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Evil Fragments #03

 

Terzo attesissimo appuntamento con Evil Fragments, come dovreste ormai sapere rubrica interamente dedicata a sonorità crust punk e d-beat. Mai come questa volta ci troveremo ad affrontare quasi esclusivamente lavori usciti recentemente in ambito d-beat e raw punk che affondano le proprie radici in profondità tanto nel sound svedese quanto nella affascinante scena giapponese, grazie alle ultime devastanti uscite di Fragment, Languid e Scarecrow. Ci sarà spazio però anche per parlare dell’ultimo ep targato Alement, gruppo a quanto pare cresciuto a pane e stench-crust di matrice britannica, perchè, ed è bene ricordarlo, i “frammenti del male” sono tanti, diversificati e pronti ad inghiottirci senza lasciarci vie di fuga o attimi per riprendere fiato, trascinandoci giù con loro in un abisso dominato solo dall’oscurità!

Alement – Onward (2019)

Onward, ultima fatica in casa Alement, è un perfetto esempio di apocalittico stench-crust punk dal sapore ottantiano che pesca a piene mani dall’underground britannico dell’epoca e dalla lezione primordiale di gentaglia brutta, sporca e cattiva del calibro di Axegrinder, Deviated Instinct ed Hellbastard. Niente di nuovo sotto al sole, ma vi assicuro che questo ep di sole tre tracce è quanto di meglio si possa ascoltare ultimamente se si è amanti viscerali di quel brodo primordiale a metà strada tra il metal e il punk conosciuto a suo tempo come stenchcore. I toni epici e le atmosfere oscure che avvolgono i tre brani disegnano paesaggi guerreschi e lande desolate post-apocalittiche in cui solo la desolazione regna sovrana e ciò che resta degli esseri umani è divorato dalla rassegnazione più totale. Sedici minuti abbondanti per immergersi completamente in questa tempesta oscura di stench-crust in cui emergono prepotenti le influenze più doom e thrash metal degli Alement, influenze che rendono ancora più affascinante l’ascolto dell’intero lavoro. Non c’è molto altro da aggiungere dinanzi ad un ep così interessante, se non forse soffermarsi e sprecare fiato e parole per parlare del gusto che i nostri dimostrano per la creazione di aperture melodiche dalle tinte scure e per la costruzione di atmosfere terrificanti che accompagnano la nostra discesa nelle viscere di Onward, un disco che potrebbe benissimo esser stato partorito dalla scena crust britannica di fine anni 80. E mentre la conclusiva titletrack ci accompagna fuori dalla tormenta stench-crust scatenata dagli Alement, gli ululanti venti del caos spirano preannunciando l’apocalisse che verrà…

Languid – Submission is the Only Freedom

Con questo nuovissimo Submission is the Only Freedom, i Languid tornano all’assalto con la loro devastante miscela di crudo hardcore punk/d-beat condensata in otto feroci tracce che non lasciano scampo e sembrano non aver la minima pietà per le nostre orecchie. Se mai ce ne fosse stato bisogno (e la risposta è ovviamente affermativa) i nostri punx canadesi riescono ad incarnare con questa ultima fatica in studio il perfetto punto di incontro e di sintesi tra lo swedish d-beat sound degli Anti Cimex di “Absolute Country of Sweden” e il rumoroso raw punk dei  Disclose di “Once War Started”, mantenendo sempre le radici ben salde nella primigenia lezione d-beat dei maestri Discharge, regalandoci così otto tracce devastanti e pronte a distruggere qualsiasi cosa si trovi per errore sul loro cammino. La doppietta che ci introduce a questo Submission is the Only Freedom rappresentata da “Stench of Death” e “No Peace“, mostra fin da subito l’irruenza battagliera del sound proposto dai Languid che, come un tornado ci inghiotte, ci trascina con sè e non ci lascia un secondo per riprendere fiato. “Path of Devastation”, così come la penultima “In Darkness“, è invece una di quelle tracce che riescono ad imprimersi nella memoria fin dal primo ascolto grazie sopratutto ad un riffing preciso, ad un assolo accennato ma quanto mai azzeccato e delle vocals abrasive che richiamano sia i primi Discharge sia gli Anti-Cimex. In generale gli otto brani, avvolti in una patina dai tratti vagamente crust, presenti su questa ultima fatica dei canadesi Languid non superano praticamente mai i due minuti di durata e proprio per questo riescono a colpire nel segno sotto forma di brevi quanto devastanti assalti di d-beat/hardcore punk che lacerano la carne e lasciano solo macerie al loro passaggio. Infine, nota di merito per l’artwork di copertina che accompagna Submission is the Only Freedom, un’artwork in grado fin da subito di rendere chiari gli intenti bellicosi e privi di pietà espressi dal sound crudo e irruento dei Languid. Absolute country of Canada… nient’altro che questo.

Fragment – Serial Mass Destruction (2020)

Serial Mass Destruction, ultimo lavoro targato Fragment, è una assoluta mazzata in pieno volto di raw d-beat punk che non lascia spazio ai compromessi e che sembra non provare alcuna pietà nei nostri confronti. Affondando le radici tanto nella scena d-beat svedese quanto in quella raw punk giapponese, i nostri punx canadesi di Halifax celati dietro il nome Fragment, ci regalano solo otto minuti di intensità e rabbia che non guardano in faccia niente e nessuno, tirando dritti per la loro strada come una tempesta che inghiotte e distrugge tutto ciò che si trova dinanzi. Un disco purtroppo di sole cinque tracce che si conficcano nella nostra carne facendo deflagrare in tutta la sua potenza questo concentrato di rumoroso e crudo d-beat/hardcore che riesce perfettamente ad insinuarsi nella nostra testa. I Fragment non inventano nulla di nuovo, certo, ma sanno maneggiare e modellare la materia d-beat in modo del tutto personale e godibile, al punto che ci si troverà più volte di fila ad ascoltare questo devastante “Serial Mass Destruction”, un lavoro che difetta solamente nella durata, davvero troppo esigua per un lavoro così intenso e che sa come colpire nel segno ed imprimersi nella memoria. Discharge, Disclose, Framtid, Mob 47 e primissimi Anti-Cimex sono le principali influenze condensate nella proposta e nel sound dei Fragment, ma i nostri riescono ad aggiungere a tutto questo una minima dose di personalità che ci permette di godere a fondo dell’ascolto di questo Serial Mass Destruction senza aver l’impressione di “fin troppo già sentito”, rischio che spesso si corre in ambito d-beat/hardcore, scena estremamente satura negli ultimi tempi, ad essere sinceri. It’s only a mass of Scandi-japanese raw sound attack and that’s the way i like it baby!

Scarecrow – Revenge (2020)

Un vortice di violento e roboante vento scandinavo accompagna una tempesta furiosa di d-beat punk… ecco da cosa veniamo inghiottiti quando iniziamo l’ascolto di questo devastante Revenge ultima fatica in studio per gli Scarecrow. Un d-beat hardcore/kångpunk radicato in profondità nella scena svedese degli anni 80/90 e che si inserisce in quel solco scavato a suo tempo da dischi fondamentali come “Karnvapen Attack” dei Mob 47, “Crucified by the System” degli Avskum ma soprattutto “Sin Egen Motståndare” dei Totalitar! Un hardcore punk furioso e senza cedimenti, sorretto in modo estremamente godibile da ritmi d-beat vecchia scuola che riportano alla mente un modo tutto svedese di suonare questo genere, tanto che si avrà spesso la sensazioni di essere all’ascolto di qualche lavoro sconosciuto della scena kangpunk degli ’80. Rabbia viscerale e irruenza espressiva che sembra non conoscere compromessi o soste sono le sensazioni che trasudano da questo Revenge, una vera e propria mazzata in pieno volto che lascia storditi , in cui gli otto brani (tutti molto brevi) prendono le sembianze di schegge di d-beat/hardcore impazzite che vanno a conficcarsi nelle nostre orecchie senza alcuna pietà. Ne sono esempi perfetti la seconda traccia intitolata “This Misery“, in cui si sente profondamente l’influenza dei Totalitar, “Ourorobos” e “Zero Tolerance”, ottimi momenti di rabbioso d-beat/hardcore pronto a distruggere qualsiasi cosa e che lascia addosso una voglia indescrivibile di pogare selvaggiamente, incuranti dei lividi e delle ossa rotte. Scandi…ehm no, North Carolina Jawbreaker!

 

 

“Mentre il collasso della civiltà umana avanza…” – Intervista agli Human Host Body

La prima volta che mi sono imbattuto negli Human Host Body è stata grazie ad un loro split insieme ai canadesi Storm of Sedition e posso ammettere senza problemi di essermi infatuato immediatamente del loro “d-beat possessed metal”, una devastante formula in cui convivevano (e convivono tuttora) pulsioni crust punk e tensioni black metal. Qualche giorno fa ho fatto una serie di domande agli Human Host Body per parlare non solo strettamente della loro musica e dei loro progetti futuri, ma sopratutto per affrontare insieme questioni come la piaga del nazi-fascismo all’interno della scena black metal, le posizioni anti-civilizzazione e anarchiche che animano il loro progetto e pratiche come l’autoproduzione e l’autogestione che sono strettamente legate alla scena punk-hardcore. Preparatevi perchè le parole degli Human Host Body, proprio come la loro musica, si abbattono come una tempesta tuonante sulla civiltà umana per decretarne l’inevitabile collasso.

