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“Shadows of the Past” // Ablach – Aon (2009)

Nel lontano 2009 gli scozzesi Ablach irrompevano sulle scene pubblicando “Aon”,  praticamente un perla dimenticata di grindcore old school che non sarebbe affatto sfigurato su qualche compilation della Earache negli anni ’90. Il concentrato di questa prima fatica in studio è per l’appunto un grindcore vecchia scuola che ancora mostra tutta l’influenza primitiva dell’hardcore punk più politicizzato, riottoso e  aggressivo, i cui passi si muovono sulle coordinate tracciate da mostri sacri quali Extreme Noise Terror (influenza che emerge prepotentemente dall’utilizzo di due voci, una più grind e l’altra a tratti più crust-hc), Napalm Death e Terrorizer, ma che strizza l’occhio anche ai primi lavori dei Nasum. Non è un caso infatti che, tra le tredici schegge di grindcore impazzito che ci sparano addosso gli Ablach con questo “Aon“, troviamo una cover dei Napalm Death (Unchallenged Hate) e una dei Terrorizer (Corporation Pull In), oltre a tracce assolutamente senza pietà e devastanti come  Confessit & Declait Furth o Obar Dheathain. Uno degli aspetti più interessanti però di questo primo lavoro in casa Ablach è senza ombra di dubbio l’influenza lirica e linguistica che hanno avuto la mitologia, il folklore e la storia scozzese e irlandese sul loro personale modo di intendere e suonare grindcore incazzato e politicamente schierato. A partire dal nome scelto dal gruppo che richiama Emain Ablach, un mitico paradiso insulare della mitologia irlandese, fino a giungere al titolo dell’album (che significa letteralmente “uno” o “primo”) e a buona parte dei testi scritti e urlati in lingua gaelica, passando per l’artwork di copertina che richiama l’immaginario celtico caro a gruppi come gli Oi Polloi!, il grindcore degli scozzesi, pur rimanendo ancorato ai mostri sacri del genere, palesa fin da subito la volontà di ricercare una sua propria identità, mostrando già una buona dose di personalità. Questo retaggio storico-culturale di matrice scozzese e gaelica evoca inoltre un’atmosfera generale, tanto nell’immaginario quanto nei momenti che tradiscono il retaggio hardcore del grind suonato dagli Ablach, che mi ha spesso riportato alla mente le stesse sensazioni che mi trasmettono dischi come “Respect, Protect, Reconnect” degli Scatha o “Earthbeat” dei Sedition, storici e fondamentali gruppi crust/hardcore emersi dalla scena scozzese tra la fine degli anni ’80 e la prima metà degli anni ’90. Le tematiche affrontate nelle liriche sono quelle più classiche e tipiche del primo grindcore e dell’hardcore, passando dai toni apocalittici di una possibile fine del mondo a problematiche sociali come la violenza domestica e l’alcolismo, il tutto con una forte impronta politica e una tensione riottosa e belligerante che emerge dall’intensità con cui gli Ablach ci sputano addosso tutta la rabbia e l’odio che hanno nel cuore.

Se siete cresciuti con i gruppi sopracitati e ancora oggi non potete fare a meno di ascoltarvi capolavori immortali del calibro di “A Holocaust in Your Head” o “World Downfall“, il gaelic grindcore concentrato nelle tredici devastanti tracce di questo “Aon”  è quello che fa per voi. Ancora una volta, grindcore o barbarie.

 

 

 

 

Comunicato Numero Zero

Compagni/e punx rivoluzionari/e, siamo rimasti tranquilli e abbiamo sofferto la violenza del sistema per troppo tempo. Ci attaccano quotidianamente. La nostra risposta sarà violenta ed il problema non è se la rivoluzione sarà violenta o meno. Non subiamo ogni giorno gli orrori della violenza statale e della guerra? La violenza del sistema è ovunque e ci opprime nella nostra vita quotidiana. Lo sfruttamento salariale e le nostre stesse esistenze sacrificate sull’altare del profitto non sono forse, ogni giorno, guerra? Le morti nelle carceri, gli omicidi nei CPR, i morti alle frontiere dell’Europa e nel Mediterraneo non sono forse, ogni giorno, guerra? La devastazione ed il saccheggio degli ecosistemi in nome degli interessi del capitale non sono forse, ogni giorno, guerra? La pacificazione sociale imposta con la repressione brutale e mantenuta con il controllo e la sorveglianza delle nostre vite non è forse, ogni giorno, guerra? Fratelli e sorelle non possiamo delegare il nostro desiderio di iniziare l’offensiva, noi dobbiamo attaccare. Qui e ora.

E ancora una volta saremo pronti a riconoscere gli sconosciuti come amici attraverso le loro azioni. Che si uniscano alla brigata arrabbiata del disastro sonoro dieci donne e uomini animati dalla scintilla della violenza rivoluzionaria abbandonando la lunga agonia della sopravvivenza; da questo momento finiscono i tempi della disperazione e dell’alienazione e inizia finalmente la festa dell’insurrezione. Queste sono parole di rabbia, fratelli e sorelle, compagni e compagne punx, ed è giunto il momento di armarle queste parole. 

E’ da troppo tempo che la rivoluzione bussa alle porte delle nostre città noiose. Lasciamo dunque divampare la gioia di distruggere in modo totale questo mondo che ci distrugge ogni giorno. Non e’ più tempo di parole, non è più tempo di proclami. La gioia armata è ancora nel cuore.

La Brigata Arrabbiata del Disastro Sonoro

Data sconosciuta, ancora chiusi nella città contaminata e iper-sorvegliata. Finirà mai? Quando annunceranno che tutto questo sarà finito, con proclami gioiosi di ritorno alla normalità, speriamo sia solo la fine della loro pace e l’inizio della nostra, per troppo tempo attesa, vendetta. Senza dimenticare, in tutto questo, cari miei e care mie, signore, punx, compagni, signori compagne, che solo il crust farà da colonna sonora all’insurrezione che verrà. Perchè, mi sembra stupido doverlo ribadire, solo il crust ci salverà. E ancora una volta sono qui a parlarvi di tre dischi e tre gruppi della scena crust punk italiana degli anni Duemila e dell’importanza che hanno avuto per me, visto che purtroppo sono nato troppo tardi per vivermi in prima persona quel periodo storico e quella scena. Tutto quello che scriverò sarà profondamente soggettivo, come lo è stato dal primo giorno in cui decisi di aprire questo blog, anche perchè, per scelta, non sono un critico musicale e soprattutto perchè lascio la triste ambizione di fare il critico musicale a chi in queste sonorità non vede altro che merci alternative da cui trarre profitti.

