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Poison Ruïn – S/t (2021)

Si può parlare di dungeon punk? Forse, ma prima di tirare conclusioni affrettate proviamo ad andare con ordine.

Un fulmine a ciel sereno. Un ascolto che prende le sembianze di un’escursione in territori musicali che all’apparenza hanno poco da spartire l’un con l’altro. Un viaggio che può apparire a primo avviso confuso, privo di senso o addirittura pretenzioso. Poi, in realtà bastano pochissimi minuti immersi in questo S/t album del progetto Poison Ruïn per accorgersi che le cose stanno diversamente, che a volte l’azzardo ripaga e che ci troviamo al cospetto di un disco estremamente ispirato, profondamente originale e attraverso da una vena sperimentale convincente, come non se ne sentivano da parecchio tempo.  Le dieci tracce che incontriamo su questo omonimo lavoro di Poison Ruin sono caratterizzate da continui saccheggi e incursioni razziatrici in territori musicali completamente diversi, un sound polimorfo in cui differenti anime e influenze si incontrano e trovano terreno comune in un tappeto sonoro e in un mood riconducibile all’universo dungeon synth; proprio quel dungeon synth che sembra poter fagocitare qualsiasi cosa in ambito underground ultimamente e che ha trovato tantissime incarnazioni e declinazioni degne di nota, basti anche solo pensare alle notevoli pubblicazioni dell’italiana Heimat der Katastrophe.

Tornando a capofitto nei meandri e nelle sfumature di questo dungeon targato Poison Ruïn, sono tante le anime diverse che si scontrano, si intrecciano, spesso rendendo difficile comprendere come sia possibile farle convivere in un’unica proposta in una maniera così convincente e addirittura godibile. Mac, mente e braccio dietro il progetto Poison Ruïn, ci riesce in maniera del tutto inaspettata al punto da lasciare sbalorditi e ammaliati come fossimo preda del canto di una sirena in un mare burrascoso. Un lavoro che, come un avventuriero in terra di frontiera, tende in maniera costante alle contaminazioni e alla fuga verso territori nuovi in cui proseguire il proprio viaggio e la propria visione, passando senza inibizioni futili dal punk rock degli albori al post punk variegato da venature deathrock e atmosfere vagamente gotiche. Ma anche incursioni improvvise in territori dominati dal primitivo heavy metal britannico e addirittura veri e propri agguati inaspettati e apparentemente fuori luogo alla ricerca di quella dimensione ritualistica e infernale degna di certo raw black metal degli ultimi anni (Sacrosant). Tutte queste incarnazioni sonore trovano libero sfogo all’interno di un sound a cui fare da filo conduttore appare chiaro essere da una parte certo primitivo punk di scuola britannica così come, dall’altra la costruzione di atmosfere e scenari affidata alla componente dungeon synth, soprattutto per quanto riguarda intro e outro dei vari brani. Lo stesso artwork di copertina, per via della sua dimensione misteriosa e oscura, evoca nelle nostre mente scenari e immaginari tipicamente swords and sorcery tanto cari alla scena dungeon synth.

 

Si può dunque parlare di dungeon punk, si o no? Forse non esiste una risposta univoca una volta che arriviamo al termine di questo assurdo viaggio accompagnati dalla conclusiva Hell Hounds, dunque lascio a voi decidere se a senso definire il sound di Posion Ruïn con tale fantasiosa etichetta. Forse è presto pure per parlare di dischi dell’anno, ma sicuramente questa prima fatica in studio del progetto Poison Ruïn rimarrà per molti mesi nelle cuffie e nelle orecchie di molti di noi.

Children of Technology – Written Destiny (2020)

THIS IS METAL ANARCHY!

