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Anno 1985, Suoni Oscuri della Libertà

Anno 1985, due gruppi si affacciano sulla fervente scena hardcore punk italiana regalandoci due lavori acerbi e grezzi ma che ancora oggi mantengono tutto il loro fascino e tutta la rabbia tipica di quegli anni incredibili! Due lavori e due gruppi che hanno avuto vita breve rispetto ad altri ben più noti ma che hanno saputo scrivere ugualmente in modo indelebile il loro nome nella scena hardcore italiana degli anni ’80. “Lo Sguardo dei Morti” degli Stigmathe e l’ “Untitled” album dei Soglia del Dolore, due lavori che si tende troppo spesso a lasciare marcire sotto metri e metri di polvere e senza conferire loro il riconoscimento che meritano per il fatto di rappresentare due piccole perle di punk allo stesso tempo oscuro e sperimentale orientato alla ricerca di soluzioni in buona parte originali, certamente personali e che differenziavano pesantemente il sound di questi due gruppi dalla maggior parte dei grandi nomi che negli Ottanta mietevano vittime e lasciavano macerie al loro passaggio in giro per l’Italia e per l’Europa come i Negazione o i Raw Power.

Stigmathe dal vivo al Virus di Milano

Negli anni 80 in Italia, se tralasciamo gli immortali Wretched, non erano moltissimi i gruppi che avevano le loro radici musicali ben piantate nel sound dei Crass e di tutte quelle band anarcho punk legata alla stupefacente Crass Records come Mob, Poison Girls, Dirt e moltissimi altri. Ed erano ancora meno le band della scena hardcore italiana che avevano nel loro bagaglio musicale pulsioni tendenti alla new wave e alle sue soluzioni più gelide e oscure. Tra questi pochissimi esponenti del classico sound a la Crass imbastardito con sonorità new wave, probabilmente i Soglia del Dolore sono uno degli esemplari migliori e più originali su differenti livelli, anche contando la brevissima durata che ha avuto la loro esistenza.

La creatura che prende il nome di Soglia del Dolore si forma nel 1982 nella città di Udine, che sembra la città dei morti viventi…anzi dei vivi morenti come mi ricordo la definí qualche vecchio punk friulano. Udine nonostante abbia saputo partorire coloro che possono fregiarsi a mani basse del titolo di “Discharge italiani”, ossia i mitici Eu’s Arse autori di veri e propri marci capolavori del punk anarchico italiano come il seminale “Lo Stato ha Bisogno di Te? Bene, Fottilo!”, e altri gruppi praticamente sconosciuti come i Pravda del buon Punkrazio (figura importante del punk italiano per essere l’ideatore della storica Nuova Farenheit punkzine) o i Toxical, non è certamente ricordato come un centro nevralgico e centrale della scena hardcore italiana degli anni ’80. Udine è una città di provincia come moltissime altre che inghiottono noi tutti e che tentano di annullarci a colpi di quieto vivere e labile pace sociale, e come ogni terra di provincia che si rispetti alimenta inconsapevolmente una rabbia e una voglia di rivolta che attendono solamente il momento più adatto per esplodere e attaccare tutte quelle piccole certezze e valori da borghesi a cui il bravo cittadino medio, alienato, atrofizzato, annichilito si aggrappa per apparire vivo, un perfetto cadavere vivo che si muove immobile in una città di merda. Ed è stato proprio questo contesto che puzza di morte e di merda a far emergere il punk riottoso e incazzato dei Soglia del Dolore, non poteva essere altrimenti; o ti lasci risucchiare, annullare e muori, oppure urli tutta la tua rabbia e ti rivolti! I Soglia del Dolore scelsero questa seconda strada e decisero che il mezzo che avrebbero usato per sputare la loro rabbia, per esprimere la loro insofferenza e per concretizzare la loro volontà di rivolta doveva essere il primitivo sound anarcho punk ben radicato nella lezione dei Crass più combattivi e immediati, alternato a vibrazioni e influenze post-punk/new wave che resero la loro proposta originale e distante dalle classiche sonorità hardcore all’italiana dell’epoca.

I Soglia del Dolore però non ebbero vita lunga e di fortuna ne ebbero ancora meno. Si sciolsero infatti nel giro di un paio di anni e il disco protagonista di questo articolo, volutamente non intitolato uscì postumo nel 1985 anche se le cinque tracce presenti su questo 7″ eran già state registrare dai nostri punx anarchici from Udine precedentemente. Cosa dovrebbe aspettarsi un incauto ascoltatore che non si è mai imbattuto in questa primordiale incarnazione dei Soglia del Dolore? Ho già fatto più di un riferimento all’influenza esercitata dall’anarcho punk di scuola Crass/Crass Records sul sound dei nostri (basti pensare a brani come “Non Sopporto” e “Non Voglio”), così come delle pulsioni post-punk/new wave che emergono nel corso delle cinque tracce, a volte ricoprendo il ruolo di protagoniste come nella terza “Veste i Tuoi Sogni”, altre di semplici sprazzi che permettono di apprezzare ancora di più il punk anarchico rabbioso e grezzo che anima l’intero lavoro, perfetto esempio la conclusiva “Ipocrisia di Pace – Maschere di Guerra“. L’unico gruppo italiano degli anni Ottanta che penso possa essere accostabile per approccio, tematiche trattate e modo di trattarle, nonché per sonorità a quanto fatto dai Soglia del Dolore su questo loro 7” sono i messinesi Uart Punk, vera e propria primitiva creatura anarcho punk italiana autore di un unico acerbo ma riottoso disco nel lontano 1981. Ecco se proprio dovessi descrivere il sound dei nostri, penserei all’anarcho punk dei Crass suonato alla maniera grezza e imprecisa, a tratti fastidiosa, degli Uart Punk, il tutto come già ribadito più e più volte fin qui senza mettere in secondo piano le influenze post-punk/new wave. Tra l’altro, breve digressione, chi tra voi incauti lettori è più attento avrà notato certamente che gli Uart Punk non sono stati tirati in ballo a caso. Difatti Giovanni, storica voce dei messinesi, fu tra i fondatori dei Soglia del Dolore continuando quindi il suo percorso lirico e musicale fedele al punk anarchico crassiano anche in terra friulana.

