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Soundtrack of the Pandemic Nightmare

Non è facile parlare di pandemia, quarantene, covid-19 e delle disastrose conseguenze che tutto questo ha avuto sulle nostre esistenze, su piani completamente diversi che toccano tanto il personale quanto il politico, tanto la sfera psicologica quanto quella materiale. Non è facile e tantomeno ho le energie per addentrarmi in tali discorsi. Per questo motivo nelle righe che seguono mi limiterò semplicemente a parlarvi di alcuni dischi usciti durante questo tragico 2020 e che per chissà quale ragione non avevano ancora trovato spazio sulle pagine di Disastro Sonoro. Tre ottimi dischi che hanno fatto parte costante della mia colonna sonora durante questi due lockdown e che hanno tenuto compagnia al mio isolamento forzato, alla mia rabbia, all’entropia che mi ha assalito divorandomi lentamente, alla sensazione di affogare per sempre tra paranoie e debolezze e a tutte le mie inquietudini che abbracciavano e abbracciano tuttora la sfera del politico e del personale. Perchè non so dire se l’hardcore è ancora una fottuta minaccia per questo esistente fatto di sfruttamento, oppressione, repressione, alienazione, depressione e morte, ma vorrei tanto lo fosse così da poter finalmente far divampare le fiamme della nostra gioia in nome di una vita radicalmente diversa. Ai/alle punx, ai/alle compagnx, ai/alle amicx, a chi non è niente di tutto ciò, a chi non vuole essere più nulla e a chi non ha più le forze per essere qualcosa, questo è Soundtrack of the Pandemic Nightmare!

Life – Ossification of Coral

Continuo a pensare che questo Ossification of Coral, nonostante a mio parere rappresenti uno dei migliori dischi crust punk usciti negli ultimi anni, sia passato invece fin troppo in sordina nel corso del 2020 e sinceramente non saprei spiegarmi il perchè. I giapponesi Life sono in giro dalla fine degli anni 80/inizio dei 90 e hanno sempre dimostrare di essere uno dei gruppi più interessanti, convincenti, intensi e coerenti emersi dall’affascinante scena hardcore punk nipponica. Autori di dischi grandiosi come Violence, Peace and Peace Research pubblicato nel 2013,  lo scorso anno hanno finalmente dato alla luce il nuovo, magnifico Ossification of Coral, quello che a tutti gli effetti si può definire senza remore il manifesto definitivo del crusher-crust punk suonato dai Life. Partendo come sempre da un sound che tradisce l’innegabile influenza della storica scena hardcore/crust giapponese, soprattutto nei momenti maggiormente raw, aggressivi e selvaggi (Crush Them, Endure Every Day o Same as War), i nostri riescono a scrivere tredici tracce radicate in un crust punk costantemente in bilico tra una natura votata alla crudezza e all’istintiva violenza da una parte e la tensione verso incursioni in territori metallici, toni oscuri e atmosfere dal sapore vagamente post-apocalittico dall’altra.

Immaginatevi dunque l’ascolto di Ossification of Coral come una sorta di viaggio tra gli abissi e le diverse sfumature della storia del crust punk nipponico e non solo, passando attraverso tante scuole e influenze differenti che vanno dai Doom ai Death Side (in certe melodie, assoli e riff), dagli Abraham Cross agli Excrement of War, dai Warhead agli Hiatus, dai Bastard alle primissime pulsioni stenchcore britanniche (tracce come la titletrack o Abscence of Life). Come da sempre il punk suonato dai Life è musica di protesta e rivolta, difatti anche nelle liriche di Ossification of Coral sono centrali le tematiche politiche supportate dall’attitudine riottosa e anarchica da sempre marchio di fabbrica dei Life. Basti solo pensare al titolo scelto per questo disco per comprendere il forte messaggio ecologista che permea le liriche del gruppo giapponese e che anima tracce come la titletrack e The End of Mother Nature, così come la sempre presente critica furiosa alla guerra, agli interessi che la muovono e ai suoi orrori, come da classica tradizione d-beat raw punk. Ossification of Coral è dunque un disco assolutamente devastante, un sincero manifesto del crust punk più crudo, riottoso, feroce e intransigente! CRUST AS FUCK LIFE!

Phane – S/t

Se per una volta volessimo giudicare il disco dalla copertina, questo self-titled album dei canadesi Phane si presenterebbe come un selvaggio e devastante assalto metal-punk ottantiano e il gruppo di Vancouver apparirebbe come un’orda barbarica pronta a mettere a ferro e fuoco tutto ciò che trova sulla propria strada, non risparmiando niente e nessuno e totalmente incapace di provare pietà. Bisogna ammettere che questa descrizione non è poi così troppo lontana da quello che andremo ad ascoltare e dalle sensazioni evocate dalle rabbiose quattrodici tracce con cui i Phane ci danno in pasto un’ottimo lavoro che guarda con nostalgia all’hardcore punk britannico degli anni 80.  Non sono moltissime le band attive oggi impegnate a riproporre sonorità hardcore punk radicate nella tradizione di quell’UK82 sound marchio di fabbrica di band storiche come Varukers, English Dogs e soprattutto Broken Bones. Sarà a causa del mio amore mai celato per i Broken Bones e per il fatto che i Phane strizzino spesso l’occhio ai loro lavori migliori, ma continuo a pensare che la band di Vancouver sia la più convincente e godibile nel riprendere certe sonorità capaci di ricordare immediatamente dischi del calibro di Dem Bones o Bonecrusher.

Le incursioni razziatrici in territori metallici sono estremamente presenti nel sound dei Phane, seguendo ancora una volta la strada che intrapresero i Broken Bones fino ad arrivare a  F.O.A.D. o certi English Dogs, ed emergono chiare fin dall’iniziale Golden Calf così come in tracce quali No Mercy o Shootsayer. E’ dunque facile percepire quanto certe sonorità più orientate a territori (thrash)metal e addirittura motorheadiani abbiano influenzato i Phane nel riffing e in certe melodie, mentre la batteria e le rabbiose vocals riescono perfettamente a rappresentare quella viscerale quanto istintiva riottosità tipica di certo d-beat/hardcore punk britannico a la Varukers di capolavori immortali quali How Do You Sleep?. Quattordici tracce per una mezzora abbondante di hardcore punk radicato nell’Uk82 sound e fortemente influenzato dalle prime pulsioni crossover tanto care ai Broken Bones, cazzo volete di più? Nessuna pietà, nessuna salvezza, solo ossa rotte!

Plague Thirteen – S/t

Questo è stato forse il vero compagno di disperate notti insonni e giorni infiniti privi di energie psicofisiche durante il secondo lockdown autunnale. Un disco che ha occupato in maniera costante le mie cuffie, la colonna sonora perfetta per lo stato d’animo e le emozioni che mi avevano sopraffatto durante gli ultimi mesi del 2020. I belga Plague Thirteen, emersi dalle ceneri dei fighissimi Link, mettono tutto loro stessi in questo primo omonimo lavoro: rabbia, tensioni, angoscia, disperazione, disillusione. Tutte queste emozioni vengono accompagnate musicalmente da un d-beat/crust punk di tradizione novantiana, profondamente oscuro e orientato a costruire un’atmosfera opprimente e desolata, ma animato da buone dosi di melodia al punto che qualcuno potrebbe vederci delle sfumature neocrust. I nomi a cui si ispira però in maniera palese il sound dei Plague Thirteen sono da ricercare nella scena crust/hardcore d’oltreoceano e specialmente in band del calibro di From Ashes Rise, His Hero is Gone, Remains the Day e certe pulsioni più dark hardcore dei Tragedy. Inoltrandosi nell’ascolto di Modern Slave, brano con cui si apre la nostra discesa in questo self-titlted album, ci si accorge presto che le sei tracce suonate dai Plague Thirteen assumeranno di lì a poco le sembianze di voragini pronte a inghiottirci in una spirale di inquietudine, incubi e apparente impotenza, senza lasciarci alcuno spiraglio di salvezza.