In un tripudio di caos, velocità e litri di birra scadente, creature notturne con i volti dipinti da pitture di guerra, si aggirano per le wasteland come nuovi barbari assetati di distruzione e pronti a suonare a tutto volume, tra le macerie delle città abbandonate, un perfetto ibrido di furioso e spietato speed metal punk, l’unica colonna sonora possibile per accompagnare i giorni di un futuro che non esiste più. Metal anarchy è l’urlo di battaglia, i Children of Technology son pronti a vendere cara la loro pellaccia in quest’epoca post apocalittica dominata dallo sconforto e dalla desolazione! 

Rompo gli indugi fin da subito così mi tolgo il pensiero: non sono mai stato un grande ascoltatore dei Children of Technology nonostante il genere che suonino rientri pienamente nei miei gusti e nei miei ascolti più assidui. Non ho mai saputo spiegarmi bene il perchè, ma i vecchi lavori della band mi hanno spesso lasciato indifferente. Ecco perchè trovarmi qui a parlare di questo nuovissimo e inaspettato nuovo lavoro intitolato Written Destiny, è per me abbastanza strano ma allo stesso tempo interessante. Strano sopratutto perchè finalmente l’ascolto dello speed-metal-punk dei Children of Technology ha spazzato via la mia indifferenza nei loro confronti, riuscendo a farmi apprezzare appieno la loro proposta!

New wave of speed metal punk! Questa in estrema sintesi è quanto ci troveremo ad ascoltare una volta che ci saremo addentrati in Written Destiny, un concentrato assolutamente devastante di Venom, Warfare, Tank, primi Onslaught, qualcosa dal sapore d-beat/crust a la Anti-Cimex/Driller Killer, riffing thrash metal taglienti sullo stile dei primi Voivod e dei Sacrilege di Within the Prophecy e un sound generale che non può non riportare alla mente il crossover thrash/hardcore punk dei Broken Bones dell’era F.O.A.D. e l’attitudine stradaiola tanto cara agli Inepsy. Un destino, quello dei Children of Technology, dunque inciso indelebilmente nella scena metal/punk underground degli anni ’80, scena a cui i nostri sono sinceramente devoti fedeli e lo dimostrano senza remore ancora una volta con questo nuovo lavoro assolutamente devastante e senza pietà!

L’atmosfera generale di questo Written Destiny alterna momenti capaci di evocare un certo immaginario (a dirla tutta un po’ abusato ma sempre parecchio godibile) post apocalittico a la Mad Max ad altri passaggi dal sapore fortemente anthemico, senza mai perdere d’occhio una certa propensione alla distruzione e alla crudeltà, così come un certo gusto per il riffing sempre ispirato e devastante. In fin dei conti siamo sempre al cospetto di un assalto di speed metal punk che non ha alcuna intenzione di fare prigionieri ma è mosso unicamente dalla voglia di distruggere qualsiasi cosa si trovi sul suo cammino, quindi non ci si stupisca se ascoltando queste nuove otto tracce dei Children of Technology ci si ritrovi immediatamente catapultati in un vortice di distruzione e crudeltà! Tracce di assoluto impatto come The New Barbarians, la stessa titletrack, The Days of Future Past e Creation Trough Destruction sono veri e propri assalti brutali e spietati di speed/heavy metal di scuola Warfare/Tank, uno speed metal imbastardito perfettamente con il thrash di scuola Sacrilege/Onslaught e con l’attitudine punk e stradaiola dei migliori Broken Bone e Inepsy.

Alla fine dei conti questo Written Destiny è esattamente la colonna sonora di un futuro che non esiste più, parafrasando il titolo della canzone con cui ha inizio questo nostro viaggio. Traccia dopo traccia i Children of Technology, distruttori del mondo come l’abbiamo finora conosciuto, sono dunque pronti a scatenare le forze infernali su questa terra senza lasciarci alcuna via di fuga o possibilità di salvezza, innalzando fieramente al cielo la loro bandiera “speedmetalpunk”! Chiudetevi in casa e blindate porte e finestre se non siete dunque pronti ad unirvi alla brigata del caos che porta il nome dei Children of Technology e a seguire i canti di guerra da loro intonati con furia selvaggia. In caso contrario, lasciate ogni speranza di salvezza perchè la tempesta di speed metal punk evocata da questo Written Destiny non conosce pietà verso niente e nessuno! Stappate le vostre birre scadenti e tenetevi pronti a scorrazzare liberi e selvaggi su e giù per le wastelands, mentre le fiamme infernali del metal-punk più ignorante inghiottiranno le rovine delle vostre città e ridurranno questo mondo in macerie! This is metal anarchy, nothing less, nothing more!

