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Haggus/Golem of Gore – Split (2020)

Mincecore uber alles, goregrind ist krieg! Pochi fronzoli, partiamo col botto e cerchiamo di non perdere troppo tempo: siamo al cospetto di uno split devastante tra i maestri del mincecore Haggus e gli italiani Golem of Gore autori di un gore-grindcore assolutamente brutale. Venti minuti, cinque tracce sul lato che ospita la band di Oakland e nove invece per i Golem of Gore, una vera e propria scarica di mazzate che arriva dritta nello stomaco senza pietà, un’annichilente lezione di terrorismo musicale che sbriciola il cervello, una lezione di violenza che non lascia scampo e da cui è difficile uscire indenni!

Gli Haggus sono una garanzia da anni all’interno del panorama grindcore/mincecore internazionale e anche su questo split si rendono protagonisti di una prova impeccabile, di brutale violenza e di assoluto impatto, con la loro personale visione del mincecore che, pur avvicinandosi a quanto fatto da altri due mostri sacri del calibro di Archagathus e Agathocles, riesce ad avere sempre una sua propria identità e a trovare spesso soluzioni creative quanto personali che mantengono alto l’attenzione di chi ascolta. Cinque tracce che dimostrano l’impossibilità di placare la fame di estremismo e violenza che scorre nelle vene degli Haggus e che si presenta ancora una volta orientata unicamente a destabilizzarci, lasciandoci inermi e senza più energie una volta giunti al termine dell’ultima traccia Crypt Raid. Come sempre assurdi e implacabili.

I Golem of Gore riescono invece nel complicato compito di farmi apprezzare quel sottogenere del grindcore che trova la sua incarnazione nel gore-grind e questa non è assolutamente una cosa da sottovalutare. Non sono un’amante di tale filone, soprattutto per una questione di tematiche e immaginario, continuando a preferire quando il grind si concentra su tematiche politiche e sociali. Detto questo, il lato dello split occupato in modo imponente dai Golem of Gore, mi è risultato estremamente godibile fin dal primo ascolto al punto da essermelo riascoltato più volte. Il muro del suono annichilente e opprimente presentato dal duo (che mi ricorda per certi versi i Last Days of Humanity) sa come e dove colpire con tutta la sua furia brutale e il suo estremismo sonoro che non lasciano scampo a niente e nessuno. Nove tracce che hanno le sembianze di una tortura al nostro apparato uditivo, accompagnate dalle classiche tematiche del genere che, grazie soprattutto alle brutali vocals ad opera di Ricky (già nei più noti Grumo), enfatizzano l’atmosfera generale di orrore, putrefazione e impotenza che ci avvolge e ci divora in maniera famelica. Come direbbero loro: only gore is real!

In fin dei conti questo è uno split che rappresenta al meglio tutte le sfumature della violenza sonora e del terrorismo musicale, oltre ad incarnare, in modo perfetto quanto assolutamente inquietante, una sincera lezione di estremismo primitivo e annichilente per chiunque ci si imbatta, una reale e sincera lezione di violenza senza alcuna possibilità di salvezza. Haggus e Golem of Gore banchettano con i nostri corpi, mentre l’odore di morte e putrefazione si fa sempre più intenso. Make mincecore/goregrind great again!

Infernal Coil – Within a World Forgotten (2018)

Chi segue Disastro Sonoro con una certa costanza sa perfettamente che il poco tempo che ho a disposizione per dedicarmi a questo blog lo impiego a parlare unicamente di gruppi, dischi e generi che fanno parte dei miei ascolti quotidiani e che dunque mi piacciono. Zero tempo e zero voglia di impegnarmi a parlare di qualcosa che non ascolto volentieri, sopratutto perchè non sono, per mia fortuna, un recensore o un fottuto critico musicale, dunque non ho nessun interesse nel dare giudizi lapidari e negativi su un disco o una band che non cattura il mio interesse o che non ascolto con piacere. Inoltre, legato a quanto detto, è chiaro che io non abbia nessuna scadenza da rispettare per scrivere articoli o “recensioni” (tra infinite virgolette), nè tantomeno son costretto a inseguire una presunta attualità di uscite in ambito punk/hardcore e metal estremo. Fatta questa premessa, ora potrete capire meglio perchè mi ritrovo a parlare di questo Within a World Forgotten degli Infernal Coil solamente ora a distanza di due anni (quasi tre) dalla sua pubblicazione.

Dopo una manciata di ep che hanno visto la luce tra il 2016 e il 2017, gli Infernal Coil giungono alla pubblicazione del loro primo full lenght nel settembre del 2018, un album capace di colpire nel segno sotto tanti punti di vista e fin dal primo ascolto. Questo però non deve far pensare a Within a World Forgotten come ad un album di facile assimilazione e di ascolto indolore, anzi completamente l’opposto visto che siamo al cospetto di un muro di suono estremo, annichilente, devastante e assolutamente selvaggio nella sua furia distruttiva che prende le sembianze di un’ibrido di death/black metal e grind senza compromessi e assolutamente implacabile. Inoltre, se non si può propriamente parlare di war metal per definire la proposta degli Infernal Coil, poco ci manca perchè son tanti gli elementi e i passaggi che li avvicinano alle sfumature più barbare, bestiali e oltranziste di gruppi come Teitanblood e compagnia. “Non avremo distrutto tutto finchè non distruggeremo anche le macerie”, sembra questa la lezione che anima l’irruenza brutale e la furia caotica del death/black suonato dal gruppo dell’Idaho. E’ un disco difficile, volutamente finalizzato a disorientare l’ascoltatore che si avventura tra le sette tracce; un disco che trasmette sensazioni di angoscia e smarrimento, alternando momenti di estrema furia barbara in cui il caos nella sua forma più primitiva sembra regnare sovrano ad alcuni brevi passaggi “atmosferici” (come nella splendida 49 Suns) che illudono l’ascoltatore che esista la possibilità di un momento di quiete o di salvezza. E appena si riesce a prendere un minimo di fiato, è ancora una volta il caos più selvaggio e barbaro ad irrompere e inghiottirci con la sua violenza inaudita e implacabile, facendoci sprofondare in un vortice di impotenza e smarrimento.