Ciao ragazzi! Intanto volevo ringraziarvi per aver accettato di rispondere ad alcune domande. Vi va di presentarvi per chi non dovesse conoscervi? Comè avvenuta la scelta del nome della band?

Ciao! Grazie a te, è un onore chiaccherare con Disastro sonoro! Siamo in quattro Andrej, Dalibor, Luka, Marko e gli inizi degli HHB risalgono alla nostra adolescenza, intorno al 2004. La band è cresciuta con noi e noi con lei siamo diventati adulti insieme. Ultimamente tendiamo a mischiare soprattutto d-beat e metal. Poi è chiaro che tutto cambia, che tutto è sempre in continuo e graduale divenire. Però c’è da dire che ci troviamo proprio bene in queste acque grind/death. Quanto al nome, l’origine è a dir poco demenziale. Ci siamo ispirati a una puntata di South Park (s8e14), quella in cui agli animaletti del bosco serve un corpo, un ospite umano per Satana…

Lo devo ammettere, vi ho scoperti con lo split insieme agli Storm of Sedition e rimasi immediatamente folgorato dalla vostra proposta a metà strada tra crust e black metal. Da dove e come nasce la scelta di mischiare questi due generi?

Lo split degli Agains Empire con gli Iskra, quasi di sicuro quella è stata la prima svolta. Fu una rivelazione folgorante! Col tempo abbiamo capito che ci convinceva, che anzi era un’idea che ci piaceva proprio. D’altra parte ha sicuramente influito molto anche il fatto che qui sulla costa, da dove veniamo, la scena black metal è sempre stata molto forte. Qui poi metallari e punxs si sono sempre tranquillamente frequentati. Alla fine, per farla breve, il succo è che ascoltiamo un sacco di roba, ci piacciono il d-beat, lo stench, il death, il grind e poi proviamo a mischiare tutto insieme cercando di darci un senso. In fondo siamo un misto anche nella band: due metallari per due punx.

Rimanendo a parlare di black metal, saprete meglio di me che la scena black a livello internazionale è piena di gruppi palesemente nazi o di gruppi ambigui che simpatizzano o collaborano con band fasciste, razziste o omofobe. Qual è la vostra posizione al riguardo?

Qua c’è una sola e unica posizione: zero tolleranza per il NSBM e per qualsiasi ideologia fascista e fascistoide. Le nostre radici sono nel DIY punk. Non abbiamo mai suonato a festival metal e la scena metal slovena ci ignora, o meglio ci considera punk. Da parte nostra non abbiamo alcun desiderio di mescolarci a questa scena. Ci sentiamo a nostro agio nelle realtà occupate, nei centri sociali e negli squat, ma soprattutto ovunque si riunisca, operi e lavori gente che la pensa come noi.

Siete anzitutto un gruppo che viene dal d-beat, e dato che, nella mia ottica ma non solo mia per fortuna, il punk non è solo musica bensì un mezzo per diffondere pratiche come lautogestione o l’autoproduzione e per contrastare concretamente questo mondo fatto di sfruttamento e oppressione, che importanza ha la dimensione della lotta politica nella vita degli Human Host Body?

È fondamentale! Un’arte priva di contenuti politici è un mero prodotto consumistico. Il nostro merch è quasi del tutto autoprodotto, i tour ce li organizziamo da soli. Per noi è questo il modo più autentico in cui si può fare parte di questa subcultura. Luka e Marko poi sono stati in prima linea nell’occupazione e autogestione dell’ex INDE, una fabbrica abbandonata di KoperCapodistria, durata dal 2014 fino allo sgombero nel 2017.

Che ruolo rivestono pratiche come lautogestione o il DIY nella vostra musica e nella vostre esistenze?

Per la  prima metà della domanda vedi sopra :). Quanto alle nostre vite, riveste un ruolo decisamente grande. Grazie a e tramite la musica siamo entrati in contatto con parecchia gente, soprattutto con movimenti che hanno influenzato il nostro modo di percepire il mondo. I tour poi ti portano tra posti e persone dove hai l’opportunità di incontrare o conoscere ulteriormente pratiche a te poco note o sconosciute. Tra l’altro proprio l’andare in tour per vari centri sociali ci ha dato ulteriore slancio e ragioni per l’occupazione dell’ex Inde di KoperCapodistria.

Sulla vostra pagina bandcamp ci tenete a definirvi un gruppo anarchico, vicino alle idee anti-civilizzazione e pro-collasso. Vi va di spiegare meglio queste vostre posizioni politiche e il ruolo che rivestono allinterno della vostra attività di band? Nella vostra coscienza e visione politica, quanto è responsabile l’economia capitalista, che saccheggia e devasta l’ecosistema, del collasso a cui sembra destinata la civiltà come la conosciamo noi adesso?

La maggior parte dei nostri testi parla di quanto sia insostenibile la nostra cosiddetta civiltà. L’anarco-primitivismo è solo una delle teorie critiche di riferimento su come concepire e comprendere la civilizzazione. In linea di massima ognuno di noi quattro ha una sua personale opinione del mondo, siamo però tutti d’accordo sul fatto che la realtà in cui viviamo è alienante. L’economia del capitale è solo un sintomo della civilizzazione industriale. Nel complesso la cosa più problematica è il nostro stile di vita, l’approccio che abbiamo nei confronti della Terra. Siamo troppo focalizzati su noi stessi e ci siamo autocollocati al di sopra di tutte le forme viventi, sul trono. Se ci rendessimo conto che siamo tutti interdipendenti l’uno dall’altro, compresi cioè tutti gli esseri viventi, il pianeta lo ”consumeremmo” in maniera diversa. Il capitalismo si fonda sulla crescita illimitata, cosa che il nostro pianeta non può certo offrire. Per questo l’economia capitalista è insostenibile. Anche tutta sta situazione della pandemia ha mostrato come e quanto il capitalismo sia insostenibile, ma anche qui si tratta di nuovo solo di sintomi. La tutela, la difesa e il rispetto dell’ecosistema, della natura e dell’ambiente in generale sono responsabilità di noi tutti (o almeno dovrebbero). Dare una risposta alla domanda sull’eventuale prossimo futuro collasso della civilizzazione è impossibile. Però siamo davanti a un’occasione da non perdere: questo risorgimento delle coscienze, avvenuto durante la pandemia, va assolutamente sfruttato, soprattutto perchè è sempre più evidente che non si può andare avanti così!

Venite dallIstria, in Slovenia. Volete parlarci della scena punk/metal underground da quelle parti? Comè la situazione lì da voi?

Negli ultimi anni è praticamente morta. Purtroppo. Non sapremmo proprio da dove cominciare… Punto primo: non esistono più spazi autonomi in cui suonare e organizzare serate e concerti. O li hanno chiusi o li hanno riadattati alle logiche capitalistiche. Anni fa la costa era l’epicentro della scena underground. Oggi non è più così, soprattutto perchè le misure intraprese dalle varie giunte municipali agiscono sull’individuo, isolandolo, producendo individualismo e soprattutto reprimendo il pensiero critico, componente fondamentale della creatività. Secondo tasto dolente: le band. Anche se oramai ci stiamo facendo vecchi e stagionati, siamo diversamente giovani, continuiamo a seguire regolarmente la scena e, purtroppo, di nuovi gruppi punk, metal ecc./e compagnia bella, qua non se ne vede nemmeno l’ombra. Una delle ultime novità punk della zona, con già cinque anni di attività alle spalle, sono sicuramente i Pakt, dove Luka suona alla chitarra. Per strada invece incontri sempre meno, e comunque molto raramente, metallari o gente generica che segua manifestatamente una qualche subcultura. Perchè sta succendendo tutto questo? Bella domanda, anzi la domanda del secolo, ma non è il caso di mettersi a filosofeggiare qui perchè sennò lo spazio non basterebbe. Per nostra fortuna comunque, qua vicino ci sono ancora e resistono spazi e soprattutto tanti attivist* e singol* riuniti in collettivi che non demordono e con cui siamo praticamente fratelli. Al momento la concentrazione maggiore di band e posti per suonare è a Postojna. Là ci sono un centro giovanile e due piccoli squat, uno di fatto è un container, l’altro è un’ex pompa di benzina che i ragazzi hanno riconvertito in enorme sk8park. Non lontano c’è anche uno dei locali più longevi della Jugoslavia, il MKNŽ di Ilirska Bistrica, attivo (senza soluzione di continuità/) dal 1966.

Tornando a parlare del vostro split con gli Storm of Sedition, la mia curiosità mi spinge a chiedervi comè nata la collaborazione con il gruppo canadese. Vi va di raccontarcelo? E se non sbaglio siete anche andati in tour con loro, come vi siete trovati? 

Ce l’ha proposto  Goldi della Neandertal Stench Record proprio perchè abbiamo molti temi in comune come ad esempio le teorie anti-civilizzazione. Con alcuni dei membri degli SoS già ci conoscevamo da prima visto che avevamo suonato un paio di volte con gli Iskra, e così alla fine sto split è stato un qualcosa di molto spontaneo e naturale. Quando l’anno scorso sono venuti in tour [europeo?], eravamo d’accordo che avremmo fatto un altro paio di serate insieme. Purtroppo però alla fine per motivi di lavoro non ci siamo potuti unire a loro per tutta la durata del tour, ma solo per un weekend. È stata un’esperienza epica, un week-end che rimmarrà nella storia e nei nostri ricordi, anche perchè abbiamo stretto ancora di più coi ragazzi. Speriamo di riuscire a tornare a collaborare con loro a breve. Dal vivo poi gli SoS spaccano e sono anche cresciuti assai pure nello stile una band davvero cazzuta/coi controcazzi!