 

“Modena muore di noia”. La sintesi migliore di cosa significa vivere in una città di provincia assuefatta alla passività, all’apatia e fedele all’unico dogma possibile per il bravo cittadino-consumatore, ossia il quieto vivere conquistato a colpi di repressione, sorveglianza e noia. Questa descrizione della città di Modena ce l’hanno data nel 2008 gli Infamia, gruppo punk che prova ancora oggi a sferrare attacchi decisivi al quieto vivere di una città morta e ai suoi abitanti-zombie. A cavallo tra la fine dei Settanta e gli inizi degli anni 80 fu proprio Modena e la sua noia a vomitare sulla fervente scena hardcore nazionale uno dei gruppi più interessanti, oscuri ed originali. Rabbia e insofferenza, furono queste sensazioni nel 1979 che spinsero Fabrizio, Chiara, Daniele, Lucia e Tamburo (con un nome così non poteva che star seduto dietro le pelli) a mettere in piedi il primissimo embrione di quella creatura che oggi conosciamo con il nome di Stigmathe. Le sonorità di questa prima incarnazione e formazione erano orientate al sound post-punk di Killing Joke e Joy Division che proprio in quel periodo stavano spopolando negli ambienti underground europei. Un sound che però avrebbe presto lasciato il posto ad una sperimentazione musicale molto più personale, seppur ben ancorata alla scena hardcore punk italiana degli anni ’80.

Difatti intorno al biennio 1982/83, Fabrizio, voce e mente del progetto Stigmathe, spostò radicalmente la sua attenzione verso sonorità molto più veloci e nervose affini alla tradizione hardcore punk italiana e britannica dell’epoca. L’influenza esercitata da questo estremismo sonoro venne riversata sul gruppo, cambiando in modo inesorabile il percorso e l’approccio lirico-musicale degli Stigmathe. Iniziò così un periodo di crisi-pausa all’interno del gruppo, dovuto al fatto che la formazione originale non sembrava affatto convinta a proseguire in direzione delle sonorità più grezze dell’hardcore punk che avevano completamente rapito Fabri e che rappresentavano ai suoi occhi il mezzo migliore per sputare in faccia a tutti la sua rabbia e l’insofferenza della vita ingabbiata in un contesto urbano-sociale-politico opprimente come la Modena di inizio anni 80.

In una notte di dicembre del 1982 (cosi narra la leggenda…), Fabri decise di rinnovare completamente la “sua” creatura e di proseguire su sonorità hardcore più spinte e oscure. Ad accompagnarlo in questa seconda fase di vita degli Stigmathe troviamo Gianluca (alla chitarra), Luca (al basso) ed Enrico (alla batteria), formazione con la quale venne inciso e registrato “Suoni Puri dalla Libertà“, il primo Ep autoprodotto del gruppo modenese nel 1983. Un lavoro diviso in due parti: la side A del disco presentava due tracce di furioso e oscuro hardcore punk ben radicato nella tradizione britannica e statunitense del genere, quanto nelle sonorità più sporche e rumorose della nascente scena italiana, la side B invece conteneva un solo brano, Italia Brucia, probabilmente il più intenso e rabbioso (soprattutto a livello lirico) pezzo mai scritto dagli Stigmathe che faceva già intravedere in parte quella vena sperimentale presente nel dna musicale dei nostri. Per quanto sia affascinante e in un certo senso seminale Suoni Puri dalla Libertà, questo articolo si vuole concentrare sul secondo Ep Lo Sguardo dei Morti, datato 1985, in cui gli Stigmathe son riusciti a concentrare tutte le diverse anime presenti nel loro sound, riuscendo ad amalgamare in modo coerente l’influenza della tradizione hardcore punk con le pulsioni sperimentali che strizzavano l’occhio a sonorità riconducibili a territori reggae/dub.

Lo Sguardo dei Morti ha le sue radici ben piantate in profondità nell’hardcore punk più oscuro che ha tratti preferisce lasciare spazio a linee melodiche sinistre piuttosto che esplodere nella rabbia e nel rumore più grezzo tipiche del primo Ep. Mentre “Suoni Puri della Libertà” era attraversato da una pulsine riottosa e da un’irruenza selvaggia, su “Lo Sguardo dei Morti” sembra invece dominare un’atmosfera totalmente nichilista e melodie più oscure e a tratti opprimenti. La traccia che però rende questo Lo Sguardo dei Morti una piccola perla dell’underground e della scena punk italiana degli anni 80 e che sottolinea la sperimentazione e l’originalità della proposta degli Stigmathe è senza ombra di dubbio Volando Stanotte, unica traccia presente sulla side B del disco. Volando Stanotte è costruita su sonorità che risentono pesantemente dell’influenza dei Clash che strizzano l’occhio a sonorità reggae, alle uscite dub di casa Trojan, così come degli esperimenti reggae che i Bad Brains inserirono nella loro personalissima interpretazione dell’hardcore. Si tratta di un brano costruito su una struttura principalmente dub che riesce a creare un’atmosfera estremamente ipnotica che avvolge l’ascoltatore.

Senza raggiungere i fasti di mostri sacri della scena hardcore italiana degli anni 80 come Negazione, Raw Power, Wretched o Indigesti e lontani dall’aver potuto incidere in modo indelebile i loro nomi nella storia dell’ hardcore punk mondiale, i Soglia del Dolore e gli Stigmathe, rimanendo nelle retrovie dell’underground, in quel lontano 1985 ci hanno regalato due lavori a mio parere imperdibili e fondamentali, sia perché differenti da tutto il resto che veniva suonato e pubblicato in Italia in quel periodo, sia per l’estrema vena sperimentale e l’originalità della loro proposta musicale-lirica-concettuale . 1985, “Suoni Oscuri della Libertà”, ovvero quando suonare hardcore voleva ancora dire aprire squarci insanabili nell’esistente, rappresentare una reale minaccia e portare una seria critica radicale al sistema economico e politico in cui viviamo tuttora.

 

Stigmathe

Schegge Impazzite di Rumore #06

Torna anche in questi primi freddissimi giorni di dicembre (si, sarebbe dovuto uscire a fine novembre questo articolo, ma sono uno stronzo si sa) il consueto appuntamento con Schegge Impazzite di Rumore, il sesto per la precisione. Saranno come al solito schegge di rumore che si andranno a conficcare nei vostri occhi e nella vostra pelle provocandovi un dolore atroce, un dolore che è possibile sopportare solamente sparandosi nelle orecchie, al più alto volume possibile ed immaginabile, il rumore contenuto nelle recenti uscite dei quattro gruppi di cui vi parlerò oggi: Iena, Grog, K-19 e Up To Date. Il disastro sonoro arriverà e avrà i vostri occhi… i vostri occhi impregnati di terrore.

