Tag Archives: D-Beat

Moratory – The Old Tower Burns (2021)

In nome del metalpunk e del d-beat, cinque barbari senza padroni né dei, conosciuti con il nome di Moratory, sono pronti a scendere dalle fredde terre russe per dare alle fiamme il vecchio mondo e vedere le sue torri bruciare! 

“Non si dovrebbe mai giudicare un disco dalla copertina” quante volte abbiamo sentito ripetere questa frase. Ma quando ci si trova dinanzi il bellissimo artwork di questo The Old Tower Burns e lo si osserva con attenzione, capiamo che i Moratory hanno volutamente lasciato più di qualche indizio sulle loro influenze musicali, così da fugare quasi ogni dubbio sull’ispirazione e sull passione che anima la loro ricetta metalpunk. Riferimenti ai Driller Killer così come ai Venom o ai Darkthrone (soprattutto del loro periodo più “crust”) appaiono perfettamente azzeccati per farsi una prima idea del contenuto delle dieci tracce che ci troviamo ad ascoltare e che ci travolgono con tutta la furia e lo spirito battagliero del metalpunk più sincero e trascinante. Partendo da una solida base d-beat che emerge soprattutto nelle ritmiche di batteria oltre che nello spettro della scuola svedese di Driller Killer e Anti-Cimex che aleggia costante sull’intera proposta dei Moratory, la musica dei nostri evoca spesso il thrash metal vecchia scuola (primissimi Voivod o Onslaught) così come i primordiali vagiti proto-extreme metal di Bathory e Venom, finendo per condensare tutte queste influenze in un crossover metalpunk che mi ha ricordato per certi versi anche gli English Dogs e i Broken Bones dello spettacolare “F.O.A.D.”.

Dieci tracce che non mostrano segni di cedimento né momenti di noia o incertezza, anzi tirano dritte implacabili e impetuose risultando essere coinvolgenti e riuscendo nell’impresa di alternare momenti più furiosi e dall’attitudine riottosa (Genocide State) ad altri in cui a dominare la scena ci pensano melodie a metà strada tra la scuola d-beat svedese più moderna e lo speed metal che fu (Project Humankind). E mentre mi ritrovo ad ascoltare per l’ennesima volta brani che mi costringono (quasi contro la mia volontà) a fare headbanging come Wagner’s Path o Dances of the Damned, comprendo che altre parole per parlare di questo album sarebbero del tutto superflue. Sia chiaro, non ci troviamo certamente dinanzi a qualcosa di innovativo o originale, ma questa mezz’ora abbondante di metalpunk ha un grande pregio: è estremamente divertente e non annoia praticamente mai, anzi sembra correre via anche troppo velocemente! I Moratory, suonando con una passione per questo genere che trasuda da ogni nota e da ogni riff, ci danno una monolitica prova di forza, maturità e sicurezza nei propri mezzi e con The Old Tower Burns  ribadiscono di essere attualmente uno dei gruppi più validi nell’innalzare al cielo la bandiera del metalpunk più sincero, trascinante e riottoso!

Køntraü – Un Mondo Diverso da Questo (2021)

Nella mia testa sogno un mondo diverso da questo e ne porto i segni sulla pelle.
Giorni neri nella mia testa, che si rincorrono senza fine, senza darmi tregua, lasciandomi inerme e impotente a guardare un futuro che non esiste più. E che per questo fa ancora più paura. Giorni neri con l’acqua alla gola e attorno a me dilaga impetuosa una sensazione di abbandono e sconfitta. Stringimi forte, sussurrami all’orecchio che possiamo ancora essere l’offensiva contro questa città di merda che ci soffoca, ci inghiotte e poi ci vomita senza alcuna pietà. Guarda fuori dalla finestra, sembra stia iniziando a piovere mentre, all’orizzonte, vedo il riflesso di Milano che ricomincia a bruciare nelle vetrine dei negozi di lusso. Non c’è più alcun posto per me in questa metropoli paranoica. Un mondo diverso da questo è quindi possibile?  Occupiamo queste strade con i nostri incubi di sopravvivenza. 

Milano brucia in una notte di settembre.

Punx-volpini, questa estate da qualche parte a Milano.

Nati nella saletta di T28 e da qualche anno attivi con varie apparizioni live nei vari squat e centri sociali milanesi e non solo, finalmente i Kontrau sono riusciti a dare alla luce il loro album di debutto accompagnato da un titolo che sembra una vera e propria dichiarazione di intenti da parte dei nostri: Un Mondo Diverso da Questo. Anche il nome scelto dalla band, che in esperanto significa “contro”, lascia presagire l’istinto bellicoso e l’attitudine rivoltosa dei nostri. Annoverando tra le loro fila gentaglia bellissima già attiva in altre band come Mesecina, Peep, Failure, nonchè volti noti della scena hardcore milanese, i nostri punx-volpini ci danno in pasto diciotto minuti in cui d-beat/crust punk e sonorità death metal vecchia scuola si mescolano in una ricetta convincente, brutale e che non lascia un attimo di tregua. Se musicalmente non stupisce l’intensità e la solidità della proposta dei Kontrau, tratto che si poteva notare già dai loro concerti (basti pensare a quelli di questa estate a Milano o in Scintilla a Modena), quello che maggiormente ho apprezzato durante l’ascolto delle undici tracce è senza ombra di dubbio il lato lirico. E’ infatti dai testi che emerge un continuum di tensioni e sensazioni che richiamano alla mente l’hardcore punk italiano degli anni ’80 e specialmente l’attitudine e il liricismo di band come Wretched o Declino. Testi che trasudano tutto il malessere, il senso di impotenza e di alienazione prodotti dal vivere in una metropoli come Milano e la necessità intima di rivoltarsi contro di essa e contro un mondo votato al profitto, al consumo e alla merce, allo sfruttamento di ogni forma di vita, alla distruzione del pianete e alla repressione di ogni forma di dissenso. Testi in cui emerge prepotente la tensione a trasformare l’apatia e il nichilismo in azioni per minare l’esistente capitalista, risvegliarsi dal torpore imposto dal quieto vivere e dalla pacificazione sociale, attaccare a viso aperto la repressione che minaccia le nostre vite, al fine di riuscire a costruire una vita radicalmente diversa, quel “mondo diverso da questo” evocato dal titolo dell’album.

Per quanto riguarda la musica, i Kontrau riescono perfettamente nel loro intento di condensare la loro passione per il d-beat/crust più classico di scuola svedese (l’iniziale Giorni Neri per esempio) e quella per le sonorità primordiali di certo death metal (Segni sulla Pelle, Con l’Acqua alla Gola), regalandoci così un sound che non mostra segni di cedimento e che si dimostra impetuoso, brutale e spietato nel suo incedere, incurante di ciò che si trova dinanzi così come delle macerie che si lascia alle spalle. Ultima nota che ci tengo a sottolineare è la prestazione dietro al microfono del buon Filippo, una voce abrasiva e rabbiosa perfetta per il genere e che risulta convincente e ispirata in tutte le tracce. Per concludere, i Kontrau hanno dato prova di essere devastanti sia dal vivo che in studio, quindi l’unico consiglio che mi sento di darvi è quello di correre ad ascoltare Un Mondo Diverso da Questo senza perdere tempo perchè erano anni che non veniva pubblicato (seppur al momento solo in versione digitale, purtroppo) un disco crust punk così valido, intenso e brutale all’interno della scena italiana! Bravi Kontrau, bravi punx-volpini!

E’ una notte oscura e piovosa nella metropoli, qualcuno fissa il proprio smartphone, qualcuno non riesce a dormire, qualcuno sta scappando dagli sbirri e 5 volpini corrono lungo le strade…

Schegge Impazzite di Rumore – Speciale Sentiero Futuro Autoproduzioni

Nessuno vedeva, nessuno sentiva. Qualcosa scompare.

Appuntamento speciale con Schegge Impazzite di Rumore, la rubrica più longeva presente su Disastro Sonoro ma che era, inspiegabilmente e senza scuse che tengano, piombata nel silenzio per troppi mesi. Il silenzio viene oggi interrotto grazie alla pubblicazione avvenuta qualche mese fa di due nuove misteriose band prodotte da Sentiero Futuro Autoproduzioni, un nuovo collettivo punx milanese già autore della splendida compilation benefit “Uno Sguardo Oltre”. Due nuovi gruppi avvolti dal mistero, uno di Milano/Bologna e l’altro di Trento, che rispondono al nome di Spirito di Lupo e SLOI, impegnati a suonare rispettivamente un crudo anarcho punk e un d-beat hardcore fortemente debitore della vecchia scuola italiana. Citando direttamente le parole del collettivo Sentiero Futuro per chiudere questa inutile introduzione e lasciarvi alle “recensioni” e per dare anche un po’ di contesto: Being a punk takes a toll on your mental health. You live in a constant state of proud alienation, appropriating other people’s disgust and inability to understand, perpetually aware of the shittyness of society. 

