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A Blaze in the Northern Sky #05

Quinto appuntamento con la rubrica più amata dagli/dalle amic* di compagn* satana, della rivoluzione sociale e della lotta di classe e più odiata dai seguaci degli Absurd, dalla restante feccia NSBM e dagli ambigui simpatizzanti e collaboratori dei nazi all’interno della scena black metal! Ancora una volta si parlerà di alcune delle più interessanti uscite recenti in ambito black metal di band accomunate da un solo criterio: prendere le distanze dalla merda NSBM, razzista e omo-transfobica/sessista che impesta la scena del metallo nero. Oggi parleremo infatti dei nuovi dischi dei tedeschi Toadeater, dei finlandesi Havukruunu (vecchie conoscenze di A Blaze in the Northern Sky) e del progetto greco Mystras, tutte band e individualità che in modalità diverse hanno scelto in modo netto e sincero il lato della barricata ove posizionarsi, il lato della barricata in cui non si lasciano spazio di agibilità ai fascisti, i quali si combattono con ogni mezzo necessario. O anche solamente il lato della barricata in cui non si hanno rapporti e non si collabora con i nazi all’interno della scena del metallo nero, che per una sottocultura come quella del metal estremo è già qualcosa. Alcune band e individualità di cui vi parlerò sono inoltre mosse da sincere tensioni di rivolta contro ogni forma di oppressione e discriminazione e vedono anche nel black metal un mezzo per opporsi e lottare contro le derive nazi-fasciste, razziste e autoritarie, o contro la sempre più pesante oppressione dell’esistente capitalista sulle nostre vite.  Quindi non perdiamo altro tempo e addentriamoci in questo viaggio oscuro e infernale in compagnia di tre dei migliori dischi black metal del 2020!

We are a blaze in the northern sky, the next thousand years are ours! Ancora una volta per il black metal, per l’insurrezione!

Toadeater – Bit to Ewigen Daogen (2020)

𝔄𝔥𝔢𝔞𝔡 𝔬𝔣 𝔲𝔰 –
𝔳𝔢𝔫𝔤𝔢𝔣𝔲𝔩 𝔴𝔯𝔞𝔱𝔥
𝔍𝔲𝔰𝔱 𝔱𝔥𝔢 𝔟𝔢𝔤𝔦𝔫𝔫𝔦𝔫𝔤 𝔬𝔣 𝔬𝔲𝔯 𝔪𝔦𝔰𝔢𝔯𝔞𝔟𝔩𝔢 𝔭𝔞𝔱𝔥

Partiti nel luglio del 2018 con un demo caratterizzato da sonorità definibili come “blackened hardcore”, oggi i tedeschi Toadeater hanno cambiato quasi completamente le proprie sembianze, evolvendosi ed evolvendo la propria proposta in un post-black metal attraversato da pulsioni riottose, capace di alternarsi tra momenti atmosferici, interessanti trame melodiche e devastanti quanto sofferte sfuriate di puro metallo nero. Un’evoluzione interessante e che con questo nuovissimo Bit to Ewigen Daogen mostra una band giunta ad un livello di maturita e qualità compositiva estremamente sopra la media, oltre a presentarci una proposta quanto più personale possibile e assolutamente di impatto che difficilmente passa senza colpire nel segno. L’attitudine hardcore riaffiora qua e la in alcuni passaggi, nonostante le sonorità del gruppo ormai abbiano virato totalmente verso lidi e territori esclusivamente black metal, con un tripudio di tremolo picking, blast beats e un’interessante varietà nell’interpretazione vocale che spazia dal classico screaming sofferto e annichilente, a parti cantate e pulite dai toni epici che mi hanno ricordato addirittura i Summoning. L’atmosfera generale costruita dalle cinque tracce oscilla sempre tra momenti in cui tuonanti tempeste e selvaggi assalti black metal ci inghiottono senza pietà e passaggi dalle tinte atmosferiche che disegnano labili istanti di quiete, mentre le sensazioni che ci logorano dall’interno nel corso dell’ascolto di Bit to Ewigen Daogen, si alternano tra una lancinante sofferenza, un malessere esistenziale che sembra non trovare sfogo e una viscerale tensione anarchica alla rivolta contro questo mondo di oppressione e sfruttamento. I Toadeater si dimostrano estremamente bravi a modellare il proprio sound e a costruire le atmosfere giuste al fine sorreggere le tematiche affrontate nelle liriche, dalla critica al progresso capitalista volto unicamente al profitto e dunque all’alienazione delle nostre esistenze (Conquering the Throne), fino a giungere alla presa di coscienza della devastazione ambientale e della distruzione dell’ecosistema sempre in nome del profitto (Crows and Sparrows). Un disco di post-black metal in cui c’è davvero tutto e niente suona fuori posto, in cui ogni elemento trova la sua perfetta dimensione: atmosfere, epicità, furia cieca e selvaggia, assalti all’arma bianca, sofferenza e rabbia si alternano e si intrecciano costantemente, dando vita ad un disco di black metal intenso e devastante come non se ne vedeva da un pezzo. Sicuramente Bit to Ewigen Daogen rappresenta una delle migliori uscite di questo 2020 e i Toadeater dimostrano definitivamente di essere una delle realtà più interessanti e convincenti di tutta la scena black metal europea. Abbiamo raggiunto il punto di non ritorno… è ora di vedere questo mondo bruciare!