Partiamo con gli Iena, gruppo formatosi a Firenze Nord lo scorso gennaio-febbraio per mano di brutti ceffi già impegnati con Carlos Dunga e xDeloreanx (tra gli altri). Con questo loro primo Ep “Condanna a Morte” però toglietevi dalla testa sonorità thrashcore/fastcore tipiche dei due gruppi menzionati poco fa, perché in questo caso ci troviamo tra le mani un lavoro che sembra esser stato preso direttamente dalla prima metà degli anni ’80 visto che il sound proposto dagli Iena è il più classico Oi/punk82, grezzo, proletario e diretto come un pugno in faccia! È innegabile l’influenza e i continui richiami ai Nabat che possiamo trovare nella proposta dei fiorentini, ma è altrettanto innegabile l’importanza mondiale che hanno avuto i bolognesi sull’intera scena Oi! dagli anni ’80 in poi! Non solo Nabat però, in molti passaggi difatti la musica rabbiosa degli Iena riporta alla memoria il sound dei Dioxina, storico e mai dimenticato gruppo Oi! riminese. Quindi si, per farla breve, come avrete ben capito, questo “Condanna a Morte” ripropone senza futili fronzoli e senza troppe pretese il tipico sound Oi! all’italiana, quello più riottoso, grezzo e orgogliosamente proletario pronto a massacrarti di botte sei sei un fascio, uno sbirro oppure un ricco borghese di merda! Chi mi conosce bene sa quanto io non sia un amante folle del genere proposto dagli Iena, però quando un lavoro ha i cosidetti controcoglioni e ti fa muovere la testa dall’inizio alla fine non si può far altro che prenderne atto e riconoscergli il merito! Attitudine, rabbia proletaria e impeto di rivolta, tutto questo è perfettamente racchiuso nelle otto tracce presenti su questo primo Ep dei fiorentini. Menzione speciale per pezzi come “Firenze Nord” e l’inno “Lo Stivale Brucerà”, veri e propri pugni in faccia! Ora che gli Iena si aggirano sulla scena in cerca di carogne con cui sfamarsi, la nostra voglia di Oi! incazzato e incendiario può essere finalmente saziata! “Fate i Nabat”…no, facciamo gli Iena!

 

Canaglie di tutto il mondo unitevi per gustarvi appieno il sound rabbioso e annichilente dei Grog, una ciurma di pirati ubriachi marci che suona sporco e rabbioso d-beat/crust che non fa prigionieri! Il sound proposto dai nostri su questo loro primo S/t album rilasciato lo scorso aprile è violento ed annichilente, nonostante l’approccio e l’attitudine dei nostri spesso tenda all’ignoranza e al cazzeggio molesto, piuttosto che ad un “prendersi troppo sul serio” che alla lunga potrebbe risultare noioso e scontato. Undici le tracce che ci troviamo ad ascoltare su questo primo lavoro dei Grog, tra le quali spiccano “Vita in Quanto Stato di Non Suicidio” (titolo della madonna!!!), “Città Anno Zero”, “La Sicurezza che Uccide” e la conclusiva “Effetto Placebo”. Pensate al d-beat/crust dei Grog come il perfetto punto d’incontro tra il crust-core marcissimo dei Culto del Cargo e il raw’n’roll dei varesini Motron, giusto per fare i nomi di due dei migliori gruppi italiani in circolazione! Un arrembaggio molesto accompagnato da litri di alcol scadente, tutto questo è il S/t dei Grog! Alzate i vostri calici ciurma di canaglie all’ascolto e brindate ai Grog e al loro crust/d-beat tritaossa!

Per rimanere in tema di raw d-beat/crust punk, spostiamoci ora in Sardegna e precisamente a Cagliari, città da cui provengono i K//19, gruppo di recentissima formazione che a Ottobre ha rilasciato la sua prima fatica dall’emblematico titolo “Total Collapse of Society”, netta dichiarazione di intenti dei nostri.

Cinque pezzi (più una cover dei Raw Noise) di classico d-beat/raw punk che riprende la lezione tradizionale dei grandi gruppi svedesi come Driller Kille, Anti-Cimex, Absolut, ma anche dei tedeschi Autoritär tra gli altri, e fa tutto questo con attitudine e sincera dedizione. D’altronde l’intento con cui nasce questo progetto è chiaro fin da subito: “i K//19 nascono in base all’esigenza di continuare a perpetrare un fondamentalismo puramente raw d-beat da tempo snobbato e rimasto nei cantieri dei pochi manovali del genere”. I K//19 quindi suonano quello che piace loro, senza inventare nulla di nuovo ma anzi riuscendo a far suonare fresco e interessante un sound che potrebbe apparire sentito e risentito mille volte. Il raw punk/d-beat dei sardi tira dritto per la sua strada a velocità spedita spazzando via qualsiasi cosa si trova davanti e lasciando solo macerie al suo passaggio, riuscendo anche ad avere un certo gusto per le melodie (soprattutto nei bellissimi assoli dei primi due brani) in mezzo a tutta questa sua cieca furia distruttiva! Inoltre la proposta grezza dei nostri può ricondurre alla mente e all’orecchio echi di Crutches e qualcosa anche dei Paranoid, giusto per ribadire ancora una volta, se non fosse chiaro, quali siano i loro punti di riferimento. Se questo “Total Collapse of Society” è solo l’inizio, i K//19 faranno parlare di sé e faranno la gioia di tutti gli amanti del genere!

Chiudiamo questa sesta puntata con le nostre amate Schegge Impazzite di Rumore con un lavoro originariamente uscito nel lontano 1997 in formato 7″ e che viene oggi ristampato dalla Hanged Man Records. Sto parlando della prima e unica fatica dei torinesi Up To Date, realtà certamente minore e poco fortunata della scena italiana dei 90, ma che aveva la giusta attitudine hardcore e poteva contare su una buonissima capacità di songwriting, come testimoniato da questa interessante ristampa.

Quello che ci troviamo ad ascoltare su questo “…quanta Cenere”, come potete ben immaginare, è il più classico hardcore torinese degli anni 90, quello che affondava ben saldamente le proprie radici musicali, liriche e attitudinali nella seminale lezione dell’hardcore italiano della decade precedente come Declino, Indigesti e Negazione. Il sound e l’approccio degli Up To Date quindi ricorda molto quello dei Frammenti e Sottopressione, anche se molto più grezzo e sgraziato e senza raggiungere le vette liriche raggiunte dai due gruppi appena citati, ma non per questo meno apprezzabile. Hardcore senza fronzoli, semplice, diretto, in your face, proprio come piace a tutti noi! La Hanged Man Records ha diseppellito un gemma grezza di hardcore italiano dalla fin troppa polvere che la teneva celata, un lavoro che merita di essere riscoperto, ascoltato e apprezzato!