Nei tuoi occhi lo sai, lo spirito continua!

 

SLOI – SLOI

VEDO LA FOLLIA NEI VOSTRI OCCHI, PREFERISCO LA MORTE CHE CONFORMARMI

Gli SLOI sono originari di Trento e il loro nome è l’acronimo di Società Lavorazioni Organiche Inorganiche, una fabbrica di piombo che avvelenò la zona trentina più di 40 anni fa e conosciuta tristemente anche come “la fabbrica degli invisibili”. Molti dei suoi operai sono infatti morti per avvelenamento da piombo, mentre altri si sono tolti la vita all’interno del manicomio di Pergine, dove venivano curati come malati di mente. Abbozzate queste note biografiche sulla band e contesto in cui emerge il progetto, che ci danno un ulteriore prova delle barbarie prodotte dal capitalismo, dalle industrie che avvelenano esseri umani e natura e dagli orrori dei manicomi, possiamo già intuire l’atmosfera, le sensazioni e i contenuti lirici condensati in queste sette tracce che formano la prima fatica in studio degli SLOI. Bastano pochissimi secondi dell’introduttiva La Fine per venire letteralmente travolti da furiosi assalti d-beat, chitare fuzz e un sound generale estremamente rumoroso che non riesce a fare a meno di ricorrere ad un uso estremo del riverbero, tutti elementi che creano un muro di rumore in cui a farla da padrona sono i ritmi martellanti della batteria e i riff selvaggi. Sette schegge impazzito di hardcore punk senza compromessi che flirta con il noise e con il quale gli Sloi ci vomitano addosso tutta la rabbia nichilista, la disillusione, il senso di impotenza così come l’istinto di sopravvivenza condito con labili tensioni di rivolta e protesta che animano la loro proposta. Le influenze dei trentini vanno ovviamente ricercate nella tradizione hardcore italiana degli anni 80 e specialmente in gruppi come Wretched, Eu’s Arse, Declino e Stigmathe (soprattutto per una vaga atmosfera oscura che avvolge l’intero lavoro), ma il sound generale strizza l’occhio anche ad una certa corrente d-beat/raw punk meno stereotipata degli ultimi tempi. Per fare un solo esempio, un brano come il conclusivo Preferisco la Morte evoca in maniera chiara, tanto nel testo quanto nelle sensazione di disillusione e rabbia viscerale che esprime, tutta l’influenza dell’hardcore italiano di band come Wretched o Eu’s Arse. Stiamo in fin dei conti sempre parlando di un furioso assalto hardcore volto a distruggere qualsiasi cosa si trovi davanti, quindi state certi che ascoltare veri e propri inni nichilisti come Futuro Programmato, Vite Cibernetiche e Addestrato al Nulla non sarà sicuramente un’esperienza che vi lascerà uscire indenni e indifferenti. Condensando in un quarto d’ora rumore e nichilismo, rabbia viscerale,  sensazioni di impotenza e angoscia, pulsioni di rivolta e volontà di non volersi ancora arrendere del tutto all’incubo dell’esistente, gli SLOI innalzano la nera bandiera dell’hardcore punk italiano che resiste!

 

Spirito di Lupo – 4 Canzoni

Gli Spirito di Lupo sono una band formata da membri di Kobra, Horror Vacui, Cerimonia Secreta e Tuono (giusto per fare qualche nome) e questi nomi dovrebbero già darvi un background musicale, lirico, di attitudine e di immaginario per iniziare a comprendere su quali coordinate si muove questa nuova incarnazione-punx che ha preso vita nell’oscurità tra Milano e Bologna. L’iniziale I Miei Occhi Sono Chiusi rappresenta il manifesto perfetto del punk suonato dagli Spirito di Lupo e degli elementi che caratterizzano questa loro prima fatica in studio intitolata semplicemente “4 Canzoni”. E’ un punk estremamente raw, volutamente rumoroso e caotico e dai suoni profondamente lo-fi quello suonato dai nostri punx milanesi/bolognesi, in bilico tra le pulsioni più rabbiose dell’hardcore punk italiano degli anni 80 e i territori più oscuri dell’anarcho punk classico. Quattro tracce selvagge e minacciose, che riescono però anche ad evocare atmosfere estatiche grazie ad un certo gusto psichedelico che si può riscontrare specialmente nei riff, riff che rimangono però sempre taglienti e aggressivi quanto basta. L’alternanza delle due voci, una maschile più parlata e una femminile più urlata, si staglia perfettamente su una sezione ritmica in cui il basso si impegna a creare un suono estremamente cupo e oscuro e la batteria si assesta invece su una ritmica primitiva e furiosa. La proposta degli Spirito di Lupo è però molto eclettica, come lo spirito primordiale dell’anarcho punk britannico insegna, è difatti nella prima traccia i nostri presentano addirittura delle parti di synth. Non è un caso che questi punx milanesi/bolognesi definiscano la loro proposta come “inner peace punk”, come a voler sottolineare un continuum musicale, di attitudine e di idee con la scena anarcho punk britannica di fine anni 70/inizio 80, ma soprattutto la ricerca di una dimensione che potremmo definire senza troppi problemi come spirituale e intima dell’essere e suonare punk. Una dimensione sottolineata ed evocata specialmente dalle liriche e dalle atmosfere di una traccia come Canzone della Foresta, probabilmente il brano più interessante.  Altro momento che ha attirato la mia attenzione è stata “Nessuno vedeva, nessuno ascoltava”, brano che sembra voler citare più nel testo che nelle sonorità i Negazione. Per concludere, riprendendo proprio le parole del collettivo Sentiero Futuro, essere punk, alla lunga, pesa sulla propria salute mentale ed è forse proprio per questo che gli Spirito di Lupo hanno trovato la loro personale dimensione e il loro rifugio sicuro attraverso questa incarnazione musicale chiamata “inner peace punk” e racchiusa perfettamente nelle parole conclusive di Canzone della Foresta: “La pioggia è la mia casa!

 

Golpe – La Colpa è Solo Tua (2021)

Primavera 2021. Milano assomiglia sempre di più al volantino di un concerto punk che non c’è mai stato, un vecchio flyer che resiste sui muri grigi di questa metropoli corroso dal tempo e sbiadito dalla pioggia. Mentre sono sempre più lontane le nostre offensive improvvise e le nostre cinque giornate all’insegna del rumore e del DIY, mentre non si sentono più chitarre distorte attentare al quieto vivere e urla incazzate riecheggiare nella notte fino a perdere la voce, qualcuno decide di rompere il silenzio e pubblicare un disco di “chaos non musica”, un disco che prende le sembianze di un grido di disperazione e, al contempo, di una dichiarazione di guerra verso l’esistente di merda che stiamo vivendo. La città è quieta… I Golpe parlano.

Partiamo con delle doverose note biografiche e tecniche legate a La Colpa è Solo Tua, primo vero e proprio album in studio del progetto milanese Golpe. La pubblicazione è stata curata dalla statunitense Sorry State Records, una delle label DIY più interessanti e attente nell’attuale underground hardcore mondiale, mentre l’artwork di copertina è opera del solito Fra Goats, figura arcinota della scena hardcore punk milanese, attualmente dietro il microfono degli affascinanti anarcopunx Kobra e parte del collettivo Sentiero Futuro. Inoltre il disco è accompagnato da un poster-comunicato politico con cui Tadzio, mente e braccio dietro il progetto Golpe, presenta i suoi pensieri, ciò in cui crede e soprattutto ciò che per lui significa ancora oggi “essere punk”, invitandoci a mantenere uno sguardo e un pensiero critico sull’esistente e sul mondo odierno.

Passando invece ora al lato musicale, bastano pochissime note della titletrack che ci introduce a questo album per notare come i Golpe riprendano, senza nasconderle, quelle sonorità bellicose, immediate e grezze della vecchia scuola dell’hardcore italiano riconducibili principalmente a Wretched e Eu’s Arse. Ma il sound che caratterizza i Golpe non si ferma qui e prende le sembianze di certo raw punk/d beat di matrice svedese, chiamando in causa gentaglia come Mob 47, Disarm, Discard e Bombraid. Tutte queste influenze sono sintetizzabile in un conciso quanto chiaro “chaos non musica”, in modo da fugare ogni dubbio possibile su cosa ci troviamo ad ascoltare. Per quanto riguarda invece il comparto lirico, anche i testi che accompagnano le dieci tracce evocano in maniera convincente lo spettro dei Wretched dei primi Ep e gli Eu’s Arse di Lo Stato ha Bisogno di te? Bene, Fottilo!, riuscendo a ricordare in maniera sincera l’attitudine riottosa, l’irruenza espressiva e l’immediatezza tipica dell’hardcore italiano degli anni ’80. Inoltre è fin da subito chiaro che i toni di questo primo album in casa Golpe segnano un continuum logico con quelli che caratterizzavano il primo ep Subisci, Conformati, Rassegnati pubblicato due anni fa. Difatti se da un lato si può notare un continuo alternarsi di sensazioni come nichilismo, impotenza e disillusione, dall’altro troviamo testi molto più bellicosi e che invitano a scuotersi di dosso la rassegnazione per spezzare le sbarre delle prigioni che ci costruiamo (Sei la tua Prigione), continuare a bruciare sotto la cenere (Non Spegnerti) e rivoltarsi contro lo Stato (Non Piegarti). A livello lirico il buon Tadzio si trova ad affrontare anche tematiche classiche (ma che non stancano mai) del d-beat/hardcore punk come l’antimilitarismo e la repressione in un pezzo come Servo del Potere  o l’antiautoritarismo e la presa di posizione contro la politica istituzionale (Propaganda). 