Dal punto di vista delle tematiche, Within a World Forgotten si concentra invece sui paradossi che dominano il mondo naturale, il contrasto tra la bellezza ed il caos che dominano in natura, così come l’autodistruzione a cui sembra essersi condannata inevitabilmente l’umanità. Avviandoci alla conclusione, credo sia doveroso inoltre spendere due righe per parlare dello splendido artwork di copertina, che si discosta in maniera disarmante dall’estetica classica di moltissimi gruppi impegnati a suonare death/black o war metal, allontanandosi da quell’immaginario fatto di caproni, satana, blasfemia e occultismo spiccio. In modo altrettanto disarmante si discosta da un’immaginario più tipicamente grindcore. Anche nella scelta dell’artwork, che rappresenta un paesaggio boschivo attraversato da un torrente, dalle tinte fortemente decadenti e malinconiche, gli Infernal Coil sembrano infatti mossi unicamente dalla volontà di disorientare e confondere chiunque si approcci all’ascolto di questo Within a World Forgotten e una volta smarritosi tra i suoi abissi, lasciarlo in balia del caos più selvaggio e della violenza più brutale. Il metal estremo riparta da dischi come questo e da gruppi come gli Infernal Coil.

Mass Extinction – Never Ending Holocaust (2020)

Intersectionality is vital to any form of activism. While this album focuses specifically on the suffering of non-human animals, the message and lyrical themes extend to the victims of any form of injustice, prejudice, abuse, & exploitation. (Mass Extinction)
Anti-Human Crust Grinding Annihilation for Total Animal Liberation!

Partiamo col botto, alzando subito i toni: questo Never Ending Holocaust degli statunitensi Mass Extinction è senza ombra di dubbio uno dei migliori lavori usciti negli ultimi anni in ambito crust/grind. E le ragioni di questa mia affermazione sono molteplici e differenti, a partire dall’impegno politico per la totale liberazione animale che anima l’intera proposta dei nostri, enfatizzando dunque un’attitudine bellicosa e riottosa che avvolge l’intero lavoro e che trasuda da ogni singola nota di ogni singolo brano. Un sound quello costruito dai Mass Extinction che sintetizza nel modo migliore e più avvincente le migliore pulsioni del crust punk e le più brutali tensioni del grindcore, riuscendo a far emergere come influenze principali della loro proposta tanto gentaglia come Nasum e Enemy Soil quanto i canadesi Massgrave, oltre ai Disrupt e agli Extreme Noise Terror in quei momenti e in quei passaggi del disco che evidenziano un profondo legame con l’hardcore punk vecchia scuola, il tutto accompagnato da quell’irruenza espressiva, quella netta presa di posizione politica e quell’attitudine di protesta e rivolta che riportano alla mente in più occasioni gli immortali Dropdead. Un sound quello firmato dai Mass Extinction che, condensato in dieci tracce che assumono le sembianze di vere e proprie mazzate sui denti annichilendo qualsiasi tentativo di sopravvivenza, irrompe immediatamente in tutta la sua brutalità e furia senza pietà, lasciandoci inermi e impotenti dinanzi a queste urla disperate per la totale liberazione animale! Tracce come Doomed Species, la stessa titletrack o (A)bstain // (A)bolish possono essere descritte solamente come una scarica di pugni nello stomaco che tolgono il respiro.

Lo stesso titolo dell’album, così come l’artwork di copertina, manifesta una chiara volontà dei Mass Extinction di denunciare e sferzare un attacco diretto allo sfruttamento animale odierno (ma che ha una sua storicità secolare), frutto marcio di un sistema economico e di una cultura specista che vedono nell’animale solamente un altro soggetto da sfruttare e opprimere, così come da ingabbiare, torturare o da assoggettare per i “bisogni” dell’essere umano, in una gerarchia che di naturale non ha nulla e in cui il regno animale ricopre unicamente il ruolo di carne da macello da sacrificare sull’altare del profitto economico e dell’egoismo umano. Sono le parole degli stessi Mass Extinction che accompagnano l’uscita del disco a sottolineare come questo Never Ending Holocaust sia, negli intenti e nella pratica, una denuncia e un attacco contro la natura oppressiva dell’uomo nei confronti degli animali; difatti ogni traccia cerca di analizzare e affrontare un determinato quanto differente aspetto di questa relazione di oppressione e sfruttamento animale messa in atto dall’uomo in nome del profitto capitalistico. Un’attacco diretto e brutale contro l’industria del latte, i laboratori di cosmetici e farmaci che compiono disumani esperimenti sugli animali o gli allevamenti intensivi in cui gli animali nascono, “vivono” e muoiono in una “eterna treblinka” (per citare il titolo del libro scritto da Charles Patterson che ha ispirato le liriche dell’intero disco), e più in generale ad un comparto industriale-produttivo che si fonda sull’abuso e lo sfruttamento del regno animale. Dieci tracce di grind/crust-core annichilenti, dieci bellicosi inni di protesta e rivolta affinchè di ogni forma di oppressione e gabbia non rimangano che macerie. In estrema sintesi Never Ending Holocaust non è altro che l’essenza, perfetta quanto brutale, di quell’ “anti human crust grinding annihilation” di cui i Mass Extintion sembrano essere oggi gli indiscussi portabandiera.

