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Ragana – We Know That the Heavens Are Empty (2019)

We know that the heavens are empty,
That friendship and love are names;
That truth is an ashen cinder,
The end of life’s burnt-out flames.

Anni fa, ai tempi dello splendido You Take Nothing, le Ragana furono il primo gruppo non italiano che recensii sulle pagine virtuali di questo blog. E il motivo fu estremamente semplice. Al primo ascolto di You Take Nothing me ne innamorai follemente e brano dopo brano la “recensione” prese vita praticamente da se, come fosse un flusso di coscienza incontrollabile che si sviluppò sotto le sembianze di un viaggio oscuro negli abissi musicali tanto etereii quanto angoscianti costruiti da Maria e Nicole, le due streghe che si celano dietro questo affascinante progetto. Oggi mi ritrovo qui preda dello stesso mood e dello stesso identico trasporto emotivo a raccontarvi la bellezza di questa ultima fatica in studio per il duo di Oakland intitolata We Know that the Heavens are Empty, un altro interessante capitolo di atmospheric black/doom metal dalla forte natura e attitudine queer e antifascista.

Come scrivevo nell’introduzione della recensione di You Take Nothing per spiegare l’affascinante nome scelto da Marie e Nicole per il loro progetto: Nel folklore e nella tradizione popolare della regione baltica, e principalmente in terra lettone e lituana, il termine “Ragana” viene usato per identificare un’antica dea distruttrice e al tempo stesso rigeneratrice attraverso la capacità di dominare la magia oscura, anche per questo infatti viene descritta più volte come la “dea delle streghe”. “Ragana” viene rappresentata in differenti e molteplici modi a causa della sua natura polimorfa e cangiante e può assumere quindi le sembianze tanto di una giovane donna sensuale quanto quelle di una creatura terrificante e infernale, così come può presentarsi sotto forma di vecchia deforme e scheletrica oppure prendere le fattezze di un animale selvatico delle foreste. Questa natura cangiante e polimorfa descrive al meglio la proposta musicale di questo duo di Oakland, mai banale, mai scontata, mai prevedibile. E queste righe, sopratutto quelle finali, risultano estremamente attuali e valide ancora oggi per descrivere il sound e le sensazioni che si provano nell’affrontare e nell’addentrarsi tra i meandri più profondi di questo nuovo We Know that the Heavens are Empty . Difatti il sound delle Ragana nel corso degli anni ha sempre seguito una certa evoluzione pur rimanendo costantemente coerente e fedele alle proprie radici e alle proprie pulsioni più sincere, le quali affondano in profondità tanto nelle tensioni più atmosferiche e depressive di certo black metal di scuola statunitense quanto nel doom/sludge più angosciante e opprimente, con una certa venatura screamo che sottolinea alla perfezione quella sensazione di sofferenza esistenziale e rabbia sovversiva che contraddistingue la proposta del gruppo di Oakland dagli inizi.

SE DOMANI NON TORNIAMO, SE DOMANI TOCCA A NOI, BRUCIATE TUTTO.

So già che sarà una recensione abbastanza sconclusionata quella che starete leggendo perchè, per quanto stia cercando di dare un senso e un ordine ai flussi di coscienza e alle emozioni che stanno invadendo la mia testa durante l’ennesimo ascolto di questa ultima fatica delle Ragana, mi viene estremamente difficile seguire delle strade nette e precise per parlarvi della musica, delle ispirazioni liriche e concettuali o addirittura dello splendido artwork di copertina che accompagnano We Know that the Heavens are Empty . Ma ci proverò partendo proprio dal titolo di questo nuovo ep; un titolo che cita direttamente e in modo appassionato  “The Toast of Despair“, poema scritto dalla scrittrice anarchica e femminista Voltairine de Cleyre nel 1892. Per quanto riguarda invece lo splendido artwork di copertina si tratta di un’incisione di Caspar David Friedrich intitolata “Die Frau mit dem Raben am Abgrund“, un’opera che riesce ad enfatizzare in maniera sublime l’atmosfera romantica e oscura che avvolge l’intero album. Inoltre, e ci tengo a sottolinearlo, come sei può leggere sulla tape, le Ragana vogliono dedicare questo loro ultimo ep ai loro/alle loro amicx e compagnx più amatx.