In conclusione, seppur devo ammette che ero partito abbastanza prevenuto nell’ascoltare La Colpa è Solo Tua, pensando di trovarmi dinanzi all’ennesimo lavoro che segue in maniera scontata quel revival di d-beat/raw punk che va tanto di moda oggi, mi sono dovuto ricredere completamente perchè i Golpe sono riusciti a non far suonare il tutto come qualcosa di noioso o banale, ma anzi presentandoci un disco ispirato sia musicalmente che liricamente. D-beat, raw punk, hardcore punk, crust, kangpunk… chiamatelo un po’ come cazzo vi pare, alla fine dei conti questo La Colpa è Solo Tua è solamente un concentrato di “chaos non musica” riottoso, devastante e senza pietà! Mai arrendersi, mai morire. Pensa, agisci, reagisci. La scelta è solo tua!

“Dis means war, Noise means friendship!” – Interview with Just a Nightmare Zine

Nightmare o reality? Dis means war! If you need your monthly ration of d-beat raw punk, Just a Nightmare Zine is the one for you, a real d-beat raw punk assault without mercy! This time I had a some long and in-depht chats with Alex (formerly active in Disease), the mastermind behind Just a Nightmare Zine, nothing better than a fanzine totally faithful to Do It Yourself and focused on d-beat and raw punk. In the past few months he has already published ten issues of the fanzine filled with interesting interviews with bands like Giftgasattack, Besthoven, Warvictims, Framtid and many, many more. Long live fanzines, long live Just a Nightmare Zine and let’s not forget that Noise means friendship!

Hi just a Nightmare Zine! I stumbled across your project recently and I must admit I was immediately fascinated by this zine. Can you tell us how, when and why you decided to start writing and printing a fanzine like this?

Hey, thanx for showing interest in this small D.I.Y zine.

Just A Nightmare wasn’t intentional. At one point in 2018, i decided to do a talk with a friend of mine, Per,  but in something like a more formal format like an interview. Although it was just a friendly talk. There was no intention this to be the start of something that’s called Just A Nightmare these days.
That’s why that conversation took 2 years till we are done. We would’ve done few questions, then totally forgot about it, then do few more and again forget about it. There’s a lot of different moods in that issue cause it was done slowly in 2 years time.
This will become the 1st issue of the zine that came out in June 2020 and will include the bands Per have taken part in, Giftgasattack, Warvictims, Martyrdod, Agrimonia, Kirai, Honnor SS etc..

As far as why i started, i’m not really sure, i think i’ve had on mind that every punk bands interviews are just a scratch at the surface. The same questions asked over and over again, kinda qeneric. I do love that as well, but i just wanted to dive a bit deeper and to get a glimpse of peoples lives.
Why  they do what they do, what was their life path, their struggles, the things they love and hate to do, and just their daily life.
So, it was never cause of the Corona, it was just the time to do it.

Why i decided to do it in a physical form and not digital? I’m also not sure.
Maybe as most of the things i do in life, if i can chose the easier or harder way, i’m always a fuckup and go with the harder one and put myself into more shit ha!

The name you chose immediately gave me the impression that it was meant to be a sort of homage to Disclose, but maybe I’m wrong. Can you tell us about the choice of the name of your zine?

Disclose and Kawakami are without a doubt an endless inspiration for me, no matter if it’s zine or some other project. The name came out spontanious as everything else in the beggining of this zine. I think its a nice reflective vision of the content that’s inside of it.

From what I could read and understand you define Just a Nightmare as a fanzine dedicated to d-beat/Raw punk in all its forms and incarnations. How come the choice to dedicate and focus on this specific genre of punk music? What were your first approaches with this genre?

When i was a kid the internet was not a thing back then, and in a thrid world countries it came even later then in the most of the rest of the world.
So when i was around 9 years old a heard Nirvana from a friend of mine older sister.
One day i went to a CD store with my dad and saw a Nirvana CD at the shell, i don’t know why i decided to buy it.
And thats how it started, the story with the music. After that, i kept searching for more and new ‘extreme’ music. I discovered bands like Exploited, Dead Kennedys, Disorder, Chaos Uk. As well as bands like Ramones and Clash, but i never liked them, although all the local punks were crazy bout em.
One day, one of my older punk friends called Savo gave me a Discharge tape. I can say that this was my first real encounter ever with D-beat. Then i bought the Final Blood Bath CD from a local record  strore. After that, the descovery of new dbeat badns just continued and i got more and more into it.
So i think this is the answer as well for  why the dedication of the zine for raw punk.

In the last years there seems to be a sort of fashion/revival of raw punk/d-beat around the world and often you end up getting lost among the many releases that crowd the scene. Which are your opinions about this explosion of bands dedicated to play “raw punk”? What do you think are the best recent bands playing d-beat?

D-beart raw punk was never a trend and will never be. Occasionaly there’s a wave of new bands every now and then which i think it’s great.The more bands the better no?  Time will prove which bands will last and leave a mark.
I think it’s really good when there are new bands making new noise.
I just don’t like when some make it out of joke and boredom and it’s not serious. Which can be noticed in their music most of the time. I do respect dedication and being sensire in what you do. Todays world gives opportunities for everyone to make their own part. So sometimes punk is made by people that are not punks and do not live it.
The more recent bands i like, some that comes on my mind right now are –  Physique, Zodiak, Hellish View, Kritik, Temor, Löckheed, Affect, Progress, GLÜ, Anti-Metafor, Detesto, Collapsed from Indonesia,  Burning//World, Better Reality, the one man project Forclose is great, End Result, PissSniffers,just to mention a few, i am also looking forward for a debut release of the Japanese ‘No’, and of course-the amazing Heavy fucking Nukes with Earth Crust Displacement!

You’ve already published ten issues of Just a Nightmare full of interviews with a lot of extremely good bands, how do you choose the bands to interview?

Yes, i decided to make it as a monthly zine. Since most of the zines comes out on every few months, why not to do something that will come out every 1st day of the month.
I wasn’t sure if that’s possible but time proved it is.
The goal that i made to myself as a challenge was to do 10 issues. So, that mission now is complete.
I do interviews with people/bands that i love. Everyone that i have done interview with have played in more then 1 band. So the zine covers every band that the person has been involeved with.

What aspects do you prefer to dwell on when you find yourself interviewing bands? Do you prefer to deal with more political issues or with more personal issues related to the more musical side?

I consider it all. Although the main aspect is the persons life i do the interview with . Since the kid days to very present today. So yeah, all aspects are involved, more or less, depend on that persons life. Obviously since we cover every band that the persons has been part in, music aspect in the zine is mostly covered.

What band do you dream of interviewing and publishing on Just a Nightmare? And why?

The one bend and person that i will never be able to do an interview with and i love to, is of course Kawakami and Disclose.

If you had to choose your favorite issue of the zine from those published to date, which one would you choose and why? And which interview are you most proud of?

Every issue is special cause every person that i have talked to is different. All of these people are different in their own unique way. No life story can be a bad or borring, quite opposite, they are all very interesting and challenging for me to do. That’s why i do it.
I don’t want to look at this zine in a way of achievement, cause for the people that have taken part in it is very personal. I just wanna look at it as a sensire punk work, those people have influenced me in one way or another.
I am just the one asking the questions. It’s the people that do the zine. It’s their story. I just put it on paper.
And they all have one thing in common and that’s punk. They are all true raw punk warriors!

When you decided to start writing and publishing the fanzine, were you inspired by any other punk fanzines in particular?

I was inspired to do this in a physical zine format cause that is the thing that i can most connect with. Punk has always had a connection and sharing through the zines.
But what really inspired me to do this in the very essence and the core of its meaning was the peoples life stories.

What does it mean for Just a Nightmare Zine to be part of the global hardcore punk scene? What does punk mean to you?

