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“Awake Arise Silence” – Intervista a Marthe

Dopo due mesi abbondanti in cui Disastro Sonoro era piombato in un sonno profondo e in un silenzio assordante per via di una moltitudine di motivi e impegni tra cui il troppo lavoro di merda, torno col botto pubblicando un’intervista a Marzia, storico nome della scena hardcore e punk italiana e già attiva in una miriade di gruppi tra cui Kontatto, Horror Vacui o i più recenti Tuono. Marzia però sembra non conoscere attimi di tregua e qualche anno fa ha dato vita ad un’affascinante progetto solista chiamato Marthe con cui ha pubblicato il maestoso Sisters of Darkness, un disco di heavy metal dal sapore doom, epico e proto black. Sarà esattamente questo suo ultimo progetto di “valkyrian metal” il protagonista dell’intervista che segue, intervista in cui tra domande e risposte si è cercato di sviscerare tutte le sfumature che accompagnano questa individualità sonora conosciuta come Marthe. Un’intervista che merita di essere letta attentamente anche solo per il fatto che al suo interno ci si può imbattere sia in aneddoti di crust punx canadesi che allontanano dei nazi a calci nel culo, sia in Marzia che cita Vasco Rossi come uno dei suoi poeti preferiti. Io ho parlato fin troppo, quindi che calino le tenebre eterne e lascino spazio unicamente alle parole di Marzia. Tenetevi pronti a scendere tra gli abissi infernali di questa intervista e non indugiate ad unirvi alla cospirazione delle sorelle dell’oscurità! AWAKE. ARISE. SILENCE.

Ciao Marzia! partiamo con le domande scontate e biografiche: quando decidi di far nascere il progetto Marthe e perché?

Grazie a te come sempre per aver pensato a me per questo spazio. Marthe nasce nel 2012 sotto forma di motivetti cantati su un cellulare durante le mie traversate appenniniche Emilia Romagna – Liguria, e il tutto rimane lì fino al 2018 quando decido di azionare la batteria elettronica che avevo comprato qualche anno prima quando ero andata al negozio per prendere delle bacchette. Sono uscita con una Yamaha e una scheda audio, a caso. Quindi grazie al mio amico Pasquale Pask di Mu Versatile Label/Nuit ho fatto funzionare tutto, per chi non lo sapesse lui è il capo mondiale di aggeggi musicali con bottoni e suoni e modulazioni a me aliene. Mi ha collegato altrettanti alieni cavi che hanno magicamente iniziato a produrre suoni. Da lì un po’ di intuizione ha fatto il resto, componendo piano piano un pezzo per volta fino alla demo 2019. Il motivo è banalmente il fatto che non ho mai avuto un gruppo metal in linea con i miei gusti più classici quindi ho provato a fare da sola, e ci sono riuscita. E’ molto catartico avere un gruppo in personal, ti ritagli del tempo isolandoti dal mondo per creare uno stream of consciousness sonoro in continua evoluzione e ad ogni idea o miglioramento mi stupisco dell’upgrade. Ad oggi è il mio momento di misantropia rigenerativa.

Ti va di parlarci del significato che si cela dietro la scelta del nome Marthe?

Non avevo assolutamente idea di come poter chiamare un gruppo anche perché non è un gruppo ma un’individualità sonora. Volevo qualcosa che suonasse come singolare, e che rappresentasse il concept. Un giorno pensavo agli Earth e un internamente mi sussurravo “dai è un nome un po’ di merda (opinione personale ovviamente), come se io facessi un gruppo che si chiama boh, Luna! Marte!” (Saturno è molto gettonato) e ho fatto “Deh! Bello!”. Suona un po’ come il mio nome, inoltre è il pianeta a cui il mio nome è ispirato, sa di fuoco, sa di potenza e sa di forza. Mi sarebbe piaciuto presentarmi con un non so che di nordico che fa sempre molto metal ma io sono latina totale, sono mediterranea, cresciuta al mare, vado scalza quando posso e sono abituata a bruciare per ore sotto il sole. Sicuramente il fuoco mi rappresenta di più del ghiaccio anche se dovendo scegliere sarei sicuramente una Stark *.*

Ho aggiunto una h per darmi un tono oriundo. Non so se il nome  voglia dire altro, non so come si debba pronunciare (gli anglofoni lo pronunciano [m’a:θ]). Poi ha una assonanza immaginativa con martello che nei miei viaggi mentali si è materializzato in Studio Hammer (aka la mia camera da letto/studio di registrazione) anche se l’utensile-guida di Marthe non è il martello ma il falcino (dalle mie parti, penato), una roncola simbolo delle zone rurali delle valli liguri apuane. C’è un’immensa letteratura e storiografia a riguardo.  Sarebbe figo se avesse un senso l’idea di Apuan Metal ma fa oggettivamente cagare. Agipunk ha coniato per l’adesivo del disco l’aggettivo “Valkyrian Metal” che ovviamente funziona alla grande perchè da già un assaggio di che cosa aspettarsi. Mi piace un sacco perchè associo valchiria all’idea cinematografica e femminista di una sorta di “Xena”, di donna indipendente, di femminista combattente, di “amazzone” e dell’immaginario ad essa associato, non solo unicamente a quello della figura mitologica del Nord (anche perchè mi sento più giunonica che valchiria). La mia figura mitologica preferita è la sirena ma forse passerò dai cavalli cavalcati da donne nude inferocite ai lunghi capelli delle donne pesce incantatrici quando farò musica acustica a 70 anni se ci arriverò.

