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Culto del Cargo – Memorie in Lingua Morta (2020)

Ma che vita è la nostra? In questo pianeta di fabbriche e cimiteri, il cervello sciopera.

Il gruppo di cui vi parlerò oggi è da anni uno dei miei preferiti all’interno della scena hardcore italiana, tanto su disco quanto in sede live (visti infinite volte sempre volentieri) dove riescono ad essere ancora più devastanti e brutali. Il nome stesso del gruppo in questione ha sempre catturato il mio interesse da wannabe antropologo e affascinato visto che riprende un termine utilizzato per descrivere un particolare culto millenarista sincretico apparso in alcune società e culture indigene della Melanesia. Ho pensato spesso di recensire i loro primi due lavori in studio, il demo del 2011 e il successivo Nel Nome della Tecnica l’uomo macina carne, ma per mille motivi ho sempre procrastinato. Fino ad oggi, visto che finalmente mi trovo a scrivere i miei pensieri e le mie impressioni in merito al nuovissimo album in studio intitolato Memorie in Lingua Morta, disco che attendevo da troppo tempo a dire la verità. Probabilmente arrivati a questo punto della recensione avrete già capito di chi sto parlando…

Memorie in Lingua Morta, si potrebbe tradurre sinteticamente come la solita mazzata annichilente di grinding crust hardcore firmata Culto del Cargo, che, dopo sei anni, tornano con la loro ricetta devastante come un uragano che si abbatte sulle nostre esistenze senza alcuna pietà e senza lasciarci momenti per riprendere fiato. Brutali e intensi, sempre animati da una palpabile rabbia bellicosa e selvaggia che emerge palpabile in ogni brano, i Culto del Cargo ricominciano da dove avevano interrotto, ovvero lasciando solamente cumuli di macerie e polvere al loro passaggio, ancora una volta, per l’ennesima volta. Anche questa ultima fatica Memorie in Lingua Morta è autoprodotta dal gruppo triestino, mantenendo così fede all’etica e all’attitudine do it yourself che dagli albori segna il progetto Culto del Cargo. Dodici schegge impazzite di rumore che affrontano argomenti classici per un gruppo crust-core, dalla critica all’alienazione capitalista all’invettiva contro la mercificazione e il consumismo imperante nell’attuale epoca della merce, dalla psicosi securitario-nazionalista che invoca a gran voce la costruzione di muri e la difesa dei confini ad un nichilismo in senso anarchico che attraversa e contraddistingue tutte le liriche del gruppo veneto. Nonostante le tematiche siano le solite e ricorrenti per un genere come il crust/hardcore, vengono però sviscerate con la solita qualità lirica e compositiva che contraddistingue i Culto del Cargo fin dalla prima demo e che io continuo a vedere come loro marchio di fabbrica.