Extreme Smoke 57 – Stage V: Salvation (2020)

Leggende del grindcore europeo e balcanico on the road dal lontanissimo 1990, lo spirito della vecchia scuola che non si assopisce e viene alimentato ancora da ingenti dosi di rabbia e da viscerale passione, una band che non ha alcuna intenzione di fermarsi o di cedere il passo al tempo che scorre inesorabile, ma anzi sempre pronta ad abusare delle nostre orecchie e a scaricarci nello stomaco mazzate di brutale rumore senza pietà. Questa è, in sintesi, la descrizione migliore per presentare gli Extreme Smoke 57 e introdurre la loro ultima fatica in studio, un’ep intitolato Stage V: Salvation che, per fortuna, non sposta di una virgola la proposta ormai monolitica e devastante che caratterizza da trent’anni il gruppo sloveno. Un concentrato del più sincero e primitivo grindcore che mostra ancora tutti i suoi intimi legami con l’attitudine hardcore punk, una ricetta quella degli Extreme Smoke 57 che appare implacabile, tira dritto tritando ossa e lasciando solamente cumuli di macerie al proprio passaggio. La pubblicazione dell’album è stata anticipata negli scorsi mesi dall’uscita di due brani inediti, “Deceived by Life” e “Human Meat Factory”, a parere di chi scrive due dei momenti migliori dell’intero lavoro, mazzate di furioso grindcore senza compromessi e che non guarda in faccia niente e nessuno, profondamente radicato nella vecchia scuola più underground e marcia, la stessa identica di gruppi spesso dimenticati come i polacchi Hideous Chaos o i colombiani Confusion, l’unica a cui sembrano ancora devoti gli Extreme Smoke 57 facendone parte fin dai primi vagiti. In una scena oramai abbastanza satura come quella grindcore, gli Extreme Smoke 57 dimostrano di avere ancora molto da dire e forse da insegnare a tutti in termini di attitudine e passione con la quale si sbattono per portare avanti la loro visione dell’estremismo musicale condito con ingenti dosi di rabbia viscerale e istintiva e con un’urgenza espressiva contro tutta la merda che viviamo ogni giorno che sembra non placarsi mai, nonostante gli anni per il gruppo sloveno passino inesorabili e siano ormai giunti a trenta tra dischi, registrazioni, tour e palchi calcati in giro per l’Europa . Stage V: Salvation, disco che segna dunque i trentanni di attività degli Extreme Smoke 57, è composto complessivamente da 5 nuovi pezzi e 12 brani vecchi registrati nel 2019 durante la performance della band a Tolosa durante il Crush The Stage Tour, e questo mix di pezzi nuovi in studio e brani dal vivo conferisce quasi un sapore celebrativo a questa pubblicazione da parte dei mostri sacri del grindcore sloveno. Diciassette schegge di rumore impazzito per ribadire, se ce ne fosse bisogno, che gli Extreme Smoke 57 sono ancora oggi quanto di meglio si possa ascoltare in ambito estremo.

Per concludere e tirare inutili somme, Stage V: Salvation rappresenta lennesima lezione di violenza inaudita e l’ennesimo capitolo di terrorismo musicale nella discografia degli Extreme Smoke 57 e davvero non si può chiedere niente di meglio ad un disco di sincero e appassionato di grindcore vecchia scuola come questo, suonato con la mente, con il corpo e sopratutto con il cuore, tanto su disco quanto in sede live. Make grindcore extreme again!

“Shadows of the Past” // Ablach – Aon (2009)

Nel lontano 2009 gli scozzesi Ablach irrompevano sulle scene pubblicando “Aon”,  praticamente un perla dimenticata di grindcore old school che non sarebbe affatto sfigurato su qualche compilation della Earache negli anni ’90. Il concentrato di questa prima fatica in studio è per l’appunto un grindcore vecchia scuola che ancora mostra tutta l’influenza primitiva dell’hardcore punk più politicizzato, riottoso e  aggressivo, i cui passi si muovono sulle coordinate tracciate da mostri sacri quali Extreme Noise Terror (influenza che emerge prepotentemente dall’utilizzo di due voci, una più grind e l’altra a tratti più crust-hc), Napalm Death e Terrorizer, ma che strizza l’occhio anche ai primi lavori dei Nasum. Non è un caso infatti che, tra le tredici schegge di grindcore impazzito che ci sparano addosso gli Ablach con questo “Aon“, troviamo una cover dei Napalm Death (Unchallenged Hate) e una dei Terrorizer (Corporation Pull In), oltre a tracce assolutamente senza pietà e devastanti come  Confessit & Declait Furth o Obar Dheathain. Uno degli aspetti più interessanti però di questo primo lavoro in casa Ablach è senza ombra di dubbio l’influenza lirica e linguistica che hanno avuto la mitologia, il folklore e la storia scozzese e irlandese sul loro personale modo di intendere e suonare grindcore incazzato e politicamente schierato. A partire dal nome scelto dal gruppo che richiama Emain Ablach, un mitico paradiso insulare della mitologia irlandese, fino a giungere al titolo dell’album (che significa letteralmente “uno” o “primo”) e a buona parte dei testi scritti e urlati in lingua gaelica, passando per l’artwork di copertina che richiama l’immaginario celtico caro a gruppi come gli Oi Polloi!, il grindcore degli scozzesi, pur rimanendo ancorato ai mostri sacri del genere, palesa fin da subito la volontà di ricercare una sua propria identità, mostrando già una buona dose di personalità. Questo retaggio storico-culturale di matrice scozzese e gaelica evoca inoltre un’atmosfera generale, tanto nell’immaginario quanto nei momenti che tradiscono il retaggio hardcore del grind suonato dagli Ablach, che mi ha spesso riportato alla mente le stesse sensazioni che mi trasmettono dischi come “Respect, Protect, Reconnect” degli Scatha o “Earthbeat” dei Sedition, storici e fondamentali gruppi crust/hardcore emersi dalla scena scozzese tra la fine degli anni ’80 e la prima metà degli anni ’90. Le tematiche affrontate nelle liriche sono quelle più classiche e tipiche del primo grindcore e dell’hardcore, passando dai toni apocalittici di una possibile fine del mondo a problematiche sociali come la violenza domestica e l’alcolismo, il tutto con una forte impronta politica e una tensione riottosa e belligerante che emerge dall’intensità con cui gli Ablach ci sputano addosso tutta la rabbia e l’odio che hanno nel cuore.