Fin dal primo ascolto di Sisters of Darkness ho avuto l’impressione di ascoltare un disco heavy metal dal sapore molto old school e ottantiano. Quali son stati i gruppi che ti hanno influenzato nella scrittura della musica per Marthe?

Sembra sempre molto strano da dire ma io non ascolto molta musica, in fin dei conti. Spesso non ho stimoli, spesso non mi accorgo che ho passato ore e ore in silenzio. Lo imputo al fatto che ho lavorato in situazioni di estrema socialità per quasi due decadi e rincasando l’unica cosa che volevo era il silenzio. Questo per dirti che il bacino di influenze che posso aver avuto è molto ristretto. A questo aggiungici che sono una persona molto dozzinale quindi ascolto sempre le stesse cose. Sicuramente uno dei miei gruppi preferiti è Bathory periodo Hammerheart e Nordland quindi il mio desiderio è sempre stato fare metal a metà tra la roba grezza degli anni ’90 e l’epicità che mi trasmette il ritornello di “The Lake” o “Vinland”. Quorthon per me è tipo una divinità mitologica, ma il paragone (che mi onora fino alle stelle) con Bathory non l’ho ricercato, mi è stato attribuito, e ne sono stata davvero fiera. Non era voluto perchè non ne avrei mai avuto la presunzione.  Amo le sonorità dei Tiamat di “Wildhoney”, colonna sonora di quando sono triste.  A fine 2020 ho preso un paio di coltellate emotive e mi sono fissata con le atmosfere ossessive di Lustre (“The First Snow” e “Phantom Part II”) che assocerò per sempre alla neve e al freddo nebbioso e solitario dell’inverno, a quella sensazione che fa l’aria gelata quando la respiri camminando. Però sono influenze concettuali più che concrete, sono suggestioni atmosferiche messe in musica. Vorrei potermi ispirare allo stile di Iggor Cavalera e Sepultura perchè adoro le parti percussionistiche tribali ma non si presta al mio immaginario né al mio background culturale. Mi piacerebbe ispirarmi a vibre nordiche ma anche questo non fa parte del mio vissuto (anche se in in “Awake Arise Silence” ho avuto un input vocale dal “kulning” nord europeo). Spesso attingo da esperienze fatte nei miei frequenti viaggi: nel prossimo disco (mini spoiler) ci sarà il sibilo del “silbato de la muerte” e anche un sonoro registrato in montagna dove un gioco strano di venti faceva risuonare una struttura metallica. Nella precedente registrazione ho inserito il mare di Portovenere. Insomma, è tutto un po’ un mio trip che si materializza. Per il prossimo disco vorrei inserire qualche pezzo più veloce dato che ho suonato musica estrema tutta la vita e ora se mi esce un beat di batteria è sicuramente lento (leggasi: forse ho già dato ahahah! Ma il d-beat è il mio primo amore nonché la mia specialità quindi batteristicamente parlando prima vengono i Kontatto, poi tutto il resto).

Tu sei sia la mente che il braccio dietro il progetto, come definiresti la tua musica?

Valkyrian Metal anni ’90 registrato in cantina.

L’atmosfera generale che avvolge l’intero disco è molto oscura e contemporaneamente molto evocativa e rituale. A cosa pensi sia dovuto questo? E’ una scelta voluta quella di conferire alla tua musica questa aura pagana e ritualistica?

Tutti i riff sono nati o attraversando l’appennino Tosco Emiliano o a Marinella sugli scogli quindi questi paesaggi mi hanno stimolato una sorta di colonna sonora che è per forza di cose epica, poetica, rituale. Quando mi esce un pezzo per gli Horror Vacui o i Kontatto sono ispirata da altre visioni. Non è una scelta voluta ma è la dimensione sonora in cui mi sento più a mio agio, ma devo ammettere parallelamente alla dimensione death rock, dark, goth, hardcore, perchè davvero sento dentro di me molte influenze e passioni che coesistono e sono come substrati su cui mi sono formata ed evoluta. In base alla necessità ne emerge uno piuttosto che un altro e per questo ho progetti paralleli e di varia natura.

Qual è la traccia a cui ti senti maggiormente legata tra le quattro tracce presenti su disco?

Sister perchè è stata la miccia, ma Awake perchè è quella che mi ha dato l’idea di essere riuscita a trovare la mia “quadra”: lo sviluppo che è venuto fuori spontaneo, la voce che finalmente era adeguata alle mie possibilità, la parte epica finale.

