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Kobra – Confusione (2020)

Il fallimento è libertà, il successo ti annienta.

The album tells the story of young broke punks in Milan, always looking for a grift in the system, angry but also full of self-doubt, torn between activism and nihilism.

Queste le parole che accompagnano la pubblicazione di Confusione, nuova fatica in studio per i milanesi Kobra firmata dalla Iron Lung Records. Ancora ai ferri corti con l’esistente, l’hardcore punk come mezzo per minare la pacificata quotidianità capitalista e disertare il futuro.

Negli anni’80, agli albori della nascente scena hardcore punk italiana, quella che oltreoceano incensavano un giorno si e l’altro pure e che ha fatto scuola ovunque, dalla Svezia al Giappone, nei bassifondi di una Milano che stava vivendo l’esperienza storica del Virus, si muovevano quattro giovani punx che decisero di dar sfogo alla loro rabbia, mettendo in piedi una creatura dedita al punk-hc dal nome Kobra. Fortemente influenzati dai Wretched ma molto più grezzi e acerbi, il gruppo riuscì a pubblicare un solo EP nel 1985 dal titolo “Siamo il Sangue nelle Vene dei nostri Nemici”. Oggi, nel 2020, nell’underground della metropoli milanese e nella sua polverosa scena hardcore e diy, un’altro gruppo di punx mossi da tensioni anarchiche e pulsioni nichiliste. noto anch’esso con il nome di Kobra, si aggira senza meta in preda alla rabbia e alla disperazione, divorati interiormente da una profonda sensazione di disillusione e sfiducia nei confronti di un futuro nemmeno troppo lontano che si preannuncia angosciante.

Disillusione, nichilismo, rabbia, ansia, alienazione, ma anche voglia istintiva di lottare, ribellarsi e resistere… è questo il vortice di emozioni e sensazioni che ci inghiotte immediatamente appena ci imbattiamo nelle note dell’iniziale Combatti, stesso vortice che ci divorerà e ci accompagnerà durante l’ascolto dell’intero Confusione, un concentrato di primo anarcho punk e primordiale hardcore punk italiano che ha le radici ben piantate nel sound e nell’esperienza di gruppi come Quinto Braccio e Contrazione, senza scordarsi dell’influenza dei Wretched più selvaggi e caotici che aleggia come uno spettro su tutto il disco. Concedendomi una breve digressione per parlare della copertina di questa ultima fatica dei Kobra, l’artwork in bianco e nero ad opera di Fra Goats (voce del gruppo) ricorda profondamente un’immaginario caro all’anarcho punk anni ’80, tanto quanto un’atmosfera, intrisa di nichilismo, che può riportare alla memoria addirittura i Nerorgasmo.

Combatti ogni giorno, combatti per non cadere, combatti per non morire.

Ancora una volta il raw punk hardcore suonato dai Kobra, in cui la dimensione politica e quella personale si intrecciano in maniera inscindibile, è animato da un’attitudine riottosa e da una rabbia istintiva e viscerale, ma su questa nuova fatica in studio si può notare una vena maggiormente sperimentale e personale nel loro sound. Difatti i Kobra non si sono limitati a seguire le coordinate sonore che avevano contraddistinto le cinque tracce della precedente tape, prima fatica dei nostri quattro punx milanesi datata 2018, anzi hanno aggiunto una buona dose di sperimentazione che viene sintetizzata in maniera estremamente godibile nel punk grezzo e caotico, base di partenza e arrivo dell’intero Confusione. Esempio di questa inaspettata dimensione sperimentale è la presenza addirittura di inserti di sassofono in tracce come la titletrack o C.P.D.M, probabilmente alcuni dei momenti più interessanti dell’intero lavoro con i loro echi che possono ricordare certe cose fatte dai Franti. Il legame intimo dei Kobra con la vecchia scuola dell’hardcore punk italiano è però evidente ed emerge tanto nell’immaginario generale che avvolge Confusione quanto nell’irruenta necessità espressiva e nelle liriche che accompagnano le undici tracce, tra le quali troviamo “Nessuna Fiducia” (altra traccia che ho apprezzato specialmente) che, almeno nel titolo, sembra voler omaggiare l’omonimo brano firmato dai Declino. Ventidue minuti intensi segnano il ritorno dei Kobra e sinceramente non si poteva chiedere di meglio che un disco di grezzo hardcore punk dalle interessanti pulsioni “sperimentali” del calibro di questo Confusione. Questa non è la fine, questo è l’inizio… Ancora una volta uniti nel dolore e uniti nell’abbraccio, come urla la voce di Fra all’inizio della nona traccia intitolata “Sogni Illusioni”.

Per trasformare l’angoscia e l’alienazione che ci incatenano in questi tempi bui dell’esistente capitalista e dell’epoca spettacolare della merce in un mezzo per sovvertire e disertare collettivamente la pacificazione sociale e il quieto vivere in cui ci vogliono condannati a morte. Nessuna speranza, nessun futuro, nessuno spazio, nessuna fiducia… Il futuro semplicemente non esiste, dunque tramutiamo la nostra rabbia e la nostra disperazione in fuoco, qui e ora, e distruggiamo ciò che ci distrugge tutti i giorni.

 

 

“We Are the Raging Storm” – Intervista ai Kombustion

Un mesetto fa ho parlato su queste pagine di “Cenere“, prima fatica in studio dei milanesi Kombustion, gruppo che si ispira profondamente alla scuola d-beat crust svedese e che mi ha piacevolmente sorpreso. Poco tempo dopo ho avuto l’occasione di girare a Daniele e agli altri membri del gruppo una serie di domande riguardanti il loro progetto, a cui hanno risposto in modo interessante ed esaustivo e proprio per questo son certo troverete godibile la lettura di questa chiacchierata/intervista. Lascio la parola ai Kombustion che hanno tante cose da dire, abbattendosi con l’irruenza di una tempesta di rabbia e nichilismo su questo mondo affinché ne rimangano solo macerie e cenere!

Ciao ragazzi! Partiamo con la domanda più banale e scontata possibile: come e quando è nato il progetto Kombustion? E come vi è venuto in mente di chiamarvi così?

L’idea di suonare è partita nel 2015, ma nella pratica ci siamo messi al lavoro solo nel 2016. Ci siamo presi circa un anno ancora, a dire la verità, per darci un po’ di tempo per ingranare bene e migliorare il più possibile. Alla fine, il progetto era nato dalle teste di persone che venivano tutte da esperienze e idee di musica differenti quindi c’è voluto un po’ perché riuscissimo a tirar fuori il casino che volevamo fare, come lo volevamo fare.