I would like to think that when I do something I love, I really put dedication and focus in it, and im really  glad that the small cyrcle of punks that know this zine, like it.  This zine is not a big one, it’s pretty much isolated and small.
But considering the content in it, maybe that’s just the way it should be. As the years go by, people has been changing and life gets different. Generations grow old and new younger ones come. It is the cycle. Everyone have their own opinion on what punk is for themselves. Some are here to stay, other just come and go.
Punk is sacred, it has always been and will always be. That’s the way I want to perceive it.
It’s the way I live, the things I do and why and how I do them, it’s freedom and understanding. It’s friendship, sharing, caring and unity.

What are the biggest challenges and greatest satisfactions you’re encountering in keeping alive a project that is certainly as challenging as Just a Nightmare Zine?

The possitive exciting challenge is to catch and do every issue on time ha!
I do understand that the talk we do in the interview is very personal, so i’m serious when we talk about delicate subjects or periods in these peoples lifes. The bad challenge is to cover expences the for printing it, post mail these days is fucked up even more then usual cause of Covid, but it’s not a reason to stop till i can meet end to end.

 

Point-blank question: what are your five favorite punk/hardcore records of all time? And what bands are currently out there that you think are really good?

For this talk that we have now these are the top 5 records:
Disclose-Nightmare Or Reality/A Mass of raw sound assault/Neverending war/Once the war started
Framtid-Under the ashes
Disaster-War Cry
Discharge-HNSNSN.
No Fucker-Conquer the innocent.
Decontron S/TWait!? Is that already more then 5?!
Some bands that are great and i haven’t mentioned already, D-Sagawa, Dispose & Kajsajuntti, Disable, Absolut, Svaveldioxid, Ambush, Besthoven, Contrast Attitude, Cønditiøn, Singe & Tortur, B.E.T.O.E, Avslag, Hellish Inferno, Bipolar from Greenland(the only punk band from that country that i know off), Final Slum War.

If I understand correctly, Just a Nightmare Zine is a project intimately tied to the raw punk/d-beat band Disease. Can you tell us about what the Macedonian hardcore/punk scene is like?

Yes, you got it correct, I also take part in a band called Disease, and all of the members together with the vocalist of Born for slaughter are also the ones behind the band Angza.
Marce the drummer, also plays in Arlekin, and he and the vocalist Fixa both take part in Stagnator.
Spagi takes part in Transhunter and Goli Deca.

The punk scene in Macedonia at the moment is very small. No punk bands around. But at different points in time the scene was better or worse, so I guess these last few years we are in the worse period. Or the worst ha!
There’s been some really good punk bands in the past like New Police State, Tank Warning Net, Bloody George, FxPxOx, Disclass.
Today is different, there are separations between the crews which devided the scene even more, caused by some specific people.
But it is what it is.
I keep myself focused on the things we do, trying not put too much thoughts on the bad things in the local scene.

We have come to the end of the interview, this space is completely free and you can use it to write anything you think is valid.Thank you again for taking the time to answer my questions. Long live Just a Nightmare Zine, make punk a threat again!

Thank you too Stefano for taking your time to do this.
Life is sometimes better sometimes worse, at the moment these are some fucked up times that we go through and none really know when or will this will end.
Take care for each other and stary safe.
Noise is friendship!
Stay Punk!

Disease, the d-beat raw punk band in which Alex plays!

 

 

“Are We Not a Plague On Our Own?” – Interview with Plague Thirteen

A few weeks ago I had the pleasure of asking a few questions to Plague Thirteen, authors of one of the most intense, dark and devastating crust/d-beat records I’ve heard in the last year. A record that I reviewed a month ago on these pages defining it “the perfect soundtrack of the pandemic nightmare“. An interview in which, talking about climate change, pollution, war and environmental devastation, Plague Thirteen ask us two fundamental questions, perhaps rhetorical but extremely relevant: are we not a plague on our own? Are we doomed?

HOW AND WHEN DID PLAGUE THIRTEEN FORM? WHERE DID YOU GET YOUR NAME FROM?

We formed the band around 2019, myself and Geoffrey played in another band called LINK, unfortunately we split up after more than 20 years of playing due to various reasons, we had already the idea to start a new band and it was the right time to do so, Bjorn and Arthur completed the lineup, Bjorn used to be a former member of LINK a few years back, and he and Arthur were playing in a band called SORE who split up as well , we locked ourselves up in the rehearsal room and the result is PLAGUE THIRTEEN

The name PLAGUE THIRTEEN has different meanings, who are we as individuals? Who are we to judge one another? Are we humans so superior in our kinds that due to our selfishness we ignore what is happening to our lovely planet and environment? War, poverty the hate wave that’s spreading, are we not a plague on our own?

YOU RELEASED YOUR FIRST RECORD DURING THE SECOND AUTUMN LOCKDOWN, SO UNDER WHAT CIRCUMSTANCES AND EMOTIONS DID YOUR FIRST ALBUM COME ABOUT?

The recordings of the album already took place before the whole covid  situation, we first brought it out on a cd version as we went on a small tour at the end of 2019, we wanted to bring it out on vinyl and our good and long time friend Nico from Loner cult records was willing to help us out with it together with deviance records, phobia records,shove records and up the punks records.

The songs of that album are packed with emotions and struggles we all faced during a certain period. the split of the bands , the losses we encounterd , for me personal , it  was a hard and emotional period that i have  been in for a while and this translated in writing the music together with the rest of the band.

WHAT THEMES DO THE TEXTS OF YOUR SONGS DEAL WITH? ARE YOUR SONGS MORE POLITICAL OR PERSONAL?

We are not an outspoken band who writes political songs, most of the songs deal with the everyday struggle we have in this life we are living, some personal and some have a political touch in them, and we try to put as much of our emotions in them, bring them with no compromise, say what you mean, mean what you say…..

WHAT SONG IN THE ALBUM ARE YOU MOST ATTACCHED TO?

There are a few songs that i am attached to musicaly and lyricely.

EYES WIDE OPEN  is one of them, the song talks about how we stand in this society , controlled by our goverment , no matter what you do or not , we are being watched 24/7. Or MOURN who talks about loosing your loved ones , when this song was writing , we lost a very close family member at a young age

WHAT CAN YOU TELL US ABOUT THE BELGIAN HARDCORE/PUNK AND DIY SCENE? ARE THERE ANY SQUAT THAT YOU ARE ATTACHED TO?

There is a big scene in Belgium and a lot of new bands are rising from the ground up, bands like HETZE, SILENCE MEANS DEATH, GAGGED, RAW PEACE FRUSTRERAD, ARROGANT….and many more, from the region we are from there is also a big hardcore scene called the H8000 scene, too bad that there has always been a gap between different scene’s here in Belgium, but it is what it is, few active squats here.

HOW IMPORTANT IS THE POLITICAL DIMENSION OF HARDCORE PUNK FOR YOU?

It is very important, punk means revolt , if you are angry about something, speak your mind out  don’t just stand there and act like you are a victim of society, it is easy to claim yourself a punk or hc kid ,rebelling from behind your computer screen, go out on the streets, get involved in a good cause.

WHAT DOES IT MEAN FOR PLAGUE THIRTEEN TO PLAY CRUST/D-BEAT AND BE PART OF THE HARDCORE SCENE?

It means a whole lot to me, it has been a part of my life for more than 30 years, it is a network of friends, a world within the world we are living, I can’t express myself enough how great it has been to visit all the nice places we were able to go and play all around Europe, see how people live, sharing stages with great bands, people inviting you to their homes, made delicious food, give us a place to sleep.

MUSICALLY YOU SOUND VERY SIMILAR TO CERTAIN MODERN CRUST PUNK BANDS OF THE EARLY 2000s. WHICH BANDS HAVE INFLUENCED YOUR MUSIC?

Our main influences are bands like HIS HERO IS GONE, TRAGEDY, FROM ASHES RISE, NEUROSIS…. but also older stuff like NAUSEA, CELTIC FROST, GRIEF,DISCHARGE,MOTORHEAD,….

THE HEALT SITUATION IS NOT STILL STABLE, SO I KNOW IT’S NOT EASY TO TALK ABOUT THE FUTURE. BUT WHAT ARE THE PLANS FOR PLAGUE THIRTEEN IN THE NEXT MONTH? 

We are currently working on writing a new album, and hoping this pandemic will be over soon as we did not play any live gigs for more than a year now, as soon as this blows over we are going to tour Europe again and play as many gigs as possible.

THE COVER OF THE YOUR FIRST S/T ALBUM IS VERY SUGGESTIVE. HOW DID YOU COME UP WITH THE IDEA OF CHOOSING THAT PARTICULAR ARTWORK? WHAT DO YOU WANT TO CONVEY WITH THAT IMAGE?

It represents what mother nature gives us and sometimes we need to stand still and look at its beauty, but it is also a reminder of what we can lose if we keep exploiting this earth , how long can we live this life, this rat race ? Pollution, climate change…..are we doomed ?

CONCLUDE THIS INTERVIEW AS YOU SEE FIT.  THANK YOU AGAIN FOR TAKING THE TIME TO ANSWER NY QUESTIONS AND I HOPE TO BE ABLE TO ORGANISE YOU CONCERTS IN ITALY SOON!