Konquest – The Night Goes On (2021)

Heavy metal maniac
I’m a heavy metal maniac
Stand back heavy metal maniac!

Aaaaaaah l’heavy metal, aaaaaah la NWOBHM. Quanti ricordi di gioventù e dell’adolescenza mi legano intimamente alla forma più pura e sincera della musica metal. Non a caso il mio primissimo approccio a questo mondo è avvenuto grazie a quel capolavoro che è “Live After Death” dei Maiden e da li è stato un iniziare a divorare qualsiasi cosa fosse uscita negli anni ’80 in ambito heavy metal, dai classici e immortali Judas Priest, Angel Witch e Saxon a band molte più sottovalutate e fin troppo poco incensate del calibro di Virtue, Praying Mantis e Holocaust, passando per gruppi capaci di rubarmi letteralmente il cuore come Heavy Load, Warlord, Cirith Ungol e Tokyo Blade. Potrei continuare a parlare per ore dell’importanza che ha avuto per me l’heavy metal e dell’amore più sincero e passionale che mi lega ad esso, potrei lasciarmi andare ai ricordi e alla malinconia degli anni dell’adolescenza in cui indossare una maglia dei Maiden o dei Priest mi faceva sentire un “true defender of the faith” e altre cazzate del genere. Bene, questa digressione in cui vi ho elencato stile lista della spesa una marea di gruppi nwobhm e classic heavy metal che hanno fatto (e fanno tuttora) parte dei miei ascolti, ha il solo scopo di introdurvi al gruppo e al disco di cui vi parlerò nelle prossime righe, ovvero The Night Goes On di questo affascinante one-man project dal nome Konquest. Nome che sembrerebbe un chiaro omaggio a “Metal Conquest” degli Heavy Load, giusto per ribadire le influenze che hanno ispirato questo progetto.

Ma chi si cela dietro questa one-man band? Nient’altro che il buon Alex, già chitarrista dei fenomenali Carlos Dunga, probabilmente il personaggio più metal dell’intera scena hardcore e punk italiana (mi prendo la responsabilità di quanto appena scritto!), un essere umano cresciuto evidentemente (e non lo si scopre certo ora) a pane e heavy metal di tradizione ottantiana. Dunque era solamente questione di tempo prima di vederlo all’opera in un progetto interamente devoto alle sonorità più care e vicine all’heavy metal classico di ottantiana memoria. Pensate alle sonorità degli Heavy Load dei magnifici “Stronger than Evil” e “Death or Glory”, ai Tokyio Blade del capolavoro “Night of the Blade“, qualcosa degli Sword di “Metalized“” e un sapore vagamente epic a la Warlord, oltre ad un sentore lontano che ricorda però in maniera godibile addirittura i Thin Lizzy, e potrete già immaginare risuonare nella vostre orecchie e nella vostra testa i riff, le melodie e le linee vocali anthemiche che caratterizzano interamente questo The Night Goes On! Un tempesta di tuoni e fulmini di heavy metal senza compromessi, volutamente e sinceramente old school come fosse uscito direttamente dall’underground britannico tra il 1980 e il 1982, suonato con passione invidiabile e un evidente trasporto emotivo da parte del buon Alex, il quale ci regala una prova impeccabile sotto l’aspetto della qualità compositiva e strumentale, oltre che ad una forte ispirazione in termini di melodie e riffing.

