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Dropdead – S/t (2020)

 

Partiamo con alcuni, superflui, dati empirici. È infatti dal 1998 che i Dropdead non rilasciano un full lenght. Certo nel mezzo il vuoto è stato colmato da una serie di split degni di nota e di assoluto valore con nomi del calibro di Unholy Grave, Converge e Totalitar, ma si sentiva la mancanza di un lavoro dalla durata più sostenuta firmato esclusivamente dai Dropdead. Ed eccolo finalmente arrivato. La ricetta di partenza è sempre la solita: un hardcore punk veloce e furioso che spesso invade territori a volte riconducibili al powerviolence, mentre in altri momenti lambisce sonorità vagamente grind, ma che racchiude sempre dentro di sé tutta quell’attitudine in your face tipica dell’hardcore vecchia scuola e quello spirito battagliero intenzionato a non lasciare prigionieri e a sputarci in faccia tutto l’odio e la rabbia che ancora animano la musica del gruppo di Rhode Island. Forse l’unica nota mezza-stonata questa volta è l’iconica voce di Bob, dai toni sempre rabbiosi ma meno graffianti e urlati rispetto ad un tempo, capace certamente ancora di trasmettere lo spirito riottoso dei Dropdead ma senza essere lancinante come una volta nel prenderci a pugni la testa fino a sbriciolarla. Questo non dev’essere visto per forza come un lato negativo anzi, ma come una naturale “evoluzione” (passatemi il termine) per una band in giro da trent’anni e che, pur avendo ancora tanta rabbia da urlare in un microfono e da sputarci addosso, ora ha deciso di dare una nuova sfumatura al proprio hardcore, non perdendo comunque nulla i termini di attitudine e di sincerità con cui porta avanti le proprie idee. Probabilmente tutto questo è dovuto semplicemente al fatto che i Dropdead del 2020 non sono chiaramente quelli del 1998, il tempo scorre inesorabile per tutti e anche per un gruppo abituato da sempre a tirare velocissima la propria musica, ventidue anni senza rilasciate un disco completo si fanno sentire. Azzarderei inoltre a sostenre che i Dropdead di questo album sono si più anziani ma in senso positivo, ovvero più maturi, riuscendo nonostante il tempo che passa a trasmettere la stessa rabbia per questo mondo di merda e a condensare in ventitré tracce la coscienza politica e lo spirito di rivolta che li anima da sempre, oggi forse con un’irruenza più ragionata.

Già un mese fa i Dropdead avevano iniziato a farci assaporare alcune nuove tracce come “Prelude/Torches” e “Flesh and Blood”, singoli che permettevano di farsi un’idea abbastanza precisa, seppur generale, della qualità e dell’intensità che contraddistinguono anche questo terzo s/t album. Le ventitre tracce in cui ci imbattiamo, musicalmente si rifanno a quel devastante mix di hardcore, fastcore e powerviolence, marchio di fabbrica dei Dropdead dal giorno zero; questa volta però mostrano maggiori sfumature e continui cambi di stile, ma è proprio così che dovrebbe suonare un disco dei Dropdead nel 2020, almeno secondo la mia idea. Ci sono pezzi assolutamente devastanti e che trasudano attitudine hc e in your face da tutti i pori come On Your Knees, Only Victims o The Black Mask, mostrandoci quanto ancora ribolla la rabbia e la passione più sincera per un certo modo di intendere e suonare l’hardcore punk nel sangue dei Dropdead, una passione che nemmeno trent’anni di carriera possono scalfire. Per quanto riguarda invece l’aspetto lirico, questo nuovo self titled album rappresenta un quadro perfetto con cui i Dropdead attaccano, analizzano, prendono posizioni nette e vomitano tutta la rabbia verso questi tempi bui che stiamo vivendo a livello globale, ponendo l’accento e la propria attenzione su questioni di fondamentale importanza sociale come la devastazione climatica in nome del profitto più famelico e cieco del capitale, l’ascesa dell’estrema destra, lo sfruttamento animale (tematica da sempre centrale nelle liriche del gruppo di Rhode Island), gli orrori delle guerre mosse in nome degli interessi del capitalismo e molto altro ancora. La musica dei Dropdead non è solamente il concentrato della rabbia e della frustrazione dovuta a questi tempi bui che stiamo vivendo, ma vuole incarnare una viscerale e istintiva volontà di rivolta e di ribellione dinanzi a tutto questo. E non dovrebbe forse essere questo il più sincero obiettivo dell’hardcore punk?

Al di là di tutte le note positive come il ritorno su disco o la possibilità di godere di queste nuove ventitrè tracce, e delle poche, pochissime, note “negative” (passatemi nuovamente il termine) come le vocals di Bob che potrebbero lasciare l’amaro in bocca a molti affezionati delle urla lancinanti e selvagge di un tempo, avercene di gruppi dall’attitudine, dalla coscienza politica, della sincerità e dalla passione con cui suonano l’hardcore punk ancora oggi nel 2020 i Dropdead. Alla fine, se proprio dobbiamo tirare le somme, per quanto possa suonare per certi versi diverso da tutto ciò che hanno registrato fino ad oggi, questo terzo self titled album è ancora una volta un concentrato di mazzate annichilenti nello stomaco e di rabbia sincera contro tutta la merda che ci circonda, e non si poteva chiedere di meglio al gruppo di Rhode Island che si continua a dimostrare una sicurezza in termini di coerenza e attitudine.

L’hardcore è ancora una minaccia, l’hardcore è ancora un mezzo con cui minare questo esistente e farlo saltare in aria!

 

Yacøpsae – Timeo Ergo Sum (2020)

Powerviolence ist krieg, Fastcore Is Forever!

Timeo Ergo Sumletteralmente “ho paura quindi sono“, è il titolo dell’ultima fatica in studio dei tedeschi Yacøpsae rilasciata nel dicembre 2019, ed è‘ l’ennesima mazzata in pieno volto, l’ennesima scarica di pugni ad altezza stomaco, l’ennesima lezione di terrorismo sonoro e di violenza inaudita concentrate in 21 minuti di turbo-speed-violence!

Ventiquattro schegge di rumore impazzite, frenetiche e devastanti trafiggono le nostre orecchie e ci torturano nel profondo con una violenza brutale, privandoci di ogni forza ed energia vitale e senza lasciarci mezzo secondo per riprendere fiato. Gli Yacøpsae ci scaricano addosso ancora una volta il loro furioso fast-grind-violence in cui gli ingredienti principali sono un estremo e convulso powerviolence e un super-veloce fastcore, dove a farla da padroni assoluti sono sicuramente i blast beats onnipresenti e tritaossa (il tupa tupa di tracce come Kopflos e Vergessen sembra poter demolire qualsiasi cosa), un riffing frenetico ed apparentemente instancabile, stop & go ricorrenti (Niemandsland)  e delle vocals lancinanti  e abrasive che ci vomitano addosso un odio e una rabbia annichilenti. C’è spazio anche per brevi rallentamenti e momenti meno frenetici, come da tradizione per quanto riguarda il powerviolence suonato dai tedeschi, ma la sensazione arrivati alla fine del disco è quella di aver preso tante di quelle mazzate da fare fatica a respirare e non avere nemmeno le forze per reggersi in piedi. Tracce come al solito dalla breve durata e assestate su ritmi velocissimi, scorribande costanti in territori dove a dominare incontrastato è l’estremismo sonoro in tutte le sue forme, dal powerviolence fino a giungere ad echi grind, veri e propri assalti di disastro sonoro oltranzista all’inverosimile che non mostra cedimenti, nonostante i tedeschi siano sulle scene dal 1990. Gli Yacøpsae sono ancora una volta sinonimo di qualità, sincerità e coerenza verso un preciso modo di intendere l’hardcore nelle sue forme più radicali ed estreme. Fanculo tutto, fanculo il punk rock… Con “Timeo Ergo Sum” gli Yacøpsae ci danno un’altra una lezione di turbo speed violence terroristico e senza compromessi! 

