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“Schegge di Rumore, Storie di Hardcore Italiano negli Anni 90” – Chiacchierata con Andrea Capo’ e Monica Rage Apart

“Conobbi l’hardcore e me stessa, perché, pur essendomi sempre saputa, mai mi ero potuta riconoscere così.
Da quel momento ho iniziato a immergermi nei pit che gli anni Duemila mi offrivano, nel modo ingenuo in cui a quell’età si pensa forse che andare ai concerti e tuffarsi nella rovina sotto al palco significhi pienamente afferrare un pezzetto di mondo e farlo proprio.
(Monica RageÀpart, Schegge di Rumore)

Sabato 3 luglio 2021. Seconda giornata di una intensissima due giorni per festeggiare i 23 anni di Villa Vegan Occupata. 18/18.30, se non ricordo male (cosa molto probabile vista la stanchezza e la quantità molesta di alcol ingerita fino a quel momento), finalmente è arrivato il momento della presentazione di “Schegge di Rumore”, libro sulla storia dell’hardcore italiano degli anni 90 scritto a quattro mani da Andrea Capò e Monica Rage Apart, volti noti della scena hardcore della Tuscia. Un libro che ho voluto fortemente venisse presentato in quella splendida cornice, in quella situazione in cui ho sentito più vivo e pulsante che mai lo spirito punk hardcore più sincero e appassionato. Inaspettatamente Andrea e Monica mi chiesero di presentarlo insieme a loro, facendo loro delle domande in merito al libro da cui far partire riflessioni e discussioni da condividere con i presenti. Ricordo che la mia emozione fu tanta e palpabile, così come l’orgoglio provato nel sentirmi proporre una cosa simile. La presentazione andò alla grande, le riflessioni e i confronti con diverse individualità appartenenti alla scena dei 90 sono ancora vive nella mia memoria e le ricordo come estremamente stimolanti. A distanza di mesi, grazie anche al rapporto di amicizia che mi lega ai due autori e alla condivisione intensa di quel momento, ho pensato di intervistare nuovamente Monica e Capò per parlare di Schegge di Rumore e riprendere da dove avevamo interrotto questa estate. “Nella tua testa, nelle tue braccia e nei tuoi occhi c’è solo punk hardcore!

Ciao carissimx, l’idea di farvi questa intervista nasce un po’ per riprendere il filo e lasciare testimonianza scritta della presentazione di Schegge di Rumore che avete tenuto questa estate in occasione del compleanno di Villa Vegan, presentazione che ho avuto estremo piacere di organizzare al vostro fianco. Partiamo come quel giorno di luglio nella splendida cornice di Villa Vegan Occupata, com’è nata sostanzialmente l’idea di scrivere un libro sulla scena hardcore punk italiana degli anni 90? E perchè intitolarlo proprio Schegge di Rumore?

Capò: Ciao caro ed innanzitutto grazie per il supporto & l’amicizia! Torno volentieri a quello spumeggiante 3 Luglio 2021 con molteplici bei ricordi: un po’ perché non suonavo a Milano dal 2016 (e addirittura non capitavo in Villa da un giretto Tear Me Down di 10 anni prima!), un po’ perché la Presentazione di Schegge -nonché il susseguente show Neid, Zona d’Ombra, Città Dolente, Potere Negativo- son proceduti alla grande ma, soprattutto, per la piacevolissima rimpatriata (PS: sempre grazie a Piera & Pier per l’umile giaciglio!), Venendo dunque alla tua prima domanda ci è sembrato qualcosa di fortemente dovuto dato che, a differenza della scena hc anni ’80 dove s’é trovato di tutto, -da fanze a reunion, a libri passando per innumerevoli ristampe discografiche- sugli anni ’90 non era mai stato uscito nulla a riguardo!      

Monica: Ciao a te, David! Schegge di rumore è coesistito per lungo tempo con me e Andrea, seppure non avesse una forma precisa né noi pensavamo a ciò che avremmo potuto fare di quelle nostre lunghissime chiacchierate sull’hc degli anni ‘90. Il nocciolo di questo libro è venuto fuori poco alla volta, a partire dalle nostre frequenti conversazioni sul punk delle vecchie e delle nuove leve a confronto: quel che ne usciva sembrava sempre interessante e autenticamente bello, tanto che ad un certo punto pareva un peccato che i ricordi di Andrea rimanessero una questione privata. Aggiungici poi che altrove non c’era modo di ascoltare questo tipo di racconti perché gli anni ’90, che sembravano esclusi dalle cronache “ufficiali” del punk, a fronte invece delle tantissime informazioni presenti sulla scena degli anni ’80, ed eccoti alcuni dei motivi per scrivere questo libro. Sì, c’erano le fanzine, c’erano i libretti dei dischi e dei cd di quegli anni, è vero, ma pareva che le persone e il loro vissuto si riuscissero a intravedere a malapena attraverso quelle pagine e quei vinili rigati. Forse ero io che non sapevo vedere oltre oppure non so, ma ero felice di poter ascoltare la testimonianza di Andrea, che quegli anni se li era vissuti a pieno e che tuttora vive nel nostro mondo sgangherato. Inoltre, ha contribuito anche il fatto che spesso l’hc degli anni Novanta era usato come metro di paragone negativo. Tutte queste ragioni hanno fatto maturare la consapevolezza per entrambi di voler far qualcosa con questo suo vissuto e di volerlo fare assieme a quattro mani. Da lì in poi tutto è proseguito con naturalezza e spontaneità. Alla fine, il titolo che abbiamo scelto è stato Schegge di rumore perché ci sembrava che raccontasse esattamente quello che avevamo raccolto: le storie di persone, rumori, caos, diverse sensibilità e attitudini, splendidamente differenti eppure tutte legate fra loro dal quel fil rouge che è l’hardcore.

Perchè avete scelto proprio questa modalità che assomiglia più ad una vera e propria intervista/confronto tra più voci, piuttosto che un racconto più classico in stile biografia musicale?

Capò: Perché l’intento era propri quello; ricostruire la genesi e l’affermazione del punk-hc italiano vecchia scuola d.i.y. di quel periodo attraverso le esperienze dirette, fresche e ricche di aneddoti, dei loro protagonisti. Non volevamo per nulla buttar giù un lavoro di tipo enciclopedico, da giornalisti da strapazzo per intenderci. 

Monica: Schegge di rumore nasce prima di tutto come uno libro per noi e un libro per gli amici. Questo è il motivo principale per cui abbiamo scelto di fare delle interviste. Volevamo che questi amici, queste persone a noi care, si potessero raccontare in prima persona: volevamo che fossero le voci di sé stessi, che si sentissero liberi di riportarci la loro storia nella maniera più libera possibile, senza le mediazioni di uno stile biografico. Tipo “due accordi diritti sul tuo viso”, potrei dirti. Tra le prime cose che ci siamo detti sin da subito con Capò, una volta deciso di mettere insieme questo libro, c’è stato il rifiuto categorico da parte di entrambi di creare una di quelle terrificanti enciclopedie musicali che si vedono negli scaffali delle librerie. Tanto meno di fare la bibbia del punk hc anni ’90. Noi volevamo che questa parte della nostra storia mai raccontata prima riemergesse da un punto di vista completamente interno alla scena: dando la parola a chi l’ha costruita e da chi l’ha vissuta, senza mitizzazioni o finti eroismi. Inoltre, come sai, io e Andrea non siamo giornalisti che devono trarre profitto vendendo storie che non gli appartengo: siamo solo due punk, alla vecchia maniera, refrattari a certi discorsi, per mangiare facciamo altro nella vita, non siamo tipi da classifiche editoriali e di questo io ne sono orgogliosa

In base a quali fattori avete scelto le persone da intervistare e le band a cui dare spazio nel vostro libro?

Capò: In realtà è stato facile e naturale: è bastato riavvolgere quel filo rosso (chiamato amicizia!) che mi lega/legava a molte persone con cui, in quegli lontani anni, ho avuto la fortuna di dividere il palco. Nel caso dei fratelli, è proprio il caso di dirlo, Contrasto, Affluente o Hobophobic questo legame fortissimo dura da quasi 30 anni! Nel caso di altri l’occasione per tornare a parlare di questa nostra comune passione, soprattutto con coloro che da tempo non vivon più in Italia (vedi membri di By All Means & Dissesto, rispettivamente a Berlino & Tokio).   

Monica: I sedici intervistati di questo libro-avventura sono stati scelti tra la cerchia di altri membri di gruppi hc vecchia scuola del medesimo ambito rumoroso e fertile di quegli anni. Parliamo di formazioni storiche ancora oggi in piena attività, come nel caso di Contasto, Affluente e Tear Me Down, mentre altre sciolte, come Frammenti, Sottopressione, By All Means, Kafka, Jilted, Monkeys Factory, Dissesto, Hobophobic, The Sickoids e Flop Down. Sono tutte persone del giro delle amicizie strette e delle buone conoscenze di Capò, in primo luogo, e anche mie, con particolare riferimento ad alcuni di loro. Come dicevo prima, noi abbiamo potuto e voluto raccontare quella parte della storia della nostra scena dal punto di vista interno e “palpitante”, valorizzando la mentalità e anche l’attitudine di “essere comunità” propria del nostro mondo. Il solo piano musicale non ci ha mai interessato di per sé, questo non è solo rumore; perciò, abbiamo deciso di mantenere intatto anche questo nostro istinto che ci ha portato di pancia a rivolgerci agli amici, alle buone conoscenze, alle persone incontrate da Capò sopra gli innumerevoli palchi degli anni ’90. Quelle persone che hai conosciuto una notte prima o dopo il tuo concerto hardcore e che non hai lasciato più. È quello che è successo in questi casi, sono queste le cose belle che accadono nel nostro piccolo mondo e in Schegge di rumore abbiamo voluto dare spazio al valore di questi legami speciali, indissolubili nel tempo.

Voi siete attivi nella scena hardcore da più tempo di me, soprattutto per una questione anagrafica e quindi avete vissuto un’epoca che io ho potuto conoscere solamente tramite dischi, racconti, libri e chiacchierate. Quali sono secondo voi le maggiori differenze che possono essere riscontrate tra la scena hardcore degli anni 80 e quella dei 90, non solo da un punto di vista meramente musicale ma anche dal lato politico, di attitudine, militanza, luoghi e spazi e supporto tra le rispettive band e realtà in giro per lo stivale?

Capò: Per un discorso anagrafico non ho vissuto di persona la scena negli ’80, la differenza sta solo nel fatto che negli anni ’90 ci siam dovuti reinventare una scena quasi da capo (come tipo a Viterbo dove non c’era mai stato nulla prima di noi!) anche perché di quel giro non è rimasto nessun gruppo attivo, a parte qualche isolata reunion, come il caso di Kina, Indigesti o Peggio Punx. Dei ’90, oltre ai gruppi sopra nominati, ci son rimasti anche posti, vedi Torre Maura, El Paso, Bencivenga, Ateneo Libertario o Villa Vegan, tutt’ora (r)esistenti, così come alcuni collettivi, tutte realtà tuttora in piedi, con l’inevitabile evoluzione degli anni ma con stessa immutata attitude.  

Monica: In realtà io sono nata nel 1989, perciò ho vissuto anche io quello svantaggio anagrafico per l’hardcore degli anni ’90, figurati quindi per l’esplosione punk degli anni ’80! Dall’impressione che mi sono potuta fare con il tempo, attraverso i dischi, racconti e libri e non sulla base dell’esperienza personale, è che a livello di suono gli anni ’90 portano delle grosse novità, aprendo la strada a stili e generi differenti che si sviluppano all’interno della scena (penso alla particolarità dell’hc torinese, allo straight edge, ecc.) e che hanno un impatto anche sul piano attitudinale, naturalmente. Per quanto riguarda il lato politico mi sembra esserci una continuità sostanziale con i precedenti anni ’80, lo spirito di rivolta è sempre lì che infuria e scorre a fiumi (sulla militanza ci sarebbe da fare un discorso a parte, perché purtroppo non sempre la politicizzazione si traduce in militanza), come pure la presenza viva di luoghi e spazi che tenevano in piedi la scena in quel periodo. Anzi, permettimi di dire che negli anni ’90, a quanto abbiamo potuto constatare in Schegge, si fa molto di più che portare avanti un’eredità: nascono collettivi punk e spazi anche nelle province più isolate d’Italia (come la nostra Viterbo, per farti un esempio concreto), l’hardcore si diffonde a macchia d’olio, anche grazie a fanzine, radio, ecc. Nuovi gruppi si formano ovunque, a differenza dei gruppi del decennio precedente, sciolti per la maggior parte o che stavano cambiando pelle. Forse in quel decennio successivo si era preso coscienza della propria esistenza come “mondo a parte” e della volontà di fare ancora e fare meglio, di non essere costretti a volgere al termine, di dover estinguere una fiamma ancora accesa in tanti ragazzi e ragazze solo per dover seguire le sorti delle band degli anni ’80. Questa per lo meno è l’impressione che ho avuto io.