To the joy in the struggle. To another world. To heaven as a place on earth.

Passando al lato prettamente musicale, questo nuovo ep della durata di un quarto d’ora è composto da due momenti intrecciati tra loro così perfettamente al punto da poterli vedere come un unico grande viaggio. Le due tracce sono intitolate Waiting e The Tower e rispecchiano in maniera assolutamente limpida il sound a cui ci hanno abituato negli anni le Ragana, con un’alternarsi ben bilanciato di momenti di effimera quiete e altri di tempestosa furia distruttiva, mentre un vortice di sensazioni che spaziano dalla sofferenza, alla rabbia, alla malinconia ci inghiotte immediatamente senza lasciarci vie di fuga. Se i momenti di calma apparente riescono a costruire un’atmosfera generale che oscilla tra il sognante e il depressivo, gli assalti più brutali e tuonanti fanno divampare tutta la rabbia selvaggia e riottosa che Maria e Nicole covano per questo mondo costruito sull’oppressione di quelle individualità che non si conformano ai canoni e alla norma voluta dall’etero-patriarcato. L’atmosfera generale dell’album, come già avvenne per You Take Nothing, mi trasmette l’idea di volere creare una dimensione profondamente ritualistica caratterizzata da tinte fortemente oscure e passaggi dalla natura soffocante e angosciante. Inoltre è evidente la sofferenza viscerale che attraversa le due composizioni, una sofferenza esistenziale che certamente logora ma indirizzata all’attacco attivo piuttosto che all’autodistruzione; una sofferenza che si manifesta sotto le sembianze di una furia nichilista e bellicosa che appare priva di pietà e che non sembra volersi fermare dinanzi a nulla. Quiete e tempesta, distruzione e tenue speranza di salvezza, questa è in fin dei conti la musica delle Ragana.

Per concludere questo viaggio tra gli abissi e le molteplici sfumature di We Know that the Heavens are Empty, posso solamente dire che siamo dinanzi all’ennesimo incantesimo distruttore evocato dalle Ragana che come il fuoco divampa per inghiottire questo mondo nelle sue profondità. Ancora una volta, lunga vita alle streghe di Oakland!

For us, a truce to Gods, loves, and hopes,
And a pledge to fire and wave;
A swifter whirl to the dance of death,
And a loud huzza for the Grave!

Necrot – Mortal (2020)

Is the smell of our world falling under the greed and senseless pride of men. It is the stench you smell in the morning when you realize that outside your door is nothing but ugly humans ready to deceive, steal, or even kill for a little more power or money…