Il crust punk oscuro suonato dal gruppo belga è attraversato da due anime ben distinte ma che si amalgamano in maniera grandiosa: da una parte rallentamenti dai toni atmosferici riescono perfettamente a dipingere sensazioni di desolazione, smarrimento e angoscia,  mentre dall’altra ci si imbatte in in furiose tempeste d-beat in cui tutta la rabbia e le tensioni possono finalmente trovare libero sfogo e divampare impetuose accompagnate dalle vocals sofferte e tormentate del cantante Michael (basti pensare ad tracce come Mourn e Haunt Them). Inoltre c’è da sottolineare come i Plague Thirteen sappiano ricreare con gusto e convinzione un’atmosfera cupa e minacciosa, evocando, in brani come Eyes Wide Open, quei toni più apocalittici e oscuri tanto cari a certi Neurosis e Amebix. In poche parole, per concludere, i Plague Thirtheen hanno saputo comporre quello che a tutti gli effetti è un maestoso soundtrack of the pandemic nightmare!

Dis Means War #01

Ennesima nuova quanto inutile rubrica che probabilmente finirà nel dimenticatoio dopo un paio di articoli. Fatta questa doverosa premessa, perchè Dis Means War? La risposta è abbastanza semplice. E’ evidente a tutti che la moda/revival più recente in ambito hardcore punk è quel calderone cosiddetto “raw punk”, qualsiasi cazzo di cosa voglia dire. Diciamo però che, in questo marasma di uscite estremamente elevato a livello numerico e spesso fin troppo monotono, si nascondono a parer mio anche degli interessanti dischi capaci di proporre un d-beat hardcore/punk convincente, godibile e ispirato anche quando si rifà in tutto e per tutto ai grandi nomi del genere, dai Disclose (gruppo più omaggiato-plagiato in assoluto) ai Mob47. La rubrica sarà strutturata come una sorta di carrellata di alcuni album pubblicati nell’ultimo periodo su cui spenderò pochissime righe, anche perchè spesso si tratterà di demo, ep o promo dalla brevissima durata. Tutto questo perchè il d-beat è guerra e districarsi tra l’enorme quantità di uscite giornaliere raccolte sotto l’astrusa etichetta di raw punk non è assolutamente cosa facile. Senza velleità di voler essere una guida approfondita alle più recenti uscite in ambito d-beat, ma con la passione sincera che mi lega a certe sonorità, ecco a voi Dis Means War!

 

Burning//World – What Brings Tomorrow? 

Questo What Brings Tomorrow si differenzia dalle altre uscite nella scena d-beat recente già a partire dalla copertina e dall’artwork estremamente minimalista e parecchio lontano dal clichè “collage con immagini di guerra in bianco e nero” tipico del genere. Anche musicalmente il d-beat/hardcore proposto dai Burning//World, band proveniente dal New Jersey, guarda principalmente alle sonorità di dischi fondamentali come Death From Above dei mitici Discard, Domd degli svedesi Disarm e in minima parte, nell’atmosfera noise generale, al sound di band come Electric Funeral e Dropend. A livello lirico, nelle sette tracce che compongono What Brings Tomorrow, i Burning//World ripropongono alla perfezione la tradizione del d-beat più classico, bellicoso e politico, affrontando quasi unicamente tematiche legate ad una disillusa quanto rabbiosa critica al militarismo, alla guerra imperialista e alla terrore del nucleare. Niente di nuovo sul fronte occidentale, ma senza dubbio uno dei migliori lavori d-beat in cui ci si può imbattere ultimamente!

Bordger – War of Extinction

Non sembra affatto un caso che lo stile del logo di questa band neozelandese richiami in maniera così netta il logo dei ben più noti Sedition, perchè il d-beat hardcore suonato dai Bordger si ispira profondamente al sound di certa scuola scozzese/inglese. Sono infatti Sedition  (nei toni più crust) e Disaffect (nelle parti prettamente d- beat/hardcore) i primi gruppi a venire in mente, insieme a qualcosa che ricorda il d-beat inglese dei Disaster e il kangpunk svedese degli anni ’80, appena ci si addentra nell’ascolto di questo War of Extinction. Un ottimo lavoro d-beat che per atmosfere, immaginario e ispirazione si distingue in modo abbastanza convincente da tutte quelle band che si limitano a riproporre senza ispirazione la ricetta vincente tanto cara ai Disclose o ai Discharge. Sei semplici tracce di d-beat punk robusto e bellicoso con una decisa quanto interessante venatura crust, questo è in estrema sintesi il contenuto di War of Extinction, un disco di assoluto impatto e veramente intenso!

Tortür – Never Ending Grief

Chi può sopravvivere a questa furiosa tempesta di d-beat punk a.k.a. a mass of raw noise attack rappresentata da Never Ending Grief? Probabilmente l’unica risposta possibile è: nessuno! Mi ero già imbattuto nei Tortür ai tempi di Death Looms Graves Fill e rimasi sinceramente folgorato dal loro devastante assalto di rumoroso d-beat totalmente debitore alla scuola giapponese e ai maestri indiscussi Disclose. Difatti il gruppo di L.A. non ha mai negato di essere a tutti gli effetti un gruppo impegnato a tenere in vita lo spirito selvaggio e il sound brutale che rese i Disclose un nome di culto all’interno dell’underground e fonte di ispirazione per una lista sterminata di band. Never Ending Grief è un’assalto di distorsioni e noise a mano armata, un disco con poche pretese suonato con attitudine e passione, un lavoro con cui i Tortür ci sparano addosso 10 tracce di d-beat crudo e spietato che non hanno alcuna intenzione di darci tregua e capaci di evocare con convinzione le stesse sensazioni che si hanno ascoltando per la prima volta ep del calibro di Once the War Started e Nightmare or Reality. Al grido di “Kawakami Forever!”, ancora una volta i Tortür dimostrano di essere uno dei gruppi migliori a tenere alto il nome e il sound dei Disclose e questo dovrebbe bastarci.

Absurd SS – S/t

Probabilmente questo self-titled album degli Absurd SS è quanto di meglio sia uscito nell’ultimo periodo dalla scena d-beat/raw puk. Un’apocalisse di d-beat noise senza freni e impetuosa nel suo incedere, una tempesta implacabile che lascia solo devastazione e morte al suo passaggio. Le radici del sound degli Absurd SS affondano in profondità nelle sfumature più noise dei giapponesi Framtid e nei toni più selvaggi e furiosi del d-beat suonato dagli svedesi Giftgasattack o dai troppo spesso dimenticati Bombraid, avvicinandosi per certi versi a quanto fatto un paio d’anni fa dai Physique di The Evolution of Combat. In sintesi non c’è dunque da aspettarsi niente di meglio di una devastante mazzata di Scandi-japan Jawbreaker che non guarda in faccia niente e nessuno, votata solamente a portare distruzione e devastazione in nome del d-beat più bellicoso, selvaggio e rumoroso! Dis-noize means fucking war!