Sottopressione

Leggendo Schegge di Rumore salta subito all’occhio che il vostro intento non sia stato quello di scrivere un libro sulla storia di un genere musicale in un determinato periodo storico, bensì quello di concentrarvi principalmente sulla scena e il movimento che ne sta dietro, sottolineando quello slogan forse un po’ troppo abusato ma sempre attuale che vede nel punk uno stile di vita, non solo musica. Cosa significa dunque per voi suonare hardcore e far parte di questa scena? Quali sono secondo voi gli aspetti più importanti o gli insegnamenti principali che vi ha lasciato il punk hardcore?

Capò: Per me semplicemente Vita; Flopdown, Tmd, Razzapparte, Neid.. un’avventura cominciata quasi 3 decenni fa e fortunatamente ancora viva & vegeta! Quello che questo Stile di vita –a cui devo tutto!- mi ha insegnato è sempre parte integrante di me: l’essere un compagno, animalista, anticapitalista, nemico giurato di questa società-galera fondata sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, dell’uomo sugli animali, dell’uomo sulla natura! Insomma, se mi volto e guardo indietro, nel Bene o Male, vedo solo Me Stesso.         

Monica: Per me l’hardcore è semplicemente come io sono. Ho scoperto il punk da ragazzina, per caso, grazie ad una musicassetta portata in casa da mia sorella maggiore. Dopo quell’ascolto, misi da parte gli ascolti tecnici delle band-divinità metal per ritrovare quel semplice frastuono. Fu come inseguire il malessere che mi divorava dentro fino a sbatterci la testa contro. Invece di un muro, trovai una porta aperta. Scoprii che dentro a quel rumore e in quel mucchio di gente c’erano tante persone che dicevano quello che pensavo anche io e agivano come anche io credevo si dovesse fare. Dopo tutto il tempo trascorso a sentirmi ovunque fuori posto, finalmente trovai una dimensione in cui mi sapevo dare un nome a quell’irruenza che infuriava sotto la mia pelle. Conobbi l’hardcore e riconobbi me stessa. Per la ragazzina che ero rappresentò un punto di svolta. Non passò molto tempo che iniziai a partecipare alle mie prime assemblee politiche, perché sentivo di dover mettere in pratica con fatti concreti ciò che andavo cantando sotto il palco. Avvertivo la necessità di coerenza e di dover portare anche all’esterno quello stile di vita contrapposto alla società che vivevo dentro di me, come esigenza di cambiamento e di trasformazione reale attraverso la lotta.

Ad un certo punto della mia vita ho conosciuto i ragazzi e le ragazze del Tuscia Clan, grazie ai concerti organizzati alla Cantina del Gojo e all’impegno politico profuso in altri ambiti della vita e della nostra città. Iniziai a partecipare alle riunioni del collettivo politico insieme a loro e dopo un certo periodo di tempo presi coraggio, domandando se potessi dare una mano al prossimo concerto in Cantina. Da quel momento in poi non ho mai smesso di portare avanti con loro l’aspetto militante con il Comitato di Lotta Viterbo e quello accacì e sociale col Tuscia Clan. L’insegnamento più importante che ho ricevuto dal punk hardcore è il do it yourself, che poi è una delle pratiche più significative del movimento, quella cioè di superare gli ostacoli e le difficoltà rimboccandosi le mani, contando sulle proprie capacità, senza delegare al mondo esterno ciò che possiamo fare a modo nostro. È la messa in pratica del concetto di autogestione, in cui credo tantissimo e che è il modo in cui riusciamo a stare in piedi da soli.

Altro elemento che permea l’intero libro è sicuramente la volontà di focalizzarvi sull’aspetto della militanza e della lotta politica cosi intimamente legati alla scena hardcore e punk e alle individualità che avete deciso di intervistare. Che importanza hanno per voi l’aspetto politico e i percorsi di lotta, così come pratiche come autogestione, occupazioni e solidarietà che da sempre animano il movimento e la scena hardcore punk?

Capò: Questi percorsi furono per me basilari per quel tipo di punk-hc, soprattutto in quegli anni. Gli anni di militanza/situazionismo passati coi Tear Me Down la dicono lunga: era dunque normale prassi partecipare ad un corteo, la sera tenere uno show in una situazione benefica e il giorno dopo magari presenziare ad un  presidio/concerto non autorizzato davanti al carcere. Così com’era abitudine (almeno qui in Tuscia) il doppio binario hc/militanza che ad esempio legava membri di Tmd & Comitato Antagonista di Viterbo, collettivo attivissimo sul territorio fra fine anni ’90 e inizi 2000, con iniziative, volantinaggi, presidi, cortei ed occupazioni!    

Monica: Sì, infatti, hai colto perfettamente. Dal momento che ci sembrava non fosse stato ancora affrontato apertamente questo aspetto, almeno per quanto riguarda quegli anni, abbiamo pensato che potesse essere utile aprire un dibattito militante intorno alla questione con chi ha voluto condividere con noi il proprio vissuto. Essendo l’hardcore un movimento in aperto conflitto con la società, le sue regole morali non scritte ma ugualmente imposte e con le sue leggi codificate create a vantaggio esclusivo del ceto sociale dominante – tutte queste cose vanno sotto il nome di Capitalismo –, è presente in esso una grossa componente di critica politica e sociale all’esistente, come sappiamo benissimo. Proprio come oggi, però, anche allora non esisteva un unico modo di vivere questi diversi aspetti e di metterli in relazione tra loro. Nelle interviste di Schegge di rumore emergono nettamente i diversi punti di vista personali, come pure le sensibilità e prassi. Ci sono casi in cui le cose coincidevano, cioè c’erano persone che suonavano, erano anche politicizzate e, inoltre, facevano parte di collettivi politici; poi c’era chi suonava e aveva pure posizioni politiche chiare che venivano comunicate attraverso le canzoni del gruppo ma non faceva parte di collettivi, perché dentro di sé considerava già questa cosa come militanza; oppure c’è chi, partendo dallo stesso presupposto del caso precedente, invece, la percepisce questa differenza tra l’essere politicizzati e il militare attivamente, ma sente come più giusto o naturale continuare a fare agitazione da sopra il palco; infine c’è anche chi suona ma non è interessato all’azione politica né la mette in pratica. Quindi, come vedi, gli scenari e pure gli orizzonti sono eterogenei, a volte molto lontani tra loro.

A livello personale, mi sento vicina alle esperienze in cui si percepisce intensamente la necessità di mettere sottosopra le città con tutti i mezzi a disposizione, dai presidi alle azioni, dai concerti alle manifestazioni, dalle assemblee alle situazioni di piazza… «tutto sotto lo stesso cielo», come dice uno dei nostri amici intervistati. Come già accennavo prima, oltre a far parte di un collettivo punk – il Tuscia Clan -, sono una militante politica del Comitato di Lotta Viterbo, perché sento il bisogno di portare anche all’esterno questo stile di vita in guerra con lo stato di cose presenti. Inoltre, partecipo alle attività che svolgiamo nella nostra sede a Viterbo. Questo posto si chiama Officina Dinamo, è la sede politica del Comitato ma anche un punto di riferimento per chiunque abbia dei guai con la legge o problemi sul posto di lavoro, grazie all’impegno del nostro sportello legale e di quello sindacale (S.I. Cobas Viterbo). Inoltre, Officina Dinamo rappresenta anche un importante luogo di aggregazione sociale per merito dei corsi popolari di allenamento calistenico curati dai nostri compagni del team Riot Squat e grazie al gruppo escursionistico L’Oplita. Officina Dinamo è un posto fantastico, che abbiamo cercato per tanto tempo e costruito attraverso le lotte sul territorio e grazie al sostegno di tutti quelli che in questi anni ci hanno supportato nelle tante realtà che portiamo avanti.

Come penso si capisca, le cose più importanti nella mia vita sono la militanza, la lotta di classe, la forza della lotta rivoluzionaria, la distruzione dello Stato e della sua smisurata violenza, il rifiuto di un destino fatto di miseria imposta, la gioia della vita vissuta senza paura. Ad ogni modo, al di là della posizione personale, credo pure nel principio generale della coerenza: non sono ossessionata dal fatto che una persona o un gruppo sia politicizzato o meno (preferirei ci fosse maggiore militanza, ovviamente!), però l’importante è che non si vada a millantare sopra o sotto il palco di fare cose che poi nella realtà non si avrebbe il coraggio di fare.

Contrasto

Forse la domanda più difficile, ma anche quella più stimolante. Che differenze avete notato tra la scena degli anni 90 e quella attuale? Secondo voi c’è ancora quell’idea che l’hc puo’ e deve essere una minaccia per questo esistente e non solo musica?

Capò: Parlando sempre di hc italiano vedo ad ora un buon ricambio generazionale di “giovani/vecchi” come Suddisorder, Carlos Dunga, My Own Voice, LaPiena, A Fora De Arrastu, SFC, Carne, o come la recente reunion Congegno al Marci Su Roma 2021. Quindi ecco, l’unica differenza percepita può essere giusto stilistica. Per quanto riguarda l’hc infine credo che, per sua natura, se non proprio impegnato almeno una minaccia dovrebbe esserlo, o meglio sarebbe auspicabile! Purtroppo -a mio modesto parere, grazie pure alla tecnologia nelle mani della classe dominante borghese- dal G8 di Genova del 2001 in poi le strategie di controllo e repressione di Stato si sono affinate e stratificate; vedi le infami Operazioni Cervantes, Fuoriluogo, Scripta Manent, Bialystok, Sibilla, etc…! Ma è pur vero che l’esistenza stessa di band militanti come Contrasto (arrivati a quasi 30 anni d’attività) Ludd (22) Le Tormenta o Cospirazione etc.. sono la prova che la fiamma non s’è definitivamente spenta, e che qualcosa di buono nel cosiddetto “punk di protesta” resiste ancora, non solo a livello di testi o mera musica.   

Monica: Anche qui gli orizzonti e le pratiche a volte sono differenti da città a città, da collettivo a collettivo punk. Questo proprio per il problema per il quale non sempre coincidono militanza politica (organizzata o meno) con il proprio istinto di rivolta e disgusto per ciò che ci circonda. Io credo che il punk da solo non basti a produrre un cambiamento su vasta scala, ma che vada concretizzato anche col quotidiano conflitto. Avendo la fortuna di stare in un collettivo in cui si fa moltissimo e nel quale le compagne e compagni non concepiscono questi aspetti come due cose separate l’una dall’altra, posso dire che essere una minaccia per questo mondo putrefatto non sia solo una possibilità, bensì una realtà concreta.

“The Class War Has Started” – Volantino dei Nausea sulle rivolte di Tompkins Square Park dell’agosto 1988

Seguendo la pagina facebook dei Nausea, storica e seminale anarcho-crustcore band newyorkese, mi sono imbattuto proprio negli scorsi giorni in un volantino intitolato “The Class War Has Started”. Un volantino scritto da Amy, cantante del gruppo, e firmato dall’intera band, in merito alle rivolte che hanno interessato Tompkins Square Park nell’estate del 1988. Un volantino che pur essendo stato scritto trentatré anni fa, ritengo possa avere non solo una sua importanza storica per sottolineare i rapporti tra scena anarcho/hardcore punk e movimenti sociali di rottura e di rivolta, ma anche una sua attualità per tornare a ragionare sul ruolo e sul potenziale che potrebbe avere il punk e i punx ancora oggi, se proprio vogliamo continuare a vedere in esso quella famosa “minaccia nei confronti dell’esistente” con cui noi tuttx, io per primo, ci siamo riempiti la bocca per troppo tempo forse in maniera fin troppo retorica e inoffensiva, per pulire le nostre coscienze dall’immobilismo in cui ci siamo impantanati. Come concludevano nel volantino i Nausea, l’invito è sempre quello di agire e cambiare tutto!