Chi segue Disastro Sonoro, così come chi mi conosce personalmente nella vita reale, sa benissimo quanto io sia affezionato e debba molto al death metal, in quanto genere che mi ha accompagnato negli anni e ha giocato un ruolo fondamentale per lo sviluppo dei miei gusti musicali in ambito di metal estremo. Ancora oggi il death metal, tanto quello old school anni novanta quanto le nuove uscite più underground, occupa assiduamente i miei ascolti. Proprio per questo oggi mi trovo costretto dal cuore a parlarvi di uno dei gruppi più interessanti partoriti dall’underground death metal statunitense negli ultimi anni e che risponde al nome di Necrot. Con questo nuovo album intitolato semplicemente Mortal, che finalmente da un seguito al devastante Blood Offerings del 2017, disco che aveva posto il gruppo di Oakland sotto l’attenzione di tutti gli amanti del death metal più marciulento e dalle sonorità old school, i nostri riprendono da dove avevano interrotto riuscendo contemporaneamente ad alzare l’asticella e ad evolvere (prendete assolutamente con le pinze questo termine) ulteriormente il proprio brutale sound. Aspettate un attimo, stiamo pur sempre parlando di un death metal con le radici profondamente piantate nella vecchia scuola, ma su questo Mortal i nostri sembrano aver preso maggior ispirazione dal sound disturbato, angosciante e rallentato degli Autopsy, dal riffing dei Dismember (una traccia come Asleep Forever è iconica di quanto appena detto) o da un certo groove che mi ha ricordato in alcuni casi addirittura la proposta putrescente degli Asphix, così come un certo modo di intendere e suonare un death metal asfissiante e opprimente di tradizione finlandese. Il tutto suonato dai Necrot con una vena maggiormente stench/crust rispetto al passato, capace di portarmi alla mente in alcuni momenti echi lontani di certe sonorità care ai Sanctum o agli Stormcrow (può fungere da esempio perfetto una traccia del calibro di Stench of Decay), probabilmente dovuta anche all’esperienza di Luca con gli Acephalix, altro ottimo gruppo della scena underground della Bay Area che da sempre è autore di una miscela devastante quanto mortifera di death metal old school e affilato crust punk. Mortal si apre con la doppietta formata da Your Hell e Dying Life, un biglietto da visita brutale e opprimente che mette fin da subito in chiaro il duplice intento dei Necrot, ovvero privarci delle energie lasciandoci inermi a livello fisico e annichilirci profondamente a livello psicologico. Il death metal dei Necrot, ormai giunti a piena maturità, è una carcassa in putrefazione che emana un fetore di morte e ci regala immagini di declino di una civiltà umana ormai allo sfacelo più totale, un’enorme necropoli a cielo aperto infestata da vivi morenti felici di sguazzare nella rovina che si sono autoimposti e nel collasso a cui si sono condannati. Sette tracce (per quasi quaranta minuti) ricche di momenti davvero ispirati a tutti i livelli, dal riffing alle vocals, che irrompono devastanti sotto le sembianze di invettive iconoclaste nei confronti dell’umanità e della sua civiltà ormai destinata irrimediabilmente a crollare su se stessa e divenire polvere.

Mortal ci da la riprova definitiva del fatto che i Necrot siano ormai uno dei gruppi più interessanti, devastanti e completi del panorama death metal underground e non solo. Faccio davvero fatica a trovare altre parole da aggiungere, dunque non posso che limitarmi a consigliarvi di correre ad ascoltare il disco e abbandonarvi totalmente nelle viscere putrescenti e nell’atmosfera mortifera creata dal death metal vecchia scuola suonato dal gruppo di Oakland. Tra vent’anni penseremo a questo Mortal come ad un classico del death metal degli anni ’20 del duemila, ne sono certo.

 

“SLOWLY WE ROT” – INTERVISTA A LUCA DEGLI ACEPHALIX, DEI NECROT E DEI VASTUM

Questa intervista, come altre che vedranno la luce prossisimamente sulle pagine virtuali di questa webzine, era previsto uscisse sul primo numero della fanzine cartacea di Disastro Sonoro previsto per questa estate. Si sa però che non sempre le cose vanno secondo i piani e quindi l’uscita della fanzine è stata rimandata a data ancora da decidere. Dopotutto in questo 2019 ho voluto che Disastro Sonoro si trasformasse in un’entità polimorfa e multiforme, stanco di vederla relegata a semplice blog. Per questa ragione è nata l’idea della distro e delle collaborazioni e sempre per questo motivo stavo lavorando al progetto della fanzine. Per non perdere dunque tutto il materiale accumulato nel corso dell’estate ecco allora che oggi, al termine di questo 2019, ci tengo a presentarvi l’intervista fatta a Luca bassista dei Necrot, dei Vastum e degli Acephalix, tre creature dedite al death metal più intransigente anche se con sfacettature e influenze differenti. Leggete e godetene tutti mentre lentamente avanza il nostro stato di putrefazione.