Hellish Views  – Holy Horrors 

Minneapolis ha sempre avuto un’importante scena hardcore punk e ne ho anche parlato in maniera abbastanza approfondita in un articolo intitolato Minneapolis Brucia, apparso sul numero zero di Benzine, fanzine punx milanese. Non dovrebbe stupire allora che questi Hellish View siano emersi proprio dalla recente scena punk di Minneapolis dandoci in pasto un concentrato di semplice quanto efficace d-beat noise attack! Holy Horrors è il loro ultimo lavoro in studio, cinque tracce di classico d-beat selvaggio, brutale e votato al caos in perfetta tradizione Disclose, con una fortissimo componente noise che sottolinea quanto i nostri punx siano devoti all’eterno culto dei maestri del d-beat giapponese e a dischi del calibro di Yesterday’s Fairytale, Tomorrow’s Nightmare. Lo spettro incombente dei Disclose emerge poi in maniera estremamente netta soprattutto nelle vocals che evocano senza nascondersi lo spirito immortale di Kawakami. Nulla di nuovo sotto un sole artificiale, nulla di innovativo sotto una pioggia nucleare, solo un devastante, furioso e primitivo omaggio ai Disclose, un omaggio convincente ed estremamente godibile!

Music Critics and Record Collectors are Pretentious Assholes

Nel 1985 i Poison Idea pubblicano il loro secondo Ep intitolato, in modo estremamente provocatorio, “Record Collectors are Pretentious Assholes”, mentre tre anni più tardi i Sore Throat riprendono lo stesso concetto per intitolare un loro brano presente su Unhindered by Talent, aggiungendoci però still tra il verbo e “pretentious assholes“. Se può essere abbastanza vera e/o più o meno condivisibile come espressione, possiamo esagerarne il concetto sostenendo allora che i recensori di dischi e in generale chiunque rientri nella categoria di critico musicale siano ancora peggio in quanto a pretenziosità e idiozia rispetto ai collezionisti, categorie tra l’altro che spesso si sovrappongono. E mi ci metto anche io tra questi assholes, nonostante ribadisca dal giorno zero di quest blog che quelle che scrivo non sono vere e proprie recensioni, che rigetto con disprezzo il ruolo di critico musicale e che i “recensori di professione”, o chi pretende di esserlo anche all’interno della scena hardcore/diy, non dovrebbero esistere. Tutto sto discorso introduttivo per dire cosa? Assolutamente un cazzo di nulla, forse solo per dare un minimo di contesto al titolo che ho deciso di dare a questo articolo, in cui, guarda un po’ che cosa incredibile e assolutamente inaspettata, vi parlerò in poche righe di una manciata di ottimi lavori usciti in ambito punk e hardcore durante il 2020 e a cui colpevolmente ho dato troppa poca attenzione fino ad ora. Fissando bene in testa il fatto che i recensori di dischi sono delle pretenziose teste di cazzo, buona lettura ai/alle tuttx punx!

Destruct – Echoes of Life

Da troppi mesi nella mia lista immaginaria di dischi di cui parlarvi, eccoci finalmente qui! 12 tracce per venti minuti di d-beat raw hardcore punk di scuola Discharge/Disclose (ma non solo), suonato con rabbia, intensità e con un’attitudine brutale e spietata. Potrei concludere qua le righe dedicate a questo Echoes of Life dei Destruct e tanto basterebbe per farvi correre ad ascoltare il disco senza pentirvene e senza pensarci due volte. Un concentrato di d-beat nella sua più pura essenza, ma incredibilmente interessante anche se i Destruct non inventano assolutamente nulla di nuovo. Certamente il d-beat dei maestri Discharge suonato nella versione raw e rumorosa dei Disclose è senza dubbi il punto di partenza dal quale i Destruct costruiscono il loro sound, un sound abbstanza raw che risente però anche dell’ influenza di certo hardcore/d-beat di scuola norvegese/svedese degli anni 80, quel sound primitivo e corrosivo che accomunava band come Svart Framtid e Discard. C’è poco altro da aggiungere se non ribadire che questo Echoes of Life è senza dubbio uno dei migliori lavori usciti in ambito d-beat hardcore in tutto il 2020!

Subdued – Over the Hills and Far Away

Questo Over the Hills and Far Away si apre con Sanctuary is Nowhere, traccia che ci catapulta immediatamente negli umidi squat britannici degli anni ’80 dove stava prendendo forma un sound che partendo dalla scuola anarcho punk si spingeva verso lidi ignoti, sporcati quanto basta con tensioni e atmosfere dal sapore apocalittico e oscure. Non a caso i Subdued arrivano da Londra e sembrano aver assimilato perfettamente il sound e le tensioni primitive dell’anarcho punk britannico dell’epoca, riuscendo a incidere nove tracce che si pongono a metà strada tra i momenti più apocalittici degli Amebix e le pulsioni primordiali di gentaglia come Icons of Filth e Exit Stance. L’influenza degli Amebix più post-punk emerge prepotente in una traccia come The Joke, con quell’atmosfera e sonorità generale del brano che ricorda in effetti l’ibrido tutto amebixiano tra l’anarcho/hardcore punk inglese e i Killing Joke. L’intro stessa del quarto brano Problems of Evil, riuscendo a costruire un’atmosfera oscura e apocalittica, affascinante ma al contempo oppressiva, evoca in maniera convincente e sincera lo spettro degli Amebix, influenza preponderante, ma non al punto di diventare ingombrante, nel sound dei Subdued, come ormai avrete capito. Se l’anno scorso ci eravamo innamoratx tuttx del bellissimo Exiled dei Bad Breeding, quest’anno il miglior disco “anarcho punk” in senso lato non può che essere questo splendido Over the Hills and Far Away!

Dogma – Dogma

Era da tempo che non mi imbattevo in un disco di anarcho/peace punk di scuola britannica interessante ed estremamente godibile come questo self titled album dei Dogma, un disco che mi son ritrovato ad ascoltare più volte negli ultimi mesi al punto da essermi ripromesso di scriverci due righe al più presto. Eccoci qua allora, 10 tracce per mezz’ora in compagnia di un peace punk di tradizione inglese, attraversato da tensioni anarchiche e da un’attitudine riottosa che emerge limpidamente nelle liriche e nell’immaginario generale che accompagna i Dogma. Flux of Pink Indians, Dirt, Poison Girls e primi The Mob, son questi i gruppi a cui guardano i Dogma per sviluppare la propria personale versione dell’anarcho punk che fu, ma con una maggiore tendenza e un migliore gust per la melodia e un lontano sapore di primissimo Oi inglese. I richiami all’anarcho punk britannico di tradizione Crass Records però non sono limitati esclusivamente al lato musicale; infatti emergono prepotenti anche nelle grafiche e nell’impostazione dell’artwork del poster che accompagna il disco, artwork bellissimo che potrebbe volutamente voler citare anche quel capolavoro targato The Mob che è “No Doves Fly Here”. In fin dei conti con questo loro primo album i Dogma offrono un tributo sincero e appassionato ai gruppi e alle sonorità anarcho punk con cui son cresciuti, riuscendo nell’impresa di comporre dieci tracce che non si limitano a “copiare” i gruppi sopra citati, ma aggiungendoci al contrario un gusto e una qualità abbastanza personali. Per concludere non ci resta altro che ribadire “The world at peace, not in pieces…”, prendendo a prestito lo slogan che si può leggere sulla copertina di questo disco, slogan che richiama un ben più famoso “Fight war not wars” di crassiana memoria, con cui i Dogma ci danno un sunto chiaro e inequivocabile di ciò in cui credono e per cui lottano!