Se siete cresciuti con i gruppi sopracitati e ancora oggi non potete fare a meno di ascoltarvi capolavori immortali del calibro di “A Holocaust in Your Head” o “World Downfall“, il gaelic grindcore concentrato nelle tredici devastanti tracce di questo “Aon”  è quello che fa per voi. Ancora una volta, grindcore o barbarie.

 

 

 

 

Comunicato Numero Zero

Compagni/e punx rivoluzionari/e, siamo rimasti tranquilli e abbiamo sofferto la violenza del sistema per troppo tempo. Ci attaccano quotidianamente. La nostra risposta sarà violenta ed il problema non è se la rivoluzione sarà violenta o meno. Non subiamo ogni giorno gli orrori della violenza statale e della guerra? La violenza del sistema è ovunque e ci opprime nella nostra vita quotidiana. Lo sfruttamento salariale e le nostre stesse esistenze sacrificate sull’altare del profitto non sono forse, ogni giorno, guerra? Le morti nelle carceri, gli omicidi nei CPR, i morti alle frontiere dell’Europa e nel Mediterraneo non sono forse, ogni giorno, guerra? La devastazione ed il saccheggio degli ecosistemi in nome degli interessi del capitale non sono forse, ogni giorno, guerra? La pacificazione sociale imposta con la repressione brutale e mantenuta con il controllo e la sorveglianza delle nostre vite non è forse, ogni giorno, guerra? Fratelli e sorelle non possiamo delegare il nostro desiderio di iniziare l’offensiva, noi dobbiamo attaccare. Qui e ora.

E ancora una volta saremo pronti a riconoscere gli sconosciuti come amici attraverso le loro azioni. Che si uniscano alla brigata arrabbiata del disastro sonoro dieci donne e uomini animati dalla scintilla della violenza rivoluzionaria abbandonando la lunga agonia della sopravvivenza; da questo momento finiscono i tempi della disperazione e dell’alienazione e inizia finalmente la festa dell’insurrezione. Queste sono parole di rabbia, fratelli e sorelle, compagni e compagne punx, ed è giunto il momento di armarle queste parole. 

E’ da troppo tempo che la rivoluzione bussa alle porte delle nostre città noiose. Lasciamo dunque divampare la gioia di distruggere in modo totale questo mondo che ci distrugge ogni giorno. Non e’ più tempo di parole, non è più tempo di proclami. La gioia armata è ancora nel cuore.

La Brigata Arrabbiata del Disastro Sonoro

Data sconosciuta, ancora chiusi nella città contaminata e iper-sorvegliata. Finirà mai? Quando annunceranno che tutto questo sarà finito, con proclami gioiosi di ritorno alla normalità, speriamo sia solo la fine della loro pace e l’inizio della nostra, per troppo tempo attesa, vendetta. Senza dimenticare, in tutto questo, cari miei e care mie, signore, punx, compagni, signori compagne, che solo il crust farà da colonna sonora all’insurrezione che verrà. Perchè, mi sembra stupido doverlo ribadire, solo il crust ci salverà. E ancora una volta sono qui a parlarvi di tre dischi e tre gruppi della scena crust punk italiana degli anni Duemila e dell’importanza che hanno avuto per me, visto che purtroppo sono nato troppo tardi per vivermi in prima persona quel periodo storico e quella scena. Tutto quello che scriverò sarà profondamente soggettivo, come lo è stato dal primo giorno in cui decisi di aprire questo blog, anche perchè, per scelta, non sono un critico musicale e soprattutto perchè lascio la triste ambizione di fare il critico musicale a chi in queste sonorità non vede altro che merci alternative da cui trarre profitti.

Partiamo dal 2003, anno in cui viene registrato e dato alle stampe “L’Oblio Copre Ogni Cosa” secondo disco dei Disforia dopo il primitivo demo pubblicato l’anno prima e intitolato “Quattro Frammenti di Orrore Quotidiano”. Un disco, questo “L’Oblio Copre Ogni Cosa”, che quando recuperai anni fa mi fece subito pensare di star ascoltando un lavoro seminale per l’allora scena crust punk italiana. E seminale lo fu davvero, visto che stiamo parlando di uno dei primi lavori pubblicati nella penisola caratterizzati da sonorità crust-grind che si rifacevano tanto ai Doom di “War Crimes (Inhumans Beings)” e di “Total Doom” quanto agli Extreme Noise Terror di “A Holocaust in Your Head” e “Phonophobia”, senza abbandonare l’influenza primordiale del d-beat dei Discharge. Il nome stesso scelto dai Disforia sembrerebbe voler richiamare l’influenza dei Discharge utilizzando appunto una parola avente come suffisso “Dis-“, come fatto da infiniti altri gruppi a livello internazionale. Tornando a parlare nello specifico dello splendido “L’Oblio Copre Ogni Cosa”, il disco viene introdotto da un’intro di un minuto e mezzo che ci fa piombare immediatamente nell’oscurità costruendo un’atmosfera dai tratti apocalittici. Ma è con le prime note di “Infermità Mentale” che si viene inghiottiti da una tempesta di devastante grinding d-beat crust punk, un sound aggressivo e brutale che avanza bramoso di distruzione e che non si placherà fin quando di questo mondo non rimarranno che inutili macerie. La proposta dei Disforia appare come attraversata da una ferocia barbara,  da un’odio istintivo e da una esigenza espressiva inarrestabile che trasuda da ogni singola nota di ogni singolo brano presente su questo “L’Oblio Copre Ogni Cosa”. Un disco che non cesserò mai di ritenere fondamentale, quanto meno per l’evoluzione dei miei gusti.

