gli Hellbastard di “Ripper Crust”. Nel 2011 rilasciano “Nel Dilagare della Follia”, uno split con i NIS, altro gruppo storico della scena crust italiana di cui purtroppo non vi parlerò, composto da soli due pezzi più un’intro che già aveva fatto drizzare le orecchie (e non solo, ci siamo capiti…) a tutti gli amanti di questo tipo di sonorità. Ma è solo nel 2016 che i Warpath ci regalano il loro primo marcio full lenght dal titolo “Oblio”, una ventina di minuti scarsi di puro crust-core in stile Nausea, poco originale ma suonato con un’attitudine e una convinzione da far invidia ai più. I testi trattano le tematiche classiche del genere, dall’alienazione umana alla critica feroce alla guerra, dall’invettiva pregna d’odio verso questa società di merda ai contenuti più “politici”. E’ inoltre presente tra gli otto pezzi che compongono questo “Oblio” anche “Nel Dilagare della Follia”, brano già presente sull’omonimo split che suona sempre fresco e risulta essere uno dei pezzi migliori fin qui scritto dai Warpath.

I Kompost rilasciano la loro prima demo nel 2012, composta da 6 pezzi più una cover di “Fame” storico pezzo degli storici crusters Berserk (anche di loro, per esigenze di spazio e tempo, ho deciso di non parlavi purtroppo). Su questa demo è presente un pezzo che, sempre a parere inutile di chi scrive, rappresenta in modo emblematico il mood misantropo e nichilista che anima la band e che la band sa trasmettere in modo impeccabile con la propria musica: “Io Non Vorrei Essere Umano”, 3min e 32 secondi di pura misantropia in salsa crust, nient’altro da aggiungere. Nel 2016 i Kompost rilasciano la loro ultima fatica intitolata “La Vera Bestia” (recensita qualche mese fa proprio su Disastro Sonoro Clicca qui per la recensione), uno dei migliori album in ambito crust che io abbia avuto la fortuna di sentire negli ultimi tempi; 25 minuti di sonorità sempre in bilico tra la vecchia e la nuova scuola del genere con forti influenze death metal per nulla tenute nascoste dai nostri; 25 minuti che ci presentano un mix perfetto tra parti più grezze e tirate e altre più atmosferiche e melodiche. Se proprio volessimo fare dei nomi la proposta dei Kompost ricorda molto quella di Disfear e Martyrdod (e di un gruppo crust/death metal dell’underground spagnolo che risponde al nome di Cruz), e di questi accostamenti Bre (batterista), Pozze (vocals) e compagnia non possono che andarne fieri.

Dopo aver parlato più o meno approfonditamente di ben 11 gruppi che hanno rappresentato le radici, gli albori, lo sviluppo e la “nuova scuola” della scena crust punk/ d-beat italiana, dopo esserci addentrati negli abissi di questo mondo fatto di guerrieri post-nucleari e post-apocalittici e sonorità grezze, putride e marce, dopo aver intrapreso questo viaggio nello spazio e nel tempo cercando di ricostruire al meglio la storia del crust punk in Italia, credo sia giunta l’ora di concludere qui questo speciale articolo. Ci sarebbe ancora una miriade di gruppi che meriterebbero il nostro interesse e di essere menzionati all’interno di questo articolo, basti pensare a Humus, Berserk, NIS, Dirty Power Game, Disgusto, Overcharge, Motron, ecc., tutta gente che tiene e ha tenuto viva la passione per questo genere di sonorità con attitudine, impegno e sudore. Purtroppo (o per fortuna) siamo giunti alla conclusione di questo nostro apparentemente interminabile viaggio verso gli abissi della scena crust punk italiana, io non ho nient’altro da aggiungere se non una frase che è più l’essenza di uno stile di vita: IN CRUST WE TRUST! 

Oltre la musica, oltre il rumore! Disastro Sonoro!