Quali sono invece le tematiche che cerchi di affrontare attraverso le tue liriche?

Nel primo disco sono di varia natura (mitologia, storia, esistenzialismo, la sempreverde ineluttabilità della morte) ma nel prossimo saranno più introspettive. Vorrei scrivere testi trasversali utili per le persone che si trovano ad ascoltare la mia musica in determinati mood. Mi piacciono molto i testi che sembrano poesie e la scrittura la affronto in questo modo, come se dovessi comporre una poesia dedicata a qualcuno. O un pianto per qualcuno. Solitamente scrivo i testi quando sto male quindi sono quasi sempre incentrati su tematiche come la perdita, la mancanza, le pugnalate, le facciate, la solitudine in se stessi, trovare la forza. Sono poi i testi che avevano anche i Wretched e Kaos One, due dei miei “poeti” preferiti.

Qual è il significato di un titolo come Sisters of Darkness? E’ possibile vederci una qualche forma di messaggio femminista declinato in chiave esoterica e occulta?

Assolutamente si, avevo anche fatto un set limitato di toppe che ho mandato ad alcune delle mie muse ispiratrici o modelli femminili sparsi per il mondo, una sorta di sorellanza unita sotto il segno del caprone ahah! Anche se il mio sogno più grande sarebbe avere un MC motociclistico a nome “Sisters Of Darkness” (mi sarebbe piaciuto “Daughters Of Pride” in chiave Anticimex ma faceva un po’ nazi come concetto ahah! In un mondo come quello delle moto che aiuto, ne è pieno!). Il mio primo gruppo era un gruppo riot e la formazione femminista è indelebile dentro di me, quindi sono innamorata dell’idea di un potente femminile che accomuna tutte noi, per quanto sicuramente imperfette. Ci sono musiciste donne di fuoco come Stefania Ovo o Lili Refrain che percepisco come affini a me per vissuto e determinazione. Le amo. Ma non sono una che vuole fare spogliatoio a tutti costi, non sei mia “sorella” solo perchè hai una vagina. Molte vagine le tengo a debita distanza poiché le trovo svilenti e lontane anni luce da me e da quello che reputo costruttivo e positivo in termini di appartenenza e contenuti.

Sei attiva in altri grandiosi gruppi come Kontatto, Horror Vacui e Tuono, che spazio occupa il progetto Marthe all’interno del tuo percorso come musicista? E quali obiettivi ti poni nel futuro?

E’ molto marginale. Inoltre occupa specifici momenti di tempo (ferie, weekend, momenti di pausa). Ogni volta che mi viene in mente un riff per Marthe e non per dire per gli Horror Vacui mi sento in colpa haha! Però con Marthe non ho nessuno a cui presentare la mia idea quindi la creazione è immediata e integrata come i gadget di serie di una macchina con pilota automatico. Negli altri gruppi c’è condivisione, creazione, momenti di unione e socialità. Progetti futuri: migliorare la qualità di registrazione seppur restando nel campo dell’home recording, mettere insieme un full lenght sostanzioso e una cover (che amo già ancora prima di averla fatta) e fare un secondo disco che non deluda chi ha creduto in me dal momento zero.

Il tuo sound è influenzato in parte anche da certo proto-black metal. Il black metal nel corso dei decenni ha visto purtroppo una forte presenza e ingerenza di band e gruppi nazifascisti al suo interno. Qual è la tua posizione in merito alle posizioni di estrema destra, razzista e omofobe che infestano la scena del metallo nero?

