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Poison Ruïn – S/t (2021)

Si può parlare di dungeon punk? Forse, ma prima di tirare conclusioni affrettate proviamo ad andare con ordine.

Un fulmine a ciel sereno. Un ascolto che prende le sembianze di un’escursione in territori musicali che all’apparenza hanno poco da spartire l’un con l’altro. Un viaggio che può apparire a primo avviso confuso, privo di senso o addirittura pretenzioso. Poi, in realtà bastano pochissimi minuti immersi in questo S/t album del progetto Poison Ruïn per accorgersi che le cose stanno diversamente, che a volte l’azzardo ripaga e che ci troviamo al cospetto di un disco estremamente ispirato, profondamente originale e attraverso da una vena sperimentale convincente, come non se ne sentivano da parecchio tempo.  Le dieci tracce che incontriamo su questo omonimo lavoro di Poison Ruin sono caratterizzate da continui saccheggi e incursioni razziatrici in territori musicali completamente diversi, un sound polimorfo in cui differenti anime e influenze si incontrano e trovano terreno comune in un tappeto sonoro e in un mood riconducibile all’universo dungeon synth; proprio quel dungeon synth che sembra poter fagocitare qualsiasi cosa in ambito underground ultimamente e che ha trovato tantissime incarnazioni e declinazioni degne di nota, basti anche solo pensare alle notevoli pubblicazioni dell’italiana Heimat der Katastrophe.

Tornando a capofitto nei meandri e nelle sfumature di questo dungeon targato Poison Ruïn, sono tante le anime diverse che si scontrano, si intrecciano, spesso rendendo difficile comprendere come sia possibile farle convivere in un’unica proposta in una maniera così convincente e addirittura godibile. Mac, mente e braccio dietro il progetto Poison Ruïn, ci riesce in maniera del tutto inaspettata al punto da lasciare sbalorditi e ammaliati come fossimo preda del canto di una sirena in un mare burrascoso. Un lavoro che, come un avventuriero in terra di frontiera, tende in maniera costante alle contaminazioni e alla fuga verso territori nuovi in cui proseguire il proprio viaggio e la propria visione, passando senza inibizioni futili dal punk rock degli albori al post punk variegato da venature deathrock e atmosfere vagamente gotiche. Ma anche incursioni improvvise in territori dominati dal primitivo heavy metal britannico e addirittura veri e propri agguati inaspettati e apparentemente fuori luogo alla ricerca di quella dimensione ritualistica e infernale degna di certo raw black metal degli ultimi anni (Sacrosant). Tutte queste incarnazioni sonore trovano libero sfogo all’interno di un sound a cui fare da filo conduttore appare chiaro essere da una parte certo primitivo punk di scuola britannica così come, dall’altra la costruzione di atmosfere e scenari affidata alla componente dungeon synth, soprattutto per quanto riguarda intro e outro dei vari brani. Lo stesso artwork di copertina, per via della sua dimensione misteriosa e oscura, evoca nelle nostre mente scenari e immaginari tipicamente swords and sorcery tanto cari alla scena dungeon synth.

 

Si può dunque parlare di dungeon punk, si o no? Forse non esiste una risposta univoca una volta che arriviamo al termine di questo assurdo viaggio accompagnati dalla conclusiva Hell Hounds, dunque lascio a voi decidere se a senso definire il sound di Posion Ruïn con tale fantasiosa etichetta. Forse è presto pure per parlare di dischi dell’anno, ma sicuramente questa prima fatica in studio del progetto Poison Ruïn rimarrà per molti mesi nelle cuffie e nelle orecchie di molti di noi.

Non mucchi selvaggi, ma una nuova offensiva da organizzare!

Contributi su punx, pandemia e autogestione destinati ad essere discussi, corretti e soprattutto messi in pratica senza perdere tempo.

Nell’ultimo periodo, dopo due lockdwon e ad un anno dallo scoppio della pandemia di Covid-19 che ha stravolto totalmente le nostre esistenze su tutti i livelli, mi son trovato spesso a pensare in solitaria e al contempo a discutere con individualità affini e amiche, dei limiti e delle potenzialità della pratica dell’autogestione, legata in particolar modo alla scena hardcore e punk e alla situazione di parziale immobilismo in cui è piombata la nostra “normalità” fatta di concerti, taz, situazioni e serate, in tempi di crisi sanitaria (oltre che economica e sociale) come quella attuale. Se, come recitava uno slogan apparso durante il primo lockdown, “nessun ritorno alla normalità perchè la normalità era il problema“, allora dobbiamo ribadire che anche la “normalità presunta alternativa” a cui eravamo abituati noi punx è qualcosa da distruggere, superare e ripensare, perchè forse solo così il punk e l’hardcore possono tornare ad essere un’offensiva reale nei confronti di questo esistente di merda. In mezzo a questo flusso di pensieri sconclusionati son finito più volte a ricordare un’interessante assemblea punx avvenuta nella primavera del 2019 in occasione dell’ “A Sassate Mini Fest”, concerto benefit per i/le compagnx in carcere a causa dell’Operazione Panico e dell’Operazione Scintilla, organizzato dai compagni di Distrozione nella sempre affascinante cornice di Villa Vegan Occupata. Quell’assemblea fu a mio parere un tentativo interessante di analizzare in maniera critica e confrontarsi sulla situazione contemporanea della scena hardcore nostrana, in bilico tra vero e proprio ghetto subculturale in cui tendiamo a rinchiuderci e potenziale strumento di critica, minaccia e attacco all’esistente. Oggi, più ci ripenso, più mi accorgo che quell’assemblea, così come le prospettive e le idee che erano emerse in quel momento potebbero essere più attuali che mai. 

Al di là di quanto appena detto, c’è da aggiungere un’analisi sull’attualità dell’ultimo anno, dentro e fuori la scena hardcore, dentro e fuori il mondo dei/delle punx (che mi piacerebbe definire anarchicx e rivoluzionarx) e di quelle individualità che vedono ancora in questa musica nient’altro che un mezzo con cui organizzarsi, portare solidarietà, incontrare complici con cui potenzialmente minacciare l’esistente capitalista. Certamente alcune realtà ed individualità hanno provato, non senza critiche e criticità, a riproporre pratiche come taz e concerti anche durante i due lockdown che hanno segnato il 2020. Basti pensare alle taz in Corvetto di questa estate o alla taz di novembre da qualche parte in quel di Milano, due momenti in cui si è cercato con difficoltà di tornare a fare quello in cui crediamo e che spesso abbiamo riprodotto in maniera acritica al punto da renderlo totalmente inoffensivo: trovarsi, organizzarsi, suonare, confrontarsi, occupare un posto, discutere davanti ad una distro e moltissimo altro. Non sta a me elogiare le individualità e i gruppi che hanno preso parte all’organizzazione di queste situazioni, così come non spetta a me accusarli di non aver tenuto conto della situazione sanitaria attuale perchè sono sicurissimo che si siano fatti tutte le discussioni del caso per cercare di rendere il più sicuro possibile certi momenti e certi spazi per tuttx. Qualcuno a novembre, proprio in occasione dell’ultima taz organizzata a Milano, scrisse un testo abbastanza interessante e provocatorio intitolato “Per Non Farci Seppellire”, capace di dare nuova linfa alla discussione su autogestione, concerti e pandemia e che aveva tutto il potenziale di aprire una discussione seria e certamente complicata sul ruolo dell’autogestione in tempi di covid. Mesi prima, a giugno, i compagni di Distrozione scrissero un altro testo dal taglio fortemente provocatorio, un’analisi estremamente lucida sui limiti del DIY in tempi pandemici. Ritengo questi due testi ancora validi e importanti per affrontare la situazione attuale in cui, come scena e individualità punx, ci ritroviamo volenti o nolenti, in una fase di immobilismo, stallo e difficoltà. Perché, per quanto mi riguarda, le domande da porsi, son sempre la solite: qual è il limite dell’autogestione in situazioni delicate dal punto di vista sanitario come quella attuale? Quali sono invece le sue potenzialità? Perché la soluzione non può essere né escludere individualità da situazioni non safe dall’alto del nostro privilegio di individui “sani”, né tanto meno relegare l’autogestione, le nostre modalità di incontrarci e stare insieme e soprattutto il nostro essere offensiva reale per questo esistente e sistema ad un periodo di “ritorno alla normalità” deciso dallo Stato, condannandoci così ad un immobilismo in cui si rischia di rimanere impantanati per lungo tempo. Per dirla usando una frase estrapolata da un volantino scritto dai Franti e dai Contr-Azione negli anni ’80: “per noi autogestione significa atteggiamento antagonista rispetto all’organizzazione sociale”.

Dato che, forse illudendomi in maniera estremamente ostinata e tristemente retorica, non cesso di vedere nell’hardcore e nel punk un reale potenziale di minaccia per questo mondo fatto di oppressione, sfruttamento e repressione, un potenziale che va al di là della semplice musica, di un modo di costruire una socialità alternativa ma inoffensiva o di consumare merci differenti solo perchè in nome del do it yourself, credo sia importante aprire una seria riflessione e una profonda discussione su come poter tornare a ripensare e concretizzare nel reale e nel quotidiano di questi tempi bui pratiche fondamentali come l’autogestione o il DIY. Una discussione che ponga sempre attenzione alla questione pandemica attuale e senza sottovalutare i pericoli che corrono soprattutto quelle individualità a noi vicine, affini e complici più a rischio, ma senza dimenticare che, se è certamente sempre vero che l’unico punk buono è quello morto, citando gli Electro Hippies, certe pratiche intimamente legate alla scena punx e anarchica e certe sonorità possono ancora essere un mezzo per organizzare una reale offensiva contro il quieto vivere, contro la pace sociale imposta a colpi di repressione, contro l’oppressione quotidiana e contro la guerra che il Capitale e lo Stato ogni giorno ci muovono. 

