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Working Class Grind-violence Galá! – Giorni Neri is Back!

“Sono parte dell’hardcore la musica e il pensiero”

Giorni Neri Is back! E con lui anche gli inutili live report che ero solito scrivere agli inizi di questo blog ritornano a gamba tesa e senza nessuna apparente ragione valida. Dopotutto per me scrivere live report è sempre stato solamente un modo di incidere nella memoria e nel racconto serate, live e situazioni che pensavo meritassero di essere raccontate anche a parole perchè rappresentative di un certo modo di vivere la scena e la musica hardcore. Soprattutto quando si trattava e si tratta, come in questo caso, di una serata che non fatico a definire “intima”, visto che tra band e organizzatori ho potuto riassaporare finalmente quello “spirito che continua” e quella comunione di tensioni e volontà che forse sentivo mancare da tempo. Bando alle ciance e alle fregnacce, partiamo con il racconto di questi Giorni Neri Is Back, organizzato come nome tradisce dal collettivo Giorni Neri dei bellissimi Achille e Fez e che vuole essere un anticipo, un assaggio, del Giorni Neri Fest che a febbraio vedrà la sua quarta edizione! Nella cornice del nuovo splendido FOA Boccaccio, ultimo avamposto di resistenza in una delle città più borghesi e gentrificate a colpi di sicurezza e decoro di tutta la Lombardia, un concerto che di sicuro ha compromesso l’integrità dei nostri timpani e che ha fatto tremare la terra sotto i nostri piedi. Un vero e proprio galà del working class grind violence, lontano dai tentativi di commercializzazione della scena hardcore e dalle contaminazioni hipster di merda che cercano di rendere una comunità e una scena nient’altro che mero pubblico da locale sedicente alternativo su cui fare profitti e carriere.

Monza, venerdì 17 dicembre.

Se Vice fosse un giornale non lo userei nemmeno per pulirmi il culo“. Questa frase probabilmente rappresenta l’apice della performance dei Misophonia. 10 minuti scarsi di working class noisecore, violenza e blast beats in nome del comunismo. Primo vero e proprio live per questo super gruppo bergamasco-milanese (ma anche pugliese, filippino, rhodense), ma tra una cerchia ristretta di eletti si narra fosse in realtà il secondo. Sicuramente il primo dinanzi a più di 15 persone. Musicalmente non si capisce un cazzo (in senso buono): è noise, è violence, è grind, ci sono i blast e i cambi di tempo, i timpani fischiano. Le canzoni se durano tanto non superano i 35 secondi. Alcuni testi sono dissing a tanta merda che infesta la scena hardcore, DIY e underground, da quegli hipster coi soldi di Vice a chiunque confonda tutte le persone che provengono dal Sud Est Asiatico con un generico “ah ma sei giapponese?”. Attitudine street, odio di classe e coltellate per tutto e tutti, quante ne volete. Il fantasma di Tito aleggia su Monza, Misophonia o Barbarie.

Il potere-violenza di Cuneo terrorizza la Padania monzese“. A seguire la barbarie misophonica ci hanno pensato i Rice Filth, in un continuum di devastazione, saccheggio, blast beats e rumore. Rispetto all’ultimo volta che gli ho visti, si son decisi a non suonare per tre volte l’intera scaletta di fila (punto a loro favore, vi voglio bene), difatti anche loro avranno suonato si e no poco meno di un quarto d’ora. Un quarto d’ora che ai Rice Filth basta e avanza per mettere in chiaro di essere i nuovi giovani fuoriclasse del powerviolence italiano! Se solo fossero esisti nel biennio 2014/15 li avrebbero chiamati a suonare ovunque, anche a Gubbio probabilmente. Per fortuna la moda powerviolence è passata e a suonare questo genere è rimasta solo gentaglia come i Rice Filth che ci crede davvero e lo fa con sincera passione. Attualmente migliore band italiana a parer mio a suonare potere-violenza, c’è ben poco altro da aggiungere. Se non li avete ancora visti live, non perdete occasione e fatevi triturare le ossa al più presto. Bel momento la cover degli Sfottex, modo migliore per onorare la memoria di Samu. Cuneo a mano armata, mani rubate alle risaie, mani che blastano senza pietà! Viva l’agricoltura, il powerviolence e la libertà. Risorneremo, prima o dopo!

Finito il live dei Rice Filth è toccato ai malefici Evil Cosby scaldare cuori e corpi dei e delle presenti. Peccato che, tocca fare mea culpa, me li sono persi. Dopo essermi fatto quasi 3 ore di macchina più di un mese fa per vedermeli al Next Emerson di Firenze (dove oggettivamente hanno spaccato), in questa occasione non son riuscito a vedermeli perché chissà dove cazzo fossi, fuori al freddo a fare chissà cosa. Vergogna su di me. Onore e tanto amore a loro che, ci metto la mano sul fuoco, avranno sicuramente dato riprova di quanto cazzo sia pesante, solido e devastante il loro sludg-core a tutti e tutte i/le presenti. Cosby malvagio, io stupido. Ah sì Dharma, ultimo Ep in casa Evil Cosby, è un album che dovete assolutamente recuperare e divorare se non l’aveste ancora fatto. Mi raccomando.

Bella ragazzi allora come va? Eh come va…” A concludere in bellezza questo grind-galà non poteva che toccare ai One Day in Fukushima, band che non credo abbia bisogno di presentazioni visto che il loro micidiale death-grind parla per loro e colpisce dritto lasciando stremati a terra senza energie. Sarà che son stati la prima band che ho intervistato su questo merda di blog. Sarà che una delle coproduzioni più fighe che ho fatto è stato il loro split con gli Aftersundown, ma ora sarà solo il mio cuore a parlare. Praticamente rinominabili One Day in Boccaccio, dopo aver suonato ai Giorni Neri Fest di due anni fa sempre in quel di Monza, anche questa volta non hanno deluso e hanno fatto pogare come fossimo al ballo della scuola grindcore. Che cazzo vogliamo dire a questi tre fuoriclasse del death-grindcore tritaossa?! Ma li sentite i riff? L’avete sentita la macchina da guerra spara blast beats che hanno alla batteria? Una band ormai giunta ad una maturità totale, suonano bene, hanno la giusta attitudine, sono veri manowar e non sono false grind, ripeto, che cazzo vogliamo chiedere di più? Oggettivamente impossibile non pogare e stare fermi quando attaccano a suonare. Se non vi piacciono probabilmente ascoltate i Full of Hell. Se i nemici del vero grind hanno provato ad eliminarci, i One Day in Fukushima ribadiscono la loro lezione di violenza sonora senza compromessi e con tantissima attitudine! Scossa sismica sabato mattina in Lombardia? Probabilmente i blast beats dei One Day in Fukushima hanno qualche responsabilità.