Molti definiscono Marthe doom e black metal ma a me il black metal fa CAGARE, in tutto. Dal sound, allo stile nel suonare la batteria, alle voci, all’immaginario e a tutte le cazzate di cui si sono fatti portavoce. Escludo ovviamente Bathory e Darkthrone perchè hanno un valore emotivo sentimentale e i secondi hanno saputo costantemente reinventarsi in modo anche ironico, elemento che apprezzo moltissimo. A livello puramente musicale apprezzo la prima ondata con Venom, Celtic Frost, Hellhammer ma poi di base non ho molta cognizione di causa a riguardo. Sono sempre stati ascolti marginali alla fine. Ho ascoltato Burzum per la prima volta due anni fa perchè è sempre stato tipo il tabù del babau ma volevo capire cosa facesse e come mai piacesse a molti miei amici/conoscenti nonostante sia un idiota fascista e omofobo. Sinceramente devo dire che alcune cose sono davvero molto belle, con mio rammarico, perchè non posso soprassedere al fatto che la musica provenga da quell’essere ignobile e irriscattabile. Non capisco l’hype attorno al gruppo e mi dispiace vedere le maglie di Burzum dentro a spazi occupati o autogestiti o politicamente attivi e schierati. Alla venue metal punk “Le Katacombes” di Montreal ho personalmente assistito a Janick, proprietaria nonché cantante degli After The Bombs, cacciare fuori a calci in culo il metallaro di turno con la maglia di Burzum. Non può essere tollerato in certi posti. Quindi per risponderti, il black metal nella mia vita non esiste: mai seguito, mai ascoltato, mai apprezzato. Mi ha incuriosito il gruppo Mork che poi ha fatto un discreto successo ma è un genere che trovo molto banale, con un immaginario spesso ridicolo. Poi è di un monotono mortale, è tutto uguale. Ho letto anche i vari libri usciti, visto documentari etc. E’ tutto troppo ambiguo e c’è il rischio di pestare una merda dietro l’altra anche solo accettando produzioni con etichette black o che fanno gruppi black, perchè per quanto “pulite” potrebbero avere nel loro bacino artisti un gruppo all’interno del quale c’è un (faccio esempi a caso) batterista il cui cuggggino ha suonato con il fratello di uno che aveva un gruppo con testi mezzi nazi e allora via, si viene tutti accusati di essere nazi. Poi se tuo malgrado ti succede una disgrazia simile devi stare 45 anni su fb a rispondere alla milizia del punk tribunale e bisogna discolparsi per sempre giurando e spergiurando che non lo sapevi ma niente, la tua vita è finita hahah! Non ne ho mezza, davvero, preferisco purtroppo tenere alcune porte chiuse nonostante mi siano state fatte offerte moooooolto interessanti. Per me la musica è politica, e politica dal lato giusto della barricata. Non credo alla stronzata di essere uniti sotto la bandiera musicale senza pregiudizi. Mi è capitato anche con gli Horror Vacui di declinare molte offerte perchè anche nel dark le situazioni ambigue sono all’ordine del giorno. Ci ho messo 40 a costruirmi una comfort zone fatta di solidi ideali e anni di attivismo in cui mi sento protetta e a mio agio, sto bene qui. In conclusione non mi piace proprio niente del black metal, forse solo le chiese che hanno bruciato perchè erano stupende.

Avviandoci verso la fine dell’intervista, son costretto a chiedertelo: esiste la possibilità di vederti portare Marthe in sede live prima o poi o rimarrà solamente un progetto da studio?

Me lo stanno chiedendo davvero in tanti. Il primo ostacolo è che mi sono accordata in modi talmente assurdi che per fare un live ci vorrebbe un formulario enciclopedico per replicare con siparietti di 20′ tra un pezzo e l’altro. Poi le voci le ho fatte con (letteralmente) 8, 9 o più linee fatte e rifatte e sovrapposte per non far saltare all’orecchio (il mio) che ero io perciò avrei bisogno di coriste, come Laura Pausini. Poi dovrei trovare le persone adatte a sopportare me, un segno vergine, nel delirio della pignoleria per il quale ogni singola nota o colpo deve essere fatto come l’ho fatto io nella registrazione. Hai presente l’incubo? Hahah!

Questo spazio è completamente tuo, puoi scriverci quello che vuoi!

Marthe non è un progetto della quarantena 2020, è nato molto prima e si è materializzato nel 2019 quando era insospettabile immaginare che la dinamica studio sarebbe stata uno dei pochi scenari percorribili di lì a breve. Ad oggi la demo 2019 è stata ristampata in 7 formati: una (la mia) diy in 50 copie, 300 copie da Caligari Records in cassetta (1 e 2 stampa) distribuzione americana, due formati di LP da Agipunk (colorless e rosso), versione CD digipack spaziale che sta per uscire in Sud America grazie a Exabrupto records che mi ha chiesto di farlo e versione cassetta distribuzione europea in 50 copie con cartolina disegnata a mano da Silvia di Lunarseas records. Sono davvero grata a tutte queste realtà per aver accolto la mia richiesta o essersi proposti di farne uscire altri. Sono inoltre tutte realtà integerrime, solide, che stanno dalla “parte giusta”. Marthe esiste grazie alla funzione note vocali del telefono,  perchè come dice Vasco (uno dei miei altri poeti preferiti) “le canzoni son come i fiori, nascon da sole sono come i sogni, e a noi non resta che scriverle in fretta perchè poi svaniscono e non si ricordano più”.

Nel Segno del Marchio Nero – Storia del Proto Black Metal Internazionale 1981-1991

The mightiest of hordes born through faith and belief
Hail now the sign of the black mark and of doom….. (Bathory)

 

