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Culto del Cargo – Memorie in Lingua Morta (2020)

Ma che vita è la nostra? In questo pianeta di fabbriche e cimiteri, il cervello sciopera.

Il gruppo di cui vi parlerò oggi è da anni uno dei miei preferiti all’interno della scena hardcore italiana, tanto su disco quanto in sede live (visti infinite volte sempre volentieri) dove riescono ad essere ancora più devastanti e brutali. Il nome stesso del gruppo in questione ha sempre catturato il mio interesse da wannabe antropologo e affascinato visto che riprende un termine utilizzato per descrivere un particolare culto millenarista sincretico apparso in alcune società e culture indigene della Melanesia. Ho pensato spesso di recensire i loro primi due lavori in studio, il demo del 2011 e il successivo Nel Nome della Tecnica l’uomo macina carne, ma per mille motivi ho sempre procrastinato. Fino ad oggi, visto che finalmente mi trovo a scrivere i miei pensieri e le mie impressioni in merito al nuovissimo album in studio intitolato Memorie in Lingua Morta, disco che attendevo da troppo tempo a dire la verità. Probabilmente arrivati a questo punto della recensione avrete già capito di chi sto parlando…

Memorie in Lingua Morta, si potrebbe tradurre sinteticamente come la solita mazzata annichilente di grinding crust hardcore firmata Culto del Cargo, che, dopo sei anni, tornano con la loro ricetta devastante come un uragano che si abbatte sulle nostre esistenze senza alcuna pietà e senza lasciarci momenti per riprendere fiato. Brutali e intensi, sempre animati da una palpabile rabbia bellicosa e selvaggia che emerge palpabile in ogni brano, i Culto del Cargo ricominciano da dove avevano interrotto, ovvero lasciando solamente cumuli di macerie e polvere al loro passaggio, ancora una volta, per l’ennesima volta. Anche questa ultima fatica Memorie in Lingua Morta è autoprodotta dal gruppo triestino, mantenendo così fede all’etica e all’attitudine do it yourself che dagli albori segna il progetto Culto del Cargo. Dodici schegge impazzite di rumore che affrontano argomenti classici per un gruppo crust-core, dalla critica all’alienazione capitalista all’invettiva contro la mercificazione e il consumismo imperante nell’attuale epoca della merce, dalla psicosi securitario-nazionalista che invoca a gran voce la costruzione di muri e la difesa dei confini ad un nichilismo in senso anarchico che attraversa e contraddistingue tutte le liriche del gruppo veneto. Nonostante le tematiche siano le solite e ricorrenti per un genere come il crust/hardcore, vengono però sviscerate con la solita qualità lirica e compositiva che contraddistingue i Culto del Cargo fin dalla prima demo e che io continuo a vedere come loro marchio di fabbrica.

Il disco si apre con la furia devastante di una traccia come“Nella Sicurezza di un Nuovo Medioevo”, una vera e propria mazzata in pieno volto che lascia immediatamente inermi prima di venire travolti definitivamente da un vortice di riff grind/crust-core senza via d’uscita e da una batteria brutale che ti martella il cervello fino a sbriciolarlo. E il copione, o meglio la ricetta dei Culto del Cargo, prosegue su queste coordinate anche con la seguente “Autopsia sul Cadavere del Capitalismo”, altra traccia furiosa e selvaggia che deflagra senza mostrare alcuna pietà. Una doppietta iniziale che, per la sua estrema intensità e la sua istintiva furia selvaggia, si presenta ai miei occhi e alle mie orecchie come una dichiarazione di guerra  verso tutto e tutti, una promessa di distruzione totale a cui nulla può sfuggire. Una delle mie tracce preferite è invece “Massa contro il Muro”, accompagnata da un titolo e un testo che citano a più riprese l’iconico “La Classe Operaia va in Paradiso” di Elio Petri con protagonista il grandioso Gian Maria Volontè, brano attraverso il quale i Culto del Cargo muovono un’aspro attacco all’alienazione lavorativa e al mito della produttività capitalista che sacrifica tutto, tanto l’essere umano quanto l’ecosistema e gli animali, sull’altare del profitto di pochi. Tracce come “Muri più Alti” o “Il Boia Perfetto” erano invece già state pubblicate in precedenza su compilation benefit come Non Un Sasso Indietro Vol. II (benefit a sostegno della lotta contro frontiere e CIE/CPR) e Asfissia – Compilation Ardecore Benefit (a sostegno di Radio Blackout), a voler sottolineare che l’hardcore per i Culto del Cargo non sia solo musica ma anzitutto un mezzo con cui lottare ed esprimere la propria solidarietà e complicità con chi lotta contro questo esistente fatto di carceri, repressione, controlli, frontiere e sfruttamento. Potrei continuare a scrivere altre infinite righe per parlare di brani come “Come in un Gioco di Specchi” o “Il Futile Indispensabile”, ma credo sia del tutto superfluo perchè il mio consiglio, arrivati a questo punto, è solamente uno: correte ad ascoltare questo Memorie in Lingua Morta, fatevi prendere a pugni dal bellicoso quanto annichilente grind-crust-core dei Culto del Cargo e compratevi il disco senza indugiare oltre!

I Culto del Cargo dimostrano ancora una volta, come se ce ne fosse bisogno, di essere una garanzia in termini di attitudine, brutalità e qualità. E questo nuovo Memoria in Lingua Morta è probabilmente il disco più sincero, intenso e politico pubblicato in ambito hardcore di tutto il 2020. Il delirio rende liberi, la mia felicità è ancora il vostro patibolo.

 

Absolut Country of Sweden

 

Nell’ultimo periodo di questa ennesima estate terribile fatta di lavoro e zero vacanze, mi son ritrovato spesso ad ascoltare tre dischi usciti nel corso di questo tragico 2020, accorgendomi solamente in un secondo momento si trattasse di tre lavori provenienti dalle lande svedesi, nonchè tutti e tre prodotti da e pubblicati tramite la Phobia Records, etichetta diy maestra nello scovare, produrre e supportare quanto di meglio ci sia attualmente in giro in ambito d-beat/hardcore e crust. Questa ennesima tormenta di furioso vento scandinavo proveniente dalla Svezia mi ha dunque invogliato a scrivere le righe che state leggendo, per il semplice fatto che l’hardcore/d-beat (qualcuno lo definirebbe kangpunk) svedese ha sempre ricoperto un ruolo importante all’interno dei miei ascolti (Avskum e Anti-Cimex su tutti) e rimane tuttora uno dei sound che maggiormente apprezzo all’interno del vasto panorama hardcore punk. Dunque, per farla breve con questa introduzione tediosa e futile e per lasciare finalmente spazio alle “recensioni” e alla scoperta dei protagonisti di questo articolo, ecco a voi tre nuove uscite che, pur senza inventare nulla di nuovo, vanno a dare nuova linfa alla scena hardcore/d-beat svedese. Tre band e altrettanti dischi che potremmo definire assolutamente rappresentativi delle varie e per certi versi, anche se in minima parte, differenti tensioni che hanno animato nei decenni la scena d-beat/punk svedese, e che, pur mantenendo un’iconico quanto seminale swedish sound,  riescono nell’ardua impresa di non suonare tutte completamente uguali, regalandoci così tre lavori estremamente godibili e pregni di quell’attitudine e quel sapore old school che non stona veramente mai. In poche parole, Absolut Country of Sweden… Niente di più, niente di meno.

Exploatör – Avgrundens Brant

Gli Exploatör sono un “super gruppo” della scena hardcore/d-beat svedese; tra i componenti troviamo infatti gentaglia già attiva in gruppi come Warcollapse, Disfear, Dischange e soprattutto Totalitar. Non a caso i Totalitar appaiono fin dal primo ascolto come la principale e viscerale influenza degli Exploatör, e questo nuovo disco ha il grande pregio di riuscire a trasmettere la stessa attitudine e le stesso sapore di quei due classici della scena hc svedese che rispondono al nome di Ni måste bort e Sin egen motståndare. Un disco che, per via del sound e dell’approccio del gruppo, potrebbe addirrittura sembrare prodotto e registrato tra la fine degli anni 80 e l’inizio dei 90, ed è stata probabilmente intenzione del gruppo conferire al disco intero un aurea che richiama fortemente la vecchia scuola kangpunk svedese. Ammetto si faccia davvero fatica ad aggiungere altre parole per descrivere le dieci tracce che compongono un album solido e irruento come Avgrundens Brat, un concentrato rabbioso e appassionato di hardcore punk/d-beat in salsa svedese dal sapore profondamente old school e che, traccia dopo traccia, manifesta un amore sincero verso la fondamentale lezione che hanno lasciato i Totalitar (tra gli altri) sulla scena scandinava e su quella mondiale. In poche parole, se sentite la mancanza dei Totalitar e da anni siete alla ricerca di un gruppo degno di prendere il loro testimone, non ci sono dubbi, gli Exploatör fanno al caso vostro e dovreste correre immediatamente ad ascoltarli senza remore! Absolut T-beat worship!

Socialstyrelsen – Med Rädsla För Livet

Med Rädsla För Livet , è invece il primo full lenght in casa Socialstyrelsen, giovane gruppo con le radici ben salde nella tradizione crust punk svedese dei primi anni duemila. Partendo da sonorità che ricordano certe cose fatte dagli ultimi Avskum, i/le nostr* giungono ad un sound che li avvicina agli immortali Skytsystem e addirittura ai Martyrdod, tanto i più recenti quanto quelli di dischi come in Extremis o Paranoia, ovvero un d-beat/crust punk influenzato profondamente da tendenze che si potrebbero definire “neo crust” (termine che aborro) e da pulsioni dal sapore vagamente black metal. In questo quadro di sfumature e influenze, di tensioni e sonorità, i Socialstyrelsen riescono però a sintetizzare un sound quanto meno personale se non proprio originale, dimostrando una buona capacità compositiva, sopratutto per quanto riguarda alcuni riff veramente azzeccati, e grazie sopratutto alle vocals graffianti della cantante Hanna che rendono la proposto del gruppo svedese estremamente godibile e di assoluto impatto. L’attitudine e la sincerità con cui i/le nostr* suonano e interpretano i quattordici brani (alcuni addirittura anthemici come Alltid Knivfull) presenti su questo Med Rädsla För Livet sottolineano tutta la passione che muove i Socialstyrelsen nel spararci addosso questa tempesta di swedish crust punk che non lascia scampo e che per quasi ventidue minuti ci prende a cazzotti in pieno volto senza tregua, senza mostrare alcuna pietà o segni di cedimento. Crust punk ist krieg!