Aspettando l’arrivo dei Giorni Neri Fest a febbraio, solo grazie ad Achille, Fez, ai/alle compas del FOA Boccaccio e alle band per aver reso possibile una serata come questa, qualcosa che ha scaldato corpi e cuori nel gelido freddo di dicembre. Grazie anche al buon Angel (seguite il profilo instagram su cui carica le foto dei concerti!) per avermi concesso alcune foto della serata da inserire nell’articolo. Lo spirito continua!

Schegge Impazzite di Rumore #12

Quando è stato l’ultimo appuntamento con Schegge Impazzite di Rumore? Non me lo ricordo nemmeno più ma azzarderei più di un anno fa. Si è vero, qualche mese fa ho rispolverato questa rubrica per una sorta di puntata speciale dedicata a due pubblicazioni (Sentiero di Lupo e SLOI) targate Sentiero Futuro Autoproduzioni, ma tolto questo, si potrebbe quasi parlare di rubrica morta e sepolta. E invece no, “cosi de botto senza senso“, ecco che Schegge Impazzite di Rumore rompe l’assordante silenzio giungendo al suo dodicesimo capitolo, in cui, finalmente, riesco a parlarvi di tre devastanti ep che sono stati pubblicati prima o durante l’estate. La copertina quest’oggi se la prende una iconica fotografia degli scontri di piazza ad opera dei militanti dello Zengakuren, ovvero un sindacato studentesco giapponese di ispirazione comunista attivo dal 1948 e protagonista di grandi momenti di protesta e rivolte, come le mobilitazioni del 1968. Perchè questa scelta vi chiederete voi? Ancora una volta, apparentemente, “cosi de botto senza senso“. Oppure perchè questa stessa immagine è stata usata come copertina di uno splendido split del 2018 tra gli Arno X Duebel e i Crystal Methodist che mi sto riascoltando a ruota in questi ultimi giorni. Quale sia la reale ragione, non ci interessa, perchè quello che conta sono le righe che ho scritto in merito alle ultime fatiche in studio di Negative Path, Always Never Fun e Fever. Perché l’hardcore suonato da questi tre gruppi è pronto a colpirci forte in pieno volto con tutta la rabbia possibile, come evoca, del resto, l’immagine di copertina.

NEGATIVE PATH – SELF-DESTROYED 

Non sono un amante dell’etichetta di “supergruppo”, però se dovessimo pensare alla scena palermitana non credo ci sia modo più onesto e preciso per definire i Negative Path. Annoverando tra le loro fila gentaglia attiva in grandissime band come ANF, Eraser o Cavernicular, fugano dal principio ogni minimo dubbio sulla loro attitudine e sull’intensità con cui suonano l’hardcore punk che fu! Beh a distanza di qualche anno dal precedente debutto che fu una vera e propria dichiarazione di intenti dei nostri nei confronti della loro passione per l’hardcore ottantiano, oggi i Negative Path son tornati con Self Destroyed, un’ep di dieci tracce che punta tutto su intensità, velocità e su una buona dose di “non prendersi troppo sul serio“. I punti di riferimento dei nostri rimangono gli stessi dal primo giorno che han deciso di mettersi a suonare insieme, passando dai Poison Idea ai Negative Approach, fino a giungere a sonorità vicine al fastcore in stile Larm. Un fast-hardcore punk senza fronzoli insomma, che picchia forte sul muso e che tira dritto veloce senza perdersi per strada, con un minutaggio medio che si aggira sotto il minuto, dandoci costantemente l’impressione di venire investiti senza pietà da una raffica di vere e proprie schegge impazzite! Otto minuti totali che passano troppo in fretta per un ep che ci ritroveremo a rimettere dall’inizio infinite volte senza annoiarci nemmeno un secondo. Da Palermo con furore, lo spirito continua!

ALWAYS NEVER FUN – II

Dopo più di un quinquennio in cui sonorità che spaziavano dal thrashcore al powerviolence imperversano da destra a sinistra all’interno della scena hardcore italiana, negli ultimi anni sembra che questo filone/trend/moda (chiamatelo un po’ come cazzo vi pare) si sia lentamente affievolita, lasciando spazio ad altro. Nonostante ciò, e per fortuna mi verrebbe da dire a gran voce, possiamo ancora contare su i palermitani Always Never Fun (ANF), band attiva nella scena dal 2014 e che prosegue nel suo intento di suonare una mistura devastante di fastcore e powerviolence senza guardare ai revival del momento e anzi continuando a suonare quello che piace a loro con tutta l’attitudine e la sincerità a cui ci hanno abituato fino ad oggi. Non si smentiscono difatti nemmeno con questo nuovo “II”, dieci fast-tracce che non sforano mai i cinquanta secondi e che arrivano dirette come un pugno nello stomaco. Un hardcore veloce e senza compromessi che prosegue il discorso già iniziato anni fa con il loro primo S/t album e che sembra aver raggiunto ormai una maturità e una forma a limiti della perfezione in ambito fast-violence. La suola hardcore a cui si rifanno gli ANF è sempre la stessa (e l’hanno ribadito più volte negli anni con le compilation tributo a cui hanno partecipato) ed è quella incarnata da Capitalist Casualties, Lack of Intereset e Crossed Out su tutti, dimostrando come il tempo passi ma la passione per certe sonorità è dura a morire. Come i loro compaesani Negative Path, anche gli ANF ci danno in pasto un ep di pochissimi minuti (sette per un totale di dieci tracce) che non ha bisogno di far prigionieri perchè già al primo ascolto il fast potere-violenza suonato dai palermitani rade al suolo qualsiasi cosa, lasciando solo macerie e polvere al suo passaggio. Servono dischi come questo per tornare a ribadire un concetto semplice ma fondamentale: il powerviolence non è moda, il powerviolence è guerra!