Il Nome Kombustion è stata una conseguenza quasi obbligata più che una scelta. Abbiamo sempre voluto avvicinarci all’immaginario di apocalisse e distopia e contemporaneamente pescare a piene mani dagli anni ‘80.
Un esempio che sposa alla perfezione entrambe queste realtà è la saga di Mad Max, dove il mondo, pellicola dopo pellicola, decade in una voragine di follia e devastazione creata dagli stessi esseri umani. Un mondo di rabbia e caos, che si discosta dal classico immaginario positivista di “futuro”, che suona come rumore piuttosto che come una melodia.
Proprio così ci immaginiamo il futuro: non una melodia composta da popoli illuminati e cooperanti, ma un rumore di denti che digrignano e voci che urlano odio.

Cosa vi ha spinto inizialmente a decidere di mettere su un gruppo e di suonare un genere che pesca a piene mani tanto dal crust punk di scuola svedese quanto dal metal?

Siamo amici da una vita e, chi più o chi meno, abbiamo sempre bazzicato intorno a questo genere di musica. La decisione di iniziare a suonare è partita più come idea vaga, che poi grazie alla fermezza di Alice si è effettivamente concretizzata in realtà.

Ci ispiriamo palesemente a band come Wolfbrigade, Disfear o Tragedy, promotori di un genere che pensiamo veicoli al meglio una sintesi tra rumore e rabbia, due elementi che vediamo fondativi del nostro stile. E’ stato però impossibile non inserire influenze dal metal e dal punk HC, vista la diversità marcata che c’è nelle nostre preferenze ed esperienze.

Avete cambiato formazione recentemente, cosa si è modificato in fase di songwriting e composizione con l’abbandono di Alice?

Mantenere il gruppo con un membro a 1000 km è fattibile, ma non per degli stronzi come noi. Provare e comporre coinvolgendo Alice era diventato praticamente impossibile e, insieme a lei, siamo giunti alla conclusione che bisognava avere un secondo chitarrista che fosse sempre presente. Al posto di Alice è arrivato Samu che ha dato un gran contributo a tutto, sia come personalità che come idee.

Dissonanze, refrain sincopati e stacchi improvvisi hanno dato al nuovo materiale una ventata d’aria fresca, pur sempre rimanendo in linea con le composizioni precedenti. Abbiamo trovato la persona giusta al momento giusto: nonostante sia attivo anche in un altro progetto (gli Inferno9, band black metal del lodigiano) Samu si è messo subito al lavoro, molti brani in preparazione sono suoi e la sua mano nella composizione è inconfondibile. Se prima volevamo farci ascoltare per il nostro casino, adesso siamo sicuri che le prossime uscite saranno ancora più destabilizzanti.

Il vostro primo disco “Cenere” è uscito da abbastanza poco. Cosa potete dirci di questo lavoro? Siete soddisfatti? Cosa cambiereste invece?

Il disco è effettivamente uscito da poco e a causa del periodo infelice non siamo riusciti nemmeno a presentarlo ancora come si deve. Avevamo fretta di fare sentire alla gente cosa avevamo da dire, quindi abbiamo inciso appena finito di comporre l’ultimo pezzo (L’altra faccia del nulla) buttandoci a testa bassa. Registrare era fondamentale. Avremmo potuto iniziare ad investire in un progetto minore e magari proporre già del merch, ma siamo stati decisi nel voler incidere subito tutta la musica che avevamo già composto e presentato ai vari live.

Il risultato delle registrazioni è la sintesi dei nostri primi anni: la voglia di fare la nostra musica senza compromessi, l’impegno nella ricerca di uno stile che ci rispecchi e la perseveranza nel rendere un punto di forza i nostri limiti.
Sicuramente, a opere fatte, c’è qualcosa che avremmo cambiato, qualcosa che avremmo fatto meglio e qualcosa che non ci aspettavamo uscisse così bene. Probabilmente a posteriori avremmo sicuramente rifinito meglio alcune canzoni e reso un po’ meno lineari altre, giusto per aumentare quel senso di ‘inadeguato’ ed ‘inaspettato’ che cerchiamo sempre di trasmettere, ma possiamo ritenerci soddisfatti di quanto uscito.

Legata alla domanda precedente, come mai un titolo come “Cenere”?

“Cenere” non è il titolo, Cenere è la previsione di ciò che ormai è una catastrofica divinazione annunciata. Non abbiamo semplicemente voluto mettere un titolo ad un album, difatti nessuna delle nostre canzoni è direttamente collegata ad esso. Abbiamo voluto lasciare un messaggio ben visibile sulla copertina del disco. Ogni canzone è distaccata, ma direttamente dipendente dal termine Cenere, poiché ogni singola traccia riporta a quello: ad una visione oscura e pessimista della realtà, ad un futuro ormai distrutto ancora prima che diventi cenere. Cenere è cosa rimarrà di un mondo dominato da una razza ipocrita, ingannatrice e ossessiva. Cenere è la destinazione ultima dell’evoluzione umana.

Invece i testi chi li scrive? Ma soprattutto da cosa traggono ispirazione e cosa volete trasmettere con essi?

I testi sono in gran parte scritti da Luca, quasi come vere e proprie accuse dirette a destabilizzare il lettore, che solo dopo un lavoro di gruppo prendono forma in ciò che è possibile ascoltare su CD. Abbiamo voluto trattare dei temi un po’ particolari per il disco, perché spaziando dalla misantropia al disprezzo, arrivano ad abbracciare l’intero spettro umano che viene visto come irrimediabilmente corrotto e piegato in ogni sua parte.

Il disco è intriso di questi concetti, a partire dalla copertina, dove in una folla priva di volto (rappresentante il male commesso dai “molti” che viene sempre perdonato e dimenticato) si nasconde un demone tentatore. Questa brucia l’unico vero essere umano, una strega (qui il riferimento al pezzo “Burn the Witch”), su di un rogo dal cui fumo esce la rappresentazione del male commesso dagli uomini, il cerbero che era disegnato anche sul nostro primo demo.
Questi temi tornano nei testi, come nella diade composta da “Lato Sbagliato”, che racconta di chi deve combattere ogni giorno contro tutto e contro tutti per farsi valere, e dalla sua diretta opposta “ L’altra faccia del Nulla”, che invece descrive del come chi si crede superiore e migliore degli altri, sia comunque destinato ad essere dimenticato e, anzi, probabilmente a divenire a sua volta promotore del decadimento umano.

Nella vostra breve “carriera” quali sono i ricordi finora a cui tenete di più?

Tanti ma mai abbastanza. Probabilmente i ricordi migliori sono legati alle trasferte, anche se brevi, dove ogni volta c’è stato qualcosa o qualcuno che ha reso la serata memorabile. Anche se, come sappiamo tutti bene, le serate più memorabili sono spesso le più difficili da ricordare… L’altra faccia della medaglia sono quelle serate che ricordiamo purtroppo benissimo, dove non ne va una giusta, ma anche quelle lasciano tutto sommato bei ricordi e aiutano a migliorarsi.