 

Havukruunu – Uinuos Syömein Sota (2020)

“La luce del fuoco si sta spegnendo. I volti attorno al fuoco sono ombre”

Gli Havukruunu appaiono sotto le sembianze di una tempesta di black metal pagano pronto ad inghiottire il giorno in un’oscurità eterna, una notte senza fine dominata da forze ancestrali, entità pagane e creature selvagge che danzano tra le sacre fiamme del metallo nero. 

Mente la notte impenetrabile cala sulla foresta innevata, mentre il fuoco si sta lentamente consumando rendendo labile il confine tra il mondo reale degli uomini e quello delle ombre, i finlandesi Havukruunu irrompono furiosamente e solennemente con Uinuos Syömein Sota, un nuovo intensissimo lavoro di heavy/black metal attraversato da tensioni pagane e atmosfere epiche. La proposta degli Havukruunu è attraversata costantemente da una carica rituale unica, enfatizzata soprattutto dalle atmosfere epiche ed oscure che aleggiano sopra ogni brano, quasi a voler evocare tempi ancestrali e forze naturali primitive, tempi passati dominati da divinità della natura di cui ormai si son dimenticati i nomi. La musica degli Havukruunu è ancora una volta ispirata e attraversata in profondità da un paganesimo di tradizione finnica, un paganesimo che da tempi ancestrali si è trovato a confrontarsi costantemente con una natura selvaggia ed estrema, tanto ostile quanto intrigante, e abitato da primordiali forze oscure. Il black metal pagano suonato dagli Havukruunu rappresenta ancora una volta la sintesi perfetta dei Bathory più epici, dei Primordial più oscuri e battaglieri e dei Moonsorrow più pagani, dunque l’ascolto di questo Uinuos Syömein Sota ci fa immergere in atmosfere oscure, in grado di evocare tanto paesaggi dominati da una natura selvaggia brulicante di forze primordiali quanto scenari guerreschi di tempi ancestrali. Al contrario delle sensazione trasmesse dalla musica, le liriche degli Havukruunu si concentrano invece su tensioni interiori e preoccupazioni esistenziali. Quarantasei minuti suddivisi per otto brani che ci inghiottono nella loro atmosfera epica, oscura e pagana e ci fanno facilmente infatuare di questa ultima fatica in studio dei finlandesi. A mani basse, siamo al cospetto di uno dei migliori album black metal del 2020. Uinuos Syömein Sota è un disco sinceramente dedicato ai venti che soffiano nell’estremo nord del cuore di ogni individuo!