Breve storia delle rivolte di Tompkins Square Park

Sabato 6 agosto 1988 scoppiarono quelle che son passare alla cronaca come le rivolte di Tompkins Square Park. Negli anni 80 Tompkins Square Park aveva iniziato ad essere l’incarnazione materiale dei problemi socio-economici e del divario di classe che aumentava a New York. Dopo il crollo economico degli anni 70, New York stava attraversando infatti un forte processo di gentrificazione dei quartieri popolari e proletari, nei quali le abitazioni “a basso reddito” iniziarono ad essere demolite per far spazio a condomini e appartamenti di lusso. In questo contesto le imprese immobiliari la facevano da padroni assoluti, alzando gli affiti in quartieri storicamente popolari e inasprendo il conflitto tra le classi sociali. Nei mesi antecedenti alle rivolte, moltissime persone senza casa iniziarono a stanziarsi stabilmente all’interno del parco di Tompkins Square, un parco noto per lo spaccio e utilizzo di eroina, così come per essere punto di ritrovo per assemblee degli anarchici e teatro di concerti punk che duravano tutta la notte. I residenti benestanti iniziarono ad avere paura e a lamentarsi della presenza di senza tetto, punx, anarchici e reietti di ogni tipo che, a detta loro, sporcavano l’immagine del nuovo quartiere gentrificato e che disturbavano la quiete pubblica e la pace sociale. Di fatto Tompkins Square Park divenne nel giro di pochi mesi un vero e proprio luogo di ritrovo non solo per chi venne sfrattato e rimase senza casa, ma anche di tutti coloro che non accettavano il processo di gentrificazione e le diseguaglianze socio-economiche della città di New York.

Il New York City Parks Department per tentare di porre fine a quella che era diventata una vera e propria situazione abitativa nel parco e un luogo di organizzazione di concerti, feste e assemblee, impose il coprifuoco all’una di notte. Coprifuoco che però non fece altro che inasprire il conflitto e le tensioni tra gli occupanti del parco da una parte e i cittadini benestanti e le autorità cittadine dall’altra. Dopo una prima protesta organizzata il 31 luglio e sedata immediatamente dalla polizia, gli occupanti e gli abitanti del parco decisero di chiamare una nuova manifestazione, a cui parteciparono centinaio di persone, per il 6 di agosto per protestare contro e infrangere il coprifuoco al grido di “la gentrificazione è guerra di classe”. In pochissimo tempo la manifestazione si trasformò in un vero e proprio riot con tanto di blocchi del traffico e lanci di bottiglie e mattoni contro la polizia. Presa alla sprovvista la risposta delle forze di polizia fu quella di chiamare altri 400 uomini, circondare il parco e iniziare a caricare la folla di insorti e occupanti. Come raccontato in diverse cronache di quei giorni, molti degli agenti nascosero i loro distintivi per proteggere la loro identità mentre colpivano e picchiavano indiscriminatamente i manifestanti. Gli intensi scontri tra rivoltosi e polizia proseguirono fino alle sei del mattino successivo. La rivolta terminò con 44 feriti, più della metà tra le fila dei punx, anarchici, senzatetto, proletari e sottoproletari, e con la distruzione dell’accampamento delle persone che avevano occupato il parco come fosse casa loro.

Come evidenziato nel volantino stampato e distribuito dai Nausea che potrete leggere di seguito, i riots di Tompkins Square Park furono un momento in cui esplose evidente la lotta di classe, una situazione di unità e solidarietà tra tutte quelle individualità colpite dalla gentrificazione e dalle disuguaglianze socio-economiche e di volontà di resistere alle violenze poliziesche, così come la volontà di occupare, in risposta al disagio abitativo, un determinato luogo e viverlo attraverso la pratica dell’autogestione, senza il permesso o la concessione da parte delle autorità cittadine. Una situazione in cui il movimento anarchico e la scena punk hardcore di New York hanno giocato un ruolo importante, riaffermando che il punk dev’essere una minaccia per questo esistente e i/le punx devono stare in mezzo alle lotte reali.

“The Class War Has Started”, Nausea

Solo una settimana fa centinaia di persone si sono riunite per difendere i loro diritti, le loro case e se stessi contro gli strumenti dei loro oppressori, la polizia. I loro burattinai: i proprietari terrieri, le corporazioni e gli Yuppie Influx che hanno iniziato un processo che sta rimuovendo il popolo della nostra terra, la nostra eredità e quel poco di libertà che ci rimane da esercitare. Una rivolta scaturita dalla manifestazione dello scontro tra gentrificazione e umanizzazione, oppressione e libertà.

Anche se in superficie la ricompensa può sembrare minore (l’innalzamento del coprifuoco del parco), riconosciamo ciò che abbiamo veramente vinto: il diritto alla rivolta, l’orgoglio del popolo, il potere delle masse e le possibilità che derivano dalla nostra nuova libertà trovata.

Il popolo ha perso di vista il potere che possiede. Questo mondo può essere autogestito dal popolo!
Purtroppo la maggior parte ha deciso di liberarsi della responsabilità e optare per un’alternativa apatica ma facile di seguire regole e percorsi stabiliti dal sistema. Di tanto in tanto al popolo viene ricordata la sua perdita ed è ancora più raro che decida di riprendersi ciò che gli appartiene. Il 6 agosto, ispirato da un piccolo raduno di combattenti per la libertà (freedom fighters nel testo originale), il popolo ha fatto proprio questo. Per qualche ora abbiamo lottato per la vita e i diritti che ci sono stati negati fin dalla nascita.

Si, è stato tutto questo.

Anche i passanti innocenti e apparentemente ingenui presero parte alla lotta mentre riaccendevano temporaneamente e rilanciavano la loro rabbia e il loro odio per il sistema attraverso la ribellione. Il coprifuoco del parco era solo un simbolo dell’oppressione che stavamo combattendo. Abbiamo combattuto lo Stato, il governo e le corporazioni. Abbiamo negato il loro potere, la loro autorità e la loro influenza sulle nostre vite. Soprattutto, abbiamo preso le nostre vite e il nostro potere nelle nostre mani, dove appartengono. Abbiamo creduto in noi stessi, il popolo.

Molti dicono che siamo stati vittoriosi. Non solo abbiamo alzato il coprifuoco ma abbiamo risvegliato il resto del mondo alla realtà della guerra di classe, alla condizione del popolo. Le forze di polizia si sono prese la responsabilità di dimostrare la loro natura corrotta e violenta, ma il resto è toccato a noi.

Tuttavia, poche ore non furono sufficienti, perché dopo i festeggiamenti molti tornarono a casa orgogliosi della loro vittoria. Sono seduti nei loro salotti a rievocare i notiziari e a sperare che quelle poche ore di indipendenza, libertà e beatitudine ribelle possano vivere per sempre nei loro cuori e non solo nei loro ricordi.

Non deve essere un ricordo, riprendetevi il vostro potere! Riprendetevi le vostre vite! Abbiamo dimostrato che possiamo unirci per il cambiamento, unirci per una causa comune. Nessuno è contento di questo mondo corrotto e perverso.

Divisi siamo deboli
Uniti possiamo cambiare tutto!
Agiamo ora!

“Musica del Barrio, para el Barrio” – Interview with Generacion Suicida

In October 2017, Generacion Suicida, a melodic punk rock band from Los Angeles, played at Villa Vegan in Milan in a two-day event that on paper seems to have been great, given the presence of other great bands like Canadian Massgrave or Kontatto. I say on paper because for work reasons I was not able to be present, thus missing the live of one of my favorite bands and I still regret not being able to enjoy them live and not being able to chat with them in person. Years later and after the publication of their latest album entitled Regeneracion, which I’m listening to on repeat, I decided to write to them to propose an interview. Fortunately they accepted and Tony answered in a very enthusiastic way and really in a few hours to my questions, so I leave the word to him and Generacion Suicida, nothing but punk in its purest and most sincere form, that is “musica del barrio, para el barrio”!

Hi Generacion Suicida! I’ve been listening to you for many years now, since the days of “Con la Muerte a tu Lado” and “Todo Termina”, so I’m very happy to be able to ask you some questions. I would start by asking how and why you chose a name deeply steeped in nihilism and disillusionment as Generacion Suicida?

This may seem anticlimactic, but we chose our band name based on a song by the Vicious (Suicide Generation). There wasn’t any real meaning behind the name when we chose to name our band that, although these days we feel differently about it. Maybe it was a subconscious decision, but there is definitely a sense of hopelessness and despair in our daily lives, especially when we were younger. So we often lived every day like it was our last and did tons of reckless things. So I suppose the name fits in that sense.

You have always defined your personal punk rock using two definitions: “KDB punk style” and most interestingly from an attitude point of view, “musica del barrio, para el barrio“. Would you like to deepen these definitions and explain us what does it mean for you to be a band still so strongly anchored to a very underground and neighborhood dimension?

Sure. When we say “KBD punk”, we mean lofi or low quality sounding punk. Often times, those old KBD comps from the early days didn’t sound the best, but you were able to feel the emotion and feelings that the bands were trying to convey. We feel the same, that our emotion and feel comes first before everything else. “Musica del barrio, para el barrio” is better translated as “music for us, by us”. We’re from South Central. We have pretty much nothing in this area and the kids growing up here have very little resources. It’s important for them to know this is theirs and it belongs to them. Our music belongs to the people.

You are from Los Angeles, specifically South Central L.A. How much has your neighborhood influenced your band, your musical approach and content?

All we sing about is life experiences. All the lyrical content is about the things we experience on a daily basis. The music we play is in contrast to our environment. Things around here are typically loud and chaotic, so we wanted to play in contrast to that, with more rhythm and less distortion.

You have always decided to sing in your native language. Is it a way to stay true to your origins and your community or are there other reasons behind this choice? How important is the choice to write and sing in Spanish for you?

We often say that the voice is also an instrument. We think that the vocals sound better in spanish than in english. Our style of spanish is different from the spanish they speak in Spain or anywhere in Latin America. They call it “Spanglish” here in the hood, and often times even people in Latin america do not understand us. It’s almost like the kids in our city have their own language that’s different from everywhere else. This becomes just another way that our band gets identified as an LA band.

Your style of punk rock is very melodic and slow compared to most of the hardcore and punk bands that are part of the scene. Why the choice to prefer melodies and this style over more furious, chaotic and fast sounds?

We love bands like Discharge, Kaaos, Wretched, or Indigesti. But we don’t want to sound like those bands. When our band first started back in 2010, every band in our town was a fast hardcore band. We didn’t sound like everyone else, so we decided to play in a more stripped down melodic style. Suprisingly, people liked it and we continued in that style.

The message and the more “political” and protest approach have always been central and inseparable from playing punk (in all its forms). What sense does it make for you to play punk today in 2021? Do you think that certain sounds, being only a means to convey messages and ideas of struggle, revolt and solidarity, still have potential? If yes, which one?

When it comes to music and expressing political discontent or struggle, we don’t think that punk is the only way. There are many hip hop artists that are political in nature or talk about their daily struggles. It’s really just up the artists to decide what kind of forms they want to use to express themselves, but we believe they are all valid.

Your latest album (which I can’t stop listening to) is titled “Regeneracion“. Would you like to explain the meaning of this title that seems to evoke a dimension of “rebirth”?

“Regeneracion” was written during a time when we really wanted to rewrite and redo everything we thought we know about how to play. Unfortunately, it was during Covid lock downs, so we weren’t able to actually go into a studio to do it the way we wanted to do it. Basically the album is about rebirth and starting all over again. Discarding old ideas and trying to grow into something new and bigger. We’re actually going to head into a real studio in January of 2022 to redo the entire album the way we intended to do it in the first place. We’re very excited to have it come out the way it was originally intended and can’t wait to share it with everyone! In it’s current form, it is only limited to a few hundred copies, and is only available in Europe.

Last year, after the racial murder of George Floyd caused by a cop, intense and very long days of revolt and mobilization against the systemic racism of US society broke out. The four of you have Latino’s origins, have you ever faced racial discrimination inside and outside the punk scene? What are your positions on systemic racism in the United States, and how did you live through those months of protests, demonstrations and attacks on the symbols of this age-old oppression in Los Angeles? (If you think this is too sensitive and personal a question I apologize to you, you may not answer.)

Last year was pretty difficuly, but honestly nothing new. We have been dealing with this for decades and now it just seemed that people had had enough. But it isn’t the first time. We’ve had uprisings in 1965, 1968, 1992, and now in 2020. It just seems after a few years, these revolts get swept under the rug and people largely forget. To answer the question tho, yes we have faced discrimination both inside and outside the punk scene. Everything from only getting allowed to play with Latino bands in fests, to not even being considered for playing because we sing in Spanish. It often feels like we have to work 10 times harder than an average band that does not have latino or black members.

What is the current state of the DIY punk scene in Los Angeles? Which are the most active realities? Are there collectives or squats that organize concerts?

There are no squats or collectives that we are aware. Since the beginning of the pandemic a lot of bands have broken up and a few new bands have popped up, but we haven’t had a chance to check them out. I’m sure a lot of younger kids are taking the helm tho and are organizing their own shows in spaces that we are not aware of.

Generacion Suicida thank you again for taking the time to answer my questions. This space is all about you, you can add whatever you want!