Cosa significa per voi fare parte di una scena che ha una forte connotazione politica e con pratiche quali il DIY e l’autogestione?

La cultura DIY e dell’autogestione è stata fondamentale per noi. Non saremmo mai riusciti minimamente ad emergere se la situazione fosse stata diversa. L’importanza di impegnarsi a creare qualcosa dal nulla, di aiutarsi a vicenda (che sia portare un amplificatore in più da prestare o anche solo un’asta della batteria), di mettere in piedi serate devastanti ma accessibili, è immensa. Siamo molto felici di essere parte di questa realtà. Anche se siamo un po’ atipici in alcuni tratti musicali, siamo molto felici di aver conosciuto e aver spesso condiviso il palco con grandi persone.

Progetti nel futuro più prossimo dei Kombustion? State già registrando nuovi pezzi?

Abbiamo  scritto e stiamo componendo tanto materiale. Avevamo già pronti dei nuovi pezzi da presentare a Marzo ad una data con i russi Lead by Fear e gli Scemo. Purtroppo la situazione pandemica è precipitata giusto cinque giorni prima della serata e ci siamo ritrovati a dover annullare i nostri piani. Fortunatamente non abbiamo mai smesso di comporre, abbiamo altro materiale, tante idee e un sacco di cose da dire.

Giunti a conclusione di questa chiacchierata vi ringrazio e vi lascio tutto lo spazio per aggiungere quello che volete!

Sicuramente grazie del tempo che ci hai dedicato. E’ stato un piacere sia rispondere all’intervista sia leggere la recensione del disco che hai fatto. Speriamo di aver detto abbastanza e di incontrarci la prossima volta che torneremo sul palco. Alla Prossima occasione per fare Rumore!

Anno Omega – Anno Omega (2019)

Anno Omega, dopo la guerra nucleare. L’ennesima battaglia tra le bande e le tribù che abitano ciò che resta della città di Milano è finita ma si odono ancora gli spari in lontananza, dietro le macerie dei grattacieli si può scorgere ancora il fumo che oscura il cielo e inghiotte un pallido sole artificiale. Pochi i sopravvissuti all’apocalisse nucleare, ancora meno coloro che mantengono una parvenza di esseri umani tra creature geneticamente modificate dalle radiazioni e altri che si sono ormai abbandonati ai loro primitivi istinti, quelli più malvagi e selvaggi, assetati di distruzione e caos nel nome del nichilismo più totale. Qualcuno tra questi sopravvissuti decide di mettere su un gruppo per suonare l’unico genere musicale possibile nelle periferie della Neo-Milano dominata dalla paranoia nell’Anno Omega. Angoscia punk paranoico è il suono con cui dare forma e voce alle ultime fantasie di sopravvivenza, alle ultime pulsioni di sovversione. Dalle radio rotte escono le melodie di questo esperimento musicale e invadono le strade dominate dell’angoscia, in questa era paranoica ed ossessiva.

Il collettivo Kalashnikov e tutte le individualità che nel corso di questi decenni lo hanno attraversato si sa, sono caratterizzate da una vitalità artistica

 estremamente cangiante e polimorfa; infatti al di là degli svariati album dal tipico sound da loro stessi rinominato “Romantic Punk”, i vari personaggi che girano attorno ai Kalashnikov negli anni hanno dato vita ai progetti più diversi, da “Heimat der Katastrophe”, etichetta creata e gestita da Stiopa, Sarta e il Don principalmente dedita a produzioni in ambito dungeon synth, ambient punk, synth wave a tema post nucleare e molto altro, fino a giungere appunto a questo nuovo progetto denominato “Anno Omega”, nome che parrebbe essere un riferimento voluto ad uno storico b-movie post apocalittico italiano degli anni ’80 intitolato proprio “I Predatori dell’Anno Omega“. I territori in cui si muove questa nuova entità si pongono a metà strada tra l’anarcho punk di scuola britannica, l’hardcore italiano degli ’80, il sound “siberiano” dei Graždanskaja Oborona, l tutto condito con suoni synth, veri protagonisti dell’intero lavoro, riportando spesso alla memoria proprio il “romantic punk” tipico dei Kalashnikov. Non sarebbe un azzardo definire il sound degli Anno Omega come “angoscia-punk paranoico“, prendendo ispirazione proprio da “Angoscia Rock”, titolo di un brano e di un Ep proprio dei Kalashnikov, a loro volta ispirati dal romanzo fantascientifico “La Musica della Città Vivente” di John Shirley. Dall’iniziale “È Già la Fine per Noi” alla conclusiva cover di “Occupazione“, immortale brano dell’hardcore italiano degli anni 80 firmato dai 5° Braccio, passando per brani che non faticano a imprimersi nella testa al primo ascolto come “Un Deserto che Non Vedi”, “Panico dei Dati”, “Fantasie di Sopravvivenza Nucleare” “Occhi di Ragno” giusto per citarne alcuni, ci troviamo ad ascoltare nove tracce di angoscia punk paranoico accompagnate da un comparto lirico e concettuale di qualità elevata. Inoltre ci tengo a menzionare, stando a quanto detto dallo stesso Sarta durante la prima apparizione live degli Anno Omega nella cornica della Casa Occupata Gorizia di settimana scorsa, che la traccia “Combatti” è ispirata ad uno dei gruppi hardcore italiani più importanti di sempre, ovvero i Wretched. Nient’altro da aggiungere su questa prima fatica a firma Anno Omega, un ottimo esperimento di angoscia punk paranoico che merita più di un ascolto e che sicuramente non può lasciare indifferenti, sia per quanto riguarda le liriche e le tematiche trattate sia per il sound personale proposto dai nostri, senza dimenticare l’angosciante atmosfera generale che fa da contorno a tutto il lavoro.

Fantasie di sopravvivenza nucleare emergono dalle note di questo esperimento di “angoscia punk” che suona nelle strade invase dalla paranoia in questo oscuro presente distopico dove ogni nostro atto di amore sovversivo e di resistenza viene costantemente controllato, sorvegliato e represso. Noi, i cospiratori dell’Anno Omega, siamo pronti a insorgere. È già la fine per voi.

Anno Omega, giorno 1, Neo-Milano.