Melodie catchy, trame di chitarra, linee vocali e ritornelli sono i veri punti forti di questo The Night Goes On, elementi che, fin dal primo ascolto, riescono a imprimere facilmente nella memoria praticamente quasi tutti i brani presenti sul disco. La titletrack rappresenta poi l’esempio migliore di tutto ciò che si potrebbe mai desiderare da una canzone heavy metal: un ritornello fortemente anthemico da cantare a squarciagola sorretto magistralmente da riff di chitarra memorabili e linee melodiche che si stampano immediatamente in testa, ne fanno un vero e proprio inno metal dal marcato sapore ottantiano! Altro pezzo da ascoltare e riascoltare infinite volte è, a mio parere, Keep Me Alive, traccia che continua a darmi l’idea di essere l’idea punto di incontro e sintesi tra gli Sword e i Tokyo Blade. La strumentale Fall of the Konqueror, con il suo incedere maestoso e la sua atmosfera epica, elementi che sottolineano l’importante influenza dei Warlord e il gusto per le melodie che tradisce l’eredità dei primi Maiden, sembra esser stata posta volutamente a metà del disco per darci il tempo di riprendere quel poco di fiato necessario prima di tuffarci nuovamente a capofitto nella tempesta di heavy metal che ci attende con canzoni dalla qualità elevatissima come The Vision e Helding Back the Tears. Quest’ultima, senza ombra di dubbio, è uno dei momenti più alti di tutto The Night Goes On, grazie soprattutto ad un riffing super ispirato, a delle linee melodiche azzeccatissime e ad un assolo da brividi. Altro brano attraversato da uno spirito profondamente anthemico, con un ritornello ricco di pathos e trasporto da cantare fino a perdere la voce!

Insieme ad altre interessanti uscite dell’anno appena passato come Dream Quest Ends degli Smoulder e Ravening Iron degli Eternal Champion, abbiamo trovato nel progetto Konquest un nuovo, valido e trascinante, difensore dell’heavy metal nella sua forma più pura e sincera! The Night Goes On si candida seriamente ad essere uno dei dischi del 2021 e siamo solo a gennaio, questo  dovrebbe bastare per farvi innamorare senza remore e ascoltare allo sfinimento questo gioiello di New Wave of Prato Heavy Metal!

Tonight, we stand tonight. We stand to fight! Where are the heroes? The night goes on!

Evil Fragments #04

Quarto appuntamento con Evil Fragments, un appuntamento però per certi versi diverso dai precedenti tre. Questa volta saranno solamente due i protagonisti di questa ennesima discesa tra i frammenti del male e rispondono al nome di Corrupted Human Behavior e Mace Head. Sara diverso sopratutto il mood generale che accompagnerà la lettura delle seguenti recensioni, perchè le atmosfere, le ambientazioni e i paesaggi evocati dalla musica dei due gruppi sono in grado (o quanto meno lo spero) di portarvi a vagare con la mente e l’immaginazione per campi di battaglia dominati dalla distruzione e lande desolate invase da odori nauseabondi di morte, in rotta verso l’ignoto tra toni apocalittici, oscurità senza fine e lamenti lancinanti di eterna dannazione. Verso un sole che non sorge mai, che le orde barbariche vadano all’assalto di questo mondo e delle sue macerie. E allora quale colonna sonora migliore per tutto questo, se non quel brodo primordiale marciulento e oscuro conosciuto come stenchcore?

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Paranoid (偏執症者) – Out Raising Hell (2020)

You see us coming
Then run like hell
With sheer volume
We’ll shoot to kill
This is Metal Anarchy

Un libro non si dovrebbe mai giudicare dalla copertina, questo è assolutamente vero e denota una certa onestà intellettuale. Ma un disco? Vale lo stesso discorso anche quando l’artwork di un disco come questo Out Raising Hell urla “heavy metal” a squarciagola tanto da sentirsi lontano un miglio? A quanto pare no, visto che poi il contenuto musicale di questa ultima nuova fatica in studio per gli svedesi Paranoid trasuda metal (in quasi tutte le sue ottantiane forme) da tutti i suoi pori. Ma andiamo con ordine, o quanto meno proviamoci. Ed è forse proprio partendo dall’artwork di copertina che voglio iniziare questa “recensione”, sottolineando quanto mi abbia riportato immediatamente alla mente certe copertine degli Exumer e in generale quanto mi abbia trasmesso un forte sapore di heavy/speed metal.