L’ultimo vostro lavoro è una demo rilasciata nel 2018. State lavorando a un nuovo disco? Che progetti avete per il futuro?

In realtà abbiamo già un intero disco registrato e mixato, stiamo cercando di farlo uscire su vinile. Stiamo valutando una serie di etichette e prendendo accordi sul mandarlo in stampa il prima possibile. Ci stiamo preparando a nuove registrazioni, ma ora è tutto rimandato a tempo indeterminato causa pandemia. Uno dei probemi maggiori è che i confini sono stati chiusi e non possiamo andare in Italia. Questo perchè la nostra sala prove si trova a Padriciano,[quartiere di Trieste?] subito dopo il confine, e ancora oggi non sappiamo con precisione quando potremo veramente tornare in sala Per ora ci stiamo arrangiando con un po’ di roba recuperata dai cascioni/in cantina, vecchi amplificatori e una batteria che ha visto giorni migliori e proviamo a casa di Dalibor.

Siete passati anche in Italia qualche anno fa per suonare live, se non ricordo male a Bologna insieme ai Void Forger, che ricordi avete di questa/queste date? Cosa pensate della scena punk/hc italiana?

L’ XM24 di Bologna è stata la prima data del tour con i Void Forger del 2018, da lì poi siamo riusciti a arrivare fino alla Mensa occupata di Napoli. (Bei tempi). Tra le date italiane di quel tour, il posto che più di tutti ci ha lasciato un bellissimo ricordo è il CSA Officina Trenino di Porto S. Giorgio e il loro giovanissimo collettivo. Incontrarli ci ha infuso di grandi speranze nel senso che ci ha rincuorati assai: esistono ancora giovani interessati ai centri sociali e alle occupazioni, agli squat e ai posti autogestiti e all’organizzazione di serate e concerti! Ste cose ti danno una bella scarica di energia e ti spronano a continuare a fare quello che stai facendo. C’è da dire però che in tutti questi anni abbiamo suonato un po’ in giro per lItalia malgrado proprio in Italia ci sia sempre stato difficile chiudere serate il che è assurdo considerato che viviamo praticamente dietro l’angolo. Abbiamo organizzato diverse serate per gruppi italiani sui palchi sloveni, ma raramente ne abbiamo ricavato qualcosa, quasi mai abbiamo avuto indietro qualcosa di concreto. Finora, ogni volta che durante un tour volevamo suonare in Italia, le serate italiane sono sempre state le più difficili da chiudere. Ci stuzzica l’idea di suonare al sud e isole. A parte Napoli, non ci abbiamo mai suonato. La scena punk/hc italiana è sempre stata storicamente forte, anche oggi ci sono un casino di ottimi gruppi ancora in giro. Noi conosciamo e frequentiamo soprattutto le band del nord, tra cui abbiamo diversi amici, e anche per questo suonare in Italia è una figata/uno spasso perchè così hai l’opportunità di incontrare tutti quei punx che non vedi così spesso.

Ragazzi grazie ancora per il tempo che dedicherete a rispondere a questa intervista, concludete aggiungendo qualsiasi cosa vi passi per la testa mi raccomando!

Grazie a te, significa davvero molto per noi quest’intervista. Non poter suonare dal vivo è una tortura, ci manca un sacco. Speriamo che sta cazzo di pandemia finisca il prima possibile e che presto ci potremo vedere a qualche concerto e/o squat!! Viva!

Agnosy – When Daylight Reveals the Torture (2019)

Quando l’ennesimo temporale sopraggiunge all’improvviso coprendo di nuvole un cielo artificiale, quando l’ora più buia sembra ormai giunta,  quando l’ultima luce del giorno rivela visioni orribili di tortura, morte, distruzione e illumina paesaggi desolati e privi ormai di ogni forma di vita… Incubo o realtà? 

Un sound temprato dalle frequenti piogge e dai cieli plumbei che dominano i paesaggi e le città britanniche ci travolge appena ci addentriamo nell’ascolto di questo affascinante “When Daylight Reveals the Torture”, terza fatica in studio dei londinesi Agnosy e per quanto mi riguarda, uno dei dischi migliori dello scorso anno.

Quelle sonorità che si rifanno in egual misura agli Axegrinder, agli Amebix, ai Sacrilege e in generale a tutto quel brodo primordiale rappresentato dalla seminale scena estrema (punk e metal) underground britannica a cavallo tra gli anni ’80 e i primi ’90, sembrano non avere mai cessato di esercitare il loro fascino sulle generazioni successive. Tra i tanti gruppi che si rifanno a quel sound primitivo di crust punk apocalittico e oscuro che incorpora dentro se tanto ingredienti thrash metal (e primitive pulsioni di metal più estremo) quanto tensioni che richiamano l’aggressività e lo spirito riottoso dell’anarcho punk della prima ora, non nascondendo il gusto per la costruzione di momenti atmosferici e passaggi in cui le melodie disegnano momenti di quiete e paesaggi epici ed al contempo angoscianti, troviamo senza ombra di dubbio da anni i londinesi Agnosy autori di dischi interessanti come “Point of No Return” e il successivo “Traits of the Past” del 2014. Lo scorso anno, dopo una lunga assenza, i nostri son tornati sulle scene con il nuovo, bellissimo a parer mio, “When Daylight Reveals the Torture“, un disco di perfetto crust punk britannico che sintetizza perfettamente, in sette tracce, tutta la maestosità degli Axegrinder di “The Rise of the Serpent Man“, dei Sacrilege di “Behind the Realms of Madness” e degli Hellbastard di “Heading fot Internal Darkness“, riuscendo ad evocare in molti frangenti addirittura atmosfere più apocalittiche e toni di tetra e desolante epicità a la Amebix. L’atmosfera generale che attraversa le sette tracce, creata dal sapiente ricorso ad un riffing melodico e ai rallentamenti, riesce a dipingere paesaggi che ondeggiano costantemente tra l’epico e il malinconico, dando la sensazione di osservare la pioggia che batte incessantemente sulle sporche finestre di un gelido squat sperduto nella periferia industriale di qualche metropoli durante un’inverno che appare senza fine strisciando nelle viscere, mentre anneghiamo in litri di alcool di infima qualità una spirale di paranoie, desolazione e rassegnazione che cerca di inghiottirci.

Uno dei brani che ho apprezzato di più è senza ombra di dubbio “No Friends but the Mountains”, introdotto da una lenta melodia malinconica che prende la forma di una litania oscura e dal sapore vagamente doom, prima di esplodere in una cavalcata di classico crust punk britannico vecchia scuola. Il titolo del brano potrebbe essere una citazione voluta ad un’opera autobiografica scritta da Behrouz Boochani, giornalista e attivista curdo noto per essere tuttora detenuto nel campo profughi sull’Isola di Manus dopo che  le autorità australiane gli negarono l’asilo politco. Le liriche invece affrontano la questione della rivoluzione in Rojava, sottolineando la presa di posizione netta degli Agnosy in solidarietà e supporto a questo progetto rivoluzionario, femminista ed ecologista. La conclusiva “Rise of the Right” introdotta ancora una volta da una melodia oscura, ha un testo fortemente caratterizzato da una posizone antifascista in un momento storico come quello attuale di profonda crisi del capitalismo, in cui i nazi-fascisti tornano a mettere i loro sporchi musi fuori dalle fogne. Infine come non citare il refrain melodico principale della titletrack, un brano a mio avviso magnifico e completo che riesce a condensare dentro di sè tanto le tensioni più epiche quanto toni dal sapore apocalittico, che si stampa in testa al primo ascolto e non vi abbandonerà più.

Con “When Daylight Reveals the Torture” i londinesi Agnosy ci hanno regalato, ad oggi, il lavoro più intenso e completo della loro carriera, riuscendo finalmente a dare la propria impronta personale al loro crust punk intimamente legato alla tradizione britannica del genere e all’immortale quanto seminale scena underground degli ’80. Ancora una volta incatenati nell’oscurità di un inverno eterno, fino a quando la luce del giorno non tornerà a rivelare la tortura a cui siamo condannati…

 

 

“L’Odio Cresce Ancora” – Intervista a Mauro dei Disforia

Di seguito potrete leggere un’interessante chiacchierata/intervista che ho fatto con Mauro dei Disforia, nome storico della scena crust punk/grind italiana degli anni duemila. Si parlerà del passato, del presente e del futuro della band, si affronteranno questioni riguardanti pratiche di lotta politica quali l’autogestione o l’autoproduzione e si passerà attraverso il ricordo di cosa significasse far attivamente parte della nascente scena crust della penisola, cercando di non incappare nella trappola delle facili romanticizzazioni dettate dalla nostalgia e dal tempo. Lascio la parola a Mauro (che ringrazio nuovamente) e alle sue esaurienti risposte che son certo potranno riscontrare l’interesse di molti, sia di chi ha vissuto l’intensità di quella precisa scena e di quello specifico momento storico insieme a lui, sia chi, come me, condivide il suo stesso modo di intendere la musica punk hardcore ancora oggi nel 2020, sforzandosi di renderla una reale minaccia per questo esistente. In Grind we Crust!

Ciao Mauro, iniziamo l’intervista nel modo più classico possibile: come nascono i Disforia e qual è stato il motivo che vi ha spinto a mettere su tale progetto?