Mystras – Castles Conquered and Reclaimed (2020)

Mystras è il nome del nuovo progetto solista di quella mente geniale che è Ayloss (già noto per l’attività negli splendidi e ben più noti Spectral Lore) e con questo esordio intitolato Castles Conquered and Reclaimed ci propone un black metal di ispirazione medievale, attraversato da una profonda tensione insurrezionale che si infrange dirompente contro ogni gerarchia e autorità. La colonna sonora perfetta dunque per accompagnare l’assalto della plebe armata ai castelli e ai palazzi dei signori, nove inni di rivolta contro lo sfruttamento e l’oppressione, cinque agguati di black metal furioso e primordiale stemperati e inframezzati da quattro momenti strumentali in cui dominano le atmosfere e le melodie folk medievali.   Musicalmente Castles Conquered and Reclaimed si avvicina in maniera estremamente convincente a quel capolavoro che fu Dark Medieval Times dei Satyricon, con melodie e atmosfere folk di profonda tradizione medievale ad accompagnare e attraversare l’intera proposta di Mystras, una proposta che si erige magistralmente sulle coordinate di un black metal tempestoso e gelido di classica tradizione norvegese. Anche la registrazione stessa del disco ha un forte sapore di “trve norwegian black metal“, soprattutto per il fatto di essere infarcita di riverberi e per la sua natura profondamente lo-fi, spesso dando l’impressione di essere volutamente caotica e imperfetta nei suoni quando gli assalti black divampano in tutta la loro efferatezza e malignità. Inoltre molte delle melodie folk, ottimamente interpretate dal violino e dal flauto, che stemperano le sfuriate black metal sono prese direttamente dalla tradizione musicale medievale europea come nella traccia “Ai Vist lo Lop“. A livello di tematiche generali affrontate nel corso del disco, Ayloss sostiene di voler andar controcorrente rispetto alla narrazione storica incentrata sulle gesta e le figure dei re, dei cavalierie e dei signori, ponedo invece l’attenzione sul coraggio e il valore delle masse contadine e della plebe sfruttata che sempre sono insorte in nome della libertà, spesso pagando con la propria vita. Infine l’artwork di copertina, nella sua totale approssimazione, riesce comunque a risultare affascinante, nonchè a trasmettere un sapore fortemente diy e old school. All’assalto dei castelli dei signori e del loro mondo fatto di oppressione e sfruttamento, affinchè non ne rimangano nemmeno le macerie, mentre gli sfruttati danzeranno festosi nella notte tra le fiamme della gioia e al ritmo del medieval black metal suonato dal menestrello infernale Mystras. 

Dead to a Dying World – Elegy (2019)

 

Stando alle parole stesse degli A Dead to a Dying World questo terzo lavoro in studio intitolato “Elegy vuole essere una sorta di premonizione di un mondo post-umano attraverso l’esplorazione di sensazioni come la perdita, lo smarrimento e il dolore. Avventurarsi nell’ascolto delle sei composizioni che compongono “Elegy” assume presto le sembianze di un’esperienza di un viaggiatore solitario che vaga in un mondo sopravvissuto alla catastrofe ambientale e che all’orizzonte vede sorgere l’alba di una nuova era ecologica. Un po’ come il famoso viandante sul mare di nebbia, la sensazione di estasi dinanzi alla magnificenza e al sublime della natura ci travolgerà nel corso dei sei brani e ci troveremo a contemplare la maestosità dei paesaggi dipinti ed evocati dalla polimorfa musica suonata dai Dead to a Dying World, una musica in costante tensione tra la quiete e la tempesta, nonchè un disco che vive di contrasti e sfumature, di atmosfere malinconiche e di disperati e tumultuosi assalti dal sapore black metal. “Elegy” dei Dead to a Dying World, in qualsiasi modo lo si voglia leggere o interpretare, è una perla di rara bellezza all’interno del panorama musicale estremo odierno. Ma cerchiamo di andare con ordine e di orientarci in questo turbinio di emozioni e suoni cangianti.

L’intero lavoro prende dunque la forma di una riflessione profonda della relazione tra l’uomo e la natura, esplorando tale rapporto nel passato, nel presente e sopratutto nell’imminente futuro. Inoltre “Elegy” è connotato da una forte impronta ecologista, trattando la questione della devastazione ambientale e dell’antropocene che ha già segnato l’inizio della sesta estinzione attraverso un’ottica che vede come responsabile della catastrofe ecologica che stiamo attraversando e che si annuncia ancora più terribile nel futuro più prossimo, la fame di profitto e di risorse naturali dell’economica capitalista.