Thanks for taking the time to write to us! Hopefully we’ll see you all in Europe in 2022/2023!

Poison Ruïn – S/t (2021)

Si può parlare di dungeon punk? Forse, ma prima di tirare conclusioni affrettate proviamo ad andare con ordine.

Un fulmine a ciel sereno. Un ascolto che prende le sembianze di un’escursione in territori musicali che all’apparenza hanno poco da spartire l’un con l’altro. Un viaggio che può apparire a primo avviso confuso, privo di senso o addirittura pretenzioso. Poi, in realtà bastano pochissimi minuti immersi in questo S/t album del progetto Poison Ruïn per accorgersi che le cose stanno diversamente, che a volte l’azzardo ripaga e che ci troviamo al cospetto di un disco estremamente ispirato, profondamente originale e attraverso da una vena sperimentale convincente, come non se ne sentivano da parecchio tempo.  Le dieci tracce che incontriamo su questo omonimo lavoro di Poison Ruin sono caratterizzate da continui saccheggi e incursioni razziatrici in territori musicali completamente diversi, un sound polimorfo in cui differenti anime e influenze si incontrano e trovano terreno comune in un tappeto sonoro e in un mood riconducibile all’universo dungeon synth; proprio quel dungeon synth che sembra poter fagocitare qualsiasi cosa in ambito underground ultimamente e che ha trovato tantissime incarnazioni e declinazioni degne di nota, basti anche solo pensare alle notevoli pubblicazioni dell’italiana Heimat der Katastrophe.

Tornando a capofitto nei meandri e nelle sfumature di questo dungeon targato Poison Ruïn, sono tante le anime diverse che si scontrano, si intrecciano, spesso rendendo difficile comprendere come sia possibile farle convivere in un’unica proposta in una maniera così convincente e addirittura godibile. Mac, mente e braccio dietro il progetto Poison Ruïn, ci riesce in maniera del tutto inaspettata al punto da lasciare sbalorditi e ammaliati come fossimo preda del canto di una sirena in un mare burrascoso. Un lavoro che, come un avventuriero in terra di frontiera, tende in maniera costante alle contaminazioni e alla fuga verso territori nuovi in cui proseguire il proprio viaggio e la propria visione, passando senza inibizioni futili dal punk rock degli albori al post punk variegato da venature deathrock e atmosfere vagamente gotiche. Ma anche incursioni improvvise in territori dominati dal primitivo heavy metal britannico e addirittura veri e propri agguati inaspettati e apparentemente fuori luogo alla ricerca di quella dimensione ritualistica e infernale degna di certo raw black metal degli ultimi anni (Sacrosant). Tutte queste incarnazioni sonore trovano libero sfogo all’interno di un sound a cui fare da filo conduttore appare chiaro essere da una parte certo primitivo punk di scuola britannica così come, dall’altra la costruzione di atmosfere e scenari affidata alla componente dungeon synth, soprattutto per quanto riguarda intro e outro dei vari brani. Lo stesso artwork di copertina, per via della sua dimensione misteriosa e oscura, evoca nelle nostre mente scenari e immaginari tipicamente swords and sorcery tanto cari alla scena dungeon synth.

 

Si può dunque parlare di dungeon punk, si o no? Forse non esiste una risposta univoca una volta che arriviamo al termine di questo assurdo viaggio accompagnati dalla conclusiva Hell Hounds, dunque lascio a voi decidere se a senso definire il sound di Posion Ruïn con tale fantasiosa etichetta. Forse è presto pure per parlare di dischi dell’anno, ma sicuramente questa prima fatica in studio del progetto Poison Ruïn rimarrà per molti mesi nelle cuffie e nelle orecchie di molti di noi.

Non mucchi selvaggi, ma una nuova offensiva da organizzare!

Contributi su punx, pandemia e autogestione destinati ad essere discussi, corretti e soprattutto messi in pratica senza perdere tempo.

Nell’ultimo periodo, dopo due lockdwon e ad un anno dallo scoppio della pandemia di Covid-19 che ha stravolto totalmente le nostre esistenze su tutti i livelli, mi son trovato spesso a pensare in solitaria e al contempo a discutere con individualità affini e amiche, dei limiti e delle potenzialità della pratica dell’autogestione, legata in particolar modo alla scena hardcore e punk e alla situazione di parziale immobilismo in cui è piombata la nostra “normalità” fatta di concerti, taz, situazioni e serate, in tempi di crisi sanitaria (oltre che economica e sociale) come quella attuale. Se, come recitava uno slogan apparso durante il primo lockdown, “nessun ritorno alla normalità perchè la normalità era il problema“, allora dobbiamo ribadire che anche la “normalità presunta alternativa” a cui eravamo abituati noi punx è qualcosa da distruggere, superare e ripensare, perchè forse solo così il punk e l’hardcore possono tornare ad essere un’offensiva reale nei confronti di questo esistente di merda. In mezzo a questo flusso di pensieri sconclusionati son finito più volte a ricordare un’interessante assemblea punx avvenuta nella primavera del 2019 in occasione dell’ “A Sassate Mini Fest”, concerto benefit per i/le compagnx in carcere a causa dell’Operazione Panico e dell’Operazione Scintilla, organizzato dai compagni di Distrozione nella sempre affascinante cornice di Villa Vegan Occupata. Quell’assemblea fu a mio parere un tentativo interessante di analizzare in maniera critica e confrontarsi sulla situazione contemporanea della scena hardcore nostrana, in bilico tra vero e proprio ghetto subculturale in cui tendiamo a rinchiuderci e potenziale strumento di critica, minaccia e attacco all’esistente. Oggi, più ci ripenso, più mi accorgo che quell’assemblea, così come le prospettive e le idee che erano emerse in quel momento potebbero essere più attuali che mai. 

Al di là di quanto appena detto, c’è da aggiungere un’analisi sull’attualità dell’ultimo anno, dentro e fuori la scena hardcore, dentro e fuori il mondo dei/delle punx (che mi piacerebbe definire anarchicx e rivoluzionarx) e di quelle individualità che vedono ancora in questa musica nient’altro che un mezzo con cui organizzarsi, portare solidarietà, incontrare complici con cui potenzialmente minacciare l’esistente capitalista. Certamente alcune realtà ed individualità hanno provato, non senza critiche e criticità, a riproporre pratiche come taz e concerti anche durante i due lockdown che hanno segnato il 2020. Basti pensare alle taz in Corvetto di questa estate o alla taz di novembre da qualche parte in quel di Milano, due momenti in cui si è cercato con difficoltà di tornare a fare quello in cui crediamo e che spesso abbiamo riprodotto in maniera acritica al punto da renderlo totalmente inoffensivo: trovarsi, organizzarsi, suonare, confrontarsi, occupare un posto, discutere davanti ad una distro e moltissimo altro. Non sta a me elogiare le individualità e i gruppi che hanno preso parte all’organizzazione di queste situazioni, così come non spetta a me accusarli di non aver tenuto conto della situazione sanitaria attuale perchè sono sicurissimo che si siano fatti tutte le discussioni del caso per cercare di rendere il più sicuro possibile certi momenti e certi spazi per tuttx. Qualcuno a novembre, proprio in occasione dell’ultima taz organizzata a Milano, scrisse un testo abbastanza interessante e provocatorio intitolato “Per Non Farci Seppellire”, capace di dare nuova linfa alla discussione su autogestione, concerti e pandemia e che aveva tutto il potenziale di aprire una discussione seria e certamente complicata sul ruolo dell’autogestione in tempi di covid. Mesi prima, a giugno, i compagni di Distrozione scrissero un altro testo dal taglio fortemente provocatorio, un’analisi estremamente lucida sui limiti del DIY in tempi pandemici. Ritengo questi due testi ancora validi e importanti per affrontare la situazione attuale in cui, come scena e individualità punx, ci ritroviamo volenti o nolenti, in una fase di immobilismo, stallo e difficoltà. Perché, per quanto mi riguarda, le domande da porsi, son sempre la solite: qual è il limite dell’autogestione in situazioni delicate dal punto di vista sanitario come quella attuale? Quali sono invece le sue potenzialità? Perché la soluzione non può essere né escludere individualità da situazioni non safe dall’alto del nostro privilegio di individui “sani”, né tanto meno relegare l’autogestione, le nostre modalità di incontrarci e stare insieme e soprattutto il nostro essere offensiva reale per questo esistente e sistema ad un periodo di “ritorno alla normalità” deciso dallo Stato, condannandoci così ad un immobilismo in cui si rischia di rimanere impantanati per lungo tempo. Per dirla usando una frase estrapolata da un volantino scritto dai Franti e dai Contr-Azione negli anni ’80: “per noi autogestione significa atteggiamento antagonista rispetto all’organizzazione sociale”.

Dato che, forse illudendomi in maniera estremamente ostinata e tristemente retorica, non cesso di vedere nell’hardcore e nel punk un reale potenziale di minaccia per questo mondo fatto di oppressione, sfruttamento e repressione, un potenziale che va al di là della semplice musica, di un modo di costruire una socialità alternativa ma inoffensiva o di consumare merci differenti solo perchè in nome del do it yourself, credo sia importante aprire una seria riflessione e una profonda discussione su come poter tornare a ripensare e concretizzare nel reale e nel quotidiano di questi tempi bui pratiche fondamentali come l’autogestione o il DIY. Una discussione che ponga sempre attenzione alla questione pandemica attuale e senza sottovalutare i pericoli che corrono soprattutto quelle individualità a noi vicine, affini e complici più a rischio, ma senza dimenticare che, se è certamente sempre vero che l’unico punk buono è quello morto, citando gli Electro Hippies, certe pratiche intimamente legate alla scena punx e anarchica e certe sonorità possono ancora essere un mezzo per organizzare una reale offensiva contro il quieto vivere, contro la pace sociale imposta a colpi di repressione, contro l’oppressione quotidiana e contro la guerra che il Capitale e lo Stato ogni giorno ci muovono. 

Le righe che ho appena scritto vogliono anzitutto rappresentare una serie di contributi, magari confusionari e futili, alla lotta dei/delle punx rivoluzionar*, destinati ad essere discussi, corretti e soprattutto messi in pratica senza perdere tempo. In secondo luogo, ho provato ad ordinare questi pensieri e darli in pasto a voi tuttx in modo da poter, chissà, finalmente tornare insieme a ragionare sui limiti, sul potenziale e sulle prospettive della nostra scena e delle pratiche legate ad essa (autogestione e DIY in primis). Infine queste parole non sono altro che un’introduzione al testo scritto dai compagni di Distrozione questa estate intitolato “Un Altro Mondo è Impossibile – Limiti del DIY in tempi pandemici” che potrete leggere di seguito. Perchè non è ancora tornato il tempo dei mucchi selvaggi, ma è sicuramente arrivato il momento di organizzare la nostra offensiva!

 

“Un Altro Mondo è Impossibile – Limiti del DIY in tempi pandemici” (da Distrozione)

Sono passati solo 4 mesi dall’esplosione ufficiale del virus che ha scosso il mondo, troppo pochi per poter tirare le fila su cosa ha portato e cosa porterà. Eppure questa catastrofe può essere da spunto per riflessioni per troppo tempo rimandate in nome dell’abitudine alla sopravvivenza. Se la normalità era il problema in cui non vogliamo più tornare, se non è solo un mero slogan, dobbiamo capire se forse anche noi stessx alimentiamo quella condizione, ed è importante quindi tornare a porci una domanda fondamentale: cos’è l’autogestione? Alla proclamazione del lockdown centri sociali e squat hanno chiuso i battenti, adeguandosi alle misure di prevenzione decise dallo Stato: una scelta di responsabilità collettiva condivisibile, come è condivisibile tanto la scelta di distro come la nostra di sospendere le spedizioni di supporti fonografici quanto quella di continuare la propria attività in generale. Tutto giusto, eppure qualcosa non torna: lo Stato decide arbitrariamente di chiudere qualcosa e di riaprirlo dopo un mese, noi ci adeguiamo e anzi molto probabilmente ci adegueremo a ricominciare a fare concerti quando lo Stato lo deciderà. Questo perchè siamo pavidx, siamo servx, siamo fake? Non crediamo sia interessante autoflagellarci dicendo questo genere di cose, nè mostrare i muscoli virtuali dicendo “siamo anarchicx dovevamo fare (e faremo) quel che ci pare”, ma individuare un grosso limite del mondo delle autogestioni, che è l’incapacità di dotarsi dei mezzi per rispondere a modo nostro a un’evidente crisi epidemica. Certo, il come e quali strumenti cui dotarsi è un’incognita, eppure è molto importante cominciare a farsi questo domande, pena subire per sempre la subalternità alle istituzioni.