 

Quando e come si sono formati gli Acephalix? Come avete deciso di darvi questo nome?
Gli Acephalix si sono formati nel 2007 a San Francisco. Inizialmente formati da Kyle House (chitarrista) e Dan Butler (cantante) hanno avuto molti cambi di formazione fino al 2009. Io sono entrato nel gruppo a inizio 2009 con me pure il batterista Dave Benson e l’altro chitarrista Gabe che poi uscì subito dopo il primo album “Aporia” (attualmente suona negli Old Firm Casuals). Il nome del gruppo significa acefalo ossia senza testa, una specie di senza controllo, selfless, ma anche senza padroni.
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Il vostro ultimo album “Decreation” sposta definitivamente ul vostro sound verso terreni propriamente death metal, lasciando solo vaghi richiami al vostro passato crust/dbeat. Come è avvenuta l’ evoluzione del vostro sound negli anni? Come siete riusciti a far convivere queste due anime nella vostra proposta? Ma soprattutto, tu come singolo, a quale delle due scene/sonorita ti senti più legato e perché?

Io sono sempre stato molto legato al death metal e l’ho sempre ascoltato e preferito. Se guardi alla storia del gruppo già dal 2011 le sonorità erano molto più death metal che crust. Inizialmente il gruppo era nato come gruppo crust ma con una forte influenza metal. Penso che nel 2009 quando io e il batterista entrammo nel gruppo al posto dei due che ci erano prima ci fu decisamente una spinta più verso il death metal. Anche perché finalmente avevamo una formazione stabile e fu più facile focalizzare cosa davvero volevamo fare. Già alcune sonorità death metal erano presenti da subito e la volontà del gruppo in generale era di andare in quella direzione. Più o meno è andata così.

Da cosa viene il vostro amore per certe sonorità, siano esse death, d beat o crust? Quali sono i gruppi a cui vi ispiravate agli inizi e quali invece pensi possano essere le maggiori influenze degli Acephalix oggi?
È difficile dire le influenze degli Acephalix adesso. Penso che ora dopo 10 anni l’influenza degli Acephalix sono gli Acephalix. Conta che dal 2012 la band è stata inattiva fino al 2016, io mi sono concentrato sul mio gruppo Necrot e gli altri ragazzi hanno fatto altre cose anche non necessariamente legate alla musica. Inizialmente direi le maggiori influenza erano gruppi come Cro-Mags, Grave, Driller Killer, Discharge, Bolt Thrower. Kyle il chitarrista è anche un grande appassionato di blues e Rock’n’roll.

Luca tu sei italiano ma stai fisso ad Oakland, quali pensi siano le maggiori differenze tra la scena hardcore punk e metal undergrognd italiana (se hai avuto modo di conoscerla) e quella americana?
È molto diverso come è vissuta la musica qui. Nella Bay Area il punk e metal sono sempre esistiti sia a livello underground che a livello main stream. Non è stata una fase con un picco a un certo punto che poi è calato, non è mai calato. La gente va ai concerti, ci sono concerti di continuo e locali di ogni livello dai bar, al club più grande, all’arena ma anche allo scantinato di casa di qualcuno o la warehouse dove fanno concerti in maniera diciamo abusiva. Fa parte della cultura e anche lo stile di vita permette alle persone di potersi dedicare più seriamente alla musica in generale anche a livello underground. A partire dall’organizzazione delle sale prove dove affitti una stanza per tutto il mese dove puoi tenere la tua strumentazione e trovare il tuo suono, la possibilità di comprare un furgone a poco e poterlo parcheggiare senza problemi per la strada o anche la flessibilità sul lavoro che permette a band non professioniste di andare in tour ed avere giorni liberi per poterlo fare senza perdere il posto. La scena è molto unita ma è facile fare le cose sulla west coast perché come ti ho detto tantissima gente va ai concerti e supporta i gruppi.