Ciao Stefano, i Disforia nascono nel 2000. Si era da poco sciolto il gruppo punk hard-core in cui suonavo dal 1995 e avevo voglia di suonare roba che sentivo più mia e che mi convincesse pienamente, senza dover fare, musicalmente parlando, troppi compromessi stilistici ed attitudinali come spesso accadeva con la vecchia band. In quel periodo ero molto intransigente (decisamente più di adesso) e non consideravo neanche “punk” ciò che non fosse musicalmente estremo, politicizzato e dissonante. Sottolineo che erano ancora i tempi del boom della Epitaph e della piaga del pop punk e dell’hardcore melodico… Capisci che per me che ero stato folgorato dai Discharge nel 1991, tutta quella merda americana colorata e wannabe, rappresentava (e rappresenta tuttora) l’antitesi al punk! Aveva quasi più senso il grunge… In tale ottica, reclutato il batterista, un ragazzetto del giro thrash metal (scelta non casuale dato che avevo bisogno di qualcuno che andasse oltre il tupa-tupa suonato a cazzo), buttammo giù 4/5 pezzi e successivamente ci preoccupammo di trovare un bassista ed un cantante. Per la voce si propose subito Davide, che suonava il basso nel mio precedente gruppo, ed essendo un malato di death metal svedese e grind-crust, fu perfetto per il ruolo. Completata la line-up, la linea da seguire fu chiara fin dall’inizio: fare crust con testi in italiano!

Io purtroppo sono arrivato tardi essendo nato nel ’95, puoi raccontarci com’era la scena crust/grind italiana di inizio anni duemila?

Praticamente sei nato assieme alla scena crust in Italia (ride). Erano i tempi d’oro del crust italiano… Per rendere l’idea, parliamo di tutto il contrario di quello che è adesso il punk nostrano! C’era una rete di contatti epistolari a livello internazionale ed ognuno si sbatteva per organizzare e fare qualcosa di concreto: tutti cercavano di organizzare serate, si coproduceva, si facevano fanzines, compilations e ognuno aveva una propria distro. C’era di certo una maggiore consapevolezza e la musica andava di pari passo con l’attivismo politico… Ma soprattutto c’era gente! Ormai la scena punk in Italia, salvo qualche eccezione, pare essersi ridotta a quattro gatti che postano selfie sui social network e ai gruppi che stampano più magliette che dischi per alzare due soldi. Anche ai banchetti nei concerti i ragazzi guardano solo le toppe e le magliette, i dischi non se li fila nessuno.Non dico che fosse un paradiso perché, per alcuni aspetti, anche la scena crust-punk per molti è stata solo una sorta di moda del momento.

Cosa vi ha spinto a scegliere di esprimere la vostra rabbia e le vostre tensioni proprio attraverso generi come il crust ed il grindcore?

Personalmente ascoltavo thrash metal nel 1988 e ho mosso i primi passi in ambito più estremo con la Earache Records ascoltando Napalm Death, Carcass & co. poi scoprii il punk nel 1991 e capii quale fosse la mia strada. Suonare crust nel 2000 è stata la sintesi del mio background musicale ed il modo migliore per esternare le mie idee.

Quali sono stati inizialmente i gruppi che ti hanno influenzato a livello personale? E quali quelli che hanno influenzato il progetto Disforia?

Come dicevo ho avuto diverse influenze musicali che vanno dal punk italiano anni ’80 a quello inglese e svedese, fino al thrash/death metal, passando per la darkwave. All’epoca, ma anche adesso, impazzivo per Discharge, Doom, Extreme Noise Terror, Wretched… Decisi di mettere su i Disforia dopo aver letteralmente consumato “A world of no beauty” dei Disgust.

Cosa volevate e volete trasmettere a livello di tematiche con la vostra musica?

Sicuramente il disgusto per lo schifo che ci circonda e per una larga parte del genere umano, il disagio quotidiano per non voler essere parte di una società che ci reprime, ci condiziona e ci annichilisce con il passare degli anni.

Cosa significa per te Mauro e per voi Disforia suonare punk? Che importanza hanno pratiche come l’autogestione e l’autoproduzione e come vi ci siete rapportati negli anni all’intento della scena punk?

Suonare punk è semplicemente il modo di esprimere ciò che siamo. Abbiamo sempre frequentato attivamente situazioni occupate ed autogestite, alcuni di noi, sono stati o sono tuttora occupanti in alcuni C.S.O.A. qui a Roma…I Disforia sono il “classico gruppo da centro sociale” (cit.), in 20 anni di attività, abbiamo suonato esclusivamente in centri sociali. Le volte che abbiamo suonato nei locali si contano sulle dita di una mano.

Ribadisco spesso sulle pagine di Disastro Sonoro che per me il punk non è solamente musica, ma un mezzo per diffondere un messaggio di lotta a questo esistente ben preciso e per costruire percorsi con cui attaccare un sistema economico che ci sacrifica ogni giorno sull’altare del profitto di pochi. Quanta importanza ha avuto e continua ad avere questa dimensione di lotta per te e per gli altri membri dei Disforia?

Sono aspetti ancora molto importanti che incidono inevitabilmente sul rapportarsi alla vita: attraverso di essi si cerca di portare avanti un discorso di coerenza, anche se con qualche inevitabile compromesso. Quando diventi grande e non puoi più permetterti di fare lo stronzo in giro come hai fatto per decenni, ti ritrovi a dover affrontare la vita in modo diverso. Tutto ciò crea una maggiore frustrazione e, ti garantisco, che anche l’ottica e le prospettive cambiano.

Spesso si sente ripetere che i gruppi Grind e crust abbiano tematiche trite e ritrite. Pensi che siano ancora di attualità i testi che avete scritto come Disforia su dischi come “L’Oblio copre ogni cosa“?

Credo proprio di si… E penso lo saranno ancora per un bel po’ purtroppo. Anzi, vedo che la situazione va anche peggiorando!

Quanto sono diversi i Disforia dei primi dischi da quelli del vostro ultimo lavoro “Solve et Coagula” del 2017?

La matrice è sempre la stessa dato che sono io a fare musica e testi, ma dalle prime registrazioni in cui avevamo un suono più trashettone c’è stato un progressivo spostamento verso sonorità decisamente più estreme. Ognuno degli amici che si sono alternati all’interno dei Disforia nel corso degli anni, ha espresso se stesso mettendo una parte del proprio essere nel groove e quello che trasuda dalle registrazioni ne è il risultato. L’odio cresce ancora…

Possiamo affermare che il progetto Disforia sia tutt’ora attivo? Progetti futuri?

E’ attivo, ma con i suoi tempi, come sempre, e lo porterò avanti finche campo! Abbiamo registrato nel 2019 sette nuove tracce che sono in attesa di essere mixate per essere pubblicate su un nuovo vinile. In più, emergenza Covid19 permettendo, per festeggiare i primi 20 anni del gruppo, farò uscire una edizione limitata su CD del nostro primo demo del 2001, rimasto ad oggi inedito.

Mauro siamo giunti alla conclusione di questa chiaccherata, sei libero di aggiungere qualsiasi cosa ti venga in mente

Concludo limitandomi a ringraziare te per lo spazio dedicatoci e chi continua ancora a sbattersi e a supportare il giro punk… E noi!

(A) IN GRIND WE CRUST (E)

Schifonoia & Papal Discount House- Il Declino della Società del Pianto

Questo esistente, solo schifo e noia. Di questo esistente, e del suo spettacolo annichilente e mortifero, solo polvere e macerie. Che il punk e l’hardcore tornino ad essere una minaccia.

Per fortuna esistono ancora individualità e gruppi come Schifonoia e Papal Discount House con cui mi sento intimamente affine e con cui condivido una precisa visone di ciò che dovrebbero essere l’hardcore ed il punk: una minaccia per questo esistente annichilente, al fine di sovvertirlo e distruggerlo, al fine di lasciarne solo polvere e macerie. L’hardcore e il punk come bombe pronte a deflagrare per risvegliarci dal torpore della pacificazione sociale, per sovvertire il quieto vivere che ci condanna a morte, per distruggere la società dello spettacolo, per far risplendere le fiamme della nostra gioia tra le macerie dell’esistente.

Il declino della società del pianto, nasce dall’idea degli Schifonoia e dei Papal Discount House nel costruire un immaginario che vada a scardinare l’esistente. Un rovesciamento di prospettiva arricchita da elementi grotteschi e arazionali, dove la lotta tra un’esistente mortifero – e i suoi adepti – e il richiamo ad una vita radicale prende piede sottoforma di una narrazione tesa a distruggere la società spettacolare e i ruoli sociali che esso detta.

Questo disco introdotto dallo splendido titolo “Il Declino della Società del Pianto” (i cui artwork delle due copertine mi hanno riportato alla mente certi dischi dei Rudimentary Peni) rappresenta a mio parere uno degli split più interessanti e intensi di tutto il 2019, prima di tutto per quanto riguarda il lato lirico e d’immaginario. In estrema sintesi, ci troveremo ad ascoltare quaranta minuti abbondanti (sei tracce per i Papal Discount House e cinque per gli Schifonoia) di anarcho/hardcore punk con echi crust, ma il lato musicale, per quanto estremamente interessante e godibile, è quello su cui voglio soffermarmi meno. Proprio come dicono gli Schifonoia questo split nasce dall’idea di intendere la musica punk come mutuo appoggio, supporto e solidarietà tra individui affini, come mezzo per diffondere un messaggio insurrezionale ed incontrare individualità affini con cui intraprendere l’avventura della rivolta contro questo mondo, contro questa società dello spettacolo e dello sfruttamento, contro questo esistente sempre uguale che opprime e annichilisce. Perchè è bene ricordare che da un lato c’è l’esistente, con le sue abitudini e le sue certezze. E di certezze, questo veleno sociale, si muore. Dall’altro c’è l’insurrezione, l’ignoto che irrompe nella vita di tutti. L’inizio possibile di una pratica esagerata della libertà. Ed è proprio in questo tentativo di negazione e distruzione dell’esistente che anima “Il Declino della Società del Pianto” che vedo riflesse le mie tensioni sovversive e che mi fa sentire profondamente affine e complice con le individualità che fan parte degli Schifonoia e dei Papal Discount House.