Overcharge – Speedsick (2016)

Immaginiamo di percorrere un lunghissimo viaggio sonoro che partendo dall’hard rock’n’roll stradaiolo dei Motorhead, passando attraverso lo speed/thrash metal sporcato di attitudine punk di gruppi culto dell’underground come Inepsy, Saccage e Toxic Holocaust, arriva al d-beat/crust punk principalmente di scuola svedese di mostri sacri come Driller Killer e Anti-Cimex (ma anche di nomi più recenti come Disfear e Wolfbrigade), il tutto tenendo sempre vivo il ricordo di coloro che più di tutti hanno rivoluzionato l’hardcore punk, ossia i Discharge. Bene, ora chiudete gli occhi, provate ad immaginarvi un mostro di Frankestein formato da pezzi delle sopra citate band che suona veloce, sporco e stradaiolo come solo nella migliore tradizione metal/punx ed ecco che dinanzi ai vostri occhi e dentro alle vostre orecchie avrete senza ombra di dubbio gli Overcharge, gruppo varesino attivo dal 2012 e autore nell’estate del 2016 dell’ottimo “Speedsick”, seguito logico di “Overcharge” e del ben più maturo “Accellerate”, rispettivamente primo demo e primo album del 2013 e del 2014.

Marcio (voce e basso), Josh (voce e chitarra) e Panzer (batteria), ovvero i 3 personaggi poco raccomandabili che hanno fatto emergere dall’inferno questa creatura rumorosa che risponde al nome di “Overcharge”, conoscono bene la “materia” e sanno quello che fanno; hanno un ottima padronanza degli strumenti, hanno la giusta attitudine rock’n’roll e sanno scrivere canzoni che rimangono impresse immediatamente dopo pochi ascolti, pur risultando tutt’altro che banali, anzi dimostrando una eccellente capacità di mettere insieme le loro numerose influenze musicali senza dare l’impressione di “già sentito”.e senza far cadere nella noia l’ascoltatore. Ascoltando i 10 pezzi (9 inediti più una cover, manco a dirlo, degli Anti-Cimex) che compongono questo “Speedsick”, un vero assalto sonoro denso di speedmetalpunx, devo ammettere che sono rimasto sorpreso dalla carica rock’n’roll che anima tutta la durata del disco e che non lascia mai un momento all’ascoltatore per riprendere fiato. Da sottolineare inoltre le vocals di Marcio che nulla hanno da invidiare alla ben più famosa e sporca voce innaffiata di Jack Daniels del grande Lemmy.

Come già detto ci troviamo dinanzi a 33 minuti di speedmetalpunx tiratissimo, un vero e proprio assalto sonoro, una vera e propria iniezione di adrenalina endovena. Ed è per questo motivo che ritengo superfluo star qui a citare questo o quel brano in particolare, appunto perchè ogni canzone è suonata senza compromessi, grezza e ruvida quanto basta e sprigiona un’energia che si può apprezzare a pieno solamente ascoltando al massimo del volume questo “Speedsick”. Se proprio dovessi citare i brani che più mi hanno colpito e che mi son ritrovato spesso a cantare a squarciagola probabilmente citerei la titletrack, l’iniziale “Downtown Inferno”, “Warbeat” e senza ombra di dubbio “Out of the Lockup” con i suoi 5 minuti di durata. Inoltre come non citare “Only in Dreams” cover dei maestri del crust/d-beat svedese Anti-Cimex, ottima scelta perchè potrebbe risultare in tutto e per tutto un brano originale degli Overcharge. E questo dovrebbe già bastare per convincervi a correre immediatamente a comprare questo “Speedsick”.

Concludo evitando di diventare prolisso, sopratutto perchè dinanzi all’energia, alla rabbia e all’attitudine sprigionate da questo tipo di musica e da una band con i controcazzi come si sono dimostrati ancora una volta gli Overcharge, le parole risultano realmente superflue. “Speedsick” è un disco da ascoltare rigorosamente a tutto volume, pogando come dannati contro qualsiasi persona o cosa vi capite nel raggio di mezzo metro, perchè solo così si riesce ad apprezzare nel modo migliore l’ottima musica suonata da questi 3 esseri infernali che abitano l’underground varesino. D-beat? Rock’n’Roll? Hardcore Punk?Speed Metal? Chiamatelo un po’ come cazzo vi pare, questa è musica marcia, diretta e veloce suonata con attitudine, passione e sincerità che non ha bisogno di etichette e merdate simili.

Oltre la musica, oltre il rumore. Speedmetalpunx e Disastro Sonoro.