Negli ultimi anni il death metal, precisamente quello più marcio legato alla vecchia scuola del genere, sembra aver trovato una seconda vita, con molti nuovi gruppi che si interessano a certe sonorità. A cosa credi sia dovuta questa sorta di rinascita? Ma soprattutto cosa significa per te e per gli Acephalix suonare death metal nel 2019?
Noi suoniamo death metal da più di 10 anni. Io ho 3 gruppi Necrot, Acephalix e Vastum, tutti gruppi death metal. In totale ho fatto uscire 11 Lp tutti death metal da quando son qui. A me fa piacere che ci sono sempre più gruppi che si interessano e suonano lo stile old school di death metal, il problema è che molti gruppi non durano e così è difficile fare le cose se non dai continuità ai tuoi progetti. Ho visto gruppi spettacolari underground negli anni che adesso non suonano più ed è un vero peccato. Per me suonare death metal è una scelta di vita, sono venuto negli States a 21 anni e mi sono lasciato tutto dietro per poterlo fare e continuerò a farlo. Il mio gruppo più attivo sono i Necrot con più di 100 concerti l’anno in America, Europa,Australia etc. Che ci sia ancora interesse per il death metal nel 2019 non mi sorprende, perché è uno stile di musica assoluto a livello musicale ed è lo stile di musica che meglio rappresenta la realtà in cui tutti viviamo. Acephalix per quanto sia una band a cui sono molto legato non facciamo granché, addirittura per anni non abbiamo fatto niente. Adesso è più un progetto dove registreremo un disco ogni tanto e faremo qualche concerto ma in numero molto limitato. Purtroppo alcuni dei membri del gruppo non hanno molto tempo da dedicargli e fu questa pure la ragione dei 4 anni di inattività fra il 2012 e il 2016.

Prossimi progetti in casa Acephalix? Nuovo album, prossimo tour, ecc.? Avete per caso in mente di venire a suonare in Italia?
Nel futuro registreremo qualche pezzo per uno spilt o un EP. Chi ci ha visto in Italia nel 2011 se lo ricorda ancora spero, ma non penso riusciremo a tornare in Europa per un tour così lungo. Come ho detto prima non c è la possibilità per alcuni dei membri di dedicare molto tempo alla band. Cmq mai dire mai, a me farebbe piacere.

Voi come Acephalix e tu come singolo, vi sentite parte di una cosidetta scena death metal locale e/o mondiale? Ha ancora senso secondo te parlare di scena oggigiorno? Se si, quali sono gli aspetti positivi e quelli negativi del far parte di una determinata scena?
La scena è tutte le persone coinvolte nel supportare e promuovere la musica estrema in generale. Dalle band a gli organizzatori a chi fa le recensioni, alle etichette, a chi registra, a chi fa i suoni live, a chi fa le foto a chi viene ai concerti etc. Senza la scena non ci sarebbe tutto questo. Poi dipende cosa intendi per scena. A volte la “scena”viene intesa come un gruppo ristretto, una specie di élite formata da un determinato gruppo di persone che si veste in una certa maniera o ascolta determinati gruppi e si sente speciale. Questa è una stronzata secondo me che divide invece di unire. Per me chiunque partecipa in qualsiasi modo a far si che la musica estrema, che sia metal, punk, grind o crust o quel che sia continui a essere rilevante fa parte della scena. Quindi si la scena per quel che la intendo io c’è ed esiste a livello mondiale.

Oltre a suonare il basso negli Acephalix sei impegnato con altri due gruppi, i Necrot e i Vastum, due delle migliori realtà death metal degli ultimi anni. Cosa puoi dirci di questi altri tuoi progetti? Quali sono le maggiori differenze tra suonare negli Acephalix e suonare nei Necrot o Vastum?
Suonare nei Necrot è diverso semplicemente perché è una band a tempo pieno. Siamo in tour per mesi all’anno ed è realmente una scelta di vita che condiziona tutto il resto. Pianifichiamo tutto l’anno in advance, i tour, periodi dove scriviamo pezzi nuovi, quando registriamo. A volte partiamo e torniamo a casa dopo 3 mesi. Suonare con gli Acephalix o con i Vastum è molto più come avere dei progetti che prendono solo un po’ del mio tempo ma di per se non pregiudicherebbero lo svolgimento di una vita “normale” cosa che con i Necrot non è possibile perché i Necrot diventano la vita e la normalità non esiste più.