Parasit – Samhällets Paria

Ci troviamo dinanzi ad un altro gruppo pieno di volti noti della scena svedese (punk e non solo), visto che nei Parasit possiamo trovare brutti ceffi che suonano o hanno sunato in band del calibro di Asocial, Diskonto e addirittura nei death metallers Interment. Il sound dei Parasit, a differenza degli altri due dischi che abbiamo affrontato sopra, parte si da un’hardcore punk chiaramente di matrice svedese ma risulta più marcio, meno melodico e nel complesso dunque più pesante e sporco, come se la lezione seminale di band come gli Asocial o i Mob 47 fosse stata estremizzata al punto giusto, rimanendo su quel confine labile che divide i territori propri dell’hardcore svedese dai lidi dominati da sonorità metal più o meno estreme. Sono principalmente le vocals ad opera di Henke che in alcuni frangenti sembrano oltrepassare questi confini  per dar vita ad un’ibrido a metà strada tra uno scream vagamente black metal e un urlato più tipico del crust. Un suono crudo e rabbioso, dal riffing veloce quanto basta per dar l’impressione di venir travolti improvvisamente senza lasciar possibilità di prendere fiato e da una batteria serrata su ritmi principalmente d-beat che ci martella in testa fino sbriciolare la nostra mente e tutto ciò che la abita. Nessuna inversione di rotta significativa o chissà quale innovativa dose di originalità nel sound proposto dai Parasit, ma ancora una volta, in direzione sempre ostile, rabbiosa e convinta sulla propria strada, il gruppo svedese ci spara nelle orecchie a tutto volume una perfetta sintesi, furiosa e brutale, di tutto ciò che è stato il seminale e primordiale hardcore/kangpunk svedese. Citando proprio gli Asocial, band che al mio orecchio rimane la più viscerale influenza che emerge dal sound dei Parasit: “How Could Hardcore be Any Worse?”.

Evil Fragments #03

 

Terzo attesissimo appuntamento con Evil Fragments, come dovreste ormai sapere rubrica interamente dedicata a sonorità crust punk e d-beat. Mai come questa volta ci troveremo ad affrontare quasi esclusivamente lavori usciti recentemente in ambito d-beat e raw punk che affondano le proprie radici in profondità tanto nel sound svedese quanto nella affascinante scena giapponese, grazie alle ultime devastanti uscite di Fragment, Languid e Scarecrow. Ci sarà spazio però anche per parlare dell’ultimo ep targato Alement, gruppo a quanto pare cresciuto a pane e stench-crust di matrice britannica, perchè, ed è bene ricordarlo, i “frammenti del male” sono tanti, diversificati e pronti ad inghiottirci senza lasciarci vie di fuga o attimi per riprendere fiato, trascinandoci giù con loro in un abisso dominato solo dall’oscurità!

Alement – Onward (2019)

Onward, ultima fatica in casa Alement, è un perfetto esempio di apocalittico stench-crust punk dal sapore ottantiano che pesca a piene mani dall’underground britannico dell’epoca e dalla lezione primordiale di gentaglia brutta, sporca e cattiva del calibro di Axegrinder, Deviated Instinct ed Hellbastard. Niente di nuovo sotto al sole, ma vi assicuro che questo ep di sole tre tracce è quanto di meglio si possa ascoltare ultimamente se si è amanti viscerali di quel brodo primordiale a metà strada tra il metal e il punk conosciuto a suo tempo come stenchcore. I toni epici e le atmosfere oscure che avvolgono i tre brani disegnano paesaggi guerreschi e lande desolate post-apocalittiche in cui solo la desolazione regna sovrana e ciò che resta degli esseri umani è divorato dalla rassegnazione più totale. Sedici minuti abbondanti per immergersi completamente in questa tempesta oscura di stench-crust in cui emergono prepotenti le influenze più doom e thrash metal degli Alement, influenze che rendono ancora più affascinante l’ascolto dell’intero lavoro. Non c’è molto altro da aggiungere dinanzi ad un ep così interessante, se non forse soffermarsi e sprecare fiato e parole per parlare del gusto che i nostri dimostrano per la creazione di aperture melodiche dalle tinte scure e per la costruzione di atmosfere terrificanti che accompagnano la nostra discesa nelle viscere di Onward, un disco che potrebbe benissimo esser stato partorito dalla scena crust britannica di fine anni 80. E mentre la conclusiva titletrack ci accompagna fuori dalla tormenta stench-crust scatenata dagli Alement, gli ululanti venti del caos spirano preannunciando l’apocalisse che verrà…

Languid – Submission is the Only Freedom

Con questo nuovissimo Submission is the Only Freedom, i Languid tornano all’assalto con la loro devastante miscela di crudo hardcore punk/d-beat condensata in otto feroci tracce che non lasciano scampo e sembrano non aver la minima pietà per le nostre orecchie. Se mai ce ne fosse stato bisogno (e la risposta è ovviamente affermativa) i nostri punx canadesi riescono ad incarnare con questa ultima fatica in studio il perfetto punto di incontro e di sintesi tra lo swedish d-beat sound degli Anti Cimex di “Absolute Country of Sweden” e il rumoroso raw punk dei  Disclose di “Once War Started”, mantenendo sempre le radici ben salde nella primigenia lezione d-beat dei maestri Discharge, regalandoci così otto tracce devastanti e pronte a distruggere qualsiasi cosa si trovi per errore sul loro cammino. La doppietta che ci introduce a questo Submission is the Only Freedom rappresentata da “Stench of Death” e “No Peace“, mostra fin da subito l’irruenza battagliera del sound proposto dai Languid che, come un tornado ci inghiotte, ci trascina con sè e non ci lascia un secondo per riprendere fiato. “Path of Devastation”, così come la penultima “In Darkness“, è invece una di quelle tracce che riescono ad imprimersi nella memoria fin dal primo ascolto grazie sopratutto ad un riffing preciso, ad un assolo accennato ma quanto mai azzeccato e delle vocals abrasive che richiamano sia i primi Discharge sia gli Anti-Cimex. In generale gli otto brani, avvolti in una patina dai tratti vagamente crust, presenti su questa ultima fatica dei canadesi Languid non superano praticamente mai i due minuti di durata e proprio per questo riescono a colpire nel segno sotto forma di brevi quanto devastanti assalti di d-beat/hardcore punk che lacerano la carne e lasciano solo macerie al loro passaggio. Infine, nota di merito per l’artwork di copertina che accompagna Submission is the Only Freedom, un’artwork in grado fin da subito di rendere chiari gli intenti bellicosi e privi di pietà espressi dal sound crudo e irruento dei Languid. Absolute country of Canada… nient’altro che questo.

Fragment – Serial Mass Destruction (2020)

Serial Mass Destruction, ultimo lavoro targato Fragment, è una assoluta mazzata in pieno volto di raw d-beat punk che non lascia spazio ai compromessi e che sembra non provare alcuna pietà nei nostri confronti. Affondando le radici tanto nella scena d-beat svedese quanto in quella raw punk giapponese, i nostri punx canadesi di Halifax celati dietro il nome Fragment, ci regalano solo otto minuti di intensità e rabbia che non guardano in faccia niente e nessuno, tirando dritti per la loro strada come una tempesta che inghiotte e distrugge tutto ciò che si trova dinanzi. Un disco purtroppo di sole cinque tracce che si conficcano nella nostra carne facendo deflagrare in tutta la sua potenza questo concentrato di rumoroso e crudo d-beat/hardcore che riesce perfettamente ad insinuarsi nella nostra testa. I Fragment non inventano nulla di nuovo, certo, ma sanno maneggiare e modellare la materia d-beat in modo del tutto personale e godibile, al punto che ci si troverà più volte di fila ad ascoltare questo devastante “Serial Mass Destruction”, un lavoro che difetta solamente nella durata, davvero troppo esigua per un lavoro così intenso e che sa come colpire nel segno ed imprimersi nella memoria. Discharge, Disclose, Framtid, Mob 47 e primissimi Anti-Cimex sono le principali influenze condensate nella proposta e nel sound dei Fragment, ma i nostri riescono ad aggiungere a tutto questo una minima dose di personalità che ci permette di godere a fondo dell’ascolto di questo Serial Mass Destruction senza aver l’impressione di “fin troppo già sentito”, rischio che spesso si corre in ambito d-beat/hardcore, scena estremamente satura negli ultimi tempi, ad essere sinceri. It’s only a mass of Scandi-japanese raw sound attack and that’s the way i like it baby!

Scarecrow – Revenge (2020)

Un vortice di violento e roboante vento scandinavo accompagna una tempesta furiosa di d-beat punk… ecco da cosa veniamo inghiottiti quando iniziamo l’ascolto di questo devastante Revenge ultima fatica in studio per gli Scarecrow. Un d-beat hardcore/kångpunk radicato in profondità nella scena svedese degli anni 80/90 e che si inserisce in quel solco scavato a suo tempo da dischi fondamentali come “Karnvapen Attack” dei Mob 47, “Crucified by the System” degli Avskum ma soprattutto “Sin Egen Motståndare” dei Totalitar! Un hardcore punk furioso e senza cedimenti, sorretto in modo estremamente godibile da ritmi d-beat vecchia scuola che riportano alla mente un modo tutto svedese di suonare questo genere, tanto che si avrà spesso la sensazioni di essere all’ascolto di qualche lavoro sconosciuto della scena kangpunk degli ’80. Rabbia viscerale e irruenza espressiva che sembra non conoscere compromessi o soste sono le sensazioni che trasudano da questo Revenge, una vera e propria mazzata in pieno volto che lascia storditi , in cui gli otto brani (tutti molto brevi) prendono le sembianze di schegge di d-beat/hardcore impazzite che vanno a conficcarsi nelle nostre orecchie senza alcuna pietà. Ne sono esempi perfetti la seconda traccia intitolata “This Misery“, in cui si sente profondamente l’influenza dei Totalitar, “Ourorobos” e “Zero Tolerance”, ottimi momenti di rabbioso d-beat/hardcore pronto a distruggere qualsiasi cosa e che lascia addosso una voglia indescrivibile di pogare selvaggiamente, incuranti dei lividi e delle ossa rotte. Scandi…ehm no, North Carolina Jawbreaker!

 

 

“We Are the Raging Storm” – Intervista ai Kombustion

Un mesetto fa ho parlato su queste pagine di “Cenere“, prima fatica in studio dei milanesi Kombustion, gruppo che si ispira profondamente alla scuola d-beat crust svedese e che mi ha piacevolmente sorpreso. Poco tempo dopo ho avuto l’occasione di girare a Daniele e agli altri membri del gruppo una serie di domande riguardanti il loro progetto, a cui hanno risposto in modo interessante ed esaustivo e proprio per questo son certo troverete godibile la lettura di questa chiacchierata/intervista. Lascio la parola ai Kombustion che hanno tante cose da dire, abbattendosi con l’irruenza di una tempesta di rabbia e nichilismo su questo mondo affinché ne rimangano solo macerie e cenere!

Ciao ragazzi! Partiamo con la domanda più banale e scontata possibile: come e quando è nato il progetto Kombustion? E come vi è venuto in mente di chiamarvi così?

L’idea di suonare è partita nel 2015, ma nella pratica ci siamo messi al lavoro solo nel 2016. Ci siamo presi circa un anno ancora, a dire la verità, per darci un po’ di tempo per ingranare bene e migliorare il più possibile. Alla fine, il progetto era nato dalle teste di persone che venivano tutte da esperienze e idee di musica differenti quindi c’è voluto un po’ perché riuscissimo a tirar fuori il casino che volevamo fare, come lo volevamo fare.