Le righe che ho appena scritto vogliono anzitutto rappresentare una serie di contributi, magari confusionari e futili, alla lotta dei/delle punx rivoluzionar*, destinati ad essere discussi, corretti e soprattutto messi in pratica senza perdere tempo. In secondo luogo, ho provato ad ordinare questi pensieri e darli in pasto a voi tuttx in modo da poter, chissà, finalmente tornare insieme a ragionare sui limiti, sul potenziale e sulle prospettive della nostra scena e delle pratiche legate ad essa (autogestione e DIY in primis). Infine queste parole non sono altro che un’introduzione al testo scritto dai compagni di Distrozione questa estate intitolato “Un Altro Mondo è Impossibile – Limiti del DIY in tempi pandemici” che potrete leggere di seguito. Perchè non è ancora tornato il tempo dei mucchi selvaggi, ma è sicuramente arrivato il momento di organizzare la nostra offensiva!

 

“Un Altro Mondo è Impossibile – Limiti del DIY in tempi pandemici” (da Distrozione)

Sono passati solo 4 mesi dall’esplosione ufficiale del virus che ha scosso il mondo, troppo pochi per poter tirare le fila su cosa ha portato e cosa porterà. Eppure questa catastrofe può essere da spunto per riflessioni per troppo tempo rimandate in nome dell’abitudine alla sopravvivenza. Se la normalità era il problema in cui non vogliamo più tornare, se non è solo un mero slogan, dobbiamo capire se forse anche noi stessx alimentiamo quella condizione, ed è importante quindi tornare a porci una domanda fondamentale: cos’è l’autogestione? Alla proclamazione del lockdown centri sociali e squat hanno chiuso i battenti, adeguandosi alle misure di prevenzione decise dallo Stato: una scelta di responsabilità collettiva condivisibile, come è condivisibile tanto la scelta di distro come la nostra di sospendere le spedizioni di supporti fonografici quanto quella di continuare la propria attività in generale. Tutto giusto, eppure qualcosa non torna: lo Stato decide arbitrariamente di chiudere qualcosa e di riaprirlo dopo un mese, noi ci adeguiamo e anzi molto probabilmente ci adegueremo a ricominciare a fare concerti quando lo Stato lo deciderà. Questo perchè siamo pavidx, siamo servx, siamo fake? Non crediamo sia interessante autoflagellarci dicendo questo genere di cose, nè mostrare i muscoli virtuali dicendo “siamo anarchicx dovevamo fare (e faremo) quel che ci pare”, ma individuare un grosso limite del mondo delle autogestioni, che è l’incapacità di dotarsi dei mezzi per rispondere a modo nostro a un’evidente crisi epidemica. Certo, il come e quali strumenti cui dotarsi è un’incognita, eppure è molto importante cominciare a farsi questo domande, pena subire per sempre la subalternità alle istituzioni.

L’autogestione e il suo mercato, le autoproduzioni, sono state per tanto tempo un’isola felice perchè permettevano a tuttx noi di esprimere la nostra creatività e le nostre passioni nelle maniere più “libere” possibili, ma questi tempi ci hanno dimostrato che le isole felici, gli spazi “liberati”, le zone di autonomia temporanee o meno che siano non bastano a se’ stesse, e che il DIY or DIE è uno slogan che molto spesso indica una consequenzialità piuttosto che un bivio.

In questi mesi lo Stato Italiano ha mostrato le proprie incapacità e i propri interessi vietando qualsivoglia forma di assembramento che non fosse strettamente legata alla produzione, al consumo e al capitale. Nessuno spazio per il nostro sentire. Nessuno spazio per la protesta.

In questi mesi, se pur a fatica, abbiamo visto susseguirsi diversi momenti di piazza, alcuni chiamati pubblicamente, altri sorti spontanei, altri organizzati sotto voce. Se a qualcosa abbiamo partecipato, molto altro lo abbiamo lasciato perdere. Ma non è questo il punto di questo scritto. Non vogliamo fare un’analisi spicciola sulla rivolta ai tempi della pandemia ma piuttosto porre alcune domande sperando di dare il là ad una serie di discussioni che riteniamo vadano fatte.

A quando il primo concerto? come lo faremo? torneremo a pogare sudatx fianco a fianco o staremo fermx a osservare chi suona?Attenderemo che lo Stato ci dica che possiamo assembrarci (nel rispetto della vita altrui e consci del pericolo di contagiarci?) o cercheremo ancora una volta di riprenderci le nostre vite… la nostra normalità? ma è questo quello a cui aneliamo? Non vogliamo tornare ai concerti pubblicati sui social. Non vogliamo tornare ad eventi ludici totalmente privi di critica e discussione. Vogliamo (o vorremmo) creare qualcosa che vada al di là di ciò che è lecito e consentito. Non abbiamo risposte o ricette per il chaos. Non possiamo (ne vogliamo) dire quale sarà la pratica “più giusta” o “più conflittuale” ma andiamo cercandola. Non abbiamo neanche una vera e propria proposta, ne stiamo qui dicendo che bisogna far finta che questa pandemia non esista. Diciamo invece che vorremmo discutere della nostra socialità, dei nostri spazi, del nostro tempo e di come prendere il controllo delle nostre vite e non lasciare più allo Stato la delega di quando e cosa possiamo fare.

In questi, pochi, mesi, alcunx di noi hanno continuato (o almeno hanno provato) a mantenere una qualche forma di socialità collettiva. Chiaramente prendendo i dovuti accorgimenti sul rispetto reciproco e le necessità (di salute fisica, morale e mentale) di ognunx di noi. Avremmo voluto discutere maggiormente (e forse avremmo dovuto) di come, in quanto anarchicx, possiamo organizzarci ancora per riprenderci spazi di gioia, festa e conflitto. Ci piacerebbe che da questi punti ora accennati partisse una discussione anche pratica, perché il concetto di autogestione per come lo abbiamo conosciuto ha mostrato le sue corde, è forse il momento di tornare alle sue origini o di superarlo? Possiamo accettare di attendere ancora finché qualcunx ci dirà che possiamo tornare a urlare sotto palco o ci metteremo ad urlar di rabbia contro questo esistente una volta per tutte? Quando abbiamo iniziato quest’avventura (ormai 15 anni fa) eravamo sicuramente più incuranti delle conseguenze delle nostre azioni e se poi andiamo a guardare i nostri comportamenti durante le serate forse forse ci salta all’occhio un dubbio… E le altre malattie? e la miriade di tossine che ingeriamo volentieri durante le serate? contano meno perché meno evidenti? Oppure dobbiamo tristemente ammettere che anche noi siamo vittime della narrazione dello Stato rispetto i tempi che viviamo? Il giro punk non è noto certo per essere salutista. Anzi! eppure pare che questo virus ci abbia fatto scoprire l’acqua calda… se non prendi le dovute precauzioni contro le malattie, muori. Sarà forse stato il sistema sanitario (a pezzi e mal finanziato) che ci ha portatx tutti e tutte al “rispetto” della situazione pandemica e quindi all’autolimitarci? Oppure la paura della canea mediatica o di perdere gli spazi occupati (come se non fossero tutti a rischio ogni giorno, come se rispettare queste disposizioni possa salvarci)? Negli anni il movimento punk, in particolar modo quella fetta di movimento punk ancora anarchico, ha portato avanti istanze di lotta, solidarietà, mutuo appoggio e autogestione. Consci che tutto ciò era ben oltre il limite del consentito. Oltre la mera legalità.

Non vogliamo ovviamente dire né in questa, né in altre sedi al momento che bisogna dunque “tornare alla normalità”, a diffondere le nostre vite sulla rete come niente fosse, ad ammassarci senza alcun riguardo delle altrui necessità e tensioni ma anzi, vorremo iniziare a discutere e a ragionare insieme sul da farsi. Su cosa voglia dire autogestione delle proprie vite e non solo delle proprie serate. L’autogestione non è (a nostro parere) meramente venire a consumare dentro uno spazio “liberato”, deve voler dire molto più di questo se vuol sopravvivere a questi tempi e a quelli futuri. Possiamo immaginare serate in cui la cura delle persone è importante e necessaria per tutti e tutte? Possiamo trovare dei nuovi modi di organizzarci che escano una volta per tutte da sistemi di cui noi non abbiamo alcun controllo?

L’informalità è stata, ed è tutt’oggi, una parte fondamentale del movimento punk anarchico. Dalla necessità di occupare spazi, per vivere, per organizzarsi, per suonare. Allo scendere in strada. colme di rabbia contro l’esistente. Un organizzazione avulsa a metodi formali e che scimmiottano la burocrazia. Che muta forma e metodo in base alle necessità. Che si denuda di ideologie e si compone di idee, schegge impazzite che si diramano nelle città, nelle piazze, nelle strade.