Lo split si apre con un’intro lenta e dalle sonorità decadenti recitata dai Papal Discount House, un crescendo di tensione che esplode a livello lirico nel momento in cui la voce recita le seguenti parole: “Fuoco e macerie. Una bomba all’esistente. Una bomba all’esistente.” Veniamo così introdotti alla prima traccia intitolata in modo semplice quanto esplicito “Sbirri”, dalle sonorità pesantemente anarcho-hardcore punk che mi hanno ricordato certi Wretched, il cui testo è un attacco aggressivo ai servi dello Stato che difendono unicamente gli interessi dei padroni e la giustizia borghese. Un testo e un brano che sono belli quanto le caserme e le divise che bruciano. Proseguendo nell’ascolto del lato dello split occupato dai Papal Discount House, musicalmente rimaniamo ancorati ad un anarcho-hardcore punk crudo, primitivo e rabbioso che riesce perfettamente nel compito di mettere in risalto la componente lirica, a mio parere, vero punto di forza dei modenesi. Trovo inutile soffermarmi su questo o quell’altro brano, tanto quanto sviscerare il contenuto dei testi. Credo anzi, per citare, rivisitandolo, un certo Vaneigem, che le liriche dei Papal Discount House, debbano essere prese come dei contributi alla lotta dei/delle punx anarchic* rivoluzionar*, destinati ad essere discussi, corretti e soprattutto messi in pratica senza perdere tempo. E lo stesso concetto vale anche per i testi dei cinque brani proposti dagli Schifonoia.

Sul lato occupato dagli Schifonoia trovo sia interessante una traccia come “Sento Puzza di Lacca”, una netta presa di posizione nei confronti dei cosidetti fashion punk e più in generale nei confronti di tutti coloro che vedono nel punk solamente una merce alternativa asservita alle logiche del profitto e recuperata dalla società dello spettacolo. Un brano che, nel contenuto, mi ha riportato alla mente un bellissimo testo scritto dagli stessi compagni degli Schifonoia tempo fa e che si concludeva con la seguente frase: “alle creste colorate preferiamo il passamontagna”. Tra le cinque tracce degli Schifonoia c’è spazio anche per una catilinaria alla città di Bologna (ma potrebbe essere qualsiasi altra grande città) e alle sue mille sfaccettature, dalla militanza innocua e fatta unicamente di autoriproduzione del proprio immaginario (qualcuno ha detto disobba?) all’attacco violento nei confronti dei processi di gentrificazione e della città-vetrina in cui tutto è sacrificato sull’altare del profitto. A tutto questo, come suggeriscono gli stessi Schifonoia, si potrebbe rispondere con un gran botto, una veloce esplosione. Un’altra bomba per scuotere il quieto vivere in cui ci vorrebbero condannare a morte lenta.

Lasciarsi condannare a morte nell’apparente quieto vivere della società dello spettacolo o insorgere, attaccare e tentare di sovvertirla? Lasciarsi uccidere al suono della nostra stessa musica o renderla arma con cui sferrare colpi mortali a questo mondo che vogliamo vedere ridotto in macerie? Disastro Sonoro, Schifonoia e Papal Discount House hanno già deciso da che lato della barricata stare. Ora a voi la scelta, ma ricordatevi che il punk o l’hardcore dovrebbero essere il mezzo con cui minare l’esistente e farlo saltare, mai divenire un fine innocuo o un contenitore di parole ripetute allo sfinimento al punto da essere disarmate.

“Il Declino della Società del Pianto” è un disco impregnato di rabbia sovversiva e gioia insurrezionale, un disco personale e politico, perché la prossima rivoluzione ha dentro il personale in modo esplicito, ricordiamocelo. Ci troveremo presto sulle barricate mie cari Papal Discount House e miei cari Schifonoia, ci ritroveremo a danzare nella notte e a mettere bombe con cui minare e far saltare in aria l’esistente. Per farla finita con la rassegnazione, per l’insurrezione, per la vita.

In Front of Paranoia – Insanity Reigns Supreme

Cronache dalla quarantena nella provincia contaminata. Prima lettera ai sopravvissuti al virus (e al collasso del capitalismo).

Di fronte alla paranoia, la follia regna sovrana…

Alla televisione hanno detto che la malattia si espande rapidamente. In moltissime città il numero di coloro che muoiono aumenta, in altre zone desolate cresce sempre di più la conta di chi, in preda al terrore e alla paranoia, decide di togliersi la vita piuttosto che attendere la lenta morte tra atroci sofferenze. Il virus, ancora scononosciuto, si trasmette velocemente come un banale raffreddore stagionale. Basta un qualsiasi contatto umano e ti ammali. Una volta che il virus inizia a circolare nel corpo, si viene assaliti da una tristezza profonda e si hanno due sole alternative: aspettare la morte o uccidersi, è cosi che funziona. Altri credono che per sfuggire al virus basti barricarsi nelle proprie abitazioni, come fossero dei lazzaretti impenetrabili e attendere che dalle televisioni una voce annunci la scoperta di una cura o di un vaccino per il virus. Ma il tempo scorre inesorabile, giorno dopo giorno il numero dei decessi aumenta. Passa così un mese, le autorità impongono la quarantena forzata a tutta la popolazione, minacciando arresti, denunce e sanzioni per coloro che avessero anche solo osato pensare di poter infrnagere queste misure speciali. Repressione reale e psicopolizia si alternano come in un romanzo distopico.

Una quarantena inizialmente momentanea e che invece ad oggi non sembra ancora avere una scadenza. Non basta, le strade deserte vengono invase da forze di polizia e dall’esercito con il compito di controllare e sorvegliare gli spostamenti di ogni singolo individuo e di punire coloro che si ribellano a questa restrizione estrema della libertà. Paranoia nelle strade, paranoie nelle abitazioni che prendono sempre più la forma di celle e in cui la quarantena si trasforma in reclusione forzata, psicosi diffusa tra la gente. Ma la sete di sangue del virus non sembra aver intenzione di placarsi.

Gli unici a cui l’autorità concede (sarebbe meglio dire, obbliga) di muoversi sono i lavoratori delle fabbriche, perchè si sa che il capitalismo e gli interessi dei padroni sono più importanti della sicurezza dei proletari  che possono senza problemi essere sacrificati sull’altare del profitto,per l’ennesima volta nella storia. Scioperi spontanei e selvaggi disturbano però l’ordinario funzionamento del capitalismo nazionale e invadono le fabbriche e gli altri luoghi di lavoro. La produzione si ferma, la logisitica di ferma. Iniziano i saccheggi dei grandi centri commerciali, la merce di lusso viene data alle fiamme in un vortice di gioia insurrezionale. L’inizio del collasso del capitalismo sembra all’orizzonte e qualcuno tra noi si prepara ad  assestare il colpo fatale a questo mondo.

Intanto le carceri di tutto il paese iniziano a prendere fuoco e ad alimentarne le fiamme sono le rivolte dei detenuti che protestano per le loro condizioni e per la mancanza di sicurezza dinanzi all’avanzata del mortale virus. L’autorità dello stato ha una sola risposta per placare i tumulti, la più classica: repressione e omicidi. Nel giro di meno di quattro giorni di rivolte perdono la vita per mano delle forze poliziesche una ventina di detenuti da nord a sud, mentre altrettanti riescono ad evadere dalle galere e correre liberi su sentieri illuminati solamente dalla luna, unica fedele compagna dei fuggiaschi e dei latitanti di ogni epoca. Ma il virus non è ancora sazio e anzi prosegue nella sua bramosa fame di morte. Detenuti e proletari, carne da macello per il capitale e per lo Stato, hanno iniziato a minare questo esistente fondato sullo sfruttamento, sulla repressione, sulla non-vita. Gli oppressi ci insegnano che lo stato di emergenza» in cui viviamo è la regola nell’epoca del libero mercato. Il virus ha smascherato l’intima fragilità delle strutture statali e della loro pretesa di essere necessarie, inattaccabili, eterne, divine.

Controllo, sorveglianza, repressione non bastano più a placare la ribellione degli ultimi e degli sfruttati di questo mondo. Il collasso del capitalismo sembra davvero alle porte… La paranoia dilaga nei difensori di questo esistente, infinite possibilità si aprono invece per coloro che di questo esistente vogliono lasciare solo macerie.

La storia narrata nell’introduzione di questo articolo si pone a meta strada tra la cronaca reale delle ultime settimane, la fantasia degna di un film fantascientifico-horror degli anni ’80 in stile “Incubo sulla Città Contaminata” di Umberto Lenzi e una buona dose di analisi di classe auspicando nella caduta del capitalismo. Prendetela per quella che è, un racconto a metà tra la realtà e la distopia scritto durante la quarantena rinchiuso in provincia, niente più, niente meno. Però vi lascio alla fine di questo articolo un interessante contributo da leggere per comprendere al meglio questa situazione di emergenza economico-sanitaria.