Partiamo dal 2003, anno in cui viene registrato e dato alle stampe “L’Oblio Copre Ogni Cosa” secondo disco dei Disforia dopo il primitivo demo pubblicato l’anno prima e intitolato “Quattro Frammenti di Orrore Quotidiano”. Un disco, questo “L’Oblio Copre Ogni Cosa”, che quando recuperai anni fa mi fece subito pensare di star ascoltando un lavoro seminale per l’allora scena crust punk italiana. E seminale lo fu davvero, visto che stiamo parlando di uno dei primi lavori pubblicati nella penisola caratterizzati da sonorità crust-grind che si rifacevano tanto ai Doom di “War Crimes (Inhumans Beings)” e di “Total Doom” quanto agli Extreme Noise Terror di “A Holocaust in Your Head” e “Phonophobia”, senza abbandonare l’influenza primordiale del d-beat dei Discharge. Il nome stesso scelto dai Disforia sembrerebbe voler richiamare l’influenza dei Discharge utilizzando appunto una parola avente come suffisso “Dis-“, come fatto da infiniti altri gruppi a livello internazionale. Tornando a parlare nello specifico dello splendido “L’Oblio Copre Ogni Cosa”, il disco viene introdotto da un’intro di un minuto e mezzo che ci fa piombare immediatamente nell’oscurità costruendo un’atmosfera dai tratti apocalittici. Ma è con le prime note di “Infermità Mentale” che si viene inghiottiti da una tempesta di devastante grinding d-beat crust punk, un sound aggressivo e brutale che avanza bramoso di distruzione e che non si placherà fin quando di questo mondo non rimarranno che inutili macerie. La proposta dei Disforia appare come attraversata da una ferocia barbara,  da un’odio istintivo e da una esigenza espressiva inarrestabile che trasuda da ogni singola nota di ogni singolo brano presente su questo “L’Oblio Copre Ogni Cosa”. Un disco che non cesserò mai di ritenere fondamentale, quanto meno per l’evoluzione dei miei gusti.

Nel Mio Mondo il Sole Non Sorge Mai“, secondo disco dei Disprezzo, esce nel 2004 ed è una tempesta di crust punk profondamente radicato nella lezione della scena svedese, sia quella della prima ondata (Anti-Cimex e Avskum) sia quella venuta più tardi (Disfear e Wolfpack), imbastardito con frequenti incursioni in territori black metal. Già dal titolo si può percepire un’atmosfera apocalittica e oscura di amebixiana memoria ed infatti la titletrack, che ci introduce a questo magnifico lavoro, ci travolge immediatamente e senza pietà con una tempesta di furioso e tuonante crust punk impreziosito da riff di matrice black su cui si stagliano imperiosamente vocals infernali e lancinanti. Dieci tracce per un totale di 25 minuti che continuano a diramarsi sulle coordinate di un crust/d-beat di matrice svedese che però sembra intimamente teso ad esplorare gelide ed oscure lande black metal, creando soprattutto attraverso melodie di chitarra e un martellante lavoro dietro le pelli, paesaggi e atmosfere dai toni estremamente cupi ed apocalittici. Le pulsioni (black) metal sembrano animare in profondità il sound dei Disprezzo ed emergono difatti prepotentemente nel riffing e in alcune soluzioni melodiche della chitarra così come negli assoli, riuscendo in questo modo a rendere più variegate le varie tracce in cui ci imbattiamo durante l’ascolto di questo, a mio parere, magnifico “Nel Mio Mondo il Sole Non Sorge Mai”. Il tono apocalittico che attraversa l’intero disco viene evocato in modo perfetto da tracce come “Un Giorno” o “Xx/xx/xxxx”, ottimi esempi di moderno crust punk di scuola svedese in cui il riffing di chitarra e la batteria martellante la fanno da padroni assoluti e travolgono con una furia senza eguali. Inutile continuare a parlare nello specifico di questo o quell’altro brano, perchè “Nel Mio Mondo il Sole Non Sorge Mai” è uno di quei dischi in cui bisogna tuffarcisi a capofitto senza pensarci mezzo secondo, ascoltandolo dall’inizio alla fine senza riprendere mai fiato. E’ un disco assurdo in cui convivono in modo perfetto le pulsioni crust e quelle (black) metal, dunque un disco che, per gusti personali, rimane uno dei migliori pubblicati all’interno della scena punk italiana nei primi anni duemila.

“Deboli creature incatenate, destinate al nostro piacere, spero non vi siate illuse di trovare qui la ridicola libertà concessa dal mondo esterno, siete fuori da confini di ogni legalità, nessuno sulla terra sa che voi siete qui. Per tutto quello che riguarda il mondo voi siete già morti”. Si apre con questo spezzone, tratto probabilmente dal film-capolavoro “Salò o le 120 Giornate di Sodoma”, il bellissimo “Figli della Vostra Catastrofe” dei romani Dirty Power Game, disco che vede anch’esso la luce nel 2004. Il sound dei Dirty Power Game affonda le proprie radici nella lezione seminale di dischi quali “A Holocaust in Your Head” degli Extreme Noise Terror e “Unrest” dei Disrupt, un crust-core/grind in cui si sente ancora tutta l’influenza dell’hardcore punk di wretchediana memoria. “Figli della Vostra Catastrofe” ha una batteria costantemente martellante che alterna ritmi d-beat ad improvvisi e brutali blast beats capaci di riportare alla mente addirittura i seminali Asocial di “How Could Be Hardcore Any Worse?” del 1982. La prima traccia in cui ci imbattiamo è la devastante “Cappio alla Gola”, un furioso assalto di grinding crust-core accompagnato da un testo aggressivo che si scaglia contro la democrazia, le carceri e tutto il nostro mondo, promettendo, come fosse una dichiarazione di guerra scandita da un’alternarsi di vocals tra Nicola e Massimo, che “cresce e avanza la mia voglia di distruggere”. La successiva “Niente”, una feroce aggressione di grind/crust-core in cui si sentono perfettamente gli echi di Doom, Extreme Noise Terror e Disrupt, è sorretta da ritmi d-beat insistenti e brutali che sembrano poter sbriciolare le ossa. Con questo devastante quanto brutale concentrato di grinding-crust punk, un’assalto barbaro e che non mostra il minimo segno di cedimento, i Dirty Power Game non lasciano scampo a niente e nessuno, disseminando dietro di se solamente macerie e rovine.

 

Questi sono solamente altri spunti che ritengo validi e interessanti per la lotta dei/delle punx rivoluzionari/e destinati ad essere discussi, corretti e soprattutto messi in pratica senza perdere tempo. In questi tempi e in quelli che verranno i padroni e lo Stato hanno paura di possibili rivolte e ribellioni. Ecco allora che dobbiamo essere pronti più che mai per non ritornare a nessuna rassicurante normalità. Per non essere mai più disarmati, armiamo la nostra gioia.