Il disco si apre con la furia devastante di una traccia come“Nella Sicurezza di un Nuovo Medioevo”, una vera e propria mazzata in pieno volto che lascia immediatamente inermi prima di venire travolti definitivamente da un vortice di riff grind/crust-core senza via d’uscita e da una batteria brutale che ti martella il cervello fino a sbriciolarlo. E il copione, o meglio la ricetta dei Culto del Cargo, prosegue su queste coordinate anche con la seguente “Autopsia sul Cadavere del Capitalismo”, altra traccia furiosa e selvaggia che deflagra senza mostrare alcuna pietà. Una doppietta iniziale che, per la sua estrema intensità e la sua istintiva furia selvaggia, si presenta ai miei occhi e alle mie orecchie come una dichiarazione di guerra  verso tutto e tutti, una promessa di distruzione totale a cui nulla può sfuggire. Una delle mie tracce preferite è invece “Massa contro il Muro”, accompagnata da un titolo e un testo che citano a più riprese l’iconico “La Classe Operaia va in Paradiso” di Elio Petri con protagonista il grandioso Gian Maria Volontè, brano attraverso il quale i Culto del Cargo muovono un’aspro attacco all’alienazione lavorativa e al mito della produttività capitalista che sacrifica tutto, tanto l’essere umano quanto l’ecosistema e gli animali, sull’altare del profitto di pochi. Tracce come “Muri più Alti” o “Il Boia Perfetto” erano invece già state pubblicate in precedenza su compilation benefit come Non Un Sasso Indietro Vol. II (benefit a sostegno della lotta contro frontiere e CIE/CPR) e Asfissia – Compilation Ardecore Benefit (a sostegno di Radio Blackout), a voler sottolineare che l’hardcore per i Culto del Cargo non sia solo musica ma anzitutto un mezzo con cui lottare ed esprimere la propria solidarietà e complicità con chi lotta contro questo esistente fatto di carceri, repressione, controlli, frontiere e sfruttamento. Potrei continuare a scrivere altre infinite righe per parlare di brani come “Come in un Gioco di Specchi” o “Il Futile Indispensabile”, ma credo sia del tutto superfluo perchè il mio consiglio, arrivati a questo punto, è solamente uno: correte ad ascoltare questo Memorie in Lingua Morta, fatevi prendere a pugni dal bellicoso quanto annichilente grind-crust-core dei Culto del Cargo e compratevi il disco senza indugiare oltre!

I Culto del Cargo dimostrano ancora una volta, come se ce ne fosse bisogno, di essere una garanzia in termini di attitudine, brutalità e qualità. E questo nuovo Memoria in Lingua Morta è probabilmente il disco più sincero, intenso e politico pubblicato in ambito hardcore di tutto il 2020. Il delirio rende liberi, la mia felicità è ancora il vostro patibolo.

 

Comunicato Numero Zero

Compagni/e punx rivoluzionari/e, siamo rimasti tranquilli e abbiamo sofferto la violenza del sistema per troppo tempo. Ci attaccano quotidianamente. La nostra risposta sarà violenta ed il problema non è se la rivoluzione sarà violenta o meno. Non subiamo ogni giorno gli orrori della violenza statale e della guerra? La violenza del sistema è ovunque e ci opprime nella nostra vita quotidiana. Lo sfruttamento salariale e le nostre stesse esistenze sacrificate sull’altare del profitto non sono forse, ogni giorno, guerra? Le morti nelle carceri, gli omicidi nei CPR, i morti alle frontiere dell’Europa e nel Mediterraneo non sono forse, ogni giorno, guerra? La devastazione ed il saccheggio degli ecosistemi in nome degli interessi del capitale non sono forse, ogni giorno, guerra? La pacificazione sociale imposta con la repressione brutale e mantenuta con il controllo e la sorveglianza delle nostre vite non è forse, ogni giorno, guerra? Fratelli e sorelle non possiamo delegare il nostro desiderio di iniziare l’offensiva, noi dobbiamo attaccare. Qui e ora.

E ancora una volta saremo pronti a riconoscere gli sconosciuti come amici attraverso le loro azioni. Che si uniscano alla brigata arrabbiata del disastro sonoro dieci donne e uomini animati dalla scintilla della violenza rivoluzionaria abbandonando la lunga agonia della sopravvivenza; da questo momento finiscono i tempi della disperazione e dell’alienazione e inizia finalmente la festa dell’insurrezione. Queste sono parole di rabbia, fratelli e sorelle, compagni e compagne punx, ed è giunto il momento di armarle queste parole. 

E’ da troppo tempo che la rivoluzione bussa alle porte delle nostre città noiose. Lasciamo dunque divampare la gioia di distruggere in modo totale questo mondo che ci distrugge ogni giorno. Non e’ più tempo di parole, non è più tempo di proclami. La gioia armata è ancora nel cuore.