First of all, thank you so much for this interview and giving us the opportunity to present ourselves

We hope to share the stage again very soon!

Stay safe and take care of each other

Soundtrack of the Pandemic Nightmare

Non è facile parlare di pandemia, quarantene, covid-19 e delle disastrose conseguenze che tutto questo ha avuto sulle nostre esistenze, su piani completamente diversi che toccano tanto il personale quanto il politico, tanto la sfera psicologica quanto quella materiale. Non è facile e tantomeno ho le energie per addentrarmi in tali discorsi. Per questo motivo nelle righe che seguono mi limiterò semplicemente a parlarvi di alcuni dischi usciti durante questo tragico 2020 e che per chissà quale ragione non avevano ancora trovato spazio sulle pagine di Disastro Sonoro. Tre ottimi dischi che hanno fatto parte costante della mia colonna sonora durante questi due lockdown e che hanno tenuto compagnia al mio isolamento forzato, alla mia rabbia, all’entropia che mi ha assalito divorandomi lentamente, alla sensazione di affogare per sempre tra paranoie e debolezze e a tutte le mie inquietudini che abbracciavano e abbracciano tuttora la sfera del politico e del personale. Perchè non so dire se l’hardcore è ancora una fottuta minaccia per questo esistente fatto di sfruttamento, oppressione, repressione, alienazione, depressione e morte, ma vorrei tanto lo fosse così da poter finalmente far divampare le fiamme della nostra gioia in nome di una vita radicalmente diversa. Ai/alle punx, ai/alle compagnx, ai/alle amicx, a chi non è niente di tutto ciò, a chi non vuole essere più nulla e a chi non ha più le forze per essere qualcosa, questo è Soundtrack of the Pandemic Nightmare!

Life – Ossification of Coral

Continuo a pensare che questo Ossification of Coral, nonostante a mio parere rappresenti uno dei migliori dischi crust punk usciti negli ultimi anni, sia passato invece fin troppo in sordina nel corso del 2020 e sinceramente non saprei spiegarmi il perchè. I giapponesi Life sono in giro dalla fine degli anni 80/inizio dei 90 e hanno sempre dimostrare di essere uno dei gruppi più interessanti, convincenti, intensi e coerenti emersi dall’affascinante scena hardcore punk nipponica. Autori di dischi grandiosi come Violence, Peace and Peace Research pubblicato nel 2013,  lo scorso anno hanno finalmente dato alla luce il nuovo, magnifico Ossification of Coral, quello che a tutti gli effetti si può definire senza remore il manifesto definitivo del crusher-crust punk suonato dai Life. Partendo come sempre da un sound che tradisce l’innegabile influenza della storica scena hardcore/crust giapponese, soprattutto nei momenti maggiormente raw, aggressivi e selvaggi (Crush Them, Endure Every Day o Same as War), i nostri riescono a scrivere tredici tracce radicate in un crust punk costantemente in bilico tra una natura votata alla crudezza e all’istintiva violenza da una parte e la tensione verso incursioni in territori metallici, toni oscuri e atmosfere dal sapore vagamente post-apocalittico dall’altra.

Immaginatevi dunque l’ascolto di Ossification of Coral come una sorta di viaggio tra gli abissi e le diverse sfumature della storia del crust punk nipponico e non solo, passando attraverso tante scuole e influenze differenti che vanno dai Doom ai Death Side (in certe melodie, assoli e riff), dagli Abraham Cross agli Excrement of War, dai Warhead agli Hiatus, dai Bastard alle primissime pulsioni stenchcore britanniche (tracce come la titletrack o Abscence of Life). Come da sempre il punk suonato dai Life è musica di protesta e rivolta, difatti anche nelle liriche di Ossification of Coral sono centrali le tematiche politiche supportate dall’attitudine riottosa e anarchica da sempre marchio di fabbrica dei Life. Basti solo pensare al titolo scelto per questo disco per comprendere il forte messaggio ecologista che permea le liriche del gruppo giapponese e che anima tracce come la titletrack e The End of Mother Nature, così come la sempre presente critica furiosa alla guerra, agli interessi che la muovono e ai suoi orrori, come da classica tradizione d-beat raw punk. Ossification of Coral è dunque un disco assolutamente devastante, un sincero manifesto del crust punk più crudo, riottoso, feroce e intransigente! CRUST AS FUCK LIFE!

Phane – S/t

Se per una volta volessimo giudicare il disco dalla copertina, questo self-titled album dei canadesi Phane si presenterebbe come un selvaggio e devastante assalto metal-punk ottantiano e il gruppo di Vancouver apparirebbe come un’orda barbarica pronta a mettere a ferro e fuoco tutto ciò che trova sulla propria strada, non risparmiando niente e nessuno e totalmente incapace di provare pietà. Bisogna ammettere che questa descrizione non è poi così troppo lontana da quello che andremo ad ascoltare e dalle sensazioni evocate dalle rabbiose quattrodici tracce con cui i Phane ci danno in pasto un’ottimo lavoro che guarda con nostalgia all’hardcore punk britannico degli anni 80.  Non sono moltissime le band attive oggi impegnate a riproporre sonorità hardcore punk radicate nella tradizione di quell’UK82 sound marchio di fabbrica di band storiche come Varukers, English Dogs e soprattutto Broken Bones. Sarà a causa del mio amore mai celato per i Broken Bones e per il fatto che i Phane strizzino spesso l’occhio ai loro lavori migliori, ma continuo a pensare che la band di Vancouver sia la più convincente e godibile nel riprendere certe sonorità capaci di ricordare immediatamente dischi del calibro di Dem Bones o Bonecrusher.

Le incursioni razziatrici in territori metallici sono estremamente presenti nel sound dei Phane, seguendo ancora una volta la strada che intrapresero i Broken Bones fino ad arrivare a  F.O.A.D. o certi English Dogs, ed emergono chiare fin dall’iniziale Golden Calf così come in tracce quali No Mercy o Shootsayer. E’ dunque facile percepire quanto certe sonorità più orientate a territori (thrash)metal e addirittura motorheadiani abbiano influenzato i Phane nel riffing e in certe melodie, mentre la batteria e le rabbiose vocals riescono perfettamente a rappresentare quella viscerale quanto istintiva riottosità tipica di certo d-beat/hardcore punk britannico a la Varukers di capolavori immortali quali How Do You Sleep?. Quattordici tracce per una mezzora abbondante di hardcore punk radicato nell’Uk82 sound e fortemente influenzato dalle prime pulsioni crossover tanto care ai Broken Bones, cazzo volete di più? Nessuna pietà, nessuna salvezza, solo ossa rotte!

Plague Thirteen – S/t

Questo è stato forse il vero compagno di disperate notti insonni e giorni infiniti privi di energie psicofisiche durante il secondo lockdown autunnale. Un disco che ha occupato in maniera costante le mie cuffie, la colonna sonora perfetta per lo stato d’animo e le emozioni che mi avevano sopraffatto durante gli ultimi mesi del 2020. I belga Plague Thirteen, emersi dalle ceneri dei fighissimi Link, mettono tutto loro stessi in questo primo omonimo lavoro: rabbia, tensioni, angoscia, disperazione, disillusione. Tutte queste emozioni vengono accompagnate musicalmente da un d-beat/crust punk di tradizione novantiana, profondamente oscuro e orientato a costruire un’atmosfera opprimente e desolata, ma animato da buone dosi di melodia al punto che qualcuno potrebbe vederci delle sfumature neocrust. I nomi a cui si ispira però in maniera palese il sound dei Plague Thirteen sono da ricercare nella scena crust/hardcore d’oltreoceano e specialmente in band del calibro di From Ashes Rise, His Hero is Gone, Remains the Day e certe pulsioni più dark hardcore dei Tragedy. Inoltrandosi nell’ascolto di Modern Slave, brano con cui si apre la nostra discesa in questo self-titlted album, ci si accorge presto che le sei tracce suonate dai Plague Thirteen assumeranno di lì a poco le sembianze di voragini pronte a inghiottirci in una spirale di inquietudine, incubi e apparente impotenza, senza lasciarci alcuno spiraglio di salvezza.

Il crust punk oscuro suonato dal gruppo belga è attraversato da due anime ben distinte ma che si amalgamano in maniera grandiosa: da una parte rallentamenti dai toni atmosferici riescono perfettamente a dipingere sensazioni di desolazione, smarrimento e angoscia,  mentre dall’altra ci si imbatte in in furiose tempeste d-beat in cui tutta la rabbia e le tensioni possono finalmente trovare libero sfogo e divampare impetuose accompagnate dalle vocals sofferte e tormentate del cantante Michael (basti pensare ad tracce come Mourn e Haunt Them). Inoltre c’è da sottolineare come i Plague Thirteen sappiano ricreare con gusto e convinzione un’atmosfera cupa e minacciosa, evocando, in brani come Eyes Wide Open, quei toni più apocalittici e oscuri tanto cari a certi Neurosis e Amebix. In poche parole, per concludere, i Plague Thirtheen hanno saputo comporre quello che a tutti gli effetti è un maestoso soundtrack of the pandemic nightmare!