The Mild – Old Man (2020)

A metà strada tra i Trap Them e i Gatecreeper, ci imbattiamo nel nuovo EP dei veneziani The Mild intitolato “Old Man. Virando prepotente il proprio sound verso sonorità death metal di scuola svedese (Entombed su tutti), senza abbandonare mai completamente gli ingredienti più hardcore e grind che fanno parte del corredo genetico del loro sound dalla prima ora, i The Mild ci regalano 6 tracce intense, aggressive e votate alla distruzione più totale. A farla da padrona, per tutta la brve durata dell’intero lavoro, è un tappeto sonoro fatto di tupa tupa tritaossa, un riffing frenetico e brutale e vocals barbariche e rabbiose, elementi che contribuiscono a creare un’atmosfera caotica e assordante. La lunghezza media dei brani si aggira intorno ai due minuti e mezzo, ricordando profondamente il percorso intrapreso musicalmente dagli ultimi Hierophant e il loro modo di suonare death metal, condensando in tracce brevi tutta la brutalità, l’aggressività e il groove possibili. Inoltre su questo Ep possiamo imbatterci anche in improvvise incursioni in territori black che conferiscono ulteriori sfumature a questa ricetta hardcore/grind/death devastante che è il sound dei The Mild, al punto da ricordarmi fortemente sonorità riconducibili a quanto fatto dai The Secret o dagli Hungry Like Rakovits. La quarta traccia “Confusion Reigns” rappresenta alla perfezione questa sporcatura blackened presente nella proposta dei veneziani, sopratutto nel riffing infernale e nello screaming lacerante e gelido. Light Beam, così come l’iniziale The Creationd is Beyond Saving e Horrible Visuals, è invece una traccia che mostra precisamente la nuova rotta verso lidi swedish death intrapresa dai The Mild che non nascondono l’influenza di Entombed e Grave, anche se rivisitata in chiave moderna e forse più groovy sulla falsa riga di quanto fatto recentemente dai Gatecreeper. Un Ep intenso, brutale e che non concede momenti di quiete o possibilità di riprendere fiato; un lavoro con cui i The Mild ribadiscono che il loro unico obiettivo è quello di demolire qualsiasi cosa si trovi dinanzi a loro, devoti solamente a far si che questo mondo sprofondi nel caos e nella follia!

 

“L’Odio Cresce Ancora” – Intervista a Mauro dei Disforia

Di seguito potrete leggere un’interessante chiacchierata/intervista che ho fatto con Mauro dei Disforia, nome storico della scena crust punk/grind italiana degli anni duemila. Si parlerà del passato, del presente e del futuro della band, si affronteranno questioni riguardanti pratiche di lotta politica quali l’autogestione o l’autoproduzione e si passerà attraverso il ricordo di cosa significasse far attivamente parte della nascente scena crust della penisola, cercando di non incappare nella trappola delle facili romanticizzazioni dettate dalla nostalgia e dal tempo. Lascio la parola a Mauro (che ringrazio nuovamente) e alle sue esaurienti risposte che son certo potranno riscontrare l’interesse di molti, sia di chi ha vissuto l’intensità di quella precisa scena e di quello specifico momento storico insieme a lui, sia chi, come me, condivide il suo stesso modo di intendere la musica punk hardcore ancora oggi nel 2020, sforzandosi di renderla una reale minaccia per questo esistente. In Grind we Crust!

Ciao Mauro, iniziamo l’intervista nel modo più classico possibile: come nascono i Disforia e qual è stato il motivo che vi ha spinto a mettere su tale progetto?

Ciao Stefano, i Disforia nascono nel 2000. Si era da poco sciolto il gruppo punk hard-core in cui suonavo dal 1995 e avevo voglia di suonare roba che sentivo più mia e che mi convincesse pienamente, senza dover fare, musicalmente parlando, troppi compromessi stilistici ed attitudinali come spesso accadeva con la vecchia band. In quel periodo ero molto intransigente (decisamente più di adesso) e non consideravo neanche “punk” ciò che non fosse musicalmente estremo, politicizzato e dissonante. Sottolineo che erano ancora i tempi del boom della Epitaph e della piaga del pop punk e dell’hardcore melodico… Capisci che per me che ero stato folgorato dai Discharge nel 1991, tutta quella merda americana colorata e wannabe, rappresentava (e rappresenta tuttora) l’antitesi al punk! Aveva quasi più senso il grunge… In tale ottica, reclutato il batterista, un ragazzetto del giro thrash metal (scelta non casuale dato che avevo bisogno di qualcuno che andasse oltre il tupa-tupa suonato a cazzo), buttammo giù 4/5 pezzi e successivamente ci preoccupammo di trovare un bassista ed un cantante. Per la voce si propose subito Davide, che suonava il basso nel mio precedente gruppo, ed essendo un malato di death metal svedese e grind-crust, fu perfetto per il ruolo. Completata la line-up, la linea da seguire fu chiara fin dall’inizio: fare crust con testi in italiano!

Io purtroppo sono arrivato tardi essendo nato nel ’95, puoi raccontarci com’era la scena crust/grind italiana di inizio anni duemila?

Praticamente sei nato assieme alla scena crust in Italia (ride). Erano i tempi d’oro del crust italiano… Per rendere l’idea, parliamo di tutto il contrario di quello che è adesso il punk nostrano! C’era una rete di contatti epistolari a livello internazionale ed ognuno si sbatteva per organizzare e fare qualcosa di concreto: tutti cercavano di organizzare serate, si coproduceva, si facevano fanzines, compilations e ognuno aveva una propria distro. C’era di certo una maggiore consapevolezza e la musica andava di pari passo con l’attivismo politico… Ma soprattutto c’era gente! Ormai la scena punk in Italia, salvo qualche eccezione, pare essersi ridotta a quattro gatti che postano selfie sui social network e ai gruppi che stampano più magliette che dischi per alzare due soldi. Anche ai banchetti nei concerti i ragazzi guardano solo le toppe e le magliette, i dischi non se li fila nessuno.Non dico che fosse un paradiso perché, per alcuni aspetti, anche la scena crust-punk per molti è stata solo una sorta di moda del momento.

Cosa vi ha spinto a scegliere di esprimere la vostra rabbia e le vostre tensioni proprio attraverso generi come il crust ed il grindcore?

Personalmente ascoltavo thrash metal nel 1988 e ho mosso i primi passi in ambito più estremo con la Earache Records ascoltando Napalm Death, Carcass & co. poi scoprii il punk nel 1991 e capii quale fosse la mia strada. Suonare crust nel 2000 è stata la sintesi del mio background musicale ed il modo migliore per esternare le mie idee.

Quali sono stati inizialmente i gruppi che ti hanno influenzato a livello personale? E quali quelli che hanno influenzato il progetto Disforia?

Come dicevo ho avuto diverse influenze musicali che vanno dal punk italiano anni ’80 a quello inglese e svedese, fino al thrash/death metal, passando per la darkwave. All’epoca, ma anche adesso, impazzivo per Discharge, Doom, Extreme Noise Terror, Wretched… Decisi di mettere su i Disforia dopo aver letteralmente consumato “A world of no beauty” dei Disgust.

Cosa volevate e volete trasmettere a livello di tematiche con la vostra musica?

Sicuramente il disgusto per lo schifo che ci circonda e per una larga parte del genere umano, il disagio quotidiano per non voler essere parte di una società che ci reprime, ci condiziona e ci annichilisce con il passare degli anni.

Cosa significa per te Mauro e per voi Disforia suonare punk? Che importanza hanno pratiche come l’autogestione e l’autoproduzione e come vi ci siete rapportati negli anni all’intento della scena punk?