FEVER – S/t

Da dove partire per parlare di questi quattro brutti ceffi di Imperia e della loro prima fatica in studio? Dalla splendida copertina che tradisce l’iconico stile di Caticardia? Dalle sonorità hardcore oscure e nichiliste imbastardite con echi post-punk che animano queste quattro tracce? Dal fatto che avendoli visti suonare live posso assicurare che sono ancora più devastanti rispetto a quanto mostrano su disco? Difficile scegliere da dove iniziare, così la faccio breve e un po’ da paraculo e inizio dicendo semplicemente che questo self titled ep dei Fever è un bomba senza se e senza ma. E’ realmente difficile resistere alle melodie post-punkeggianti azzeccate e alla generale atmosfera oscura che avvolge l’intera proposta dei nostri, così come ai momenti più spiccatamente hardcore. Tracce come Remember o la conclusiva Empty offrono un esempio perfetto dello stile dei Fever, un hardcore punk intenso e ben suonato, in cui molto spazio viene lasciato alle atmosfere che strizzano l’occhio alle sonorità più dark di certo post-punk, conferendo al tutto quel tocco personale e assolutamente non scontato che cattura al primo ascolto e si insidia facilmente nella testa. Se il buongiorno si vede dal mattino, questo primo ep dei Fever lascia ben sperare per il futuro e anzi mi costringe a chiedere a gran voce un loro nuovo disco. E mentre Imperia annega in un mare di merda e noia, la rabbia hardcore dei Fever brucia minacciosa dimostrando che la scena da quelle parti è più viva e attiva che mai!

A Lesson in Violence: Stimulant & Ona Snop

Sarà che negli ultimi giorni sono tornato in fissa potente con Hellnation, Crossed Out e soprattutto Capitalist Casualties, tutti gruppi che amo alla follia e che hanno influenzato parecchio i miei gusti in ambito hardcore ed estremo, ma eccomi pronto a parlavi di due dei migliori dischi powerviolence/fastcore usciti nel 2020 e che meritano sicuramente la vostra attenzione! Se pensiamo per un attimo a cos’è stata la scena powerviolence/fastcore di qualche anno fa, tanto a livello mondiale quanto a livello italiano, e a quante band sono nate al suo interno per poi sciogliersi nel giro di poco tempo, e poi spostassimo lo sguardo ad oggi, ci renderemmo conto come sia effettivamente esistita una sorta di “moda powerviolence” e che sia ormai passata, lasciando spazio a quell’entità che a moltissimi piace definire “raw punk” e che non si ancora capito bene cosa cazzo voglia dire. Al di là di questi cenni storici assolutamente inutili ma che forse potrebbero intercettare lo spirito dei tempi soprattutto all’interno della scena hardcore e punk, ad oggi le band rimaste attive a suonare con passione sincera, convinzione e attitudine powerviolence o fastcore sono molto poche rispetto al periodo di massimo splendore del revival del genere. Tra queste troviamo certamente gli inglesi Ona Snop e gli Stimulant da Brooklyn, senza troppi dubbi due delle migliori espressioni del PV/fastcore degli ultimi 5-10 anni, due band che hanno sempre sfornato dischi di una qualità altissima e di un’intensità invidiabile. Negli scorsi mesi entrambe le band hanno dato alla luce un nuovo album ed è per tale ragione che in questo nuovo appuntamento con A Lesson in Violence vi parlerò proprio di Intermittent Damnation degli Ona Snop e Sensory Deprivation degli Stimulant, dischi che rispondono ad un unico imperativo categorico: “play fast or die trying!”.

E’ cosa nota a tutti che la scena hardcore di Leeds degli ultimi dieci anni ha dato i natali ad alcune delle migliori band contemporanee in ambito fastcore e powerviolence come Gets Worse e Afternoon Gentlemen. Difatti non stupisce che gli Ona Snop, forse il gruppo più interessante e originale appartenente a quella scena, abbiano pubblicato qualche mese fa l’ennesimo devastante capitolo della loro discografia, un semplice e sincero disco di fastcore in your face intitolato Intermittent Damnation, a mani basse quello che si può definire senza troppi problemi uno dei dischi migliori dell’intero 2020. Un disco che, dall’iniziale Everybody in the World is Fucked alla conclusiva Drunk and Rich, non lascia mezzo secondo per riprendere fiato e che impatta sull’ascoltatore come una scarica di pugni nello stomaco, diciassette tracce che non mostrano mai segni di cedimento e un sound generale che dimostra ancora una volta come gli Ona Snop conoscano perfettamente la materia fast-hardcore e sappiano suonarla in maniera assolutamente devastante e convincente. Un concentrato di fastcore, con qualche vaga incursione in territori powerviolence, suonato con passione e attitudine e che ha dalla sua un’ottima tecnica strumentale e la qualità di imprimersi in maniera indelebile già dopo pochissimi ascolti. Non che servissero ulteriori prove o conferme sulla qualità degli Ona Snop e del loro fast-hardcore, senza dubbio uno di quei gruppi che difficilmente deludono le aspettative, ma ancora una volta sono riusciti a superare quanto già di ottimo e devastante avevano offerto con il precedente Geezer del 2018, pubblicando un disco come Intermittent Damnation capace di creare dipendenza e non stancare mai. Tempo fa in merito allo splendido Snubbed dei Gets Worse concludevo la recensione con un breve quanto valido “Leeds odia ancora” e arrivato per l’ennesima volta (ormai ho perso il conto e poco importa) a dover mettere questo Intermittent Damnation da capo, mi tocca ribadirlo con gioia: Leeds continua ad odiare, fastcore a mano armata!