Questa recensione è una sorta di esperimento perché per la prima volta non mi troverò a parlare di un disco bensì di un libro. Un libro scritto dal caro Flavio qualche tempo fa e la cui recensione è in ballo da davvero parecchi mesi perché, come al solito, oltre che affetto da pigrizia cronica, mi ci vuole sempre troppo tempo per parlare delle cose che mi hanno appassionato e che mi piacciono. “Nel Segno del Marchio Nero – Storia del proto black metal internazionale 1981-1991” (questo il titolo del libro) è stata una lettura estremamente interessante capace di appassionare tenendo attaccati alle pagine e, nonostante la lunghezza (ben 490 pagine), che ho trovato per niente pesante o prolissa. Certamente queste considerazioni devono tener conto dell’interesse del lettore nei confronti della materia trattata nel corso delle pagine. Una cosa che ha riscontrato il mio apprezzamento fin da subito è stato sicuramente uno stile di scrittura che mi ha lasciato un forte retrogusto da fanzine, uno stile dunque che lascia trasparire tutta la passione che ha animato Flavo nel trattare l’argomento protagonista di questo libro. Ecco, ora credo sia giunto finalmente il momento di parlarvi di questo interessante libro che, come evidenziato in maniera chiara dal titolo e dal sottotitolo, ci accompagna in un viaggio alla scoperta (o riscoperta, per alcuni) del proto-black metal e delle varie scene nazionali coprendo un arco temporale che va dal 1981 al 1991, praticamente più di dieci anni prima dall’esplosione della seconda ondata black metal in terra norvegese.

Scene nazionali estreme e proto-black di seminale importanza si alternano a vere chicche per appassionati del genere. Ci si addentra infatti in tantissimi contesti nazionali, dalle scene più note, ma comunque dal’anima e dall’attitudine profondamente underground, come quella brasiliana (addirittura Flavio ci presenta un’intervista con alcuni membri degli Holocausto), svizzera, canadese o greca, a quelle misconosciute  come quella finlandese, colombiana o la (non) scena islandese, passando per le immancabili e primitive scene norvegese e svedese. Ce n’è davvero per tutti i gusti se si è appassionati di metal estremo e in particolare del metallo nero nelle sue incarnazioni primordiali.

Hellhammer

Il libro inoltre è strutturato in maniera semplice ed immediata ed è proprio questo il suo merito in grado di render la lettura estremamente godibile, quasi non accorgendosi di essersi imbattuti in un’opera di quasi 500 pagine. Difatti ogni capitolo tratta in modo approfondito e specifico una determinata scena proto black nazionale, partendo da quelle più classiche e legate ancora in modo indissolubile dall’heavy-speed/thrash metal e alla NWOBHM, come quella inglese guidata dai Venom (gruppo a cui dobbiamo il nome stesso di black metal grazie al loro omonimo album del 1982), quella italiana di Death SS, Necrodeath e Bulldozer, quella tedesca capeggiata dai Sodom (seminale il loro ep “In the Sign of Evil) e quella statunitense rappresentata anzitutto dagli Slayer. Ma c’è anche spazio per gruppi non propriamente black ma che hanno avuto un’importanza siderale nell’evoluzione della musica heavy e nel passaggio dallo speed metal a sonorità più estreme e primitive nella loro aggressività. Pensiamo banalmente agli Acid dal Belgio autori di due ottimi lavori di oscuro speed metal negli anni ’80 o ai danesi Mercyful Fate con il loro heavy metal dalle tematiche occulte e esoteriche e con l’iconico face painting del cantante e leader King Diamond che verrà successivamente ripreso dai gruppi black metal della seconda ondata.

Ci sono chicche davvero per tutti i gusti, ma soprattutto per coloro che amano visceralmente l’underground estremo a cavallo tra gli anni ’80 e i ’90 che si ritroveranno a leggere righe su righe dedicate a gruppi semi-sconosciuti ai più come i colombiani Parabellum, gli islandesi Flames of Hell o i finlandesi Beherit. Il tutto condito con approfondimenti immancabili sui mostri sacri del black metal scandinavo come i Bathory, i Mayhem o i Darkhtrone o su altri mostri sacri del calibro degli Hellhammer o gli ungheresi Tormentor.

Sarcofago

Nonostante potrei parlarvi probabilmente all’infinito di tantissimi gruppi o scene presentate in questo libro, credo che la cosa migliore da fare sia interrompere qui questa “recensione” per lasciar a voi la scelta di addentrarvi ancora più in profondità in questo viaggio alla scoperta della scena estrema internazionale a cavallo tra gli anni 80 e i 90. “Nel Segno del Marchio Nero – Storia del proto black metal internazionale 1981-1991″ è veramente un libro coraggioso nella scelta di trattare una tematica dai confini così ardui da definire, ma rimane un’opera ben curata ed estremamente godibile tanto per chi è cresciuto ascoltandosi fino allo sfinimento dischi seminali come “I.N.R.I.” dei Sarcofago, “Non Servium” dei Rotting Christ, “Under the Sign of the Black Mark” dei Bathory o “Fallen Angel of Doom” dei Blasphemy, quanto per i curiosi che vogliono approfondire la propria conoscenza dell’evoluzione del metal estremo passando per quel brodo primordiale definibile come proto-black. Benvenuti all’inferno, buona lettura.

 

Marthe – Sisters of Darkness (2019)

In estrema sintesi quello che vi troverete ad ascoltare su questo “Sisters of Darkness” non sarà altro che epico ed oscuro heavy doom metal di altissimo livello. Lunga vita alla cospirazione delle sorelle dell’oscurità!