La passione e le radici di certo metal old school son sempre state presenti nel sound dei Paranoid e loro stessi non le hanno mai celate, anche se spesso venivano sovrastate dalle influenze d-beat/hardcore/raw punk del gruppo svedese, in molte occasioni più presenti e preponderanti. Per questo motivo questa nuova fatica è assolutamente piacevole e in un certo senso inaspettata, perchè i Paranoid invertono leggermente la propria rotta rispetto al precedente Kind of Noise (un Ep estremamente dedito a sonorità raw punk, noise e d-beat), e si lanciano alla deriva verso territori propriamente riconducibili all’universo metal degli ’80, tra NWOHBM, speed metal e primordiali pulsioni black a la Venom (come sempre) o alla Darkthrone del periodo “Circle the Wagons”. Emergono in più passaggi e più momenti, nel corso delle dieci tracce che vanno a comporre questa nuovo disco, le profonde influenze sia di nomi sacri dell’heavy/speed metal come Grim Reaper, gli stessi Exumer evocati fortemente dalla copertina, Exciter quanto di perle dell’underground quali Warfare, Tyrant, Vectom e compagnia brutta, sporca e borchiata di ottantiana memoria. Per fare un solo esempio di quanto detto finora, il riffing che sorregge una traccia come 機械仕掛けの殺戮者 (Kikaijikake no Satsurikusya) o lo stesso assolo presente in essa, invadono e saccheggiano senza pietà territori metal e danno vita ad un brano che si posiziona esattamente a metà strada tra gli Exciter e i Warfare, sempre però con quel tocco di d-beat imprescindibile che non abbandona mai il sound dei Paranoid.

Probabilmente questa prevalenza di sonorità heavy/speed metal (ma anche vagamente proto black sempre in odore di Venom/Hellhammer) è dovuta al mixing curato da Joel Grind (Toxic Holocaust), uno che di metal se ne intende abbastanza per confezionare un prodotto devastante, brutale, robusto e dal sapore fortemente old school e metal come questo Out Raising Hell. Dopo quanto è stato detto però non illudetevi della mancanza di una forte componente punk in questo disco, cosa che sarebbe impossibile dato che l’attitudine stessa dei Paranoid rimane fortemente legata e radicata in profondità nella scena kangpunk/hardcore svedese degli anni ’80 e sopratutto grazie a sonorità d-beat che fanno capolinea qua e la nel corso delle dieci tracce, insieme a quel sound generale che strizza sempre l’occhio ad un certo raw punk sporco e rumoroso.

In fin dei conti, per quanto sia estremamente più “heavy metal” questo Out Raising Hell rispetto probabilmente a tutto il resto registrato e pubblicato in carriera, la ricetta dei Paranoid è sostanzialmente sempre la stessa e non guarda in faccia niente e nessuno: un vortice devastante di violento vento nordico, caos metalpunk selvaggio e pura furia d-beat! Da qualche parte, a metà strada tra i Venom e i Disclose, con una dose massiccia di heavy metal iniettata nelle vene, si staglia questo Out Rasing Hell e in fin dei conti va bene così. That’s the way we like it baby, new wave of swedish d-beat heavy metal!

Heavy metal maniac
I’m a heavy metal maniac
Stand back heavy metal maniac!