Verrete trafitti dalle nostre schegge di rumore impazzite, soccomberete sotto i colpi del nostro Disastro Sonoro!

Zona D’Ombra – Unica Dimensione di Vuoto (2017)

“Nella ricerca di un altrove che non ci faccia soffocare lentamente. 
Nell’agire, in ogni modo possibile, abbracciando l’ignoto. 
Nell’impeto di una coscienza che s’accende. 
Per sentirsi ancora vivi, ancora umani, ancora felici.” 

 

Gli Zona D’Ombra sono uno di quei gruppi che sai già che non ti deluderà. La loro proposta è sempre la stessa fin dal debutto “Promo” del 2014, ma questo non è affatto un problema, anzi: un hardcore di classica scuola italiana che prende a piene mani tanto dalla tradizione degli anni ’80 quanto dall’interpretazione del genere data nei ’90 da gruppi come i Sottopressione. Una proposta quella dei comaschi (gli Zona d’Ombra si sono infatti formati nell’autunno del 2011 in quel di Como) che, per via anche dell’ottima qualità del songwriting e delle liriche, può riportare alla mente, in più di un episodio, le sonorità di Attrito, Grandine e sopratutto Congegno. Detto questo è però fondamentale sottolineare che i nostri reinterpretano queste sonorità in chiave assolutamente personale, mettendoci tanto del loro e risultando tutt’altro che scontati o banali. Inoltre i testi introspettivi ma rabbiosi che condiscono l’hardcore degli Zona d’Ombra dimostrano un livello veramente elevato nella capacità dei nostri di trasmettere in musica sensazioni comuni alla maggioranza di noi “disertori della quotidianità“. E’ questa è una capacità che non tutti possono vantare.

Detto questo oggi voglio parlarvi del nuovo “Unica Dimensione di Vuoto” uscito nel marzo del 2017, secondo EP degli Zona D’Ombra che riparte perfettamente da dove si era interrotto il precedente (e ottimo) “Guerra all’Apatia” (2015), tanto nelle sonorità quanto nel mood generale dell’album e delle liriche. Difficile descrivere la sensazione che si prova ascoltando questo EP, forse le parole migliori sono quelle scritte dagli stessi Zona d’Ombra sul loro bandcamp: “Ci sono momenti in cui, attraversando un’uggiosa quotidianità, si ha la sensazione di essere fuori dal proprio corpo, di essere spettatori della vita che non stiamo vivendo.”. Questo “Unica Dimensione di Vuoto” appare quindi come un grido di rabbia verso l’esistenza vacua e apatica con la quale ci troviamo a combattere quotidianamente, come un anelo di libertà da questa apparente tranquillità artificiale che opprime e immobilizza tutti, da questo sistema che mercifica tutto, in primis le relazioni e i sentimenti. Gli Zona D’Ombra dichiarano guerra a questa “dimensione di vuoto” che è in fin dei conti l’esistenza umana all’interno della società consumistica ed egoista moderna. E lo fanno attraverso i cinque brani che compongono questo nuovo album.

“Unica Dimensione di Vuoto” è avvolto da una generale sensazione di rivolta e di malessere nei confronti dell’impotenza e della disillusione dell’essere umano apatico e immobile di tempi moderni. L’EP si apre con l’intro dal sapore melanconico della stupenda “Carta Carbone”, invettiva rabbiosa contro la ruotine quotidiana che intrappola in un paranoico ripetersi delle azioni, delle parole, del vissuto e che cerca di eliminare la pulsione liberatrice dell’imprevedibile e dell’ignoto. “Sogno rivolta, sogno imperfezione”, nel crescendo del brano questa frase assume le sembianze del malessere esistenziale che si tramuta in azione sovversiva del quieto vivere superficiale e falso.

“Gabbie”, altro pezzo che prosegue il discorso iniziato da “Carta Carbone”, sposta però questa volta l’attenzione sulla sensazione di impotenza e annullamento che si prova quando ci si trova tra le grinfie di quel gelido mostro che annienta le esistenze, ossia il carcere. “E mi chiedo se fuori sia diverso o se la gabbia è ancor più grande”, la frase con la quale si conclude il brano mette i brividi.

“Gioia di vivere abbracciami ora, Gioia di esistere prendimi ancora” può essere solamente questo il commento al terzo brano “Le Ombre Non Hanno Nome”, tutto il resto sarebbe superfluo perciò evito di aggiungere del mio. Così come mi astengo dal aggiungere un commento ad un altro brano impeccabile come il successivo “La Lingua dei Numeri”, probabilmente insieme all’introduttiva “Carta Carbone” uno dei momenti migliori di questo album.

Dopo appena una quindicina di minuti scarsi (mannaggia a voi Zona d’Ombra, ne voglio ancora…)”Unica Dimensione di Vuoto” si conclude con l’ottima “Una Goccia alla Volta”; il pezzo riprende il mood irrequieto della traccia iniziale e lo trasforma in un vero e proprio sfogo di rabbia, in un desiderio profondo del non-conosciuto, del percorrere strade nuove e differenti senza accettare di arrendersi al vivere, disertando la quotidianità. “Cerco l’ignoto, cerco l’incerto, aggrappato all’impossibile”,una dichiarazione di intenti.

Tirando le fila, essendo ormai giunti alla conclusione di questa recensione, posso dire senza ombra di dubbio che questo “Unica Dimensione di Vuoto” non ha nulla da invidiare ad altri capolavori del genere quali “Metamorfosi” dei Congegno, “L’attimo del Dubbio” degli Attrito e in parte l’indimenticato “Accendi la Miccia dei Tuoi Pensieri” dei Grandine. Aggiungiamoci che il mood generale dell’album ricorda spesso quello di un altro capolavoro dell’hardcore italiano, ossia “Così D’Istante” dei Sottopressione, e capite immediatamente che ci troviamo dinanzi ad un album che sarebbe un errore non degnare almeno di un ascolto.

Produrre, consumare e crepare. Questo è quello che ci insegna e ci impone il sistema. Vivere, lottare, amare questo il messaggio degli Zona d’Ombra. Sogniamo rivolta e imperfezione! Dichiariamo guerra al quieto vivere!