La rete, social per lo più o per come la intendiamo quest’oggi, è un insieme di pagine “in chiaro” contenenti buona parte delle informazioni su di noi e sulla nostra rete amicale (e non solo). Ci sono criticità evidenti sul modo in cui ci si relaziona attraverso la sempre più presente tecnologia. Le discussioni (e le conversazioni in genere) sono rilegate per buona parte a messaggi asincroni che pretendono sincronia.. E questo è solo una delle molteplici criticità da fare su questo strumento. Tutto ciò va anche a discapito di discussioni reali, dell’organizzarsi insieme e delle nostre stesse vite. Ovviamente è innegabile la possibilità di poter discutere pur trovandosi a chilometri di distanza, il poter condividere quasi in tempo reale aggiornamenti ed altro ancora… Non ci basta questo per sorvolare alle criticità di questo strumento. Ci risulta evidente ad un primo sguardo come la possibilità di ottenere qualsiasi tipo di informazione o nozione attraverso apparati tecnologici ci abbia privato di una necessità primaria. L’incontrarsi. Gioia e giubilio per chi, tra noi inclusx, è poco avvezzx alle relazioni sociali ma se guardiamo a questa dinamica al di là delle semplici serate non possiamo che pensare a quanto ora sia necessario ragionare collettivamente su cosa voglia dire autogestione e su come al di là delle semplici parole possiamo prendere il controllo delle nostre vite e aver cura di chi c’è vicinx.

Durante i primi giorni della pandemia ci siamo chiestx spesso: come poter fare le cose che ci piacciono riuscendo a creare un’ambiente sicuro? Amaramente ci siamo risposte che in realtà ciò che dovremmo fare per evitare la diffusione del virus è ciò che avremmo dovuto fare sempre: rispettare le distanze e toccarci solo previo consenso altrui, avere cura delle persone ritenute “più deboli” nonchè dimenticate dalla società presente (immunodepresse, con malattie croniche ecc), rispettare i timori di ognunx. Queste cose, ovviamente, non le abbiamo mai fatte e c’è il rischio che anche quando e se l’epidemia finirà continueremo a ignorarle; del resto è più facile pogare sudatx cercando di mettere le mani addosso senza consenso alla persona che troviamo sessualmente stimolante e rendere inagibile lo spazio che viviamo per persone che hanno problematiche fisiche e/o mentali piuttosto che ripensare in maniera profonda al nostro modo di vivere la socialità. Del resto è più semplice simulare i momenti conviviali offerti dal capitale piuttoste che operare un radicale cambiamento nel nostro modo di porci rischiando di risultare “noiosx”. Peccato che tutta la vita nel mondo delle merci è noiosa, e allora forse quello che dovremmo fare, la possibilità che ci viene messa sul piatto da una spaventosa epidemia, è quella di smettere di pensare al nostro concertino come il momento in cui mettiamo in pausa la nostra vita in quel mondo ma come invece quello che lo ribalta. Potremmo immaginarci concerti in cui la vita realmente vissuta è così radicale da non finire mai, o finire con lo schianto della polizia che tenta di sgomberarci, non con noi ubriachx che mestamente torniamo alle nostre macchine, le nostre case, il nostro lavoro.

Ora è il momento, domani sarà già troppo tardi.

 

Quattro chiacchiere con Andrea di Passione Nera Records

Il motivo principale che mi ha spinto a fare qualche domanda al buon Andrea di Passione Nera Records è molto stupido e riguarda il fatto che per entrambi i nostri progetti abbiamo ripreso inconsciamente il nome di due distro diy già esistite in passato all’interno della scena hardcore/punk italiana. Oltre a questo, mi interessava lasciare spazio su queste pagine virtuali ad una distro che, seppur poco prolifica rispetto ad altre, ultimamente ha partecipato alla coproduzione di ottimi dischi come Eschaton degli Amphist e In Bilico Nel Reale dei Destinazione Finale. Ringrazio ancora una volta Andrea per il tempo che ha dedicato a rispondere a queste domande. Adesso bando alle ciance, godetevi queste quattro chiacchiere, perchè lo spirito continua!

 

Partiamo con delle brevi, banali quanto dovute, note biografiche: chi sei, quando e perché nasce Passione Nera Records e soprattutto com’è nata l’idea di darti proprio questo nome?

Hey! Sono Andrea, una delle tantissime anime dannate che si sono affidate, per la loro “salvezza”, a quel tutto che sta sotto il nome di punk hardcore. Passione Nera nasce come distribuzione nel 2015 ed è figlia dell’esperienza, durata purtroppo un solo numero, dell’omonima fanzine. Distribuendo e scambiando la zine in giro si è naturalmente creata una –seppur embrionale- distribuzione; di li a poco l’idea di supportare la prima uscita di un gruppo di amici (i NoProve dalla Tuscia.. RIP!) e poi non mi sono più fermato. Il nome, come intuito suggerisce, prende spunto dall’omonima canzone dei Nerorgasmo in quanto ci sono molti passaggi delle liriche che faccio miei per convinzioni e vissuto.

Qual è stato il momento o il motivo che ti ha spinto ad avvicinarti all’hardcore punk? Come è successo?

Fin da bambino sono sempre stato un tipo timido, diciamo un po’ sulle sue; quello che difficilmente riesce ad integrarsi ed interagire col grosso dei coetanei. Quando non sai il perché ma certe dinamiche (quelle per intenderci del tamarro o del fighetto, in una realtà meno che provinciale) non ti attirano anzi ti infastidiscono facendoti rifiutare già in tenera età di riconoscerti con la massa. Perciò quando le mie orecchie sono state “accarezzate” per la prima casuale volta dal punk non potevo che restarne folgorato!

In particolare l’approccio col punk hardcore c’è stato in edicola: passo prima di entrare a scuola per prendere Supertifo e l’occhio cade su “Punk”, allegato alla rivista “Rock sound”. All’epoca i miei acerbi ascolti (non avendo amici punk a cui chiedere info riguardanti band interessanti e neanche una connessione ad internet per smanettare in rete) si fermavano a Pistols, Clash, Rancid e poco altro.. fortuna che a Cassino c’era almeno un negozio (il mitico Crash Store, RIP!) che aveva fondamentalmente roba metal ma dava comunque la possibilità di trovare qualcosa che faceva al caso mio! Ebbene, in questo benedetto numero (oltre alla compilation in allegato) c’era un articolo sull’imminente uscita della compilation “Love Hate 80” (tutto il meglio dell’hc italianno ani ’80), nonché un’intervista agli Impact.. insomma quanto bastava per rapire irrimediabilmente il mio cuore, che dal canto suo non aspettava altro! Compilation ordinata immediatamente e da li, parafrasando i sopracitati NoProve, c’è stato solo il punk hardcore!

Tempo fa un vecchio caro punx bolognese a cui son certo entrambi vogliamo un gran bene, ci fece notare che entrambe le nostre distro sono omonime di altre due label diy punx italiane ormai defunte. Cosa ne pensi di questo tratto che accomuna Passione Nera e Disastro Sonoro? Quanto pensi sia importante riconoscere e rispettare una storia della scena hardcore di cui facciamo parte e quanto invece pensi non si tratti di mancanza di rispetto riproporre un nome già utilizzato da altri prima di noi?

Premetto che quando scelsi il nome per la zine (ereditato quindi dalla conseguente distro) non ero a conoscenza del fatto che c’era già stata un’etichetta con lo stesso nome; diversamente, sono sincero, avrei optato per un altro nome! A prescindere da ciò non credo che questo possa essere visto come mancanza di rispetto, anche perché –per lo meno nel mio caso- l’esperienza della vecchia distro è conclusa. Per il resto che dirti Ste, se senza saperlo ci siamo “riappropriati” di vecchie storie evidentemente siamo davvero old school! 

Avere un’etichetta DIY non è certamente una cosa facile e anzi spesso richiede un sacco di impegno, energie e di soldi (che in un modo o nell’altro scarseggiano sempre). Cosa ti spinge a continuare a dare il tuo apporto alla scena hardcore punk attraverso questo mezzo?

Sarò sincero, causa mancanza di tempo e soprattutto soldi, ho sempre seguito il progetto “a tempo perso”. Inoltre tutto ciò lo faccio per passione e la mia etica “workless class” mi impone di non far diventare ciò un lavoro, con tutto lo stress che ne consegue. Parlando di vil denaro, ovviamente è tutto in perdita ma il fatto di essere una seppur piccola goccia in questo mare di fango che rappresentiamo (non chiedermi perché ma mi piace vederla così!), di supportare band di amici e non e concorrere a tenere su questo circuito totalmente autogestito mi ripaga di tutto!

In base a quali criteri e motivi scegli con quali band collaborare e quali coprodurre?

Avendo pochi soldi da investire (oltre alla scelta di non far diventare il tutto troppo gravoso a livello di impegno mentale e di tempo) scelgo di supportare fondamentalmente band di amici o progetti che, anche se non si tratta di amici, reputo particolarmente validi.

Qual è stata la tua prima Coproduzione? E quale quella a cui ti senti maggiormente legato?

La prima coproduzione, come già anticipato, è stata “Via senza ritorno” dei NoProve. Per quanto riguarda invece l’uscita a cui sono più affezionato devo farti due nomi: “Il buio attorno” dei Malore che reputo uno dei migliori album punk hardcore uscito in Italia negli ultimi anni e “Make me a sandwich” dei/lle Poisonous Cunt (RIP Alexia!) da Londra, la prima coproduzione internazionale di Passione Nera Records!