Purtroppo però a fare da colonna sonora a questa reclusione forzata non ci sono le sublimi musiche che accompagnavano il film di Lenzi sopracitato ad opera dal grandissimo Stelvio Cipriani, bensì un tripudio di brutale e marcio crust punk imbastardito con le frange più violente del metal estremo e del grindcore. E’ così che nasce quindi “In Front of Paranoia”, rubrica creata con il solo scopo di riscoprire quei gruppi e quei dischi che ritengo fondamentali e che si posizionano a metà strada tra i territori più estremi della musica metal (death su tutti) e il crust punk. In questo primo appuntamento ci addentreremo negli oscuri abissi dell’underground estremo del Regno Unito alla scoperta (o riscoperta) dei Prophecy of Doom e dei Deviated Instinct e di due dischi seminali per la musica estrema a cavallo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90: “Acknowledge the Confusion Master” e “Rock’n’Roll Conformity”.

I Prophecy of Doom emergono dagli abissi dell’underground britannico dei tardi anni ’80 e personalmente ritengo siano stati uno di quei gruppi da ritenere fondamentali e seminali nel rendere vani quei confini immaginari tra la scena crust punk e quella del death metal dell’epoca. I Prophecy of Doom nel 1988 emergono per l’appunto da questo brodo primordiale composto in egual misura da influenze provenienti da entrambi i territori estremi e si sciolgono meno di dieci anni dopo, nel 1996.

Nel 1989 i Prophecy of Doom registrano i loro primo 7″ intitolato “Calculated Mind Rape”, lavoro in cui i nostri ci danno un primo assaggio del loro sound che risente dell’influenza di tutte quelle anime che permeavano l’underground estremo britannico dell’epoca, prendendo a piene mani tanto dal death metal a la Bolt Thrower quanto dal grindcore dei Napalm Death, senza disdegnare echi di retaggi crust punk.

Ma è nel 1990 che Martin (basso), Shrew (Voce), Tom (Chitarra), Shrub (Chitarra) e Dean (Batteria) registrano il seminale Acknowledge the Confusion Master” che vedrà successivamente la luce su CD sotto forma di split con quell’altro capolavoro dell’underground estremo britannico di fine anni ’80/inizio ’90 che è “The Rise of the Serpent Man” degli Axegrinder. Uscito nello stesso anno di “Harmony Corruption”, terza fatica in studio dei Napalm Death, e ad un anno di distanza dal capolavoro “World Downfall” firmato Terrorizer, questo “Acknowledge the Confusion Master” rappresenta anch’esso un ottimo esempio di death-grind che non abbandona mai del tutto però il proprio legame primordiale con le frange più estreme e marce del punk, tanto nell’attitudine quanto nell’atmosfera generale che permea l’intero lavoro. Ci troviamo infatti dinanzi ad un perfetto ibrido tra il primordiale e selvaggio death metal di scuola britannica di gentaglia quali Bolt Thrower e Benediction, il marcio crust/d-beat punk di Doom e primissimi Extreme Noise Terror e il seminale grindcore dei mostri sacri Napalm Death (per rimanere in terra albionica) e dei Repulsion di “Horrified“. Questo variegato spettro di influenze che animava i Prophecy of Doom venne sintetizzato in ben nove tracce e in un sound definibile senza troppi problemi come marcio e brutale death-grind anora legato a doppio filo con il crust punk più selvaggio e primitivo e ben evidenziato da tracce quali Insanity Reigns Supreme, Calculated Mind Rape, Rancid Oracle o la stessa titletrack. All’epoca I Prophecy of Doom son stati sicuramente tra i pionieri di un nuovo modo di intendere la musica estrema e hanno dato una spinta che ritengo fondamentale all’evoluzione della scena grindcore britannica grazie al loro ibrido di death-grind e reminescenze crust/punk. La profezia è stata svelata, la follia regna sovrana...

Prophecy of Doom

I Deviated Instinct si formarono nel lontanissimo 1984 in uno squat di Argyle Street in quel di Norwich e nel giro di due anni registrarono e pubblicarono due demo devastanti intitolate rispettivamente “Tip of the Iceberg” e la seminale “Terminal Filth Stenchcore” che diede addirittura nome ad un preciso modo di suonare crust punk influenzato dal metal estremo, in particolare il death. Nel 1986, ai tempi della pubblicazione di “Terminal Filth Stenchcore” i Deviated Instinct non avrebbero mai pensato che quella parola (stenchcore) nel titolo della loro seconda demo sarebbe poi stata presa come etichetta da affibbiare a tutti quei gruppi caratterizzati da un suond a metà strada tra il crust punk ed il death metal. A quei tempi probabilmente il termine stenchcore era per i Deviated Instinct solamente il modo migliore per descrivere la propria proposta e il proprio modo di suona un crust punk estremamente influenzato dal death e dal thrash metal. Un anno doppo, nel 1987, i Deviated Instinct pubblicano quello che ritengo essere uno dei migliori ep mai registrati, ovvero “Welcome to the Orgy”, quattro tracce tra cui possiamo trovare due dei brani che amo di più del gruppo di Norwich: “Cancer Spreading” e “Scarecrow”. Un Ep seminale che iniziava già a delineare quasi definitivamente il sound selvaggio, abrasivo e marcio tipico dei Deviated Instinct e che sarebbe poi definitivamente esploso sul vero protagonista di queste righe, il magnifico “Rock’n’Roll Conformity“.

E’ finalmente nel 1988 che Leggo (Voce), Tom (Basso), Sean (Batteria) e Rob (Chitarra) decidono di registrare e dare alle stampe il loro primo full lenght che intitolarono “Rock’n’Roll Confirmity”, quello che ritengo essere il loro capolavoro in assoluto e allo stesso tempo il riassunto perfetto del loro sound. “Rock’n’Roll Confirmity” è un disco primitivo nella sua brutalità e di un importanza inenarrabile per la scena estrema britannica di fine anni 80, un disco capace di mettere d’accordo tutti, tanto gli amanti del crust punk più selvaggio quanto quelli del death metal più marcio e brutale. Un riffing influenzato dal death metal così come dal thrash ma mai complesso al punto da valicare l’irruenza selvaggia del punk, una voce si sofferta ma sopratutto aggressiva e graffiante, un’atmosfera generale permeata da un epicità oscura e attratta da tensioni apocalittiche e una batteria martellante che non disdegna qualche brutale blast-beats, sono questi gli elementi attorno a cui ruotano le dieci tracce che compongono “Rock’n’Roll Conformity” e che delineano il death-crust punk suonato dai Deviated Instinct. La doppietta iniziale con cui si apre il disco formata da Pearl Before Swine e da Laugh in Your Face ci travolge con la sua ferocia selvaggia e primordiale che non ha alcuna intenzione di risparmiare le nostre futili esistenze; allo stesso modo le due tracce con cui si giunge al termine del disco, Return of Frost e Mechanical Extinction, sono una tempesta inarrestabile di furia cieca e rabbia primitiva. Rock’n’Roll Conformity è stato un disco seminale, non mi stancherò mai di sottolinearlo. In un’orgia di crust punk imbastardito con il death e il thrash metal della durata di mezz’ora, i Deviated Instinct hanno segnato per sempre la storia della musica estrema, per alcuni inventando addirittura un genere, lo stenchcore. Tirando le somme e giungendo alla conclusione di questo articolo, esiste dunque un solo modo per definire i Deviated Instinct ed il loro sound: sporco stenchcore suonato da quattro squatters di Norwich, niente di più e niente di meno. Pestilenza, carestia, guerra e morte… benvenuti nell’orgia.

 

Contributi da leggere per analizzare la situazione di crisi sanitaria ed economica attuale, la repressione statale e discutere delle possibilità che si presentano dinanzi a noi per colpire il capitalismo e accellerarne la caduta: La Città Appestata di M.Foucault

Lords of Olona Wasteland Chaos

THAT’S THE WAY WE LIKE IT BABY, WE DON’T WANT TO LIVE FOREVER!

Fine della quarantena, data sconosciuta. Il mondo come lo conoscevamo prima della pandemia non esiste più e forse è un bene. Secondo alcuni esperti il virus sembrerebbe essere stato debellato per sempre, secondo altri esso è pronto nuovamente ad infettare ciò che rimane degli esseri umani per trasformarli definitivamente in creature che nemmeno la morte può portare con se. In questo scenario surreale e post-apocalittico, nella Valle della Morte impestata dai fumi nauseabondi che fuoriescono dalle acque putride dell’Olona, si aggirano numerose orde di guerrieri-zombie ubriachi marci fino al midollo portatori unicamente di morte e distruzione per tutte le lande desolate del varesotto. Il nome di due di queste bande di non-umani rieccheggia nel vento e porta con sè sventura, provocando terrore in quelle poche comunità di sopravvissuti che popolano le mortifere wastelands. Motron e Overcharge, questi i loro terribili nomi, signori incontrastati del caos su queste terre dominate dalla desolazione e dalla paura. Chiudetevi in casa, blindate porte e finestre perchè un vortice di d-beat, raw’n’roll e speedmetalpunk si sta avvicinando per spazzare via qualsiasi cosa trovi sulla sua strada. 