La proposta musicale di questa nuova creatura che si cela dietro l’affascinante monicker “Marthe” è attraversata da un filo conduttore che partendo dai Cirith Ungol di “One Foot in Hell” arriva fino agli Amebix più atmsoferici, riuscendo ad unire nello stesso calderone di influenze i Celtic Frost di “Into the Pandemonium”, le sonorità tipiche degli Isengard, l’epicità dei Bathory della doppietta “Hammerheart”/”Twilight of the Gods” e il doom di scuola Pagan Altar o Witchfynde General, facendo suonare il tutto come un estremo heavy metal epico pervaso da un’oscurità impenetrabile e opprimente. 

Andiamo con ordine con qualche nota biografica interessante. Chi si cela dietro questo monicker? “Marthe” è il progetto solista di Marzia, storica batterista dei Kontatto, ed il nome da lei scelto vuole richiamare il pianeta rosso e l’origine stessa del suo nome di nascita, ossia il significato di “dedicata a Marte”. Stando a quanto scritto dalla stessa Marzia il progetto trova la sua genesi nell’agosto del 2017 e prosegue nella stesura dei brani nell’agosto 2018.

“Sisters of Darkness” è una demo che si compone di soli quattro brani tutti caratterizzati da una durata superiore ai 6 minuti. Il viaggio in compagnia delle “sorelle dell’oscurità” inizia con la splendida titletrack accompagnata da un ispirazione lirica per cui vale la pena spendere due parole. A quanto sembra la traccia vuole richiamare la Accabadora, figura femminile del folklore sardo rappresentata come una donna di mezza età vestita completamente di nero. Il compito di tale figura era quello di portare la morte liberatoria alle persone anziane e agli infermi perché, seguendo le credenze tradizionali, dato che solo la donna era in grado di generare la vita, di conseguenza solo ad una donna era possibile indossare i le vesti della mietitrice, di colei che apre le porte al regno dei morti. 

Passiamo probabilmente a quella che ritengo essere una delle mie due tracce preferite insieme alla conclusiva “Awake Arise Silence”, ovvero “Married to a Grave”, anch’essa accompagnata da un background lirico del tutto affascinante che parla d’amore e di morte allo stesso tempo. Per dirla con le parole usate dalla stessa Marthe “noi non siamo altro che una pietra fredda destinata a nascere e morire in solitudine“. A livello musicale il pezzo fin dal primo ascolto mi ha portato alla mente tanto gli Amebix di “Monolith” quanto i Bathory di “Hammerheart”, difatti le cavalcate di chitarra e le melodie che dominano “Married to a Grave” conferiscono un’atmosfera di epicità oscura all’intero brano, in un crescendo solenne che non lascia indifferenti.

La terza traccia intitolata “Ave Mysteris” vuole essere un’ode a tutte quelle popolazioni che mantengono tuttora un legame primordiale con la natura, riuscendo  vivere in armonia con essa. Sempre parafrasando le parole di Marzia, il brano è stato ispirato durante un viaggio in Lunigiana (letteralmente “Terra della Luna”), sua terra natia, ma non vuole essere un omaggio “patriottico” a radici o tradizioni pre cattoliche e romane, bensì una considerazione su quanto, in ogni epoca, ogni forma di potere abbia messo in atto una vera e propria distruzione sistematica di culture, terre e popoli, nell’intento di sottometterli e governarli cancellandone ogni traccia di diversità. Tutto questo, a livello musicale, prende la forma di un’ode epica accompagnata da un’atmosfera generale che richiama sia i Cirith Ungol sia un certo doom metal e da cori cantati con voce pulita e ricca di pathos da Marzia, come se il brano voglia essere allo stesso tempo un ricordo fortemente evocativo e un epitaffio in memora di qualcosa che il potere attraverso la brutale lezione del “dividi et impera” ha tentato di estirpare per sempre dal ricordo e dalla Storia.

Giungendo alla conclusione di questo viaggio chiamato “Sisters of Darkness” ci si imbatte in un brano che personalmente ritengo rappresenti al meglio la proposta dell’entità denominata Marthe. Sto parlando di “Arise Awake Silence”, 11 minuti di puro heavy metal epico ed estremo, introdotto da una sorta di mantra salmodiante e da un atmosfera evocativa che poi esplode in tutta la sua potenza distruttrice, ma allo stesso tempo epica e oscura, ricordando al mio orecchio tanto i Primordial e quanto Bathory, con le vocals quasi scream di Marzia che ripetono “Awake Arise Silence” in modo sofferto. Sembra di ascoltare una ninnananna cantata dalla Morte a qualcuno che sta ormai per abbandonare il mondo dei vivi per abbracciare l’oscurità di una dannazione infinita. Un canto dedicato all’oscurità e a quanto sia labile la vita. Un’ode che risuona nell’ora più buia, quando la Morte prende per mano e ci conduce verso il silenzio eterno.