Sei libero di concludere l’intervista come meglio credi carissimo Luca! Grazie mille per il tempo che mi hai dedicato, Disastro Sonoro supporta gli Acephalix, i Vastum e i Necrot, lunga vita la death metal!
Grazie per l’intervista e spero di non avervi annoiato troppo con tutte queste informazioni sulle mie band. Andate ad ascoltarle se non le conoscete. Un saluto da Oakland!

Ragana – You Take Nothing (2017)

Le Ragana, duo tutto al femminile proveniente da quel di Oakland, possono forgiarsi del titolo di “Primo gruppo straniero a venir recensito sulle pagine di Disastro Sonoro” (pensa che gran culo eh) e devono assolutamente sentirsi onorate di ciò visto che hanno vinto la “concorrenza” di band quali Odio, Exit Order, Ratas Negras e Torso. La recensione di questo “You Take Nothing” dopotutto ha preso vita da sè durante l’ascolto dell’album, ha assunto le sue sembianze brano dopo brano trascinandomi in un viaggio dominato dall’oscurità impenetrabile; oscurità da cui ha preso forma, attraverso un estenuante flusso di coscienza, la suddetta recensione che ora avrete la fortuna di assaporare. Era quindi d’obbligo riportare sotto forma scritta tutto ciò che aveva cercato di assumere una sembianza all’interno della mia testa durante l’ascolto prolungato e per nulla semplice di questo splendido “You Take Nothing”.

Nel folklore e nella tradizione popolare della regione baltica, e principalmente in terra lettone e lituana, il termine “Ragana” viene usato per identificare un’antica dea distruttrice e al tempo stesso rigeneratrice attraverso la capacità di dominare la magia oscura, anche per questo infatti viene descritta più volte come la “dea delle streghe”. “Ragana” viene rappresentata in differenti e molteplici modi a causa della sua natura polimorfa e cangiante e può assumere quindi le sembianze tanto di una giovane donna sensuale quanto quelle di una creatura terrificante e infernale, così come può presentarsi sotto forma di vecchia deforme e scheletrica oppure prendere le fattezze di un animale selvatico delle foreste. Questa natura cangiante e polimorfa descrive al meglio la proposta musicale di questo duo di Oakland, mai banale, mai scontata, mai prevedibile. Le nostre due streghe (Maria e Nicole) celate dietro il misterioso e affascinante monicker “Ragana” si dimostrano quindi al tempo stesso, con la loro musica, abili distruttrici provenienti dall’oscurità più impenetrabile tanto quanto dee primordiali capaci di far emergere dagli abissi della distruzione un vago sentore di quiete e speranza, di libertà primordiale e selvaggia. Quiete e tempesta, distruzione e tenue speranza di salvezza, questo sono le Ragana, questo è il concentrato di “You Take Nothing”. Non starò qui a parlarvi di tutte e sei le tracce che ci accompagneranno in questo viaggio in modo specifico e profondo, ma credo sia mio dovere provare a descrivere ciò che vi ritroverete ad ascoltare su questa ultima fatica delle Ragana anche parlando nel dettaglio di quei brani che mi hanno colpito maggiormente.

Nella seconda traccia To Leave si alternano melodie post-rock che ricordano gli ultimi Soror Dolorosa e sferzate di chitarra di chiara matrice Black Metal old school che irrompono devastanti iniziando a dipingere paesaggi nordici dominati da foreste innevate attraversate dal vento gelido che scheggia i volti come solo i Darkhtrone di “A Blaze in the Northern Sky” o gli Ulver del capolavoro “Kveldssanger” hanno saputo fare. I momenti più calmi e rallentanti richiamano in più di un’occasione tanto le divagazioni più atmosferiche del Black Metal quanto la forte influenza post-rock/shoegaze fatta fiorire in maniera sublime dalla decadenza esistenziale di Neige e di tutte le cangianti forme, gli Alcest su tutti, che il suo estro creativo ha saputo assumere in questi anni. Credo di non esagerare nel ritenerla la traccia più completa ed emozionante di questo “You Take Nothing”, nonchè la traccia che rappresenta probabilmente al meglio tutte le influenze e le caratteristiche che rendono la proposta delle Streghe di Oakland estremamente personale ed interessante.