Schegge Impazzite di Rumore #07

Dopo parecchio tempo di silenzio assoluto ed assordante, rispolvero una delle più longeve rubriche di questa webzine che arranca ma imperterrita continua in direzione ostinata e contraria a parlare di punk hardcore e di sovversione dell’esistente. Eccoci quindi giunti al settimo appuntamento con le schegge impazzite di rumore, questa volta in compagnia di tre gruppi provenienti dall’estero e che hanno rilasciato in questo 2019 che ormai sta giungengo al termine, alcuni ottimi lavori che toccano svariate fumature del variegato panorama hardcore/punk e metal. Partendo dall’hardcore in salsa finlandese dei Korrosive e arrivando all’ ancient black metal dei Witching Hour, ci imbatteremo nel kangpunk/d-beat dei Nuclear Power Genocide e nell’ibrido speed metal punk ottantiano dei Witchtrial!

Korrosive – Observations From the West

Tampere 1983? Niente affatto, siamo ad Oakland nel 2019! Le radici del sound degli statunitensi Korrosive però sono ben ancorate alla scena punk hardcore finlandese degli anni ’80 e le loro influenze anche su questo primo full-lenght sono da ritrovare in lavori seminali come “Ristiinnaulittu Kaaos” dei Kaaos e in tutto quanto hanno pubblicato dal 1981 al 1984 gruppi come Teervet Kadet, Riistetyt o Tampere SS! Come nel precedente demo “Havaintoja Lännestä” le danze vengono aperte dal brano “Institute”, che può già dare un ottimo riassunto del sound furioso e caotico dei Korrosive e della voce abrasiva di Chris! Proseguendo ci imbattiamo in altre tre tracce (che bello riascoltare “War Hysteria”!!!) presenti sul demo sopracitato affiancate a tre inediti, tra cui spiccano certamente le devastanti “1984″ e “5 Seconds of Sanity”. I Korrosive sono fedeli al loro sound e dimostrano di suonare con sincera passione quello che piace a loro, questo “Observations from the West” è senza dubbio quanto di meglio si possa ascoltare oggi in ambito punk hardcore! Totaalinen kaaos per le nostre orecchie!

Witchtrial -s/t

Questi Witchtrial sono dei punx che suonano metal vecchia scuola, niente di più, niente di meno. La proposta dei Witchtrial riesce perfettamente a bilanciare due anime da sempre intimamente legate e influenzatesi a vicenda a partire dagli anni 80, quella prettamente hardcore punk/d-beat e quella del primitivo metal estremo ancora legato al tradizionale heavy classico. Ecco quindi che su questo self titled album si possono sentire echi degli Slayer del seminale ep “Haunting the Chapel” e quelli di “Season in The Abyss”, così come l’hardcore dei GBH e il d-beat sound tipico dei Discharge, il tutto accompagnato da un’attitudine, un’atmosfera generale e un suono riconducibili allo speed metal dei Venom e alla primordiale incarnazione del metal estremo ad opera degli Hellhammer!  Tracce quali “Wait for the Reaper” o “Ripped to the Crypt” valgono da sole l’ascolto di questo disco! Lasciamo che questi punx bastardi scatenino le fiamme degli inferi sulla terra nel nome di Satana! Benvenute all’inferno anime dannate assetate di speed/punk vecchia scuola!

 

Nuclear Power Genocide – Devastation of the Future

Nel 2015 gli svedesi Paranoid e i canadesi Absolut davano vita ad un devastante split intitolato “Jawbreaking Mangel Devastation”. Da quello split alcuni membri dei due gruppi decisero di unire le forze in una nuova creatura che avrebbe preso il nome di Nuclear Power Genocide, omaggiando i giapponesi Framtid. E cosa mai potranno suonare i N.P.G.? I Paranoid suonano un rumoroso ibrido che nasce dall’incontro del d-beat hardcore dei Disclose e l’heavy black metal dei Venom, gli Absolut si dedicano invece ad un classico kångpunk di scuola svedese imbastardito dal punk hardcore a la Death Side; sommate tutti questi elementi, ricordatevi che hanno preso il nome da un pezzo dei Framtid, e avrete il sound dei Nuclear Power Genocide su questo “Devastation of the Future”: un assalto di furioso e caotico d-beat fedele tanto alla scena svedese di Mob47 e Anti-Cimex, quanto a quella giapponese di Disclose e Warhead, ne è un perfetto esempio la terza traccia “Fixated on Mass Destruction”! Una mazzata devastante di fuorioso d-beat vecchia scuola, non si può chiedere di meglio!