Feral Thrust – Il Grembo della Rovina (2017)

La percezione di un temporale imminente e la pioggia lieve che si infrange tra le fronde degli alberi sono i primissimi suoni in cui ci imbattiamo, mentre veniamo inghiottiti da un’atmosfera oscura e pagana come se ci fossimo persi nelle profondità della natura più selvaggia, di tempi antichi dominati da forze primordiali. Ed è solo in questo momento che una litania cantata da una voce sciamanica femminile ci introduce a questo “Il Grembo della Rovina” e ci prende per mano conducendo le nostre anime dannate in 

un rituale pagano nel cuore più oscuro e impenetrabile di una foresta attraversata da pulsioni ancestrali che sopravvivono al progresso e da creature selvagge che scrutano ogni nostro movimento, aspettando unicamente un nostro errore per trascinarci con loro nelle viscere più remote della selva. Una litania sorretta da ritmiche di batteria tribali che ci danno l’impressione di essere sotto l’effetto di chissà quale intruglio allucinogeno mentre assistiamo in trance ad un rituale sabbatico per risvegliare forze naturali sconosciute e esseri primordiali che abitavano su questa terra prima dell’avvento della civiltà umana. La voce sciamanica che apre questa prima fatica della creatura che prende il nome di Feral Thrust, gruppo che si divide tra Milano e Berlino, è quella di Mar, strega che ci accompagnerà per tutti questi tredici minuti di primitivo, tribale e oscuro stenchcore/crust punk che partendo dalla lezione dei maestri Amebix, giunge fino a lavori come “On The Horizon” dei Sanctum e “Time Passes to Dark” dei Fatum, senza scordarsi sfumature e pulsioni riconducibili a gruppi assolutamente sottovalutati come Nux Vomica e Appalachian Terror Unit e richiamando, soprattutto quando la voce di Mar si tramuta in lamenti infernali, gli indimenticabili Contropotere!

“Il Grembo della Rovina” è composto esclusivamente da due tracce, da un’intro di cui vi ho già accennato e da un outro. Il primo brano in cui ci imbattiamo durante questa esperienza mistica e pagana è la titletrack, il perfetto punto di incontro tra gli Amebix più apocalittici e i lavori più selvaggi dei Fatum, il tutto condito con un atmosfera oscura che si fa più opprimente anche grazie all’iniziale lentezza quasi doom (stile Celtic Frost) dei riff suonati da Franz, mentre il ritmo di basso e soprattutto di batteria, rispettivamente suonati da Michele e Nicola, si fa ipnotico ampliando la sensazione di trovarsi immersi in un rituale sciamanico costretti da qualche oscura forza primordiale a danzare intorno al fuoco insieme a creature selvagge risvegliate da un sonno eterno. La seconda parte del rituale è affidata alle note di “Il Seme del Riscatto”, brano anch’esso che si muove sulle coordinate finora tracciate e che prosegue nella creazione di un’atmosfera ipnotica e oscura, accentuata dalla solita Mar che alterna sapientemente i suoi lamenti selvaggi e demoniaci con una litania parlata che ci accompagna verso la conclusione di questa esperienza sabbatica attraversata da vibrazioni primordiali sottoforma di Stenchcore pagano e tribale.

L’idea alla base del progetto Feral Thrust è quella di dare un’ espressione musicale al fondamentale rapporto tra essere umano e natura, soprattutto nell’epoca geo-ecologica attuale denominata antropocene e caratterizzata dalla centralità dell’uomo e della sua attività nei cambiamenti climatici e ambientali quasi irreversibili; natura che oggi più che mai viene devastata, saccheggiata e quotidianamente distrutta dall’uomo attraverso la sua attività tecnologica-industriale in nome del progresso e dall’idra capitalista affamata di profitti e di nuove risorse. Con “Il Grembo della Rovina” il nostro collettivo diviso tra Milano e Berlino vuole, attraverso questo rituale pagano in cui veniamo guidati dai lamenti primordiali della selvaggia Mar, evocare le energie ancestrali e le forze naturali primitive per troppo tempo seppellite dalle macerie della distruzione messa in atto dalla civiltà capitalista.

Lavoro estremamente interessante sotto il punto di vista musicale, lirico, concettuale e atmosferico, non ho nient’altro da aggiungere.

Vibrazioni primordiali, rituali pagani e creature selvagge! Dalle cime degli alberi attenderemo il collasso del capitalismo e della civiltà umana, mentre tra le rovine del mondo di ieri vedremo germogliare i semi del mondo di domani. Stenchcore pagano echeggia nella natura selvaggia mentre il mondo sprofonda nel caos!

Mesecina – Esbat (2019)

Un concerto punk sarà il nostro Esbat. Al chiaro di luna ci incontreremo di nuovo.

Finalmente i Mesecina sono tornati e ci regalano questo nuovo ep di puro e semplice powerviolence che riprende quanto fatto sulla prima fatica riuscendo ad estremizzarlo e rendendolo dunque ancora più devastante. Esbat è il titolo dell’ultimo lavoro dei miei gipsyes preferiti che si presentano con una formazione totalmente rinnovata. Infatti in questa nuova veste dei Mesecina ad accompagnare le urla folli e incomprensibili del solito Achille troviamo dietro le pelli quella vera e propria macchina da guerra che risponde al nome di Andrea Covaz (batterista nei The Seeker tra gli altri) e la bassista più sludge di tutta la scena milanese anche conosciuta come Federica Fez, già voce e basso nei fantastici Evil Cosby! Tornando per un attimo al titolo di questa ultima fatica dei Mesecina, “Esbat” è un termine che si utilizza per riferirsi ai rituali pagani collegati alle differenti fasi lunari, nei quali si celebra non la Luna in sé ma la divinità femminile ad essa collegata. Le lune prendono nomi diversi a seconda delle varie fasi lunari, ed è proprio proseguendo sulla scia tracciata da questa ispirazione lirica-concettuale, che i Mesecina hanno intitolato il brano iniziale non a caso “Luna del Lupo”, ossia la luna che cade nel mese di Gennaio. Tra gli altri pezzi trovo importante spendere due parole sulla bellissima e intensa “La Canzone di Anna”, il cui testo è liberamente ispirato alla famosissima “Guerra di Piero” di Fabrizio De Andrè. Il brano vuole essere un ricordo e un omaggio alla compagna Anna Campbell, rivoluzionaria internazionalista morta lo scorso anno mentre combatteva tra le fila delle YPJ nel Rojava, morta mentre combatteva per la libertà, contro il fascismo islamista di Daesh e contro l’autoritarismo della Turchia di Erdogan. E visto che su questo blog non ho mai smesso di ripetere che l’hardcore non è solo musica, ci tengo anche io a ricordare Anna (il 15 marzo è passato un anno esatto dalla sua morte) parafrasando un verso rubato direttamente da una canzone presente su “Politico Personale”, ultima fatica in studio dei Contrasto: “che mille mani impugnino le armi anche soltanto per ricordarla”. Compagnx come Anna o come Orso, ucciso pochi giorni fa sempre in Rojava per mano dei jihadisti dell’Isis, non moriranno mai finché il loro ricordo, i loro ideali di libertà, giustizia e uguaglianza e le lotte in cui si impegnavano continueranno a vivere nelle lotte e nei cuori di tutti i compagni e le compagne ancora in vita. Che sboccino cento fiori per ogni compagnx mortx, che cento fucili siano pronti a sparare per ricordarli!