 

A Denti Stretti, Anni di Hardcore in Italia Vol.08: Back to the 90’s (di Scaglie di Rumore)

 

E alla fine eccoci qua.
La tape con box personalizzato, bootleg e tutto il resto uscirà appena pronta ma per il momento eccovi i file audio da sentire, come potete vedere sono 36 contro i 43 brani che avevamo annunciato ma per motivi di spazio abbiamo dovuto ridimensionare (purtroppo avevamo solo 90 minuti).
Prima di caricare qualcosa sul nostro “universoScaglie di Rumoreho il brutto vizio di mettere tutto in tape, prendere il mio caro e vecchio walkman, aprirmi una birra (preferibilmente Moretti) e sedermi sulla panca in giardino. Finito di ascoltare questa compilation ero carico, cazzo trentasei (no dieci o venti) band con trentasei modi diversi di fare punk hardcore. So che potrebbe essere scontato per una compilation ma, vi assicuro, NO! Ultimamente mi è capitato tra le mani svariato materiale underground italiano dove le parole Punk, hardcore, attitudine, Underground, DIY, Musica Indipendente si ripetevano in cotinuazione ma tutti questi argomenti dentro quei dischi o quelle registrazioni non c’erano. In alcuni c’era buona musica, altri erano piatti, monotoni che sapevano di già sentito e altri solo brutti.
Forse a molti suonatori indipendenti italioti è sfuggito un particolare: non è che perchè c’è un ritmo saltellato è punk e questa compilation da quel punto di vista vi regala un grande insegnamento: Per trentasei (ci tengo a sottolinearlo) brani queste band prima di metterci il suono ci mettevano (o ci mettono) idee e attitudine. In alcuni casi è più punk, in altri più metal, in alcuni più melodico e in altri più pesante….ogni band cercava la sua dimensione a livello di suono ma quello che si sentivano dentro è impresso nei lori brani e nei loro dischi. Il risultato sono dischi uno diverso dall’altro ma con un’anima, che ti trasmettono davvero qualcosa. Purtroppo con il tempo il concetto di Punk è stato in parte aglomerato nel mainstream, oggi avere la cresta e portare un giubbotto in pelle con le borchie è normale se non “cool” ma quando lo facevano questi ragazzi no. Quando hanno deciso di fare “Punk Hardcore” lo hanno fatto perchè se lo sentivano dentro non perchè era una moda o perchè si volevano far vedere migliori o diversi ma perchè qualcosa dentro di loro si è acceso ed è per questo che quando mi capita in mano una band x che usa le parole punk e hardcore sciomiottandone i suoni mi sale il veleno perchè è come se sminuisse quello che queste band hanno saputo creare e tramandare.
Con questa compilation spero di poter far capire ai più che il punk hardcore non ha mai avuto un suono ben definito, che non serve copiare a tutti i costi le band hardcore newyorkesi o quelle crust giapponesi per essere punk hardcore ma basta suonare quello che ci si sente dentro. Queste band hanno avuto la capacità di prendere l’eredità della scena punk italiana anni 80, mantenere integri l’attitudine e il messaggio ma facendo evolvere il suono, rendendolo più moderno e più vicino alla loro visione di musica.
Se questa A Denti Stretti ha visto la luce è grazie a l’aiuto di un amici (punx) che hanno voluto aiutarci inviandoci per mail le registrazioni dei loro LP, CD o tape, che nonostante siano a km di distanza (chi in Belgio, chi in Australia) e che siano passati anni dall’ultimo concerto vissuto insieme hanno ritagliato del tempo per mandarci i brani. Grazie a Roberto, Leonardo, Sara, Davide e Marcella per il supporto che hanno dato a questa uscita, forse per questa collaborazione internazionale più sentita che mai. Ci tengo a sottolineare che tutte le registrazioni arrivano dai dischi originali (tra le altre cose il grazie più sentito va a Roberto che si è fatto spedire da Mamma i suoi 7″ da Ferrara in Belgio), avremmo potuto fare a meno ma avrebbe perso di significato.
Detto questo grazie del tempo che ci avete dedicato e del supporto che ci date, speriamo che la tracklist da noi scelta sia di vostro gradimento. Come sempre sarà in free download, ergo potete ascoltare, scaricare e diffondere a profusione.
Concludendo….band italiane, perfavore: se avete attitudine dateci sotto e cercate la vostra dimensione. Se non avete attitudine ma sapete suonare togliete punk, hardcore e tutti questi termini a voi sconosciuti dai vostri dischi perchè avete rotto i coglioni, tanto sti cd li vendete lo stesso.
Con affetto, il vostro Dottore.

Buon Rumore

https://scagliedirumore.bandcamp.com/album/a-denti-stretti-anni-di-hardcore-in-italia-vol-08-back-to-the-90s

 

Sumo & Affranti – Split (2011)

Hardcore punk vecchia scuola italiana, post-hardcore, emotional hardcore. La proposta musicale (questa volta si parla, stranamente, di musica, nessuno spazio per il rumore a cui siamo abituati) di questo split tra Sumo e Affranti datato 2011 definitela un po’ come cazzo vi pare, tanto è inutile darle un etichetta. Sarebbe come etichettare il vortice di emozioni e sensazioni che travolge appena le prime note di “La Palude”, primo dei 5 brani suonati dai Sumo con cui si apre questo split, si insediano nel nostro orecchio e ci fanno immergere in una atmosfera nostalgica al punto giusto, poetica quanto basta. Non servono etichette, non ci piacciono le etichette, ma qualche definizione credo sia necessaria per descrivere la bellezza di questo split, della musica suonata, dei testi e delle emozioni che ci avvolgono come un caldo abbraccio malinconico sotto un cielo plumbeo di una tipica giornata autunnale (e sticazzi se in realtà sto scrivendo questa recensione in pieno agosto).

Il primo gruppo che incontriamo su questo split sono i bolognesi Sumo con i loro 5 brani, autori di un hardcore vecchia scuola al quale si può benissimo porre dinanzi il suffisso post che più di una volta, sopratutto a livello delle liriche e delle parti cantate, mi ha riportato alla mente i Kina di “Se Ho Vinto, Se Ho Perso”. A seguire i Sumo troviamo invece un nome storico della scena hardcore punk italiano di fine anni ’90 e degli anni ’00, i savonesi Affranti con il loro hardcore emozionale e poetico, presenti su questo split con ben 7 canzoni. I primi due gruppi che vengono in mente ascoltando, rispettivamente, le cinque canzoni dei Sumo e le sette degli Affranti, sono i già citati Kina e i Frammenti, tanto a livello musicale quanto a livello di temi trattati, testi, emozioni e cantato.