Il sound dei texani Dead to a Dying World (che loro stessi definiscono elemental dark metal) è come un dipinto ad acquerello, in cui le varie tonalità e sfumature di colore si mescolano e contaminano senza però mai perdere completamente la loro identità. Così accade per le differenti anime che attraversano le sei composizioni sontuose di questo “Elegy”, costantemente in tensione verso burrascosi momenti black metal e passaggi in cui vengono dipinti in maniera epica momenti di calma apparente o di quiete sognante grazie a intermezzi ambientali e atmosferici, il tutto comunque dominato da una profonda e intima venatura malinconica sempre presente nel sound dei nostri. Nel corso dell’album ci imbattiamo anche in melodie e arpeggi di natura post-rock che conferiscono un’ulteriore e personale sfumatura all’insieme, così come passaggi ambient o altri ancora contraddistinti da sonorità folk tese verso paesaggi a metà strada tra toni sublimi ed epici e tensioni apocalittiche. Infine impossibile non venire ammaliati dalle melodie malinconiche ma al tempo stesso sognanti create con maestria dalla viola (suonata da Eva Vonne) che tolgono letteralmente il fiato per quanto riescono ad essere evocative, trasmettendo sensazioni di labile calma e di nostalgica rassegnazione dinanzi alla presa di coscienza della maestosità della natura e della finitezza dell’essere umano.

Le vocals che principalmente si alternano tra una femminile (Heidi Moore) e una maschile (Mike Yeager), che vengono supportate su questo album dalla presenza di ospiti del calibro di Jarboe o Thor Harris (entrambi ex Swans) tra gli altri, enfatizzano tutto quello che abbiamo detto finora sul sound dei Dead to a Dying World grazie alla loro interpretazione profondamente evocativa nei momenti di quiete, così come prontamente lancinanti quando si lasciano andare ad uno screaming sofferente per accompagnare gli assalti black metal.

Le sei composizioni sono ben bilanciate, alternandosi tra tracce dalla lunga durata (tutte superiori ai dieci minuti) e monolitiche nella loro evoluzione e intensi quanto brevi intermezzi finalizzati a smorzare la tensione generale dell’album e a concedere oscuri momenti di quiete. Il primo di questi intermezzi è rappresentato da “Syzygy“, brano posto ad introduzione del disco, una litania dalle tinte scure e in cui fa subito capolinea la vena malinconica che contraddistingue la proposta dei Dead to a Dying World, enfatizzata dall’interpretazione evocativa delle vocals ad opera di Mike. La successiva “The Seer’s Embrace” irrompe improvvisamente come una tuonante tempesta in cui la voce di Mike si alterna tra growl cavernosi e un sofferto screaming black metal e con le melodie della viola a sottolineare nuovamente l’atmosfera malinconica. L’intero lavoro si dirama, come già detto, su queste due strade, una tesa verso l’esplosione di burrasche e tormente che sembrano non aver fine e l’altra che cede al richiamo intimo di una tranquillità effimera quanto sognante.

In modo simile all’esperienza avuta con lo splendido “Sequestered Sympathy “ degli Exulansis, l’ascolto di questo “Elegy” trasmette sensazioni degne del romanticismo artistico e letterario, evocando quella reazione di inquietudine e stupore dell’uomo che si trova a contemplare estasiato la sublime maestosità (tanto affascinante quanto brutale) della natura,  prendendo consapevolezza del suo essere finito e insignificante di fronte alla magnificenza dei paesaggi naturali che si distendono infiniti davanti ai suoi occhi increduli. È infatti un disco che a partire dal bellissimo artwork di copertina permette di viaggiare con la mente, facendoci immaginare di star percorrendo paesaggi montani che svettano imperiosi avvolti dalle nuvole, foreste primigenie dominate da forze ed entità naturali o sulla cima di scogliere a strapiombo su un oceano agitato che ruggisce riecheggiando nel vento, preannunciando una tempesta senza fine e che non lascerà scampo.