Nel Mio Mondo il Sole Non Sorge Mai“, secondo disco dei Disprezzo, esce nel 2004 ed è una tempesta di crust punk profondamente radicato nella lezione della scena svedese, sia quella della prima ondata (Anti-Cimex e Avskum) sia quella venuta più tardi (Disfear e Wolfpack), imbastardito con frequenti incursioni in territori black metal. Già dal titolo si può percepire un’atmosfera apocalittica e oscura di amebixiana memoria ed infatti la titletrack, che ci introduce a questo magnifico lavoro, ci travolge immediatamente e senza pietà con una tempesta di furioso e tuonante crust punk impreziosito da riff di matrice black su cui si stagliano imperiosamente vocals infernali e lancinanti. Dieci tracce per un totale di 25 minuti che continuano a diramarsi sulle coordinate di un crust/d-beat di matrice svedese che però sembra intimamente teso ad esplorare gelide ed oscure lande black metal, creando soprattutto attraverso melodie di chitarra e un martellante lavoro dietro le pelli, paesaggi e atmosfere dai toni estremamente cupi ed apocalittici. Le pulsioni (black) metal sembrano animare in profondità il sound dei Disprezzo ed emergono difatti prepotentemente nel riffing e in alcune soluzioni melodiche della chitarra così come negli assoli, riuscendo in questo modo a rendere più variegate le varie tracce in cui ci imbattiamo durante l’ascolto di questo, a mio parere, magnifico “Nel Mio Mondo il Sole Non Sorge Mai”. Il tono apocalittico che attraversa l’intero disco viene evocato in modo perfetto da tracce come “Un Giorno” o “Xx/xx/xxxx”, ottimi esempi di moderno crust punk di scuola svedese in cui il riffing di chitarra e la batteria martellante la fanno da padroni assoluti e travolgono con una furia senza eguali. Inutile continuare a parlare nello specifico di questo o quell’altro brano, perchè “Nel Mio Mondo il Sole Non Sorge Mai” è uno di quei dischi in cui bisogna tuffarcisi a capofitto senza pensarci mezzo secondo, ascoltandolo dall’inizio alla fine senza riprendere mai fiato. E’ un disco assurdo in cui convivono in modo perfetto le pulsioni crust e quelle (black) metal, dunque un disco che, per gusti personali, rimane uno dei migliori pubblicati all’interno della scena punk italiana nei primi anni duemila.

“Deboli creature incatenate, destinate al nostro piacere, spero non vi siate illuse di trovare qui la ridicola libertà concessa dal mondo esterno, siete fuori da confini di ogni legalità, nessuno sulla terra sa che voi siete qui. Per tutto quello che riguarda il mondo voi siete già morti”. Si apre con questo spezzone, tratto probabilmente dal film-capolavoro “Salò o le 120 Giornate di Sodoma”, il bellissimo “Figli della Vostra Catastrofe” dei romani Dirty Power Game, disco che vede anch’esso la luce nel 2004. Il sound dei Dirty Power Game affonda le proprie radici nella lezione seminale di dischi quali “A Holocaust in Your Head” degli Extreme Noise Terror e “Unrest” dei Disrupt, un crust-core/grind in cui si sente ancora tutta l’influenza dell’hardcore punk di wretchediana memoria. “Figli della Vostra Catastrofe” ha una batteria costantemente martellante che alterna ritmi d-beat ad improvvisi e brutali blast beats capaci di riportare alla mente addirittura i seminali Asocial di “How Could Be Hardcore Any Worse?” del 1982. La prima traccia in cui ci imbattiamo è la devastante “Cappio alla Gola”, un furioso assalto di grinding crust-core accompagnato da un testo aggressivo che si scaglia contro la democrazia, le carceri e tutto il nostro mondo, promettendo, come fosse una dichiarazione di guerra scandita da un’alternarsi di vocals tra Nicola e Massimo, che “cresce e avanza la mia voglia di distruggere”. La successiva “Niente”, una feroce aggressione di grind/crust-core in cui si sentono perfettamente gli echi di Doom, Extreme Noise Terror e Disrupt, è sorretta da ritmi d-beat insistenti e brutali che sembrano poter sbriciolare le ossa. Con questo devastante quanto brutale concentrato di grinding-crust punk, un’assalto barbaro e che non mostra il minimo segno di cedimento, i Dirty Power Game non lasciano scampo a niente e nessuno, disseminando dietro di se solamente macerie e rovine.

 

Questi sono solamente altri spunti che ritengo validi e interessanti per la lotta dei/delle punx rivoluzionari/e destinati ad essere discussi, corretti e soprattutto messi in pratica senza perdere tempo. In questi tempi e in quelli che verranno i padroni e lo Stato hanno paura di possibili rivolte e ribellioni. Ecco allora che dobbiamo essere pronti più che mai per non ritornare a nessuna rassicurante normalità. Per non essere mai più disarmati, armiamo la nostra gioia.