Il Nome Kombustion è stata una conseguenza quasi obbligata più che una scelta. Abbiamo sempre voluto avvicinarci all’immaginario di apocalisse e distopia e contemporaneamente pescare a piene mani dagli anni ‘80.
Un esempio che sposa alla perfezione entrambe queste realtà è la saga di Mad Max, dove il mondo, pellicola dopo pellicola, decade in una voragine di follia e devastazione creata dagli stessi esseri umani. Un mondo di rabbia e caos, che si discosta dal classico immaginario positivista di “futuro”, che suona come rumore piuttosto che come una melodia.
Proprio così ci immaginiamo il futuro: non una melodia composta da popoli illuminati e cooperanti, ma un rumore di denti che digrignano e voci che urlano odio.

Cosa vi ha spinto inizialmente a decidere di mettere su un gruppo e di suonare un genere che pesca a piene mani tanto dal crust punk di scuola svedese quanto dal metal?

Siamo amici da una vita e, chi più o chi meno, abbiamo sempre bazzicato intorno a questo genere di musica. La decisione di iniziare a suonare è partita più come idea vaga, che poi grazie alla fermezza di Alice si è effettivamente concretizzata in realtà.

Ci ispiriamo palesemente a band come Wolfbrigade, Disfear o Tragedy, promotori di un genere che pensiamo veicoli al meglio una sintesi tra rumore e rabbia, due elementi che vediamo fondativi del nostro stile. E’ stato però impossibile non inserire influenze dal metal e dal punk HC, vista la diversità marcata che c’è nelle nostre preferenze ed esperienze.

Avete cambiato formazione recentemente, cosa si è modificato in fase di songwriting e composizione con l’abbandono di Alice?

Mantenere il gruppo con un membro a 1000 km è fattibile, ma non per degli stronzi come noi. Provare e comporre coinvolgendo Alice era diventato praticamente impossibile e, insieme a lei, siamo giunti alla conclusione che bisognava avere un secondo chitarrista che fosse sempre presente. Al posto di Alice è arrivato Samu che ha dato un gran contributo a tutto, sia come personalità che come idee.

Dissonanze, refrain sincopati e stacchi improvvisi hanno dato al nuovo materiale una ventata d’aria fresca, pur sempre rimanendo in linea con le composizioni precedenti. Abbiamo trovato la persona giusta al momento giusto: nonostante sia attivo anche in un altro progetto (gli Inferno9, band black metal del lodigiano) Samu si è messo subito al lavoro, molti brani in preparazione sono suoi e la sua mano nella composizione è inconfondibile. Se prima volevamo farci ascoltare per il nostro casino, adesso siamo sicuri che le prossime uscite saranno ancora più destabilizzanti.

Il vostro primo disco “Cenere” è uscito da abbastanza poco. Cosa potete dirci di questo lavoro? Siete soddisfatti? Cosa cambiereste invece?

Il disco è effettivamente uscito da poco e a causa del periodo infelice non siamo riusciti nemmeno a presentarlo ancora come si deve. Avevamo fretta di fare sentire alla gente cosa avevamo da dire, quindi abbiamo inciso appena finito di comporre l’ultimo pezzo (L’altra faccia del nulla) buttandoci a testa bassa. Registrare era fondamentale. Avremmo potuto iniziare ad investire in un progetto minore e magari proporre già del merch, ma siamo stati decisi nel voler incidere subito tutta la musica che avevamo già composto e presentato ai vari live.

Il risultato delle registrazioni è la sintesi dei nostri primi anni: la voglia di fare la nostra musica senza compromessi, l’impegno nella ricerca di uno stile che ci rispecchi e la perseveranza nel rendere un punto di forza i nostri limiti.
Sicuramente, a opere fatte, c’è qualcosa che avremmo cambiato, qualcosa che avremmo fatto meglio e qualcosa che non ci aspettavamo uscisse così bene. Probabilmente a posteriori avremmo sicuramente rifinito meglio alcune canzoni e reso un po’ meno lineari altre, giusto per aumentare quel senso di ‘inadeguato’ ed ‘inaspettato’ che cerchiamo sempre di trasmettere, ma possiamo ritenerci soddisfatti di quanto uscito.

Legata alla domanda precedente, come mai un titolo come “Cenere”?

“Cenere” non è il titolo, Cenere è la previsione di ciò che ormai è una catastrofica divinazione annunciata. Non abbiamo semplicemente voluto mettere un titolo ad un album, difatti nessuna delle nostre canzoni è direttamente collegata ad esso. Abbiamo voluto lasciare un messaggio ben visibile sulla copertina del disco. Ogni canzone è distaccata, ma direttamente dipendente dal termine Cenere, poiché ogni singola traccia riporta a quello: ad una visione oscura e pessimista della realtà, ad un futuro ormai distrutto ancora prima che diventi cenere. Cenere è cosa rimarrà di un mondo dominato da una razza ipocrita, ingannatrice e ossessiva. Cenere è la destinazione ultima dell’evoluzione umana.

Invece i testi chi li scrive? Ma soprattutto da cosa traggono ispirazione e cosa volete trasmettere con essi?

I testi sono in gran parte scritti da Luca, quasi come vere e proprie accuse dirette a destabilizzare il lettore, che solo dopo un lavoro di gruppo prendono forma in ciò che è possibile ascoltare su CD. Abbiamo voluto trattare dei temi un po’ particolari per il disco, perché spaziando dalla misantropia al disprezzo, arrivano ad abbracciare l’intero spettro umano che viene visto come irrimediabilmente corrotto e piegato in ogni sua parte.

Il disco è intriso di questi concetti, a partire dalla copertina, dove in una folla priva di volto (rappresentante il male commesso dai “molti” che viene sempre perdonato e dimenticato) si nasconde un demone tentatore. Questa brucia l’unico vero essere umano, una strega (qui il riferimento al pezzo “Burn the Witch”), su di un rogo dal cui fumo esce la rappresentazione del male commesso dagli uomini, il cerbero che era disegnato anche sul nostro primo demo.
Questi temi tornano nei testi, come nella diade composta da “Lato Sbagliato”, che racconta di chi deve combattere ogni giorno contro tutto e contro tutti per farsi valere, e dalla sua diretta opposta “ L’altra faccia del Nulla”, che invece descrive del come chi si crede superiore e migliore degli altri, sia comunque destinato ad essere dimenticato e, anzi, probabilmente a divenire a sua volta promotore del decadimento umano.

Nella vostra breve “carriera” quali sono i ricordi finora a cui tenete di più?

Tanti ma mai abbastanza. Probabilmente i ricordi migliori sono legati alle trasferte, anche se brevi, dove ogni volta c’è stato qualcosa o qualcuno che ha reso la serata memorabile. Anche se, come sappiamo tutti bene, le serate più memorabili sono spesso le più difficili da ricordare… L’altra faccia della medaglia sono quelle serate che ricordiamo purtroppo benissimo, dove non ne va una giusta, ma anche quelle lasciano tutto sommato bei ricordi e aiutano a migliorarsi.

Cosa significa per voi fare parte di una scena che ha una forte connotazione politica e con pratiche quali il DIY e l’autogestione?

La cultura DIY e dell’autogestione è stata fondamentale per noi. Non saremmo mai riusciti minimamente ad emergere se la situazione fosse stata diversa. L’importanza di impegnarsi a creare qualcosa dal nulla, di aiutarsi a vicenda (che sia portare un amplificatore in più da prestare o anche solo un’asta della batteria), di mettere in piedi serate devastanti ma accessibili, è immensa. Siamo molto felici di essere parte di questa realtà. Anche se siamo un po’ atipici in alcuni tratti musicali, siamo molto felici di aver conosciuto e aver spesso condiviso il palco con grandi persone.

Progetti nel futuro più prossimo dei Kombustion? State già registrando nuovi pezzi?

Abbiamo  scritto e stiamo componendo tanto materiale. Avevamo già pronti dei nuovi pezzi da presentare a Marzo ad una data con i russi Lead by Fear e gli Scemo. Purtroppo la situazione pandemica è precipitata giusto cinque giorni prima della serata e ci siamo ritrovati a dover annullare i nostri piani. Fortunatamente non abbiamo mai smesso di comporre, abbiamo altro materiale, tante idee e un sacco di cose da dire.

Giunti a conclusione di questa chiacchierata vi ringrazio e vi lascio tutto lo spazio per aggiungere quello che volete!

Sicuramente grazie del tempo che ci hai dedicato. E’ stato un piacere sia rispondere all’intervista sia leggere la recensione del disco che hai fatto. Speriamo di aver detto abbastanza e di incontrarci la prossima volta che torneremo sul palco. Alla Prossima occasione per fare Rumore!

“Mentre il collasso della civiltà umana avanza…” – Intervista agli Human Host Body

La prima volta che mi sono imbattuto negli Human Host Body è stata grazie ad un loro split insieme ai canadesi Storm of Sedition e posso ammettere senza problemi di essermi infatuato immediatamente del loro “d-beat possessed metal”, una devastante formula in cui convivevano (e convivono tuttora) pulsioni crust punk e tensioni black metal. Qualche giorno fa ho fatto una serie di domande agli Human Host Body per parlare non solo strettamente della loro musica e dei loro progetti futuri, ma sopratutto per affrontare insieme questioni come la piaga del nazi-fascismo all’interno della scena black metal, le posizioni anti-civilizzazione e anarchiche che animano il loro progetto e pratiche come l’autoproduzione e l’autogestione che sono strettamente legate alla scena punk-hardcore. Preparatevi perchè le parole degli Human Host Body, proprio come la loro musica, si abbattono come una tempesta tuonante sulla civiltà umana per decretarne l’inevitabile collasso.

Ciao ragazzi! Intanto volevo ringraziarvi per aver accettato di rispondere ad alcune domande. Vi va di presentarvi per chi non dovesse conoscervi? Comè avvenuta la scelta del nome della band?

Ciao! Grazie a te, è un onore chiaccherare con Disastro sonoro! Siamo in quattro Andrej, Dalibor, Luka, Marko e gli inizi degli HHB risalgono alla nostra adolescenza, intorno al 2004. La band è cresciuta con noi e noi con lei siamo diventati adulti insieme. Ultimamente tendiamo a mischiare soprattutto d-beat e metal. Poi è chiaro che tutto cambia, che tutto è sempre in continuo e graduale divenire. Però c’è da dire che ci troviamo proprio bene in queste acque grind/death. Quanto al nome, l’origine è a dir poco demenziale. Ci siamo ispirati a una puntata di South Park (s8e14), quella in cui agli animaletti del bosco serve un corpo, un ospite umano per Satana…

Lo devo ammettere, vi ho scoperti con lo split insieme agli Storm of Sedition e rimasi immediatamente folgorato dalla vostra proposta a metà strada tra crust e black metal. Da dove e come nasce la scelta di mischiare questi due generi?