L’autogestione e il suo mercato, le autoproduzioni, sono state per tanto tempo un’isola felice perchè permettevano a tuttx noi di esprimere la nostra creatività e le nostre passioni nelle maniere più “libere” possibili, ma questi tempi ci hanno dimostrato che le isole felici, gli spazi “liberati”, le zone di autonomia temporanee o meno che siano non bastano a se’ stesse, e che il DIY or DIE è uno slogan che molto spesso indica una consequenzialità piuttosto che un bivio.

In questi mesi lo Stato Italiano ha mostrato le proprie incapacità e i propri interessi vietando qualsivoglia forma di assembramento che non fosse strettamente legata alla produzione, al consumo e al capitale. Nessuno spazio per il nostro sentire. Nessuno spazio per la protesta.

In questi mesi, se pur a fatica, abbiamo visto susseguirsi diversi momenti di piazza, alcuni chiamati pubblicamente, altri sorti spontanei, altri organizzati sotto voce. Se a qualcosa abbiamo partecipato, molto altro lo abbiamo lasciato perdere. Ma non è questo il punto di questo scritto. Non vogliamo fare un’analisi spicciola sulla rivolta ai tempi della pandemia ma piuttosto porre alcune domande sperando di dare il là ad una serie di discussioni che riteniamo vadano fatte.

A quando il primo concerto? come lo faremo? torneremo a pogare sudatx fianco a fianco o staremo fermx a osservare chi suona?Attenderemo che lo Stato ci dica che possiamo assembrarci (nel rispetto della vita altrui e consci del pericolo di contagiarci?) o cercheremo ancora una volta di riprenderci le nostre vite… la nostra normalità? ma è questo quello a cui aneliamo? Non vogliamo tornare ai concerti pubblicati sui social. Non vogliamo tornare ad eventi ludici totalmente privi di critica e discussione. Vogliamo (o vorremmo) creare qualcosa che vada al di là di ciò che è lecito e consentito. Non abbiamo risposte o ricette per il chaos. Non possiamo (ne vogliamo) dire quale sarà la pratica “più giusta” o “più conflittuale” ma andiamo cercandola. Non abbiamo neanche una vera e propria proposta, ne stiamo qui dicendo che bisogna far finta che questa pandemia non esista. Diciamo invece che vorremmo discutere della nostra socialità, dei nostri spazi, del nostro tempo e di come prendere il controllo delle nostre vite e non lasciare più allo Stato la delega di quando e cosa possiamo fare.

In questi, pochi, mesi, alcunx di noi hanno continuato (o almeno hanno provato) a mantenere una qualche forma di socialità collettiva. Chiaramente prendendo i dovuti accorgimenti sul rispetto reciproco e le necessità (di salute fisica, morale e mentale) di ognunx di noi. Avremmo voluto discutere maggiormente (e forse avremmo dovuto) di come, in quanto anarchicx, possiamo organizzarci ancora per riprenderci spazi di gioia, festa e conflitto. Ci piacerebbe che da questi punti ora accennati partisse una discussione anche pratica, perché il concetto di autogestione per come lo abbiamo conosciuto ha mostrato le sue corde, è forse il momento di tornare alle sue origini o di superarlo? Possiamo accettare di attendere ancora finché qualcunx ci dirà che possiamo tornare a urlare sotto palco o ci metteremo ad urlar di rabbia contro questo esistente una volta per tutte? Quando abbiamo iniziato quest’avventura (ormai 15 anni fa) eravamo sicuramente più incuranti delle conseguenze delle nostre azioni e se poi andiamo a guardare i nostri comportamenti durante le serate forse forse ci salta all’occhio un dubbio… E le altre malattie? e la miriade di tossine che ingeriamo volentieri durante le serate? contano meno perché meno evidenti? Oppure dobbiamo tristemente ammettere che anche noi siamo vittime della narrazione dello Stato rispetto i tempi che viviamo? Il giro punk non è noto certo per essere salutista. Anzi! eppure pare che questo virus ci abbia fatto scoprire l’acqua calda… se non prendi le dovute precauzioni contro le malattie, muori. Sarà forse stato il sistema sanitario (a pezzi e mal finanziato) che ci ha portatx tutti e tutte al “rispetto” della situazione pandemica e quindi all’autolimitarci? Oppure la paura della canea mediatica o di perdere gli spazi occupati (come se non fossero tutti a rischio ogni giorno, come se rispettare queste disposizioni possa salvarci)? Negli anni il movimento punk, in particolar modo quella fetta di movimento punk ancora anarchico, ha portato avanti istanze di lotta, solidarietà, mutuo appoggio e autogestione. Consci che tutto ciò era ben oltre il limite del consentito. Oltre la mera legalità.

Non vogliamo ovviamente dire né in questa, né in altre sedi al momento che bisogna dunque “tornare alla normalità”, a diffondere le nostre vite sulla rete come niente fosse, ad ammassarci senza alcun riguardo delle altrui necessità e tensioni ma anzi, vorremo iniziare a discutere e a ragionare insieme sul da farsi. Su cosa voglia dire autogestione delle proprie vite e non solo delle proprie serate. L’autogestione non è (a nostro parere) meramente venire a consumare dentro uno spazio “liberato”, deve voler dire molto più di questo se vuol sopravvivere a questi tempi e a quelli futuri. Possiamo immaginare serate in cui la cura delle persone è importante e necessaria per tutti e tutte? Possiamo trovare dei nuovi modi di organizzarci che escano una volta per tutte da sistemi di cui noi non abbiamo alcun controllo?

L’informalità è stata, ed è tutt’oggi, una parte fondamentale del movimento punk anarchico. Dalla necessità di occupare spazi, per vivere, per organizzarsi, per suonare. Allo scendere in strada. colme di rabbia contro l’esistente. Un organizzazione avulsa a metodi formali e che scimmiottano la burocrazia. Che muta forma e metodo in base alle necessità. Che si denuda di ideologie e si compone di idee, schegge impazzite che si diramano nelle città, nelle piazze, nelle strade.

La rete, social per lo più o per come la intendiamo quest’oggi, è un insieme di pagine “in chiaro” contenenti buona parte delle informazioni su di noi e sulla nostra rete amicale (e non solo). Ci sono criticità evidenti sul modo in cui ci si relaziona attraverso la sempre più presente tecnologia. Le discussioni (e le conversazioni in genere) sono rilegate per buona parte a messaggi asincroni che pretendono sincronia.. E questo è solo una delle molteplici criticità da fare su questo strumento. Tutto ciò va anche a discapito di discussioni reali, dell’organizzarsi insieme e delle nostre stesse vite. Ovviamente è innegabile la possibilità di poter discutere pur trovandosi a chilometri di distanza, il poter condividere quasi in tempo reale aggiornamenti ed altro ancora… Non ci basta questo per sorvolare alle criticità di questo strumento. Ci risulta evidente ad un primo sguardo come la possibilità di ottenere qualsiasi tipo di informazione o nozione attraverso apparati tecnologici ci abbia privato di una necessità primaria. L’incontrarsi. Gioia e giubilio per chi, tra noi inclusx, è poco avvezzx alle relazioni sociali ma se guardiamo a questa dinamica al di là delle semplici serate non possiamo che pensare a quanto ora sia necessario ragionare collettivamente su cosa voglia dire autogestione e su come al di là delle semplici parole possiamo prendere il controllo delle nostre vite e aver cura di chi c’è vicinx.

Durante i primi giorni della pandemia ci siamo chiestx spesso: come poter fare le cose che ci piacciono riuscendo a creare un’ambiente sicuro? Amaramente ci siamo risposte che in realtà ciò che dovremmo fare per evitare la diffusione del virus è ciò che avremmo dovuto fare sempre: rispettare le distanze e toccarci solo previo consenso altrui, avere cura delle persone ritenute “più deboli” nonchè dimenticate dalla società presente (immunodepresse, con malattie croniche ecc), rispettare i timori di ognunx. Queste cose, ovviamente, non le abbiamo mai fatte e c’è il rischio che anche quando e se l’epidemia finirà continueremo a ignorarle; del resto è più facile pogare sudatx cercando di mettere le mani addosso senza consenso alla persona che troviamo sessualmente stimolante e rendere inagibile lo spazio che viviamo per persone che hanno problematiche fisiche e/o mentali piuttosto che ripensare in maniera profonda al nostro modo di vivere la socialità. Del resto è più semplice simulare i momenti conviviali offerti dal capitale piuttoste che operare un radicale cambiamento nel nostro modo di porci rischiando di risultare “noiosx”. Peccato che tutta la vita nel mondo delle merci è noiosa, e allora forse quello che dovremmo fare, la possibilità che ci viene messa sul piatto da una spaventosa epidemia, è quella di smettere di pensare al nostro concertino come il momento in cui mettiamo in pausa la nostra vita in quel mondo ma come invece quello che lo ribalta. Potremmo immaginarci concerti in cui la vita realmente vissuta è così radicale da non finire mai, o finire con lo schianto della polizia che tenta di sgomberarci, non con noi ubriachx che mestamente torniamo alle nostre macchine, le nostre case, il nostro lavoro.

Ora è il momento, domani sarà già troppo tardi.

 

Quattro chiacchiere con Andrea di Passione Nera Records

Il motivo principale che mi ha spinto a fare qualche domanda al buon Andrea di Passione Nera Records è molto stupido e riguarda il fatto che per entrambi i nostri progetti abbiamo ripreso inconsciamente il nome di due distro diy già esistite in passato all’interno della scena hardcore/punk italiana. Oltre a questo, mi interessava lasciare spazio su queste pagine virtuali ad una distro che, seppur poco prolifica rispetto ad altre, ultimamente ha partecipato alla coproduzione di ottimi dischi come Eschaton degli Amphist e In Bilico Nel Reale dei Destinazione Finale. Ringrazio ancora una volta Andrea per il tempo che ha dedicato a rispondere a queste domande. Adesso bando alle ciance, godetevi queste quattro chiacchiere, perchè lo spirito continua!

 

Partiamo con delle brevi, banali quanto dovute, note biografiche: chi sei, quando e perché nasce Passione Nera Records e soprattutto com’è nata l’idea di darti proprio questo nome?

Hey! Sono Andrea, una delle tantissime anime dannate che si sono affidate, per la loro “salvezza”, a quel tutto che sta sotto il nome di punk hardcore. Passione Nera nasce come distribuzione nel 2015 ed è figlia dell’esperienza, durata purtroppo un solo numero, dell’omonima fanzine. Distribuendo e scambiando la zine in giro si è naturalmente creata una –seppur embrionale- distribuzione; di li a poco l’idea di supportare la prima uscita di un gruppo di amici (i NoProve dalla Tuscia.. RIP!) e poi non mi sono più fermato. Il nome, come intuito suggerisce, prende spunto dall’omonima canzone dei Nerorgasmo in quanto ci sono molti passaggi delle liriche che faccio miei per convinzioni e vissuto.

Qual è stato il momento o il motivo che ti ha spinto ad avvicinarti all’hardcore punk? Come è successo?

Fin da bambino sono sempre stato un tipo timido, diciamo un po’ sulle sue; quello che difficilmente riesce ad integrarsi ed interagire col grosso dei coetanei. Quando non sai il perché ma certe dinamiche (quelle per intenderci del tamarro o del fighetto, in una realtà meno che provinciale) non ti attirano anzi ti infastidiscono facendoti rifiutare già in tenera età di riconoscerti con la massa. Perciò quando le mie orecchie sono state “accarezzate” per la prima casuale volta dal punk non potevo che restarne folgorato!

In particolare l’approccio col punk hardcore c’è stato in edicola: passo prima di entrare a scuola per prendere Supertifo e l’occhio cade su “Punk”, allegato alla rivista “Rock sound”. All’epoca i miei acerbi ascolti (non avendo amici punk a cui chiedere info riguardanti band interessanti e neanche una connessione ad internet per smanettare in rete) si fermavano a Pistols, Clash, Rancid e poco altro.. fortuna che a Cassino c’era almeno un negozio (il mitico Crash Store, RIP!) che aveva fondamentalmente roba metal ma dava comunque la possibilità di trovare qualcosa che faceva al caso mio! Ebbene, in questo benedetto numero (oltre alla compilation in allegato) c’era un articolo sull’imminente uscita della compilation “Love Hate 80” (tutto il meglio dell’hc italianno ani ’80), nonché un’intervista agli Impact.. insomma quanto bastava per rapire irrimediabilmente il mio cuore, che dal canto suo non aspettava altro! Compilation ordinata immediatamente e da li, parafrasando i sopracitati NoProve, c’è stato solo il punk hardcore!