La Brigata Arrabbiata del Disastro Sonoro

Data sconosciuta, ancora chiusi nella città contaminata e iper-sorvegliata. Finirà mai? Quando annunceranno che tutto questo sarà finito, con proclami gioiosi di ritorno alla normalità, speriamo sia solo la fine della loro pace e l’inizio della nostra, per troppo tempo attesa, vendetta. Senza dimenticare, in tutto questo, cari miei e care mie, signore, punx, compagni, signori compagne, che solo il crust farà da colonna sonora all’insurrezione che verrà. Perchè, mi sembra stupido doverlo ribadire, solo il crust ci salverà. E ancora una volta sono qui a parlarvi di tre dischi e tre gruppi della scena crust punk italiana degli anni Duemila e dell’importanza che hanno avuto per me, visto che purtroppo sono nato troppo tardi per vivermi in prima persona quel periodo storico e quella scena. Tutto quello che scriverò sarà profondamente soggettivo, come lo è stato dal primo giorno in cui decisi di aprire questo blog, anche perchè, per scelta, non sono un critico musicale e soprattutto perchè lascio la triste ambizione di fare il critico musicale a chi in queste sonorità non vede altro che merci alternative da cui trarre profitti.

Partiamo dal 2003, anno in cui viene registrato e dato alle stampe “L’Oblio Copre Ogni Cosa” secondo disco dei Disforia dopo il primitivo demo pubblicato l’anno prima e intitolato “Quattro Frammenti di Orrore Quotidiano”. Un disco, questo “L’Oblio Copre Ogni Cosa”, che quando recuperai anni fa mi fece subito pensare di star ascoltando un lavoro seminale per l’allora scena crust punk italiana. E seminale lo fu davvero, visto che stiamo parlando di uno dei primi lavori pubblicati nella penisola caratterizzati da sonorità crust-grind che si rifacevano tanto ai Doom di “War Crimes (Inhumans Beings)” e di “Total Doom” quanto agli Extreme Noise Terror di “A Holocaust in Your Head” e “Phonophobia”, senza abbandonare l’influenza primordiale del d-beat dei Discharge. Il nome stesso scelto dai Disforia sembrerebbe voler richiamare l’influenza dei Discharge utilizzando appunto una parola avente come suffisso “Dis-“, come fatto da infiniti altri gruppi a livello internazionale. Tornando a parlare nello specifico dello splendido “L’Oblio Copre Ogni Cosa”, il disco viene introdotto da un’intro di un minuto e mezzo che ci fa piombare immediatamente nell’oscurità costruendo un’atmosfera dai tratti apocalittici. Ma è con le prime note di “Infermità Mentale” che si viene inghiottiti da una tempesta di devastante grinding d-beat crust punk, un sound aggressivo e brutale che avanza bramoso di distruzione e che non si placherà fin quando di questo mondo non rimarranno che inutili macerie. La proposta dei Disforia appare come attraversata da una ferocia barbara,  da un’odio istintivo e da una esigenza espressiva inarrestabile che trasuda da ogni singola nota di ogni singolo brano presente su questo “L’Oblio Copre Ogni Cosa”. Un disco che non cesserò mai di ritenere fondamentale, quanto meno per l’evoluzione dei miei gusti.