Kaleidoscope – Decolinization

After the Futures dello scorso anno fu per me una sorta di rivelazione per quanto riguarda i Kaleidoscope. Fino a quel momento li avevo un pò snobbati, ma quel disco mi fece follemente infatuare di loro e del loro estremamente personale modo di suonare hardcore/anarcho punk. Con questo nuovo 7″ intitolato Decolonization, un titolo certamene attuale viste le lotte e i movimenti di protesta per decolonizzare la società statunitense ed europea che hanno attraversato lo scenario politico, culturale e sociale di questo 2020 appena terminati, posso senza remore riconfermare la mia infatuazione per loro e per il loro sound che pur ribandendo un legame intimo con certo punk anarchico britannico degli anni ’80, riesce a muvoersi su sentieri e traiettorie abbastanza personali. La base di partenza è sempre un’hardcore classico e attraversato da tensioni anarchiche e con un’attitudine riottosa, ma ancora una volta i Kaleidoscope dimostrano di essere una band sui generis e aperta ad una certa dose di sperimentazione. Esempio di quanto appena detto è sicuramente la terza traccia Girmitiya, uno dei momenti assolutamente più inaspettati dell’intero lavoro, un brano caratterizzato da un suono di chitarra molto più simile a certo blues rock psichedelico (a la Hendrix per dire) piuttosto che al riffing scarno e primitivo tipicamente hardcore punk. Se ancora non siete stati ammaliati e catturati dall’hardcore dei Kaleidoscope, questo Decolonization è il modo migliore per abbandonare ogni remora e iniziare ad addentrarsi nella proposta del gruppo di New York, senza ombra di dubbio una delle band più originali e interessanti emerse negli ultimi anni!

Public Acid – Condemnation

 

Probabilmente potrei azzardare che questo Condemnation, ultimo ep targato Public Acid, sia il mio preferito di questa lista. Un concentrato di hardcore punk sporco, crudo e rumoroso quanto basta che riesce in maniera grandiosa a riproporre la lezione della scuola hardcore giapponese senza annoiare o dare sensazione di “cloni di bassa lega”. Sei tracce bastano e avanzano per darci la misura del sound dei Public Acid, un sound intenso che si riversa su di noi senza alcuna intenzione di risparmiare niente e nessuno. E’ un sound caotico e oppressivo quello che caratterizza questo Condemnation, come se, appena partita la prima traccia Nuclear Child, venissimo inghiotti senza pietà da un vortice di caos e distruzione, in cui a farla da padrona sono riverberi e la furia selvaggia espressa dalle vocals. In un sound abbastanza scarno e semplice che strizza l’occhio alle band hardcore punk giapponesi più oscure e rumorose, c’è però spazio anche per brani come Electric Plague nella quale emerge un maggiore groove hardcore che sembra smorzare momentaneamente l’implacabile caos che domina su tutto il lavoro. Alla fine questo Condemnation, nonostante si tratti di un ep brevissimo, ci dimostra come i Public Acid abbiano interiorizzato al meglio la lezione del hardcore/chaos punk più raw e brutale e siano riusciti, con tracce brevi, furiose, concitate che travolgono senza lasciare fiato, a regalarci uno lavoro che risulta asfissiante per la furia e l’intensità con cui viene suonato. Se dal vivo i Public Acid fossero anche solo la metà di quanto ascoltato su questo incredibile ep, beh, allora, statene certi che non ci son speranze di uscire vivi da un loro pogo!

Heavy Discipline – S/t

 

Nel 1982 gli SS Decontrol pubblicano un capolavoro dell’hardcore bostoniano e mondiale, quel “The Kids Will Have Their Say” che rappresenta ancora oggi uno dei momenti più alti raggiunti dall’hardcore americano old school. È evidente come gli Heavy Discipline risentano profondamente dell’influenza di quella pietra miliare e degli SSD e di tutta la scena di Boston degli anni ’80, così come di altri nomi storici come Faith, Void, Negative Approach e Negative Fx, ma su questo primo loro self titled album ci mettono tanto di loro per regalarci uno dei migliori e più convincenti lavori hardcore ascoltato negli ultimi anni. Un bel disco di hardcore furioso, semplice, sincero e assolutamente devastante, dodici tracce che tirano dritte per la loro strada senza fronzoli e senza pietà, ma soprattutto con un ottimo sapore old school che non stanca mai. Tell the World, Cross to Bear, Voyeuristic Lust/Reckoning e No Space sono tracce che rappresentano al meglio la capacità degli Heavy Discipline di suonare un’hardcore vecchia scuola catapultandoci improvvisamente negli anni 80, ma sempre con quel tocco personale e vagamente moderno che avevano fatto già intravedere sulla demo pubblicata nel 2019. Un lavoro che fa dell’irruenza espressiva, dell’intensità e della foga rabbiosa i suoi punti cardine dal punto di vista delle emozioni trasmesse, un disco con cui gli Heavy Discipline si impongono sulla scena in maniera assolutamente convincente, dimostrando di aver veramente tanto da dire in ambito hardcore e un’attitudine in your face invidiabile!

Krigshoder – Krig I Hodet

A metà strada tra l’hardcore punk norvegese e la vecchia scuola hc italiana  ci imbattiamo in questi Krigshoder, gruppo formato da qualche parte tra gli Stati Uniti e la Norvegia, e nel loro ultimo lavoro intitolato Krig I Hodet (letteralmente “guerra nella testa”), uno dei migliori lavori usciti in tutto il 2020 in ambito hardcore punk. Un ep dalla brevissima durata (solo 8 minuti) ma che in sole cinque tracce, a cui si somma la cover degli SDH posta a conclusione del lavoro, riesce a regalarci una mazzata di hardcore punk alla vecchia maniera come non si sentiva da tempo. Influenze che vanno dagli Indigesti agli Svart Framtid, dai Declino ai Psykik Terror, saltano all’orecchio durante l’ascolto di questo incredibile ep in cui i Krigshoder non ci lasciano un secondo per riprendere fiato. Intensi, veloci quanto basta per suonare hardcore come si deve, una voce rabbiosa e abrasiva, suoni sporchi ma abbastanza distanti da territori prettamente “raw punk” e un’attitudine sincera che accompagna il tutto, sono questi gli ingredienti che rendono questo Krig i Hodet un’ottimo lavoro di hardcore punk che fa dell’irruenza, dell’intensità e dell’esigenza espressiva i suoi assoluti punti di forza. Cinque schegge impazzite di hardcore vecchia scuola suonato con una rabbia implacabile e senza troppi inutili fronzoli, una vera e propria guerra nella testa, parafrasando il titolo in norvegese di questo ep, in fin dei conti sono questo i Krigshoder!

Clock of Time – Pestilent Planet

 

Pubblicato dall’ormai nota Static Shock Records, Pestilent Planet rappresenta la prima fatica in studio dei berlinesi Clock of Time. Sono diverse le anime che convivono all’interno del sound del gruppo tedesco e che caratterizzano le sette tracce in cui ci imbatteremo una volta che l’iniziale Something to Look Forward To segnerà la nostra discesa in questi abissi dominati da death rock, post-punk ed echi new wave. La musica dei Clock of Time ha la forza di risultare ipnotica e a tratti estraniante, difatti fin dall’inizio si ha la sensazione di esser sprofondati in una sorta di trance in cui a farla da padrona sono probabilmente tanto le melodie delle chitarre quanto il tappeto ritmico ripetitivo dominato dalla batteria che sembra suonare direttamente dentro le nostre teste. Possono essere presi ad esempio di quanto appena detto brani come Funny Farm e Companion, mentre risulta evidente l’influenza di certi Joy Division sulla quarta traccia Rotten Master, in assoluto uno dei momenti più interessanti e di qualità dell’intero lavoro. Le influenze dei nostri, come accennato sopra, pescano a piene mani da territori cari in egual misura al death rock di Vex e Crimson Scarlet e al post-punk dei The Sound, ma nel corso delle varie tracce si possono sentire, in momenti diversi, anche echi dei più recenti Diat e Vexx. In sintesi Pestilent Planet è un disco di assoluto valore, capace di giocare non solo con le melodie e le ritmiche ipnotiche ma anche con le atmosfere, mostrandoci la qualità dei Clock of Time nell’ amalgamare l’anima più death rock con quella post-punk in un disco che non mostra punti deboli.