Dis Means War #01

Ennesima nuova quanto inutile rubrica che probabilmente finirà nel dimenticatoio dopo un paio di articoli. Fatta questa doverosa premessa, perchè Dis Means War? La risposta è abbastanza semplice. E’ evidente a tutti che la moda/revival più recente in ambito hardcore punk è quel calderone cosiddetto “raw punk”, qualsiasi cazzo di cosa voglia dire. Diciamo però che, in questo marasma di uscite estremamente elevato a livello numerico e spesso fin troppo monotono, si nascondono a parer mio anche degli interessanti dischi capaci di proporre un d-beat hardcore/punk convincente, godibile e ispirato anche quando si rifà in tutto e per tutto ai grandi nomi del genere, dai Disclose (gruppo più omaggiato-plagiato in assoluto) ai Mob47. La rubrica sarà strutturata come una sorta di carrellata di alcuni album pubblicati nell’ultimo periodo su cui spenderò pochissime righe, anche perchè spesso si tratterà di demo, ep o promo dalla brevissima durata. Tutto questo perchè il d-beat è guerra e districarsi tra l’enorme quantità di uscite giornaliere raccolte sotto l’astrusa etichetta di raw punk non è assolutamente cosa facile. Senza velleità di voler essere una guida approfondita alle più recenti uscite in ambito d-beat, ma con la passione sincera che mi lega a certe sonorità, ecco a voi Dis Means War!

 

Burning//World – What Brings Tomorrow? 

Questo What Brings Tomorrow si differenzia dalle altre uscite nella scena d-beat recente già a partire dalla copertina e dall’artwork estremamente minimalista e parecchio lontano dal clichè “collage con immagini di guerra in bianco e nero” tipico del genere. Anche musicalmente il d-beat/hardcore proposto dai Burning//World, band proveniente dal New Jersey, guarda principalmente alle sonorità di dischi fondamentali come Death From Above dei mitici Discard, Domd degli svedesi Disarm e in minima parte, nell’atmosfera noise generale, al sound di band come Electric Funeral e Dropend. A livello lirico, nelle sette tracce che compongono What Brings Tomorrow, i Burning//World ripropongono alla perfezione la tradizione del d-beat più classico, bellicoso e politico, affrontando quasi unicamente tematiche legate ad una disillusa quanto rabbiosa critica al militarismo, alla guerra imperialista e alla terrore del nucleare. Niente di nuovo sul fronte occidentale, ma senza dubbio uno dei migliori lavori d-beat in cui ci si può imbattere ultimamente!

Bordger – War of Extinction

Non sembra affatto un caso che lo stile del logo di questa band neozelandese richiami in maniera così netta il logo dei ben più noti Sedition, perchè il d-beat hardcore suonato dai Bordger si ispira profondamente al sound di certa scuola scozzese/inglese. Sono infatti Sedition  (nei toni più crust) e Disaffect (nelle parti prettamente d- beat/hardcore) i primi gruppi a venire in mente, insieme a qualcosa che ricorda il d-beat inglese dei Disaster e il kangpunk svedese degli anni ’80, appena ci si addentra nell’ascolto di questo War of Extinction. Un ottimo lavoro d-beat che per atmosfere, immaginario e ispirazione si distingue in modo abbastanza convincente da tutte quelle band che si limitano a riproporre senza ispirazione la ricetta vincente tanto cara ai Disclose o ai Discharge. Sei semplici tracce di d-beat punk robusto e bellicoso con una decisa quanto interessante venatura crust, questo è in estrema sintesi il contenuto di War of Extinction, un disco di assoluto impatto e veramente intenso!

Tortür – Never Ending Grief

Chi può sopravvivere a questa furiosa tempesta di d-beat punk a.k.a. a mass of raw noise attack rappresentata da Never Ending Grief? Probabilmente l’unica risposta possibile è: nessuno! Mi ero già imbattuto nei Tortür ai tempi di Death Looms Graves Fill e rimasi sinceramente folgorato dal loro devastante assalto di rumoroso d-beat totalmente debitore alla scuola giapponese e ai maestri indiscussi Disclose. Difatti il gruppo di L.A. non ha mai negato di essere a tutti gli effetti un gruppo impegnato a tenere in vita lo spirito selvaggio e il sound brutale che rese i Disclose un nome di culto all’interno dell’underground e fonte di ispirazione per una lista sterminata di band. Never Ending Grief è un’assalto di distorsioni e noise a mano armata, un disco con poche pretese suonato con attitudine e passione, un lavoro con cui i Tortür ci sparano addosso 10 tracce di d-beat crudo e spietato che non hanno alcuna intenzione di darci tregua e capaci di evocare con convinzione le stesse sensazioni che si hanno ascoltando per la prima volta ep del calibro di Once the War Started e Nightmare or Reality. Al grido di “Kawakami Forever!”, ancora una volta i Tortür dimostrano di essere uno dei gruppi migliori a tenere alto il nome e il sound dei Disclose e questo dovrebbe bastarci.

Absurd SS – S/t

Probabilmente questo self-titled album degli Absurd SS è quanto di meglio sia uscito nell’ultimo periodo dalla scena d-beat/raw puk. Un’apocalisse di d-beat noise senza freni e impetuosa nel suo incedere, una tempesta implacabile che lascia solo devastazione e morte al suo passaggio. Le radici del sound degli Absurd SS affondano in profondità nelle sfumature più noise dei giapponesi Framtid e nei toni più selvaggi e furiosi del d-beat suonato dagli svedesi Giftgasattack o dai troppo spesso dimenticati Bombraid, avvicinandosi per certi versi a quanto fatto un paio d’anni fa dai Physique di The Evolution of Combat. In sintesi non c’è dunque da aspettarsi niente di meglio di una devastante mazzata di Scandi-japan Jawbreaker che non guarda in faccia niente e nessuno, votata solamente a portare distruzione e devastazione in nome del d-beat più bellicoso, selvaggio e rumoroso! Dis-noize means fucking war!

Hellish Views  – Holy Horrors 

Minneapolis ha sempre avuto un’importante scena hardcore punk e ne ho anche parlato in maniera abbastanza approfondita in un articolo intitolato Minneapolis Brucia, apparso sul numero zero di Benzine, fanzine punx milanese. Non dovrebbe stupire allora che questi Hellish View siano emersi proprio dalla recente scena punk di Minneapolis dandoci in pasto un concentrato di semplice quanto efficace d-beat noise attack! Holy Horrors è il loro ultimo lavoro in studio, cinque tracce di classico d-beat selvaggio, brutale e votato al caos in perfetta tradizione Disclose, con una fortissimo componente noise che sottolinea quanto i nostri punx siano devoti all’eterno culto dei maestri del d-beat giapponese e a dischi del calibro di Yesterday’s Fairytale, Tomorrow’s Nightmare. Lo spettro incombente dei Disclose emerge poi in maniera estremamente netta soprattutto nelle vocals che evocano senza nascondersi lo spirito immortale di Kawakami. Nulla di nuovo sotto un sole artificiale, nulla di innovativo sotto una pioggia nucleare, solo un devastante, furioso e primitivo omaggio ai Disclose, un omaggio convincente ed estremamente godibile!

Music Critics and Record Collectors are Pretentious Assholes

Nel 1985 i Poison Idea pubblicano il loro secondo Ep intitolato, in modo estremamente provocatorio, “Record Collectors are Pretentious Assholes”, mentre tre anni più tardi i Sore Throat riprendono lo stesso concetto per intitolare un loro brano presente su Unhindered by Talent, aggiungendoci però still tra il verbo e “pretentious assholes“. Se può essere abbastanza vera e/o più o meno condivisibile come espressione, possiamo esagerarne il concetto sostenendo allora che i recensori di dischi e in generale chiunque rientri nella categoria di critico musicale siano ancora peggio in quanto a pretenziosità e idiozia rispetto ai collezionisti, categorie tra l’altro che spesso si sovrappongono. E mi ci metto anche io tra questi assholes, nonostante ribadisca dal giorno zero di quest blog che quelle che scrivo non sono vere e proprie recensioni, che rigetto con disprezzo il ruolo di critico musicale e che i “recensori di professione”, o chi pretende di esserlo anche all’interno della scena hardcore/diy, non dovrebbero esistere. Tutto sto discorso introduttivo per dire cosa? Assolutamente un cazzo di nulla, forse solo per dare un minimo di contesto al titolo che ho deciso di dare a questo articolo, in cui, guarda un po’ che cosa incredibile e assolutamente inaspettata, vi parlerò in poche righe di una manciata di ottimi lavori usciti in ambito punk e hardcore durante il 2020 e a cui colpevolmente ho dato troppa poca attenzione fino ad ora. Fissando bene in testa il fatto che i recensori di dischi sono delle pretenziose teste di cazzo, buona lettura ai/alle tuttx punx!