Si avete sentito bene: Motron e Overcharge sono riemersi dalle acque putride dell’Olona, sono di nuovo on the road per le lande desolate della valle della morte e sono pronti nuovamente a portare il caos e distruzione per tutte le terre del varesotto, tenendo sempre alta la fiamma immortale del metal-punk grazie a due nuovi devastanti dischi capaci di scatenare l’inferno in terra! Il primo novembre del 2019 viene finalmente pubblicato il nuovo lavoro in casa Motron intitolato “Who’ll Stop the Rain?“, mentre il 20 di marzo è il turno di “Metalpunx”, ultima fatica targata Overcharge. Ed ora è giunto il momento di parlarvi di queste due vere e proprie dichiarazioni di guerra accompagnate da una colonna sonora a base di d-beat, crust punk, speed metal e rock’n’roll!

Per questioni di cuore partiamo da “Who’ll Stop the Rain”, disco che ho avuto il piacere e l’onore di coprodurre senza pensarci due volte, andando sul sicuro con i Motron che ormai ritengo essere uno di quei gruppi garanzia tanto a livello di sound quanto a livello di attitudine. Fin dai tempi della loro prima demo datata 2003 il sound dei Motron si componeva, anche se in modo ancora acerbo, di due anime ben definite: quella più legata ad un rock’n’roll stradaiolo di ispirazione motorheadiana e quella maggiormente influenzata dal d-beat/crust di mostri sacri quali Discharge, Extreme Noise Terror e perchè no Driller Killer.  Oggi a distanza di sei anni, questo sound, rinominato dai nostri semplicemente “Raw’n’Roll”, è ancora il punto di forza dei Motron e rappresenta ancora una volta la ricetta vincente su un disco a tratti perfetto come “Who’ll Stop the Rain”. Tredici tracce in cui l’anima più raw e quella roll (richiamate anche dalla denominazione dei due lati del disco) vengono miscelate alla perfezione come forse mai era avvenuto nei precedenti, seppur ottimi, lavori del gruppo varesino. Un disco questo “Who’ll Stop the Rain” in cui le suddette due anime continuano a fondersi ma al contempo rimanere ben definite, permettendo in questo modo di poter sentire perfettamente tutte le influenze da cui prenda vita il devastante Motron-sound: dalla furia frenetica delle composizioni che richiama i primi seminali lavori degli Extreme Noise Terror alla brutalità martellante del d-beat di scuola Discharge, passando per un riffing crust tipico dei Driller Killer o dei Doom alternato ad un groove profondamente rock’n’roll a la Motorhead (influenza che ho sentito principalmente negli assoli) e un’attitudine generale dell’intero lavoro molto stradaiola, bellicosa e ancora visceralmente legata all’underground. La cartucciera dei Motron questa volta può contare su tredici proiettili praticamente letali a cui si somma la cover di “Potere Nelle Strade” dei Nabat rivisitata in chiave raw’n’roll da buona tradizione motroniana che si rispetti che non ha nulla da recriminare all’originale. Tracce come Hair of the Dog, la titletrack, Forget, Into my Cage o Rage Burning fungono da esempi definitivi di quell’ibrido bastardo composto in egual misura dal d-beat/crust punk più marcio e dal rock’n’roll più stradaiolo che è il sound dei Motron oggigiorno, nothing less, nothing more. Sempre fedeli a loro stessi, i Motron si abbattono con la potenza di una tempesta sulle nostre vite e lasciando solo distruzione e caos al loro passaggio.

“Metalpunx”, un titolo più esplicativo di questo per descrivere la proposta degli Overcharge era seriamente difficile trovarlo. Gli alfieri italiani del più veloce e furioso ibrido speedmetalpunk profondamente influenzato dalla lezione dei Motorhead sono tornati a distanza di ormai quattro anni dal grandioso “Speedsick” e di soli due anni dall’ep “Electric Reaper” ma non hanno perso nulla in termini di rabbia, furia cieca e completa devozione alla distruzione più totale. “Metalpunx”, come già detto, basta da sè per descrivere il sound degli Overcharge, un concentrato di metal e punk nella sue forme più caotiche, veloci e violente. Ma cerchiamo di addentrarci con calma in questa tempesta sonora formata da nove brutali tracce, alcune, come la magnifica quarta traccia D-beat Destruction, fin dal titolo estremamente chiare su quello che ci aspetta addentrandoci nell’ascolto di questo nuovo disco. Anche gli Overcharge come i Motron rilasciarono la loro prima fatica in studio nel lontano 2013 e da allora hanno portato il loro tipico sound ad una maturazione pressochè totale, sound che trasuda da ogni singola nota di questo nuovo “Metalpunx”. Pescando come sempre a piene mani dal meglio del rock’n’roll/metal dei Motorhead, dal d-beat devastante di Discharge e Varukers, dal punk stradaiolo dei GBH, dall’hardcore-crust svedese di Anti-Cimex e Driller Killer (ma anche Wolfpack/Wolfbrigade) fino a giungere allo speed metal dei mitici Warhead, il sound degli Overcharge è quanto di meglio si possa volere da un ibrido bastardo tra lo speed metal, il d-beat/punk e il rock’n’roll, furioso e veloce, distruttivo e guerreggiante che li accomuna sempre più con realtà quali i canadesi Inepsy. L’Overcharge-sound emerge prepotente in tracce quali Black Diesel Breath, Bury the Damned e Lord of Hysteria per ribadire, se ce ne fosse bisogno, che qui non c’è nessuna intenzione di fare prigionieri ma unicamente di dispensare morte e distruzione. Gli Overcharge si dimostrano quindi ancora una volta essere i signori incontrastati del caos e dello speedmetalpunk e questo “Metalpunk” è la loro ennesima dichiariazone di guerra con la quale sono pronti a tornare a scorrazzare liberi e selvaggi per far tremare tutto le lande desolate attraversate dall’Olona! It’s only a d-beat destruction but that’s the way we like it baby!

Una nuova tempesta è ormai giunta, tuoni e fulmini devastano le lande desolate della provincia, un vortice di devastazione e di raw’n’roll e speeemetalpunk si abbatte nuovamente sulle nostre misere vite votate alla follia e alla paura. Chi potrà fermare la pioggia? Chi potrà fermare queste orde barbariche pronte a lasciare solo macerie al loro passaggio nell’Olona Wasteland?

 

Storm of Sedition – Howl of Dynamite (2019)

Ora fra il rogo ardente delle mie Idee anch’io son diventato di fiamma; e scotto, brucio, corrodo… A me devono accostarsi soltanto coloro che gioiscono contemplando ardenti vulcani che lanciano verso le stelle le lave sinistre esplodenti dal loro seno di fuoco […] Io mi dichiaro in guerra aperta, palese e nascosta contro la Società: contro ogni Società! (Renzo Novatore)

 

Il venti di ottobre dell’anno appena passato ho avuto la fortuna di vedermi dal vivo e di conoscere personalmente gli Storm of Sedition nella cornice di uno degli squat che amo di più in tutta Milano, Villa Vegan Occupata. Fu un concerto incredibile quello degli Storm of Sedition, non troppi i presenti ma un’atmosfera assurda, grazie anche e sopratutto ai canadesi che han suonato con tutta la passione e la rabbia che hanno nel cuore e con  un’attitudine da far invidia a moltissimi.

Mi ricordo bene quando mi imbattei per la prima volta negli Storm of Sedition; era il lontano 2016, appena dopo la pubblicazione del loro secondo disco intitolato “Decivilize”, e rimasi immediatamente folgorato dal loro blackened/crust sul quale si stagliavano alla perfezione liriche che ruotavano intorno a tematiche e posizione anti-civilizzazione, anticapitaliste, anti-umaniste e impregnate da un’individualismo anarchico definibile senza troppi problemi nichilista e amorale ispirato dalle letture di Stirner e di Novatore. Inoltre quando scoprii che negli Storm of Sedition suonavano membri degli Iskra, beh capirete anche voi che per un amante di quell’ibrido tra black metal e crust punk marchio di fabbrica del gruppo canadese fu  infatuazione al primo ascolto. Pane per i miei denti all’epoca, tanto sul lato musicale quanto su quello concettuale-lirico. Pane per i miei denti e per la mia insaziabile fame verso sonorità black metal e crust ancora oggi. Qualche mese fa i nostri sono riemersi dalle foreste primordiali della British Columbia per dare alla luce la loro ultima fatica in studio “Howl of Dynamite”, disco che non riesco a smettere di ascoltare, che ho divorato ovunque fosse possibile, dalla loro pagina bandcamp al vinile felicemente acquistato quella famosa sera in Villa Vegan di cui vi ho parlato in apetura, e che personalmente ritengo uno dei migliori lavori usciti nell’arco del 2019, se non il migliore in assoluto.