The Mild – Old Man (2020)

A metà strada tra i Trap Them e i Gatecreeper, ci imbattiamo nel nuovo EP dei veneziani The Mild intitolato “Old Man. Virando prepotente il proprio sound verso sonorità death metal di scuola svedese (Entombed su tutti), senza abbandonare mai completamente gli ingredienti più hardcore e grind che fanno parte del corredo genetico del loro sound dalla prima ora, i The Mild ci regalano 6 tracce intense, aggressive e votate alla distruzione più totale. A farla da padrona, per tutta la brve durata dell’intero lavoro, è un tappeto sonoro fatto di tupa tupa tritaossa, un riffing frenetico e brutale e vocals barbariche e rabbiose, elementi che contribuiscono a creare un’atmosfera caotica e assordante. La lunghezza media dei brani si aggira intorno ai due minuti e mezzo, ricordando profondamente il percorso intrapreso musicalmente dagli ultimi Hierophant e il loro modo di suonare death metal, condensando in tracce brevi tutta la brutalità, l’aggressività e il groove possibili. Inoltre su questo Ep possiamo imbatterci anche in improvvise incursioni in territori black che conferiscono ulteriori sfumature a questa ricetta hardcore/grind/death devastante che è il sound dei The Mild, al punto da ricordarmi fortemente sonorità riconducibili a quanto fatto dai The Secret o dagli Hungry Like Rakovits. La quarta traccia “Confusion Reigns” rappresenta alla perfezione questa sporcatura blackened presente nella proposta dei veneziani, sopratutto nel riffing infernale e nello screaming lacerante e gelido. Light Beam, così come l’iniziale The Creationd is Beyond Saving e Horrible Visuals, è invece una traccia che mostra precisamente la nuova rotta verso lidi swedish death intrapresa dai The Mild che non nascondono l’influenza di Entombed e Grave, anche se rivisitata in chiave moderna e forse più groovy sulla falsa riga di quanto fatto recentemente dai Gatecreeper. Un Ep intenso, brutale e che non concede momenti di quiete o possibilità di riprendere fiato; un lavoro con cui i The Mild ribadiscono che il loro unico obiettivo è quello di demolire qualsiasi cosa si trovi dinanzi a loro, devoti solamente a far si che questo mondo sprofondi nel caos e nella follia!

 

“L’Odio Cresce Ancora” – Intervista a Mauro dei Disforia

Di seguito potrete leggere un’interessante chiacchierata/intervista che ho fatto con Mauro dei Disforia, nome storico della scena crust punk/grind italiana degli anni duemila. Si parlerà del passato, del presente e del futuro della band, si affronteranno questioni riguardanti pratiche di lotta politica quali l’autogestione o l’autoproduzione e si passerà attraverso il ricordo di cosa significasse far attivamente parte della nascente scena crust della penisola, cercando di non incappare nella trappola delle facili romanticizzazioni dettate dalla nostalgia e dal tempo. Lascio la parola a Mauro (che ringrazio nuovamente) e alle sue esaurienti risposte che son certo potranno riscontrare l’interesse di molti, sia di chi ha vissuto l’intensità di quella precisa scena e di quello specifico momento storico insieme a lui, sia chi, come me, condivide il suo stesso modo di intendere la musica punk hardcore ancora oggi nel 2020, sforzandosi di renderla una reale minaccia per questo esistente. In Grind we Crust!

Ciao Mauro, iniziamo l’intervista nel modo più classico possibile: come nascono i Disforia e qual è stato il motivo che vi ha spinto a mettere su tale progetto?

Ciao Stefano, i Disforia nascono nel 2000. Si era da poco sciolto il gruppo punk hard-core in cui suonavo dal 1995 e avevo voglia di suonare roba che sentivo più mia e che mi convincesse pienamente, senza dover fare, musicalmente parlando, troppi compromessi stilistici ed attitudinali come spesso accadeva con la vecchia band. In quel periodo ero molto intransigente (decisamente più di adesso) e non consideravo neanche “punk” ciò che non fosse musicalmente estremo, politicizzato e dissonante. Sottolineo che erano ancora i tempi del boom della Epitaph e della piaga del pop punk e dell’hardcore melodico… Capisci che per me che ero stato folgorato dai Discharge nel 1991, tutta quella merda americana colorata e wannabe, rappresentava (e rappresenta tuttora) l’antitesi al punk! Aveva quasi più senso il grunge… In tale ottica, reclutato il batterista, un ragazzetto del giro thrash metal (scelta non casuale dato che avevo bisogno di qualcuno che andasse oltre il tupa-tupa suonato a cazzo), buttammo giù 4/5 pezzi e successivamente ci preoccupammo di trovare un bassista ed un cantante. Per la voce si propose subito Davide, che suonava il basso nel mio precedente gruppo, ed essendo un malato di death metal svedese e grind-crust, fu perfetto per il ruolo. Completata la line-up, la linea da seguire fu chiara fin dall’inizio: fare crust con testi in italiano!

Io purtroppo sono arrivato tardi essendo nato nel ’95, puoi raccontarci com’era la scena crust/grind italiana di inizio anni duemila?

Praticamente sei nato assieme alla scena crust in Italia (ride). Erano i tempi d’oro del crust italiano… Per rendere l’idea, parliamo di tutto il contrario di quello che è adesso il punk nostrano! C’era una rete di contatti epistolari a livello internazionale ed ognuno si sbatteva per organizzare e fare qualcosa di concreto: tutti cercavano di organizzare serate, si coproduceva, si facevano fanzines, compilations e ognuno aveva una propria distro. C’era di certo una maggiore consapevolezza e la musica andava di pari passo con l’attivismo politico… Ma soprattutto c’era gente! Ormai la scena punk in Italia, salvo qualche eccezione, pare essersi ridotta a quattro gatti che postano selfie sui social network e ai gruppi che stampano più magliette che dischi per alzare due soldi. Anche ai banchetti nei concerti i ragazzi guardano solo le toppe e le magliette, i dischi non se li fila nessuno.Non dico che fosse un paradiso perché, per alcuni aspetti, anche la scena crust-punk per molti è stata solo una sorta di moda del momento.

Cosa vi ha spinto a scegliere di esprimere la vostra rabbia e le vostre tensioni proprio attraverso generi come il crust ed il grindcore?

Personalmente ascoltavo thrash metal nel 1988 e ho mosso i primi passi in ambito più estremo con la Earache Records ascoltando Napalm Death, Carcass & co. poi scoprii il punk nel 1991 e capii quale fosse la mia strada. Suonare crust nel 2000 è stata la sintesi del mio background musicale ed il modo migliore per esternare le mie idee.