La musica dei due gruppi è la perfetta congiunzione tra l’irruenza rabbiosa dell’hardcore punk più classico, a volte inframezzato da divagazioni melodiche e più rallentate che danno un senso di malinconia diffusa e opprimente (ma in senso buono), e l’interpretazione della voce, spesso un vero e proprio parlato-cantato doloroso ed emozionale, allo stesso tempo disperata e romantica. So benissimo che il prefisso “emo” dinanzi al termine hardcore farà storcere il naso a molti, sopratutto a chi è cresciuto a pane e rumore suonato al volume più alto immaginabile e più caoticamente possibile come il sottoscritto, ma in questo caso la definizione di emo-hardcore (se preferiamo “hardcore emozionale”) è quella che si adatta al meglio alla proposta musicale dei bolognesi Sumo e dei savonesi Affranti; questo perchè la musica dei due gruppi rappresenta principalmente il mezzo attraverso cui veicolare un insieme di emozioni, sentimenti e sensazioni che avvolgono l’ascoltatore prima di trascinarlo in un abisso di malinconia e dolore che durano giusto il tempo di un istante, per poi riaffiorare in superficie gridando tutta la propria rabbia; rabbia espressa in modo poetico piuttosto che brutale e primordiale, ed è forse questo modo di esprimere la rabbia, il dolore, la tristezza e le infinite altre emozioni suscitate, di volta in volta, dalle 12 canzoni presenti su questo split, che rende la proposta dei Sumo e degli Affranti così originale, interessante e coinvolgente.

Rabbia ed emozione, melodia, poesia e malinconia. Questi gli elementi principali che trasudano dallo split tra Sumo e Affranti; uno split dominato da una proposta musicale che non è solo possibile definire come “hardcore emozionale”, ma è sopratutto necessario descriverla in questo modo per comprendere, almeno in parte, tutta la complessa bellezza di questa opera. Per comprenderla completamente non vi resta altra strada da percorrere se non rintracciare (e acquistare) suddetto split e ascoltarlo fino a consumarlo, fin quando il vortice di emozioni diffuso nell’aria da Sumo e Affranti vi condurrà ad un punto di non ritorno (in senso emotivo), in balia della malinconia opprimente e della rabbia poetica. Tocca voi uscire da questo vortice emotivo, o almeno provarci.

Questo split è un viaggio attraverso “Storie di Fantasmi”, ascoltando i “Passi” di un “Movimento Immobile” tra “Sfumature” che lasciano cicatrici sulla pelle (Citando i titoli di alcuni brani degli Affranti presenti su questo album). HC emozionale, oltre il rumore ma, questa volta, non oltre la musica.

NOFU – Interruzione – Interrompere la condanna a morte nel nostro quieto vivere

Tornano i romani NOFU con il loro nuovo album “Interruzione” rilasciato nel maggio del 2017; tornano in grande stile con il videoclip della titletrack, una sfuriata di hardcore punk vecchia scuola italiana anni ’80 che non lascia scampo a nessuno. Il testo è un manifesto di rabbia, un monito alla rivolta, alla sovversione di questa realtà e del suo quieto vivere che ci incatena tutti e ci condanna a morte lenta. L’interruzione di questo marcio sistema e del suo apparente (mal)funzionamento come unica forma di opposizione e lotta possibile può avvenire solamente tramite il momento insurrezionale che apre ad infinite sperimentazioni di nuovi mondi. Aspettando di recensire per intero questo nuovo “Interruzione”, godiamoci suddetto videoclip dei NOFU. Bentornati.

“No, la necessità è di interrompere,
sotto l’orizzonte chiuso rimane l’insurrezione,
la frattura, la distruzione, come apertura del possibile,
l’interruzione della catastrofe, che è qui ed ora, il quieto vivere. ”

A Denti Stretti Vol. 08: Back to the 90 (di Scaglie di Rumore)

Come potete intuire dal titolo di questo articolo (e dalla foto riportata) stiamo lavorando all’ottavo volume della nostra amata compilation A Denti Stretti che per l’occasione sarà concentrata unicamente sulle band italiane che hanno popolato i 90.

Ho rispolverato la mia collezione perchè sto rippando personalmente dai vari lp e cd i brani che poi andranno a completare questa uscita. Uscirà in formato speciale (non so ancora come, la stiamo studiando bene) con un piccolo articolino scritto da me. Musicalmente ci sarà a disposizione 90 minuti quindi spero e cercherò di mettervi più brani possibili, poichè sarà impossibile inserire tutti in questo volume sto già valutando di fare altri speciali in futuro ma è ancora tutto in fase di costruzione. Attualmente l’unica cosa sicura sarà la tiratura delle tape, sempre sui 10 o massimo 15 pezzi.

Sarà il mio personale omaggio a un periodo musicale che ha sfornato (a mio papere) tra i dischi punk hardcore più belli mai realizzati fino ad ora, richiederà molto tempo e viste le numerose release che abbiamo in programma non so dire quando vedrà la luce ma arriverà.

Intanto siete avvisati cari lettori e sostenitori.

Buon Rumore

SDR

Articolo ripreso direttamente ed interamente da “Scaglie di Rumore”. Qui di seguito vi lascio il link all’articolo originale e il link del blog:

https://scagliedirumore.wordpress.com/2017/07/31/a-denti-stretti-vol-08-back-to-the-90/