Tempo fa un vecchio caro punx bolognese a cui son certo entrambi vogliamo un gran bene, ci fece notare che entrambe le nostre distro sono omonime di altre due label diy punx italiane ormai defunte. Cosa ne pensi di questo tratto che accomuna Passione Nera e Disastro Sonoro? Quanto pensi sia importante riconoscere e rispettare una storia della scena hardcore di cui facciamo parte e quanto invece pensi non si tratti di mancanza di rispetto riproporre un nome già utilizzato da altri prima di noi?

Premetto che quando scelsi il nome per la zine (ereditato quindi dalla conseguente distro) non ero a conoscenza del fatto che c’era già stata un’etichetta con lo stesso nome; diversamente, sono sincero, avrei optato per un altro nome! A prescindere da ciò non credo che questo possa essere visto come mancanza di rispetto, anche perché –per lo meno nel mio caso- l’esperienza della vecchia distro è conclusa. Per il resto che dirti Ste, se senza saperlo ci siamo “riappropriati” di vecchie storie evidentemente siamo davvero old school! 

Avere un’etichetta DIY non è certamente una cosa facile e anzi spesso richiede un sacco di impegno, energie e di soldi (che in un modo o nell’altro scarseggiano sempre). Cosa ti spinge a continuare a dare il tuo apporto alla scena hardcore punk attraverso questo mezzo?

Sarò sincero, causa mancanza di tempo e soprattutto soldi, ho sempre seguito il progetto “a tempo perso”. Inoltre tutto ciò lo faccio per passione e la mia etica “workless class” mi impone di non far diventare ciò un lavoro, con tutto lo stress che ne consegue. Parlando di vil denaro, ovviamente è tutto in perdita ma il fatto di essere una seppur piccola goccia in questo mare di fango che rappresentiamo (non chiedermi perché ma mi piace vederla così!), di supportare band di amici e non e concorrere a tenere su questo circuito totalmente autogestito mi ripaga di tutto!

In base a quali criteri e motivi scegli con quali band collaborare e quali coprodurre?

Avendo pochi soldi da investire (oltre alla scelta di non far diventare il tutto troppo gravoso a livello di impegno mentale e di tempo) scelgo di supportare fondamentalmente band di amici o progetti che, anche se non si tratta di amici, reputo particolarmente validi.

Qual è stata la tua prima Coproduzione? E quale quella a cui ti senti maggiormente legato?

La prima coproduzione, come già anticipato, è stata “Via senza ritorno” dei NoProve. Per quanto riguarda invece l’uscita a cui sono più affezionato devo farti due nomi: “Il buio attorno” dei Malore che reputo uno dei migliori album punk hardcore uscito in Italia negli ultimi anni e “Make me a sandwich” dei/lle Poisonous Cunt (RIP Alexia!) da Londra, la prima coproduzione internazionale di Passione Nera Records!

Cosa significa per te fare parte della scena punk? Ma soprattutto cosa significa per Passione Nera l’hardcore?

Significa sapere che non sei il solo a vivere un certo disagio; a pensare che in fondo il mondo che ci circonda non è proprio il paradiso delle opportunità e del benessere che tanti proclamano e quindi ad agire di conseguenza. Per quanto non mi è mai andato giù che “siamo tutti fratelli e sorelle” e discorsi simili, quando vedo un altrx punk so comunque che con lui/lei avrò certamente più cose in comune rispetto a chiunque altrx. Passione Nera è quindi di conseguenza il mio umile apporto a tutto ciò.

Quale è stata la più grande soddisfazione che ti sei tolto con Passione Nera?

Nel mio piccolo, avere il mio logo su uno di miei dischi preferiti (il già nominato “Il buio attorno” dei Malore).

È appena finito il 2020, un anno abbastanza difficile su tanti livello diversi per via dell’epidemia di Covid 19. Quanto è stato difficile avere una distro/label in un periodo simile?

A questa domanda non so risponderti in realtà… avere una distro, come ti dicevo, ha un ruolo abbastanza marginale nella mia vita; non ci guadagno nulla e moooolto raramente porto il banchino ai concerti perciò tutto sto delirio riguardante il covid non ha avuto un grosso impatto su Passione Nera.

Che ruolo rivestono invece nella tua vita quotidiana pratiche e idee come autogestione e autoproduzione?

Un ruolo assolutamente centrale. Il vivere in luoghi autogestiti, il rifiuto del vivere per lavorare, il riciclo del cibo e dei vestiti.. ma in generale cercare di straniarsi il più possibile da dinamiche imposte o comunque funzionali al sostentamento del sistema in cui (soprav)viviamo.. inutile aggiungere che senza il punk non sarei mai entrato in contatto con tutto ciò; alla lunga posso dire che è stato assolutamente totalizzante.

Come si può  ben vedere dalla copertina della pagina fb di Passione Nera, collabori con il progetto Punks for Rojava che vede impegnati punx e compagnx da tutto il mondo. Cosa ti ha spinto ad avvicinarti e sostenere questo progetto?

I Malore cantavano “l’hardcore non è rivolta, solo rumore!” perché,ovviamente, da solo non basta. Di certo però non può non rifarsi ad ideali ben definiti e di conseguenza essere anche di ispirazione per azioni a sfondo politico e di critica radicale dell’esistente. Perciò, avendone avuta l’occasione, sono stato ben contento di dare il mio seppur minuscolo contributo alla gigantesca causa del confederalismo democratico in Rojava.

 

Per concludere questa intervista/chiacchierata volevo farti una domanda e lasciarti lo spazio per raccontare qualche aneddoto legato alla tua esperienza personale all’interno della scena punk, legata o meno a Passione Nera. La domanda è la seguente: quale band sogni di coprodurre?

Un aneddoto che ricordo volentieri è legato ad Agripunk, rifugio sociale antispecista autogestito nel quale ho vissuto un anno (a proposito, in questo caso il covid ha dato parecchio “fastidio” ed il posto ha bisogno del massimo supporto economico per r-esistere, diamogli una mano!). Estate 2019, tre giorni prima del Rotten River Camp riceviamo la telefonata dei ragazzi che organizzano il festival chiedendo la nostra eventuale disponibilità ad ospitare l’evento dopo che gli sbirri, facendo pressione sulle ragazze del chiosco dove si sarebbe dovuto fare e facendo riferimento a fantomatici permessi mancanti, rischiavano di farlo saltare del tutto! Per farla breve, lo spiazzo di fronte la stalla (che solitamente viene occupato da pecore e capre), è stato trasformato in meno di un giorno nella location di un festival al quale in due giorni ha ospitato centinaia di persone. Un rimorchio per tir come palco e band come Contrasto, Bull Brigade, Klasse Kriminale e tante altre live ad Agripunk, chi l’avrebbe mai detto!? Ci siamo fattx il culo ma è stata un’esperienza tanto improvvisa quanto entusiasmante.. alla faccia di chi voleva far saltare il festival!

Per quanto riguarda la tua domanda, rispondo senza indugio AFFLUENTE!

 

Corvetto, Milano, un sabato di luglio

Corvetto, Milano. Una sabato di luglio…E noi, sopravvissuti a cosa?

Rivisitando il testo di Come il soffitto di una chiesa bombardata, pezzo dei Contrasto contenuto nello split del 2014 insieme ai Kalashnikov, vi parlerò di quello che è successo Sabato 11 luglio, da qualche parte nelle wastelands di Corvetto. Dopo mesi di quarantena e isolamento forzato, si è infatti tornati a riappropriarsi di un posto lasciato abbandonato dai soliti interessi di speculazione edilizia che dominano la metropoli milanese, liberandolo e vivendolo attivamente attraverso anche un concerto punk hardcore di cui tutti e tutte sentivamo sinceramente la mancanza.

Al di là del concerto, la giornata/serata è stata caratterizzata fin dal pomeriggio dalla presenza di banchetti con autoproduzioni di ogni sorta e per tutti i gusti, dai dischi alle fanzine, il tutto come a voler dimostrare quanto sia ancora vivo in tante individualità la pratica e l’etica del do it yourself. Ed è proprio nella cornice di questa prima taz post quarantena che viene “presentata” a tutt*, punx e non, una nuova fanzine che si aggira e minaccia di aggirarsi per molto tempo nei bassifondi polverosi della metropoli milanese. Si dice che il suo nome sia Benzine e che le entità misteriose che si celino dietro ad essa vedano l’hardcore e il punk unicamente come minacce per consegnare alle fiamme l’esistente capitalista. Tra articoli sulla scena punk hardcore di Minneapolis, foto direttamente dallo Stati Shock scattate a Londra nel febbraio scorso e consigli su come stare in piazza, Benzine irrompe nella scena con l’intento di essere reale minaccia per il quieto vivere a cui ci vogliono condannati a morte. Di seguito riporto l’interessante editoriale che introduce il numero zero di questo nuovo strumento cartaceo incendiario:

Questa fanza nasce dal bisogno di raccontare chi siamo, ciò che viviamo. Con spontaneità e in maniera plurale, perchè crediamo che le storie, raccontate da chi è appassionato, siano sempre le più belle. L’abbiamo fatto perchè eravamo annoiati (quindi grazie quarantena se sta roba è su un tavolo), perchè eravamo arrabbiati e perchè a guardar bene forse avevamo solo voglia di creare qualcosa insieme. Il numero zero esce sotto questa forma, ma l’idea è di ripensare ogni numero in maniera sempre diversa a partire da formato, tematiche, poster e collaborazioni, nell’ottica di non essere mai monolitici ma metterci sempre in discussione. Molte persone hanno collaborato alla rocambolesca realizzazione di questo numero e speriamo di incontrarne altre che si affianchino a noi nelle prossime uscite (accolli ce ne sono sempre tanti ma alla fine siamo quasi simpatici).
Se la cosa ti piglia bene, mandaci le tue proposte per articoli, grafiche, fotografie o contributi artistici su: [email protected]

Non sprecherò troppe parole sul concerto, che è stata una vera e propria bomba di cui si sentiva oggettivamente la mancanza. Merito sicuramente dei gruppi che hanno suonato, probabilmente il meglio della scena hardcore milanese odierna con Peep, Shoki e Cospirazione (bello rivederti dietro un microfono invece che dietro le sbarre caro Paska) tra gli altri.  Si sentiva la mancanza di pogare tuttx assieme tra litri di sudore, rivedere amicx dopo tanto tempo, di urlare in un microfono, di abbracciarsi, cadere e rialzarsi insieme tra individualità affini e complici. Mancavano momenti come quelli di sabato perchè ci fanno comprendere ancora una volta come il punk e l’hardcore in tutte le loro forme siano molto di più che semplice musica. Non mi resta che ringraziare con tanto affetto i/le punx e i/le compagnx che hanno reso possibile tutto questo. Oggi non mi sento più come il soffitto di una chiesa bombardata… l’hardcore è ancora una minaccia!

Per concludere vi lascio con il comunicato scritto dai/dalle compagnx di Corvetto che hanno organizzato questa taz:

In un mondo scandito dai tempi di produzione e consumo, in cui ingegneri e scienziati giocano con gli equilibri e i ritmi della vita e imprenditori senza scrupoli ne traggono profitto, qualcosa è sfuggito al controllo. Lontano da qui, dove le foreste sono abbattute e gli animali selvatici entrano in contatto con gli allevamenti intensivi, si è sviluppato un nuovo virus che ha messo l’intero sistema in crisi.
Le metropoli, i cuori pulsanti del capitalismo, sono i luoghi dove la scossa è stata più forte e le contraddizioni sono diventate più eclatanti.

Nelle metropoli siamo schiavi dei supermercati: se i flussi delle merci si bloccano, si muore di fame.
Nelle metropoli siamo isolati e atomizzati: il vicino è una spia e le relazioni sono virtuali.
Nelle metropoli siamo anonimi e ammassati: i percorsi sono predeterminati e non c’è spazio per le scelte individuali.
Nelle metropoli siamo ciò che possiamo comprare: il centro è per i ricchi e chi è povero o non si adegua viene inevitabilmente spinto verso i margini.
Nelle metropoli siamo spiati e controllati: telecamere e controlli di polizia sono ordinari.

La quarantena a Milano è stata asfissiante: ogni spazio che non fosse votato alla produzione è stato vietato. Mentre i lavoratori si ammassavano nei magazzini e nelle fabbriche, vietati erano il parco e la piazza, vietati gli incontri e gli affetti e vietata ogni possibile fuga da questa giungla di cemento. Per due mesi ci hanno tolto tutto ciò che rendeva sopportabile la vita in questa città. I divieti sono possibili finché le persone sono disposte a ubbidire, a cosa siamo disposti a rinunciare e quali rischi siamo disposti a correre?