Cosa significa per te fare parte della scena punk? Ma soprattutto cosa significa per Passione Nera l’hardcore?

Significa sapere che non sei il solo a vivere un certo disagio; a pensare che in fondo il mondo che ci circonda non è proprio il paradiso delle opportunità e del benessere che tanti proclamano e quindi ad agire di conseguenza. Per quanto non mi è mai andato giù che “siamo tutti fratelli e sorelle” e discorsi simili, quando vedo un altrx punk so comunque che con lui/lei avrò certamente più cose in comune rispetto a chiunque altrx. Passione Nera è quindi di conseguenza il mio umile apporto a tutto ciò.

Quale è stata la più grande soddisfazione che ti sei tolto con Passione Nera?

Nel mio piccolo, avere il mio logo su uno di miei dischi preferiti (il già nominato “Il buio attorno” dei Malore).

È appena finito il 2020, un anno abbastanza difficile su tanti livello diversi per via dell’epidemia di Covid 19. Quanto è stato difficile avere una distro/label in un periodo simile?

A questa domanda non so risponderti in realtà… avere una distro, come ti dicevo, ha un ruolo abbastanza marginale nella mia vita; non ci guadagno nulla e moooolto raramente porto il banchino ai concerti perciò tutto sto delirio riguardante il covid non ha avuto un grosso impatto su Passione Nera.

Che ruolo rivestono invece nella tua vita quotidiana pratiche e idee come autogestione e autoproduzione?

Un ruolo assolutamente centrale. Il vivere in luoghi autogestiti, il rifiuto del vivere per lavorare, il riciclo del cibo e dei vestiti.. ma in generale cercare di straniarsi il più possibile da dinamiche imposte o comunque funzionali al sostentamento del sistema in cui (soprav)viviamo.. inutile aggiungere che senza il punk non sarei mai entrato in contatto con tutto ciò; alla lunga posso dire che è stato assolutamente totalizzante.

Come si può  ben vedere dalla copertina della pagina fb di Passione Nera, collabori con il progetto Punks for Rojava che vede impegnati punx e compagnx da tutto il mondo. Cosa ti ha spinto ad avvicinarti e sostenere questo progetto?

I Malore cantavano “l’hardcore non è rivolta, solo rumore!” perché,ovviamente, da solo non basta. Di certo però non può non rifarsi ad ideali ben definiti e di conseguenza essere anche di ispirazione per azioni a sfondo politico e di critica radicale dell’esistente. Perciò, avendone avuta l’occasione, sono stato ben contento di dare il mio seppur minuscolo contributo alla gigantesca causa del confederalismo democratico in Rojava.

 

Per concludere questa intervista/chiacchierata volevo farti una domanda e lasciarti lo spazio per raccontare qualche aneddoto legato alla tua esperienza personale all’interno della scena punk, legata o meno a Passione Nera. La domanda è la seguente: quale band sogni di coprodurre?

Un aneddoto che ricordo volentieri è legato ad Agripunk, rifugio sociale antispecista autogestito nel quale ho vissuto un anno (a proposito, in questo caso il covid ha dato parecchio “fastidio” ed il posto ha bisogno del massimo supporto economico per r-esistere, diamogli una mano!). Estate 2019, tre giorni prima del Rotten River Camp riceviamo la telefonata dei ragazzi che organizzano il festival chiedendo la nostra eventuale disponibilità ad ospitare l’evento dopo che gli sbirri, facendo pressione sulle ragazze del chiosco dove si sarebbe dovuto fare e facendo riferimento a fantomatici permessi mancanti, rischiavano di farlo saltare del tutto! Per farla breve, lo spiazzo di fronte la stalla (che solitamente viene occupato da pecore e capre), è stato trasformato in meno di un giorno nella location di un festival al quale in due giorni ha ospitato centinaia di persone. Un rimorchio per tir come palco e band come Contrasto, Bull Brigade, Klasse Kriminale e tante altre live ad Agripunk, chi l’avrebbe mai detto!? Ci siamo fattx il culo ma è stata un’esperienza tanto improvvisa quanto entusiasmante.. alla faccia di chi voleva far saltare il festival!

Per quanto riguarda la tua domanda, rispondo senza indugio AFFLUENTE!

 

Corvetto, Milano, un sabato di luglio

Corvetto, Milano. Una sabato di luglio…E noi, sopravvissuti a cosa?

Rivisitando il testo di Come il soffitto di una chiesa bombardata, pezzo dei Contrasto contenuto nello split del 2014 insieme ai Kalashnikov, vi parlerò di quello che è successo Sabato 11 luglio, da qualche parte nelle wastelands di Corvetto. Dopo mesi di quarantena e isolamento forzato, si è infatti tornati a riappropriarsi di un posto lasciato abbandonato dai soliti interessi di speculazione edilizia che dominano la metropoli milanese, liberandolo e vivendolo attivamente attraverso anche un concerto punk hardcore di cui tutti e tutte sentivamo sinceramente la mancanza.

Al di là del concerto, la giornata/serata è stata caratterizzata fin dal pomeriggio dalla presenza di banchetti con autoproduzioni di ogni sorta e per tutti i gusti, dai dischi alle fanzine, il tutto come a voler dimostrare quanto sia ancora vivo in tante individualità la pratica e l’etica del do it yourself. Ed è proprio nella cornice di questa prima taz post quarantena che viene “presentata” a tutt*, punx e non, una nuova fanzine che si aggira e minaccia di aggirarsi per molto tempo nei bassifondi polverosi della metropoli milanese. Si dice che il suo nome sia Benzine e che le entità misteriose che si celino dietro ad essa vedano l’hardcore e il punk unicamente come minacce per consegnare alle fiamme l’esistente capitalista. Tra articoli sulla scena punk hardcore di Minneapolis, foto direttamente dallo Stati Shock scattate a Londra nel febbraio scorso e consigli su come stare in piazza, Benzine irrompe nella scena con l’intento di essere reale minaccia per il quieto vivere a cui ci vogliono condannati a morte. Di seguito riporto l’interessante editoriale che introduce il numero zero di questo nuovo strumento cartaceo incendiario:

Questa fanza nasce dal bisogno di raccontare chi siamo, ciò che viviamo. Con spontaneità e in maniera plurale, perchè crediamo che le storie, raccontate da chi è appassionato, siano sempre le più belle. L’abbiamo fatto perchè eravamo annoiati (quindi grazie quarantena se sta roba è su un tavolo), perchè eravamo arrabbiati e perchè a guardar bene forse avevamo solo voglia di creare qualcosa insieme. Il numero zero esce sotto questa forma, ma l’idea è di ripensare ogni numero in maniera sempre diversa a partire da formato, tematiche, poster e collaborazioni, nell’ottica di non essere mai monolitici ma metterci sempre in discussione. Molte persone hanno collaborato alla rocambolesca realizzazione di questo numero e speriamo di incontrarne altre che si affianchino a noi nelle prossime uscite (accolli ce ne sono sempre tanti ma alla fine siamo quasi simpatici).
Se la cosa ti piglia bene, mandaci le tue proposte per articoli, grafiche, fotografie o contributi artistici su: [email protected]

Non sprecherò troppe parole sul concerto, che è stata una vera e propria bomba di cui si sentiva oggettivamente la mancanza. Merito sicuramente dei gruppi che hanno suonato, probabilmente il meglio della scena hardcore milanese odierna con Peep, Shoki e Cospirazione (bello rivederti dietro un microfono invece che dietro le sbarre caro Paska) tra gli altri.  Si sentiva la mancanza di pogare tuttx assieme tra litri di sudore, rivedere amicx dopo tanto tempo, di urlare in un microfono, di abbracciarsi, cadere e rialzarsi insieme tra individualità affini e complici. Mancavano momenti come quelli di sabato perchè ci fanno comprendere ancora una volta come il punk e l’hardcore in tutte le loro forme siano molto di più che semplice musica. Non mi resta che ringraziare con tanto affetto i/le punx e i/le compagnx che hanno reso possibile tutto questo. Oggi non mi sento più come il soffitto di una chiesa bombardata… l’hardcore è ancora una minaccia!

Per concludere vi lascio con il comunicato scritto dai/dalle compagnx di Corvetto che hanno organizzato questa taz:

In un mondo scandito dai tempi di produzione e consumo, in cui ingegneri e scienziati giocano con gli equilibri e i ritmi della vita e imprenditori senza scrupoli ne traggono profitto, qualcosa è sfuggito al controllo. Lontano da qui, dove le foreste sono abbattute e gli animali selvatici entrano in contatto con gli allevamenti intensivi, si è sviluppato un nuovo virus che ha messo l’intero sistema in crisi.
Le metropoli, i cuori pulsanti del capitalismo, sono i luoghi dove la scossa è stata più forte e le contraddizioni sono diventate più eclatanti.

Nelle metropoli siamo schiavi dei supermercati: se i flussi delle merci si bloccano, si muore di fame.
Nelle metropoli siamo isolati e atomizzati: il vicino è una spia e le relazioni sono virtuali.
Nelle metropoli siamo anonimi e ammassati: i percorsi sono predeterminati e non c’è spazio per le scelte individuali.
Nelle metropoli siamo ciò che possiamo comprare: il centro è per i ricchi e chi è povero o non si adegua viene inevitabilmente spinto verso i margini.
Nelle metropoli siamo spiati e controllati: telecamere e controlli di polizia sono ordinari.