 

Nati dallo scioglimento dei magnifici Water Torture e già autori nel 2017 di uno splendido self titled album di debutto, disco che incise in maniera indelebile il loro nome sulla mappa del powerviolence mondiale, gli Stimulant tornano finalmente sulle scene con questo Sensory Deprivation, un lavoro monolitico che a partire dal titolo non lascia spazio a troppi dubbi e può dare subito una chiara idea dell’impatto che avranno queste nuove 27 tracce su di noi. La formula vincente della band di Brooklyn è sempre la stessa: un mix assolutamente devastante di grindcore e powerviolence, in cui a farla da padroni assoluti sono i costanti quanto improvvisi cambi di tempo e una forte componente noise, oggi forse più protagonista nel sound degli Stimulant rispetto al passato e capace di rendere la proposta dei nostri ancora più violenta, rumorosa e interessante. Come sempre siamo di fronte ad un muro di suono che appare riduttivo definire granitico e brutale, un sound implacabile e impossibile da scalfire e che nei momenti più furiosi e distruttivi, in cui a prendersi la scena sono senza dubbi i blast beats tritaossa, sembra realmente di essere in mezzo ad un agguato a mano armata da cui è impossibile uscire indenni. Come da tradizione del gruppo statunitense, anche questo Sensory Deprivation ha un durata abbastanza sostenuta che si aggira sulla mezzora abbondante, in netta controtendenza rispetto alla maggior parte delle uscite powerviolence. Se da una parte, a primo impatto, il minutaggio generale può sembrare eccessivo, dall’altra, appena si decide di premere play e si viene trafitti senza pietà dalla tripletta iniziale formata da Apathetic, Trashed e Myopic Voided, si capisce immediatamente che il powerviolence degli Stimulant non ci lascerà mezzo secondo per riprendere fiato, continuando a colpirci con violenza fino all’ultimo secondo disponibile, lasciandoci di fatto impotenti, inermi e sfiniti una volta giunti alla fine. Inoltre la forte componente noise è capace di rendere l’esperienza dell’ascolto di Sensory Deprivation una vera e propria discesa in un vortice di confusione, angoscia, estraniamento e totale impotenza dinanzi all’impossibilità di trovare una via di fuga, mentre il powerviolence degli Stimulant continuerà a scagliarci addosso schegge impazzite di rumore e violenza senza alcuna pietà. In fin dei conti vale lo stesso discorso fatto per gli Ona Snop; se infatti non serviva un disco come Sensory Deprivation per darci la conferma della qualità e della brutalità del potere-violenza suonato dagli Stimulant, dischi come questo ci ricordano cosa significhi suonare questo genere con passione, ispirazione e sincera quanto viscerale rabbia, dandoci una vera e propria lezione di violenza e di estremismo sonoro. E forse qualche volta si ha solo bisogno di spararsi nelle orecchie un disco come questo, semplicemente quanto di meglio la scena powerviolence ha da offrirci ancora oggi! Play fast till the day you die, this is another lesson in (noise-power)violence!

 

Sfottex – Demo (2020)

Questa recensione è solamente una ridicola scusa per ricordare Samu e ricordare a tuttx che la depressione è una merda! Stay safe, fuck depression and fuck society!

Mi ricordo di te, Samu. Non ci conoscevamo affatto bene ma ho questo ricordo di te che ti fermi davanti alla mia distro in occasione della taz in Corvetto del 12 luglio scorso dove hai suonato col tuo gruppo. Ricordo perfettamente che abbiamo scambiato due parole sulla scena hardcore, niente di più. Non posso capire il dolore che stan provando le persone che ti volevano bene, ma comprendo pienamente il dolore che ti ha divorato e ti ha portato a compiere questo gesto. La depressione è una fottuta merda, la società che stigmatizza e abbandona chi ne soffre è una merda, ogni altra parola sarebbe superflua. Ciao Samu, un mega abbraccio in mega ritardo.

Se oggi sono qui a parlarvi di questa prima demo degli Sfottex, in colpevole ritardo perchè si fa una fatica enorme in una situazione del genere a pensare alla musica, è perché, in accordo con i membri del gruppo, credo e crediamo sia un modo estremamente valido per tenere vivo il ricordo di Samu e per far si che un progetto a cui lui ha dato tanto si prenda l’attenzione che merita. Oltre che per tornare a sottolineare, con il cuore pieno di rabbia e tristezza, quanto cazzo la depressione sia una merda e quanto sia importante prendersi cura di chi abbiamo accanto in tutte le situazioni che attraversiamo. Anche e soprattutto nella nostra scena hardcore. Prendendo a prestito le parole di un amico: “Onore a tutti quelli che hanno combattuto questa guerra. Onore ai morti e ai vivi, che ancora combattono.”
Sembra assurdo mettersi a parlare di questa demo degli Sfottex date le circostanze in cui gli altri membri del gruppo si son trovati, perdendo un amico ancora prima che un compagno con cui condividere una band, un percorso e un’idea di musica. Ma se sono qui a sforzarmi di scrivere due righe su questa prima fatica in studio del gruppo è perchè il powerviolence/fastcore suonato dagli Sfottex merita al di là di tutto e questo merito è da attribuire anche all’apporto di Samu alla batteria. Nove tracce caratterizzate da un hardcore/pv veloce e furioso, un sound solido che tira dritto per la sua strada senza pietà e senza cedimenti, suonato con passione e attitudine, ma anche con quella vena scanzonata e ignorante che rende ancor più godibile e divertente la proposta dei nostri. Tra una traccia che manifesta il sincero e viscerale odio per la città di appartenenza del gruppo (CNmerda) e un’altra dal testo più politico in senso anarchico come “Falsa Sicurezza“, siamo davanti ad una demo che può contare su un ottimo bilanciamento tra la buona qualità della parte strumentale e la parte lirica che non manca di momenti davvero intensi e toccanti di tracce come “Mamma” e la conclusiva “Goccia“. In fin dei conti, dieci minuti scarsi di buonissimo fastcore/powerviolence (o meglio brutal speedcore, come lo chiamano loro) che, pur non inventando nulla, risulta estremamente godibile e che ha nell’intensità il suo più grande pregio. Lascio alle parole degli stessi Sfottex il difficile compito di concludere questa “recensione”, una delle più difficile dal punto di vista emotivo che mi sia mai ritrovato a scrivere:
“In certi momenti non sai bene cosa dire, non sai bene se sia reale o meno e non sai bene come comportarti a volte… ricevetti la chiamata ieri mattina di un mio amico che mi diede la brutta notizia, la prima cosa che pensai fu:”Sto coglione!”
E non nego che vorrei alzargli le mani per il gesto che si è sparato.
Ma questo è solo uno stupido modo per sdrammatizzare una situazione che non è nient’altro che tragica e orribile per questo vi lascio al messaggio preimpostato, non sappiamo se ci sarà un continuo alla storia degli Sfottex ma sicuramente non smetteremo mai di suonare, anzi, suoneremo più forte per chi non c’è più; Ci mancherai Sammy, sempre nei nostri feedback e nei nostri suoni per sempre.
Just a first demo published to commemorate our beloved friend and Bandmate who committed Suicide, our hearts are full of pain for the loss, and we want to show all our support and love to family and friends!
Thank’s guys love you all and stay safe keep friends close as long as you can!
And Fuck Depression and society!
Rest in Power Sammy! ❤
Lo abbiamo pubblicato per te zì, Tenetevi stretti sempre gli amici!”