Per una socialità libera dalle logiche di profitto, in questi tempi bui in cui troppo facilmente ci si abitua a chinare la testa, apriamo un piccolo spazio di libertà e autogestione. Una boccata d’aria fresca, contro paura, controllo e repressione.

Corvetto Odia

“Il Veneto Odia… Noise a Mano Armata” – Intervista con Scaglie di Rumore

Qualche settimana fa ho girato una serie di domande al buon Luca di Scaglie di Rumore, progetto che seguo da tempo e che ha influenzato profondamente la nascita stessa di Disastro Sonoro tant’è che nel corso degli anni ho voluto “omaggiarlo” con il nome della rubrica più costante presente sulle pagine virtuali di questo blog, ovvero Schegge Impazzite di Rumore. Tanti argomenti son stati toccati nel corso di questa “intervista”, dalla passione per il rumore al Veneto Noise Crew, dalla pratica del tape-trading alle questioni più prettamente politiche, e dunque ringrazio ancora una volta Luca, non solo perchè ha speso del tempo a rispondere alle mie domande, ma sopratutto per il fatto di condividere una comune visione del punk-hardcore e della musica underground e diy in tutte le sue forme, mettendo dinanzi a tutto il supporto e la solidarietà reciproca. Il Veneto odia, Scaglie di Rumore può sparare… Noise a mano armata!

 

Ciao carissimo! Per chi non dovesse conoscerti, ti andrebbe di fare un breve riepilogo sulla storia del tuo progetto “Scaglie di Rumore”? Ma sopratutto, visto che me lo chiedo da una vita, come ti è venuta l’idea per un nome tanto immediato quanto incisivo?

Ciao Caro, per prima cosa grazie per avermi dato spazio nel tuo blog, è davvero ben curato e di qualità, cosa non da poco negli ultimi tempi. Scaglie di Rumore nasce nel 2012 come programma radiofonico per una web radio locale che dopo due stagioni cessa l’attività a metà 2013. Nel 2014 abbiamo deciso di ripartire e abbiamo rilasciato le prime puntate e le prime compilation in formato tape in tirature limitate per finanziare le uscite future e a oggi abbiamo quasi 180 uscite.
Il nome in realtà è uscito con naturalezza, io e mio fratello Fabio (compagno di avventura e di etichetta) stavamo cercando un nome per il programma, in fin dei conti erano brani veloci e rumorosi e quindi arrivammo alla conclusione, Scaglie di Rumore.

Da quanto so, non sei impegnato solamente nella pubblicazione di tape o in coproduzioni. Quali altri progetti ti vedono partecipe e/o protagonista?

Attualmente sono impegnato in diversi progetti, da ormai otto anni milito nei Charged Attack, band Punk Hardcore locale, poi abbiamo tutte le realtà legate al Collettivo Veneto Noise Crew ovvero nel trio noisecore Eddie X Murphy dal 2016, nei techno grinder Fogna Maxima e nel progetto Noisegore Diego Abbath Antuono dal 2017, nei progetti Harsh Noise Primitive Tape e Dark Alley dal 2018 e nel progetto old school Noisecore Archth Cacofoniath dal 2019. Attualmente sono a lavoro su un nuovo progetto che si chiama Digital Strain Of Dementia ma per questo progetto bisognerà pazientare ancora un po’.

Come sei arrivato a scegliere di dedicarti quasi esclusivamente alle sonorità più estreme e a territori propriamente noise?

Sono sempre stato affascinato dalla scena noisecore anni 90, anche perché molto vicina alle scena punk hardcore. Purtroppo negli ultimi anni il punk hardcore italiano (e comunque il punk hardcore in generale) ha perso quel desiderio di offendere, dare fastidio, tutta la parte provocatoria e le tematiche politiche che a mio parere hanno dato vita al genere ma è stato ereditato dalla scena noisecore per questo mi sono spostato verse quelle sonorità, cerco rumori che portino con loro un messaggio, se devo ascoltare musica senza messaggio tanto vale accendere la radio.

Quali sono stati gli ascolti che, nel corso degli anni, ti hanno portato ad apprezzare il noise in tutte le sue forme? Qual è stato invece il tuo primo incontro con il punk?

Gli artisti noise che sicuramente mi hanno più ispirato e che mi hanno portato ad apprezzare il genere sono stati Merzbow, C.C.C.C., The Gerogerigegege, Seven Minutes of Nausea, Deche Charge, Cum Sock e Shitnoise Bastards ma sicuramente le band che mi ci hanno avvicinato sono stati i Coward e i Sore Throat. Invece in ambito punk fin da subito con gli amici ci si passava Minor Threat, Bad Brains e Black Flag ma direi che il primo approccio sia stato quando un amico mi passò una tape con dentro i Drunkards con Sentenza Di Morte su un lato e lo Split Rabbia Trafigge Immobile Resa di Contrasto e Nagasaki Nightmare sull’altro, quello a mio parere è stato il mio primo incontro con il punk.

Altra domanda che spesso mi son posto: perchè la scelta del formato tape? Che legame hai tu personalmente con questo formato?

Tutte le band estreme quando ero più giovane mi sono arrivate con questo formato, all’epoca era impossibile scaricare da internet e i Cd diventarono “acquistabili” più tardi (costavano una follia all’epoca), le tape costavano quasi niente perché erano alla fine della loro carriera e ci si passava i gruppi con quelle. Sepultura, Carcass, GBH, Slayer, Mayhem, tutti questi gruppi mi sono arrivati in quel formato quindi ho sempre associato la tape all’estremismo, poi quando ho scoperto il Tape trading e il suo significato anti-business sono rimasto subito affascinato da questo movimento e ho deciso di abbracciarlo, anche se con diversi anni di ritardo.

Recentemente ho avuto l’estremo piacere di pubblicare sulle pagine virtuali di Disastro Sonoro uno scritto inedito intitolato “Numeri e Incompatibilità”, firmato proprio da te. Quali son state le motivazioni che ti hanno portato alla decisione di pubbicarlo proprio su Disastro Sonoro?

Quando mi sono avvicinato la prima volta a Disastro Sonoro ho rivisto quello spirito “punk” che tanto cercavo e che avevo cercato di portare con il mio vecchio blog Scaglie di Rumore oramai defunto che non è mai riuscito a trasmettere a pieno. Gli articoli sono ben scritti, hanno una struttura molto interessante perché oltre all’informazione c’è anche il pensiero dello “scrittore” che è molto vicino al mio e che mi ricorda quel provocazione/politica che cerco costantemente. Oramai il blog di Scaglie di Rumore era fermo da diversi anni ma non ho mai smesso di scrivere, ho una raccolta molto ampia di recensioni, articoli, pensieri e vista la sintonia quasi simbiotica con Disastro Sonoro ho pensato che fosse il posto giusto per quell’articolo, visto che si collegava molto bene al precedente articolo “L’hardcore è ancora una minaccia per l’esistente”.

Continuando a parlare del tuo articolo, hai voglia di aggiungere altro alle righe che hai scritto? Quanto è importante per te il messaggio veicolato dalla musica punk o noise che sia?

In merito all’articolo non ho altro da aggiungere, tanti non hanno capito il concetto che volevo esprimere, con alcuni ci siamo chiariti di persona, con altri non mi interessa nemmeno. Tanti pensavano che avessi da ridire sulla scena locale ma in realtà ho sempre amato la scena Veneta perché negli anni non era importante il genere che si faceva, ci si supportava sempre. Con il tempo questo è scemato, ci si è standardizzati al resto del mondo, punk con i punk, Crust con i Crust e via dicendo ed è questo che mi dispiace.
Per quanto mi riguarda scrissi diversi articoli in merito a tale argomento, per me l’underground senza messaggio non ha senso perché si abbassa agli standard del mainstream, che senso ha portare avanti un progetto underground se non hai niente da trasmettere? Sei solo un numero che ha trovato un modo diverso di perdere tempo.

Scaglie di Rumore nella mia testa fa rima da sempre con DIY. Cosa significa per te la pratica e l’etica del do it yourself e che importanza riveste l’autoproduzione nella tua vita in generale?

Da quando ho iniziato con questa label c’è sempre stato un punto fermo: Le copie che abbiamo distribuito sono state fatte a mano una per una. Abbiamo partecipato a diverse coproduzioni ma nella maggior parte dei casi ho sempre cercato di fare da me la produzione delle cassette perché farla da me da un senso alle mie uscite, mi ricorda cosa vuol dire “Do It Yourself”. Mi sono sempre promesso che nel momento che non riuscirò più a duplicarmi le tape da solo chiuderò la label perché è l’unico sistema che conosco, purtroppo negli ultimi periodi anche in questo campo sono uscite sempre più release fisiche “fighette”, super dettagliate e studiate ma io sono per le uscite low budget, fanculo siae e copy right, non è importante se stampi un vinile a edizione limitata o un Verbatim con il titolo scritto a mano l’importante è quanta passione e attitudine si trova al loro interno e la gente questo se lo dimentica spesso.

Che ruolo ricopre invece la dimensione politica all’interno di tutti i progetti che ti vedono impegnato?

La dimensione politica per i Charged Attack come per il Collettivo Veneto Noise Crew sono le basi. Siamo tutti Punx, chi più giovane e chi più vecchietto, ma l’attitudine è sempre la stessa: contenuti provocatori e una forte connotazione politica, portare avanti gli ideali sull’autonomia e la libertà degli individui e l’opposizione al sistema che abbiamo maturato in tanti anni di occupazioni, manifestazioni, eventi, concerti ma sopratutto confrontandoci e parlando con le persone.

Hai qualche aneddoto legato alla scena hardcore punk e diy italiana che, nel corso degli anni, ti ha colpito particolarmente, che ricordi con nostalgia o gioia o che ti ha segnato profondamente e che ti va di raccontare?

In realtà ci sarebbero tanti piccoli aneddoti ma non basterebbe un libro per raccontarli tutti. Principalmente ricordo con grande gioia i tempi che si viaggiava su e giù per l’Italia in treno con gli amici per andare ai concerti, viaggiavamo davvero con niente in tasca ma c’era una voglia di scoprire nuovi gruppi e nuovi generi incredibile, per non parlare dei dibattiti, dei pensieri, delle persone incontrate e della voglia di scambiarsi pensieri, idee, opinioni e a volte sogni…oggi tutto questo è stato ucciso dai social, è più facile scrivere su una piattaforma che parlare davanti a tutti e dare la propria opinione, permettendo anche agli stupidi di esprimere il proprio parere.

Scaglie di Rumore è legato intimamente al Veneto Noise Crew, cosa puoi dirci di quest’altro progetto totalmente devoto al rumore?

Veneto Noise Crew è un collettivo occulto e antifascista portato avanti con passione da un gruppo di punx. Questo collettivo oltre a supportare le realtà noise locali porta avanti anche una serie di pubblicazioni e zine dedicati a retaggi fatti di culti innominabili e segreti, è un collettivo che racchiude il termine noise in diverse forme d’arte ovvero Scrittura, Pittura e Musica e che vuole usare il noise come strumento per offendere e diffondere un messaggio.

Stiamo giungendo alla fine di questa intensa chiacchierata, vuoi consigliarmi e consigliare ai malcapitati lettori di Disastro Sonoro qualche progetto noise (e non) che ritieni più valido in circolazione attualmente?

Sicuramente i progetti che seguo con più interesse (oltre a quelli del collettivo ovviamente) sono i Car Made of Glass da Fortuna, California, le Shame Hole da Pittsburgh, Pennsylvania e gli Holy Grinder da Toronto, Ontario. Queste sono tre band “recenti” sennò consiglio le mie tre band preferite ovvero Deche Charge, Cum Sock e Shitnoise Bastards… anzi ora i Shitnoise Bastards sono fermi ma alcuni componenti hanno avviato un progetto che si chiama Death To All Politican che consiglio caldamente, non solo per il nome.

Progetti futuri come Scaglie di Rumore?

Sono immerso nel progetto veneto Noise Crew, tutti i progetti coinvolti sono validissimi e molto attivi, senza contare tutte le zine e i scritti, è un gran lavoro ma mi regala molte emozioni, a breve uscirà una compilation con tutte le band del collettivo in edizione limitata in 10 copie con un box e una fanzine in a5 davvero molto curato, insomma chi seguirà il nostro blog (venetonoisecrew.wordpress.com) si farà un’idea della nostra follia artistica.

Carissimo Luca siamo giunti alla fine di questa intervista/chiacchierata/qualsiasi altra cosa ed io non posso far altro che ringraziarti nuovamente per aver risposto alle mie domande. Per concludere aggiungi davvero quello che ti pare e piace e sentiti libero di dire qualsiasi cosa!