Se cercate un disco di heavy metal estremo vecchia scuola, in cui proto black, lentezza doom, atmosfere apocalittiche di certo crust inglese degli anni ’80 e brevi incursioni in territori epic metal convivono e si amalgamano in maniera sublime quanto oscura, questo Sisters of Darkness è il disco che fa per voi e che non dovreste farvi scappare per nessuna ragione al mondo!

Obsessed by Cruelty #01

1°luglio 1986. Data scolpita indelebilmente nella storia per tutti gli amanti del metal estremo…. Viene infatti pubblicato “Obsessed by Cruelty”, primo full-lenght dei tedeschi Sodom, album di culto per chi è cresciuto a pane e sonorità a cavallo tra thrash metal scuola tedesca e primordiali pulsioni black metal. Un disco fondamentale per l’evoluzione del metal estremo e delle sonorità più marce e malvagie tipiche della fine degli ’80 e degli inizi dei ’90. Visto che i Sodom e questo album in particolare, così come altre band fondamentali che pescavano a piene mani tanto dallo speed/thrash  proto black metal quanto dal punk più marcio, hanno accompagnato la mia adolescenza da trve metaller, questo articolo (magari diverrà l’ennesima rubrica di questo blog, chissà…) è dedicato a tutti voi ossessionati dalla crudeltà, cresciuti nel segno del male e devoti alla nera fiamma del metallo estremo. Come avrete capito si parlerà di tutte quelle band che ancora oggi tengono viva la nera fiamma del metal estremo attraverso la completa dedizione nei confronti di sonorità a cavallo tra speed/thrash e proto black/death metal in perfetto stile anni ’80 e che mantengono un’attitudine fortemente e sinceramente old school.
Bunker 66 ai tempi di “Inferno Interceptors” (2012)

Bunker 66, Barbarian e Noia, tre delle migliori realtà italiane dedite a sonorità speed/thrash proto black metal e che negli ultimi anni hanno tirato fuori album che avrebbero fatto sfaceli se solo fossero usciti tra il 1982 e il 1988, anni in cui Venom, Hellhammer/Celtic Frost, Bathory e Sodom vomitavano la loro malvagità primordiale e il loro estremismo sonoro barbaro e demoniaco avrebbe segnato per sempre la strada da percorrere all’interno della scena metal mondiale. Benvenuti all’inferno cari miei bastardi ossessionati dall’oscurità. Che il male sia con voi!

Si può suonare ancora marci e satanici come i primi Venom di capolavori immortali come Black Metal Welcome to Hell oggigiorno senza perdere nulla in termini di sincerità e attitudine? Si può prendere quel sound primordiale a cavallo tra speed/thrash metal e proto black metal di scuola Bathory e primissimi Sodom, aggiungerci tutta l’irruenza del punk più sporco e selvaggio, e far suonare il tutto come se ci trovassimo tra le mani un album sconosciuto registrato nei primissimi anni ’80? I fiorentini Noia a queste domande del cazzo rispondono con “Iron Death”, ultima fatica in studio che sottolinea ancora una volta il loro viscerale amore per il metallo estremo degli anni ’80 e per il punk hardcore più selvaggio e bastardo di Discharge, Anti-Cimex e compagnia. Il disco si apre con la brutale “Condemned to Hate“, manifesto di intenti dei Noia che mettono in chiaro fin da subito che non ci sarà tempo di riprendere fiato ascoltando le 10 tracce che compongono questo Iron Death, ma solamente un assalto di black/thrash metal infernale e demoniaco! Se siete cresciuti come me a pane e Bathory, Sodom, Hellhammer, Venom e compagnia estrema e ancora oggi ve li sparate nelle orecchie come se il mondo si fosse fermato nel 1985, beh il thrash/black metal imbastardito con l’irruenza del punk più barbaro e lo-fi sprigionato dai Noia su questo Iron Death è tutto quello di cui avete bisogno! Arriverà la morte e avrà le sembianze dei Noia… Ossessionati dall’oscurità, tenete alta la nera fiamma nel segno del male! It’s a total black thrash attack!