Dropdead – S/t (2020)

 

Partiamo con alcuni, superflui, dati empirici. È infatti dal 1998 che i Dropdead non rilasciano un full lenght. Certo nel mezzo il vuoto è stato colmato da una serie di split degni di nota e di assoluto valore con nomi del calibro di Unholy Grave, Converge e Totalitar, ma si sentiva la mancanza di un lavoro dalla durata più sostenuta firmato esclusivamente dai Dropdead. Ed eccolo finalmente arrivato. La ricetta di partenza è sempre la solita: un hardcore punk veloce e furioso che spesso invade territori a volte riconducibili al powerviolence, mentre in altri momenti lambisce sonorità vagamente grind, ma che racchiude sempre dentro di sé tutta quell’attitudine in your face tipica dell’hardcore vecchia scuola e quello spirito battagliero intenzionato a non lasciare prigionieri e a sputarci in faccia tutto l’odio e la rabbia che ancora animano la musica del gruppo di Rhode Island. Forse l’unica nota mezza-stonata questa volta è l’iconica voce di Bob, dai toni sempre rabbiosi ma meno graffianti e urlati rispetto ad un tempo, capace certamente ancora di trasmettere lo spirito riottoso dei Dropdead ma senza essere lancinante come una volta nel prenderci a pugni la testa fino a sbriciolarla. Questo non dev’essere visto per forza come un lato negativo anzi, ma come una naturale “evoluzione” (passatemi il termine) per una band in giro da trent’anni e che, pur avendo ancora tanta rabbia da urlare in un microfono e da sputarci addosso, ora ha deciso di dare una nuova sfumatura al proprio hardcore, non perdendo comunque nulla i termini di attitudine e di sincerità con cui porta avanti le proprie idee. Probabilmente tutto questo è dovuto semplicemente al fatto che i Dropdead del 2020 non sono chiaramente quelli del 1998, il tempo scorre inesorabile per tutti e anche per un gruppo abituato da sempre a tirare velocissima la propria musica, ventidue anni senza rilasciate un disco completo si fanno sentire. Azzarderei inoltre a sostenre che i Dropdead di questo album sono si più anziani ma in senso positivo, ovvero più maturi, riuscendo nonostante il tempo che passa a trasmettere la stessa rabbia per questo mondo di merda e a condensare in ventitré tracce la coscienza politica e lo spirito di rivolta che li anima da sempre, oggi forse con un’irruenza più ragionata.

Già un mese fa i Dropdead avevano iniziato a farci assaporare alcune nuove tracce come “Prelude/Torches” e “Flesh and Blood”, singoli che permettevano di farsi un’idea abbastanza precisa, seppur generale, della qualità e dell’intensità che contraddistinguono anche questo terzo s/t album. Le ventitre tracce in cui ci imbattiamo, musicalmente si rifanno a quel devastante mix di hardcore, fastcore e powerviolence, marchio di fabbrica dei Dropdead dal giorno zero; questa volta però mostrano maggiori sfumature e continui cambi di stile, ma è proprio così che dovrebbe suonare un disco dei Dropdead nel 2020, almeno secondo la mia idea. Ci sono pezzi assolutamente devastanti e che trasudano attitudine hc e in your face da tutti i pori come On Your Knees, Only Victims o The Black Mask, mostrandoci quanto ancora ribolla la rabbia e la passione più sincera per un certo modo di intendere e suonare l’hardcore punk nel sangue dei Dropdead, una passione che nemmeno trent’anni di carriera possono scalfire. Per quanto riguarda invece l’aspetto lirico, questo nuovo self titled album rappresenta un quadro perfetto con cui i Dropdead attaccano, analizzano, prendono posizioni nette e vomitano tutta la rabbia verso questi tempi bui che stiamo vivendo a livello globale, ponendo l’accento e la propria attenzione su questioni di fondamentale importanza sociale come la devastazione climatica in nome del profitto più famelico e cieco del capitale, l’ascesa dell’estrema destra, lo sfruttamento animale (tematica da sempre centrale nelle liriche del gruppo di Rhode Island), gli orrori delle guerre mosse in nome degli interessi del capitalismo e molto altro ancora. La musica dei Dropdead non è solamente il concentrato della rabbia e della frustrazione dovuta a questi tempi bui che stiamo vivendo, ma vuole incarnare una viscerale e istintiva volontà di rivolta e di ribellione dinanzi a tutto questo. E non dovrebbe forse essere questo il più sincero obiettivo dell’hardcore punk?

Al di là di tutte le note positive come il ritorno su disco o la possibilità di godere di queste nuove ventitrè tracce, e delle poche, pochissime, note “negative” (passatemi nuovamente il termine) come le vocals di Bob che potrebbero lasciare l’amaro in bocca a molti affezionati delle urla lancinanti e selvagge di un tempo, avercene di gruppi dall’attitudine, dalla coscienza politica, della sincerità e dalla passione con cui suonano l’hardcore punk ancora oggi nel 2020 i Dropdead. Alla fine, se proprio dobbiamo tirare le somme, per quanto possa suonare per certi versi diverso da tutto ciò che hanno registrato fino ad oggi, questo terzo self titled album è ancora una volta un concentrato di mazzate annichilenti nello stomaco e di rabbia sincera contro tutta la merda che ci circonda, e non si poteva chiedere di meglio al gruppo di Rhode Island che si continua a dimostrare una sicurezza in termini di coerenza e attitudine.