Lo split degli Agains Empire con gli Iskra, quasi di sicuro quella è stata la prima svolta. Fu una rivelazione folgorante! Col tempo abbiamo capito che ci convinceva, che anzi era un’idea che ci piaceva proprio. D’altra parte ha sicuramente influito molto anche il fatto che qui sulla costa, da dove veniamo, la scena black metal è sempre stata molto forte. Qui poi metallari e punxs si sono sempre tranquillamente frequentati. Alla fine, per farla breve, il succo è che ascoltiamo un sacco di roba, ci piacciono il d-beat, lo stench, il death, il grind e poi proviamo a mischiare tutto insieme cercando di darci un senso. In fondo siamo un misto anche nella band: due metallari per due punx.

Rimanendo a parlare di black metal, saprete meglio di me che la scena black a livello internazionale è piena di gruppi palesemente nazi o di gruppi ambigui che simpatizzano o collaborano con band fasciste, razziste o omofobe. Qual è la vostra posizione al riguardo?

Qua c’è una sola e unica posizione: zero tolleranza per il NSBM e per qualsiasi ideologia fascista e fascistoide. Le nostre radici sono nel DIY punk. Non abbiamo mai suonato a festival metal e la scena metal slovena ci ignora, o meglio ci considera punk. Da parte nostra non abbiamo alcun desiderio di mescolarci a questa scena. Ci sentiamo a nostro agio nelle realtà occupate, nei centri sociali e negli squat, ma soprattutto ovunque si riunisca, operi e lavori gente che la pensa come noi.

Siete anzitutto un gruppo che viene dal d-beat, e dato che, nella mia ottica ma non solo mia per fortuna, il punk non è solo musica bensì un mezzo per diffondere pratiche come lautogestione o l’autoproduzione e per contrastare concretamente questo mondo fatto di sfruttamento e oppressione, che importanza ha la dimensione della lotta politica nella vita degli Human Host Body?

È fondamentale! Un’arte priva di contenuti politici è un mero prodotto consumistico. Il nostro merch è quasi del tutto autoprodotto, i tour ce li organizziamo da soli. Per noi è questo il modo più autentico in cui si può fare parte di questa subcultura. Luka e Marko poi sono stati in prima linea nell’occupazione e autogestione dell’ex INDE, una fabbrica abbandonata di KoperCapodistria, durata dal 2014 fino allo sgombero nel 2017.

Che ruolo rivestono pratiche come lautogestione o il DIY nella vostra musica e nella vostre esistenze?

Per la  prima metà della domanda vedi sopra :). Quanto alle nostre vite, riveste un ruolo decisamente grande. Grazie a e tramite la musica siamo entrati in contatto con parecchia gente, soprattutto con movimenti che hanno influenzato il nostro modo di percepire il mondo. I tour poi ti portano tra posti e persone dove hai l’opportunità di incontrare o conoscere ulteriormente pratiche a te poco note o sconosciute. Tra l’altro proprio l’andare in tour per vari centri sociali ci ha dato ulteriore slancio e ragioni per l’occupazione dell’ex Inde di KoperCapodistria.

Sulla vostra pagina bandcamp ci tenete a definirvi un gruppo anarchico, vicino alle idee anti-civilizzazione e pro-collasso. Vi va di spiegare meglio queste vostre posizioni politiche e il ruolo che rivestono allinterno della vostra attività di band? Nella vostra coscienza e visione politica, quanto è responsabile l’economia capitalista, che saccheggia e devasta l’ecosistema, del collasso a cui sembra destinata la civiltà come la conosciamo noi adesso?

La maggior parte dei nostri testi parla di quanto sia insostenibile la nostra cosiddetta civiltà. L’anarco-primitivismo è solo una delle teorie critiche di riferimento su come concepire e comprendere la civilizzazione. In linea di massima ognuno di noi quattro ha una sua personale opinione del mondo, siamo però tutti d’accordo sul fatto che la realtà in cui viviamo è alienante. L’economia del capitale è solo un sintomo della civilizzazione industriale. Nel complesso la cosa più problematica è il nostro stile di vita, l’approccio che abbiamo nei confronti della Terra. Siamo troppo focalizzati su noi stessi e ci siamo autocollocati al di sopra di tutte le forme viventi, sul trono. Se ci rendessimo conto che siamo tutti interdipendenti l’uno dall’altro, compresi cioè tutti gli esseri viventi, il pianeta lo ”consumeremmo” in maniera diversa. Il capitalismo si fonda sulla crescita illimitata, cosa che il nostro pianeta non può certo offrire. Per questo l’economia capitalista è insostenibile. Anche tutta sta situazione della pandemia ha mostrato come e quanto il capitalismo sia insostenibile, ma anche qui si tratta di nuovo solo di sintomi. La tutela, la difesa e il rispetto dell’ecosistema, della natura e dell’ambiente in generale sono responsabilità di noi tutti (o almeno dovrebbero). Dare una risposta alla domanda sull’eventuale prossimo futuro collasso della civilizzazione è impossibile. Però siamo davanti a un’occasione da non perdere: questo risorgimento delle coscienze, avvenuto durante la pandemia, va assolutamente sfruttato, soprattutto perchè è sempre più evidente che non si può andare avanti così!

Venite dallIstria, in Slovenia. Volete parlarci della scena punk/metal underground da quelle parti? Comè la situazione lì da voi?

Negli ultimi anni è praticamente morta. Purtroppo. Non sapremmo proprio da dove cominciare… Punto primo: non esistono più spazi autonomi in cui suonare e organizzare serate e concerti. O li hanno chiusi o li hanno riadattati alle logiche capitalistiche. Anni fa la costa era l’epicentro della scena underground. Oggi non è più così, soprattutto perchè le misure intraprese dalle varie giunte municipali agiscono sull’individuo, isolandolo, producendo individualismo e soprattutto reprimendo il pensiero critico, componente fondamentale della creatività. Secondo tasto dolente: le band. Anche se oramai ci stiamo facendo vecchi e stagionati, siamo diversamente giovani, continuiamo a seguire regolarmente la scena e, purtroppo, di nuovi gruppi punk, metal ecc./e compagnia bella, qua non se ne vede nemmeno l’ombra. Una delle ultime novità punk della zona, con già cinque anni di attività alle spalle, sono sicuramente i Pakt, dove Luka suona alla chitarra. Per strada invece incontri sempre meno, e comunque molto raramente, metallari o gente generica che segua manifestatamente una qualche subcultura. Perchè sta succendendo tutto questo? Bella domanda, anzi la domanda del secolo, ma non è il caso di mettersi a filosofeggiare qui perchè sennò lo spazio non basterebbe. Per nostra fortuna comunque, qua vicino ci sono ancora e resistono spazi e soprattutto tanti attivist* e singol* riuniti in collettivi che non demordono e con cui siamo praticamente fratelli. Al momento la concentrazione maggiore di band e posti per suonare è a Postojna. Là ci sono un centro giovanile e due piccoli squat, uno di fatto è un container, l’altro è un’ex pompa di benzina che i ragazzi hanno riconvertito in enorme sk8park. Non lontano c’è anche uno dei locali più longevi della Jugoslavia, il MKNŽ di Ilirska Bistrica, attivo (senza soluzione di continuità/) dal 1966.

Tornando a parlare del vostro split con gli Storm of Sedition, la mia curiosità mi spinge a chiedervi comè nata la collaborazione con il gruppo canadese. Vi va di raccontarcelo? E se non sbaglio siete anche andati in tour con loro, come vi siete trovati? 

Ce l’ha proposto  Goldi della Neandertal Stench Record proprio perchè abbiamo molti temi in comune come ad esempio le teorie anti-civilizzazione. Con alcuni dei membri degli SoS già ci conoscevamo da prima visto che avevamo suonato un paio di volte con gli Iskra, e così alla fine sto split è stato un qualcosa di molto spontaneo e naturale. Quando l’anno scorso sono venuti in tour [europeo?], eravamo d’accordo che avremmo fatto un altro paio di serate insieme. Purtroppo però alla fine per motivi di lavoro non ci siamo potuti unire a loro per tutta la durata del tour, ma solo per un weekend. È stata un’esperienza epica, un week-end che rimmarrà nella storia e nei nostri ricordi, anche perchè abbiamo stretto ancora di più coi ragazzi. Speriamo di riuscire a tornare a collaborare con loro a breve. Dal vivo poi gli SoS spaccano e sono anche cresciuti assai pure nello stile una band davvero cazzuta/coi controcazzi!

L’ultimo vostro lavoro è una demo rilasciata nel 2018. State lavorando a un nuovo disco? Che progetti avete per il futuro?

In realtà abbiamo già un intero disco registrato e mixato, stiamo cercando di farlo uscire su vinile. Stiamo valutando una serie di etichette e prendendo accordi sul mandarlo in stampa il prima possibile. Ci stiamo preparando a nuove registrazioni, ma ora è tutto rimandato a tempo indeterminato causa pandemia. Uno dei probemi maggiori è che i confini sono stati chiusi e non possiamo andare in Italia. Questo perchè la nostra sala prove si trova a Padriciano,[quartiere di Trieste?] subito dopo il confine, e ancora oggi non sappiamo con precisione quando potremo veramente tornare in sala Per ora ci stiamo arrangiando con un po’ di roba recuperata dai cascioni/in cantina, vecchi amplificatori e una batteria che ha visto giorni migliori e proviamo a casa di Dalibor.

Siete passati anche in Italia qualche anno fa per suonare live, se non ricordo male a Bologna insieme ai Void Forger, che ricordi avete di questa/queste date? Cosa pensate della scena punk/hc italiana?

L’ XM24 di Bologna è stata la prima data del tour con i Void Forger del 2018, da lì poi siamo riusciti a arrivare fino alla Mensa occupata di Napoli. (Bei tempi). Tra le date italiane di quel tour, il posto che più di tutti ci ha lasciato un bellissimo ricordo è il CSA Officina Trenino di Porto S. Giorgio e il loro giovanissimo collettivo. Incontrarli ci ha infuso di grandi speranze nel senso che ci ha rincuorati assai: esistono ancora giovani interessati ai centri sociali e alle occupazioni, agli squat e ai posti autogestiti e all’organizzazione di serate e concerti! Ste cose ti danno una bella scarica di energia e ti spronano a continuare a fare quello che stai facendo. C’è da dire però che in tutti questi anni abbiamo suonato un po’ in giro per lItalia malgrado proprio in Italia ci sia sempre stato difficile chiudere serate il che è assurdo considerato che viviamo praticamente dietro l’angolo. Abbiamo organizzato diverse serate per gruppi italiani sui palchi sloveni, ma raramente ne abbiamo ricavato qualcosa, quasi mai abbiamo avuto indietro qualcosa di concreto. Finora, ogni volta che durante un tour volevamo suonare in Italia, le serate italiane sono sempre state le più difficili da chiudere. Ci stuzzica l’idea di suonare al sud e isole. A parte Napoli, non ci abbiamo mai suonato. La scena punk/hc italiana è sempre stata storicamente forte, anche oggi ci sono un casino di ottimi gruppi ancora in giro. Noi conosciamo e frequentiamo soprattutto le band del nord, tra cui abbiamo diversi amici, e anche per questo suonare in Italia è una figata/uno spasso perchè così hai l’opportunità di incontrare tutti quei punx che non vedi così spesso.

Ragazzi grazie ancora per il tempo che dedicherete a rispondere a questa intervista, concludete aggiungendo qualsiasi cosa vi passi per la testa mi raccomando!