 

Gli Storm of Sedition su questo nuovo “Howl of Dynamite” (titolo che riprende una frase dell’anarchico individualista Renzo Novatore) ribadiscono il loro totale rigetto nei confronti di questo mondo dominato dall’oppressione e dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura, dominato dalla fame di profitto che devasta e saccheggia i territori e l’eco-sistema, ed il loro odio profondo nei confronti della civilizazzione, sottolineando l’importanza e la necessità incombente dell’azione diretta anarchica per contrastare tutto ciò, per attaccare con un ruggente e sacrilego urlo di dinamite direttamente questo sistema che opprime, sfrutta e reprime affinchè del capitalismo e della civiltà rimangano solo macerie. E ribadiscono anche la loro ricetta vincente e oramai del tutto affinata e maneggiata con estrema maestria, gusto e personalità: un blackened/crust punk rabbioso e brutale, ma allo stesso tempo melodico, che viene imbastardito sapientemente e in modo non eccessivo con sonorità che lambiscono territori death metal. Musicalmente gli Storm Of Sedition risentono molto, come ovvio che sia per chiunque voglia suonare black/crust, dell’influenza degli apripista Iskra, ma è altrettanto facile udire l’influenza di gruppi quali Nausea, Contravene o Appalachian Terror Unite. L’alternanza delle vocals, uno screaming lancincante e gelido di chiara matrice black metal e un growl più cavernoso, si staglia su brani costruiti dosando perfettamente tremolo picking ispirati direttamente dalla scuola black metal norvegese e riff di matrice death metal a la Bolt Thrower, mentre soluzione melodiche che ricordano un certo crust punk svedese sullo stile dei Martyrdod o melodie care ai mai troppo incensati Nux Vomica si amalgano perfettamente con un’atmosfera generale tendente a creare passaggi apocalittici degni del meglio dello stenchore, il tutto accompagnato da un comparto ritmico in cui svetta l’alternanza tra i ritmi d-beat e i brutali blast beasts che tritano le ossa e non lasciano scampo.

“Howl of Dynamite” è composto da otto tracce per un totale di quarantaquattro minuti e musicalmente non ritengo interessante soffermarmi su questo o quell’altro brano perchè son convinto che il tutto debba essere ascoltato dall’inizio alla fine senza prender fiato, solo così si può comprendere l’epicità e la rabbiosa maestosità che trasuda dal blackened crust punk degli Storm of Sedition. Quello che ritengo invece interessante è soffermarmi brevemente sul comparto lirico che accompagna la musica dei nostri “anti-umanisti, amorali e individualisti” amici della British Columbia e che ritengo essere la parte più importante del loro progetto. Tutto il disco trasuda l’influenza teorica dell’anarchico individualista Renzo Novatore e questo si può notare fin dall’iniziale Red Laughter”traccia in cui viene citatto un estratto contenuto nel suo pamphlet “Verso il Nulla Creatore” scritto nel 1921 che recita così: “Che il poeta tramuti in pugnale la sua lira! Che il filosofo tramuti in bomba la sua sonda! Che il pescatore tramuti il suo remo in formidabile scure. Che il minatore esca armato del suo ferro lucente dagli antri micidiali delle oscure miniere. Che il contadino tramuti in lancia guerriera la sua vanga feconda. Che l’operaio tramuti il suo martello in falce e scure. […] E il nostro odio ride… Ride rosso. Avanti! Avanti, per la totale distruzione della menzogna e dei fantasmi! Avanti per l’integrale conquista dell’Individualità e della Vita!” La successiva Vanguardist Messiah è un attacco diretto, iconoclasta e brutale, nei confronti di un certo anarchismo sociale infarcito di moralismo cristiano e valori umanisti, accusato di esser nient’altro che un prodotto ideologico eurocentrico dogmatico, limitante e oppressivo per l’individuo e per questo, sempre prendendo a prestito le parole ed il pensiero di Novatore, da lasciare morire perchè “L’anarchia è per me un mezzo per giungere alla realizzazione dell’individuo; e non l’individuo un mezzo per la realizzazione di quella. Se così fosse anche l’anarchia sarebbe un fantasma”. Anche la terza traccia che da il nome al disco è una diretta citazione, fin dal titolo, di una frase del solito Novatore il cui contenuto si scaglia contro ogni forma di società umana che tende ad opprimere l’individuo, affermando che l’unica risposta possibile a questa oppressione si può concretizzare solamente in un ruggente e sacrilego urlo di dinamite, sottolineando dunque l’importanza viscerale (o la necessità) dell’azione diretta, anche individuale. Il testo che accompagna “Howl of Dynamite” è un’invettiva contro la tendenza accusatoria di un certo anarchismo sociale nei confronti di quelle individualità anarchiche che si servono della violenza per abbattere il sistema economico-politico fatto di sfruttamento e governo. “Illegalist”, quarta traccia del disco, è invece una netta presa di posizione contro il sistema capitalistico e in generale contro la logica economica che domina sulle nostre esistenze, un sistema che sfrutta e opprime l’essere umano così come sfrutta e opprime la natura, addomesticandola e sacrificando anch’essa sull’altare dell’accumulazione di capitale e del profitto.

Mi fermo qui perchè credo di essermi dilungato abbastanza nell’analisi delle liriche che accompagnano questo splendido e maestoso “Howl of Dynamite”, in assoluto il disco che ho amato e ascoltato di più in tutto il 2019 e che ritengo essere senza troppi problemi l’uscita migliore in ambito crust punk dell’anno appena trascorso. Scriviamo soltanto parole di sangue, di fuoco e di luce e dalla tempesta emergiamo innalzandoci sui margini della società negando ogni codice morale, ogni culto dell’umanità e ogni costrizione che opprime l’individuo. La mia anarchia è una traiettoria attraverso il caos e la distruzione…

“To every form of human Society that would try to impose renunciations and artificial sorrow on our anarchic and rebellious I, thirsting for free and exulting expansion, we will respond with a roaring and sacrilegious howl of dynamite.” (Renzo Novatore)

Cavernicular – Man’s Place in Nature (2017)

Violenza sonora estrema e annichilente. Si può sintetizzare in questo modo la recensione di “Man’s Place in Nature” dei palermitani Cavernicular che con il loro mix letale di grindcore, powerviolence e spruzzate di crust, che loro stessi definiscono “grindingviolence”, ci mettono solamente 18min e 15 secondi per scatenare un vero e proprio inferno sulla terra fatto di rabbia primordiale e violenza inaudita. Suonano veloci ed estremi, sono rumorosi al punto giusto e la loro è una cattiveria senza eguali che travolge qualsiasi cosa si trovi dinanzi al loro cammino, lasciando terra bruciata dietro di sè. L’estremismo sonoro assolutamente grezzo e brutale proposto dai Cavernicular in queste venti tracce che compongono “Man’s Place in Nature” ci dimostra fin da subito le influenze dei nostri: Yacopasae, Dropdead, Agatochles su tutti, ma anche Infest, Heresy e Siege possono essere chiamati in causa e citati come le radici da cui prende forma il rumore annichilente suonato dai quattro cavernicoli palermitani e urlato dalla voce abrasiva di Totò e dal cavernoso growl di Sandro. Appena partirà la titletrack con la quale si apre l’album, fino a giungere (sempre se ci riuscirete visto che il “grindingviolence” dei Cavernicular frantuma ossa e annienta qualsiasi cosa) alla conclusiva “Exit Strategy”, vi ritroverete immersi in una situazione di caos primordiale dove il rumore più estremo e la violenza senza compromessi saranno i vostri unici compagni in questo viaggio verso il totale annichilimento di sè stessi, un viaggio nel quale la speranza di sopravvivere si fa, traccia dopo traccia, sempre più tenue ed impalpabile. Tutte queste sensazioni che ho provato immergendomi nella musica dei Cavernicular e che ho provato a descrivervi a parole sono racchiuse in maniera perfetta nella splendida copertina che accompagna “Man’s Place in Nature” che rende bene il concetto di “creare l’inferno sulla terra” come dicevo all’inizio di questa recensione.

Non c’è molto altro da dire su questo primo full lenght dei palermitani Cavernicular, se volete passare una ventina di minuti scarsi in compagnia di un ottimo e devastante mix di powerviolence e grindcore questo è l’album che fa per voi. Nichilismo estremo, rabbia primordiale, violenza senza mezzi termini, questi gli ingredienti che permettono ai nostri di scatenare il caos. Sulla strada verso l’estinzione umana questo “Man’s Place in Nature” è la perfetta colonna sonora per cancellare gli ultimi tentativi e le ultime speranze di sopravvivere.

Drunkards – “Al Baghdadi and the Desert Worms” – I Guerrieri Post-Apocalittici sfidano Daesh!

 

Tornano i Drunkards con il loro nuovo “La Festa dei Pazzi” (split con un altro nome storico della scena crust, i Disforia) e lo fanno in grande stile con il videoclip dell’ottimo pezzo “Al Baghdadi and the Desert Worms”. Preparate le vostre orecchie a questo nuovo pezzaccio, un concentrato di “post apocalyptic thrash punk rock’nroll” condito con dosi ingenti di marciume e amore spassionato per l’alcool che sta sempre bene in ogni contesto. I Drunkards sono tornati! Quando il drappo nero sventolerà su San Pietro sarà giunta l’ora di brindare! Fino a quel momento, come ci insegna il video, teniamoci pronti ad imbracciare i nostri Ak da bravi guerrieri post-nucleari quali siamo e non perdiamo occasione di sfasciarci a merda tra alcool di sottobanco e concerti punk-hardcore di dubbio gusto.

“Il Bataclan ve lo diamo sulla faccia! Fanculo!” è questo il messaggio diretto a Daesh che hanno avuto più volte modo di dichiarare negli ultimi mesi gli alessandrini. Pronti a questo disastro sonoro di thrash crust punk post apocalittico? Pronti a vedere sventolare la bandiera nera sulla cupola di San Pietro? Si salvi chi può!

Informazione di servizio: questi quattro brutti ceffi suoneranno insieme ad altre strani e marci personaggi venerdì 13 in Villa Vegan a Milano, vedete di non mancare bestie che leggete per sbaglio questa merda di blog!

Sarà questo l’unico drappo nero che vedremo sventolare dall’alto della cupola di San Pietro! E a noi piace così! Fuck Daesh!