L’hardcore è ancora una minaccia, l’hardcore è ancora un mezzo con cui minare questo esistente e farlo saltare in aria!

 

Yacøpsae – Timeo Ergo Sum (2020)

Powerviolence ist krieg, Fastcore Is Forever!

Timeo Ergo Sumletteralmente “ho paura quindi sono“, è il titolo dell’ultima fatica in studio dei tedeschi Yacøpsae rilasciata nel dicembre 2019, ed è‘ l’ennesima mazzata in pieno volto, l’ennesima scarica di pugni ad altezza stomaco, l’ennesima lezione di terrorismo sonoro e di violenza inaudita concentrate in 21 minuti di turbo-speed-violence!

Ventiquattro schegge di rumore impazzite, frenetiche e devastanti trafiggono le nostre orecchie e ci torturano nel profondo con una violenza brutale, privandoci di ogni forza ed energia vitale e senza lasciarci mezzo secondo per riprendere fiato. Gli Yacøpsae ci scaricano addosso ancora una volta il loro furioso fast-grind-violence in cui gli ingredienti principali sono un estremo e convulso powerviolence e un super-veloce fastcore, dove a farla da padroni assoluti sono sicuramente i blast beats onnipresenti e tritaossa (il tupa tupa di tracce come Kopflos e Vergessen sembra poter demolire qualsiasi cosa), un riffing frenetico ed apparentemente instancabile, stop & go ricorrenti (Niemandsland)  e delle vocals lancinanti  e abrasive che ci vomitano addosso un odio e una rabbia annichilenti. C’è spazio anche per brevi rallentamenti e momenti meno frenetici, come da tradizione per quanto riguarda il powerviolence suonato dai tedeschi, ma la sensazione arrivati alla fine del disco è quella di aver preso tante di quelle mazzate da fare fatica a respirare e non avere nemmeno le forze per reggersi in piedi. Tracce come al solito dalla breve durata e assestate su ritmi velocissimi, scorribande costanti in territori dove a dominare incontrastato è l’estremismo sonoro in tutte le sue forme, dal powerviolence fino a giungere ad echi grind, veri e propri assalti di disastro sonoro oltranzista all’inverosimile che non mostra cedimenti, nonostante i tedeschi siano sulle scene dal 1990. Gli Yacøpsae sono ancora una volta sinonimo di qualità, sincerità e coerenza verso un preciso modo di intendere l’hardcore nelle sue forme più radicali ed estreme. Fanculo tutto, fanculo il punk rock… Con “Timeo Ergo Sum” gli Yacøpsae ci danno un’altra una lezione di turbo speed violence terroristico e senza compromessi! 

Stigmatized – … a Wall of Falseness (2020)

 

Aprile 2020, in piena pandemia globale il mondo sta scivolando sempre più nel baratro, un misterioso quanto fatale virus miete sempre più vittime al punto che la fine dell’umanità sembra essere giunta. Della normalità tanto agognata da qualcuno non è rimasta nemmeno l’ombra. In uno scenario simile, gli Stigmatized ci regalano la loro ultima fatica in studio dal titolo “… a Wall of Falseness“. Pur avendo dovuto affrontare cambi di formazione rispetto al primo lavoro datato 2016, il sound dei cagliaritani non perde niente in termini di intensità, di ferocia e di brutalità, tanto meno a livello di irruenza espressiva e di tecnica strumentale.

La vita fa schifo… E poi muori! È ancora questo il messaggio nichilista che ci sputano in faccia i cagliaritani Stigmatized con il loro nuovissimo album “… a Wall of Falseness“, un assalto demolitore di grindcore a metà strada tra la vecchia scuola e pulsioni più moderne ed echi crust e powerviolence che rimangono parte del corredo genetico della proposta dei nostri! Undici tracce, quattordici minuti, una sorta di breviario del caos che trasuda odio nichilista, furia distruttrice e rabbia brutale da ogni singolo riff e da ogni blast beat. Tra gli undici brani fa piacere riascoltare pezzi già sentiti e apprezzati sul primo EP “Slavery” pubblicato ormai quattro anni fa, come “Life Sucks The You Die“, “Stigmatized Corpses” o “Mass Graves“, ma che appaiono ancora più brutali e devastanti in questa nuova veste. Accanto ad essi trovano spazio anche pezzi inediti come “Man Is War” o “The One Who Suffer” che risultano essere tra gli episodi migliori dell’intero lavoro e due ottimi esempi dell’intensità e della brutalità che contraddistingue il grindcore suonato dagli Stigmatized. Le influenze da cui prende forma il sound degli Stigmatized vanno ricercate ancora una volta tanto nel primordiale grind sporcato di hardcore dei Napalm Death quanto in dischi come “Inhale/Exhale” dei Nasum, “Under Pressure” dei Rotten Sound e “Killing Gods” dei Misery Index, senza tralasciare qualche vago richiamo al powerviolence degli Yacopsae da sempre presente nella proposta dei nostri.

Con tutto l’odio che hanno nel cuore verso questo mondo di miseria, sfruttamento, guerre e oppressione, gli Stigmatized son pronti a sparare questa raffica di devastante e furioso grindcore affinché non rimangano che macerie di questa civiltà che si è già autocondannata a morte. “… a Wall of Falseness” è una mazzata di disastro sonoro che colpisce in pieno volto e lascia stramazzati al suolo, niente più e niente meno. Cagliari continua ad odiare ed è ancora tempo di massacro!

 

A Lesson in Violence – Endless Swarm & Gets Worse

GRINDCORE IST KRIEG, POWERVIOLENCE IS FOREVER!