Stigmatized – … a Wall of Falseness (2020)

 

Aprile 2020, in piena pandemia globale il mondo sta scivolando sempre più nel baratro, un misterioso quanto fatale virus miete sempre più vittime al punto che la fine dell’umanità sembra essere giunta. Della normalità tanto agognata da qualcuno non è rimasta nemmeno l’ombra. In uno scenario simile, gli Stigmatized ci regalano la loro ultima fatica in studio dal titolo “… a Wall of Falseness“. Pur avendo dovuto affrontare cambi di formazione rispetto al primo lavoro datato 2016, il sound dei cagliaritani non perde niente in termini di intensità, di ferocia e di brutalità, tanto meno a livello di irruenza espressiva e di tecnica strumentale.

La vita fa schifo… E poi muori! È ancora questo il messaggio nichilista che ci sputano in faccia i cagliaritani Stigmatized con il loro nuovissimo album “… a Wall of Falseness“, un assalto demolitore di grindcore a metà strada tra la vecchia scuola e pulsioni più moderne ed echi crust e powerviolence che rimangono parte del corredo genetico della proposta dei nostri! Undici tracce, quattordici minuti, una sorta di breviario del caos che trasuda odio nichilista, furia distruttrice e rabbia brutale da ogni singolo riff e da ogni blast beat. Tra gli undici brani fa piacere riascoltare pezzi già sentiti e apprezzati sul primo EP “Slavery” pubblicato ormai quattro anni fa, come “Life Sucks The You Die“, “Stigmatized Corpses” o “Mass Graves“, ma che appaiono ancora più brutali e devastanti in questa nuova veste. Accanto ad essi trovano spazio anche pezzi inediti come “Man Is War” o “The One Who Suffer” che risultano essere tra gli episodi migliori dell’intero lavoro e due ottimi esempi dell’intensità e della brutalità che contraddistingue il grindcore suonato dagli Stigmatized. Le influenze da cui prende forma il sound degli Stigmatized vanno ricercate ancora una volta tanto nel primordiale grind sporcato di hardcore dei Napalm Death quanto in dischi come “Inhale/Exhale” dei Nasum, “Under Pressure” dei Rotten Sound e “Killing Gods” dei Misery Index, senza tralasciare qualche vago richiamo al powerviolence degli Yacopsae da sempre presente nella proposta dei nostri.

Con tutto l’odio che hanno nel cuore verso questo mondo di miseria, sfruttamento, guerre e oppressione, gli Stigmatized son pronti a sparare questa raffica di devastante e furioso grindcore affinché non rimangano che macerie di questa civiltà che si è già autocondannata a morte. “… a Wall of Falseness” è una mazzata di disastro sonoro che colpisce in pieno volto e lascia stramazzati al suolo, niente più e niente meno. Cagliari continua ad odiare ed è ancora tempo di massacro!

 

A Lesson in Violence – Endless Swarm & Gets Worse

GRINDCORE IST KRIEG, POWERVIOLENCE IS FOREVER!

 

Gli Endless Swarm da Edimburgo, senza ombra di dubbio uno dei migliori gruppi a livello mondiale in ambito grindcore/powerviolence, hanno rilasciato ad ottobre l’ennesima mazzata estrema ricca di sincera attitudine in your face a cui ci hanno abituati da sempre. Credo che nessuno si stia domandando che cosa ci troveremo ad ascoltare su questa ennesima fatica del gruppo scozzese, ma se così non fosse ve la faccio breve: “Imprisoned in Skin” è un perfetto esempio di terrorismo musicale che si concretizza in 19 schegge di grind-violence impazzito e devastante! L’album si apre con la tripletta rappresentata da “Ether”, “Redesign” e salla titletrack, e subito si comprende quale sia il contenuto di questo splendido lavoro: 19 schegge di powerviolence/grindcore incazzato, frenetico e brutale che rendono macerie qualsiasi cosa si trovi dinanzi a loro, che trafiggono la pelle nella quale siamo imprigionati insieme ai nostri demoni più spaventosi che attendono di emergere in superficie per far divampare tutta la loro forza distruttrice.Da menzionare anche tracce quali “Awakened Lens” e “Genocide“, altri esempi perfetti del sound e dell’attitudine che contraddistingue gli Endless Swarm oggigiorno. Disco da ascoltare dall’inizio alla fine senza prender fiato poiché possiede tutta l’intensità di un calcio sullo sterno che impedisce di respirare. “Imprisoned in Skin” degli scozzesi Endless Swarm ribadisce una lezione che non dovremmo mai scordare: powerviolence ist krieg, powerviolence is forever!

 

I Gets Worse da Leeds ci hanno regalato a febbraio quello che a mani basse può essere ritenuto uno dei migliori lavori in ambito grindcore/powerviolence di tutto il 2019! Un sound ancora più devastante quello che caratterizza i Gets Worse su questo nuovo “Snubbed”, 20 coltellate di grind-violence per 27 minuti totali di durata, un concentrato di powerviolence imbastardito dal grindcore (o viceversa) che sa bilanciare perfettamente i momenti più frenetici e quelli maggiormente orientati verso rallentamenti simil-sludge (basti pensare alla traccia iniziale “Empty Tank“, per fare un esempio), con cambi di tempo costanti e un groove a la Spazz che fa da filo conduttore a tutto l’album. Sono tante le tracce che meriterebbero una menzione speciale, in quanto ci troviamo sparate nelle orecchie delle schegge di powerviolence che non mostrano segni di cedimento e che tirano dritte per la loro strada distruggendo tutto e tutti, come ad esempio “Awkwardly Close” (un pezzo dal  forte retrogusto hardcore anni ’90), “Attendance Report” o “El Bencho“, giusto per rimanere nella primissima parte del disco. Lascio a voi il compito, nonchè il piacere estremo, di perdervi nel vortice devastante creato dal resto delle tracce presenti su questo incredibile “Snubbed“. I Gets Worse ci impartiscono una fondamentale lezione di violenza inaudita, come a volerci dire che l’odio e la passione sincera per il potereviolenza sono più vivi che mai nell’underground inglese! Leeds odia ancora, powerviolence uber alles!

Rumori Veloci – L.UL.U/God’s America e Failure/Ona Snop

PLAY FAST TILL THE DAY YOU DIE!

Failure

Puntata speciale di “Rumori Veloci” dedicata esclusivamente a due split album usciti nelle scorse ore che sono delle vere e proprie bombe! Sto parlando delle ultime fatiche targate L.UL.U e God’s America da una parte e Failure e Ona Snop dall’altra, lavori che rispondono ad un unico imperativo categorico: “play fast or die trying!”. Questi due split faranno di sicuro la gioia di tutti gli amanti di sonorità fastcore, powerviolence e grindcore!

I L.UL.U ci avevano lasciati con un super fast Ep di solo due tracce qualche mese fa e sinceramente non si vedeva l’ora che buttassero fuori qualcos’altro, visto che stiamo parlando di una delle migliori realtà italiane in ambito fastcore di cui si sentiva la mancanza! In questo split con i God’s America, interessantissimo gruppo di Las Vegas dedito a sonorità powerviolence/grindcore, i L.UL.U ci regalano quattro nuovissime schegge del loro incazzatissimo fast-hardcore tutto attitudine e passione. Ci troviamo di fronte all’ennesima raffica di pugni nello stomaco a cui ci hanno sempre abituato i milanesi, l’ennesimo calcio in faccia che fa saltare via i denti. A livello di sonorità il fastcore dei L.UL.U, urlato, come sempre, fino a squarciarsi la gola dall’incazzatissima Beret e sorretto da quella vera e propria macchina da guerra che siede dietro le pelli che risponde al nome di Angel, mi ha riportato alla mente ancora una volta gruppi del calibro di Hex e Last Words, nonché lontane influenze più powerviolence riconducibili ai Manhunt o ai Worse. Sul lato dello split occupato dall’hardcore furioso e veloce dei L.UL.U spiccano certamente “Object” e la conclusiva  “Broken Bones” traccia il cui titolo non lascia certo spazio a interpretazioni. Schegge impazzite di fastcore rabbioso trafiggeranno il vostro corpo e le vostre orecchie, vi prenderanno a pugni fino a farvi sputare sangue lasciandovi agonizzanti a terra con le ossa distrutte come dopo un pogo selvaggio. Velocità e rabbia, l’essenza dell’hardcore suonato dai L.UL.U. 