Destruct – Echoes of Life

Da troppi mesi nella mia lista immaginaria di dischi di cui parlarvi, eccoci finalmente qui! 12 tracce per venti minuti di d-beat raw hardcore punk di scuola Discharge/Disclose (ma non solo), suonato con rabbia, intensità e con un’attitudine brutale e spietata. Potrei concludere qua le righe dedicate a questo Echoes of Life dei Destruct e tanto basterebbe per farvi correre ad ascoltare il disco senza pentirvene e senza pensarci due volte. Un concentrato di d-beat nella sua più pura essenza, ma incredibilmente interessante anche se i Destruct non inventano assolutamente nulla di nuovo. Certamente il d-beat dei maestri Discharge suonato nella versione raw e rumorosa dei Disclose è senza dubbi il punto di partenza dal quale i Destruct costruiscono il loro sound, un sound abbstanza raw che risente però anche dell’ influenza di certo hardcore/d-beat di scuola norvegese/svedese degli anni 80, quel sound primitivo e corrosivo che accomunava band come Svart Framtid e Discard. C’è poco altro da aggiungere se non ribadire che questo Echoes of Life è senza dubbio uno dei migliori lavori usciti in ambito d-beat hardcore in tutto il 2020!

Subdued – Over the Hills and Far Away

Questo Over the Hills and Far Away si apre con Sanctuary is Nowhere, traccia che ci catapulta immediatamente negli umidi squat britannici degli anni ’80 dove stava prendendo forma un sound che partendo dalla scuola anarcho punk si spingeva verso lidi ignoti, sporcati quanto basta con tensioni e atmosfere dal sapore apocalittico e oscure. Non a caso i Subdued arrivano da Londra e sembrano aver assimilato perfettamente il sound e le tensioni primitive dell’anarcho punk britannico dell’epoca, riuscendo a incidere nove tracce che si pongono a metà strada tra i momenti più apocalittici degli Amebix e le pulsioni primordiali di gentaglia come Icons of Filth e Exit Stance. L’influenza degli Amebix più post-punk emerge prepotente in una traccia come The Joke, con quell’atmosfera e sonorità generale del brano che ricorda in effetti l’ibrido tutto amebixiano tra l’anarcho/hardcore punk inglese e i Killing Joke. L’intro stessa del quarto brano Problems of Evil, riuscendo a costruire un’atmosfera oscura e apocalittica, affascinante ma al contempo oppressiva, evoca in maniera convincente e sincera lo spettro degli Amebix, influenza preponderante, ma non al punto di diventare ingombrante, nel sound dei Subdued, come ormai avrete capito. Se l’anno scorso ci eravamo innamoratx tuttx del bellissimo Exiled dei Bad Breeding, quest’anno il miglior disco “anarcho punk” in senso lato non può che essere questo splendido Over the Hills and Far Away!

Dogma – Dogma

Era da tempo che non mi imbattevo in un disco di anarcho/peace punk di scuola britannica interessante ed estremamente godibile come questo self titled album dei Dogma, un disco che mi son ritrovato ad ascoltare più volte negli ultimi mesi al punto da essermi ripromesso di scriverci due righe al più presto. Eccoci qua allora, 10 tracce per mezz’ora in compagnia di un peace punk di tradizione inglese, attraversato da tensioni anarchiche e da un’attitudine riottosa che emerge limpidamente nelle liriche e nell’immaginario generale che accompagna i Dogma. Flux of Pink Indians, Dirt, Poison Girls e primi The Mob, son questi i gruppi a cui guardano i Dogma per sviluppare la propria personale versione dell’anarcho punk che fu, ma con una maggiore tendenza e un migliore gust per la melodia e un lontano sapore di primissimo Oi inglese. I richiami all’anarcho punk britannico di tradizione Crass Records però non sono limitati esclusivamente al lato musicale; infatti emergono prepotenti anche nelle grafiche e nell’impostazione dell’artwork del poster che accompagna il disco, artwork bellissimo che potrebbe volutamente voler citare anche quel capolavoro targato The Mob che è “No Doves Fly Here”. In fin dei conti con questo loro primo album i Dogma offrono un tributo sincero e appassionato ai gruppi e alle sonorità anarcho punk con cui son cresciuti, riuscendo nell’impresa di comporre dieci tracce che non si limitano a “copiare” i gruppi sopra citati, ma aggiungendoci al contrario un gusto e una qualità abbastanza personali. Per concludere non ci resta altro che ribadire “The world at peace, not in pieces…”, prendendo a prestito lo slogan che si può leggere sulla copertina di questo disco, slogan che richiama un ben più famoso “Fight war not wars” di crassiana memoria, con cui i Dogma ci danno un sunto chiaro e inequivocabile di ciò in cui credono e per cui lottano!

Kaleidoscope – Decolinization

After the Futures dello scorso anno fu per me una sorta di rivelazione per quanto riguarda i Kaleidoscope. Fino a quel momento li avevo un pò snobbati, ma quel disco mi fece follemente infatuare di loro e del loro estremamente personale modo di suonare hardcore/anarcho punk. Con questo nuovo 7″ intitolato Decolonization, un titolo certamene attuale viste le lotte e i movimenti di protesta per decolonizzare la società statunitense ed europea che hanno attraversato lo scenario politico, culturale e sociale di questo 2020 appena terminati, posso senza remore riconfermare la mia infatuazione per loro e per il loro sound che pur ribandendo un legame intimo con certo punk anarchico britannico degli anni ’80, riesce a muvoersi su sentieri e traiettorie abbastanza personali. La base di partenza è sempre un’hardcore classico e attraversato da tensioni anarchiche e con un’attitudine riottosa, ma ancora una volta i Kaleidoscope dimostrano di essere una band sui generis e aperta ad una certa dose di sperimentazione. Esempio di quanto appena detto è sicuramente la terza traccia Girmitiya, uno dei momenti assolutamente più inaspettati dell’intero lavoro, un brano caratterizzato da un suono di chitarra molto più simile a certo blues rock psichedelico (a la Hendrix per dire) piuttosto che al riffing scarno e primitivo tipicamente hardcore punk. Se ancora non siete stati ammaliati e catturati dall’hardcore dei Kaleidoscope, questo Decolonization è il modo migliore per abbandonare ogni remora e iniziare ad addentrarsi nella proposta del gruppo di New York, senza ombra di dubbio una delle band più originali e interessanti emerse negli ultimi anni!

Public Acid – Condemnation

 

Probabilmente potrei azzardare che questo Condemnation, ultimo ep targato Public Acid, sia il mio preferito di questa lista. Un concentrato di hardcore punk sporco, crudo e rumoroso quanto basta che riesce in maniera grandiosa a riproporre la lezione della scuola hardcore giapponese senza annoiare o dare sensazione di “cloni di bassa lega”. Sei tracce bastano e avanzano per darci la misura del sound dei Public Acid, un sound intenso che si riversa su di noi senza alcuna intenzione di risparmiare niente e nessuno. E’ un sound caotico e oppressivo quello che caratterizza questo Condemnation, come se, appena partita la prima traccia Nuclear Child, venissimo inghiotti senza pietà da un vortice di caos e distruzione, in cui a farla da padrona sono riverberi e la furia selvaggia espressa dalle vocals. In un sound abbastanza scarno e semplice che strizza l’occhio alle band hardcore punk giapponesi più oscure e rumorose, c’è però spazio anche per brani come Electric Plague nella quale emerge un maggiore groove hardcore che sembra smorzare momentaneamente l’implacabile caos che domina su tutto il lavoro. Alla fine questo Condemnation, nonostante si tratti di un ep brevissimo, ci dimostra come i Public Acid abbiano interiorizzato al meglio la lezione del hardcore/chaos punk più raw e brutale e siano riusciti, con tracce brevi, furiose, concitate che travolgono senza lasciare fiato, a regalarci uno lavoro che risulta asfissiante per la furia e l’intensità con cui viene suonato. Se dal vivo i Public Acid fossero anche solo la metà di quanto ascoltato su questo incredibile ep, beh, allora, statene certi che non ci son speranze di uscire vivi da un loro pogo!