Riprendendo direttamente quando scritto dagli stessi Mesecina in merito a questo lavoro, la volontà è quella di presentare l’Ep come se fosse diviso in due metà composte esattamente da tre tracce ciascuna, una metà riservata ai “pensieri” e l’altra dedicata alle “storie”. Così nella prima parte troviamo “Luna di Lupo”, la brevissima “Discorsi Inutili” ed “Eremo“, mentre nella metà dedicata alle storie ci possiamo imbattere nella già approfondita “La Canzone di Anna“, in “Milano” e nella suite strumentale conclusiva intitolata “Notturno Breve”. Cinque schegge di powerviolence brutale e impazzito che ti fa venire voglia di prendere a testate i muri costituiscono il corpo di questo “Esbat”, mentre la conclusione dell’ep è affidata ad una traccia strumentale (“Notturno Breve“) suonata da violino e pianoforte che rende l’atmosfera sognante e dona un’effimera parvenza di quiete dopo la tempesta, come quando la notte scende sopra le macerie del giorno per portare conforto con la sua oscurità illuminata solamente da una tenue luce lunare. Per concludere questa recensione cito ancora una volta gli stessi Mesecina volendo sottolineare che questo lavoro è dedicato “a chi ama la luna di gennaio, a chi festeggia l’Esbat ad un concerto punk”. Con il cuore pieno di rabbia e di amore dunque cospiriamo al chiaro di luna nell’oscurità della notte, con la luna come fedele compagna cospiriamo per l’Anarchia!

 

The Smudjas – What We Have is Today (2017)

Sarà che ho da poco più di un mese compiuto 23 anni (troppi ma sono ancora in tempo per tenere fede al diktat “live fast die young” volendo) e mentre i giorni passano in questa estate fottutamente terribile, sento, citando coloro che per troppe volte hanno tenuto compagnia alla mia solitudine e che continuano imperterriti ad occupare i miei ascolti quasi quotidiani, che “questi anni stan correndo via… Ti volti e son già lontani…”. E quindi con la solita malinconia esistenziale che mi contraddistingue e che torna a farmi visita a periodi alterni, mi chiedo allora che cosa è successo? Ho vinto oppure ho perso? Cosa sono questi 23 anni? Cosa cazzo ho fatto? Cosa cazzo farò domani? La risposta, o meglio la convinzione che si debbano fottere tutte queste domande e tutte le possibili risposte, me l’ha data il titolo dell’ultimo lavoro in studio delle milanesi Smudjas; una risposta che arriva come un pugno nello stomaco, che lascia poi spazio ad una fitta che a sua volta lascia spiazzati: “What We Have is Today”. E forse dovrei prenderlo alla lettera il titolo del loro ultimo lavoro. Ecco allora che, proprio partendo da queste domande e da una vaga malinconia che mi accompagna in quest’estate inoltrata, oggi vi parlo come avrete già capito dell’ultima fatica dei The Smudjas, un lavoro che ha tutto il sapore del disagio (adolescenziale) e che lascia in bocca il sapore di una nostalgia strana ma vagamente familiare e a tratti confortevole che si sposerebbe meglio con i primi giorni di settembre piuttosto che con l’inizio di luglio (non a caso una traccia è intitolata proprio “September”); oppure con qualche tramonto di metà agosto quando si rimane inghiottiti nel caldo afoso della città, ma al contempo rapiti dalla bellezza di un cielo che si colora di arancione e che lascia spiragli di luci fino a tarda sera. Un lavoro introspettivo e fortemente emotivo, denso di emozioni e sensazioni contrastanti ma che trovano un loro comune punto di incontro e sintesi in una costante malinconia di sottofondo che, almeno per quello che posso dire di aver percepito, fa da leit-motiv a tutto il disco. L’altro leit-motiv che percorre l’intero “What we have is today” è un sound a metà tra il garage-indie e il punk rock più immediato ed emozionale, qualcosina più orientata sullo stile degli svedesi Rotten Mind mentre altri passaggi più simili a quanto fatto da band come i Wild Animals, un suono quindi che facilmente si stampa nella testa dell’ascoltatore e che difficilmente potrete cancellare o scordare. Ne sono riprova i riff di “Silvia”, traccia d’apertura, o quelli della successiva “Different Lines”, accompagnati da una sezione ritmica a tratti ballabile che non picchia mai troppo e nemmeno mai troppo poco. Ottima anche la quarta traccia “Dance and Revolution”, titolo che potrebbe benissimo essere una citazione della celebre frase di Emma Goldman, o almeno mi piace pensare sia proprio così. Il pezzo forte delle nostre, oltre ad un sound e una forma-canzone di impatto, diretta e che cattura facilmente l’attenzione e l’interesse di chi ascolta, sono senza ombra di dubbio i testi così genuini, introspettivi, personali, e densi di emozioni al punto di catapultare in un vortice di emozioni differenti che lascia spiazzati e con in bocca uno strano sapore di lacrime miste ad una labile felicità; sono squarci di vita quotidiana in cui si susseguono storie di amori, di amicizie, di delusioni, di disagio, di voglia di prendere la vita con più calma, quelli che canta la voce sgraziata, sincera e malinconica di Paloma. Il testo di un pezzo come la conclusiva “Till the End of the Road” credo possa fungere da migliore esempio possibile di quanto hanno provato a descrivere e trasmettervi le mie futili parole. E son sinceramente convinto che valga anche la pena di riportarlo per intero: “I see you’re down, we can go for a walk. I will listen, you will talk. You can trust me. Things can be bad, but don’t worry. I’ve got plenty of time to share. We’re not in a hurry. Just keep walking, just let things go. Family is who we choose. Let’s focus on the people that make us happy, avoiding those who bring us down”. Un pugno nello stomaco, un po’ di magone, sentirsi spiazzati dopo che, con questa traccia, il disco finisce, lasciando addosso solo una vaga sensazione di malinconia e uno stupido sorriso. L’ascolto di questo “What We Have is Today” è stato un viaggio ed ora ci ritroviamo ad osservare il sole che scende dietro i palazzoni di questa città di merda, il tramonto che porta con se un leggero vento fresco, cercando qualcuno con cui camminare fino alla fine della strada senza preoccuparci più di niente e prendendo la vita con calma. Ognuno poi proseguirà per la propria di strada, sotto differenti cieli, con altre canzoni nelle cuffie…

“Some friends are forever”, così si concludeva probabilmente la miglior traccia presente sul debutto “February” di tre anni fa delle Smudjas. E non sono solo alcuni amici ad essere per sempre. Anche il disagio è per sempre, anche la malinconia, anche il mio amore incodizionato per voi. Grazie Paloma, grazie Julia (anche se credo vivamente non ci sia stata più lei dietro le pelli già durante le registrazioni di questo album), grazie Ivana, mi fate piangere, mi consolate e mi fate tornare adolescente ogni volta ma sono contento così! Quello che abbiamo è oggi, si fottano le domande, si fottano i progetti, si fotta il domani, si fotta tutto, si fottano tutti.