 

Gli Endless Swarm da Edimburgo, senza ombra di dubbio uno dei migliori gruppi a livello mondiale in ambito grindcore/powerviolence, hanno rilasciato ad ottobre l’ennesima mazzata estrema ricca di sincera attitudine in your face a cui ci hanno abituati da sempre. Credo che nessuno si stia domandando che cosa ci troveremo ad ascoltare su questa ennesima fatica del gruppo scozzese, ma se così non fosse ve la faccio breve: “Imprisoned in Skin” è un perfetto esempio di terrorismo musicale che si concretizza in 19 schegge di grind-violence impazzito e devastante! L’album si apre con la tripletta rappresentata da “Ether”, “Redesign” e salla titletrack, e subito si comprende quale sia il contenuto di questo splendido lavoro: 19 schegge di powerviolence/grindcore incazzato, frenetico e brutale che rendono macerie qualsiasi cosa si trovi dinanzi a loro, che trafiggono la pelle nella quale siamo imprigionati insieme ai nostri demoni più spaventosi che attendono di emergere in superficie per far divampare tutta la loro forza distruttrice.Da menzionare anche tracce quali “Awakened Lens” e “Genocide“, altri esempi perfetti del sound e dell’attitudine che contraddistingue gli Endless Swarm oggigiorno. Disco da ascoltare dall’inizio alla fine senza prender fiato poiché possiede tutta l’intensità di un calcio sullo sterno che impedisce di respirare. “Imprisoned in Skin” degli scozzesi Endless Swarm ribadisce una lezione che non dovremmo mai scordare: powerviolence ist krieg, powerviolence is forever!

 

I Gets Worse da Leeds ci hanno regalato a febbraio quello che a mani basse può essere ritenuto uno dei migliori lavori in ambito grindcore/powerviolence di tutto il 2019! Un sound ancora più devastante quello che caratterizza i Gets Worse su questo nuovo “Snubbed”, 20 coltellate di grind-violence per 27 minuti totali di durata, un concentrato di powerviolence imbastardito dal grindcore (o viceversa) che sa bilanciare perfettamente i momenti più frenetici e quelli maggiormente orientati verso rallentamenti simil-sludge (basti pensare alla traccia iniziale “Empty Tank“, per fare un esempio), con cambi di tempo costanti e un groove a la Spazz che fa da filo conduttore a tutto l’album. Sono tante le tracce che meriterebbero una menzione speciale, in quanto ci troviamo sparate nelle orecchie delle schegge di powerviolence che non mostrano segni di cedimento e che tirano dritte per la loro strada distruggendo tutto e tutti, come ad esempio “Awkwardly Close” (un pezzo dal  forte retrogusto hardcore anni ’90), “Attendance Report” o “El Bencho“, giusto per rimanere nella primissima parte del disco. Lascio a voi il compito, nonchè il piacere estremo, di perdervi nel vortice devastante creato dal resto delle tracce presenti su questo incredibile “Snubbed“. I Gets Worse ci impartiscono una fondamentale lezione di violenza inaudita, come a volerci dire che l’odio e la passione sincera per il potereviolenza sono più vivi che mai nell’underground inglese! Leeds odia ancora, powerviolence uber alles!

Rumori Veloci – L.UL.U/God’s America e Failure/Ona Snop

PLAY FAST TILL THE DAY YOU DIE!

Failure

Puntata speciale di “Rumori Veloci” dedicata esclusivamente a due split album usciti nelle scorse ore che sono delle vere e proprie bombe! Sto parlando delle ultime fatiche targate L.UL.U e God’s America da una parte e Failure e Ona Snop dall’altra, lavori che rispondono ad un unico imperativo categorico: “play fast or die trying!”. Questi due split faranno di sicuro la gioia di tutti gli amanti di sonorità fastcore, powerviolence e grindcore!

I L.UL.U ci avevano lasciati con un super fast Ep di solo due tracce qualche mese fa e sinceramente non si vedeva l’ora che buttassero fuori qualcos’altro, visto che stiamo parlando di una delle migliori realtà italiane in ambito fastcore di cui si sentiva la mancanza! In questo split con i God’s America, interessantissimo gruppo di Las Vegas dedito a sonorità powerviolence/grindcore, i L.UL.U ci regalano quattro nuovissime schegge del loro incazzatissimo fast-hardcore tutto attitudine e passione. Ci troviamo di fronte all’ennesima raffica di pugni nello stomaco a cui ci hanno sempre abituato i milanesi, l’ennesimo calcio in faccia che fa saltare via i denti. A livello di sonorità il fastcore dei L.UL.U, urlato, come sempre, fino a squarciarsi la gola dall’incazzatissima Beret e sorretto da quella vera e propria macchina da guerra che siede dietro le pelli che risponde al nome di Angel, mi ha riportato alla mente ancora una volta gruppi del calibro di Hex e Last Words, nonché lontane influenze più powerviolence riconducibili ai Manhunt o ai Worse. Sul lato dello split occupato dall’hardcore furioso e veloce dei L.UL.U spiccano certamente “Object” e la conclusiva  “Broken Bones” traccia il cui titolo non lascia certo spazio a interpretazioni. Schegge impazzite di fastcore rabbioso trafiggeranno il vostro corpo e le vostre orecchie, vi prenderanno a pugni fino a farvi sputare sangue lasciandovi agonizzanti a terra con le ossa distrutte come dopo un pogo selvaggio. Velocità e rabbia, l’essenza dell’hardcore suonato dai L.UL.U. 

Se non fossero bastate le mazzate targate L.UL.U e God’s America, ci penserà lo split tra Failure e Ona Snop, due delle realtà più interessanti della scena hardcore europea, a darvi l’ennesima scarica di calci in faccia! Questo split è un granitico concentrato di fastcore incazzato e devastante powerviolence che ha come unico dichiarato intento quello di infliggerci il dolore più assoluto sia a livello fisico che a livello psicologico, senza fare prigionieri, senza permettere a nessuno di ripredere fiato.