Se non fossero bastate le mazzate targate L.UL.U e God’s America, ci penserà lo split tra Failure e Ona Snop, due delle realtà più interessanti della scena hardcore europea, a darvi l’ennesima scarica di calci in faccia! Questo split è un granitico concentrato di fastcore incazzato e devastante powerviolence che ha come unico dichiarato intento quello di infliggerci il dolore più assoluto sia a livello fisico che a livello psicologico, senza fare prigionieri, senza permettere a nessuno di ripredere fiato.

I Failure ripartono da dove si erano interrotti con il loro primo stupendo lavoro, ovvero un fastcore rabbioso e senza troppi fronzoli, che tira dritto per la sua strada lasciando solo macerie e distruzione al suo passaggio, che, come già scritto per i L.UL.U, non ci pensa due volte a prenderci a pugni nello stomaco e lasciarci senza vita per terra! Tra le sette tracce dei Failure a cui si somma  “Rotisserie Geezer“, cover proprio di un pezzo degli Ona Snop, spiccano senza ombra di dubbio l’iniziale “I Don’t Want to Talk to You”, “Gold-Coated Turd” e “Bleeding Hands”, esempi perfetti dell’attitudine dei nostri e del loro fastcore che ha la capacità di stamparsi immediatamente in testa! Suonare veloci fino alla morte o morire provandoci, ecco l’essenza più pura e sincera del sound dei Failure! Gli Ona Snop, per chi ancora non li conoscesse (e sarebbe un peccato imperdonabile), invece suonano un mix devastante e assolutamente personale di powerviolence e fastcore con evidenti influenze grind e vengono da Leeds, città la cui scena hardcore si sta dimostrando estremamente viva e florida nell’ultimo periodo grazie anche a gruppi come i Gets Worse (ne è un esempio perfetto la loro ultime fatica in studio, “Snubbed”). Sei mazzate di power-fast-violence tra cui spiccano senza ombra di dubbio “Chain Man” posta in chiusura e la  brutale “Melancholic Career“, sei mazzate che picchiano forte in testa come se non ci fosse un domani per gli Ona Snop, gruppo assurdo, irriverente e a cui frega letteralmente un cazzo di prendersi sul serio! Visti live nella cornice di Villa Vegan la scorsa estate in compagnia proprio dei Failure, posso assicurarvi che sono uno spettacolo tutto da godersi e che la loro miscela esplosiva di fastcore e powerviolence suona ancora più devastante dal vivo! 

Credo sinceramente di aver sparato già fin troppe stronzate e quindi ritengo di non avere più niente da aggiungere. Fate vostri il prima possibile questi due split che concentrano il meglio del disastro sonoro e del rumore veloce! E ricordatevi che l’unica cosa che conta, come ci insegnano L.UL.U, God’s America, Failure e Ona Snop è la seguente: PLAY FAST OR DIE TRYING!

 

 

Mesecina – Esbat (2019)

Un concerto punk sarà il nostro Esbat. Al chiaro di luna ci incontreremo di nuovo.

Finalmente i Mesecina sono tornati e ci regalano questo nuovo ep di puro e semplice powerviolence che riprende quanto fatto sulla prima fatica riuscendo ad estremizzarlo e rendendolo dunque ancora più devastante. Esbat è il titolo dell’ultimo lavoro dei miei gipsyes preferiti che si presentano con una formazione totalmente rinnovata. Infatti in questa nuova veste dei Mesecina ad accompagnare le urla folli e incomprensibili del solito Achille troviamo dietro le pelli quella vera e propria macchina da guerra che risponde al nome di Andrea Covaz (batterista nei The Seeker tra gli altri) e la bassista più sludge di tutta la scena milanese anche conosciuta come Federica Fez, già voce e basso nei fantastici Evil Cosby! Tornando per un attimo al titolo di questa ultima fatica dei Mesecina, “Esbat” è un termine che si utilizza per riferirsi ai rituali pagani collegati alle differenti fasi lunari, nei quali si celebra non la Luna in sé ma la divinità femminile ad essa collegata. Le lune prendono nomi diversi a seconda delle varie fasi lunari, ed è proprio proseguendo sulla scia tracciata da questa ispirazione lirica-concettuale, che i Mesecina hanno intitolato il brano iniziale non a caso “Luna del Lupo”, ossia la luna che cade nel mese di Gennaio. Tra gli altri pezzi trovo importante spendere due parole sulla bellissima e intensa “La Canzone di Anna”, il cui testo è liberamente ispirato alla famosissima “Guerra di Piero” di Fabrizio De Andrè. Il brano vuole essere un ricordo e un omaggio alla compagna Anna Campbell, rivoluzionaria internazionalista morta lo scorso anno mentre combatteva tra le fila delle YPJ nel Rojava, morta mentre combatteva per la libertà, contro il fascismo islamista di Daesh e contro l’autoritarismo della Turchia di Erdogan. E visto che su questo blog non ho mai smesso di ripetere che l’hardcore non è solo musica, ci tengo anche io a ricordare Anna (il 15 marzo è passato un anno esatto dalla sua morte) parafrasando un verso rubato direttamente da una canzone presente su “Politico Personale”, ultima fatica in studio dei Contrasto: “che mille mani impugnino le armi anche soltanto per ricordarla”. Compagnx come Anna o come Orso, ucciso pochi giorni fa sempre in Rojava per mano dei jihadisti dell’Isis, non moriranno mai finché il loro ricordo, i loro ideali di libertà, giustizia e uguaglianza e le lotte in cui si impegnavano continueranno a vivere nelle lotte e nei cuori di tutti i compagni e le compagne ancora in vita. Che sboccino cento fiori per ogni compagnx mortx, che cento fucili siano pronti a sparare per ricordarli!

Riprendendo direttamente quando scritto dagli stessi Mesecina in merito a questo lavoro, la volontà è quella di presentare l’Ep come se fosse diviso in due metà composte esattamente da tre tracce ciascuna, una metà riservata ai “pensieri” e l’altra dedicata alle “storie”. Così nella prima parte troviamo “Luna di Lupo”, la brevissima “Discorsi Inutili” ed “Eremo“, mentre nella metà dedicata alle storie ci possiamo imbattere nella già approfondita “La Canzone di Anna“, in “Milano” e nella suite strumentale conclusiva intitolata “Notturno Breve”. Cinque schegge di powerviolence brutale e impazzito che ti fa venire voglia di prendere a testate i muri costituiscono il corpo di questo “Esbat”, mentre la conclusione dell’ep è affidata ad una traccia strumentale (“Notturno Breve“) suonata da violino e pianoforte che rende l’atmosfera sognante e dona un’effimera parvenza di quiete dopo la tempesta, come quando la notte scende sopra le macerie del giorno per portare conforto con la sua oscurità illuminata solamente da una tenue luce lunare. Per concludere questa recensione cito ancora una volta gli stessi Mesecina volendo sottolineare che questo lavoro è dedicato “a chi ama la luna di gennaio, a chi festeggia l’Esbat ad un concerto punk”. Con il cuore pieno di rabbia e di amore dunque cospiriamo al chiaro di luna nell’oscurità della notte, con la luna come fedele compagna cospiriamo per l’Anarchia!