Suonare punk è semplicemente il modo di esprimere ciò che siamo. Abbiamo sempre frequentato attivamente situazioni occupate ed autogestite, alcuni di noi, sono stati o sono tuttora occupanti in alcuni C.S.O.A. qui a Roma…I Disforia sono il “classico gruppo da centro sociale” (cit.), in 20 anni di attività, abbiamo suonato esclusivamente in centri sociali. Le volte che abbiamo suonato nei locali si contano sulle dita di una mano.

Ribadisco spesso sulle pagine di Disastro Sonoro che per me il punk non è solamente musica, ma un mezzo per diffondere un messaggio di lotta a questo esistente ben preciso e per costruire percorsi con cui attaccare un sistema economico che ci sacrifica ogni giorno sull’altare del profitto di pochi. Quanta importanza ha avuto e continua ad avere questa dimensione di lotta per te e per gli altri membri dei Disforia?

Sono aspetti ancora molto importanti che incidono inevitabilmente sul rapportarsi alla vita: attraverso di essi si cerca di portare avanti un discorso di coerenza, anche se con qualche inevitabile compromesso. Quando diventi grande e non puoi più permetterti di fare lo stronzo in giro come hai fatto per decenni, ti ritrovi a dover affrontare la vita in modo diverso. Tutto ciò crea una maggiore frustrazione e, ti garantisco, che anche l’ottica e le prospettive cambiano.

Spesso si sente ripetere che i gruppi Grind e crust abbiano tematiche trite e ritrite. Pensi che siano ancora di attualità i testi che avete scritto come Disforia su dischi come “L’Oblio copre ogni cosa“?

Credo proprio di si… E penso lo saranno ancora per un bel po’ purtroppo. Anzi, vedo che la situazione va anche peggiorando!

Quanto sono diversi i Disforia dei primi dischi da quelli del vostro ultimo lavoro “Solve et Coagula” del 2017?

La matrice è sempre la stessa dato che sono io a fare musica e testi, ma dalle prime registrazioni in cui avevamo un suono più trashettone c’è stato un progressivo spostamento verso sonorità decisamente più estreme. Ognuno degli amici che si sono alternati all’interno dei Disforia nel corso degli anni, ha espresso se stesso mettendo una parte del proprio essere nel groove e quello che trasuda dalle registrazioni ne è il risultato. L’odio cresce ancora…

Possiamo affermare che il progetto Disforia sia tutt’ora attivo? Progetti futuri?

E’ attivo, ma con i suoi tempi, come sempre, e lo porterò avanti finche campo! Abbiamo registrato nel 2019 sette nuove tracce che sono in attesa di essere mixate per essere pubblicate su un nuovo vinile. In più, emergenza Covid19 permettendo, per festeggiare i primi 20 anni del gruppo, farò uscire una edizione limitata su CD del nostro primo demo del 2001, rimasto ad oggi inedito.

Mauro siamo giunti alla conclusione di questa chiaccherata, sei libero di aggiungere qualsiasi cosa ti venga in mente

Concludo limitandomi a ringraziare te per lo spazio dedicatoci e chi continua ancora a sbattersi e a supportare il giro punk… E noi!

(A) IN GRIND WE CRUST (E)

Stigmatized – … a Wall of Falseness (2020)

 

Aprile 2020, in piena pandemia globale il mondo sta scivolando sempre più nel baratro, un misterioso quanto fatale virus miete sempre più vittime al punto che la fine dell’umanità sembra essere giunta. Della normalità tanto agognata da qualcuno non è rimasta nemmeno l’ombra. In uno scenario simile, gli Stigmatized ci regalano la loro ultima fatica in studio dal titolo “… a Wall of Falseness“. Pur avendo dovuto affrontare cambi di formazione rispetto al primo lavoro datato 2016, il sound dei cagliaritani non perde niente in termini di intensità, di ferocia e di brutalità, tanto meno a livello di irruenza espressiva e di tecnica strumentale.

La vita fa schifo… E poi muori! È ancora questo il messaggio nichilista che ci sputano in faccia i cagliaritani Stigmatized con il loro nuovissimo album “… a Wall of Falseness“, un assalto demolitore di grindcore a metà strada tra la vecchia scuola e pulsioni più moderne ed echi crust e powerviolence che rimangono parte del corredo genetico della proposta dei nostri! Undici tracce, quattordici minuti, una sorta di breviario del caos che trasuda odio nichilista, furia distruttrice e rabbia brutale da ogni singolo riff e da ogni blast beat. Tra gli undici brani fa piacere riascoltare pezzi già sentiti e apprezzati sul primo EP “Slavery” pubblicato ormai quattro anni fa, come “Life Sucks The You Die“, “Stigmatized Corpses” o “Mass Graves“, ma che appaiono ancora più brutali e devastanti in questa nuova veste. Accanto ad essi trovano spazio anche pezzi inediti come “Man Is War” o “The One Who Suffer” che risultano essere tra gli episodi migliori dell’intero lavoro e due ottimi esempi dell’intensità e della brutalità che contraddistingue il grindcore suonato dagli Stigmatized. Le influenze da cui prende forma il sound degli Stigmatized vanno ricercate ancora una volta tanto nel primordiale grind sporcato di hardcore dei Napalm Death quanto in dischi come “Inhale/Exhale” dei Nasum, “Under Pressure” dei Rotten Sound e “Killing Gods” dei Misery Index, senza tralasciare qualche vago richiamo al powerviolence degli Yacopsae da sempre presente nella proposta dei nostri.

Con tutto l’odio che hanno nel cuore verso questo mondo di miseria, sfruttamento, guerre e oppressione, gli Stigmatized son pronti a sparare questa raffica di devastante e furioso grindcore affinché non rimangano che macerie di questa civiltà che si è già autocondannata a morte. “… a Wall of Falseness” è una mazzata di disastro sonoro che colpisce in pieno volto e lascia stramazzati al suolo, niente più e niente meno. Cagliari continua ad odiare ed è ancora tempo di massacro!

 

Make Rho Extreme Again – Extreme Smoke 57, SOS Fornace, Rho

Breve report del concerto degli Extreme Smoke 57 del 10 maggio 2019, in compagnia di Suicide by Cop, Kontrau e Roor Explo nella cornice del centro sociale Fornace di Rho. Esce solamente ora, con un “leggerissimo” ritardo di quasi un anno, perché avevo scritto queste righe in vista di pubblicare il seguente report sul primo numero della fanzine previsto per la scorsa estate. Purtroppo la suddetta fanzine, ad oggi, non ha mai preso vita, in futuro si vedrà. Il motivo principale che mi ha convinto a pubblicarlo adesso dopo così tanto tempo è legato al momento che stiamo attraversando, un’emergenza sanitaria, sociale, politica ed economica come quella attuale che ci costringe, tra tantissime difficoltà materiali, in quarantena e ci tiene lontani dai momenti dei poghi selvaggi ai concerti. E così, un po’ per ricordare un bella serata con un tocco di nostalgia e un po’ per colmare, anche solo a parole scritte, quel vuoto lasciato dall’assenza e impossibilità di organizzare concerti, credo sia importante ricordare momenti simili. Buona lettura.