Witching Hour – And Silent Griefs Shadows the Passing Moon

“Come hear the moon is calling, the witching hour draws near…” scandisce queste parole la voce cruda e satanica di Cronos nel brano “Witching Hour” pubblicato nell’album “Welcome to Hell” del 1983. È innegabile che questo giovane gruppo tedesco si ispiri fin dal nome ai Venom e alla primordiale e primitiva incarnazione del “black metal” che li caratterizzava. Anche musicalmente i Witching Hour sono molto legati al suono di capolavori immortali come “Black Metal” e il già citato “Welcome to Hell”, e probabilmente il fatto che essi stesi definiscano la loro musica “Ancient Black Metal” sta a sottolineare proprio questo legame intimo con la primissima wave del metallo nero. Il suono dei nostri è quindi uno speed/thrash proto black fortemente radicato nella vecchia scuola degli anni ’80 che però non abbandona mai del tutto l’influenza dell’heavy metal classico, precisamente quello più maligno ed esoterico di Angelwitch e Witchfynde! “And Silent Grief Shadows the Passing Moon” si apre con la lunga titletrack strumentale dal sapore fortemente NWOBHM che mi ha messo i brividi fin dal primo ascolto e che lascia poi il passo a “Once Lost Souls Return“, traccia che mostra tutto l’influenza che hanno avuto i Venom sulla musica dei Witching Hour! Le successive “From Beyond They Came” e “Sorrow Blinds His Ghastly Eyes” sono vere e proprie schegge di speed metal vecchia scuola che possono riportare alla mente anche i Tyrant dello splendido “Mean Machine” condite con delle vocals che si pongono a metà strada tra la voce marcia di Cronos e il proto-black scream di Nocturno Culto sugli ultimi lavori dei Darkthrone! “Behold Those Distant Skies” è invece una cavalcata in perfetto stile NWOBHM che avrebbero potuto benissimo scrivere gli Angelwitch! Se siete dei fottuti nostalgici della prima incarnazione del metallo nero a la Venom e dell’heavy metal più maligno e oscuro, questo concentrato di ancient black metal è la cosa migliore che possiate ascoltare!

 

Marthe – Sisters of Darkness (2019)

In estrema sintesi quello che vi troverete ad ascoltare su questo “Sisters of Darkness” non sarà altro che epico ed oscuro heavy doom metal di altissimo livello. Lunga vita alla cospirazione delle sorelle dell’oscurità!

La proposta musicale di questa nuova creatura che si cela dietro l’affascinante monicker “Marthe” è attraversata da un filo conduttore che partendo dai Cirith Ungol di “One Foot in Hell” arriva fino agli Amebix più atmsoferici, riuscendo ad unire nello stesso calderone di influenze i Celtic Frost di “Into the Pandemonium”, le sonorità tipiche degli Isengard, l’epicità dei Bathory della doppietta “Hammerheart”/”Twilight of the Gods” e il doom di scuola Pagan Altar o Witchfynde General, facendo suonare il tutto come un estremo heavy metal epico pervaso da un’oscurità impenetrabile e opprimente. 

Andiamo con ordine con qualche nota biografica interessante. Chi si cela dietro questo monicker? “Marthe” è il progetto solista di Marzia, storica batterista dei Kontatto, ed il nome da lei scelto vuole richiamare il pianeta rosso e l’origine stessa del suo nome di nascita, ossia il significato di “dedicata a Marte”. Stando a quanto scritto dalla stessa Marzia il progetto trova la sua genesi nell’agosto del 2017 e prosegue nella stesura dei brani nell’agosto 2018.