https://scagliedirumore.wordpress.com/

Tetro Pugnale – Demo 2016

5 pezzi per 8 minuti di puro hardcore punk vecchia scuola. Questo è, in sintesi estrema, il demo rilasciato dai veneti Tetro Pugnale lo scorso anno. E visto che stiamo parlando di un album dalla brevissima durata (come il punk old school insegna) cercherò di essere anch’io il più breve possibile in questa recensione. Non perchè la musica proposta dai Tetro Pugnale non meriti attenzione, anzi tutto l’opposto; appunto perchè il demo in questione puzza talmente tanto di anni ’80, di punk-hardcore suonato con pochi tecnicismi (che, ricordiamocelo ogni tanto, poco hanno a che fare con l’iniziale concezione della musica punk, dominata dall’intento di sovvertire i canoni musicali classici fatti di tecnica, pulizia del suono, melodie innocue, produzioni impeccabili e merdate simili…) e permeato da una rabbia primordiale e distruttiva, da far risultare totalmente inutili le parole spese per parlarne. La cosa migliore da fare per assaporare il demo di questi quattro veneti nascosti dietro lo splendido monicker “Tetro Pugnale” è far partire la cassetta (si perchè, giusto per ricreare quella nostalgica atmosfera hardcore old school che tanto piace a tutti noi, i nostri hanno pensato bene di registrate il loro primo demo su cassetta e in sole 200 copie), iniziando a pogare come se non ci fosse un domani contro qualunque cosa e persona vi si trovi nelle vicinanze. La sensazione di nostalgia è amplificata anche dalla bellissima copertina giallo-nera che rende più forte quel sapore di vecchia scuola e di attitudine punk-hardcore che pervade ogni singolo secondo di questo demo. Inutile parlare di questo o di quel brano presente sul demo dei Tetro Pugnale perchè la loro formula abrasiva è sempre la stessa: hardcore punk incazzato, rumoroso e fottutamente nostalgico, in pieno stile vecchia scuola italiana anni ’80. E se vi state chiedendo ancora il perchè non ritengo servano parole per descrivere questa prima fatica dei Tetro Pugale, probabilmente non riuscite a percepire il vortice di emozioni e sensazioni create dal rumore dei nostri quattro veneti. E l’unica cosa da fare per porre rimedio a questa vostra mancanza è recuperare la cassetta o in alternativa ascoltare i pezzi sulla pagina bandcamp del gruppo, che contiene oltre il demo anche la registrazione del primo live dei Tetro Pugnale, ed ascoltarla fino a consumarla, fino a piangere, fino a perdere la voce a furia di urlare la propria rabbia! Tuffatevi nell’hardcore punk estremamente caotico e old school dei Tetro Pugnale, capace di andare oltre la musica e oltre il rumore!

Oltraggio – Distruggere per Costruire (1999)

Metto le mani avanti, in questa recensione parlerò degli Oltraggio (gruppo credo sconosciuto ai più anche a causa della loro brevissima esistenza) manifestando tutto il mio amore verso di loro, essendo stati uno dei primi gruppi hardcore punk italiani che ho conosciuto e che ha accompagnato la mia adolescenza. Se ho approfondito la scena musicale hardcore italiana degli anni 80-90 tanto da interiorizzarla e rimanerne pesantemente “addicted”, un grazie devo dirlo anche agli Oltraggio, scoperti per puro caso su Youtube in un pomeriggio di completa noia adolescenziale passato tra un ascolto dei Maiden (compagni fedele dell’epoca metallara) e uno dei Ramones. Pensate voi quale possa esser stato l’impatto di un ragazzino abituato a “Fear of the Dark” e “Blitzkrieg Bop”, quando ha ascoltato per la prima volta un sound fortemente hardcore ed incazzato.

Ma chi sono questi Oltraggio che fin dalla copertina del loro demo “Distruggere per Costruire” sottolineano la loro influenza, a livello ideologico e lirico, anarchica? E sopratutto, cosa suonano? Immaginatevi il perfetto mix tra l’Oi-core rabbioso dei Nabat, l’hardcore unico dei Plakkaggio e l’influenza del punk più Old School di gruppi come i Bloody Riot e avrete dinanzi ai vostri occhi gli Oltraggio e dentro le vostre orecchie il sound del loro primo demo (unica fatica del gruppo romano) “Distruggere per Costruire”, autoprodotto e pubblicato in perfetto stile DIY nel lontano 1999. Il demo in questione si compone di 5 pezzi che vanno a toccare le tematiche classiche dell’hardcore/oi-core punk italiano, ovvero l’invettiva contro la religione cattolica e la chiesa (Maledetto Giubileo), l’antimilitarismo cantato in dissacrante romanesco di “Te Ce Vo’ Na Guerra” (un esperimento di stornello Oi-core? Può esse’…) e altri argomenti classici del genere come si può ascoltare nella conclusiva “Terrore e Violenza”.

Probabilmente il pezzo migliore, più complesso e originale, capace di stamparsi immediatamente nella mente dell’ascoltatore, è senza ombra di dubbio la titletrack, un vero e proprio inno anarchico che si apre con una indimenticabile intro melodica davvero poco punk e anzi maggiormente riconducibile ad alcune cose fatte dai Metallica (ahia) in quel “capolavoro” commerciale che è il Black Album; oppure accostabile all’introduzione di “Granito” dei Plakkaggio, ben più simili agli Oltraggio nel sound. Tralasciando il riferimento ai Metallica (a ridaje…) che con le sonorità Oi-Hardcore punk dei nostri hanno ben poco a che fare, ma tenendo ben fisso in mente il paragone con i Plakkaggio, il resto della canzone è un crescendo di emozioni perfettamente sintetizzate dal rabbioso e riottoso testo che culmina nel ritornello: “Con le budella dell’ultimo papa impiccheremo l’ultimo re/ dalle macerie della rivolta vedremo sorgere un nuovo sole”, verso ripreso direttamente da una vecchia canzone della tradizione anarchica italiana. A differenza di gruppi come Crass, Conflict o Flux o Pink Indians, l’essere riconducibile alla scena anarcho punk degli Oltraggio si riscontra maggiormente nelle liriche e nell’attitudine, piuttosto che in un preciso sound di chiara scuola britannica.

Un demo e un gruppo da riscoprire assolutamente per tutti gli amanti delle sonorità Oi/Hardcore di gruppi come i Plakkaggio o per le cose più rumorose suonate dai Nabat, soprattutto per la qualità della registrazione dei 5 pezzi, per le emozioni trasmesse dalla voce graffiante e rauca del cantante, per i testi militanti e incazzati e per la bellezza delle melodie e dei riff suonati dagli Oltraggio. Unico rimpianto il fatto che abbiano avuto vita breve; una vita breve che ha saputo però regalarci questa piccola perla dell’underground hardcore romano nascosta sotto metri e metri di polvere.

Contropotere – Solo Selvaggi (7”EP/1992)

Prima recensione di questa webzine/blog, chi meglio dei mai dimenticati Contropotere per iniziare a scrivere qualcosa? Chi meglio di un gruppo storico della scena hardcore punk italiana a cavallo tra il 1986 e il 1993? Probabilmente avrei potuto iniziare recensendo banalmente “Disastro Sonoro”, EP dei Peggio Punx dal quale ho rubato senza troppi problemi il nome di questa webzine; oppure avrei potuto cominciare dai grandi nomi della scena hardcore italiana che hanno segnato i primi ascolti della maggior parte di noi, come Negazione, Wretched, Nerorgasmo, Kina e cosi via. E invece no, si parte con i Contropotere senza un vero e proprio motivo, se non che rappresentano probabilmente il mio gruppo hardcore punk italiano preferito degli anni 80-90.