Misantropic – Catharsis (2020)

Questo disastroso 2020 sta finalmente volgendo al termine e come un fulmine a ciel sereno irrompe sulle scene Catharsis, nuova fatica in studio che segna il ritorno dei Misantropic, un disco con cui i nostri punx svedesi di Umea innalzano fieramente al cielo la bandiera del crust moderno, un crust-core intransigente e furioso, soffiando sulle braci di un genere che necessitava di nuove uscite di questo calibro per vedersi ravvivare la fiamma in maniera decisa e convincente.

Tante le influenze che saltano all’orecchio durante l’ascolto di questo Catharsis, ma i Misantropic danno alla luce un disco che rappresenta perfettamente il loro sound robusto, devastaste e con molti brani dal tiro anthemico a cui è seriamente difficile resistere. I Sacrilege sono la prima influenza che salta all’orecchio in modo preponderante, influenza che emerge principalmente nelle vocals femminili e nel riffing di classica matrice thrash metal, seguita dalle altre radici che vanno a comporre il sound devastante dei nostri. Dal furioso d-beat/crust di scuola svedese, da sempre punto di riferimento e partenza dei Misantropic, con melodie che si alternano invece tra Martyrdod e addirittura Nux Vomica, questi ultimi soprattutto nei passaggi più vicini a certi riff “melodici” riconducibili a territori estremi del metal, si giunge ad un gusto generale per le atmosfere e nel songwriting che mi ha fatto pensare in più di un momento contemporaneamente ai grechi Kataxnia e all’hardcore più oscuro dei Tragedy. Inoltre certi riff e certe melodie dal sapore (neo) crust sembrano evidenziare un continuum di sonorità e attitudine con un altro grande gruppo crust di Umea degli anni duemila, ovvero i mai troppo incensati Ambulance.

Riff che provengono da territori propriamente thrash metal irrompono prepotenti come nell’iniziale No Retreat, No Surrender, una traccia caratterizzata da alcuni momenti addirittura groovy sommati a cori hardcore dal sapore anthemico che rendono il brano un’ottimo inizio e uno dei momenti migliori dell’album. La titletrack si apre invece con un arpeggio interrotto presto da un riffing melodico che si avvicina molto ai Nux Vomica di “A Civilized World“. C’è sempre questa aurea di classico crust punk svedese che aleggia sui Misantropic, toni dai tratti vagamente apocalittici ed oscuri che ricorda atmosfere di matrice Warcollapse. C’è tanto groove anche in un brano come Blood Stains, momento del disco che sintetizza perfettamente le influenze della scuola crust/d-beat svedese e la lezione thrash metal dei Sacrilege. Death Cult è un altro dei brani migliori in cui ci imbattiamo grazie soprattutto ai toni anthemici che lo accompagnano, ad un coro/ritornello che si stampa immediatamente in testa e addirittura melodie dal sapore mediorientale che irrompono nella seconda metà della canzone conferendo al brano una veste inaspettata e mostrando una buonissima dose di personalità dei Misantropic. Ma il punto interessante di questa traccia è sicuramente il  testo, un furioso e bellicoso inno di solidarietà e complicità con la rivoluzione del Rojava, una rivoluzione in nome dell’ecologismo e del femminismo che ha mostrato e sta mostrando a tutti che un altro mondo è possibile e che che la lotta rivoluzionaria contro lo stato, il capitale e il patriarcato è più necessaria che mai. Altra traccia che spicca per intensità e contenuto lirico è sicuramente Arm Your Daughters, un brano crust/hardcore con pochi fronzoli e che non ne vuole sapere di scendere a compromessi, una mazzata in pieno volto di furiosa rabbia femminista che si scaglia contro la violenza patriarcale e la cultura dello stupro. Attitudine, qualità nel songwriting, intensità, gusto per le melodie, toni anthemici dosati con intelligenza, infinite dosi di rabbia e coscienza politica, tutte queste componenti fanno di Catharsis un disco di cui si sentiva estremamente bisogno e che, ne sono certo, rimarrà a lungo negli ascolti assidui di molti di noi.

Non mi piace fare classifiche o inutili “competizioni” in ambito hardcore/punk, ma mi concedo uno strappo alla regola e vi dico che questo Catharsis se la gioca insieme a Crimson Dawn degli Ahna per il titolo di migliore disco crust dell’anno. Cosa ci fate ancora qui? Correte ad ascoltarlo e ad acquistarlo! Mai indietreggiare, mai arrendersi, mai morire! La fine di questi tempi sarà la nostra catarsi.

Drömspell – Barbarie Futura (2020)

Sul terreno martoriato resti umani putrefatti, un destino che ti sei rifiutato di vedere. Crepa soffrendo!

Finalmente possiamo mettere sul piatto questo Barbarie Futura, prima attesissima fatica in studio dei romani Drömspell e lasciarci inghiottire dalla devastante e spietata tempesta di d-beat/crust-hardcore punk (principalmente di scuola svedese) che si abbatte su di noi senza alcuna pietà e con una furia distruttrice implacabile, interessata solamente a lasciare macerie e rovine al suo passaggio. Quando, e se, usciremo da questa tempesta, non ci resterà che scegliere la nostra strada: partecipare alla distruzione e all’assalto di questo mondo in compagnia dei Drömspell o abbandonare ogni speranza e soccombere a questi tempi bui?

Se volessimo essere estremamente sintetici sul contenuto di Barbarie Futura e sul sound proposto dai Drömspell, potremmo semplicemente prendere in prestito le parole della sesta traccia del disco intitolata Caos Suburbano: la nuova minaccia fuori controllo, sorda potenza del caos suburbano! Se invece volessimo approfondire il tutto, eccoci allora a dover riconoscere negli Anti-Cimex e nei Discharge le principali influenze che attraversano la proposta dei Drömspell. Ma non finisce qui, nel corso delle dieci tracce affiorano qua e là anche sonorità che riportano alla mente i primi GBH, il tutto accompagnato da quella vena profondamente rock’n’roll e stradaiola degna dei migliori Motorhead. Inoltre le dieci schegge impazzite di d-beat/hardcore che compongono Barbarie Futura ricordano in moltissimi passaggi la scuola kangpunk svedese di Avskum, Driller Killer e Mob 47, tanto per atmosfera generale quanto per sonorità. Per finire, impossibile non notare l’influenza dei seminali Wretched evidenziata prepotentemente non solo nello stile di scrittura dei testi (che ricorda più in generale tutta la tradizione hc italiana degli anni ’80), ma anche e soprattutto nell’attitudine bellicosa e nella furia selvaggia che attraversano l’intero disco e che non ci lasciano momenti per riprendere fiato. E’ estremamente difficile scegliere questa o quell’altra traccia da approfondire nello specifico, perchè si tratta di un disco da ascoltare dall’inizio alla fine e che non mostra il minimo segno di cedimento. Sicuramente brani come la titletrack (che continua a ricordami molto i Wretched soprattutto nel testo e questo è un assoluto pregio dei Drömspell), Caos Suburbano, Strazio della Speranza e Fantasma in Catene incarnano quasi perfettamente il vero spirito e il sincero sound d-beat/hardcore vecchia scuola! Non voglio nascondermi e dunque, dopo la terza volta di fila che mi ritrovo ad appoggiare la puntina sul lato A di questo Barbarie Futura, posso ammettere senza alcun problema che i Drömspell han tirato fuori il miglior lavoro d-beat/hardcore in cui la scena punk italiana si sia imbattuta negli ultimi anni!

Drömspell, i venti del caos continuano a soffiare furiosi su Roma e su tutta Italia! E dunque, prima di morire sulle barricate o all’assalto di questo mondo, l’unica questione che si fa strada nelle nostre teste è la seguente, parafrasando Rosa Luxembourg: Drömspell o barbarie!