I messinesi Bunker 66 suonano un ottimo speed/black metal vecchia scuola che partendo dalla demoniaca lezione dei Venom, passando per il brutale sound catacombale di scuola Hellhammer/Celtic Frost, giunge al nero marchio infernale di Quorthon e dei suoi Bathory, il tutto suonato con l’attitudine punk/rock’n’roll selvaggia dei Motorhead e il gusto per le melodie della New Wave of British Heavy Metal. Queste le influenze che saltano all’orecchio durante l’ascolto di “Chained Down in Dirt”, ultima fatica in studio per i Bunker 66 uscita nel 2017. L’iniziale “Satan’s Countness” si apre con un riff che sottolinea fin da subito l’influenza della NWOBHM (qualcuno ha detto Satan o Angelwitch?!) e che al contempo ricorda le primissime pulsioni speed metal che portano il marchio indelebile dei Venom, per poi divampare in un thrash/black metal vecchia scuola nello stile degli Hellhammer più marci di “Satanic Rites”. La successiva “Black Steel Fever” è un’altro perfetto esempio di rapido assalto thrash/black brutale e senza fronzoli di scuola Sodom/Bathory con voce a la Quorthon che dona al pezzo un’atmosfera demoniaca e infernale. Lo speed metal satanico dei Venom ritorna prepotente nel riff che apre la quarta traccia “Under the Spell”, sicuramente una delle tracce migliori di questo “Chained Down in Dirt”, mentre l’assolo da brividi ha tutto il sapore dell’heavy metal classico, Angelwitch su tutti. “Power of the Black Torch”, settima traccia del disco, è un omaggio sincero e sentito al primitivo sound di Cronos e soci, tanto nei riff quanto nelle vocals, condito ancora una volta con un assolo che pesca a piene mani dal meglio della NWOBHM risultando perfetto. Questo viaggio verso l’inferno si conclude con “Evil Wings”, probabilmente l’essenza dello speed/black dei Bunker 66, niente più niente meno che il modo migliore per onorare Satana e per tenere alta la (nera) fiamma del metallo estremo old school! In alcuni momenti e passaggi dell’album si può sentire anche una vaga influenza dei Tyrant di “Mean Machine” del 1984 e dei Vectom di “Speed Revolution” del 1985, due vere perle semisconosciute (ma fondamentali) di primordiale speed metal tedesco che però nella ricetta dei Bunker 66 vengono imbastardite con il proto black metal infernale suonato alla maniera dei Poison di “Possessed by Hell” e degli immortali Bathory, il tutto senza perdere mai il gusto per certi riff, assoli, melodie e in alcuni casi anche linee vocali di evidente scuola NWOBHM. Preparatevi a bruciare tra le fiamme dell’inferno, preparatevi all’eterna dannazione! This is the Black Steel Fever! 

Avete mai pensato a come avrebbe potuto suonare l’epico heavy metal dei Manowar se un disco come “Into Glory Ride” fosse stato pubblicato dagli Hellhammer e al posto della squillante voce di Eric Adams ci trovassimo vomitate nelle orecchie le vocals infernali proto black metal dell’immenso Tom G. Warrior? “Cult of the Empty Grave”, ultimo album dei fiorentini Barbarian

Barbarian – Cult of the Empty Grave

pubblicato nel 2016, suona esattamente come appena descritto, aggiungendoci anche tutta la crudeltà del black/thrash dei primi Sodom di “Obsessed by Cruelty” e “In the Sign of Evil” o del brutale e oscuro “Sentenced to Death” dei Destruction! Anche nella proposta dei Barbarian, cosi come nei Bunker 66, si sente tutta l’influenza dell’heavy metal classico di scuola britannica e come già accennato sopra il viscerale amore che i nostri provano verso un certo modo di tendere l’epic metal in salsa Manowar, Running Wild o Virgin Steel. Le vocals ad opera di Boris Crossburn si pongono invece a perfetta metà strada fra i rantoli primitivi e catacombali del Tom Warrior Hellahmmer-era e il proto scream demoniaco e infernale di Tom Angelripper. Il disco si apre con la micidiale doppietta composta da “Bridgeburner” e “Whores of Redemption”, due brani che fugano ogni possibile dubbio sulla qualità della musica suonata dai nostri amati barbari, due mazzate che condensano al meglio le due anime dei Barbarian, quella più black/thrash e quella heavy classico/epic, e che spingono all’headbanging immediato! La titletrack si dimostra essere invece una cavalcata thrash/proto black che mi ha riportato alla mente immediatamente i primissimi Bathory e tutta la malvagità che Quorthon sapeva imprimere alla sua musica. Si giunge quindi ad “Absolute Metal”, vero e proprio brano iconico di questo “Cult of the Empty Grave“, pezzaccio speed/thrash/black di scuola Hellhammer e Sodom che si stampa fin da subito in testa e non se ne va più! Il disco prosegue fino alla conclusiva “Remorserless Fury” seguendo le stesse direttive, assalti speed/thrash/proto black metal che non lasciano nemmeno il tempo di riprendere fiato alternati a momenti, riff e assoli più riconducibili all’heavy classico. “Cult of the Empty Grave” è furia cieca e distruttiva come un’invasione barbarica che lascia solo morte, desolazione e macerie al suo passaggio, è una furia malvagia volta a far piombare le tenebre eterne sulla terra e a far regnare il male in ogni dove! This is Absolute Metal, questa è la sentenza di morte dei Barbarian! Evil Never Dies!

“Obsessed by cruelty, impalement for destroy
Obsessed by cruelty, deadly, cold and grey”. Ossessionati dalla crudeltà, cresciuti nel segno del male e devoti alla nera fiamma del metallo estremo, lasciamo che l’inferno si scateni libero sulla terra!