Suicide by Cop

Il 10 maggio del 2019, dopo parecchio tempo, il centro sociale Fornace di Rho torna ad ospitare sonorità estreme in occasione del concerto di uno dei gruppi che ha impresso il proprio nome in modo indelebile nella storia del grindcore balcanico ed europeo ed il merito non può che andare ad un certo Gian, conosciuto per essere il batterista dei Cocaine Slave nonché voce dei Suicide By Cop, e ad un certo Pierpaolo. Sto parlando degli sloveni Extreme Smoke 57 che con il loro grindcore vecchia scuola, che ancora trasuda tuta l’influenza dell’hardcore punk, hanno rischiato seriamente di radere al suolo l’intera struttura occupata nella desolata provincia milanese! Poche le persone accorse in quel di Rho per questo concerto imperdibile per tutti gli amanti dell’estremismo sonoro e del terrorismo musicale, e questa è sinceramente l’unica nota stonata della serata che per il resto è stata estremamente godibile! Merito non solo degli Extreme Smoke 57 ma anche dei gruppi che gli hanno accompagnati in questa avventura nell’anonima periferia di Milano. Ad aprire il concerto ci hanno pensato i bergamaschi Roor Explo e ammetto diessermi perso la loro esibizione a base di classico hardcore punk (da quello che mi pare di aver sentito mentre ero fuori a bere). A seguire ci hanno pensato i Suicide By Cop di Gian, del buon Sada e della cara Rika ad infiammare la serata che da questo momento è diventata veramente intensa. Tornano a suonare live dopo un po’ che mancavano in giro e si può notare una decisa inversione di rotta rispetto al sound che proponevano fino a poco tempo prima di questo concerto. Niente thrash -core, la proposta dei nostri oggi presenta una fortissima influenza death metal a la Incantation o in stile Deicide, il tutto imbastardito da momenti che lambiscono territori grind (merito sicuramente anche del batterista, ‘na macchina da guerra assurda). Un sound robusto e devastante, un’esibizione a tratti perfetta e assolutamente coinvolgente quella dei Suicide By Cop! Siamo giunti ora al momento tanto atteso, gli Extreme Smoke 57 attaccano a suonare e il loro grindcore non ha nessuna intenzione di fermarsi davanti a nulla, tira dritto e trita ossa dall’inizio alla fine. Gli sloveni sono in giro dagli anni ’90, di esperienza ne hanno da vendere e si vede perfettamente come dell’esiguo numero dei presenti, pronti comunque a pogare come dannati sotto il palco, non gliene freghi assolutamente un cazzo di niente. Suonano il loro grindcore con tutta la passione, l’attitudine e la rabbia che hanno nel cuore e se ne fregano di tutto il resto, come se essere in Fornace a Rho nella sperduta e desolata periferia di Milano o essere all’Obscene Extreme a loro non cambiasse assolutamente un cazzo. In una parola: devastanti! A chiudere la serata ci hanno pensato i Kontrau del buon Filippo alla voce. Un sound che è un miscuglio di tutto quello che c’è di rumoroso e bello in ambito metal e punk, perfetto per far pogare i presenti ormai definitivamente in preda ai fumi dell’alcol e che non chiedono altro che sentire un po’ di “chaos non musica” per concludere in bellezza la serata. Rho, un giorno di inizio maggio dello scorso anno, è tornata ad essere casa del grindcore più sincero ed estremo. In fin dei conti, è andata bene così. MAKE RHO EXTREME AGAIN!

In Front of Paranoia – Insanity Reigns Supreme

Cronache dalla quarantena nella provincia contaminata. Prima lettera ai sopravvissuti al virus (e al collasso del capitalismo).

Di fronte alla paranoia, la follia regna sovrana…

Alla televisione hanno detto che la malattia si espande rapidamente. In moltissime città il numero di coloro che muoiono aumenta, in altre zone desolate cresce sempre di più la conta di chi, in preda al terrore e alla paranoia, decide di togliersi la vita piuttosto che attendere la lenta morte tra atroci sofferenze. Il virus, ancora scononosciuto, si trasmette velocemente come un banale raffreddore stagionale. Basta un qualsiasi contatto umano e ti ammali. Una volta che il virus inizia a circolare nel corpo, si viene assaliti da una tristezza profonda e si hanno due sole alternative: aspettare la morte o uccidersi, è cosi che funziona. Altri credono che per sfuggire al virus basti barricarsi nelle proprie abitazioni, come fossero dei lazzaretti impenetrabili e attendere che dalle televisioni una voce annunci la scoperta di una cura o di un vaccino per il virus. Ma il tempo scorre inesorabile, giorno dopo giorno il numero dei decessi aumenta. Passa così un mese, le autorità impongono la quarantena forzata a tutta la popolazione, minacciando arresti, denunce e sanzioni per coloro che avessero anche solo osato pensare di poter infrnagere queste misure speciali. Repressione reale e psicopolizia si alternano come in un romanzo distopico.

Una quarantena inizialmente momentanea e che invece ad oggi non sembra ancora avere una scadenza. Non basta, le strade deserte vengono invase da forze di polizia e dall’esercito con il compito di controllare e sorvegliare gli spostamenti di ogni singolo individuo e di punire coloro che si ribellano a questa restrizione estrema della libertà. Paranoia nelle strade, paranoie nelle abitazioni che prendono sempre più la forma di celle e in cui la quarantena si trasforma in reclusione forzata, psicosi diffusa tra la gente. Ma la sete di sangue del virus non sembra aver intenzione di placarsi.

Gli unici a cui l’autorità concede (sarebbe meglio dire, obbliga) di muoversi sono i lavoratori delle fabbriche, perchè si sa che il capitalismo e gli interessi dei padroni sono più importanti della sicurezza dei proletari  che possono senza problemi essere sacrificati sull’altare del profitto,per l’ennesima volta nella storia. Scioperi spontanei e selvaggi disturbano però l’ordinario funzionamento del capitalismo nazionale e invadono le fabbriche e gli altri luoghi di lavoro. La produzione si ferma, la logisitica di ferma. Iniziano i saccheggi dei grandi centri commerciali, la merce di lusso viene data alle fiamme in un vortice di gioia insurrezionale. L’inizio del collasso del capitalismo sembra all’orizzonte e qualcuno tra noi si prepara ad  assestare il colpo fatale a questo mondo.

Intanto le carceri di tutto il paese iniziano a prendere fuoco e ad alimentarne le fiamme sono le rivolte dei detenuti che protestano per le loro condizioni e per la mancanza di sicurezza dinanzi all’avanzata del mortale virus. L’autorità dello stato ha una sola risposta per placare i tumulti, la più classica: repressione e omicidi. Nel giro di meno di quattro giorni di rivolte perdono la vita per mano delle forze poliziesche una ventina di detenuti da nord a sud, mentre altrettanti riescono ad evadere dalle galere e correre liberi su sentieri illuminati solamente dalla luna, unica fedele compagna dei fuggiaschi e dei latitanti di ogni epoca. Ma il virus non è ancora sazio e anzi prosegue nella sua bramosa fame di morte. Detenuti e proletari, carne da macello per il capitale e per lo Stato, hanno iniziato a minare questo esistente fondato sullo sfruttamento, sulla repressione, sulla non-vita. Gli oppressi ci insegnano che lo stato di emergenza» in cui viviamo è la regola nell’epoca del libero mercato. Il virus ha smascherato l’intima fragilità delle strutture statali e della loro pretesa di essere necessarie, inattaccabili, eterne, divine.