 

Rumori Veloci – A Proposito di Ep, Demo & Split Albums #03

La copertina di questo terzo episodio di Rumori Veloci se la aggiudica la carogna intrisa di romanticismo dell’ex pugile francese Cristophe Dettinger che, nel contesto dell’ennesima giornata di rivolta e sommossa generalizzata dei Gilet Gialli a Parigi, con tutto l’odio che aveva nel cuore affronta a mani nude la gendarmeria in tenuta antisommossa. E come un gancio in pieno volto, i rumori veloci di cui vi parlerò quest’oggi vi lasceranno privi di sensi, sanguinanti, distesi a terra. In compagnia di Sepolcro, Potere Negativo, Stalker e The Seeker, che il disastro sonoro sia con voi ancora una volta! Tout le monde deteste la police! Tout le monde aime le bruit!

Ama il rumore, odia gli sbirri!

Sepolcro – Necrotheism Promo 2018 – In attesa di un nuovo Ep e sperando in un full lenght il prima possibile, i Sepolcro danno in pasto a noi anime dannate assetate di metal estremo questo promo intitolato “Necrotheism”, pubblicato in formato cassetta, in sole venti copie rosso sangue, per noi tutti amanti non solo del rumore ma anche di un certo modo di ascoltarlo (e collezionarlo) tipicamente vecchia scuola. Quello che ci regalano ancora una volta i Sepolcro è la loro solita interpretazione dell’old school death metal, quello più marcio e malato che non disdegna rallentamenti opprimenti al limite del doom in grado di creare atmosfere sinistre e angoscianti. Innegabile l’influenza primordiale di mostri sacri come gli Autopsy, i Morbid Angel e qualcosina a la Grave, anche se il death metal dei nostri ha le radici ben salde sopratutto in certa scuola finlandese riconducibile al sound oscuro di Disma e Funebrarum su tutti, senza dimenticare il death imbastardito col doom più funereo suonato dagli americani Winter agli inizi dei ’90 sullo splendido “Into Darkness”. Sono solamente due le tracce presentate dai Sepolcro su questa promo, “Unnamed Dimension” e “Malevolent Mist”, ma potranno certamente soddisfare i palati poco raffinati di tutti noi amanti dell’old school death metal più disturbante, marcio e opprimente! Death metal senza fronzoli imbastardito con rallentamenti e atmosfere pesantemente doom, immaginario e liriche che non nascondono l’amore viscerale per le folli opere dell’immenso Lovecraft, questo sono i Sepolcro e questo troverete su “Necrotheism”, nothing less nothing more! Slowly we rot into the grave!

“Ora basta ora basta, te lo grido in faccia, questo è il mio primo passo della mia rinascita”, urlavano cosi i genovesi Kafka negli ormai lontanissimi anni 90 con il loro hardcore furioso nella traccia “Ho Sempre Sbagliato”. E questo “Vertebre”, nuovissimo e attesissimo Ep segna davvero una sorta di rinascita per gli Stalker, dopo troppo tempo di silenzio e assenza. Come ben saprete gli Stalker si formarono proprio dalle ceneri degli indimenticabili e indimenticati Kafka accogliendo alla voce Alberto degli Ex-Otago nel lontano 2008 e oggi tornano più forti che mai con il loro hardcore ricco di sfumature personali e suonato con attitudine e passione sincera! “Vertebre” è composto da quattro tracce difficilmente etichettabili in un unico genere ben definito, questo a dimostrare quanto l’hardcore suonato dagli Stalker sia ricco di influenze e di spunti originali che vanno da atmosfere post rock alla rabbia del classico post-hardcore, regalandoci momenti assolutamente godibili grazie sopratutto alle liriche introspettive profondamente radicate nella tradizione hardcore italiana degli anni ’90 (Frammenti) o primi ’00 (Affranti). L’esempio migliore di quanto ho appena scritto ce lo da la titletrack, una mazzata che prende allo stomaco, traccia che rimane in bilico costante tra labile quiete e la tempesta che irrompe improvvisamente, con momenti e passaggi post rock a tratti malinconici sui quali si staglia solamente la voce di Alberto affilata come una lama che trafigge la fredda pelle mentre recita un testo intriso di malessere esistenziale. Tra le quattro tracce troviamo anche “Mai Più” già registrata precedentemente a questo Ep addirittura nel 2009 ma che si fa ascoltare sempre con enorme piacere risultando essere ancora oggi uno dei pezzi più intensi mai scritti dagli Stalker! È un hardcore polimorfo e cangiante quello suonato dai genovesi, in tensione costante tra momenti più atmsoferici e pulsioni noise, che ci trascina dentro un tornado di emozioni e umori  differenti da cui non è facile uscire per riprendere fiato. Volontà di esserci, volontà di farcela… E se mi rialzo fa più rumore! Bentornati Stalker!

Milano odia ancora! I Potere Negativo dopo il bellissimo esordio dello scorso anno intitolato “Il Mondo che Crolla”, tornano finalmente regalandoci queste due tracce di riottoso e selvaggio d-beat/raw punk hardcore condito come al solito con testi impregnati di rabbia, nichilismo, disillusione e odio che restano assolutamente uno dei loro punti di forza insieme ad una capacità non scontata di costruire pezzi che si stampano quasi immediatamente in testa. Due tracce che proseguono nel percorso tracciato lo scorso anno, anche se è possibile scorgere nel muro di rumore costruito dai Potere Negativo passaggi non scontati come l’atmosfera vagamente sludge che apre l’iniziale “Resti”. Due tracce per un totale di 2 minuti e 35 secondi di rumoroso e sporco hardcore, cosa cazzo si dovrebbe chiedere di più ai Potere Negativo? In attesa di ascoltare qualcosa di più sostanzioso lasciamo che Milano bruci, lasciamo che le fiamme della gioia inghiottano la grigia metropoli… solo il rumore è per sempre, il rumore del nostro mondo che sta ancora crollando!

 

Powerviolence über alles! I The Seeker continuano a regalare schegge di rumore impazzite e a breve distanza dalla pubblicazione dello split insieme ai tedeschi ArnoXDuebel, tornano con questo demo di 6 tracce che annuncia non solo l’uscita di uno split con i Mediated Form ma anche la pubblicazione di altri 15/17 pezzi (inclusi quelli presenti su questa demo) intorno alla metà di marzo, dimostrando che non sanno stare fermi un attimo e che il rumore, specialmente quello suonato veloce, scorre costantemente nelle loro vene! Sempre in bilico tra sonorità powerviolence e quelle più classicamente hardcore, i nostri non si stancano mai di suonare veloci e senza compromessi! Questa demo si apre

con la bellissima “Bring Me the Head of Benny Mussolini”, pezzo antifascista con un titolo inequivocabile per tutti i fasci di merda là fuori, al quale segue “Psych – O)))” un’altra traccia potente come un calcio nello stomaco e accompagnata da un testo introspettivo sublime che trasuda disagio esistenziale e culmina nella frase “I’m scared of people because people are scared of me”, devastante! I The Seeker dimostrano ancora una volta di essere di un altro livello, probabilmente uno dei migliori gruppi attualmente a suonare powerviolence fedele ai nomi classici del genere e allo stesso tempo ricco di sfumature personali, soprattutto nella vena irriverente che permea le liriche. Chiamiamolo e chiamatelo come volete, questa è l’essenza del fast-hardcore sparato a mille, suonato senza fronzoli e senza compromessi, con attitudine e passione sincera! Per il Potereviulenza, per l’anarchia i The Seeker sono in prima linea sulle barricate! Love at first molotov, amore a primo ascolto!