Drömspell o Barbarie! – Prossimo arrivo in Distro

Oggi 15 ottobre è stato finalmente pubblicato Barbarie Futura, la prima vera e propria fatica in studio per i romani Drömspell, disco che vede la luce grazie alla Timebomb Records in due versioni differenti: vinile nero oppure vinile marmorizzato viola! Nelle prossime settimane potrete inoltre trovare qualche copia di questo incredibile Barbarie Futura anche da Disastro Sonoro, quindi se ne volete una copia scrivete pure direttamente qui o alla pagina facebook. Se in caso contrario volete contattare direttamente Timebomb Records per info e ordini potete scrivere a: [email protected]

Altre distro in cui potrete trovare alcune copie di “Barbarie Futura” dei Drömspell sono invece seguenti:

– HELLNATION Store
– Inferno Store – Roma
– Calimocho DIY
– Ostia Records
– Agipunk

Cosa aspettarsi da Barbarie Futura e dai Drömspell? In breve una tempesta di d-beat/hardcore punk con le radici ben piantate nei padri fondatori Discharge e nella classica scuola svedese di Anti-Cimex, Driller Killer e Mob 47, una tempesta furiosa che non lascia scampo e non mostra alcuna pietà nei confronti di qualsiasi cosa trovi sulla sua strada, lasciando solo cumuli di macerie al loro passaggio. Nessuna alternativa allora,  Drömspell o Barbarie!

Amphist – Eschaton (2020)

Noi non abbiamo paura delle macerie, perchè portiamo un mondo nuovo nei nostri cuori.

La colonna sonora della fine del nostro tempo, la colonna sonora della fine dell’umanità. Panorami di desolazione e miseria si aprono dinanzi ai nostri occhi spaventati, odori nauseabondi di morte e putrefazione invadono le nostre narici, mentre enormi nubi nere oscurano il cielo facendoci piombare in una notte eterna e angosciante. Ad ogni passo i nostri piedi calpestano macerie della civiltà che ci stiamo lasciando alle spalle, il nostro sguardo scruta incredulo tra le rovine del mondo di ieri… Improvvisamente un impetuoso tuono squarcia il cielo all’orizzonte, il vento porta con se voci sconosciute, il nostro giorno è finalmente arrivato. Noi, i demoni ingovernabili, senza più padroni nè dei a cui inginocchiarci, danzeremo in tondo nella notte, mentre tutto intorno a noi verrà divorato dalle fiamme della rivolta e dalle fiamme della nostra gioia. All’assalto di questo mondo e del cielo, ancora in direzione ostinata e contraria.

Partiamo a parlare di questo Eschaton, nuova devastante fatica in studio che porta la firma degli Amphist e che segue il già interessante Ep Waking Nightmare del 2017, prendendo a prestito le parole del gruppo stesso:

“Eschaton descrive la fine dei tempi che stiamo vivendo: il virtuale che prevale sul reale, la sterilità della prospettiva di un progresso illimitato, l’illusione di un “villaggio globale” che si è realizzata nell’isolamento individuale e nella spersonalizzazione. Ma, come per il XIII Arcano, ogni fine è l’humus di un nuovo inizio: spetta a noi smembrare l’attuale apparato coercitivo politico ed economico per lasciar germogliare una nuova umanità.”

Ci tengo ad evidenziare che Eschaton inoltre vede la luce grazie ad una vera e propria cospirazione do it yourself che vede impegnate tantissime etichette e distro (UP the PUNX Rec., Bologna Punx, Pirate Crew Records, Passione Nera RecordsL’Home Mort, Calimocho DIY, solamente per citarne alcune), sottolineando quanto ancora oggi il punk e l’hardcore in tutte le sue incarnazioni e forme siano ancora legate ad una pratica fondamentale come quella dell’autoproduzione in un’ottica di lotta ad ogni velleità di mercificazione e profitto, così come di contrasto a dinamiche di competizione a favore della collaborazione più sincera!

Addentrandoci più nello specifico tra i meandri di Eschaton, cosa ci troveremo ad ascoltare? Qual è il sound con cui gli Amphist traducono le loro tensioni di distruzione e rivolta? La risposta è estremamente semplice ma altrettanto entusiasmante: crust/d-beat apocalittico e oscuro influenzato tanto dalla scuola statunitense di From Ashes Rise e Alpinist quanto dalla lezione svedese di Wolfpack/Wolfbrigade e Martyrdod, con quel sapore lontanamente blackned e neo-crust che può ricordare, sopratutto a livello di melodie e atmosfere, quanto fatta da alcuni gruppi spagnoli come Ekkaia e Ictus nei primi anni ’10 e qualcosa che vagamente riporta alla mente addirittura certi Tragedy più atmosferici e tetri. Tante buone idee, tanti passaggi e altrettanti momenti che dimostrano la qualità degli Amphist, nonchè la sincera passione chi li anima e li spinge a suonare un ibrido di (neo) crust/d-beat di assoluto impatto e che ha nella costruzione di atmosfere apocalittiche e nelle vocals capaci di trasmettere una profonda sensazione di desolazione, rabbia e sofferenza i suoi punti più alti ed interessanti. Tracce come “What the Thunder Said”, l’iniziale “Cherish the Flame” (che si pone perfettamente a metà strada tra gli Ekkaia e i From Ashes Rise), “Hierogamy” o la stessa titletrack (con dei riff dal sapore vagamente blackened) giusto per citarne alcune, meritano più di un ascolto e sono sicuro vi si stamperanno immediatamente in testa. Se si volesse essere estremamente sintetici, a livello di atmosfere e sensazioni trasmesse, Escathon è la colonna sonora perfetta per l’apocalisse che verrà e per la conseguente fine della civiltà umana così come la conosciamo noi oggi; una civiltà ormai condannatasi a morte, mentre sui margini di questo eterno oblio si muovono, senza paura delle macerie e tantomeno dell’ignoto, alcune individualità capaci di portare un mondo nuovo nei loro cuori. Con tutta la sincerità possibile ed estrema schiettezza, son convinto che ci troviamo dinanzi ad uno dei migliori dischi di crust/d-beat usciti in Italia negli ultimi anni. E allora, per riprendere la citazione con cui ho aperto questa recensione e per darne una degna conclusione, non mi resta che citare il rivoluzionario anarchico Buenaventura Durruti:

Noi portiamo un mondo nuovo qui, nei nostri cuori. Quel mondo sta crescendo in questo istante.

Paranoid (偏執症者) – Out Raising Hell (2020)

You see us coming
Then run like hell
With sheer volume
We’ll shoot to kill
This is Metal Anarchy

Un libro non si dovrebbe mai giudicare dalla copertina, questo è assolutamente vero e denota una certa onestà intellettuale. Ma un disco? Vale lo stesso discorso anche quando l’artwork di un disco come questo Out Raising Hell urla “heavy metal” a squarciagola tanto da sentirsi lontano un miglio? A quanto pare no, visto che poi il contenuto musicale di questa ultima nuova fatica in studio per gli svedesi Paranoid trasuda metal (in quasi tutte le sue ottantiane forme) da tutti i suoi pori. Ma andiamo con ordine, o quanto meno proviamoci. Ed è forse proprio partendo dall’artwork di copertina che voglio iniziare questa “recensione”, sottolineando quanto mi abbia riportato immediatamente alla mente certe copertine degli Exumer e in generale quanto mi abbia trasmesso un forte sapore di heavy/speed metal.