La quarantena a Milano è stata asfissiante: ogni spazio che non fosse votato alla produzione è stato vietato. Mentre i lavoratori si ammassavano nei magazzini e nelle fabbriche, vietati erano il parco e la piazza, vietati gli incontri e gli affetti e vietata ogni possibile fuga da questa giungla di cemento. Per due mesi ci hanno tolto tutto ciò che rendeva sopportabile la vita in questa città. I divieti sono possibili finché le persone sono disposte a ubbidire, a cosa siamo disposti a rinunciare e quali rischi siamo disposti a correre?

Per una socialità libera dalle logiche di profitto, in questi tempi bui in cui troppo facilmente ci si abitua a chinare la testa, apriamo un piccolo spazio di libertà e autogestione. Una boccata d’aria fresca, contro paura, controllo e repressione.

Corvetto Odia

“Il Veneto Odia… Noise a Mano Armata” – Intervista con Scaglie di Rumore

Qualche settimana fa ho girato una serie di domande al buon Luca di Scaglie di Rumore, progetto che seguo da tempo e che ha influenzato profondamente la nascita stessa di Disastro Sonoro tant’è che nel corso degli anni ho voluto “omaggiarlo” con il nome della rubrica più costante presente sulle pagine virtuali di questo blog, ovvero Schegge Impazzite di Rumore. Tanti argomenti son stati toccati nel corso di questa “intervista”, dalla passione per il rumore al Veneto Noise Crew, dalla pratica del tape-trading alle questioni più prettamente politiche, e dunque ringrazio ancora una volta Luca, non solo perchè ha speso del tempo a rispondere alle mie domande, ma sopratutto per il fatto di condividere una comune visione del punk-hardcore e della musica underground e diy in tutte le sue forme, mettendo dinanzi a tutto il supporto e la solidarietà reciproca. Il Veneto odia, Scaglie di Rumore può sparare… Noise a mano armata!

 

Ciao carissimo! Per chi non dovesse conoscerti, ti andrebbe di fare un breve riepilogo sulla storia del tuo progetto “Scaglie di Rumore”? Ma sopratutto, visto che me lo chiedo da una vita, come ti è venuta l’idea per un nome tanto immediato quanto incisivo?

Ciao Caro, per prima cosa grazie per avermi dato spazio nel tuo blog, è davvero ben curato e di qualità, cosa non da poco negli ultimi tempi. Scaglie di Rumore nasce nel 2012 come programma radiofonico per una web radio locale che dopo due stagioni cessa l’attività a metà 2013. Nel 2014 abbiamo deciso di ripartire e abbiamo rilasciato le prime puntate e le prime compilation in formato tape in tirature limitate per finanziare le uscite future e a oggi abbiamo quasi 180 uscite.
Il nome in realtà è uscito con naturalezza, io e mio fratello Fabio (compagno di avventura e di etichetta) stavamo cercando un nome per il programma, in fin dei conti erano brani veloci e rumorosi e quindi arrivammo alla conclusione, Scaglie di Rumore.

Da quanto so, non sei impegnato solamente nella pubblicazione di tape o in coproduzioni. Quali altri progetti ti vedono partecipe e/o protagonista?

Attualmente sono impegnato in diversi progetti, da ormai otto anni milito nei Charged Attack, band Punk Hardcore locale, poi abbiamo tutte le realtà legate al Collettivo Veneto Noise Crew ovvero nel trio noisecore Eddie X Murphy dal 2016, nei techno grinder Fogna Maxima e nel progetto Noisegore Diego Abbath Antuono dal 2017, nei progetti Harsh Noise Primitive Tape e Dark Alley dal 2018 e nel progetto old school Noisecore Archth Cacofoniath dal 2019. Attualmente sono a lavoro su un nuovo progetto che si chiama Digital Strain Of Dementia ma per questo progetto bisognerà pazientare ancora un po’.

Come sei arrivato a scegliere di dedicarti quasi esclusivamente alle sonorità più estreme e a territori propriamente noise?

Sono sempre stato affascinato dalla scena noisecore anni 90, anche perché molto vicina alle scena punk hardcore. Purtroppo negli ultimi anni il punk hardcore italiano (e comunque il punk hardcore in generale) ha perso quel desiderio di offendere, dare fastidio, tutta la parte provocatoria e le tematiche politiche che a mio parere hanno dato vita al genere ma è stato ereditato dalla scena noisecore per questo mi sono spostato verse quelle sonorità, cerco rumori che portino con loro un messaggio, se devo ascoltare musica senza messaggio tanto vale accendere la radio.

Quali sono stati gli ascolti che, nel corso degli anni, ti hanno portato ad apprezzare il noise in tutte le sue forme? Qual è stato invece il tuo primo incontro con il punk?

Gli artisti noise che sicuramente mi hanno più ispirato e che mi hanno portato ad apprezzare il genere sono stati Merzbow, C.C.C.C., The Gerogerigegege, Seven Minutes of Nausea, Deche Charge, Cum Sock e Shitnoise Bastards ma sicuramente le band che mi ci hanno avvicinato sono stati i Coward e i Sore Throat. Invece in ambito punk fin da subito con gli amici ci si passava Minor Threat, Bad Brains e Black Flag ma direi che il primo approccio sia stato quando un amico mi passò una tape con dentro i Drunkards con Sentenza Di Morte su un lato e lo Split Rabbia Trafigge Immobile Resa di Contrasto e Nagasaki Nightmare sull’altro, quello a mio parere è stato il mio primo incontro con il punk.

Altra domanda che spesso mi son posto: perchè la scelta del formato tape? Che legame hai tu personalmente con questo formato?

Tutte le band estreme quando ero più giovane mi sono arrivate con questo formato, all’epoca era impossibile scaricare da internet e i Cd diventarono “acquistabili” più tardi (costavano una follia all’epoca), le tape costavano quasi niente perché erano alla fine della loro carriera e ci si passava i gruppi con quelle. Sepultura, Carcass, GBH, Slayer, Mayhem, tutti questi gruppi mi sono arrivati in quel formato quindi ho sempre associato la tape all’estremismo, poi quando ho scoperto il Tape trading e il suo significato anti-business sono rimasto subito affascinato da questo movimento e ho deciso di abbracciarlo, anche se con diversi anni di ritardo.

Recentemente ho avuto l’estremo piacere di pubblicare sulle pagine virtuali di Disastro Sonoro uno scritto inedito intitolato “Numeri e Incompatibilità”, firmato proprio da te. Quali son state le motivazioni che ti hanno portato alla decisione di pubbicarlo proprio su Disastro Sonoro?

Quando mi sono avvicinato la prima volta a Disastro Sonoro ho rivisto quello spirito “punk” che tanto cercavo e che avevo cercato di portare con il mio vecchio blog Scaglie di Rumore oramai defunto che non è mai riuscito a trasmettere a pieno. Gli articoli sono ben scritti, hanno una struttura molto interessante perché oltre all’informazione c’è anche il pensiero dello “scrittore” che è molto vicino al mio e che mi ricorda quel provocazione/politica che cerco costantemente. Oramai il blog di Scaglie di Rumore era fermo da diversi anni ma non ho mai smesso di scrivere, ho una raccolta molto ampia di recensioni, articoli, pensieri e vista la sintonia quasi simbiotica con Disastro Sonoro ho pensato che fosse il posto giusto per quell’articolo, visto che si collegava molto bene al precedente articolo “L’hardcore è ancora una minaccia per l’esistente”.

Continuando a parlare del tuo articolo, hai voglia di aggiungere altro alle righe che hai scritto? Quanto è importante per te il messaggio veicolato dalla musica punk o noise che sia?

In merito all’articolo non ho altro da aggiungere, tanti non hanno capito il concetto che volevo esprimere, con alcuni ci siamo chiariti di persona, con altri non mi interessa nemmeno. Tanti pensavano che avessi da ridire sulla scena locale ma in realtà ho sempre amato la scena Veneta perché negli anni non era importante il genere che si faceva, ci si supportava sempre. Con il tempo questo è scemato, ci si è standardizzati al resto del mondo, punk con i punk, Crust con i Crust e via dicendo ed è questo che mi dispiace.
Per quanto mi riguarda scrissi diversi articoli in merito a tale argomento, per me l’underground senza messaggio non ha senso perché si abbassa agli standard del mainstream, che senso ha portare avanti un progetto underground se non hai niente da trasmettere? Sei solo un numero che ha trovato un modo diverso di perdere tempo.

Scaglie di Rumore nella mia testa fa rima da sempre con DIY. Cosa significa per te la pratica e l’etica del do it yourself e che importanza riveste l’autoproduzione nella tua vita in generale?

Da quando ho iniziato con questa label c’è sempre stato un punto fermo: Le copie che abbiamo distribuito sono state fatte a mano una per una. Abbiamo partecipato a diverse coproduzioni ma nella maggior parte dei casi ho sempre cercato di fare da me la produzione delle cassette perché farla da me da un senso alle mie uscite, mi ricorda cosa vuol dire “Do It Yourself”. Mi sono sempre promesso che nel momento che non riuscirò più a duplicarmi le tape da solo chiuderò la label perché è l’unico sistema che conosco, purtroppo negli ultimi periodi anche in questo campo sono uscite sempre più release fisiche “fighette”, super dettagliate e studiate ma io sono per le uscite low budget, fanculo siae e copy right, non è importante se stampi un vinile a edizione limitata o un Verbatim con il titolo scritto a mano l’importante è quanta passione e attitudine si trova al loro interno e la gente questo se lo dimentica spesso.