Quali sono stati inizialmente i gruppi che ti hanno influenzato a livello personale? E quali quelli che hanno influenzato il progetto Disforia?

Come dicevo ho avuto diverse influenze musicali che vanno dal punk italiano anni ’80 a quello inglese e svedese, fino al thrash/death metal, passando per la darkwave. All’epoca, ma anche adesso, impazzivo per Discharge, Doom, Extreme Noise Terror, Wretched… Decisi di mettere su i Disforia dopo aver letteralmente consumato “A world of no beauty” dei Disgust.

Cosa volevate e volete trasmettere a livello di tematiche con la vostra musica?

Sicuramente il disgusto per lo schifo che ci circonda e per una larga parte del genere umano, il disagio quotidiano per non voler essere parte di una società che ci reprime, ci condiziona e ci annichilisce con il passare degli anni.

Cosa significa per te Mauro e per voi Disforia suonare punk? Che importanza hanno pratiche come l’autogestione e l’autoproduzione e come vi ci siete rapportati negli anni all’intento della scena punk?

Suonare punk è semplicemente il modo di esprimere ciò che siamo. Abbiamo sempre frequentato attivamente situazioni occupate ed autogestite, alcuni di noi, sono stati o sono tuttora occupanti in alcuni C.S.O.A. qui a Roma…I Disforia sono il “classico gruppo da centro sociale” (cit.), in 20 anni di attività, abbiamo suonato esclusivamente in centri sociali. Le volte che abbiamo suonato nei locali si contano sulle dita di una mano.

Ribadisco spesso sulle pagine di Disastro Sonoro che per me il punk non è solamente musica, ma un mezzo per diffondere un messaggio di lotta a questo esistente ben preciso e per costruire percorsi con cui attaccare un sistema economico che ci sacrifica ogni giorno sull’altare del profitto di pochi. Quanta importanza ha avuto e continua ad avere questa dimensione di lotta per te e per gli altri membri dei Disforia?

Sono aspetti ancora molto importanti che incidono inevitabilmente sul rapportarsi alla vita: attraverso di essi si cerca di portare avanti un discorso di coerenza, anche se con qualche inevitabile compromesso. Quando diventi grande e non puoi più permetterti di fare lo stronzo in giro come hai fatto per decenni, ti ritrovi a dover affrontare la vita in modo diverso. Tutto ciò crea una maggiore frustrazione e, ti garantisco, che anche l’ottica e le prospettive cambiano.

Spesso si sente ripetere che i gruppi Grind e crust abbiano tematiche trite e ritrite. Pensi che siano ancora di attualità i testi che avete scritto come Disforia su dischi come “L’Oblio copre ogni cosa“?

Credo proprio di si… E penso lo saranno ancora per un bel po’ purtroppo. Anzi, vedo che la situazione va anche peggiorando!

Quanto sono diversi i Disforia dei primi dischi da quelli del vostro ultimo lavoro “Solve et Coagula” del 2017?

La matrice è sempre la stessa dato che sono io a fare musica e testi, ma dalle prime registrazioni in cui avevamo un suono più trashettone c’è stato un progressivo spostamento verso sonorità decisamente più estreme. Ognuno degli amici che si sono alternati all’interno dei Disforia nel corso degli anni, ha espresso se stesso mettendo una parte del proprio essere nel groove e quello che trasuda dalle registrazioni ne è il risultato. L’odio cresce ancora…

Possiamo affermare che il progetto Disforia sia tutt’ora attivo? Progetti futuri?

E’ attivo, ma con i suoi tempi, come sempre, e lo porterò avanti finche campo! Abbiamo registrato nel 2019 sette nuove tracce che sono in attesa di essere mixate per essere pubblicate su un nuovo vinile. In più, emergenza Covid19 permettendo, per festeggiare i primi 20 anni del gruppo, farò uscire una edizione limitata su CD del nostro primo demo del 2001, rimasto ad oggi inedito.

Mauro siamo giunti alla conclusione di questa chiaccherata, sei libero di aggiungere qualsiasi cosa ti venga in mente

Concludo limitandomi a ringraziare te per lo spazio dedicatoci e chi continua ancora a sbattersi e a supportare il giro punk… E noi!

(A) IN GRIND WE CRUST (E)

Stigmatized – … a Wall of Falseness (2020)

 

Aprile 2020, in piena pandemia globale il mondo sta scivolando sempre più nel baratro, un misterioso quanto fatale virus miete sempre più vittime al punto che la fine dell’umanità sembra essere giunta. Della normalità tanto agognata da qualcuno non è rimasta nemmeno l’ombra. In uno scenario simile, gli Stigmatized ci regalano la loro ultima fatica in studio dal titolo “… a Wall of Falseness“. Pur avendo dovuto affrontare cambi di formazione rispetto al primo lavoro datato 2016, il sound dei cagliaritani non perde niente in termini di intensità, di ferocia e di brutalità, tanto meno a livello di irruenza espressiva e di tecnica strumentale.

La vita fa schifo… E poi muori! È ancora questo il messaggio nichilista che ci sputano in faccia i cagliaritani Stigmatized con il loro nuovissimo album “… a Wall of Falseness“, un assalto demolitore di grindcore a metà strada tra la vecchia scuola e pulsioni più moderne ed echi crust e powerviolence che rimangono parte del corredo genetico della proposta dei nostri! Undici tracce, quattordici minuti, una sorta di breviario del caos che trasuda odio nichilista, furia distruttrice e rabbia brutale da ogni singolo riff e da ogni blast beat. Tra gli undici brani fa piacere riascoltare pezzi già sentiti e apprezzati sul primo EP “Slavery” pubblicato ormai quattro anni fa, come “Life Sucks The You Die“, “Stigmatized Corpses” o “Mass Graves“, ma che appaiono ancora più brutali e devastanti in questa nuova veste. Accanto ad essi trovano spazio anche pezzi inediti come “Man Is War” o “The One Who Suffer” che risultano essere tra gli episodi migliori dell’intero lavoro e due ottimi esempi dell’intensità e della brutalità che contraddistingue il grindcore suonato dagli Stigmatized. Le influenze da cui prende forma il sound degli Stigmatized vanno ricercate ancora una volta tanto nel primordiale grind sporcato di hardcore dei Napalm Death quanto in dischi come “Inhale/Exhale” dei Nasum, “Under Pressure” dei Rotten Sound e “Killing Gods” dei Misery Index, senza tralasciare qualche vago richiamo al powerviolence degli Yacopsae da sempre presente nella proposta dei nostri.