Gli stessi colori e sfumature che dominano l’artwork di copertina richiamano, a mio avviso, le differenti pulsioni e le molteplici tensioni che attraversano e animano la musica dei Dead to a Dying World, dalle melodie degli archi che sottolineano i momenti più malinconici e decadenti, alle sfuriate di chitarra con il riffing sempre serratissimo ad enfatizzare le brevi quanto letali incursioni in territori (post) black metal accomunabili ai Wolves In The Throne Room o agli ultimi Downfall of Gaia , il tutto ritornando sempre a quel porto sicuro rappresentato da un muro sonoro che si dirama lungo cordinate doom-sludge e in cui i rallentamenti, le atmosfere, i momenti ambientali e le divagazioni folk la fanno da padroni assoluti.

Giunti ormai alla conclusione di questa “recensione”-viaggio, Il solitario viandante che si imbatte nella musica di“Elegy” sarà dunque improvvisamente assalito da uno stato d’animo di completa estasi e di vaga inquietudine dinanzi  alla magnificenza e ai sublimi paesaggi dipinti dalla musica dei Dead to a Dying World. Un album di una bellezza e di una sensibilità rarissime e certamente tra i migliori pubblicati lo scorso anno, un’esperienza intensa in costante tensione tra momenti di quiete effimera e improvvise quanto ruggenti tempeste che travolgono senza pietà.

A Blaze In the Northern Sky

BLACK METAL IST KLASSENKRIEG. WE ARE A BLAZE IN THE NORTHERN SKY, THE NEXT THOUSAND YEARS ARE OURS!

In autunno alcuni carissimi compagni, conoscendo la mia spassionata passione e devozione per il black metal e la mia totale avversione per ogni forma di ingerenza nazi-fascista all’interno della scena metal estrema, mi hanno tirato in mezzo in un collettivo dal nome tanto affascinante quanto criptico: Semirutarum Urbium Cadavera, un collettivo devoto a Satana, al Black Metal e alla lotta di classe anarchica. L’obiettivo che ci poniamo è semplice: la totale distruzione del NSBM e di tutta la merda ambigua che gira all’interno della scena del “metallo nero”.

Questa premessa per dire cosa? Semplicemente come spunto per introdurre l’argomento di questo articolo, ossia una breve rassegna su quelli che ritengo essere stati tre ottimi dischi di black metal  usciti nel 2019 e che nulla hanno a che fare con merda ambigua (qualcuno ha detto MGLA?), fascista o sessista/omofoba e che, se proprio non rientrano perfettamente nel filone “Red & Anarchist Black Metal”, certamente sono vicine ad un certo modo di intendere il black metal e in generale la scena estrema e underground.