Chiudo ringraziandoti per il tempo e lo spazio che mi hai nuovamente dedicato e con la speranza che ci siano sempre più realtà come il tuo blog, che l’arte, il rumore e l’attitudine possano tornare a favorire cambiamenti sociali o quantomeno accendere una scintilla dentro a chi ha qualcosa da dire.

Punk is Support not Competition – Distro e Coproduzioni

Ormai chiunque segue e supporta il progetto disastro sonoro, che non senza difficoltà prosegue sempre in direzione ostinata e contraria nel suo intento di tenere in vita un certo modo di intendere l’underground e la musica punk hardcore ed estrema in tutte le sue forme, è a conoscenza del fatto che oltre al formato webzine/blog, si è intrapresa anche la strada delle coproduzioni. Questa scelta è stata presa sulla base della convinzione che pratiche come il do it yourself e la cooperazione siano le uniche politicamente valide per contrastare ogni velleità competitiva e ogni volontà di rendere il punk e l’hardcore mere merci “alternative” con cui fare profitti, nonché un modo ben preciso per supportare sia chi si sbatte per mantenere viva una scena, sia gruppi e individualità con cui condivido determinate visioni (e in alcuni casi anche percorsi di lotta) nei confronti dell’esistente.

La prima coproduzione che vede la collaborazione di disastro sonoro è arrivata praticamente un anno fa Ed è stata “Qui e Ora”, ultimo Ep dei romani Nofu, uno dei gruppi hardcore con cui sono cresciuto e che non avrei mai pensato un giorno di aiutare a registrare, stampare e pubblicare un disco. Dopo i Nofu ne sono arrivate altre di coproduzioni, dai Minoranza di Uno ai Motron, tutti gruppi che han sempre fatto parte dei miei ascolti, ma soprattutto individui con cui condivido anzitutto una affinità politica e una visione del punk-hardcore come qualcosa che vada al di là della semplice musica. Disastro Sonoro, tanto nella sua forma webzine quanto in quella di distro, è dunque animato ancora dalla stessa convinzione che il punk e l’hardcore non siano solo musica, bensì strumenti e mezzi per diffondere una reale minaccia a questo esistente che soffoca, opprime, sfrutta e reprime, sempre in profonda solidarietà e complicità diretta e concreta con chi lotta affinchè rimangano solo macerie del capitalismo, dello stato e di ogni galera!

COPRODUZIONI DISASTRO SONORO

NOFU – Qui e Ora (DS01)

Minoranza di Uno – La Storia si Ripete (DS02)

Motron – Who’ll Stop the Rain (DS03)

Egestas – Oltre le Rovine (DS04)

 

12″
Negot – Cicatrici (2016)
Cavernicular – Man’s Place in Nature (2017)
Ona Snop – Geezer (2018)
Hellbastard/Herida Profunda – Split (2015)
Double Me – Destroyed in a Second (2018)
Jack – Neurozis (2016)
Lamantide – Carnis Tempora: Abyssus (2015)
Motron – Eternal Headache (2015)                                                                                                  Miseria – Niente da Perdere

7″
Un Quarto Morto – Annusarsi, Scegliersi, Lamentarsi (2008)
L.UL.U/God’s America – Split (2019)
Failure – S/t (2017)
Satanic Youth/Crippled Fox – Split (2018)
Crippled Fox – 10 Years of Thrashing (2019)
Labile/Minoranza di Uno – Mentre Intorno Tutto Brucia (2017)
Minoranza di Uno/L’Ordegno – Split (2015)
Endless Swarm/Gets Worse – Split (2016)
Endless Swarm/Forged – Split (2017)
Chest Pain – S/t (2011)
The Seeker/ArnoXDuebel – Split (2018)
ANF/ill! – Split (2019)
Eat You Alive/Common Enemy – Split (2013)
Eat You Alive/Carlos Dunga – Split (2013)
Agathocles/Degenerhate – Wash Your Blues Away/The Nothing I’ve Become (2016)                Agathocles – Unlock The Doors                                                                                        Jack/Bombatolcser – Split (2014)

CD

Schifonoia/Papal Discount House – Il Declino della Società del Pianto (2019)
ECO – Orizzonte Divorami (2015)
My Own Voice – Sailing On (2015)                                                                                                Alldways – L’Odore dell’Asfalto le Sere d’Estate (2019)

 

 

“L’Odio Cresce Ancora” – Intervista a Mauro dei Disforia

Di seguito potrete leggere un’interessante chiacchierata/intervista che ho fatto con Mauro dei Disforia, nome storico della scena crust punk/grind italiana degli anni duemila. Si parlerà del passato, del presente e del futuro della band, si affronteranno questioni riguardanti pratiche di lotta politica quali l’autogestione o l’autoproduzione e si passerà attraverso il ricordo di cosa significasse far attivamente parte della nascente scena crust della penisola, cercando di non incappare nella trappola delle facili romanticizzazioni dettate dalla nostalgia e dal tempo. Lascio la parola a Mauro (che ringrazio nuovamente) e alle sue esaurienti risposte che son certo potranno riscontrare l’interesse di molti, sia di chi ha vissuto l’intensità di quella precisa scena e di quello specifico momento storico insieme a lui, sia chi, come me, condivide il suo stesso modo di intendere la musica punk hardcore ancora oggi nel 2020, sforzandosi di renderla una reale minaccia per questo esistente. In Grind we Crust!

Ciao Mauro, iniziamo l’intervista nel modo più classico possibile: come nascono i Disforia e qual è stato il motivo che vi ha spinto a mettere su tale progetto?

Ciao Stefano, i Disforia nascono nel 2000. Si era da poco sciolto il gruppo punk hard-core in cui suonavo dal 1995 e avevo voglia di suonare roba che sentivo più mia e che mi convincesse pienamente, senza dover fare, musicalmente parlando, troppi compromessi stilistici ed attitudinali come spesso accadeva con la vecchia band. In quel periodo ero molto intransigente (decisamente più di adesso) e non consideravo neanche “punk” ciò che non fosse musicalmente estremo, politicizzato e dissonante. Sottolineo che erano ancora i tempi del boom della Epitaph e della piaga del pop punk e dell’hardcore melodico… Capisci che per me che ero stato folgorato dai Discharge nel 1991, tutta quella merda americana colorata e wannabe, rappresentava (e rappresenta tuttora) l’antitesi al punk! Aveva quasi più senso il grunge… In tale ottica, reclutato il batterista, un ragazzetto del giro thrash metal (scelta non casuale dato che avevo bisogno di qualcuno che andasse oltre il tupa-tupa suonato a cazzo), buttammo giù 4/5 pezzi e successivamente ci preoccupammo di trovare un bassista ed un cantante. Per la voce si propose subito Davide, che suonava il basso nel mio precedente gruppo, ed essendo un malato di death metal svedese e grind-crust, fu perfetto per il ruolo. Completata la line-up, la linea da seguire fu chiara fin dall’inizio: fare crust con testi in italiano!

Io purtroppo sono arrivato tardi essendo nato nel ’95, puoi raccontarci com’era la scena crust/grind italiana di inizio anni duemila?

Praticamente sei nato assieme alla scena crust in Italia (ride). Erano i tempi d’oro del crust italiano… Per rendere l’idea, parliamo di tutto il contrario di quello che è adesso il punk nostrano! C’era una rete di contatti epistolari a livello internazionale ed ognuno si sbatteva per organizzare e fare qualcosa di concreto: tutti cercavano di organizzare serate, si coproduceva, si facevano fanzines, compilations e ognuno aveva una propria distro. C’era di certo una maggiore consapevolezza e la musica andava di pari passo con l’attivismo politico… Ma soprattutto c’era gente! Ormai la scena punk in Italia, salvo qualche eccezione, pare essersi ridotta a quattro gatti che postano selfie sui social network e ai gruppi che stampano più magliette che dischi per alzare due soldi. Anche ai banchetti nei concerti i ragazzi guardano solo le toppe e le magliette, i dischi non se li fila nessuno.Non dico che fosse un paradiso perché, per alcuni aspetti, anche la scena crust-punk per molti è stata solo una sorta di moda del momento.

Cosa vi ha spinto a scegliere di esprimere la vostra rabbia e le vostre tensioni proprio attraverso generi come il crust ed il grindcore?

Personalmente ascoltavo thrash metal nel 1988 e ho mosso i primi passi in ambito più estremo con la Earache Records ascoltando Napalm Death, Carcass & co. poi scoprii il punk nel 1991 e capii quale fosse la mia strada. Suonare crust nel 2000 è stata la sintesi del mio background musicale ed il modo migliore per esternare le mie idee.

Quali sono stati inizialmente i gruppi che ti hanno influenzato a livello personale? E quali quelli che hanno influenzato il progetto Disforia?

Come dicevo ho avuto diverse influenze musicali che vanno dal punk italiano anni ’80 a quello inglese e svedese, fino al thrash/death metal, passando per la darkwave. All’epoca, ma anche adesso, impazzivo per Discharge, Doom, Extreme Noise Terror, Wretched… Decisi di mettere su i Disforia dopo aver letteralmente consumato “A world of no beauty” dei Disgust.

Cosa volevate e volete trasmettere a livello di tematiche con la vostra musica?

Sicuramente il disgusto per lo schifo che ci circonda e per una larga parte del genere umano, il disagio quotidiano per non voler essere parte di una società che ci reprime, ci condiziona e ci annichilisce con il passare degli anni.

Cosa significa per te Mauro e per voi Disforia suonare punk? Che importanza hanno pratiche come l’autogestione e l’autoproduzione e come vi ci siete rapportati negli anni all’intento della scena punk?

Suonare punk è semplicemente il modo di esprimere ciò che siamo. Abbiamo sempre frequentato attivamente situazioni occupate ed autogestite, alcuni di noi, sono stati o sono tuttora occupanti in alcuni C.S.O.A. qui a Roma…I Disforia sono il “classico gruppo da centro sociale” (cit.), in 20 anni di attività, abbiamo suonato esclusivamente in centri sociali. Le volte che abbiamo suonato nei locali si contano sulle dita di una mano.

Ribadisco spesso sulle pagine di Disastro Sonoro che per me il punk non è solamente musica, ma un mezzo per diffondere un messaggio di lotta a questo esistente ben preciso e per costruire percorsi con cui attaccare un sistema economico che ci sacrifica ogni giorno sull’altare del profitto di pochi. Quanta importanza ha avuto e continua ad avere questa dimensione di lotta per te e per gli altri membri dei Disforia?

Sono aspetti ancora molto importanti che incidono inevitabilmente sul rapportarsi alla vita: attraverso di essi si cerca di portare avanti un discorso di coerenza, anche se con qualche inevitabile compromesso. Quando diventi grande e non puoi più permetterti di fare lo stronzo in giro come hai fatto per decenni, ti ritrovi a dover affrontare la vita in modo diverso. Tutto ciò crea una maggiore frustrazione e, ti garantisco, che anche l’ottica e le prospettive cambiano.

Spesso si sente ripetere che i gruppi Grind e crust abbiano tematiche trite e ritrite. Pensi che siano ancora di attualità i testi che avete scritto come Disforia su dischi come “L’Oblio copre ogni cosa“?

Credo proprio di si… E penso lo saranno ancora per un bel po’ purtroppo. Anzi, vedo che la situazione va anche peggiorando!

Quanto sono diversi i Disforia dei primi dischi da quelli del vostro ultimo lavoro “Solve et Coagula” del 2017?

La matrice è sempre la stessa dato che sono io a fare musica e testi, ma dalle prime registrazioni in cui avevamo un suono più trashettone c’è stato un progressivo spostamento verso sonorità decisamente più estreme. Ognuno degli amici che si sono alternati all’interno dei Disforia nel corso degli anni, ha espresso se stesso mettendo una parte del proprio essere nel groove e quello che trasuda dalle registrazioni ne è il risultato. L’odio cresce ancora…

Possiamo affermare che il progetto Disforia sia tutt’ora attivo? Progetti futuri?

E’ attivo, ma con i suoi tempi, come sempre, e lo porterò avanti finche campo! Abbiamo registrato nel 2019 sette nuove tracce che sono in attesa di essere mixate per essere pubblicate su un nuovo vinile. In più, emergenza Covid19 permettendo, per festeggiare i primi 20 anni del gruppo, farò uscire una edizione limitata su CD del nostro primo demo del 2001, rimasto ad oggi inedito.

Mauro siamo giunti alla conclusione di questa chiaccherata, sei libero di aggiungere qualsiasi cosa ti venga in mente

Concludo limitandomi a ringraziare te per lo spazio dedicatoci e chi continua ancora a sbattersi e a supportare il giro punk… E noi!

(A) IN GRIND WE CRUST (E)