La passione e le radici di certo metal old school son sempre state presenti nel sound dei Paranoid e loro stessi non le hanno mai celate, anche se spesso venivano sovrastate dalle influenze d-beat/hardcore/raw punk del gruppo svedese, in molte occasioni più presenti e preponderanti. Per questo motivo questa nuova fatica è assolutamente piacevole e in un certo senso inaspettata, perchè i Paranoid invertono leggermente la propria rotta rispetto al precedente Kind of Noise (un Ep estremamente dedito a sonorità raw punk, noise e d-beat), e si lanciano alla deriva verso territori propriamente riconducibili all’universo metal degli ’80, tra NWOHBM, speed metal e primordiali pulsioni black a la Venom (come sempre) o alla Darkthrone del periodo “Circle the Wagons”. Emergono in più passaggi e più momenti, nel corso delle dieci tracce che vanno a comporre questa nuovo disco, le profonde influenze sia di nomi sacri dell’heavy/speed metal come Grim Reaper, gli stessi Exumer evocati fortemente dalla copertina, Exciter quanto di perle dell’underground quali Warfare, Tyrant, Vectom e compagnia brutta, sporca e borchiata di ottantiana memoria. Per fare un solo esempio di quanto detto finora, il riffing che sorregge una traccia come 機械仕掛けの殺戮者 (Kikaijikake no Satsurikusya) o lo stesso assolo presente in essa, invadono e saccheggiano senza pietà territori metal e danno vita ad un brano che si posiziona esattamente a metà strada tra gli Exciter e i Warfare, sempre però con quel tocco di d-beat imprescindibile che non abbandona mai il sound dei Paranoid.

Probabilmente questa prevalenza di sonorità heavy/speed metal (ma anche vagamente proto black sempre in odore di Venom/Hellhammer) è dovuta al mixing curato da Joel Grind (Toxic Holocaust), uno che di metal se ne intende abbastanza per confezionare un prodotto devastante, brutale, robusto e dal sapore fortemente old school e metal come questo Out Raising Hell. Dopo quanto è stato detto però non illudetevi della mancanza di una forte componente punk in questo disco, cosa che sarebbe impossibile dato che l’attitudine stessa dei Paranoid rimane fortemente legata e radicata in profondità nella scena kangpunk/hardcore svedese degli anni ’80 e sopratutto grazie a sonorità d-beat che fanno capolinea qua e la nel corso delle dieci tracce, insieme a quel sound generale che strizza sempre l’occhio ad un certo raw punk sporco e rumoroso.

In fin dei conti, per quanto sia estremamente più “heavy metal” questo Out Raising Hell rispetto probabilmente a tutto il resto registrato e pubblicato in carriera, la ricetta dei Paranoid è sostanzialmente sempre la stessa e non guarda in faccia niente e nessuno: un vortice devastante di violento vento nordico, caos metalpunk selvaggio e pura furia d-beat! Da qualche parte, a metà strada tra i Venom e i Disclose, con una dose massiccia di heavy metal iniettata nelle vene, si staglia questo Out Rasing Hell e in fin dei conti va bene così. That’s the way we like it baby, new wave of swedish d-beat heavy metal!

Heavy metal maniac
I’m a heavy metal maniac
Stand back heavy metal maniac!

Culto del Cargo – Memorie in Lingua Morta (2020)

Ma che vita è la nostra? In questo pianeta di fabbriche e cimiteri, il cervello sciopera.

Il gruppo di cui vi parlerò oggi è da anni uno dei miei preferiti all’interno della scena hardcore italiana, tanto su disco quanto in sede live (visti infinite volte sempre volentieri) dove riescono ad essere ancora più devastanti e brutali. Il nome stesso del gruppo in questione ha sempre catturato il mio interesse da wannabe antropologo e affascinato visto che riprende un termine utilizzato per descrivere un particolare culto millenarista sincretico apparso in alcune società e culture indigene della Melanesia. Ho pensato spesso di recensire i loro primi due lavori in studio, il demo del 2011 e il successivo Nel Nome della Tecnica l’uomo macina carne, ma per mille motivi ho sempre procrastinato. Fino ad oggi, visto che finalmente mi trovo a scrivere i miei pensieri e le mie impressioni in merito al nuovissimo album in studio intitolato Memorie in Lingua Morta, disco che attendevo da troppo tempo a dire la verità. Probabilmente arrivati a questo punto della recensione avrete già capito di chi sto parlando…

Memorie in Lingua Morta, si potrebbe tradurre sinteticamente come la solita mazzata annichilente di grinding crust hardcore firmata Culto del Cargo, che, dopo sei anni, tornano con la loro ricetta devastante come un uragano che si abbatte sulle nostre esistenze senza alcuna pietà e senza lasciarci momenti per riprendere fiato. Brutali e intensi, sempre animati da una palpabile rabbia bellicosa e selvaggia che emerge palpabile in ogni brano, i Culto del Cargo ricominciano da dove avevano interrotto, ovvero lasciando solamente cumuli di macerie e polvere al loro passaggio, ancora una volta, per l’ennesima volta. Anche questa ultima fatica Memorie in Lingua Morta è autoprodotta dal gruppo triestino, mantenendo così fede all’etica e all’attitudine do it yourself che dagli albori segna il progetto Culto del Cargo. Dodici schegge impazzite di rumore che affrontano argomenti classici per un gruppo crust-core, dalla critica all’alienazione capitalista all’invettiva contro la mercificazione e il consumismo imperante nell’attuale epoca della merce, dalla psicosi securitario-nazionalista che invoca a gran voce la costruzione di muri e la difesa dei confini ad un nichilismo in senso anarchico che attraversa e contraddistingue tutte le liriche del gruppo veneto. Nonostante le tematiche siano le solite e ricorrenti per un genere come il crust/hardcore, vengono però sviscerate con la solita qualità lirica e compositiva che contraddistingue i Culto del Cargo fin dalla prima demo e che io continuo a vedere come loro marchio di fabbrica.

Il disco si apre con la furia devastante di una traccia come“Nella Sicurezza di un Nuovo Medioevo”, una vera e propria mazzata in pieno volto che lascia immediatamente inermi prima di venire travolti definitivamente da un vortice di riff grind/crust-core senza via d’uscita e da una batteria brutale che ti martella il cervello fino a sbriciolarlo. E il copione, o meglio la ricetta dei Culto del Cargo, prosegue su queste coordinate anche con la seguente “Autopsia sul Cadavere del Capitalismo”, altra traccia furiosa e selvaggia che deflagra senza mostrare alcuna pietà. Una doppietta iniziale che, per la sua estrema intensità e la sua istintiva furia selvaggia, si presenta ai miei occhi e alle mie orecchie come una dichiarazione di guerra  verso tutto e tutti, una promessa di distruzione totale a cui nulla può sfuggire. Una delle mie tracce preferite è invece “Massa contro il Muro”, accompagnata da un titolo e un testo che citano a più riprese l’iconico “La Classe Operaia va in Paradiso” di Elio Petri con protagonista il grandioso Gian Maria Volontè, brano attraverso il quale i Culto del Cargo muovono un’aspro attacco all’alienazione lavorativa e al mito della produttività capitalista che sacrifica tutto, tanto l’essere umano quanto l’ecosistema e gli animali, sull’altare del profitto di pochi. Tracce come “Muri più Alti” o “Il Boia Perfetto” erano invece già state pubblicate in precedenza su compilation benefit come Non Un Sasso Indietro Vol. II (benefit a sostegno della lotta contro frontiere e CIE/CPR) e Asfissia – Compilation Ardecore Benefit (a sostegno di Radio Blackout), a voler sottolineare che l’hardcore per i Culto del Cargo non sia solo musica ma anzitutto un mezzo con cui lottare ed esprimere la propria solidarietà e complicità con chi lotta contro questo esistente fatto di carceri, repressione, controlli, frontiere e sfruttamento. Potrei continuare a scrivere altre infinite righe per parlare di brani come “Come in un Gioco di Specchi” o “Il Futile Indispensabile”, ma credo sia del tutto superfluo perchè il mio consiglio, arrivati a questo punto, è solamente uno: correte ad ascoltare questo Memorie in Lingua Morta, fatevi prendere a pugni dal bellicoso quanto annichilente grind-crust-core dei Culto del Cargo e compratevi il disco senza indugiare oltre!