Grazie a te, significa davvero molto per noi quest’intervista. Non poter suonare dal vivo è una tortura, ci manca un sacco. Speriamo che sta cazzo di pandemia finisca il prima possibile e che presto ci potremo vedere a qualche concerto e/o squat!! Viva!

Lo Spirito Continua – Prossime coproduzioni

Annuncio con grande gioia e orgoglio che la schiera di coproduzioni targate Disastro Sonoro aumenterà in qualità e quantità nei prossimi mesi con la pubblicazione fisica di due dischi assurdi in ambito hardcore punk e d-beat/crust che rispondono al nome di “In Bilico nel Reale dei Destinazione Finale e di “Eschaton“, nuovissimo lavoro in casa Amphist. Perché il punk è supporto e collaborazione prima di tutto e perché lo spirito continua!

Due settimane fa i campani Amphist hanno finalmente annunciato l’uscita del loro nuovo album “Eschaton” attraverso la pubblicazione di un nuovo brano dal titolo What The Thunder Said”.

Il disco vedrà la luce grazie ad una vera e propria cospirazione DIY che vede la collaborazione delle seguente etichette e distro : UP the PUNX Rec.D.I.Y Koło RecordsBologna PunxFresh Outbreak RecordsSeaside Suicide RecordsPirate Crew RecordsMastice ProduzioniPassione Nera RecordsL’Home MortQuebranta RecordsCalimocho DIYToxic Sele Crew100£ AutoprodSiro Recs. Il disco, piccolo spoiler, sarà una vera e propria mazzata di d-beat crust punk/death metal che continua il discorso musicale intrapreso con il precedente “Waking Nightmare” ma ne innalza il livello qualitativo, risultando essere uno dei migliori dischi crust punk usciti nella scena italiana negli ultimi anni. Fatelo vostro appena uscirà, non ve ne pentirete!

Ho già recensito a fondo il nuovo disco dei Destinazione Finale in questo articolo , quindi non serve che sprechi troppe altre parole per dirvi quanto mi sia piaciuto l’hardcore punk vecchia scuola suonato dal gruppo fiorentino.

Oggi posso annunciare finalmente con estrema felicità che “In Bilico nel Reale” vedrà la luce in forma fisica anche grazie alla collaborazione di Disastro Sonoro tra le varie distro/etichette DIY impegnate in questa bomba di coproduzione. Come già detto mesi fa, i Destinazione Finale ci danno un’ottimo esempio di come sia possibile riproporre un certo tipo di hardcore fortemente radicato nella tradizione classica senza suonare banali e scontati, ma anzi facendo emergere una buona dose di personalità e di attitudine sincera. Lo spirito continua pur rimanendo in bilico nel reale che ci opprime!

 

Schegge Impazzite di Rumore #10

Decimo appuntamento con le Schegge Impazzite di Rumore? Davvero? Incredibile tutta questa costanza da parte mia, non me lo sarei mai aspettato. Al di là dell’autoironia, questo decimo capitolo della miglior rubrica in cui la scena punk hardcore italiana possa attualmente imbattersi (sto a scherza’), è una sorta di speciale e vi spiego anche perché. Praticamente un anno fa stavo lavorando effettivamente al primo numero della fanzine cartacea di Disastro Sonoro e dunque in occasione di questo evento mai concretizzatosi avevo scritto una manciata di “brevi” recensioni che fino ad oggi non hanno ancora visto la luce. Qualche giorno fa le ho ritrovate, riguardate e dopo averle rilette (e sistemate) mi sono accorto non facessero così tanto schifo e che avrebbero meritato di veder la luce. Visto che lasciarle lì a marcire non ha troppo senso, quale migliore veste se non Schegge Impazzite di Rumore per pubblicarle? Ecco, dunque buona lettura tra scemi, idioti civilizzati e altre canaglie punx.

Idiota Civilizzato, Vecchio Son, Bologna

Scemo – Caccia alle Streghe (2019)

Dalla scena underground milanese viene vomitato fuori questo nuovo progetto dall’inequivocabile nome (sono quasi convinto sia una citazione diretta al brano dei Peggio Punx) che pubblica la sua prima fatica dall’incisivo titolo “Caccia alle Streghe“. Gli Scemo sono un’entità impegnata a suonare un hardcore punk senza fronzoli, veloce quanto basta e che tira dritto per la sua strada, riuscendo a condensare in dieci tracce sia la lezione più classica del genere di scuola italiana e statunitense (primi Negazione, Peggio Punx o Poison Idea per fare dei nomi) sia gruppi più recenti e moderni che però si rifanno ad un’attitudine coerente e in linea con la vecchia scuola hc. Difatti al primo ascolto di “Colpo Basso“, traccia posta in apertura di questo “Caccia alle Streghe“, ho immediatamente pensato ai Tørsö , ma anche a gruppi come Wallbreaker o Exit Order (ma senza le melodie vagamente post punk di questi ultimi). Ecco se volessi in estrema sintesi definire gli Scemo potrei pensare a loro come la versione italiana dell’hardcore rabbioso dei Tørsö, chiaramente non solo perchè entrambi i gruppi hanno in comune le rabbiose vocals femminili, ma sopratutto per l’attitudine in your face, per l’intensità che attraversa tutto il disco e per la capacità di scrivere pezzi hc fuoriosi e adrenalinici a cui è seriamente difficile resistere. Se non siete scemi e sceme correte veloci ad ascoltarvi questa bombetta di hardcore punk, non ve ne pentirete!

A Culture of Killing – The Feast of Vultures, The Cry of a Dove (2019)

A Culture of Killing è una one man band milanese cresciuta a pane e anarcho punk in salsa “Crass Records”, questo in breve. Ma in realtà addentrandosi nell’ascolto di questo “The Feast of Vultures, The Cry of a Dove…“, scopriamo che c’è molto di più. Già sul precedente debutto di qualche anno fa nel sound proposto da Luca (mente e corpo dietro questo progetto) si ritrovano tutti gli ingredienti più classici del genere, nonostante questo “The Feast of…” suoni più vicino ai The Mob e agli Zounds piuttosto che all’irruenza più rabbiosa di Crass o Conflict. Inoltre A Culture of Killing non si fa mancare nemmeno divagazioni melodiche in territori post-punk in stile Vex e A Touch of Hysteria e qualche pulsione addirittura goth che rendono il sound molto più variegato e personale, riuscendo a catturare quel sapore e quel gusto per le melodie oscure/decadenti tipiche di certe uscite dell’underground post-punk e death rock britannico degli anni ’80 . Citando una famosa pubblicità, cosa vuoi di più dalla vita? Rilasciato a marzo dello scorso anno, questo lavoro merita di essere ascoltato più e più volte, sopratutto se avete un’ossessione morbosa (come il sottoscritto) per tutto quello che è uscito dalla “Crass Records” e dall’underground britannico anarcho/post-punk dal 1979 al 1984.

Golpe – Subisci, Conformati, Rassegnati (2019)

Caos non musica. Potremmo terminare così, liquidando in tre parole la proposta dei Golpe, nuova misteriosa entità libera e selvaggia che se ne sta in agguato negli abissi polverosi della metropoli milanese pronta ad attaccare con tutta la sua furia cieca. Cinque tracce di caos non musica, ribadisco, che parte dalla primordiale lezione degli immortali Wretched, prende in prestito tutto il marciume del d-beat hardcore giapponese di Warhead, Crow e simili e arriva a lambire territori d-beat/crust svedesi cari a Mob 47, Anti Cimex e Totalitar. Raw d-beat/hardcore classico, non originale ma estremamente godibile, suonato con attitudine e passione e che riesce a dare quel sapore fortemente old school che sta sempre bene e di cui sono perfetti esempi tracce come “Istruzioni di Vita” o “Non Piegarti“. Stanchi di subire l’esistente, esistenze non conformi che creano crepe nel quotidiano per farla finita con la rassegnazione e l’abitudine che lentamente corrode e uccide. Caos non musica, affinché non rimangano che macerie di questo mondo!

Idiota Civilizzato – Civiltà Idiota (2019)

Nuovo Ep in casa Idiota Civilizzato! Quattro nuove schegge di rumore impazzite ancorate come al solito alla vecchia scuola dell’hardcore punk italiana degli anni ’80! “Civiltà Idiota” potrebbe benissimo trattarsi di un misterioso Ep registrato, dimenticato e mai pubblicato intorno al biennio 1983-85, epoca d’oro dell’hardcore punk italiano. Le sonorità a cui sono fortemente legati gli Idiota Civilizzato hanno infatti lo stesso sapore, la stessa rabbia, la stessa identica irruenza e la stessa attitudine del punk hardcore che fu e difatti si può udire in modo chiaro l’influenza che le prime fatiche dei Declino, dei Peggio Punx, dei primissimi Negazione e degli Impact hanno avuto sulla musica degli Idiota Civilizzato! “Uno e Nessuno” e la conclusiva “Guerra di Spettri” son due vere e proprie scariche furiose di pugni nello stomaco e personalmente le ritengo essere le tracce migliori di questo “Civiltà Idiota“. So’ cortellate quando volete, cantava qualcuna tanti anni fa e “Civiltà Idiota” è proprio questo: coltellate selvagge dal primo all’ultimo minuto. Liberi e selvaggi contro questa civiltà e la sua idiozia!

“La Vita che Nasce dalla Putrefazione” – Intervista ai Kompost

Ho avuto recentemente l’estremo piacere di fare due chiacchiere (“intervistare” purtroppo è un termine che non riesco a digerire, troppo professionale e a me i critici musicali stanno in culo) con i Kompost, gruppo crust/d-beat trevigiano in cui mi sono imbattuto e immediatamente innamorato nel lontano 2016 grazie al loro, ad ora, ultimo disco una studio intitolato “La Vera Bestia”. Lascio la parola ai membri del gruppo perché hanno davvero messo anima e corpo in queste risposte, scrivendo molte cose interessanti. Ringrazio nuovamente i Kompost per essere stati così esaustivi nel rispondere alle mie domande! Kompost, nient’altro che la vita che nasce dalla putrefazione.

Ciao ragazzi! Partiamo con le banalità e una breve presentazione per chi non dovesse conoscervi. Quando e perché nascono i Kompost? Ma soprattutto, com’è avvenuta la scelta di questo nome?

Pozze: I Kompost nascono originariamente come progetto dai resti degli Idiosincrasia da me e Nicolò̀ (ex-chitarrista) perché sentivamo il bisogno di esprimerci e di portare avanti un qualcosa che sentivamo di dover fare. Le prime prove, vista la necessità che sentivamo, sono state esplosive dal punto di vista creativo, della serie in tre prove buttate giù sei canzoni dall’inizio alla fine! Nicolò, che da anni lavora nel mondo dell’agricoltura biologica, cercava un nome che rimandasse a quell’ambito, da questo a Bre è venuta l’idea di dare “Kompost” come nome “con la K perché fa più CRUST”. La vita che nasce dalla putrefazione: un concetto che racchiude un po’ il senso filosofico che proviamo a mettere nella nostra musica. La marcescenza (la fine, la disgregazione, l’oblio) come prodromo inevitabile alla vita e alla rinascita, un passaggio doloroso ma necessario. Pari alla leggenda della fenice come significato ultimo, ma tolto da quella purezza che si può identificare nel fuoco (che pulisce, sterilizza), una trasformazione che per quanto positiva è sporca e putrescente, non è veloce ma è un processo lento e disgustoso. Il risultato comunque è il medesimo, il rinnovamento della vita. In questo senso credo che sia un modo di rappresentare il nostro punto di vista in una sola parola.