 

Grind Your Enemies! – Recensione e Intervista agli Stigmatized

La vita fa schifo e poi muori! Questo il messaggio che ci sputano addosso i sardi Stigmatized con il loro ibrido bastardo di grindcore, powerviolence e crust, terreno fertile per veicolare il selvaggio nichilismo e il brutale odio verso l’umanità che anima il loro rumore! “Slavery” è la prima fatica in studio dei cagliaritani, pubblicata nel 2016, e ci regala dieci minuti scarsi di violentissimo e rabbioso grind-violence che travolge tutto ciò che trova sulla sua strada, lasciando al suo passaggio solo macerie e desolazione, morte e distruzione. La proposta degli Stigmatized, che ad un ascolto distratto potrebbe apparire fin troppo canonica e “già sentita troppe volte”, mostra in realtà diverse radici e influenze che, partendo da un sound ben ancorato alla lezione classica del grindcore più marcio in stile primi Napalm Death, Siege o Enemy Soil, spaziando dal powerviolence di casa Hellnation e Yacopsae ad echi crust punk che possono ricordare in più occasioni i Massgrave, arrivano a portare alla mente gente del calibro di Nasum e Rotten Sound. Il rumore annichilente e feroce dei nostri si avvicina inoltre a quanto fatto ultimamente da un altro interessantissimo gruppo della nostra penisola, ossia i palermitani Cavernicular, quindi un concentrato di grind-violence che annienta ogni velleità di sopravvivenza a questo mondo di merda e che vomita odio nichilista e misantropo verso l’umanità costretta a soffrire! Su questo muro di rumore si stagliano le doppie vocals incazzatissime e barbare ad opera di Francesco (più classiche e grind) e del bassista Marco, queste più orientate verso lidi crust che rendono il tutto ancora più interessante e godibile. Con tutto l’odio che hanno nel cuore, gli Stigmatized son pronti a sbriciolarvi il cranio e a distruggervi i timpani a colpi di grind-violence misantropo e annichilente. Cagliari Odia… è tempo di massacro!

Gustatevi l’intervista agli Stigmatized adesso!

Iniziamo con la più banale delle domande: chi siete, da dove venite, quando vi siete formati e perché/come avete deciso il nome Stigmatized? Fatevi conoscere ai lettori di Disastro Sonoro!

Ciao Stefano, è un piacere risentirci! Noi siamo un gruppo grindcore/powerviolence proveniente da Cagliari. Gli Stigmatized vedono la prima luce nell’estate del 2015, quando nella formazione eravamo solo in due (Marco e Leonardo) e già iniziavamo a comporre i primi pezzi. Il nome del gruppo deriva dal titolo di una canzone dei Napalm Death, tratta dal loro primo album “Scum”.

Avete voglia di parlarci un po’ della scena hc/grind/metal e dell’ambiente underground/diy cagliaritana? Quanto è difficile, se lo è, organizzare concerti e situazioni nella vostra città? Più in generale si può parlare di una “scena sarda” secondo voi?

Indubbiamente noi ci troviamo a vivere una realtà, quella isolana, che ha due facce contrapposte. Infatti se da un lato “l’isolamento” e la difficile fruizione di tante cose, soprattutto per colpa della continuità territoriale, ci rende molto difficile non solo l’organizzazione di tour o date fuori ( siamo appena tornati del nostro secondo tour in penisola fatto assieme ai fratelli abruzzesi 217 e l’organizzazione ci ha dato non pochi problemi ) delle band nostrane, ma anche il portare delle band dalla penisola e non a suonare nella nostra terra; dall’altro questa difficoltà ci rende sempre più affamati e desiderosi di abbattere le barriere di qualsivoglia confine. Proprio per questo stanno nascendo, soprattutto negli ultimissimi anni, delle realtà molto solide nell’undeground dell’isola ( il collettivo dei nostri fratelli Algheresi L’HOME MORT e la cricca Sassarese della famigerata sala n°9 su tutti ) che stanno cercando di unire le forze per creare una scena unita e collaborativa, cosa che fino a non troppo tempo fa sembrava impossibile durante un periodo nero dove c’era ben poco contatto e cooperazione tra le varie scene/band locali, in un’insensata guerra fredda di invidia e snobbismo. Penso che ora si possa parlare tranquillamente di una “scena”, perchè il panorama si sta arricchendo di tante nuove band molto valide anche allargando lo spettro dei generi, oltre che dando finalmente vita ad un ricambio generazionale assente oramai da tempo immemore anche se, paradossalmente, i locali stanno chiudendo uno dopo l’altro rendendo così sempre più difficile il sopravvivere della suddetta. Ma comunque teniamo duro e cerchiamo sempre di lottare con tutte le nostre forze perché questo non accada.

Il vostro primo lavoro ci regala un grindcore annichilente e tritaossa, che parte dalla lezione più classica del genere (Siege, Napalm Death) fino a giungere a soluzioni più “moderne” (Nasum, Rotten Sound), senza però mai dimenticare influenze di altri generi quali Powerviolence e crust, su tutti. Come nascono i vostri pezzi? Da cosa è nata l’idea di suonare grindcore? E quali pensate siano i gruppi o i dischi che hanno avuto maggior influenza sul vostro modo di suonare e sul vostro sound?

I pezzi nascono grazie a tutte le nostre influenze musicali più forti. All’interno della band siamo tutti ascoltatori di vari generi, che spaziano dal punk hardcore fino al metal più estremo. I primi pezzi venivano composti nel salotto di casa di Leo. Avevamo solo basso e chitarra per cui ci arrangiavamo. Leo si collegava al suo ampli mentre il basso veniva collegato a un Marshall per chitarra da 20w con la distorsione accesa. Di certo non erano le condizioni migliori per provare, ma così facendo abbiamo dato luce a una decina di pezzi. Appena la formazione venne completata abbiamo sempre composto in sala prove, dove ognuno mette il suo. Non abbiamo un modo di scrivere abitudinario, quando abbiamo un idea che ci piace la buttiamo giù e vediamo che succede. L’idea di suonare grindcore è nata con la voglia di fare un macello dal vivo…abbiamo sempre avuto un certo fascino per i concerti grind e ci siamo cimentati pure noi. Riteniamo anche che sia uno dei generi più violenti e espressivi per buttare giù il giusto mix di musica e ideologie. I dischi che più ci hanno influenzato maggiormente dal punto di vista strumentale e vocale sono sicuramente Scum, Enemy of the Music Business (entrambi dei Napalm Death), S/T dei Magrudergrind, Variante alla Morte e Misantropo dei Cripple, Human 2.0 dei Nasum..ma potremo continuare all’infinito.

Utilizzate la doppia voce, sia in sede live dove spaccate di bestia (vi ho visti al T28 lo scorso anno) sia su disco. È stata una scelta voluta oppure è semplicemente successo? Quanto pensate possa dare di più alla vostra musica l’utilizzo di due timbri, uno più growl e classicamente grind, e l’altro più virato sul crust/metal?

L’utilizzo delle doppie voci è stato del tutto casuale. Un giorno in sala abbiamo detto a Marco di cantare e dopo un paio di prove abbiamo usato le doppie voci sia dal vivo sia in studio. Abbiamo visto che funzionava, rendeva il tutto più compatto e violento. Pensiamo che sia una caratteristica in più per il nostro sound e che ci possa aiutare. Inoltre è un elemento che ci aiuta a mettere in risalto le nostre influenze musicali a 360 gradi.

Una parte fondamentale nella vostra proposta ricoprono certamente i testi, anche perché è bene ricordalo che il grindcore/powerviolence, così come l’hardcore e il punk in generale, non sono solamente musica. Volete illustrarci cosa vi ispira nella stesura delle liriche, chi le scrive e soprattutto cosa volete trasmettere?

I testi degli Stigmatized vengono scritti prevalentemente da Francesco, il cantante, solitamente dopo che la parte strumentale dei pezzi viene definita in sala. Le tematiche sono in buona parte quelle che tradizionalmente vengono trattate in generi come il grind e l’hardcore-punk. La critica sociale, il non riconoscerci e il non sentirci, per così dire, a nostro agio nel mondo che ci circonda sono sicuramente le linee guida generali che sono state seguite nella stesura dei testi. Per quanto nessuno di noi componenti possa essere definito “militante” nel senso stretto del termine, i valori fondamentali che ci sentiamo di esporre e di condividere attraverso i testi sono quelli dell’anticapitalismo, dell’antifascismo, dell’antirazzismo. All’interno di questo grande “calderone” vengono poi trattate, a seconda del caso, delle tematiche più o meno specifiche. Nel pezzo “F1”, ad esempio, parliamo della questione, molto sentita in Sardegna, delle servitù militari e di conseguenza viene affrontata, anche se in maniera indiretta, la tematica più generale delle forme di colonialismo e imperialismo messe in atto sopratutto dall’occidente. In “Hidden Behind a Wall Of Falsness”, parliamo invece del modo in cui queste politiche imperialistiche vengono trattate e in qualche modo giustificate dall’apparato mediatico, ormai abituato a presentarci la guerra vera e propria e l’occupazione militare come una missione umanitaria. Insomma, abbiamo sicuramente dei concetti e dei valori generali a cui facciamo costantemente riferimento, ma la tematica particolare affrontata varia ovviamente da pezzo a pezzo.