Controllo, sorveglianza, repressione non bastano più a placare la ribellione degli ultimi e degli sfruttati di questo mondo. Il collasso del capitalismo sembra davvero alle porte… La paranoia dilaga nei difensori di questo esistente, infinite possibilità si aprono invece per coloro che di questo esistente vogliono lasciare solo macerie.

La storia narrata nell’introduzione di questo articolo si pone a meta strada tra la cronaca reale delle ultime settimane, la fantasia degna di un film fantascientifico-horror degli anni ’80 in stile “Incubo sulla Città Contaminata” di Umberto Lenzi e una buona dose di analisi di classe auspicando nella caduta del capitalismo. Prendetela per quella che è, un racconto a metà tra la realtà e la distopia scritto durante la quarantena rinchiuso in provincia, niente più, niente meno. Però vi lascio alla fine di questo articolo un interessante contributo da leggere per comprendere al meglio questa situazione di emergenza economico-sanitaria.

Purtroppo però a fare da colonna sonora a questa reclusione forzata non ci sono le sublimi musiche che accompagnavano il film di Lenzi sopracitato ad opera dal grandissimo Stelvio Cipriani, bensì un tripudio di brutale e marcio crust punk imbastardito con le frange più violente del metal estremo e del grindcore. E’ così che nasce quindi “In Front of Paranoia”, rubrica creata con il solo scopo di riscoprire quei gruppi e quei dischi che ritengo fondamentali e che si posizionano a metà strada tra i territori più estremi della musica metal (death su tutti) e il crust punk. In questo primo appuntamento ci addentreremo negli oscuri abissi dell’underground estremo del Regno Unito alla scoperta (o riscoperta) dei Prophecy of Doom e dei Deviated Instinct e di due dischi seminali per la musica estrema a cavallo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90: “Acknowledge the Confusion Master” e “Rock’n’Roll Conformity”.

I Prophecy of Doom emergono dagli abissi dell’underground britannico dei tardi anni ’80 e personalmente ritengo siano stati uno di quei gruppi da ritenere fondamentali e seminali nel rendere vani quei confini immaginari tra la scena crust punk e quella del death metal dell’epoca. I Prophecy of Doom nel 1988 emergono per l’appunto da questo brodo primordiale composto in egual misura da influenze provenienti da entrambi i territori estremi e si sciolgono meno di dieci anni dopo, nel 1996.

Nel 1989 i Prophecy of Doom registrano i loro primo 7″ intitolato “Calculated Mind Rape”, lavoro in cui i nostri ci danno un primo assaggio del loro sound che risente dell’influenza di tutte quelle anime che permeavano l’underground estremo britannico dell’epoca, prendendo a piene mani tanto dal death metal a la Bolt Thrower quanto dal grindcore dei Napalm Death, senza disdegnare echi di retaggi crust punk.

Ma è nel 1990 che Martin (basso), Shrew (Voce), Tom (Chitarra), Shrub (Chitarra) e Dean (Batteria) registrano il seminale Acknowledge the Confusion Master” che vedrà successivamente la luce su CD sotto forma di split con quell’altro capolavoro dell’underground estremo britannico di fine anni ’80/inizio ’90 che è “The Rise of the Serpent Man” degli Axegrinder. Uscito nello stesso anno di “Harmony Corruption”, terza fatica in studio dei Napalm Death, e ad un anno di distanza dal capolavoro “World Downfall” firmato Terrorizer, questo “Acknowledge the Confusion Master” rappresenta anch’esso un ottimo esempio di death-grind che non abbandona mai del tutto però il proprio legame primordiale con le frange più estreme e marce del punk, tanto nell’attitudine quanto nell’atmosfera generale che permea l’intero lavoro. Ci troviamo infatti dinanzi ad un perfetto ibrido tra il primordiale e selvaggio death metal di scuola britannica di gentaglia quali Bolt Thrower e Benediction, il marcio crust/d-beat punk di Doom e primissimi Extreme Noise Terror e il seminale grindcore dei mostri sacri Napalm Death (per rimanere in terra albionica) e dei Repulsion di “Horrified“. Questo variegato spettro di influenze che animava i Prophecy of Doom venne sintetizzato in ben nove tracce e in un sound definibile senza troppi problemi come marcio e brutale death-grind anora legato a doppio filo con il crust punk più selvaggio e primitivo e ben evidenziato da tracce quali Insanity Reigns Supreme, Calculated Mind Rape, Rancid Oracle o la stessa titletrack. All’epoca I Prophecy of Doom son stati sicuramente tra i pionieri di un nuovo modo di intendere la musica estrema e hanno dato una spinta che ritengo fondamentale all’evoluzione della scena grindcore britannica grazie al loro ibrido di death-grind e reminescenze crust/punk. La profezia è stata svelata, la follia regna sovrana...

Prophecy of Doom

I Deviated Instinct si formarono nel lontanissimo 1984 in uno squat di Argyle Street in quel di Norwich e nel giro di due anni registrarono e pubblicarono due demo devastanti intitolate rispettivamente “Tip of the Iceberg” e la seminale “Terminal Filth Stenchcore” che diede addirittura nome ad un preciso modo di suonare crust punk influenzato dal metal estremo, in particolare il death. Nel 1986, ai tempi della pubblicazione di “Terminal Filth Stenchcore” i Deviated Instinct non avrebbero mai pensato che quella parola (stenchcore) nel titolo della loro seconda demo sarebbe poi stata presa come etichetta da affibbiare a tutti quei gruppi caratterizzati da un suond a metà strada tra il crust punk ed il death metal. A quei tempi probabilmente il termine stenchcore era per i Deviated Instinct solamente il modo migliore per descrivere la propria proposta e il proprio modo di suona un crust punk estremamente influenzato dal death e dal thrash metal. Un anno doppo, nel 1987, i Deviated Instinct pubblicano quello che ritengo essere uno dei migliori ep mai registrati, ovvero “Welcome to the Orgy”, quattro tracce tra cui possiamo trovare due dei brani che amo di più del gruppo di Norwich: “Cancer Spreading” e “Scarecrow”. Un Ep seminale che iniziava già a delineare quasi definitivamente il sound selvaggio, abrasivo e marcio tipico dei Deviated Instinct e che sarebbe poi definitivamente esploso sul vero protagonista di queste righe, il magnifico “Rock’n’Roll Conformity“.