Falls of Rauros – Patterns In Mythology

“Sunlight on the Coast”, dipinto del pittore Winslow Homer fa da copertina a questo nuovo lavoro in casa Falls of Rauros intitolato “Patterns in Mythology”, album che riesce allo stesso tempo nell’impresa di suonare come il perfetto punto di incontro tra “Vigilance Perennial” e quel capolavoro del 2011 che fu “The Light That Dwells in the Rotten Wood” e come un’ulteriore evoluzione e maturazione del suono proposto dal quartetto proveniente dal Maine. Il sound proposto dai Falls of Rauros affonda nuovamente le sue radici nel black metal atmosferico, con influenze che vanno ricercate negli Agalloch, in Panopticon e nei Wolves In The Throne Room, ma questa volta viene messa ancora più in risalto l’apertura verso passaggi che si posizionano a metà strada tra soluzioni folk/americana e melodie post-rock. Il disco si apre con la breve intro “Detournement”, capace immediatamente di creare quell’atmosfera di tensione come se si stesse scorgendo all’orizzonte la tempesta che lentamente si sta avvicinando. Questa crescente tensione deflagra come un roboante tuono che squarcia il cielo nella successiva “Weapons of Refusal” (una delle migliori tracce di “Patterns in Mythology”), traccia in cui lo screaming alternato di Aaron e Jordan ed il riffing riescono a creare un’aura di epicità unica. E’ proprio nel bel mezzo di “Weapons of Refusal” che abbiamo il primo intermezzo acustico che flirta tanto con il folk americano quanto con melodie di natura post-rock, passaggio che appare come una labile quiete momentantea prima che la tensione torni a crescere e la tempesta ad inghiottirci, il tutto condito in maniera magistrale da un assolo da brividi. L’apertura acustica della terza traccia “New Inertia” sembra ancora una volta aver portato la calma, come se il cielo si stesse rischiarando e i raggi di un tenue sole siano pronti a trafiggere le nuvole scure che però ancora minacciano pioggia e fulmini. Questi primi due brani riescono ad evocare in maniera sognante la forza primitiva, tanto distruttrice quanto creatrice, degli elementi naturali che ci circondano, questo grazie anche al sapiente alternarsi di travolgenti cavalcate black metal e momenti acustici e più melodici che donano all’intero “Patterns in Mythology” un’atmosfera di assoluta epicità e maestosità. La conclusiva “Memory at Night” rappresenta probabilmente al meglio il sound e la tensione che i Falls of Rauros hanno saputo costruire su questo splendido disco: la linea di basso che apre la traccia annuncia per l’ultima volta la tempesta incombente che raggiunge il suo apice di tensione a circa metà brano per poi abbandonarsi ad una conclusione affidata alle chitarre acustiche capaci di dipingere un quadro di quiete, questa volta non più apparente, che ha lo stesso identico sapore dell’aria dopo il temporale. La tensione tra calma e tempesta è una costante che si ripete all’interno del black metal atmosferico dei Falls of Rauros e questa volta i nostri riescono a renderla ancora più palpabile e maestosa. Assurdi.

 

No Sun Rises – Ascent/Decay

“We are against fascism, racism, sexism, homophobia, and every other kind of oppression!
Fuck NSBM! Fuck nazi-sympathy!” Son queste le bellissime parole che possiamo leggere nella biografia di bandcamp dei No Sun Rises, gruppo di Munster (Germania) impegnato a suonare un mix di post-black metal (atmosferico) e blackened crust e che non si fa troppi problemi a prendere netta posizione contro tutta quella merda nazi-fascista, ambigua o simpatizzante che gira all’interno della scena black metal, pur sapendo bene che prendere posizione, oggi più che mai, significa farsi terra bruciata attorno. Ma Disastro Sonoro, così come i No Sun Rises, la terra bruciata la vuole vedere solamente attorno ai gruppi NSBM e vuole vedere le fiamme inghiottire i locali che fanno suonare simile merda. Passando a parlare della prima vera e propria fatica in studio dei No Sun Rises intitolata “Ascent/Decay”, quello che ci troveremo ad ascoltare nelle cinque tracce più intro che compongono il disco sarà, come detto poc’anzi, un mix perfetto, interessante e in buona parte personale di post-black metal dalle tinte atmosferiche e soluzioni tendenti all’universo blackned/neo crust che potrebbe ricordare a più riprese i Downfall of Gaia da “Atrophy” in poi, così come gli Iskra nei momenti più tirati e black e gli Ashbringer nei passaggi più atmosferici. L’intro che apre “Ascent Decay” e che ci accompagna alla successiva “Reproduktionismus” si conclude con il fragore di un tuono che preannuncia un temporale oramai imminente. E da questo momento in poi, addentrandoci nel disco, ci ritroveremo proprio come inghiottiti da una tempesta che infuria selvaggia e sembra non aver intenzione di placarsi, ma che sa alternane in maniera ottimale momenti atmosferici a scorribande all’arma bianca in territori propriamente black metal. “Towards Sundown” deflagra immediatamente in una cavalcata e in un riffing puramente black metal accompagnato dal primitivo screaming di Jonas, per poi aprirsi ad un intermezzo lento e atmosferico su cui si staglia solamente una voce femminile che recita qualcosa in tedesco, lingua madre dei nostri. La traccia riprende con un momento più tendente al crust, tanto nelle vocals quanto nella melodia e nel riff principale, che crea la tensione perfetta per sfociare nuovamente in una serratissima cavalcata black metal a la Iskra in cui a farla da padrona sono le due chitarre e la batteria. Altra traccia con cui è stato immediato amore è la successiva “Thralldom”, che si dirama inizialmente su divagazioni dalle tinte atmosferiche prima di aprirsi in un riff dal vago sapore (neo)crust sorretto da un blast beat tipicamente black metal su cui si staglia il solito glaciale screaming di Jonas.”Ascent/Decay” si conclude con la maestosa “Maschinist”, quindici minuti in cui è racchiuso perfettamente il sound dei No Sun Rises in costante tensione tra la quiete dei passaggi più melodici e la tempesta evocata dagli assalti propriamente black, quindici minuti che terminano con una suite acustica e atmosferica. Quiete e tempesta. Ascesa e decadimento. Nessun sole sorge.