“Slavery”, il vostro primo ep, è datato ormai 2016. A quando una nuova fatica marchiata Stigmatized? Altri progetti? Tour e concerti?

Dopo tante difficoltà possiamo finalmente dire che siamo impegnati con le registrazioni del nostro primo full length, che uscirà nei primi mesi del 2019. Il disco si intitolerà “A Wall Of Falsness” e comprenderà i pezzi di Slavery insieme ad altri brani che abbiamo composto durante il periodo successivo. Il nostro obbiettivo è quello di pubblicare un lavoro simile a quello precedente ma con molte migliorie a livello esecutivo e sonoro. Ci sarà il grindcore, il powerviolence e sicuramente sentirete anche le nostre influenze metal, grazie ad una produzione più moderna e compatta. Non vogliamo discostarci troppo dalle nostre origini, ma vogliamo proporre un lavoro migliore sotto ogni punto di vista. Seguirà una lunga campagna pubblicitaria DIY con l’obbiettivo di uscire dai confini italiani e intraprendere un tour europeo per promuovere il disco. Attualmente abbiamo già in programma due date: il 4 Gennaio a Sa Domu (STRIKEDOWN FEST II WARM UP SHOW) in compagnia di Regrowth e Riflesso e il 5 Gennaio a Simaxis per il Gheisi Fest in compagnia di tantissime band della scena hardcore sarda.

Ringrazio gli Stigmatized e la loro disponibilità, spero di rivedervi presto dal vivo miei amati bastardi e spaccarmi le ossa insieme a voi!

 

Powerviolence is Forever! – Intervista a Mirco (Double Me, Here and Now! Records)

Il protagonista dell’intervista di oggi è Mirco. Mirco per chi non lo sapesse è la voce dei Double Me, gruppo powerviolence di Padova che ho recensito anche recentemente in una puntata di “Schegge Impazzite di Rumore”, ma anche il braccio e la mente che stanno dietro alla Here and Now! Records, etichetta indipendente da lui fondata più di dieci anni fa e che ha recentemente pubblicato le ultime fatiche di Failure, Cavernicular, Crippled Fox, The Seeker e di molti altri gruppi powerviolence, fastcore e grind (ma non solo), italiani e non, mantenendo sempre fede all’etica DIY! Per il powerviolence, per l’anarchia! Buona lettura e supportate tutto quello che fa!

Bella Mirco! Parlaci un po’ di te, del tuo impegno con i Double Me e di come/quando ti è venuta l’idea di dar vita ad una etichetta indipendente come Here and Now! Sentiti libero di dire tutto quello che ti passa per la mente!

Ciao Stefano! Intanto ti ringrazio tantissimo per il tempo che mi stai dedicando.
Partiamo con i Double Me. Per quanto mi riguarda sono sempre stato affascinato dal genere, sia dai gruppi che tutti conosciamo, sia dall’andare a scoprirne altri meno famosi; quindi diciamo che è stato naturale cercare persone con cui formare un gruppo che proponesse powerviolence. Sommando le varie influenze, i Double Me sono diventati una sorta di ibrido dei nostri gusti e quindi si può dire che non siamo proprio il classico gruppo pv; se questo da una parte può farci risultare meno interessanti ai più legati al genere canonico, dall’altro è uno stimolo per noi che ci spinge a sfidarci con cose nuove, cosa che adoro.
Here And Now! Invece nasce nel 2007 per la volontà di dare una mano ai miei gruppi e a quelli di amici a far uscire il proprio disco. Anche lei col tempo ha preso una forma sempre più concreta e definita. Col passare degli anni ho preferito gestire le uscite da solo o con poche etichette che possibilmente conosco bene. Mi sono “specializzato” nel produrre solo gruppi di un certo tipo, fast, pv, grind, ma a volte non riesco a dire di no ad altre band come gli Spirits che propongono un Boston HC che io adoro.

Con la tua etichetta pubblichi principalmente lavori che si rifanno ad un sound tipicamente powerviolence, fastcore e grind, sia italiani che stranieri. Posso sapere come mai questa passione per certe sonorità? Qual è stato il tuo primo approccio con questi generi?

A dirla tutta ho avuto la sfortuna di arrivare a certi generi quando già ero grandicello. Abitando a circa 20 km dal centro di Padova non sono entrato in contatto con la “scena” locale se non dopo i 20anni. Internet non era così a portata di mano e conoscevi i gruppi leggendo i ringraziamenti sui dischi o alla Green Records, un negozio che all’epoca vendeva solo dischi hardcore. Fino ad un certo punto avevo consumato CD soprattutto old school e qualcuno un po’ più thrashone, finché venni a conoscenza dei vari WHN? Scholastic Deth e li mi si aprì un mondo che ancora adesso amo.
Credo che il motivo principale per cui mi piacciono queste sonorità sia l’energia che trasmettono. Alcuni la possono scambiare con aggressività con l’accezione negativa del termine, ma io preferisco vederla come qualcuno che ha bisogno di far sentire la propria voce e di esprimere un messaggio, piuttosto che semplici latrati.

Collegata direttamente alla domanda di cui sopra, quali pensi siano stati i gruppi e/o gli album che ti hanno maggiormente influenzato nella tua vita e che hanno influenzato il sound dei Double Me?
E invece quali ritieni siano i nuovi migliori gruppi a suonare pv/fastcore/grind oggi a livello mondiale?
Come dicevo prima è quasi impossibile dire cosa ha influenzato i Double Me. Dentro al gruppi ascoltiamo dal grind all’hiphop, dai Queen ai Beatles. Tutti questi generi hanno una loro piccola parte dentro al nostro sound. Personalmente cito sempre i soliti Cut The Shit, Infest, Spazz, Lack of Interest, Crossed Out, Charles Bronson, ma solo perché grazie a loro ti avvicini ad un certo tipo di musica, non perché non ce ne siano altri di fighi e imprescindibili.
Per quanto riguarda i gruppi odierni non citerò gruppi italiani ma sono per non fare un torno a nessuno. All’estero mi piace molto la scuola di Leeds, poi direi Chest Pain, Boak, Endless Swarm, Twitch, xThroatx, xChokex, Fissure, Gimp, Escuela, Ghetto, Burnout, Cave State, God’s America, Concussive, Sex Prisoner, Chepang, PowerxChuck, Wound Man, Sick Shit… Ce ne sarebbero davvero molti altri da citare ma staremmo qua ore.