Sometimes we all just need to slow down, FINALMENTE l’ho realizzato anche io. Questi anni stan correndo via? Lasciamo che corrano, what we have is today!

 

Warpath – Oblio (2016)

Partendo dalla lezione primordiale dei soliti Wretched e dei Discharge all’italiana meglio conosciuti dai piú con il nome di Eu’s Arse di quel capolavoro grezzo che è “Lo Stato Ha Bisogno di Te? Bene, Fottilo!” del lontano 1982, passando per i Detestation dello spettacolare “Unheard Cries” e i Nausea di “The Punk Terrorist Anthology Vol.1”, senza dimenticare i Consume dell’EP “Forked Tongue”, uno dei migliori esempi di crust-core dei primi anni 2000 a parer mio, si arriva dritti dritti a questo “Oblio”, seconda fatica in studio per i Warpath, gruppo milanese che come avrete capito si dedica anima e corpo ai suoni crust/d-beat più oltranzisti e annichilenti nella loro cieca furia distruttiva.

Dopo aver stupito tutti gli amanti delle sonorità Crust-core nel lontano 2008 con lo split/demo “Nel Dilagare della Follia”, titolo anche del loro brano più rappresentativo che ripropongono nuovamente anche sull’ultimo “Oblio”, i Warpath (letteralmente, “sentiero di guerra”) avevano fatto perdere le loro tracce in studio di registrazione, salvo poi tornare sulle scene nel 2016 con questo lavoro che non stupisce ma riconferma tutte le qualità del gruppo milanese e della loro proposta. Tanta attitudine tipica del genere, tanta passione che si sente in ogni nota che compone le 8 tracce che ci accompagneranno in questa viaggio verso l’oblio. Se siete amanti incurabili della doppia voce maschile/femminile a la Nausea, dei riff crust-core metallizzati quanto basta e dei ritmi d-beat martellanti, questo “Oblio” è l’album che fa per voi e che per nessuna ragione dovete farvi scappare. I testi trattano le tematiche classiche del genere; inoltre ogni gruppo crust che si rispetti deve avere almeno un brano che faccia riferimento all’olocausto nucleare e i Warpath non deludono nemmeno su questo punto. Tornando seri a parlare delle tematiche affrontate dai Warpath si passa dall’alienazione umana alla critica feroce alla guerra, dall’invettiva pregna d’odio verso questa società di merda (“La Quotidianità Uccide”, uno dei pezzi migliori) a vere proprie mazzate sui denti a livello lirico come nell’iniziale “Shut the Fuck Up!”. I nostri chiudono il disco riproponendo quello che è a tutti gli effetti il loro brano piú rappresentativo e che è sempre un piacere sentirselo sparare nelle orecchie, ossia il giá citato “Nel Dilagare della Follia”. Tutto il meglio che ci si può aspettare da un disco crust-core figlio adottivo di Detestation, Nausea e Disrupt lo si può trovare dunque su questo “Oblio” dei Warpath, gruppo che ci mette la giusta dose di ferocia, istinto distruttivo e viscerale nonché sincera passione per dare la propria personale sfumatura ad un genere che innovare è quasi impossibile, se non del tutto inutile. Ma a noi il crust piace così come lo fanno i Warpath, senza compromessi e incazzato con tutto e tutti, quindi non ci lamentiamo e ci godiamo di brutto questi 19 minuti verso l’ “Oblio”.

I Warpath ci urlano in faccia tutto l’odio e la rabbia possibile che ogni giorno ci cresce sottopelle corrodendoci dall’interno e che alimentiamo in questa era dominata dalla dilagante follia. Tempi moderni sempre più orientati verso il baratro, un lento cammino verso la condanna a morte, l’annichilimento pressoché totale dell’essere umano che si trasforma in estinzione, in oblio. Sensazione di angoscia e di orrore fuoriesce dal nichilismo sonoro messo in campo dai Warpath su questo “Oblio”, ma allo stesso tempo l’unica risposta che appare possibile, se tralasciamo la pulsione a tinte misantrope verso l’estinzione umana, è quella di intraprendere il sentiero di guerra e rispondere colpo su colpo a questo presente dominato dal sonno della ragione più assoluto e dai mostri da esso generati.

Tutto il mondo va a fuoco, non sembra esserci alternativa all’oblio. Non ci resta che seguire il “sentiero di guerra”, nel dilagare della follia.

Corpse – Nel Dolore (2016)

E così, senza sapere il perché, mi ritrovo a parlare nuovamente dei milanesi Corpse e della loro seconda ed ultima (per ora) fatica “Nel Dolore” di ormai due anni fa; lavoro che ha lasciato un vuoto indescrivibile per tutti gli amanti di quel mix tra sonoritá powerviolence/hardcore e romanticismo antagonista di cui son impregnate le liriche dei Corpse, ricetta affascinante e personale che i nostri avevano già dato prova di saper interpretare al meglio sul precedente “Nessuna Governabilità” (recensito mesi fa proprio su questo blog!). Il lavoro dura poco meno di cinque minuti, la recensione durerà ancora meno, ve lo prometto. Cinque minuti scarsi di violenza sonora inaudita, senza compromessi, che tira dritta per la sua strada schiacciando tutto e tutti. Come si dice in questi casi, una vera e propria mazzata in your face! Cinque minuti scarsi che bastano ai Corpse per dar sfogo a tutta la loro rabbia antagonista attraverso un incessante rumore di sottofondo che, anche quando subentrano rallentamenti tipici del genere, non lascia vie di fuga e non lascia possibilità di sopravvivenza. Un powerviolence classico, quello primordiale degli apripista Dropdead per intenderci, ma interpetato dai Corpse con la solita giusta dose di passione e attitudine, rumoroso e soffocante quanto basta per far balzare alla mente piccole perle come il recente “A History of Violence” dei Neanderthal o il self-titled album degli Scapegoat del 2006. Ma il rumore annichilente non è certamente l’unico ingrediente presente su questo “Nel Dolore”. A ritagliarsi lo spazio da protagonisti assoluti della scena sono infatti, come del resto ci hanno abituato i Corpse, le liriche che riescono ad essere incisive pur senza mai essere eccessivamente urlate e anzi rimanendo quasi sempre comprensibili fin dal primo ascolto. Cosa sicuramente non da poco questa. Per fare un esempio della bellezza delle liriche, il testo di una traccia come la brevissima “Guerra” vale da sole l’ascolto dell’album, ve lo assicuro. Difatti dove Manfredi, nella sua celeberrima “Ma Chi Ha Detto Che Non C’è” cantava: <<sta nel prendersi la merce, sta nel prendersi la mano>>, i Corpse ci regalano una simile immagine, che racchiude tutta la carica romantica dell’impeto insurrezionale volto alla sovversione del presente stato di cose, nel verso: <<Prendiamoci case bellissime dove abitare insieme, per rendere offensiva la nostra amicizia>>. Il riappropriarsi della merce come atto di rivolta, la felicità della sovversione che si fa reale solamente quando è condivisa. È un invito a dichiarare guerra aperta alla città, immobile nella sua frenesia, invisibile nella sua costante ostentazione dell’apparire, sottomessa in tutto alle logiche del profitto che schiacciano anche e soprattutto le relazioni e che ci incatenano in una lenta e quotidiana ripetizione della vacua esistenza. È tempo di bruciare, è tempo di tornare a sentirsi vivi. E se questo non vi dovesse bastare, potete consolarvi con la conclusiva “Ultima Primavera”, traccia accompagnata da un testo attraversato da una profonda vena malinconica e disillusa. Ed è proprio questo ultimo pezzo che segna una sottile ma al contempo netta differenza con il precedente lavoro dei Corpse; se “Nessuna Governabilità” lasciava, alla fine dell’ascolto, una volontà di insurrezione e di rivolta generalizzata ed estesa, questo “Nel Dolore” lascia invece in bocca un sapore amaro di angoscia, di inquietudine, di abbandono. Ed è qui dunque che il cerchio si chiude, ritornando alla titletrack nonché traccia di apertura di questo brevissimo ma intenso ultimo lavoro dei Corpse, che così recita: <<uniti nell’abbraccio, uniti nel dolore>>. Cinque minuti scarsi che pesano come macigni, tanto nei suoni quanto nelle emozioni trasmesse dai testi e dalla voce profonda di Fra, tutto questo è “Nel Dolore”. Aspettando, sperando non invano, di sentir qualcosa di nuovo in casa Corpse prima che sopraggiunga la mia morte, mi congedo così:

Eccoci qui ancora una volta uniti nell’abbraccio, uniti nel dolore per l’anarchia, per il Powerviolence!

 

T28 Matinèe #4 w/ Cospirazione, Stigmatized e Overcharge

Rabbia e passione è quello che noi proviamo 
col nostro punk hardcore 
rabbia e passione è quello che ci accomuna 
nelle nostre vite 
è il calore che scalda la nostra esistenza 
E’ l’ardore che brucia nelle nostre idee 
è l’ardore che brucia nelle nostre lotte 
Mai fermarsi mai arrestarsi 
sempre, portarle avanti 
Sono momenti che passano veloci 
un istante e tutto ci sfugge 
a volte perdi tutto, anche amico 
ma mai mai mai farsi scalfire 
Rabbia passione calore ardore 
brucia la nostra vita!

(Cospirazione – La Nostra Vita)

 

Ancora una volta in T28, ancora un matinèe all’insegna del punk in tutte le sue sfaccettature, ancora punx nella metropoli che creano l’anarchia per qualche ora! Tre gruppi, tre generi differenti per soddisfare i palati esigenti di tutti i presenti nel centro occupato e autogestito più marcio (e quindi bello) di tutta Milano!

Ad aprire le danze ci hanno pensato i milanesi Cospirazione con il loro punk-hardcore militante e riottoso. Nonostante per motivi legali siano stati costretti a star lontani dal suonare dal vivo per parecchi mesi, i milanesi hanno deciso di ripartire proprio da dove avevano interrotto otto mesi fa, ossia dal pavimento polveroso del T28. Questi mesi senza suonare si sono in parte fatti sentire (e ci mancherebbe anche) ma l’esperienza e la passione dei nostri è riuscita a sopperire pure a questa ennesima difficoltà. I Cospirazione hanno dalla loro parte un arsenale di pezzi capaci di colpire nel segno e di sprigionare tutto la loro carica emotiva nonostante non vengano suonati per mesi dal vivo, basti pensare all’inno anticarcerario “Macerie” e alla sua introduzione che cosi recita: “delle galere solo macerie”, urlata a squarciagola da tutti i presenti. Anche tracce nuovissime come “La Spinta” estratta dall’ultima fatica del gruppo datata maggio scorso, dal vivo confermano per l’ennesima volta la qualità dell’hardcore punk suonato dai Cospirazione e delle liriche incendiarie che lo accompagnano. I Cospirazione sono una certezza e la rabbia e la passione che ci mettono in quello che fanno valgono più di tutto il resto, di tutti i mesi passati lontani dai “palchi” e di tutte le difficoltà che hanno incontrato ultimamente sulla loro strada. Sperando di rivederli il più presto possibile e più incazzati che mai!

E’ stato il turno poi degli indomabili e indemoniati Overcharge, gentaglia del varesino cresciuta a pane e speedmetalpunx. Dai ma c’è seriamente bisogno che io commenti la performance di Panzer, Josh e Marcio? Sono una cazzo di macchina da guerra tritaossa e lanciata alla velocità della luce contro tutto e tutti. Il loro perfetto mix di Motorhead, GBH, Inepsy e un pò di d-beat punk a la svedese è irresistibile dal vivo, pezzacci come “Warbeat”, “Speedsick” o “Downtown Inferno” sono marciume puro proveniente dagli inferi, sono ormai divenuti veri e propri pezzi anthemici che dal vivo spaccano più di quanto non facciano già su disco! Non aggiungo altro, gli Overcharge sono un gruppo che, per qualità, impegno e dedizione, assolutamente non ha bisogno di troppe parole o troppi commenti. Se non li avete mai visti suonare dal vivo cercate di rifarvi il prima possibile, non ve ne pentirete e non ne rimarrete delusi perchè sono ormai una fottuta certezza! Incarnano alla perfezione l’essenza stradaiola del rock’n’roll più marcio e sono pure bellissimi (il Panzer più di tutti), cosa possiamo chiedere di più? Spingono sull’acceleratore e ci fanno pogare come Stana comanda, cosa cazzo vogliamo di meglio?!

I cagliaritani Stigmatized sono stati personalmente la sorpresa della serata, probabilmente anche per il fatto di non aver mai ascoltato nulla di loro e sopratutto per non aver mai avuto occasione di vedermeli live. Il loro è un grindcore sporcato da powerviolence, crust e punk-hc che dal vivo si ripromette di seguire un’unica regola: non fare prigionieri e devastare qualunque cosa si trovi sul loro cammino! Non solo grindcore però, i nostri irresistibili sardi riescono infatti a far emergere qua e la nelle varie tracce a loro disposizione, anche certe influenze tipicamente riconducibili all’universo metal (forse dovute alla presenza dell’ottimo nonchè giovanissimo bassista); a tutto questo sommiamoci la capacità di alternare due voci, una più tipica del genere e a tratti monocorde (unica reale ma piccolissima pecca degli Stigmatized che però non rende meno apprezzabile la proposta dei nostri, anzi) e una più hardcore (sempre merito del bassista) e la foga adrenalinica con cui suona il batterista Roberto (che abbiamo potuto notare super gasato durante l’esibizione degli Overcharge), e ci troviamo dinanzi ad un gruppo che offre ai presenti svariati minuti di pogo assicurato e di godimento assoluto! Rabbia purissima da Cagliari, lasciano devastazione e macerie dopo il loro passaggio, questi Stigmatized dal vivo regalano gioie! Correte ad ascoltarli quantomeno su bandcamp se non potete vederli dal vivo prossimamente, su su veloci!