Che ruolo ricopre invece la dimensione politica all’interno di tutti i progetti che ti vedono impegnato?

La dimensione politica per i Charged Attack come per il Collettivo Veneto Noise Crew sono le basi. Siamo tutti Punx, chi più giovane e chi più vecchietto, ma l’attitudine è sempre la stessa: contenuti provocatori e una forte connotazione politica, portare avanti gli ideali sull’autonomia e la libertà degli individui e l’opposizione al sistema che abbiamo maturato in tanti anni di occupazioni, manifestazioni, eventi, concerti ma sopratutto confrontandoci e parlando con le persone.

Hai qualche aneddoto legato alla scena hardcore punk e diy italiana che, nel corso degli anni, ti ha colpito particolarmente, che ricordi con nostalgia o gioia o che ti ha segnato profondamente e che ti va di raccontare?

In realtà ci sarebbero tanti piccoli aneddoti ma non basterebbe un libro per raccontarli tutti. Principalmente ricordo con grande gioia i tempi che si viaggiava su e giù per l’Italia in treno con gli amici per andare ai concerti, viaggiavamo davvero con niente in tasca ma c’era una voglia di scoprire nuovi gruppi e nuovi generi incredibile, per non parlare dei dibattiti, dei pensieri, delle persone incontrate e della voglia di scambiarsi pensieri, idee, opinioni e a volte sogni…oggi tutto questo è stato ucciso dai social, è più facile scrivere su una piattaforma che parlare davanti a tutti e dare la propria opinione, permettendo anche agli stupidi di esprimere il proprio parere.

Scaglie di Rumore è legato intimamente al Veneto Noise Crew, cosa puoi dirci di quest’altro progetto totalmente devoto al rumore?

Veneto Noise Crew è un collettivo occulto e antifascista portato avanti con passione da un gruppo di punx. Questo collettivo oltre a supportare le realtà noise locali porta avanti anche una serie di pubblicazioni e zine dedicati a retaggi fatti di culti innominabili e segreti, è un collettivo che racchiude il termine noise in diverse forme d’arte ovvero Scrittura, Pittura e Musica e che vuole usare il noise come strumento per offendere e diffondere un messaggio.

Stiamo giungendo alla fine di questa intensa chiacchierata, vuoi consigliarmi e consigliare ai malcapitati lettori di Disastro Sonoro qualche progetto noise (e non) che ritieni più valido in circolazione attualmente?

Sicuramente i progetti che seguo con più interesse (oltre a quelli del collettivo ovviamente) sono i Car Made of Glass da Fortuna, California, le Shame Hole da Pittsburgh, Pennsylvania e gli Holy Grinder da Toronto, Ontario. Queste sono tre band “recenti” sennò consiglio le mie tre band preferite ovvero Deche Charge, Cum Sock e Shitnoise Bastards… anzi ora i Shitnoise Bastards sono fermi ma alcuni componenti hanno avviato un progetto che si chiama Death To All Politican che consiglio caldamente, non solo per il nome.

Progetti futuri come Scaglie di Rumore?

Sono immerso nel progetto veneto Noise Crew, tutti i progetti coinvolti sono validissimi e molto attivi, senza contare tutte le zine e i scritti, è un gran lavoro ma mi regala molte emozioni, a breve uscirà una compilation con tutte le band del collettivo in edizione limitata in 10 copie con un box e una fanzine in a5 davvero molto curato, insomma chi seguirà il nostro blog (venetonoisecrew.wordpress.com) si farà un’idea della nostra follia artistica.

Carissimo Luca siamo giunti alla fine di questa intervista/chiacchierata/qualsiasi altra cosa ed io non posso far altro che ringraziarti nuovamente per aver risposto alle mie domande. Per concludere aggiungi davvero quello che ti pare e piace e sentiti libero di dire qualsiasi cosa!

Chiudo ringraziandoti per il tempo e lo spazio che mi hai nuovamente dedicato e con la speranza che ci siano sempre più realtà come il tuo blog, che l’arte, il rumore e l’attitudine possano tornare a favorire cambiamenti sociali o quantomeno accendere una scintilla dentro a chi ha qualcosa da dire.

Punk is Support not Competition – Distro e Coproduzioni

Ormai chiunque segue e supporta il progetto disastro sonoro, che non senza difficoltà prosegue sempre in direzione ostinata e contraria nel suo intento di tenere in vita un certo modo di intendere l’underground e la musica punk hardcore ed estrema in tutte le sue forme, è a conoscenza del fatto che oltre al formato webzine/blog, si è intrapresa anche la strada delle coproduzioni. Questa scelta è stata presa sulla base della convinzione che pratiche come il do it yourself e la cooperazione siano le uniche politicamente valide per contrastare ogni velleità competitiva e ogni volontà di rendere il punk e l’hardcore mere merci “alternative” con cui fare profitti, nonché un modo ben preciso per supportare sia chi si sbatte per mantenere viva una scena, sia gruppi e individualità con cui condivido determinate visioni (e in alcuni casi anche percorsi di lotta) nei confronti dell’esistente.

La prima coproduzione che vede la collaborazione di disastro sonoro è arrivata praticamente un anno fa Ed è stata “Qui e Ora”, ultimo Ep dei romani Nofu, uno dei gruppi hardcore con cui sono cresciuto e che non avrei mai pensato un giorno di aiutare a registrare, stampare e pubblicare un disco. Dopo i Nofu ne sono arrivate altre di coproduzioni, dai Minoranza di Uno ai Motron, tutti gruppi che han sempre fatto parte dei miei ascolti, ma soprattutto individui con cui condivido anzitutto una affinità politica e una visione del punk-hardcore come qualcosa che vada al di là della semplice musica. Disastro Sonoro, tanto nella sua forma webzine quanto in quella di distro, è dunque animato ancora dalla stessa convinzione che il punk e l’hardcore non siano solo musica, bensì strumenti e mezzi per diffondere una reale minaccia a questo esistente che soffoca, opprime, sfrutta e reprime, sempre in profonda solidarietà e complicità diretta e concreta con chi lotta affinchè rimangano solo macerie del capitalismo, dello stato e di ogni galera!

COPRODUZIONI DISASTRO SONORO

NOFU – Qui e Ora (DS01)

Minoranza di Uno – La Storia si Ripete (DS02)

Motron – Who’ll Stop the Rain (DS03)

Egestas – Oltre le Rovine (DS04)

 

12″
Negot – Cicatrici (2016)
Cavernicular – Man’s Place in Nature (2017)
Ona Snop – Geezer (2018)
Hellbastard/Herida Profunda – Split (2015)
Double Me – Destroyed in a Second (2018)
Jack – Neurozis (2016)
Lamantide – Carnis Tempora: Abyssus (2015)
Motron – Eternal Headache (2015)                                                                                                  Miseria – Niente da Perdere

7″
Un Quarto Morto – Annusarsi, Scegliersi, Lamentarsi (2008)
L.UL.U/God’s America – Split (2019)
Failure – S/t (2017)
Satanic Youth/Crippled Fox – Split (2018)
Crippled Fox – 10 Years of Thrashing (2019)
Labile/Minoranza di Uno – Mentre Intorno Tutto Brucia (2017)
Minoranza di Uno/L’Ordegno – Split (2015)
Endless Swarm/Gets Worse – Split (2016)
Endless Swarm/Forged – Split (2017)
Chest Pain – S/t (2011)
The Seeker/ArnoXDuebel – Split (2018)
ANF/ill! – Split (2019)
Eat You Alive/Common Enemy – Split (2013)
Eat You Alive/Carlos Dunga – Split (2013)
Agathocles/Degenerhate – Wash Your Blues Away/The Nothing I’ve Become (2016)                Agathocles – Unlock The Doors                                                                                        Jack/Bombatolcser – Split (2014)

CD

Schifonoia/Papal Discount House – Il Declino della Società del Pianto (2019)
ECO – Orizzonte Divorami (2015)
My Own Voice – Sailing On (2015)                                                                                                Alldways – L’Odore dell’Asfalto le Sere d’Estate (2019)

 

 

“L’Odio Cresce Ancora” – Intervista a Mauro dei Disforia

Di seguito potrete leggere un’interessante chiacchierata/intervista che ho fatto con Mauro dei Disforia, nome storico della scena crust punk/grind italiana degli anni duemila. Si parlerà del passato, del presente e del futuro della band, si affronteranno questioni riguardanti pratiche di lotta politica quali l’autogestione o l’autoproduzione e si passerà attraverso il ricordo di cosa significasse far attivamente parte della nascente scena crust della penisola, cercando di non incappare nella trappola delle facili romanticizzazioni dettate dalla nostalgia e dal tempo. Lascio la parola a Mauro (che ringrazio nuovamente) e alle sue esaurienti risposte che son certo potranno riscontrare l’interesse di molti, sia di chi ha vissuto l’intensità di quella precisa scena e di quello specifico momento storico insieme a lui, sia chi, come me, condivide il suo stesso modo di intendere la musica punk hardcore ancora oggi nel 2020, sforzandosi di renderla una reale minaccia per questo esistente. In Grind we Crust!