La Here and Now! ha pubblicato i lavori di interessanti realtà italiane dedite a grind e powerviolence come i Cavernicular di Palermo o l’ultimo split dei The Seeker. Cosa puoi dirci della scena pv italiana, sempre se pensi ne esista una? Quali gruppi consigli ai lettori di Disastro Sonoro? Ma soprattutto qual è la tua idea in merito al diffuso interesse degli ultimi anni verso certe sonorità che spaziano dal pv al fastcore?
Più che di scena parlerei di gruppi sparsi per l’Italia. Di nomi ce ne sono non tantissimi ma sicuramente diversi e la maggior parte sono validi. Failure, Delorean, L.ul.u, Peep, Crisis Benoit, ANF, Taste The Floor, ma solo per citarne altri rispetto a quelli da te nominati. Ce ne sarebbero altri (non vogliatemi male per non avervi nominato, vi ho nel cuore lo stesso).
Parlare di scena pv mi sembra esagerato. Di sicuro ci sono dei gruppi interessanti e in molti casi legati tra di loro, ma la maggior parte abitano a 2 ore di distanza l’uno dall’altro, se non di più. Risulta difficile avere una “scena”. Un altro gran problema è che ci sono pochissimi spazi dove poter far suonare determinati generi. Se già è difficile far suonare hardcore, immagina generi più estremi. Da questo punto di vista siamo distanti anni luce da altre realtà estere.
E’ vero però come dici che c’è stato un certo interesse per il powerviolence e il fast, soprattutto qualche anno fa. Purtroppo per la maggior parte della gente tale interesse è scemato in un anno o due. Si sa come funzionano certe cose e non sto qua a biasimare nessuno. Spero col tempo anche certi generi di classe “B” abbiano lo spazio che meritano davvero.

Progetti futuri sia con i Double Me che con Here and Now? Prossime uscite, prossime pubblicazioni?
Con i Double Me abbiamo uno split a 4 con Igioia, Lugubrious Children e xThroatx. Non so bene quando uscirà, tutti i gruppi stanno lavorando sulle tracce. Spero verso estate 2019, sto aspettando con impazienza di sentire le tracce di tutti hehehe. Abbiamo poi un progetto per un one side 7” che a breve andremo a registrare. La cosa è un’idea che avevamo in testa da un po’ e alla fine chi siamo imposti di farla. Ma non voglio spiegare di più. Diciamo che sarà sicuramente veloce e con tantissimi cambi di tempo. Per ultimo ma non ultimo, uno split con i Disparo! Da Sidney. Conosco Tommy per via delle relative etichette da anni (Good Times Records) e abbiamo suonato con loro in due occasioni diverse nei due tour che hanno fatto in Europa. Ci sentiamo spesso e la cosa è nata in modo super naturale.
Stiamo pensando pure a come muoverci per i prossimi tour ma tra lavoro e altri impegni il tempo è davvero limitato.
HAN! Invece avrà una pausa più o meno lunga, non so bene per quanto. Ho bisogno di tempo da dedicare ad altre cose, non sto qua ad annoiare nessuno con le mie cose hehehe. Sicuramente usciranno le releases che già avevo programmato, con tempi che purtroppo non dipendono da me, quindi Crippled Fox 7”, Chest Pain / Suffering Luna (versione Europea), Boak / Groak, L.UL.U / God’s America, Sete Star Sept / Jack, Negative Path, un progetto con un’etichetta tedesca che avrà vita l’anno prossimo e ovviamente le uscite dei Double Me. Insomma di cose ce ne sono tantissime comunque.

Domanda secca: qual è il gruppo che sogni di pubblicare per la tua etichetta? E perché?
Quali soddisfazioni ti sei invece già tolto grazie alla tua etichetta?
AAAAAHHH bellissima domanda alla quale onestamente non saprei rispondere. Forse ora come ora ti direi i Sex Prisoner e The Afternoon Gentlemen ma, arrivando diretto alla seconda parte della domanda, ti dirò che anni fa avrei sognato (ma senza troppe false speranze) di produrre i Chest Pain e gli ACxDC. Per vari casi della vita la cosa è accaduta quindi questa soddisfazione me la son già presa. Piccole vittorie ma che ti rendono le giornate molto più piacevoli.
Ovviamente ho parlato solo di gruppi che umanamente io potrei gestire, non a caso non ho nominato gente alla Napalm Death ahahah

Quanto è importante per te continuare a tenere in vita l’etica del Do It Yourself attraverso la tua etichetta? Ma sopratutto, cosa significa esattamente per te oggi nel 2018 DIY?
Credo che l’hc e il DIY siano due cose strettamente legate. La mia etichetta lo è sempre stata, in modi diversi nel tempo ovviamente. Prima dando quei pochi euro che avevo alle band, ora cercando di far uscire i gruppi da solo (o in pochissime etichette) ma sapendo da chi vado a stampare il disco, da chi stampo le copertine, conoscendo meglio chi mi si trova davanti a livello umano ecc. Il sentimento di fondo è lo stesso, ma probabilmente maturato nel tempo. DIY a 16 anni era organizzare un concerto senza sapere effettivamente cosa serviva a tutti i gruppi per suonare, farlo dopo tanti anni ha le stesse dinamiche ma con la consapevolezza che non bastano quattro mura per fare un concerto. DIY ora per me significa conoscere la gente personalmente se fattibile, cooperare il più possibile al di fuori dalle leggi di mercato (anche se è impossibile farlo al 100% in questa società), portare avanti delle idee e messaggi, cercando di connettere sempre più persone.

Quali tematiche volete affrontare attraverso le liriche dei Double Me? Da cosa sono ispirate e di cosa parlano principalmente?
All’inizio erano quasi solo tematiche sociali e personali, l’approccio con l’autorità, lo svilimento del lavoro, descritte da un punto di vista molto negativo e cinico. Mi spiego meglio: io volevo dare quell’idea ma cercando di spronare chi li leggeva a dirsi “no! Non è così che deve andare, devo dare il meglio di me”. Una sorta di incitamento velato. La frenesia della vita però molte volte non ci da il tempo di capire, di soffermarsi più di 5 secondi su un testo, parlare con chi l’ha scritto e chiedergli chiarimenti (cosa che mi è capitata in un paio di occasioni e sono stato piacevolmente colpito dal fatto che i miei interlocutori lo avessero inteso benissimo), quindi ovviamente spesso viene letto per quello che sembra. Ora come ora a volte riprendo questo stile, altre prendo un approccio che può risultare quasi direttamente positivo. Ultimamente scrivo anche altre cose che in alcuni casi risultano ermetiche vista la durata media delle canzoni (dai 5 ai 15 secondi), ma riesco in poche parole ad esprimere concetti, idee, modi di vivere che in altri modi risulterebbero secondo me prolissi e perderebbero di intensità.

Parliamo un po’ dei Double Me: nel 2017 avete affrontato un tour negli USA. Vuoi parlarcene? Hai qualche aneddoto da raccontare? Com’è andata in generale?
Credo sia stata una delle esperienze più belle che abbiamo fatto. Non tanto per gli USA in primis ma per una questione di gruppo. Stare assieme per tanti giorni può risultare stressante ma abbiamo vissuto quest’esperienza molto serenamente e ci ha dato modo di legare ancora di più. E’ stato sicuramente devastante a livello fisico. Ci facevamo anche 24 ore di viaggio in 2 giorni. Scendevamo dal furgone che sembravamo degli zombie. Due secondi dopo però tutto cambiava, diventi super adrenalinico perché vedi gente nuova venuta la per vedere te, tutti super socievoli, gente che ci invitava ad andare a casa loro dopo il concerto o che voleva portarti in giro il giorno dopo per la loro città (cosa capitata in varie occasioni). Suonare con gruppi che magari ti sognavi anche di poter vedere in Europa. Da questo punto di vista tornerei subito. Con quasi tutti mi sento regolarmente, la cosa è meravigliosa. Ma anche questo è hardcore giusto?
Dei lati negativi non serve parlarne, cioè sono soprattutto legati a come è gestito lo stato, dal razzismo dilagante. Ma in realtà questo problema esiste ovunque, solo vissuto in modo diverso (e sempre pessimo).
Aneddoti ne avrei una miriade. Gente che ci sfascia la batteria finché suoniamo, dal concerto in un negozio dell’usato, dall’aspettare un tizio 2 ore in un paese di 4 case in mezzo al nulla dove Twin Peaks sembra il carnevale di Rio. Ma è più bello raccontarle a voce, rendono molto di più. Se vuoi ce ne sarà sicuramente occasione hehehe.