Heavy Discipline – S/t

 

Nel 1982 gli SS Decontrol pubblicano un capolavoro dell’hardcore bostoniano e mondiale, quel “The Kids Will Have Their Say” che rappresenta ancora oggi uno dei momenti più alti raggiunti dall’hardcore americano old school. È evidente come gli Heavy Discipline risentano profondamente dell’influenza di quella pietra miliare e degli SSD e di tutta la scena di Boston degli anni ’80, così come di altri nomi storici come Faith, Void, Negative Approach e Negative Fx, ma su questo primo loro self titled album ci mettono tanto di loro per regalarci uno dei migliori e più convincenti lavori hardcore ascoltato negli ultimi anni. Un bel disco di hardcore furioso, semplice, sincero e assolutamente devastante, dodici tracce che tirano dritte per la loro strada senza fronzoli e senza pietà, ma soprattutto con un ottimo sapore old school che non stanca mai. Tell the World, Cross to Bear, Voyeuristic Lust/Reckoning e No Space sono tracce che rappresentano al meglio la capacità degli Heavy Discipline di suonare un’hardcore vecchia scuola catapultandoci improvvisamente negli anni 80, ma sempre con quel tocco personale e vagamente moderno che avevano fatto già intravedere sulla demo pubblicata nel 2019. Un lavoro che fa dell’irruenza espressiva, dell’intensità e della foga rabbiosa i suoi punti cardine dal punto di vista delle emozioni trasmesse, un disco con cui gli Heavy Discipline si impongono sulla scena in maniera assolutamente convincente, dimostrando di aver veramente tanto da dire in ambito hardcore e un’attitudine in your face invidiabile!

Krigshoder – Krig I Hodet

A metà strada tra l’hardcore punk norvegese e la vecchia scuola hc italiana  ci imbattiamo in questi Krigshoder, gruppo formato da qualche parte tra gli Stati Uniti e la Norvegia, e nel loro ultimo lavoro intitolato Krig I Hodet (letteralmente “guerra nella testa”), uno dei migliori lavori usciti in tutto il 2020 in ambito hardcore punk. Un ep dalla brevissima durata (solo 8 minuti) ma che in sole cinque tracce, a cui si somma la cover degli SDH posta a conclusione del lavoro, riesce a regalarci una mazzata di hardcore punk alla vecchia maniera come non si sentiva da tempo. Influenze che vanno dagli Indigesti agli Svart Framtid, dai Declino ai Psykik Terror, saltano all’orecchio durante l’ascolto di questo incredibile ep in cui i Krigshoder non ci lasciano un secondo per riprendere fiato. Intensi, veloci quanto basta per suonare hardcore come si deve, una voce rabbiosa e abrasiva, suoni sporchi ma abbastanza distanti da territori prettamente “raw punk” e un’attitudine sincera che accompagna il tutto, sono questi gli ingredienti che rendono questo Krig i Hodet un’ottimo lavoro di hardcore punk che fa dell’irruenza, dell’intensità e dell’esigenza espressiva i suoi assoluti punti di forza. Cinque schegge impazzite di hardcore vecchia scuola suonato con una rabbia implacabile e senza troppi inutili fronzoli, una vera e propria guerra nella testa, parafrasando il titolo in norvegese di questo ep, in fin dei conti sono questo i Krigshoder!

Clock of Time – Pestilent Planet

 

Pubblicato dall’ormai nota Static Shock Records, Pestilent Planet rappresenta la prima fatica in studio dei berlinesi Clock of Time. Sono diverse le anime che convivono all’interno del sound del gruppo tedesco e che caratterizzano le sette tracce in cui ci imbatteremo una volta che l’iniziale Something to Look Forward To segnerà la nostra discesa in questi abissi dominati da death rock, post-punk ed echi new wave. La musica dei Clock of Time ha la forza di risultare ipnotica e a tratti estraniante, difatti fin dall’inizio si ha la sensazione di esser sprofondati in una sorta di trance in cui a farla da padrona sono probabilmente tanto le melodie delle chitarre quanto il tappeto ritmico ripetitivo dominato dalla batteria che sembra suonare direttamente dentro le nostre teste. Possono essere presi ad esempio di quanto appena detto brani come Funny Farm e Companion, mentre risulta evidente l’influenza di certi Joy Division sulla quarta traccia Rotten Master, in assoluto uno dei momenti più interessanti e di qualità dell’intero lavoro. Le influenze dei nostri, come accennato sopra, pescano a piene mani da territori cari in egual misura al death rock di Vex e Crimson Scarlet e al post-punk dei The Sound, ma nel corso delle varie tracce si possono sentire, in momenti diversi, anche echi dei più recenti Diat e Vexx. In sintesi Pestilent Planet è un disco di assoluto valore, capace di giocare non solo con le melodie e le ritmiche ipnotiche ma anche con le atmosfere, mostrandoci la qualità dei Clock of Time nell’ amalgamare l’anima più death rock con quella post-punk in un disco che non mostra punti deboli.

Misantropic – Catharsis (2020)

Questo disastroso 2020 sta finalmente volgendo al termine e come un fulmine a ciel sereno irrompe sulle scene Catharsis, nuova fatica in studio che segna il ritorno dei Misantropic, un disco con cui i nostri punx svedesi di Umea innalzano fieramente al cielo la bandiera del crust moderno, un crust-core intransigente e furioso, soffiando sulle braci di un genere che necessitava di nuove uscite di questo calibro per vedersi ravvivare la fiamma in maniera decisa e convincente.

Tante le influenze che saltano all’orecchio durante l’ascolto di questo Catharsis, ma i Misantropic danno alla luce un disco che rappresenta perfettamente il loro sound robusto, devastaste e con molti brani dal tiro anthemico a cui è seriamente difficile resistere. I Sacrilege sono la prima influenza che salta all’orecchio in modo preponderante, influenza che emerge principalmente nelle vocals femminili e nel riffing di classica matrice thrash metal, seguita dalle altre radici che vanno a comporre il sound devastante dei nostri. Dal furioso d-beat/crust di scuola svedese, da sempre punto di riferimento e partenza dei Misantropic, con melodie che si alternano invece tra Martyrdod e addirittura Nux Vomica, questi ultimi soprattutto nei passaggi più vicini a certi riff “melodici” riconducibili a territori estremi del metal, si giunge ad un gusto generale per le atmosfere e nel songwriting che mi ha fatto pensare in più di un momento contemporaneamente ai grechi Kataxnia e all’hardcore più oscuro dei Tragedy. Inoltre certi riff e certe melodie dal sapore (neo) crust sembrano evidenziare un continuum di sonorità e attitudine con un altro grande gruppo crust di Umea degli anni duemila, ovvero i mai troppo incensati Ambulance.

Riff che provengono da territori propriamente thrash metal irrompono prepotenti come nell’iniziale No Retreat, No Surrender, una traccia caratterizzata da alcuni momenti addirittura groovy sommati a cori hardcore dal sapore anthemico che rendono il brano un’ottimo inizio e uno dei momenti migliori dell’album. La titletrack si apre invece con un arpeggio interrotto presto da un riffing melodico che si avvicina molto ai Nux Vomica di “A Civilized World“. C’è sempre questa aurea di classico crust punk svedese che aleggia sui Misantropic, toni dai tratti vagamente apocalittici ed oscuri che ricorda atmosfere di matrice Warcollapse. C’è tanto groove anche in un brano come Blood Stains, momento del disco che sintetizza perfettamente le influenze della scuola crust/d-beat svedese e la lezione thrash metal dei Sacrilege. Death Cult è un altro dei brani migliori in cui ci imbattiamo grazie soprattutto ai toni anthemici che lo accompagnano, ad un coro/ritornello che si stampa immediatamente in testa e addirittura melodie dal sapore mediorientale che irrompono nella seconda metà della canzone conferendo al brano una veste inaspettata e mostrando una buonissima dose di personalità dei Misantropic. Ma il punto interessante di questa traccia è sicuramente il  testo, un furioso e bellicoso inno di solidarietà e complicità con la rivoluzione del Rojava, una rivoluzione in nome dell’ecologismo e del femminismo che ha mostrato e sta mostrando a tutti che un altro mondo è possibile e che che la lotta rivoluzionaria contro lo stato, il capitale e il patriarcato è più necessaria che mai. Altra traccia che spicca per intensità e contenuto lirico è sicuramente Arm Your Daughters, un brano crust/hardcore con pochi fronzoli e che non ne vuole sapere di scendere a compromessi, una mazzata in pieno volto di furiosa rabbia femminista che si scaglia contro la violenza patriarcale e la cultura dello stupro. Attitudine, qualità nel songwriting, intensità, gusto per le melodie, toni anthemici dosati con intelligenza, infinite dosi di rabbia e coscienza politica, tutte queste componenti fanno di Catharsis un disco di cui si sentiva estremamente bisogno e che, ne sono certo, rimarrà a lungo negli ascolti assidui di molti di noi.

Non mi piace fare classifiche o inutili “competizioni” in ambito hardcore/punk, ma mi concedo uno strappo alla regola e vi dico che questo Catharsis se la gioca insieme a Crimson Dawn degli Ahna per il titolo di migliore disco crust dell’anno. Cosa ci fate ancora qui? Correte ad ascoltarlo e ad acquistarlo! Mai indietreggiare, mai arrendersi, mai morire! La fine di questi tempi sarà la nostra catarsi.