Ciao Mauro, iniziamo l’intervista nel modo più classico possibile: come nascono i Disforia e qual è stato il motivo che vi ha spinto a mettere su tale progetto?

Ciao Stefano, i Disforia nascono nel 2000. Si era da poco sciolto il gruppo punk hard-core in cui suonavo dal 1995 e avevo voglia di suonare roba che sentivo più mia e che mi convincesse pienamente, senza dover fare, musicalmente parlando, troppi compromessi stilistici ed attitudinali come spesso accadeva con la vecchia band. In quel periodo ero molto intransigente (decisamente più di adesso) e non consideravo neanche “punk” ciò che non fosse musicalmente estremo, politicizzato e dissonante. Sottolineo che erano ancora i tempi del boom della Epitaph e della piaga del pop punk e dell’hardcore melodico… Capisci che per me che ero stato folgorato dai Discharge nel 1991, tutta quella merda americana colorata e wannabe, rappresentava (e rappresenta tuttora) l’antitesi al punk! Aveva quasi più senso il grunge… In tale ottica, reclutato il batterista, un ragazzetto del giro thrash metal (scelta non casuale dato che avevo bisogno di qualcuno che andasse oltre il tupa-tupa suonato a cazzo), buttammo giù 4/5 pezzi e successivamente ci preoccupammo di trovare un bassista ed un cantante. Per la voce si propose subito Davide, che suonava il basso nel mio precedente gruppo, ed essendo un malato di death metal svedese e grind-crust, fu perfetto per il ruolo. Completata la line-up, la linea da seguire fu chiara fin dall’inizio: fare crust con testi in italiano!

Io purtroppo sono arrivato tardi essendo nato nel ’95, puoi raccontarci com’era la scena crust/grind italiana di inizio anni duemila?

Praticamente sei nato assieme alla scena crust in Italia (ride). Erano i tempi d’oro del crust italiano… Per rendere l’idea, parliamo di tutto il contrario di quello che è adesso il punk nostrano! C’era una rete di contatti epistolari a livello internazionale ed ognuno si sbatteva per organizzare e fare qualcosa di concreto: tutti cercavano di organizzare serate, si coproduceva, si facevano fanzines, compilations e ognuno aveva una propria distro. C’era di certo una maggiore consapevolezza e la musica andava di pari passo con l’attivismo politico… Ma soprattutto c’era gente! Ormai la scena punk in Italia, salvo qualche eccezione, pare essersi ridotta a quattro gatti che postano selfie sui social network e ai gruppi che stampano più magliette che dischi per alzare due soldi. Anche ai banchetti nei concerti i ragazzi guardano solo le toppe e le magliette, i dischi non se li fila nessuno.Non dico che fosse un paradiso perché, per alcuni aspetti, anche la scena crust-punk per molti è stata solo una sorta di moda del momento.

Cosa vi ha spinto a scegliere di esprimere la vostra rabbia e le vostre tensioni proprio attraverso generi come il crust ed il grindcore?

Personalmente ascoltavo thrash metal nel 1988 e ho mosso i primi passi in ambito più estremo con la Earache Records ascoltando Napalm Death, Carcass & co. poi scoprii il punk nel 1991 e capii quale fosse la mia strada. Suonare crust nel 2000 è stata la sintesi del mio background musicale ed il modo migliore per esternare le mie idee.

Quali sono stati inizialmente i gruppi che ti hanno influenzato a livello personale? E quali quelli che hanno influenzato il progetto Disforia?

Come dicevo ho avuto diverse influenze musicali che vanno dal punk italiano anni ’80 a quello inglese e svedese, fino al thrash/death metal, passando per la darkwave. All’epoca, ma anche adesso, impazzivo per Discharge, Doom, Extreme Noise Terror, Wretched… Decisi di mettere su i Disforia dopo aver letteralmente consumato “A world of no beauty” dei Disgust.

Cosa volevate e volete trasmettere a livello di tematiche con la vostra musica?

Sicuramente il disgusto per lo schifo che ci circonda e per una larga parte del genere umano, il disagio quotidiano per non voler essere parte di una società che ci reprime, ci condiziona e ci annichilisce con il passare degli anni.

Cosa significa per te Mauro e per voi Disforia suonare punk? Che importanza hanno pratiche come l’autogestione e l’autoproduzione e come vi ci siete rapportati negli anni all’intento della scena punk?

Suonare punk è semplicemente il modo di esprimere ciò che siamo. Abbiamo sempre frequentato attivamente situazioni occupate ed autogestite, alcuni di noi, sono stati o sono tuttora occupanti in alcuni C.S.O.A. qui a Roma…I Disforia sono il “classico gruppo da centro sociale” (cit.), in 20 anni di attività, abbiamo suonato esclusivamente in centri sociali. Le volte che abbiamo suonato nei locali si contano sulle dita di una mano.

Ribadisco spesso sulle pagine di Disastro Sonoro che per me il punk non è solamente musica, ma un mezzo per diffondere un messaggio di lotta a questo esistente ben preciso e per costruire percorsi con cui attaccare un sistema economico che ci sacrifica ogni giorno sull’altare del profitto di pochi. Quanta importanza ha avuto e continua ad avere questa dimensione di lotta per te e per gli altri membri dei Disforia?

Sono aspetti ancora molto importanti che incidono inevitabilmente sul rapportarsi alla vita: attraverso di essi si cerca di portare avanti un discorso di coerenza, anche se con qualche inevitabile compromesso. Quando diventi grande e non puoi più permetterti di fare lo stronzo in giro come hai fatto per decenni, ti ritrovi a dover affrontare la vita in modo diverso. Tutto ciò crea una maggiore frustrazione e, ti garantisco, che anche l’ottica e le prospettive cambiano.

Spesso si sente ripetere che i gruppi Grind e crust abbiano tematiche trite e ritrite. Pensi che siano ancora di attualità i testi che avete scritto come Disforia su dischi come “L’Oblio copre ogni cosa“?

Credo proprio di si… E penso lo saranno ancora per un bel po’ purtroppo. Anzi, vedo che la situazione va anche peggiorando!

Quanto sono diversi i Disforia dei primi dischi da quelli del vostro ultimo lavoro “Solve et Coagula” del 2017?

La matrice è sempre la stessa dato che sono io a fare musica e testi, ma dalle prime registrazioni in cui avevamo un suono più trashettone c’è stato un progressivo spostamento verso sonorità decisamente più estreme. Ognuno degli amici che si sono alternati all’interno dei Disforia nel corso degli anni, ha espresso se stesso mettendo una parte del proprio essere nel groove e quello che trasuda dalle registrazioni ne è il risultato. L’odio cresce ancora…

Possiamo affermare che il progetto Disforia sia tutt’ora attivo? Progetti futuri?

E’ attivo, ma con i suoi tempi, come sempre, e lo porterò avanti finche campo! Abbiamo registrato nel 2019 sette nuove tracce che sono in attesa di essere mixate per essere pubblicate su un nuovo vinile. In più, emergenza Covid19 permettendo, per festeggiare i primi 20 anni del gruppo, farò uscire una edizione limitata su CD del nostro primo demo del 2001, rimasto ad oggi inedito.

Mauro siamo giunti alla conclusione di questa chiaccherata, sei libero di aggiungere qualsiasi cosa ti venga in mente

Concludo limitandomi a ringraziare te per lo spazio dedicatoci e chi continua ancora a sbattersi e a supportare il giro punk… E noi!

(A) IN GRIND WE CRUST (E)

Numeri e Incompatibilità

Propongo molto volentieri uno scritto inedito di Scaglie di Rumore (per chi non dovesse conoscerlo vi lascio una breve bio in fondo all’articolo) in merito alla scena punk hardcore odierna e sulla questione fondamentale dell’incompatibilità tra il messaggio di critica radicale all’esistente che dovrebbe essere centrale nella scena e chi nel punk vede solamente un modo alternativo di svagarsi e divertirsi senza avere il minimo interesse nel messaggio, nelle lotte e nei discorsi che vi stanno alla base e che ancora oggi animano molti di noi. Ringrazio ancora una volta Scaglie di Rumore per aver scelto Disastro Sonoro come mezzo per diffondere questa sua riflessione, riflessione che sottoscrivo in toto. Uniti nel rumore, per l’anarchia!

 

Recentemente ho avuto il piacere di ristampare la discografia dei Nagasaki Nightmare e parlando con i ragazzi della band mi è tornata alla mente una brutta situazione che risale al lontano 2006, situazione che da una parte mi ha fatto riflettere ma dall’altra ha reso la mia passione per questa band ancora più forte. I Baresi Nagasaki Nightmare sono stati una delle band crust con influenze black più incredibili dello stivale e nella loro breve attività (2005-2008) hanno saputo regalare una demo e due split in vinile memorabili, infatti con il collettivo Scaglie di Rumore abbiamo riproposto tutta questa perfezione in cassetta e lo abbiamo fatto per due motivi: Il primo è che tutto il punk hardcore italico che ho reperito tra il 2006 e il 2010 è in cassetta (perché all’epoca avevo solo un Boombox Ghetto Blaster) e secondo perché è il formato che più mi ricorda maggiormente il DIY e l’attitudine NO SIAE, NO COPYRIGHT, NO BUSINESS tanto discussa nella scena punk.