Se uno si fa un giro sulla pagina instagram di Here and Now Records può pensare che tu viva unicamente a pane e powerviolence. Quindi per concludere l’intervista, domanda d’obbligo: cos’altro ascolti quando ti prendi una pausa da certe sonorità?
Ahahahahaha beh metà di quello che ascolto è effettivamente quello. Mi piace moltissimo anche il punk rock anni 90 / 2000 e l’hc sxe, soprattutto stile Boston. Poi ti citerei i Queen, Beatles ecc… Ma come molti amici sanno mi piace tantissimo il pop. Si, il pop. Il pop più becero da MTV. Non posso farci nulla. Quelle melodie mi entrano in testa e non escono più. Poi in realtà mi piacciono molte voci di cantanti del genere. Non è che sia un assiduo ascoltatore ma se c’è di sicuro non sarò io a dirti di cambiare canzone sulla radio, al limite sarò quello che canticchia sorridendo ahahah

Volevo in gran finale ringraziare te Stefano per questa chiacchierata che spero non sia risultata troppo scontata da parte mia e prolissa. E’ stato davvero un gran piacere. Davvero grazie mille!

A mio volta ci tengo nuovamente a ringraziare Mirco per la disponibilità, la passione con cui ha risposto alle mie domande del cazzo e sopratutto per tutto l’impegno e l’attitudine che ci mette in quello che fa, sia con i Double Me sia con la Here and Now! Records! mantenendo viva la fiamma del Do It Yourself! 

POWERVIOLENCE IS FOREVER! Ricordatevelo, stolti!

A Lesson in Violence: Crisis Benoit e Sadako

In questo nuovo articolo vi porterò per la prima volta una doppia recensione, visto che da pochissimi giorni è stato pubblicato sia il nuovo lavoro dei bolognesi Crisis Benoit, sia la prima fatica dei Sadako, nuova creatura direttamente da Sassari. Come se non bastasse i due gruppi saranno impegnati proprio in questi giorni in un mini tour di quattro date che li vedrà suonare in Austria e Svizzera, per poi concludere questo viaggio all’insegna della violenza sonora il 26 di Novembre a Bologna (per sapere dove, come e quando, stay tuned sui profili social dei due gruppi). Il mio consiglio è quello di non farvi scappare questa doppia dose estremismo sonoro per niente al mondo, perché sia i Crisis Benoit che gli emergenti Sadako sanno sul serio cosa significa sbriciolare ossa e conoscono perfettamente il concetto di “violenza, non musica”. E se continuerete a leggere questo articolo, capirete perché con questi due brutti ceffi non si deve scherzare. Volete una lezione di violenza? Prendete appunti.

Amanti dell’hardcore più estremo e furioso e del wrestling in tutte le sue forme, ecco a voi che tornano sulle scene i Crisis Benoit con il nuovissimo “Icon of Violence”, un titolo che non può lasciare spazio all’immaginazione in merito a quanto ci troveremo ad ascoltare. Un concentrato di violenza sonora inaudita che colpisce sui denti come una mazza da baseball e che ti prende a pugni nello stomaco per una quindicina di minuti, senza lasciar tregua o possibilità di riprendere fiato. Qualcuno potrebbe definire la proposta dei nostri cari bolognesi come powerviolence o grindcore, ma sinceramente le etichette a questo punto lasciano il tempo che trovano signori e signore all’ascolto, visto che quello che ci offrono i Crisis Benoit con queste 13 tracce sono solamente violenza e rumore, estremismo sonoro e terrorismo musicale, con l’unico intento di aprirci il cranio a metà e di lasciarci morenti al suolo una volta finito il massacro; o l’incontro visto che come al solito il filo conduttore di tutto il lavoro è la passione incondizionata per il wrestling che anima i nostri fin dal loro primo demo. Come sempre inoltre i Crisis Benoit ci mettono ingenti dosi di sana ignoranza e ironia in quello che fanno, preferendo ad una improbabile attitudine da duri e puri della scena, la strada del “non prendiamoci troppo sul serio” e del divertimento. E questo loro approccio rende la loro proposta, già di per se originale nell’accostare l’hardcore sparato a mille alla tematiche e all’immaginario del wrestling, ancora più interessante ed estremamente godibile. L’album, prodotto da Slaughterhouse Records in formato cassetta, si apre con una veloce intro strumentale seguita dalla prima traccia “The Walking Riot”, pezzo che si apre con un riff thrash metal e che omaggia una leggenda come Wild Bull Curry, riconosciuto storicamente come padrino dell’hardcore style nel wrestling americano. Proseguendo tra gli altri 12 pezzi che compongono questo “Icon of Violence” ci troveremo immersi in un vortice di citazioni a tutto il mondo e all’immaginario del wrestling mondiale, caratteristica questa a cui ci hanno abituato da sempre, lavoro dopo lavoro, i Crisis Benoit. Ed ecco allora che troviamo un pezzo come “Necro Butcher” dedicato all’omonimo ex Wrestler statunitense, “Puroresu” che prende il nome dal termine con cui si indica il wrestling praticato in terra nipponica oppure “Montreal 11/9”, traccia che tratta uno dei casi più controversi nella storia della WWF, conosciuto anche come Montreal Screwjob. L’album poi si conclude con “I Wanna ECW all night”, brano che riprende direttamente e liberamente la famosissima “I Wanna Rock’n’Roll All Night” dei Kiss, reintrerpretandola completamente in chiave grindin’hardcore/pv, pur mantenendo un groove fottutamente rock’n’roll. Per concludere, i Crisis Benoit sanno fare il loro sporco lavoro e lo sanno fare molto bene, riuscendo ad intrattenere e tenere incollati all’ascolto come il più avvincente dei match. Una lezione di violenza inaudita, sangue e sudore sul ring, questo è “Icon of Violence”… 13 mazzate sui denti che arrivano all’improvviso. Un concentrato di violenza, non musica, che non ci lascerà tempo per riprendere fiato. Tutto questo sono i Crisis Benoit, nothing less, nothing more.

Con i Sadaku sarò molto più breve, ma giusto perché trattandosi della loro prima fatica in studio credo che le parole servano a molto poco e che l’ascolto del loro omonimo album possa darvi tutte le risposte che cercate, soprattutto se siete alla ricerca di un fastcore/powerviolence imbastardito con echi di crust e grind qua e la che non lascia scampo e che si propone come unico obiettivo quello di annichilirci a colpi di violenza sonora. Le tematiche affrontate nelle liriche dai sardi sono assolutamente uno dei punti forti della loro proposta in quanto cariche di pulsioni riottose e prese di posizione nette contro questioni come lo sfruttamento animale o il militarismo. Un esempio lampante delle posizioni antimilitariste che animano i Sadako è senza ombra di dubbio la nona traccia “RWM”, che prende il nome dalla fabbrica di bombe stanziata a Domusnovas (nella zona meridionale della Sardegna) e che negli anni ha visto la nascita di un movimento territoriale antimilitarista che ha messo in atto pratiche come il sabotaggio e l’occupazione, in modo da attaccare la presenza e i profitti di tale fabbrica di morte. Le tematiche affrontate negli altri pezzi sono riconducibili alla lezione classica dell’hardcore italiano degli anni 80/90 e di gruppi come Declino, 5°Braccio o Sottopressione, ma anche di gruppi più recenti come i Repressione. Tracce furiose e sbriciola ossa accompagnate da testi riottosi e incazzati, questo è quello che ci offrono i Sadako con la loro prima fatica in studio. Un pezzo come “Distruzione della monotonia: nessuna abitudine all’uguale” condensa, a mio parere, tutto quello che ho appena detto. Un concentrato di rabbia e rumore che non si ferma davanti a niente e nessuno, una lezione di violenza che vi farà pentire di esservi imbattuti nei Sadako. La domanda è sempre la stessa: cazzo volete di più?

 

Sadako + Crisis Benoit + Igioia live in Innsbruck
(Foto rubata dal profilo Fb del buon Pavel)

È solo una piccola lezione di violenza sonora, una questione di terrorismo musicale. Avete preso appunti? Siete pronti per il massacro? Come al solito, so’ cortellate quante ne volete.