La vostra proposta è sempre stata caratterizzata da sonorità dedite al crust punk più intransigente. Come mai la scelta di suonare proprio questo genere?

Si tratta di un genere che unisce due fronti estremi della musica violenta, la testardaggine del metal fusa con l’aggressività̀ drogata del punk. Crediamo che il Crust sia un genere perfettamente in linea con il nostro punto di vista esistenzialista. Un genere che oltre ad avere un suono che dal punto di vista musicale ci prende bene e che a nostro avviso si adatta perfettamente al sentimento che proviamo rispetto al mondo. È un genere che riesce a includere la delusione per lo status quo e al contempo la rabbia che ne deriva. Una sorta di lamento rabbioso di chi è incastrato contro la sua volontà in una situazione che sembra schiacciarlo, ma che nonostante appaia incontrovertibile e destinata non può essere accettata passivamente. Non suoniamo per seguire le tendenze, ma perché come genere, il Crust, si adatta alla perfezione a quello che è il nostro messaggio quasi fosse uno sfogo, una catapulta da caricare, una pietra da lanciare.

Legata intimamente e logicamente alla domanda precedente, quali son stati i gruppi che vi hanno influenzato maggiormente nella composizione della vostra musica?

I gruppi che di più sentiamo come ispiratori provengono dalla scena svedese come i Disfear e Wolfbrigade, da quella americana come Tragedy e From Ashes Rise, da quella spagnola, Ictus, Cop on Fire, Ekkaia, dalla scena inglese tipo Fall of Efrafa. Abbiamo una certa predilezione per il neo-crust a cui, in certe parti dei nostri brani, proviamo ad avvicinarci. È innegabile ovviamente che ci siano influenze da tutta una serie di altri sottogeneri e che i gruppi da cui volontariamente o involontariamente traiamo ispirazione sono innumerevoli, anche perché cerchiamo comunque di aggiungere elementi sonori che possono essere compresi nel d-beat, nel thrash o nel caro vecchio hardcore. Cerchiamo di inserire un po’ tutti quelli che sono i generi che hanno influenzato la nostra storia musicale.

Il crust è un genere che, dopo aver avuto un exploit intorno ai primi anni duemila, sembra esser stato oramai accantonato all’interno della scena, almeno in quella italiana. Come vi spiegate questa praticamente scarsità di gruppi e uscite crust punk oggigiorno?

Sarco: Io credo che il Crust Punk non lasci tanto “spazio di manovra” nel senso che penso abbia un pubblico più circoscritto rispetto alla maggior parte degli altri sottogeneri del punk e forse per questo le aspettative rispetto al genere si sono “stabilizzate”. In più credo questo genere sia espressione di rabbia, valvola di sfogo. Credo che il Crust debba parlare della parte più schifosa del mondo in cui viviamo. In questo momento mi sembra che molte persone si accontentino di passare una bella serata, ascoltare gruppi che sicuramente sono bravi e meritano l’attenzione di tutti ma parlano di niente o di quanto bello sia fare festa fino a star male. Ci sta, ma il mondo fa anche schifo e bisogna rendersene conto. E tanti fanno finta che tutto sia bello e tranquillo. D’altronde viviamo nel mondo dell’ “andrà tutto bene”. La gente sta male, muore o non riesce a mangiare perché non lavora e se va bene è prigioniera a casa sua o in fabbrica. Sì, andrà tutto bene, ma solo per voi egoisti che non avevate problemi prima e che non ne avete ora nonostante tutto ‘sto casino.

Ivan: Non so se rispondere in modo stronzo o contenuto alla domanda; la società influenza sicuramente le scelte artistiche delle persone, pure nell’ambito della musica “ribelle”. Molti si aggrappano a generi passati per nostalgia, molti ne inventano di nuovi per sperimentazione, molti rimangono fedeli a ciò che ascoltavano o suonavano anni prima perché continuano a rimanere incazzati e furiosi. Il Crust punk è alimentato dalla rabbia. La gente non è più incazzata come prima: si ritrova rassegnata, nella loro “scena” musicale fatata, predicando cose indignate di un tempo che non sentono più. Ed ecco che il Crust viene accantonato perché evidentemente c’è bisogno di divertirsi più che di incazzarsi. Ma io amo incazzarmi.

Pozze: è difficile dare una risposta univoca a questa domanda, secondo me il fatto è che la scena punk (come qualsiasi altra) è soggetta a mode. Lungi da me affermare che vengano messi in piedi progetti per “rispondere” alla tendenza del momento, ma ovviamente la nascita di nuovi gruppi viene influenzata da cosa ascolta chi li forma. Potrebbe essere che dal punto di vista estetico il Crust possa essere visto come datato, un genere che ormai si è esaurito nella sua propulsione creativa e innovativa (detto in parole povere che i gruppi diano l’impressione di essere una minestra riscaldata). Io non sono d’accordo a tale proposito e, come dicevo nelle risposte precedenti, è il genere che più si addice alla nostra idea di fondo. In tal senso non mi pongo il problema dell’eventuale presenza nella scena di progetti simili al nostro, dato che è questa la sonorità che sento adeguata al nostro modo di vedere.

Bre: A mio avviso, questa scarsità di gruppi e uscite non è strettamente legata ad un singolo genere come ad esempio il Crust punk ma a quasi tutta la scena underground connessa all’hardcore. Non esiste più un ricambio generazionale. Noi rimaniamo tra i più giovani in questo campo ed ormai abbiamo raggiunto i trent’anni, il che è allucinante. Sono sempre più rari i ragazzini ai concerti o tra i gruppi. Le band che già esistono da tempo stanno esaurendo idee e spirito proprio perché il loro messaggio arriva sempre alle stesse persone e mai ad un pubblico più allargato.  Ecco il perché di questa scarsità.

Federico: A parer mio, (quasi da “outsider”) la vedo un po’ come una trasformazione che è avvenuta per molti generi, non riconducibile solo al Crust.
Con cambiamenti avvenuti sia nella modalità di ascolto della musica stessa e sia nella presenza di pubblico ai concerti, con un genere fortemente legato alle persone e all’ideale che rappresenta come il Crust era inevitabile una conseguenza simile. Nei vari live a cui ho partecipato, vedendo la gente che ci partecipa, noto di essere sempre tra i più giovani presenti alle serate, e bene o male vedo sempre che quelli legati più fortemente al genere sono in maggior parte quelli che avevano la mia età negli anni di exploit del genere. In ogni caso questo ragionamento è applicabile all’Italia ma non esattamente al resto del mondo, ci sono paesi anche europei che invece sono molto più legati a questa cultura e che partecipano attivamente a concerti, iniziative, acquistano dischi e merch e ne seguono l’evoluzione. Mi è bastato vedere per esempio la situazione in Croazia durante la data al Monteparadiso per capire che, anche solo appena fuori dai confini italiani, c’è molto più movimento su questo tema rispetto a dove viviamo noi e che la fascia di età dei presenti si abbassa. La gioventù sostenta il genere e spinge chi lo produce a far sempre di meglio per tenere alta la propria bandiera, è proprio un’altra cosa dal mio punto di vista, dipende molto dall’attitude, dalla cultura che circonda questo genere di musica, da quanto il pubblico è disposto a dare per supportare chi la fa. Essendo un genere underground è molto più facile che, in un paese con una gioventù come la nostra, venga accantonato per generi parecchio più mainstream e che non ci sia nessuno spiraglio di crescita per band che cerchino di emergere seriamente in una situazione musicale come quella presente attualmente nel nostro paese, c’è sempre speranza, ma dubito fortemente che si possa tornare ad avere lo stesso impatto sul pubblico tramite il Crust e in generale con altri generi underground ora come ora.

Ha qualche significato particolare per voi suonare crust punk?

Sarco: Sono un tipo molto paziente, non mi arrabbio (quasi) mai e sicuramente è anche perché, suonare un genere che parla di tutte le cose che mi urtano, è la miglior valvola di sfogo che io possa avere. Se non suonassi Crust probabilmente avrei già ucciso una dozzina di persone eheh!

Federico: Per me è il primo approccio a questo genere, ho sempre amato il punk in tutte le sue forme e ho ascoltato nella mia crescita musicale parecchi gruppi di tanti sottogeneri di esso, quando mi si è presentata l’occasione di poter suonare in una band che facesse Crust ho subito accettato, mi è bastato ascoltare un paio di tracce e ho capito che era una cosa che faceva per me, mi piace il suono pesante e l’energia che mi da e per me la cosa più importante o per dire “il significato” del suonare Crust è suonare qualcosa che apprezzo nella sua forma e che mi dia carica nel momento in cui c’è da suonare live, la sensazione di trasmettere la propria energia e vederla riflessa nel pubblico è impagabile.

Nel 2016, ai tempi della vostra (aihmè) ultima fatica in studio (intitolata “La Vera Bestia”), rimasi folgorato e mi innamorai subito tanto da scriverci una appassionata recensione. Cosa vi ha ispirato nella composizione di quel disco e nella scrittura dei testi?

Pozze: quello che ha ispirato “la vera bestia” è per quanto mi riguarda il senso di schifo che giornalmente ci procura la situazione in cui siamo costretti a vivere. Come dicevo anche prima è la sensazione che i problemi con cui (ognuno di noi, a prescindere dalla fede politica o dalla condizione sociale) siamo costretti ad affrontare, talmente tanto radicati che nella mente della maggior parte delle persone hanno raggiunto addirittura il grado di leggi naturali immodificabili, quasi non fossero dei meri costrutti ideologici ma degli assiomi su cui si regge il mondo. Il fatto tragicomico è che appunto perché vengono vissuti in questo modo questi costrutti hanno forza. Parlo di cose come il sistema capitalistico, l’idea di stato-nazione (e relativi confini), il consumismo, ecc. Vedere che ci stiamo torturando (e noi siamo pure nella parte “giusta” o “fortunata” del mondo) per qualcosa di puramente ideologico è intollerabile, sento la necessità di dichiararmi contrario a tutto ciò.

In generale, cosa cercate di trasmettere con i vostri testi? Da cosa prendete ispirazione?

Ivan: Beh… lo schifo per la gente che fa schifo. Il nostro odio verso la stragrande maggioranza di quell’umanità̀ che ci circonda, con l’ignoranza, con la disumanità, con i confini. Il prendere una persona e farne una cosa da usare, il trattare una schifosissima società come della merda da espellere dal culo perché tanto poi ne arriva altra e “loro hanno fame”. L’ispirazione arriva dalle cose che non ci piacciono. Se arrivasse dalle cose carine faremmo ska, porcodio.