 

Downfall of Gaia – Ethic of Radical Finitude

Con questo “Ethic of Radical Finitude” i Downfall of Gaia rilasciano un disco più atmosferico e certamente più malinconico rispetto al precedente “Atrophy”, ma comunque sempre pronto ad aprire squarci di aggressività nell’atmosfera di apparente calma e decadenza creata dal sound ormai definitivamente virato su lidi definibili propriamente post-black metal. Il percorso musicale dei tedeschi li ha visti negli anni passare attraverso svariate influenze, dal post-metal al crust, sempre orientati però ad una rilettura personale e all’evoluzione del loro sound che sembra ormai essere giunto ad una maturazione interessante in questa sua versione di malinconico post-black metal che non disdegna melodie e passaggi atmosferici strumentali. Il nostro viaggio nell’etica della radicale finitezza dell’essere umano comincia con “Seduced By…” intro strumentale dai toni estremamente malinconici che però divampa nel travolgente riffing post-black metal della successiva “The Grotesque Illusion of Being” squarciato dal lancinante screaming di Anton che prende allo stesso tempo la forma di un lamento angosciante e di un urlo liberatorio di riscatto. Questo primo brano sottolinea già la formula da cui si diramano tutte e cinque le tracce che compongono “Ethic of Radical Finitude”: l’alternarsi di rallentamenti malinconici/melodici e momenti di aggressività di stampo puramente black metal, sopratutto nei riff e nella batteria, alternanza che sarà la costante di tutto il disco. “We Pursue the Serpent of Time”, brano dalla durata maggiore è un perfetto esempio della maturazione e del sound a cui sono giunti i Downfall of Gaia, il punto d’incontro ideale tra gli Altar of Plagues del fantastico “White Tomb” e gli Harakiri for the Sky più depressive e decadenti. Un’altra delle tracce più interessanti è senza ombra di dubbio “Guided Through a Starless Night” , brano che viene introdotto invece da una melodia che appare più sognante che malinconica, lacerata quasi immediatamente dal solito screaming straziante e dalla solita cavalcata black metal dal riffing e dal blast beat serratissimi, per poi lasciare spazio ad una voce femminile parlata che ci prende per mano e ci accompagna verso la successiva “As Our Bones Break to the Dance”.Ethic of Radical Finitude” si conclude con la malinconica “Of Withering Violet Leaves”, traccia che mostra, quantomeno nei primi secondi, gli ultimi vaghi richiami a sonorità post-metal sperimentate in passato dai tedeschi. I Downfall of Gaia di “Ethic of Radical Finitude” sono un gruppo finalmente sicuro dei propri mezzi che riesce a coinvolgere con costanza e fascino l’ascoltatore, al punto da farlo immergere completamente nel proprio muro di suono malinconico, rapirlo e trascinarlo giù negli abissi più isolati della natura umana e del decadimento dell’essere, in balia del tempo che scorre inesorabile disperso come foglie ormai appassite. Un disco che riesce ad esprimere perfettamente l’inquitudine interiore ed esistenziale che domina sulle nostre vite. Sedotti dalla grottesca illusione dell’essere, inseguiamo il serpente del tempo, guidati attraverso una notte senza stelle mentre le nostra ossa si infrangono sulla danza delle foglie appassite.