La successiva Winter’s Light viene introdotta dalla litania recitata da Maria che in questo caso indossa i panni della sacerdotessa dannata che ci inizia ad un rituale occulto di magia nera, il tutto avvolto da un’atmosfera profondamente pagana e pregna di energia primordiale. La batteria martellante rende perfettamente l’idea di trovarsi immersi in un rituale tribale e sciamanico, così come i rallentamenti e le melodie della chitarra risultano perfetti nel conferire a questa scena una sensazione a tratti psichedelica. Una traccia forse meno ancorata agli stilemi più classici del black metal e che invece rende manifeste le radici doom-sludge e neo/dark-folk anch’esse evidentemente presenti nel suono delle Ragana e parte del loro background musicale, rendendo ancora una volta originale e personale la loro proposta che non risulta mai prevedibile o scontata.

La conclusiva titletrack può essere considerato l’inno nichilista definitivo delle Ragana, dominato anch’esso da un costante alternarsi di sezioni rallentate a tratti atmosferiche e accelerazioni opprimenti sulle quali, in un crescendo di angoscia, si stagliano grida a tratti screamo che ripetono incessantemente come fosse un mantra mistico la frase “You Take Nothing” e che intorno alla parte finale del brano si tramutano in una litania luciferina recitata magistralmente dalla voce sensuale e al contempo sinistra di Maria, cantante e chitarrista del gruppo. “Doomy atmospheric black metal” può essere solamente questo il riassunto della traccia in questione.

E’ ben evidente, e costante per tutta la durata dell’album, l’influenza di mostri sacri del Black Metal statunitense nella musica, costantemente avvolta dall’oscurità impenetrabile, delle Ragana, basti pensare ai Leviathan per quanto riguarda le parti più ambient e atmosferiche o a Xashtur invece per quanto riguarda i richiami continui a quel filone definito da più parti “Depressive Black Metal”. Oltre a ciò da sottolineare il fatto che tutto l’album è pervaso , oltre che da una atmosfera costante di oscurità soffocante, da una sensazione di libertà selvaggia e primordiale, che ben si sposa con l’immagine che vuole evocare la musica delle nostre due streghe celate dietro il nome “Ragana”, ossia i paesaggi e le immense foreste che dominano la costa nord-ovest del Pacifico, tanto desolate quanto brulicanti di energie primitiva e di elementi pagani, tanto impenetrabili e solitarie quanto attraversate da un vento ancestrale che porta con se racconti tribali di libertà estrema. Menzione a parte per la splendida copertina che accompagna “You Take Nothing”. Guardando l’artwork in copertina ci si sente immediatamente trasportati nei paesaggi boschivi descritti sopra e si prova quella sensazione di libertà estrema e selvaggia sempre minacciata però dall’incombente oscurità e desolazione, sempre minacciata dall’idra capitalistica che devasta e saccheggia i territori. E’ anche per questo che al di là del discorso musicale, le nostre due streghe anarchiche di Oakland continuano a ribadire che il loro principale interesse è continuare a combattere al fine di realizzare la totale distruzione del capitalismo. Le Ragana sono le radici che emergono dall’oscurità delle foreste della costa nord-ovest del Pacifico per distruggere il capitalismo e tutti suoi falsi miti. E questo “You Take Nothing” è il loro incantesimo distruttore, è il fuoco che brucerà questo mondo nelle sue profondità. Lunga vita alle streghe di Oakland!