Come già detto, il progetto Kompost sembra essere piombato in un silenzio assordante dal 2016, almeno a livello di registrazioni e pubblicazioni. Come mai questo periodo di silenzio? State lavorando ad un nuovo disco per caso?

Dopo la pubblicazione dell’album purtroppo abbiamo attraversato prima un periodo di “rallentamento” dovuto ad un paio di cambi di line-up e poi un periodo di stop a causa di impegni personali ed improrogabili di uno di noi. Avevamo ripreso da due/tre mesi a suonare per sistemare gli ultimi dettagli delle nuove canzoni che avevamo in progetto di registrare, ma è intervenuto il fato con l’allegra pandemia che ci ha costretto a posticipare il tutto. Rispetto alle date (se possiamo essere stronzi) dobbiamo dire che nella scena, come in tutte le congregazioni umane del resto, ci sono dinamiche un po’ fastidiose per le quali se si deve scegliere, si fanno sempre suonare gli amici degli amici. Capita che lo stesso gruppo tu te lo possa vedere in metà dei concerti a cui vai perché vengono chiamate sempre le stesse persone grazie a conoscenze e che altri gruppi vengano un po’ snobbati. Fa un po’ tristezza la cosa, anche perché poi quando riusciamo a suonare vediamo che da parte del pubblico c’è un riscontro positivo nei nostri confronti. E questa discrasia tra riscontro positivo e quasi totale assenza di proposte da parte di organizzatori vari da un po’ fastidio.

Nella mia, e per fortuna non solo mia, visione la musica punk hardcore e relativi sottogeneri vanno di pari passo con una critica totale all’esistente capitalista, alla sua oppressione e reprressione quotidiana e con pratiche di lotta e di autogestione. Che importanza ha per voi Kompost lottare o diffondere pratiche come l’autogestione o l’autoproduzione?

Sarco: Io sono un ossimoro, suono punk e lavoro in fabbrica, uno dei posti peggiori che io abbia mai avuto la sfortuna di frequentare. Devo quindi passare otto ore delle mie giornate in un covo di ignoranti, egoisti e frustrati. Bella merda. Ma questo non fa che dare forza a quella che potrei dire, essere la mia filosofia di vita: farmi i cazzi miei e arrangiarmi per fare qualsiasi cosa (nel limite delle mie capacità), a partire da riparazioni domestiche varie, costruire giocattoli per mia figlia, fare il pane e cucinarsi il cibo, fare le grafiche e montare semplici video per i social del gruppo, fino ad arrivare a cose più concrete come comporre, registrare e stampare un album con le nostre risorse o autofinanziarsi i viaggi per andare a suonare in giro. Se prima di comprare qualcosa riesco a farmela da solo (o riesce a costruirmela mio padre ahah) è meglio. E poi dai, quanto cazzo e soddisfacente farcela con le proprie forze?

Ivan: L’autogestione e l’autoproduzione sono essenziali per la scena musicale come per l’uomo. Contrariamente alle associazioni o ai grandi gruppi, questa è una realtà che permette alla persone di comunicare in piena libertà senza vincoli né costrizioni, scontrandosi però con i rischi che possono nascere, ma che ci vuoi fare… senza rischio non c’è vita.

Bre: Come gruppo abbiamo sempre cercato,per quanto possibile, di sostenere diverse iniziative legate all’autogestione e all’autoproduzione. Sappiamo che sono tempi difficili per continuare a essere attivi in quest’ambito ma penso che il contributo di ogni singola persona può essere utile anche solo avendo coscienza di quello che sta accadendo nella nostra società. Bisogna comprendere che il nostro modo di vivere quotidiano rimane pur sempre un valido aiuto al fine di migliorare questa merda di mondo. Suonare ed organizzare concerti a favore di una causa costa fatica, tempo e (purtroppo) denaro ma rimane il modo più immediato per dare un apporto concreto a chi ne ha bisogno.

Pozze: Secondo me la questione dell’autoproduzione (parlando ad esempio de “la vera bestia”) è simbolo dell’impegno personale che mettiamo e del fatto che crediamo nel nostro progetto. Ci siamo messi in gioco e d’impegno perché pensavamo che ne valesse la pena. Uscire da una logica prettamente commerciale di investimenti per guadagno consente innanzitutto di poter presentare qualcosa che è stato completamente pensato ideato e creato unicamente secondo quelle che sono le nostre idee e inclinazioni. L’album che abbiamo registrato lo abbiamo personalmente seguito in ogni singolo aspetto (per fare un esempio l’immagine sul CD l’ho stampata a casa di un amico copia per copia, o le copertine ritagliate a mano e inserite nelle custodie) e ognuno di noi ha messo le proprie competenze/conoscenze per arrivare a produrre l’album (un esempio a caso, il primo che mi viene in mente, Bre ha curato tutta la parte grafica del libretto interno). In generale è un qualcosa che, a mio avviso, da un valore aggiuntivo a un “prodotto” (nel senso letterale e non consumistico del termine). Nel nostro piccolo abbiamo sempre cercato di supportare iniziative di questo genere, che escono dalla squallida logica di mercato e che di conseguenza sono espressione spontanea di un interesse reale e non “spinto” verso una direzione predeterminata. Che si tratti di luoghi di aggregazione, abbigliamento, musica o qualsiasi altro ambito, l’idea di autogestione o autoproduzione porta con sé questi due aspetti fondamentali, a mio avviso, la libertà rispetto a logiche di mero profitto e l’impegno personale.

Per concludere questa lunga quanto interessante e ricca di spunti chiacchierata, lascio spazio ai carissimi Kompost per dire il cazzo che passa loro per la testa.

Kompost: Vorremo cogliere la palla al balzo innanzitutto per ringraziarti di questa intervista e per ringraziare tutti coloro che abbiamo conosciuto in questi anni anche grazie all’ex collettivo Treviso Punx e al collettivo Saetta Autoproduzioni.
Inoltre vorremmo citare un gruppo di nostri amici dalla Repubblica Ceca con cui, sia noi che altri nostri amici (Jack Rottame dei DDT su tutti), abbiamo instaurato un forte legame da ormai sette anni tramite scambio date. Più volte siamo andati a suonare dalle loro parti e siamo rimasti sempre colpiti dal loro entusiasmo e dalla loro foga. Anche nel paesino più disperso troverete sempre molte persone che si sbattono per i concerti e che hanno voglia di conoscere nuovi gruppi. Pare di ritornare in Italia a dieci anni fa. Loro sono un chiaro esempio di cosa voglia dire essere costanti nell’attitudine e solidali tra persone. Grazie quindi ai ragazzi della “Znojmo HC”, Kratos, Micha , Vojta, Cirda, Herry Boss ecc. e ai loro gruppi che vi consigliamo vivamente di ascoltare se vi piace il Crust-Raw Punk grezzo ma di impatto! (Dis-K47, Midnatt Dod, Moral Hangover, Rozruch)

Comunicato Numero Zero

Compagni/e punx rivoluzionari/e, siamo rimasti tranquilli e abbiamo sofferto la violenza del sistema per troppo tempo. Ci attaccano quotidianamente. La nostra risposta sarà violenta ed il problema non è se la rivoluzione sarà violenta o meno. Non subiamo ogni giorno gli orrori della violenza statale e della guerra? La violenza del sistema è ovunque e ci opprime nella nostra vita quotidiana. Lo sfruttamento salariale e le nostre stesse esistenze sacrificate sull’altare del profitto non sono forse, ogni giorno, guerra? Le morti nelle carceri, gli omicidi nei CPR, i morti alle frontiere dell’Europa e nel Mediterraneo non sono forse, ogni giorno, guerra? La devastazione ed il saccheggio degli ecosistemi in nome degli interessi del capitale non sono forse, ogni giorno, guerra? La pacificazione sociale imposta con la repressione brutale e mantenuta con il controllo e la sorveglianza delle nostre vite non è forse, ogni giorno, guerra? Fratelli e sorelle non possiamo delegare il nostro desiderio di iniziare l’offensiva, noi dobbiamo attaccare. Qui e ora.

E ancora una volta saremo pronti a riconoscere gli sconosciuti come amici attraverso le loro azioni. Che si uniscano alla brigata arrabbiata del disastro sonoro dieci donne e uomini animati dalla scintilla della violenza rivoluzionaria abbandonando la lunga agonia della sopravvivenza; da questo momento finiscono i tempi della disperazione e dell’alienazione e inizia finalmente la festa dell’insurrezione. Queste sono parole di rabbia, fratelli e sorelle, compagni e compagne punx, ed è giunto il momento di armarle queste parole. 

E’ da troppo tempo che la rivoluzione bussa alle porte delle nostre città noiose. Lasciamo dunque divampare la gioia di distruggere in modo totale questo mondo che ci distrugge ogni giorno. Non e’ più tempo di parole, non è più tempo di proclami. La gioia armata è ancora nel cuore.

La Brigata Arrabbiata del Disastro Sonoro

Data sconosciuta, ancora chiusi nella città contaminata e iper-sorvegliata. Finirà mai? Quando annunceranno che tutto questo sarà finito, con proclami gioiosi di ritorno alla normalità, speriamo sia solo la fine della loro pace e l’inizio della nostra, per troppo tempo attesa, vendetta. Senza dimenticare, in tutto questo, cari miei e care mie, signore, punx, compagni, signori compagne, che solo il crust farà da colonna sonora all’insurrezione che verrà. Perchè, mi sembra stupido doverlo ribadire, solo il crust ci salverà. E ancora una volta sono qui a parlarvi di tre dischi e tre gruppi della scena crust punk italiana degli anni Duemila e dell’importanza che hanno avuto per me, visto che purtroppo sono nato troppo tardi per vivermi in prima persona quel periodo storico e quella scena. Tutto quello che scriverò sarà profondamente soggettivo, come lo è stato dal primo giorno in cui decisi di aprire questo blog, anche perchè, per scelta, non sono un critico musicale e soprattutto perchè lascio la triste ambizione di fare il critico musicale a chi in queste sonorità non vede altro che merci alternative da cui trarre profitti.

Partiamo dal 2003, anno in cui viene registrato e dato alle stampe “L’Oblio Copre Ogni Cosa” secondo disco dei Disforia dopo il primitivo demo pubblicato l’anno prima e intitolato “Quattro Frammenti di Orrore Quotidiano”. Un disco, questo “L’Oblio Copre Ogni Cosa”, che quando recuperai anni fa mi fece subito pensare di star ascoltando un lavoro seminale per l’allora scena crust punk italiana. E seminale lo fu davvero, visto che stiamo parlando di uno dei primi lavori pubblicati nella penisola caratterizzati da sonorità crust-grind che si rifacevano tanto ai Doom di “War Crimes (Inhumans Beings)” e di “Total Doom” quanto agli Extreme Noise Terror di “A Holocaust in Your Head” e “Phonophobia”, senza abbandonare l’influenza primordiale del d-beat dei Discharge. Il nome stesso scelto dai Disforia sembrerebbe voler richiamare l’influenza dei Discharge utilizzando appunto una parola avente come suffisso “Dis-“, come fatto da infiniti altri gruppi a livello internazionale. Tornando a parlare nello specifico dello splendido “L’Oblio Copre Ogni Cosa”, il disco viene introdotto da un’intro di un minuto e mezzo che ci fa piombare immediatamente nell’oscurità costruendo un’atmosfera dai tratti apocalittici. Ma è con le prime note di “Infermità Mentale” che si viene inghiottiti da una tempesta di devastante grinding d-beat crust punk, un sound aggressivo e brutale che avanza bramoso di distruzione e che non si placherà fin quando di questo mondo non rimarranno che inutili macerie. La proposta dei Disforia appare come attraversata da una ferocia barbara,  da un’odio istintivo e da una esigenza espressiva inarrestabile che trasuda da ogni singola nota di ogni singolo brano presente su questo “L’Oblio Copre Ogni Cosa”. Un disco che non cesserò mai di ritenere fondamentale, quanto meno per l’evoluzione dei miei gusti.