Nel Mio Mondo il Sole Non Sorge Mai“, secondo disco dei Disprezzo, esce nel 2004 ed è una tempesta di crust punk profondamente radicato nella lezione della scena svedese, sia quella della prima ondata (Anti-Cimex e Avskum) sia quella venuta più tardi (Disfear e Wolfpack), imbastardito con frequenti incursioni in territori black metal. Già dal titolo si può percepire un’atmosfera apocalittica e oscura di amebixiana memoria ed infatti la titletrack, che ci introduce a questo magnifico lavoro, ci travolge immediatamente e senza pietà con una tempesta di furioso e tuonante crust punk impreziosito da riff di matrice black su cui si stagliano imperiosamente vocals infernali e lancinanti. Dieci tracce per un totale di 25 minuti che continuano a diramarsi sulle coordinate di un crust/d-beat di matrice svedese che però sembra intimamente teso ad esplorare gelide ed oscure lande black metal, creando soprattutto attraverso melodie di chitarra e un martellante lavoro dietro le pelli, paesaggi e atmosfere dai toni estremamente cupi ed apocalittici. Le pulsioni (black) metal sembrano animare in profondità il sound dei Disprezzo ed emergono difatti prepotentemente nel riffing e in alcune soluzioni melodiche della chitarra così come negli assoli, riuscendo in questo modo a rendere più variegate le varie tracce in cui ci imbattiamo durante l’ascolto di questo, a mio parere, magnifico “Nel Mio Mondo il Sole Non Sorge Mai”. Il tono apocalittico che attraversa l’intero disco viene evocato in modo perfetto da tracce come “Un Giorno” o “Xx/xx/xxxx”, ottimi esempi di moderno crust punk di scuola svedese in cui il riffing di chitarra e la batteria martellante la fanno da padroni assoluti e travolgono con una furia senza eguali. Inutile continuare a parlare nello specifico di questo o quell’altro brano, perchè “Nel Mio Mondo il Sole Non Sorge Mai” è uno di quei dischi in cui bisogna tuffarcisi a capofitto senza pensarci mezzo secondo, ascoltandolo dall’inizio alla fine senza riprendere mai fiato. E’ un disco assurdo in cui convivono in modo perfetto le pulsioni crust e quelle (black) metal, dunque un disco che, per gusti personali, rimane uno dei migliori pubblicati all’interno della scena punk italiana nei primi anni duemila.

“Deboli creature incatenate, destinate al nostro piacere, spero non vi siate illuse di trovare qui la ridicola libertà concessa dal mondo esterno, siete fuori da confini di ogni legalità, nessuno sulla terra sa che voi siete qui. Per tutto quello che riguarda il mondo voi siete già morti”. Si apre con questo spezzone, tratto probabilmente dal film-capolavoro “Salò o le 120 Giornate di Sodoma”, il bellissimo “Figli della Vostra Catastrofe” dei romani Dirty Power Game, disco che vede anch’esso la luce nel 2004. Il sound dei Dirty Power Game affonda le proprie radici nella lezione seminale di dischi quali “A Holocaust in Your Head” degli Extreme Noise Terror e “Unrest” dei Disrupt, un crust-core/grind in cui si sente ancora tutta l’influenza dell’hardcore punk di wretchediana memoria. “Figli della Vostra Catastrofe” ha una batteria costantemente martellante che alterna ritmi d-beat ad improvvisi e brutali blast beats capaci di riportare alla mente addirittura i seminali Asocial di “How Could Be Hardcore Any Worse?” del 1982. La prima traccia in cui ci imbattiamo è la devastante “Cappio alla Gola”, un furioso assalto di grinding crust-core accompagnato da un testo aggressivo che si scaglia contro la democrazia, le carceri e tutto il nostro mondo, promettendo, come fosse una dichiarazione di guerra scandita da un’alternarsi di vocals tra Nicola e Massimo, che “cresce e avanza la mia voglia di distruggere”. La successiva “Niente”, una feroce aggressione di grind/crust-core in cui si sentono perfettamente gli echi di Doom, Extreme Noise Terror e Disrupt, è sorretta da ritmi d-beat insistenti e brutali che sembrano poter sbriciolare le ossa. Con questo devastante quanto brutale concentrato di grinding-crust punk, un’assalto barbaro e che non mostra il minimo segno di cedimento, i Dirty Power Game non lasciano scampo a niente e nessuno, disseminando dietro di se solamente macerie e rovine.

 

Questi sono solamente altri spunti che ritengo validi e interessanti per la lotta dei/delle punx rivoluzionari/e destinati ad essere discussi, corretti e soprattutto messi in pratica senza perdere tempo. In questi tempi e in quelli che verranno i padroni e lo Stato hanno paura di possibili rivolte e ribellioni. Ecco allora che dobbiamo essere pronti più che mai per non ritornare a nessuna rassicurante normalità. Per non essere mai più disarmati, armiamo la nostra gioia.