“Sisters of Darkness” è una demo che si compone di soli quattro brani tutti caratterizzati da una durata superiore ai 6 minuti. Il viaggio in compagnia delle “sorelle dell’oscurità” inizia con la splendida titletrack accompagnata da un ispirazione lirica per cui vale la pena spendere due parole. A quanto sembra la traccia vuole richiamare la Accabadora, figura femminile del folklore sardo rappresentata come una donna di mezza età vestita completamente di nero. Il compito di tale figura era quello di portare la morte liberatoria alle persone anziane e agli infermi perché, seguendo le credenze tradizionali, dato che solo la donna era in grado di generare la vita, di conseguenza solo ad una donna era possibile indossare i le vesti della mietitrice, di colei che apre le porte al regno dei morti. 

Passiamo probabilmente a quella che ritengo essere una delle mie due tracce preferite insieme alla conclusiva “Awake Arise Silence”, ovvero “Married to a Grave”, anch’essa accompagnata da un background lirico del tutto affascinante che parla d’amore e di morte allo stesso tempo. Per dirla con le parole usate dalla stessa Marthe “noi non siamo altro che una pietra fredda destinata a nascere e morire in solitudine“. A livello musicale il pezzo fin dal primo ascolto mi ha portato alla mente tanto gli Amebix di “Monolith” quanto i Bathory di “Hammerheart”, difatti le cavalcate di chitarra e le melodie che dominano “Married to a Grave” conferiscono un’atmosfera di epicità oscura all’intero brano, in un crescendo solenne che non lascia indifferenti.

La terza traccia intitolata “Ave Mysteris” vuole essere un’ode a tutte quelle popolazioni che mantengono tuttora un legame primordiale con la natura, riuscendo  vivere in armonia con essa. Sempre parafrasando le parole di Marzia, il brano è stato ispirato durante un viaggio in Lunigiana (letteralmente “Terra della Luna”), sua terra natia, ma non vuole essere un omaggio “patriottico” a radici o tradizioni pre cattoliche e romane, bensì una considerazione su quanto, in ogni epoca, ogni forma di potere abbia messo in atto una vera e propria distruzione sistematica di culture, terre e popoli, nell’intento di sottometterli e governarli cancellandone ogni traccia di diversità. Tutto questo, a livello musicale, prende la forma di un’ode epica accompagnata da un’atmosfera generale che richiama sia i Cirith Ungol sia un certo doom metal e da cori cantati con voce pulita e ricca di pathos da Marzia, come se il brano voglia essere allo stesso tempo un ricordo fortemente evocativo e un epitaffio in memora di qualcosa che il potere attraverso la brutale lezione del “dividi et impera” ha tentato di estirpare per sempre dal ricordo e dalla Storia.

Giungendo alla conclusione di questo viaggio chiamato “Sisters of Darkness” ci si imbatte in un brano che personalmente ritengo rappresenti al meglio la proposta dell’entità denominata Marthe. Sto parlando di “Arise Awake Silence”, 11 minuti di puro heavy metal epico ed estremo, introdotto da una sorta di mantra salmodiante e da un atmosfera evocativa che poi esplode in tutta la sua potenza distruttrice, ma allo stesso tempo epica e oscura, ricordando al mio orecchio tanto i Primordial e quanto Bathory, con le vocals quasi scream di Marzia che ripetono “Awake Arise Silence” in modo sofferto. Sembra di ascoltare una ninnananna cantata dalla Morte a qualcuno che sta ormai per abbandonare il mondo dei vivi per abbracciare l’oscurità di una dannazione infinita. Un canto dedicato all’oscurità e a quanto sia labile la vita. Un’ode che risuona nell’ora più buia, quando la Morte prende per mano e ci conduce verso il silenzio eterno.

Se cercate un disco di heavy metal estremo vecchia scuola, in cui proto black, lentezza doom, atmosfere apocalittiche di certo crust inglese degli anni ’80 e brevi incursioni in territori epic metal convivono e si amalgamano in maniera sublime quanto oscura, questo Sisters of Darkness è il disco che fa per voi e che non dovreste farvi scappare per nessuna ragione al mondo!