Tirando le conclusioni cosa posso aggiungere? Nello scorso live report scrissi queste parole: <<seppellite il mio cuore in T28>> e oggi, a mente lucida e a distanza di qualche giorno dalla serata di domenica, non posso che ribadire il concetto, in fin dei conti il T28 lo sento ormai come se fosse una seconda casa. Ancora una volta non è solamente musica, c’è qualcosa di più dietro a serate come questa, c’è la voglia di continuare a resistere ed esistere lottando nella grigia, apatica e frenetica metropoli, c’è la volontà di sovvertire l’esistenza e di rivoltarsi contro l’apparente quieto vivere che vorrebbe trascinarsi con sè. Tutto questo non è solo musica e ce lo dimostra perfettamente anche la presentazione del dossier “Come opporsi al fascismo nel metal estremo. Una guida di base per compagni e antifa.” scritto dal collettivo Barbarie avvenuta prima che i gruppi iniziassero a suonare.

Accomunati dalla rabbia e dalla passione, mai fermarsi, mai arrendersi. Continuiamo ad alimentare l’ardore che brucia nelle nostre idee e nelle nostre lotte! Sempre lunga vita al T28 e a tutt* i compagn* che si sbattono quotidianamente per rendere possibile e tenere in vita tutto questo!

 

Unica foto-testimonianza della serata. Quanta bellezza, quanto marciume. T28, Amici vari e avariati!

Corpse – Nessuna Governabilità (2013)

Hardcore punk/powerviolence militante, riottoso e antagonista, questo sono i milanesi Corpse. Musica incazzata, veloce e testi che parlano il linguaggio della sovversione e dell’insurrezione, di scontri, sabotaggi, guerriglie, esistenze incompatibili (citando la traccia “15 Ottobre”), di lotta quotidiana senza alcuna paura e senza rimorsi contro lo Stato ed il Capitale, con la speranza che qualcuno fuori abbia ancora orecchie per sentire come cantano nella terza traccia “Carcere Speciale”. Musica da ascoltare (e canticchiare, perchè no?) quando ci ritroveremo armati e abbracciati sulle barricate, quando le strade bruceranno nell’impeto rivoluzionario, quando ci muoveremo per la metropoli illuminata dalle esplosioni delle molotov come un esercito invisibile, quando potremo finalmente gridare come fa Fra (il cantante) a squarciagola Bentornata Guerra Civile nella spettacolare (tanto a livello strumentale quanto a livello lirico) “Life/War”. Credo sia ben chiaro quale sia il contenuto lirico e musicale di questo “Nessuna Governabilità”, primo demo dei Corpse che presenta una decina di tracce per una durata complessiva di appena 8 min e qualcosa . L’ennesima dimostrazione che l’hardcore non è solo musica, ma anzitutto un mezzo per veicolare un preciso messaggio rivoluzionario e antagonista partendo dalla propria esperienza quotidiana di militanza e rabbioso contrasto a questo schifo di sistema fondato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, sulla gerarchia sociale tra oppressi e oppressori e sulla costante e violenta repressione poliziesca.

Le liriche, che a mio avviso rimangono, senza nulla togliere al lato strumentale, il punto forte dei Corpse, per la loro capacità di raccontare storie di sovversione e antagonismo quotidiano con una scrittura che trasuda romanticismo (in senso lato) e passione rivoluzionaria più sincera mi hanno ricordato in più di un’occasione la potenza dei testi di gruppi musicalmente distanti tra loro come Contrasto, Brigade Bardot e in parte Kalashnikov Collective. Ma che tematiche vanno a toccare precisamente i testi dei nostri quattro ingovernabili punx milanesi? Dalla rabbiosa denuncia di quell’orrore democratico che è il carcere speciale nell’omonima “Carcere Speciale” per l’appunto, fino a giungere alla brevissima (26 secondi di rabbia) “Estintori Sulla Camionetta pt.1”, manifesto dell’odio che noi tutti nutriamo verso coloro che si fanno garanti dell’ordine costituito e che difendono come dei bravi cani da guardia i privilegi della classe dominante. Nella traccia “15 Ottobre” i nostri rendono invece omaggio ad una indimenticabile giornata di guerriglia urbana in quel di Piazza San Giovanni a Roma nel lontano 2011, sottolineando che solamente quando una piazza brucia possiamo realmente sentirci vivi, solo quando scegliamo di seguire il sentiero dell’insurrezione possiamo ritenere questa vita degna di essere vissuta. Tra tutte e dieci le tracce che compongono questo “Nessuna Governabilità” trova spazio pure una cover di “Life Disease” dei Dropdead, chiaramente una delle influenze principali dei Corpse insieme a Infest, Heresy e compagnia “brutta e cattiva”. L’ultima traccia di questo demotape è una riproposizione in chiave powerviolence/fastcore della magnifica canzone-poesia “Ma chi ha detto che non c’è” del cantautore Gianfranco Manfredi e su questa credo davvero non ci sia il bisogno di aggiungere altro. Probabilmente la traccia che racchiude al meglio tutto ciò che è presente su questa demo dei Corpse, pur essendo un testo non scritto da loro (ma che sarebbe potuto benissimo esserlo, detto in tutta onestà). Il perfetto mix tra la rabbia e la velocità dell’hardcore/powerviolence dei nostri ed il romanticismo antagonista e militante del testo scritto da Manfredi. Quasi commovente.

Questo “Nessuna Governabilità” colpisce diretto nel segno e quanto vogliono raccontarci i Corpse con la loro musica non può essere frainteso, il loro messaggio sovversivo è chiaro. Chi vuol capire capirà… Ci vediamo sulle barricate a lanciare sampietrini nell’incendio di Milano, a lanciare “pietre sui gipponi” o estintori sulle camionette compagni Corpse, sempre contro Stato e Capitale, sempre senza rimorsi e paura!

P.s. la recensione esce solamente ora per ricordare a tutti che questi brutti ceffi di cui ho appena parlato suoneranno per l’ultima volta (lacrime) il 4 febbraio in T28 in una Matineè interamente dedicata alle sonorità powerviolence che tanto piacciono a tutti noi. Assolutamente d’obbligo non perderseli! Qui il link all’evento Facebook: https://www.facebook.com/events/154061428564506/?active_tab=about