E’ finalmente nel 1988 che Leggo (Voce), Tom (Basso), Sean (Batteria) e Rob (Chitarra) decidono di registrare e dare alle stampe il loro primo full lenght che intitolarono “Rock’n’Roll Confirmity”, quello che ritengo essere il loro capolavoro in assoluto e allo stesso tempo il riassunto perfetto del loro sound. “Rock’n’Roll Confirmity” è un disco primitivo nella sua brutalità e di un importanza inenarrabile per la scena estrema britannica di fine anni 80, un disco capace di mettere d’accordo tutti, tanto gli amanti del crust punk più selvaggio quanto quelli del death metal più marcio e brutale. Un riffing influenzato dal death metal così come dal thrash ma mai complesso al punto da valicare l’irruenza selvaggia del punk, una voce si sofferta ma sopratutto aggressiva e graffiante, un’atmosfera generale permeata da un epicità oscura e attratta da tensioni apocalittiche e una batteria martellante che non disdegna qualche brutale blast-beats, sono questi gli elementi attorno a cui ruotano le dieci tracce che compongono “Rock’n’Roll Conformity” e che delineano il death-crust punk suonato dai Deviated Instinct. La doppietta iniziale con cui si apre il disco formata da Pearl Before Swine e da Laugh in Your Face ci travolge con la sua ferocia selvaggia e primordiale che non ha alcuna intenzione di risparmiare le nostre futili esistenze; allo stesso modo le due tracce con cui si giunge al termine del disco, Return of Frost e Mechanical Extinction, sono una tempesta inarrestabile di furia cieca e rabbia primitiva. Rock’n’Roll Conformity è stato un disco seminale, non mi stancherò mai di sottolinearlo. In un’orgia di crust punk imbastardito con il death e il thrash metal della durata di mezz’ora, i Deviated Instinct hanno segnato per sempre la storia della musica estrema, per alcuni inventando addirittura un genere, lo stenchcore. Tirando le somme e giungendo alla conclusione di questo articolo, esiste dunque un solo modo per definire i Deviated Instinct ed il loro sound: sporco stenchcore suonato da quattro squatters di Norwich, niente di più e niente di meno. Pestilenza, carestia, guerra e morte… benvenuti nell’orgia.

 

Contributi da leggere per analizzare la situazione di crisi sanitaria ed economica attuale, la repressione statale e discutere delle possibilità che si presentano dinanzi a noi per colpire il capitalismo e accellerarne la caduta: La Città Appestata di M.Foucault

Saccage – Khaos Mortem (2019)

Tra le macerie di scenari urbani post-apocalittici opera probabilmente di una guerra nucleare, si aggira una strana banda di selvaggi che sembra essere stata rigettata fuori direttamente dalle viscere dell’inferno per portare caos e morte su ciò che rimane del pianeta terra. Un’orda barbarica che si aggira minacciosa tra le lande desolate e abbandonate da ogni forma di vita, pronta ad abbattersi come una ruggente tempesta di fulmini e tuoni su qualsiasi cosa sfuggita alla distruzione totale. Sventolando alto il drappo del male sotto un cielo che preannuncia temporali senza fine e oscurità eterna, i Saccage sono gli emissari del caos che divorerà questo mondo. Il giorno del giudizio si avvicina, non c’è nessun domani certo ma solamente il qui e ora. Non ci resta che scegliere la nostra strada: partecipare alla distruzione e all’assalto di questo mondo o abbandonarci alla vile morte?

Una furia cieca e selvaggia che prende il meglio del metal estremo e del crust punk e li unisce in una formula brutale e devastatrice che non placa la sua famelica ira distruttrice dinanzi a niente e nessuno. Questa è in estrema sintesi quello che ci troveremo sparato a tutta velocità nelle orecchie su “Kahos Mortem”, ultima fatica in studio per i Saccage, gruppo canadese proveniente dal Quebec e impegnato a suonare un ibrido bastardo capace di concentrare solo il meglio che la musica estrema ha da offrire, tanto in ambito metal quanto in quello punk. Un muro di suono solido e devastante che non si fa scrupoli a tritare tutto ciò che trova sul suo cammino, mezzora di assalto barbaro ad ogni fortezza e ogni certezza che deflagra come una molotov lanciata con tutto la rabbia che si ha nel cuore. Dieci tracce cantante in francese da una voce a metà strada tra il growl di derivazione death metal e un ruggito pù vicino a sonorità crust-grind a cui si somma “Mort par la Mort“, pezzo che vuole rappresentare un tributo ai Nunslaughter; dieci tracce che tracciano una mappa perfetta e quasi esaustiva capace di toccare tutti i territori della musica estrema, dal death metal più brutale di scuola Bolt Thrower al grindcore dei Terrorizer di “World Downfall”, passando per le radici dei nostri sempre ben piantate nel pantano del più marcio crust punk dei primissimi Extreme Noise Terror o degli Extinction of Mankind, a cui sommano assalti di natura thrash metal, ritmi d-beat martellanti, blast beats tritaossa come se non ci fosse un domani e sferzate di black metal suonato alla maniera dei Darkhtrone di album come “FOAD” e “Circle the Wagons”. I Saccage definiscono il loro sound semplicemente come “Satanic Black Death Crust” e forse per una volta l’etichetta riesce a racchiudere al meglio tutte le svariate influenze presenti nel vortice di caos e distruzione contenuto su questo incredibile e brutale “Kahos Mortem”. Dall’attacco dell’iniziale “Dechirure” fino a giungere alla conclusiva “La Kermesse du Chernier”, ci troviamo inghiotti in una furiosa e violenta tempesta di metal/punk estremo che non ci lascia tregua e in cui ci è impossibile riprendere fiato, rischiando di soccombere sotto i colpi mortali di tracce come “Souillure Spectrale”, “Jugement (le régicide eurythmique), “Ivresse Liberatrice” e “Le Debaucher”. I Saccage sono una vera e propria orda del caos emersa dagli inferi e venuta sulla terra per portare solamente morte e distruzione. E c’è da essere sinceri, sono estremamente bravi nel far quello che fanno. Ora tocca a noi scegliere il nostro destino: partecipare alla devastazione totale di questo mondo o soccombere tra i suoi orrori?

A Lesson in Violence – Endless Swarm & Gets Worse

GRINDCORE IST KRIEG, POWERVIOLENCE IS FOREVER!

 

Gli Endless Swarm da Edimburgo, senza ombra di dubbio uno dei migliori gruppi a livello mondiale in ambito grindcore/powerviolence, hanno rilasciato ad ottobre l’ennesima mazzata estrema ricca di sincera attitudine in your face a cui ci hanno abituati da sempre. Credo che nessuno si stia domandando che cosa ci troveremo ad ascoltare su questa ennesima fatica del gruppo scozzese, ma se così non fosse ve la faccio breve: “Imprisoned in Skin” è un perfetto esempio di terrorismo musicale che si concretizza in 19 schegge di grind-violence impazzito e devastante! L’album si apre con la tripletta rappresentata da “Ether”, “Redesign” e salla titletrack, e subito si comprende quale sia il contenuto di questo splendido lavoro: 19 schegge di powerviolence/grindcore incazzato, frenetico e brutale che rendono macerie qualsiasi cosa si trovi dinanzi a loro, che trafiggono la pelle nella quale siamo imprigionati insieme ai nostri demoni più spaventosi che attendono di emergere in superficie per far divampare tutta la loro forza distruttrice.Da menzionare anche tracce quali “Awakened Lens” e “Genocide“, altri esempi perfetti del sound e dell’attitudine che contraddistingue gli Endless Swarm oggigiorno. Disco da ascoltare dall’inizio alla fine senza prender fiato poiché possiede tutta l’intensità di un calcio sullo sterno che impedisce di respirare. “Imprisoned in Skin” degli scozzesi Endless Swarm ribadisce una lezione che non dovremmo mai scordare: powerviolence ist krieg, powerviolence is forever!