Nel Mio Mondo il Sole Non Sorge Mai“, secondo disco dei Disprezzo, esce nel 2004 ed è una tempesta di crust punk profondamente radicato nella lezione della scena svedese, sia quella della prima ondata (Anti-Cimex e Avskum) sia quella venuta più tardi (Disfear e Wolfpack), imbastardito con frequenti incursioni in territori black metal. Già dal titolo si può percepire un’atmosfera apocalittica e oscura di amebixiana memoria ed infatti la titletrack, che ci introduce a questo magnifico lavoro, ci travolge immediatamente e senza pietà con una tempesta di furioso e tuonante crust punk impreziosito da riff di matrice black su cui si stagliano imperiosamente vocals infernali e lancinanti. Dieci tracce per un totale di 25 minuti che continuano a diramarsi sulle coordinate di un crust/d-beat di matrice svedese che però sembra intimamente teso ad esplorare gelide ed oscure lande black metal, creando soprattutto attraverso melodie di chitarra e un martellante lavoro dietro le pelli, paesaggi e atmosfere dai toni estremamente cupi ed apocalittici. Le pulsioni (black) metal sembrano animare in profondità il sound dei Disprezzo ed emergono difatti prepotentemente nel riffing e in alcune soluzioni melodiche della chitarra così come negli assoli, riuscendo in questo modo a rendere più variegate le varie tracce in cui ci imbattiamo durante l’ascolto di questo, a mio parere, magnifico “Nel Mio Mondo il Sole Non Sorge Mai”. Il tono apocalittico che attraversa l’intero disco viene evocato in modo perfetto da tracce come “Un Giorno” o “Xx/xx/xxxx”, ottimi esempi di moderno crust punk di scuola svedese in cui il riffing di chitarra e la batteria martellante la fanno da padroni assoluti e travolgono con una furia senza eguali. Inutile continuare a parlare nello specifico di questo o quell’altro brano, perchè “Nel Mio Mondo il Sole Non Sorge Mai” è uno di quei dischi in cui bisogna tuffarcisi a capofitto senza pensarci mezzo secondo, ascoltandolo dall’inizio alla fine senza riprendere mai fiato. E’ un disco assurdo in cui convivono in modo perfetto le pulsioni crust e quelle (black) metal, dunque un disco che, per gusti personali, rimane uno dei migliori pubblicati all’interno della scena punk italiana nei primi anni duemila.

“Deboli creature incatenate, destinate al nostro piacere, spero non vi siate illuse di trovare qui la ridicola libertà concessa dal mondo esterno, siete fuori da confini di ogni legalità, nessuno sulla terra sa che voi siete qui. Per tutto quello che riguarda il mondo voi siete già morti”. Si apre con questo spezzone, tratto probabilmente dal film-capolavoro “Salò o le 120 Giornate di Sodoma”, il bellissimo “Figli della Vostra Catastrofe” dei romani Dirty Power Game, disco che vede anch’esso la luce nel 2004. Il sound dei Dirty Power Game affonda le proprie radici nella lezione seminale di dischi quali “A Holocaust in Your Head” degli Extreme Noise Terror e “Unrest” dei Disrupt, un crust-core/grind in cui si sente ancora tutta l’influenza dell’hardcore punk di wretchediana memoria. “Figli della Vostra Catastrofe” ha una batteria costantemente martellante che alterna ritmi d-beat ad improvvisi e brutali blast beats capaci di riportare alla mente addirittura i seminali Asocial di “How Could Be Hardcore Any Worse?” del 1982. La prima traccia in cui ci imbattiamo è la devastante “Cappio alla Gola”, un furioso assalto di grinding crust-core accompagnato da un testo aggressivo che si scaglia contro la democrazia, le carceri e tutto il nostro mondo, promettendo, come fosse una dichiarazione di guerra scandita da un’alternarsi di vocals tra Nicola e Massimo, che “cresce e avanza la mia voglia di distruggere”. La successiva “Niente”, una feroce aggressione di grind/crust-core in cui si sentono perfettamente gli echi di Doom, Extreme Noise Terror e Disrupt, è sorretta da ritmi d-beat insistenti e brutali che sembrano poter sbriciolare le ossa. Con questo devastante quanto brutale concentrato di grinding-crust punk, un’assalto barbaro e che non mostra il minimo segno di cedimento, i Dirty Power Game non lasciano scampo a niente e nessuno, disseminando dietro di se solamente macerie e rovine.

 

Questi sono solamente altri spunti che ritengo validi e interessanti per la lotta dei/delle punx rivoluzionari/e destinati ad essere discussi, corretti e soprattutto messi in pratica senza perdere tempo. In questi tempi e in quelli che verranno i padroni e lo Stato hanno paura di possibili rivolte e ribellioni. Ecco allora che dobbiamo essere pronti più che mai per non ritornare a nessuna rassicurante normalità. Per non essere mai più disarmati, armiamo la nostra gioia.

“Shadows of the Past” // Bhopal – Age of Darkness (2010)

Il nostro tempo sembra definitivamente scaduto, l’umanità si trova ormai condannata all’estinzione o alla dannazione eterna. Il buio senza fine cala velocemente su quello che rimane delle nostre vite, mente orde di creature sovrannaturali devote unicamente al culto del caos calano fameliche sulle nostre città. La caccia selvaggia è iniziata… Primitive fiere e sanguinari esseri pagani banchettano tra le macerie del mondo di ieri, mente tuoni e fiamme illuminano il cielo. L’era dell’oscurità è giunta.

Son passati ormai dieci anni dalla pubblicazione di “Age of Darkness“, titolo dell’unico full lenght pubblicato dai Bhopal, gruppo di Alessandria che vedeva tra i suoi membri gentaglia già nota per aver suonato nei Jilted e nei Mortuary Drape. Un disco di cui mi innamorai al primo ascolto e che credo sia stato apprezzato molto meno di quello che meritasse. Un disco inoltre che oggi mi azzardo a definire quasi dimenticato dai più, anche se qualcuno sicuramente smentirà queste mie parole in tempo zero. Per questo motivo, e per il fatto che rappresenta, a mio avviso, uno dei migliori lavori di crust-core/d-beat al contempo melodico e metallico mai partoriti dalla scena italiana, ci tengo a spenderci due parole, inaugurando inoltre in questo modo una sorta di nuova categoria di recensioni chiamata “Shadows of the Past” (prendendo in prestito il titolo del primo capolavoro di death metal finlandese firmato Sentenced) in cui parlerò di dischi usciti in un passato più o meno recente e che, sempre a parer mio, sono stati spesso ingiustamente sottovalutati.

Ricordo perfettamente che anni fa, quando mi imbattei per la prima volta in questo devastante “Age of Darkness”, l’artwork di copertina, enfatizzato dall’utilizzo del bianco-nero, mi portò alla mente, con le dovute proporzioni l’opera Åsgårdsreien del pittore norvegese Peter Nicolai Arbo, che tutti in realtà conosciamo per esser stata usata da Quorthon sulla copertina del capolavoro “Blood Fire Death” dei suoi Bathory. Il soggetto di questo dipinto è la caccia selvaggia, un tema ricorrente nella mitologia dei popoli germanici e norreni. Tale citazione alla “caccia selvaggia” sembra riproposta proprio sulla copertina di “Age of Darkness” dai Bhopal,  con la presenza per l’appunto di quello che appare sotto le sembianze un dio nordico affiancato da altre due creature sovrannaturali, una dalle fattezze di lupo e l’altra dalle sembianze umane. Tutte e tre sembrano emergere da una tempesta brutale dominata da tuoni e fulmini che sembra prossima ad abbattersi  con violenza barbarica su una città impotente al fine di raderla al suolo, inghiottenda così tutti i mortali che trova sul suo cammino, preannunciando, forse, quell’era dell’oscurità a cui fa riferimento il titolo stesso del disco. Immaginate ora l’ascolto di questo disco come se ci trovassimo ad essere spettatori di un corteo di creature sovrannaturali che dominano il cielo notturno, scatenando tempeste senza fine e facendo calare l’oscurità eterna tra terrificanti grida di guerra e orde di creature barbariche pronte a lasciare solo macerie al loro passaggio.

Mi creda, prima il genere umano scompare dalla terra, meglio è…

È proprio questa citazione tratta dal film “Il Seme della Follia” del maestro Carpenter ad introdurci nel tempestoso viaggio nelle profondità di “Age of Darkness”, prima di lasciarci in balia della furia cieca di “Bike Punk Apocalypse“, vero e proprio assalto di annichilente d-beat/crust che ci fa assaggiare fin da subito tutta la brutalità barbarica che ci travolgerà senza pietà alcuna per tutti i trentacinque minuti di durata del disco. Credo sia superfluo e tedioso spendere parole per parlarvi di questa o quell’altra traccia, perchè ci troviamo dinanzi ad uno di quei lavori che ci inghiottono come una tormenta che non ha intenzione di placarsi e che non ci lascia ne momenti di quiete ne attimi per riprendere fiato. Veniamo difatti immediatamente investiti da una tempesta di crust punk melodico di scuola scandinava che non disdegna continue incursioni in territori death metal, così come e selvaggi assalti in ambienti black, pur sottolineando costantemente che le proprie radici son ben salde nella seminale scena d-beat svedese. Le influenze dei Bophal su questo disco vanno dai Tragedy ai Wolfpack/Wolfbrigade, passando attraverso i primi Martyrdöd, gli Skitsystem e perfino gli Entombed. I Bhopal riescono a modellare una materia iper sfruttata come il crust/d beat di stampo svedese seguendo le loro pulsioni più personali, riuscendo a costruire, attraverso un uso accurato della melodia, momenti di  tensione che attraversano tutte e dieci le tracce e un’atmosfera generale che oscilla per tutta la durata del disco tra toni epici che alla lontana possono ricordare in certi frangenti addirittura i Bathory e echi apocalittici che possono portare alla mente quel brodo primordiale consociuto come stenchcore.

Dopotutto, continuando con i riferimenti alla mitologia, l’essere testimoni di una caccia selvaggia è considerato presagio di catastrofi imminenti e questo “Age of Darkness”  può essere visto come un’ode nichilista alla distruzione più barbarica disegnando paesaggi apocalittici. Che calino presto le tenebre eterne sull’umanità destinata all’estinzione…