I Culto del Cargo dimostrano ancora una volta, come se ce ne fosse bisogno, di essere una garanzia in termini di attitudine, brutalità e qualità. E questo nuovo Memoria in Lingua Morta è probabilmente il disco più sincero, intenso e politico pubblicato in ambito hardcore di tutto il 2020. Il delirio rende liberi, la mia felicità è ancora il vostro patibolo.

 

Absolut Country of Sweden

 

Nell’ultimo periodo di questa ennesima estate terribile fatta di lavoro e zero vacanze, mi son ritrovato spesso ad ascoltare tre dischi usciti nel corso di questo tragico 2020, accorgendomi solamente in un secondo momento si trattasse di tre lavori provenienti dalle lande svedesi, nonchè tutti e tre prodotti da e pubblicati tramite la Phobia Records, etichetta diy maestra nello scovare, produrre e supportare quanto di meglio ci sia attualmente in giro in ambito d-beat/hardcore e crust. Questa ennesima tormenta di furioso vento scandinavo proveniente dalla Svezia mi ha dunque invogliato a scrivere le righe che state leggendo, per il semplice fatto che l’hardcore/d-beat (qualcuno lo definirebbe kangpunk) svedese ha sempre ricoperto un ruolo importante all’interno dei miei ascolti (Avskum e Anti-Cimex su tutti) e rimane tuttora uno dei sound che maggiormente apprezzo all’interno del vasto panorama hardcore punk. Dunque, per farla breve con questa introduzione tediosa e futile e per lasciare finalmente spazio alle “recensioni” e alla scoperta dei protagonisti di questo articolo, ecco a voi tre nuove uscite che, pur senza inventare nulla di nuovo, vanno a dare nuova linfa alla scena hardcore/d-beat svedese. Tre band e altrettanti dischi che potremmo definire assolutamente rappresentativi delle varie e per certi versi, anche se in minima parte, differenti tensioni che hanno animato nei decenni la scena d-beat/punk svedese, e che, pur mantenendo un’iconico quanto seminale swedish sound,  riescono nell’ardua impresa di non suonare tutte completamente uguali, regalandoci così tre lavori estremamente godibili e pregni di quell’attitudine e quel sapore old school che non stona veramente mai. In poche parole, Absolut Country of Sweden… Niente di più, niente di meno.

Exploatör – Avgrundens Brant

Gli Exploatör sono un “super gruppo” della scena hardcore/d-beat svedese; tra i componenti troviamo infatti gentaglia già attiva in gruppi come Warcollapse, Disfear, Dischange e soprattutto Totalitar. Non a caso i Totalitar appaiono fin dal primo ascolto come la principale e viscerale influenza degli Exploatör, e questo nuovo disco ha il grande pregio di riuscire a trasmettere la stessa attitudine e le stesso sapore di quei due classici della scena hc svedese che rispondono al nome di Ni måste bort e Sin egen motståndare. Un disco che, per via del sound e dell’approccio del gruppo, potrebbe addirrittura sembrare prodotto e registrato tra la fine degli anni 80 e l’inizio dei 90, ed è stata probabilmente intenzione del gruppo conferire al disco intero un aurea che richiama fortemente la vecchia scuola kangpunk svedese. Ammetto si faccia davvero fatica ad aggiungere altre parole per descrivere le dieci tracce che compongono un album solido e irruento come Avgrundens Brat, un concentrato rabbioso e appassionato di hardcore punk/d-beat in salsa svedese dal sapore profondamente old school e che, traccia dopo traccia, manifesta un amore sincero verso la fondamentale lezione che hanno lasciato i Totalitar (tra gli altri) sulla scena scandinava e su quella mondiale. In poche parole, se sentite la mancanza dei Totalitar e da anni siete alla ricerca di un gruppo degno di prendere il loro testimone, non ci sono dubbi, gli Exploatör fanno al caso vostro e dovreste correre immediatamente ad ascoltarli senza remore! Absolut T-beat worship!

Socialstyrelsen – Med Rädsla För Livet

Med Rädsla För Livet , è invece il primo full lenght in casa Socialstyrelsen, giovane gruppo con le radici ben salde nella tradizione crust punk svedese dei primi anni duemila. Partendo da sonorità che ricordano certe cose fatte dagli ultimi Avskum, i/le nostr* giungono ad un sound che li avvicina agli immortali Skytsystem e addirittura ai Martyrdod, tanto i più recenti quanto quelli di dischi come in Extremis o Paranoia, ovvero un d-beat/crust punk influenzato profondamente da tendenze che si potrebbero definire “neo crust” (termine che aborro) e da pulsioni dal sapore vagamente black metal. In questo quadro di sfumature e influenze, di tensioni e sonorità, i Socialstyrelsen riescono però a sintetizzare un sound quanto meno personale se non proprio originale, dimostrando una buona capacità compositiva, sopratutto per quanto riguarda alcuni riff veramente azzeccati, e grazie sopratutto alle vocals graffianti della cantante Hanna che rendono la proposto del gruppo svedese estremamente godibile e di assoluto impatto. L’attitudine e la sincerità con cui i/le nostr* suonano e interpretano i quattordici brani (alcuni addirittura anthemici come Alltid Knivfull) presenti su questo Med Rädsla För Livet sottolineano tutta la passione che muove i Socialstyrelsen nel spararci addosso questa tempesta di swedish crust punk che non lascia scampo e che per quasi ventidue minuti ci prende a cazzotti in pieno volto senza tregua, senza mostrare alcuna pietà o segni di cedimento. Crust punk ist krieg!

Parasit – Samhällets Paria

Ci troviamo dinanzi ad un altro gruppo pieno di volti noti della scena svedese (punk e non solo), visto che nei Parasit possiamo trovare brutti ceffi che suonano o hanno sunato in band del calibro di Asocial, Diskonto e addirittura nei death metallers Interment. Il sound dei Parasit, a differenza degli altri due dischi che abbiamo affrontato sopra, parte si da un’hardcore punk chiaramente di matrice svedese ma risulta più marcio, meno melodico e nel complesso dunque più pesante e sporco, come se la lezione seminale di band come gli Asocial o i Mob 47 fosse stata estremizzata al punto giusto, rimanendo su quel confine labile che divide i territori propri dell’hardcore svedese dai lidi dominati da sonorità metal più o meno estreme. Sono principalmente le vocals ad opera di Henke che in alcuni frangenti sembrano oltrepassare questi confini  per dar vita ad un’ibrido a metà strada tra uno scream vagamente black metal e un urlato più tipico del crust. Un suono crudo e rabbioso, dal riffing veloce quanto basta per dar l’impressione di venir travolti improvvisamente senza lasciar possibilità di prendere fiato e da una batteria serrata su ritmi principalmente d-beat che ci martella in testa fino sbriciolare la nostra mente e tutto ciò che la abita. Nessuna inversione di rotta significativa o chissà quale innovativa dose di originalità nel sound proposto dai Parasit, ma ancora una volta, in direzione sempre ostile, rabbiosa e convinta sulla propria strada, il gruppo svedese ci spara nelle orecchie a tutto volume una perfetta sintesi, furiosa e brutale, di tutto ciò che è stato il seminale e primordiale hardcore/kangpunk svedese. Citando proprio gli Asocial, band che al mio orecchio rimane la più viscerale influenza che emerge dal sound dei Parasit: “How Could Hardcore be Any Worse?”.