 

I Gets Worse da Leeds ci hanno regalato a febbraio quello che a mani basse può essere ritenuto uno dei migliori lavori in ambito grindcore/powerviolence di tutto il 2019! Un sound ancora più devastante quello che caratterizza i Gets Worse su questo nuovo “Snubbed”, 20 coltellate di grind-violence per 27 minuti totali di durata, un concentrato di powerviolence imbastardito dal grindcore (o viceversa) che sa bilanciare perfettamente i momenti più frenetici e quelli maggiormente orientati verso rallentamenti simil-sludge (basti pensare alla traccia iniziale “Empty Tank“, per fare un esempio), con cambi di tempo costanti e un groove a la Spazz che fa da filo conduttore a tutto l’album. Sono tante le tracce che meriterebbero una menzione speciale, in quanto ci troviamo sparate nelle orecchie delle schegge di powerviolence che non mostrano segni di cedimento e che tirano dritte per la loro strada distruggendo tutto e tutti, come ad esempio “Awkwardly Close” (un pezzo dal  forte retrogusto hardcore anni ’90), “Attendance Report” o “El Bencho“, giusto per rimanere nella primissima parte del disco. Lascio a voi il compito, nonchè il piacere estremo, di perdervi nel vortice devastante creato dal resto delle tracce presenti su questo incredibile “Snubbed“. I Gets Worse ci impartiscono una fondamentale lezione di violenza inaudita, come a volerci dire che l’odio e la passione sincera per il potereviolenza sono più vivi che mai nell’underground inglese! Leeds odia ancora, powerviolence uber alles!

Rumori Veloci – L.UL.U/God’s America e Failure/Ona Snop

PLAY FAST TILL THE DAY YOU DIE!

Failure

Puntata speciale di “Rumori Veloci” dedicata esclusivamente a due split album usciti nelle scorse ore che sono delle vere e proprie bombe! Sto parlando delle ultime fatiche targate L.UL.U e God’s America da una parte e Failure e Ona Snop dall’altra, lavori che rispondono ad un unico imperativo categorico: “play fast or die trying!”. Questi due split faranno di sicuro la gioia di tutti gli amanti di sonorità fastcore, powerviolence e grindcore!

I L.UL.U ci avevano lasciati con un super fast Ep di solo due tracce qualche mese fa e sinceramente non si vedeva l’ora che buttassero fuori qualcos’altro, visto che stiamo parlando di una delle migliori realtà italiane in ambito fastcore di cui si sentiva la mancanza! In questo split con i God’s America, interessantissimo gruppo di Las Vegas dedito a sonorità powerviolence/grindcore, i L.UL.U ci regalano quattro nuovissime schegge del loro incazzatissimo fast-hardcore tutto attitudine e passione. Ci troviamo di fronte all’ennesima raffica di pugni nello stomaco a cui ci hanno sempre abituato i milanesi, l’ennesimo calcio in faccia che fa saltare via i denti. A livello di sonorità il fastcore dei L.UL.U, urlato, come sempre, fino a squarciarsi la gola dall’incazzatissima Beret e sorretto da quella vera e propria macchina da guerra che siede dietro le pelli che risponde al nome di Angel, mi ha riportato alla mente ancora una volta gruppi del calibro di Hex e Last Words, nonché lontane influenze più powerviolence riconducibili ai Manhunt o ai Worse. Sul lato dello split occupato dall’hardcore furioso e veloce dei L.UL.U spiccano certamente “Object” e la conclusiva  “Broken Bones” traccia il cui titolo non lascia certo spazio a interpretazioni. Schegge impazzite di fastcore rabbioso trafiggeranno il vostro corpo e le vostre orecchie, vi prenderanno a pugni fino a farvi sputare sangue lasciandovi agonizzanti a terra con le ossa distrutte come dopo un pogo selvaggio. Velocità e rabbia, l’essenza dell’hardcore suonato dai L.UL.U. 

Se non fossero bastate le mazzate targate L.UL.U e God’s America, ci penserà lo split tra Failure e Ona Snop, due delle realtà più interessanti della scena hardcore europea, a darvi l’ennesima scarica di calci in faccia! Questo split è un granitico concentrato di fastcore incazzato e devastante powerviolence che ha come unico dichiarato intento quello di infliggerci il dolore più assoluto sia a livello fisico che a livello psicologico, senza fare prigionieri, senza permettere a nessuno di ripredere fiato.

I Failure ripartono da dove si erano interrotti con il loro primo stupendo lavoro, ovvero un fastcore rabbioso e senza troppi fronzoli, che tira dritto per la sua strada lasciando solo macerie e distruzione al suo passaggio, che, come già scritto per i L.UL.U, non ci pensa due volte a prenderci a pugni nello stomaco e lasciarci senza vita per terra! Tra le sette tracce dei Failure a cui si somma  “Rotisserie Geezer“, cover proprio di un pezzo degli Ona Snop, spiccano senza ombra di dubbio l’iniziale “I Don’t Want to Talk to You”, “Gold-Coated Turd” e “Bleeding Hands”, esempi perfetti dell’attitudine dei nostri e del loro fastcore che ha la capacità di stamparsi immediatamente in testa! Suonare veloci fino alla morte o morire provandoci, ecco l’essenza più pura e sincera del sound dei Failure! Gli Ona Snop, per chi ancora non li conoscesse (e sarebbe un peccato imperdonabile), invece suonano un mix devastante e assolutamente personale di powerviolence e fastcore con evidenti influenze grind e vengono da Leeds, città la cui scena hardcore si sta dimostrando estremamente viva e florida nell’ultimo periodo grazie anche a gruppi come i Gets Worse (ne è un esempio perfetto la loro ultime fatica in studio, “Snubbed”). Sei mazzate di power-fast-violence tra cui spiccano senza ombra di dubbio “Chain Man” posta in chiusura e la  brutale “Melancholic Career“, sei mazzate che picchiano forte in testa come se non ci fosse un domani per gli Ona Snop, gruppo assurdo, irriverente e a cui frega letteralmente un cazzo di prendersi sul serio! Visti live nella cornice di Villa Vegan la scorsa estate in compagnia proprio dei Failure, posso assicurarvi che sono uno spettacolo tutto da godersi e che la loro miscela esplosiva di fastcore e powerviolence suona ancora più devastante dal vivo! 

Credo sinceramente di aver sparato già fin troppe stronzate e quindi ritengo di non avere più niente da aggiungere. Fate vostri il prima possibile questi due split che concentrano il meglio del disastro sonoro e del rumore veloce! E ricordatevi che l’unica cosa che conta, come ci insegnano L.UL.U, God’s America, Failure e Ona Snop è la seguente: PLAY FAST OR DIE TRYING!