Con tutto l’odio che hanno nel cuore verso questo mondo di miseria, sfruttamento, guerre e oppressione, gli Stigmatized son pronti a sparare questa raffica di devastante e furioso grindcore affinché non rimangano che macerie di questa civiltà che si è già autocondannata a morte. “… a Wall of Falseness” è una mazzata di disastro sonoro che colpisce in pieno volto e lascia stramazzati al suolo, niente più e niente meno. Cagliari continua ad odiare ed è ancora tempo di massacro!

 

Make Rho Extreme Again – Extreme Smoke 57, SOS Fornace, Rho

Breve report del concerto degli Extreme Smoke 57 del 10 maggio 2019, in compagnia di Suicide by Cop, Kontrau e Roor Explo nella cornice del centro sociale Fornace di Rho. Esce solamente ora, con un “leggerissimo” ritardo di quasi un anno, perché avevo scritto queste righe in vista di pubblicare il seguente report sul primo numero della fanzine previsto per la scorsa estate. Purtroppo la suddetta fanzine, ad oggi, non ha mai preso vita, in futuro si vedrà. Il motivo principale che mi ha convinto a pubblicarlo adesso dopo così tanto tempo è legato al momento che stiamo attraversando, un’emergenza sanitaria, sociale, politica ed economica come quella attuale che ci costringe, tra tantissime difficoltà materiali, in quarantena e ci tiene lontani dai momenti dei poghi selvaggi ai concerti. E così, un po’ per ricordare un bella serata con un tocco di nostalgia e un po’ per colmare, anche solo a parole scritte, quel vuoto lasciato dall’assenza e impossibilità di organizzare concerti, credo sia importante ricordare momenti simili. Buona lettura.

Suicide by Cop

Il 10 maggio del 2019, dopo parecchio tempo, il centro sociale Fornace di Rho torna ad ospitare sonorità estreme in occasione del concerto di uno dei gruppi che ha impresso il proprio nome in modo indelebile nella storia del grindcore balcanico ed europeo ed il merito non può che andare ad un certo Gian, conosciuto per essere il batterista dei Cocaine Slave nonché voce dei Suicide By Cop, e ad un certo Pierpaolo. Sto parlando degli sloveni Extreme Smoke 57 che con il loro grindcore vecchia scuola, che ancora trasuda tuta l’influenza dell’hardcore punk, hanno rischiato seriamente di radere al suolo l’intera struttura occupata nella desolata provincia milanese! Poche le persone accorse in quel di Rho per questo concerto imperdibile per tutti gli amanti dell’estremismo sonoro e del terrorismo musicale, e questa è sinceramente l’unica nota stonata della serata che per il resto è stata estremamente godibile! Merito non solo degli Extreme Smoke 57 ma anche dei gruppi che gli hanno accompagnati in questa avventura nell’anonima periferia di Milano. Ad aprire il concerto ci hanno pensato i bergamaschi Roor Explo e ammetto diessermi perso la loro esibizione a base di classico hardcore punk (da quello che mi pare di aver sentito mentre ero fuori a bere). A seguire ci hanno pensato i Suicide By Cop di Gian, del buon Sada e della cara Rika ad infiammare la serata che da questo momento è diventata veramente intensa. Tornano a suonare live dopo un po’ che mancavano in giro e si può notare una decisa inversione di rotta rispetto al sound che proponevano fino a poco tempo prima di questo concerto. Niente thrash -core, la proposta dei nostri oggi presenta una fortissima influenza death metal a la Incantation o in stile Deicide, il tutto imbastardito da momenti che lambiscono territori grind (merito sicuramente anche del batterista, ‘na macchina da guerra assurda). Un sound robusto e devastante, un’esibizione a tratti perfetta e assolutamente coinvolgente quella dei Suicide By Cop! Siamo giunti ora al momento tanto atteso, gli Extreme Smoke 57 attaccano a suonare e il loro grindcore non ha nessuna intenzione di fermarsi davanti a nulla, tira dritto e trita ossa dall’inizio alla fine. Gli sloveni sono in giro dagli anni ’90, di esperienza ne hanno da vendere e si vede perfettamente come dell’esiguo numero dei presenti, pronti comunque a pogare come dannati sotto il palco, non gliene freghi assolutamente un cazzo di niente. Suonano il loro grindcore con tutta la passione, l’attitudine e la rabbia che hanno nel cuore e se ne fregano di tutto il resto, come se essere in Fornace a Rho nella sperduta e desolata periferia di Milano o essere all’Obscene Extreme a loro non cambiasse assolutamente un cazzo. In una parola: devastanti! A chiudere la serata ci hanno pensato i Kontrau del buon Filippo alla voce. Un sound che è un miscuglio di tutto quello che c’è di rumoroso e bello in ambito metal e punk, perfetto per far pogare i presenti ormai definitivamente in preda ai fumi dell’alcol e che non chiedono altro che sentire un po’ di “chaos non musica” per concludere in bellezza la serata. Rho, un giorno di inizio maggio dello scorso anno, è tornata ad essere casa del grindcore più sincero ed estremo. In fin dei conti, è andata bene così. MAKE RHO EXTREME AGAIN!