I Failure ripartono da dove si erano interrotti con il loro primo stupendo lavoro, ovvero un fastcore rabbioso e senza troppi fronzoli, che tira dritto per la sua strada lasciando solo macerie e distruzione al suo passaggio, che, come già scritto per i L.UL.U, non ci pensa due volte a prenderci a pugni nello stomaco e lasciarci senza vita per terra! Tra le sette tracce dei Failure a cui si somma  “Rotisserie Geezer“, cover proprio di un pezzo degli Ona Snop, spiccano senza ombra di dubbio l’iniziale “I Don’t Want to Talk to You”, “Gold-Coated Turd” e “Bleeding Hands”, esempi perfetti dell’attitudine dei nostri e del loro fastcore che ha la capacità di stamparsi immediatamente in testa! Suonare veloci fino alla morte o morire provandoci, ecco l’essenza più pura e sincera del sound dei Failure! Gli Ona Snop, per chi ancora non li conoscesse (e sarebbe un peccato imperdonabile), invece suonano un mix devastante e assolutamente personale di powerviolence e fastcore con evidenti influenze grind e vengono da Leeds, città la cui scena hardcore si sta dimostrando estremamente viva e florida nell’ultimo periodo grazie anche a gruppi come i Gets Worse (ne è un esempio perfetto la loro ultime fatica in studio, “Snubbed”). Sei mazzate di power-fast-violence tra cui spiccano senza ombra di dubbio “Chain Man” posta in chiusura e la  brutale “Melancholic Career“, sei mazzate che picchiano forte in testa come se non ci fosse un domani per gli Ona Snop, gruppo assurdo, irriverente e a cui frega letteralmente un cazzo di prendersi sul serio! Visti live nella cornice di Villa Vegan la scorsa estate in compagnia proprio dei Failure, posso assicurarvi che sono uno spettacolo tutto da godersi e che la loro miscela esplosiva di fastcore e powerviolence suona ancora più devastante dal vivo! 

Credo sinceramente di aver sparato già fin troppe stronzate e quindi ritengo di non avere più niente da aggiungere. Fate vostri il prima possibile questi due split che concentrano il meglio del disastro sonoro e del rumore veloce! E ricordatevi che l’unica cosa che conta, come ci insegnano L.UL.U, God’s America, Failure e Ona Snop è la seguente: PLAY FAST OR DIE TRYING!

 

 

Mesecina – Esbat (2019)

Un concerto punk sarà il nostro Esbat. Al chiaro di luna ci incontreremo di nuovo.

Finalmente i Mesecina sono tornati e ci regalano questo nuovo ep di puro e semplice powerviolence che riprende quanto fatto sulla prima fatica riuscendo ad estremizzarlo e rendendolo dunque ancora più devastante. Esbat è il titolo dell’ultimo lavoro dei miei gipsyes preferiti che si presentano con una formazione totalmente rinnovata. Infatti in questa nuova veste dei Mesecina ad accompagnare le urla folli e incomprensibili del solito Achille troviamo dietro le pelli quella vera e propria macchina da guerra che risponde al nome di Andrea Covaz (batterista nei The Seeker tra gli altri) e la bassista più sludge di tutta la scena milanese anche conosciuta come Federica Fez, già voce e basso nei fantastici Evil Cosby! Tornando per un attimo al titolo di questa ultima fatica dei Mesecina, “Esbat” è un termine che si utilizza per riferirsi ai rituali pagani collegati alle differenti fasi lunari, nei quali si celebra non la Luna in sé ma la divinità femminile ad essa collegata. Le lune prendono nomi diversi a seconda delle varie fasi lunari, ed è proprio proseguendo sulla scia tracciata da questa ispirazione lirica-concettuale, che i Mesecina hanno intitolato il brano iniziale non a caso “Luna del Lupo”, ossia la luna che cade nel mese di Gennaio. Tra gli altri pezzi trovo importante spendere due parole sulla bellissima e intensa “La Canzone di Anna”, il cui testo è liberamente ispirato alla famosissima “Guerra di Piero” di Fabrizio De Andrè. Il brano vuole essere un ricordo e un omaggio alla compagna Anna Campbell, rivoluzionaria internazionalista morta lo scorso anno mentre combatteva tra le fila delle YPJ nel Rojava, morta mentre combatteva per la libertà, contro il fascismo islamista di Daesh e contro l’autoritarismo della Turchia di Erdogan. E visto che su questo blog non ho mai smesso di ripetere che l’hardcore non è solo musica, ci tengo anche io a ricordare Anna (il 15 marzo è passato un anno esatto dalla sua morte) parafrasando un verso rubato direttamente da una canzone presente su “Politico Personale”, ultima fatica in studio dei Contrasto: “che mille mani impugnino le armi anche soltanto per ricordarla”. Compagnx come Anna o come Orso, ucciso pochi giorni fa sempre in Rojava per mano dei jihadisti dell’Isis, non moriranno mai finché il loro ricordo, i loro ideali di libertà, giustizia e uguaglianza e le lotte in cui si impegnavano continueranno a vivere nelle lotte e nei cuori di tutti i compagni e le compagne ancora in vita. Che sboccino cento fiori per ogni compagnx mortx, che cento fucili siano pronti a sparare per ricordarli!

Riprendendo direttamente quando scritto dagli stessi Mesecina in merito a questo lavoro, la volontà è quella di presentare l’Ep come se fosse diviso in due metà composte esattamente da tre tracce ciascuna, una metà riservata ai “pensieri” e l’altra dedicata alle “storie”. Così nella prima parte troviamo “Luna di Lupo”, la brevissima “Discorsi Inutili” ed “Eremo“, mentre nella metà dedicata alle storie ci possiamo imbattere nella già approfondita “La Canzone di Anna“, in “Milano” e nella suite strumentale conclusiva intitolata “Notturno Breve”. Cinque schegge di powerviolence brutale e impazzito che ti fa venire voglia di prendere a testate i muri costituiscono il corpo di questo “Esbat”, mentre la conclusione dell’ep è affidata ad una traccia strumentale (“Notturno Breve“) suonata da violino e pianoforte che rende l’atmosfera sognante e dona un’effimera parvenza di quiete dopo la tempesta, come quando la notte scende sopra le macerie del giorno per portare conforto con la sua oscurità illuminata solamente da una tenue luce lunare. Per concludere questa recensione cito ancora una volta gli stessi Mesecina volendo sottolineare che questo lavoro è dedicato “a chi ama la luna di gennaio, a chi festeggia l’Esbat ad un concerto punk”. Con il cuore pieno di rabbia e di amore dunque cospiriamo al chiaro di luna nell’oscurità della notte, con la luna come fedele compagna cospiriamo per l’Anarchia!