Qualcuno si starà chiedendo (oppure no, ma sovvertiamo la convenzione del “ad ogni domanda segue una risposta” e quindi vi spiego la scelta anche se nessuno si stesse chiedendo il motivo…) perchè proprio l’EP “Solo Selvaggi”, e non album più complessi, sperimentali e completi come “Nessuna Speranza, Nessuna Paura” del 1988 oppure “Il Seme della Devianza” del 1990. A chi si starà domandando ciò rispondo banalmente che ho scelto di iniziare con “Solo Selvaggi” (conosciuto anche con il nome di “Quello Che Hai”) per il semplice fatto di esser stato il primo EP dei Contropotere con il quale sono venuto in contatto e il primo che mi ha fatto innamorare di loro subito dopo il primo ascolto.

Cerchiamo di andare con ordine, nel caos logicamente, ma con ordine (può sembrare un ossimoro ma non lo è, oppure si…). I Contropotere si formano nel lontano 1985, 10 anni prima che io venissi al mondo (ma questo non frega a nessuno probabilmente), dall’incontro in quel di Venezia dei membri di due gruppi, gli Elettrokrazia di Napoli e i Link Lam di Padova, e inizialmente vedono tra le loro fila Adriano alle tastiere, Alli alla batteria e Lucia alla voce. Un anno dopo la loro formazione i Contropotere danno alla luce la loro prima opera, una cassetta autoprodotta in pieno stile DIY (da buoni punk quali erano) dal titolo “E’ Arrivato Ah Pook” di 7 tracce tra cui i capolavori Urizen Non Indietreggiare, il tutto introdotto dall’intro-sermone apocalittico ed epico interpretato magistralmente dalla voce salmodiante, fredda e oscura di Lucia. Si potrebbero scrivere infinite righe su “E’ Arrivato Ah Pook” (e non è detto che prima o poi non lo faccia) essendo l’opera prima del gruppo ma già in grado di far intravedere l’unicità, l’inclinazione alla sperimentazione, le molteplici influenze musicali (e artistiche più in generale), non che l’ermetismo dell’anarcho-hardcore punk suonato dalla band. Ma ora passiamo all’argomento centrale di questa recensione, ossia il breve (solamente 10 min e 52 secondi) ma intenso 7”EP “Solo Selvaggi”.

“Solo Selvaggi” è stato pubblicato dal gruppo nel 1992, ovvero dopo dopo i due LP capolavori che hanno consacrato i Contropotere all’interno della scena hardcore italiana come uno dei gruppi più inclini alla sperimentazione sonora e aperti alle influenze musicali più disparate (sulla falsa riga di molti gruppi anarcho punk britannici, basti pensare al capolavoro dei Mob “No Doves Fly Here”…) che rendevano il loro suono unico e immediatamente riconoscibile. “Solo Selvaggi” però, anche a causa della sua durata ridotta, appare molto più rabbioso, crudo e diretto rispetto al resto della produzione dei napoletani, anche se non manca mai l’indole sperimentale che è cresciuta con i Contropotere fin dal loro primo demotape.

L’EP è composto da solamente 4 brani che però certamente non lasciano indifferente l’ascoltatore. “Solo Selvaggi” si apre con il brano “Quello Che Hai”, che inizia quasi ricordando l’intro salmodiante di “E’ Arrivato Ah Pook” anche se i toni apocalittici qui lasciano spazio alla pura rabbia urlata a squarciagola che, in un crescendo di emozioni, esplode al termine della prima strofa quando rieccheggia nelle orecchie dell’ascoltatore “…e in un mondo di catene dove manca solo, solo libertà”. Il resto della canzone è un hardcore punk tirato, veloce e urlato che solamente in alcuni brevi momenti sembra tendere alla melodia e alla calma, una calma momentanea immediatamente squarciata da un tempesta rumorosa. Il brano infine si conclude sfumando sulle note dolci suonate dalla tastiera di Adriano (chiamato anche B.K.) e che portano al secondo brano “Zona di Luce”. Questa seconda traccia si apre con un suono che a me ricorda molto un certo tipo di musica post punk (ma magari mi sbaglio io…) e, anche se accompagnato dalla solita voce urlata e rabbiosa, è probabilmente il brano più “accessibile” dell’EP (per quanto possano essere accessibili le canzoni sperimentali e i testi ermetici dei Contropotere). Si arriva così alla terza traccia “Naufraga” che si caratterizza per i suoi toni claustrofobici, per il cantato schizofrenico e per un ottimo lavoro di batteria che sopratutto verso la fine del pezzo trasforma il tutto in una sciamanica danza tribale (a dimostrare ancora una volta la capacità del gruppo di aprirsi alla sperimentazione e a diverse influenze). La conclusione tribale di “Naufraga” sembra esser costruita appositamente per condurre l’ascoltatore all’ultimo brano, “Briganti”, ossia la rivisitazione in perfetto stile Contropotere di “una antichissima canzone napoletana di protesta in opposizione al potere” (come si può leggere in una nota in fondo al testo riportato sull’EP). La versione dei Contropotere riesce ad unire perfettamente la carica riottosa della musica anarcho-hardcore punk alla sensazione di ribellione popolare sottolineata dalle sonorità folk del brano originale, rendendo la traccia un capolavoro di sperimentazione musicale. Inoltre il testo di “Briganti” incarna alla perfezione il sentimento anarchico che anima il gruppo e che permea ogni nota ed ogni strofa presente su “Solo Selvaggi”.

L’EP in questione riesce molto probabilmente a racchiudere in sole 4 canzoni tutta l’essenza e la particolarità dei Contropotere, riuscendo a sintetizzare nei brani presenti sia le svariate influenze del gruppo, sia la loro indole anarchica  che si manifesta, oltre che nei testi, nella sperimentazione costante, nell”ibridazione sonora, nella ricerca musicale, il tutto condito con litri e litri di rabbia e passione hardcore che più hardcore si muore. Avviandoci alla conclusione di questa prima recensione, probabilmente il modo migliore per parlare di questo EP è stare in silenzio ed ascoltare tutto quello che ha da dire e trasmettere la musica dei Contropotere; come cantano in “Quello Che Hai”: “..poche parole, un’immagine perfetta…”.