La situazione fu la seguente: Per una serie di sfortunati eventi non ero mai riuscito a vederli dal vivo e insieme a un amico scoprimmo (grazie a My Space se non ricordo male) che suonavano a Altamura insieme ad altre due band e visto che quel giorno non avevamo soldi (come gli altri giorni comunque) ma avevamo un sacco di tempo libero decidemmo di farla “sporca” e di provare ad arrivare al concerto prendendo tutti i mezzi possibili, ovviamente gratis.
Partimmo la mattina in treno, dovemmo scendere due volte per evitare i controllori e arrivati a Bari prendemmo due corriere perché la prima era sbagliata. Fu divertente perché arrivammo a destinazione dopo quasi 11 ore di viaggio tra treni e bus per trovare una band della mia città (I Milizia HC) che suonava di spalla ai Nagasaki Nightmare quella sera.
Ebbi il piacere di parlare con la band, erano davvero disponibili e non vedevamo l’ora di raccontargli il nostro calvario per arrivare a vederli ma stava iniziando il primo gruppo e ci invitarono a scendere per sentirli e a questo punto che iniziarono i problemi: Quattro ragazzi con toppe e maglie ambigue (ricordo che uno dei quattro aveva la maglia dei Dente di Lupo e la cosa mi restò impressa perché il cantante di tale band mi spaccò un boccale in testa durante una rissa a Vicenza qualche anno prima dei fatti raccontati) entrarono nella sala, si guardarono attorno e poi uscirono. Io e il mio amico non capivamo cosa stava succedendo, pensammo fossero entrati per rodare la situazione prima di menare le mani (in quel periodo a Padova era cosa comune o comunque succedeva spesso che i nazi facessero incursioni di gruppo) e uscimmo in fretta per capire la situazione e ci trovammo davanti a qualcosa di grottesco: questi quattro topi di fogna parlavano e conversavano con una certa complicità con diverse delle persone presenti.
Subito i Milizia HC e i Nagasaki Nightmare iniziarono a discutere animatamente con alcune persone e senza pensarci più di pochi secondi avvisarono che se tali personaggi non fossero stati allontanati loro non avrebbero suonato, l’organizzatore (che era una delle persone che parlava con i nazi poco prima) e il proprietario del posto cercarono di convincere le band a suonare e qualcuno (ormai è passato davvero tanto tempo e non ricordo se fosse stato l’organizzatore, il proprietario o una terza persona) se ne uscì con l’affermazione che siamo tutti liberi di avere le nostre idee, l’importante è condividere le esperienze.
Onestamente io e il mio amico eravamo basiti, Padova era un inferno a confronto, ti bastava trovarti nel posto sbagliato e due o tre persone ti accerchiavano e spaccavano la faccia per il semplice fatto che eri diverso e una situazione del genere ai concerti di Padova non era mai successa (se un nazi si presentava all’ingresso gli si spaccava la faccia subito) invece in quella situazione non solo si voleva sorvolare sulla loro indole politica ma addirittura a buona parte delle persone presenti andava bene “condividere” il loro tempo con quella feccia e inveiva contro le band che si rifiutavano di suonare, Milizia HC e Nagasaki Nightmare incazzati caricarono la loro roba e ripartirono. Non sono mai riuscito a vedere i Nagasaki Nightmare dal vivo ma ancora oggi se ripenso a questa situazione non posso che concordare e rispettare pienamente la loro decisione, per questo ancora oggi restano una delle mie band preferite, perché l’attitudine veniva prima di tutto e non è una cosa che in tanti hanno fatto o farebbero nella scena punk.
Restammo davvero basiti davanti a questa situazione perché per noi che eravamo “cresciuti” a Padova le realtà nazi, RAC o simil anche se condividevano pensieri come l’animalismo o il veganesimo erano comunque INCOMPATIBILI e NON ACCETTATE nella scena punk hardcore, pensiero che ancora oggi è saldo dentro di noi e dentro la Padova Hardcore.
Finimmo la serata insieme a una coppia del posto (Visti quella sera e un’altra volta all’xm24 o Ex Mercato a Bologna due o tre anni dopo) che anche loro schifati dalla situazione lasciarono il locale come noi e concludemmo la serata a casa loro a bere qualche birra e ad ascoltare gruppi local come So Fucking Confused e Non Toccate Miranda (che per noi erano delle novità incredibili per quei tempi) e infine ci ospitarono per la notte.
Ho voluto trascrivere questa esperienza per un motivo molto semplice, è vero che sempre più spesso mi trovo a parlare di messaggio nella musica punk hardcore e che negli ultimi anni le band che portano avanti il pensiero punk hardcore sono sempre meno ma sempre più spesso si trova gente “X” agli eventi, persone che non sono legate alla scena ma che per qualche motivo si presentano ai concerti solo per fare qualcosa di diverso e per quanto una piccola parte di questi potrebbe restare affascinata dall’attitudine e dalla situazione (e magari in futuro portare avanti qualcosa) la maggior parte si presenta semplicemente perché annoiata, è davvero questo quello che si vuole? intrattenere delle persone annoiate? Per quanto sia consapevole del mio compromesso con la società ogni mattina quando mi alzo sono consapevole di essere una persona e non sono un numero e la rabbia che mi porto dentro nel svolgere il mio compromesso la cerco di trasmettere nelle mie canzoni e nei miei progetti perché sono sicuro che in questo paese ci sono tante altre persone che si sentono piene di rabbia come me e cercano un modo per buttarla fuori o per condividerla, non voglio condividere la mia rabbia e la mia passione con persone che hanno accettato passivamente di essere dei numeri perché (come dice un bellissimo brano dei Reset Clan) è fiato sprecato.
Quindi spero che chi parla tanto di punk hardcore si ricordi che spesso è meglio riuscire trasmettere un messaggio a una piccola scena piuttosto che coinvolgere tante persone perché si corre il rischio di condividere qualcosa con persone con le quali è meglio non condividere niente o che, nella peggiore delle ipotesi, siano INCOMPATIBILI con il Punk Hardcore.

Scaglie di Rumore è una Tape label italiana curata da L (Lo Scriba), ha rilasciato molto del materiale legato alle band del collettivo Veneto Noise Crew. E’ una label antifascista, totalmente DIY e legata alla Dottrina del Rumore, oltre alle band del collettivo si occupa anche di Hardcore Punk, Grindcore, Noisecore, Powerviolence e tutti i sottogeneri legati al rumore

 

L’Hardcore è Ancora una Minaccia per l’Esistente

Milano, quartiere Bovisa, una fredda notte di gennaio. Dopo tre giorni di resistenza allo sgombero, davanti alla Casa Brancaleone occupata e con due compagni sul tetto che non hanno nessuna intenzione di cedere nemmeno un metro a celere, digos e pompieri che li vorrebbero tirare giù, nella serata di giovedì 23 si è svolta una taz hardcore organizzata in fretta e furia pochissime ore prima. E non c’è posto migliore in cui suonare hardcore punk se non in una situazione di conflitto reale come quella di uno sgombero e di una tenace resistenza che prosegue da giorni (sta terminando il quarto al momento in cui sto scrivendo queste righe), riprendendoci le strade di una metropoli come quella di Milano sempre delle mani dei padroni della cosidetta “riqualificazione urbana” che altro non è se non l’ennessimo processo di gentrificazione in una città vetrina asservita agli interessi del capitale, una città in preda ad una psicosi securitaria e che sventola alto il drappo del decoro e della legalità contro tutto ciò che la pacificazione sociale impone di considerare “diverso” e “deviante”, ovvero immigrati, chi occupa le case, i punx che suonano nelle strade o nei posti abbandonati, i senzatetto, gli ultimi di ogni sorta e tutti gli sfruttati che cercano di attaccare questo sistema economico-politico che opprime e reprime.

Dalla mattina di martedì 21, data di inizio dello sgombero di Casa Brancaleone, però un presidio di solidali e complici ha occupato stabilmente il piazzale sottostante l’occupazione completamente invaso da agenti della digos, da camionette di polizia e carabinieri, dalla celere e dai pompieri, dimostrando come “solidarietà” e “complicità” non siano solo parole vuote ripetute senza pensarci, bensì si tramutano in azione concreta. E questo tramutarsi in azione della s0lidarietà rende possibile, a distanza di giorni, parlare di uno sgombero che non è avvenuto e che difficilmente verrà portato a termine con facilità visto che i compagni che resistono sul tetto del Branka sono più decisi che mai a non cedere e a riprendersi il cielo grigio che domina sopra la metropoli milanese.

Milano, quartiere Bovisa. A riscaldare la fredda notte di quasi fine gennaio e i corpi (e i cuori) dei presenti al presidio così come dei due compagni che resistono ancora adesso sul tetto del Branka ci hanno pensato alcuni dei migliori gruppi della scena diy e hardcore milanese degli ultimi anni, ovvero Kobra, Peep, The Seeker e Shoki. Una taz organizzata nel tardo pomeriggio, praticamente improvvisata, ha dimostrato dove deve tornare ad essere suonato l’hardcore punk e cosa deve tornare ad essere l’hardcore punk. Il concerto di ieri sera è stata una boccata d’aria fresca nonchè la riprova che l’hardcore è e deve ancora continuare ad essere una minaccia per questo esistente fatto di quotidiano sfruttamento, repressione e oppressione e che vogliamo vedere ridotto in macerie il prima possibile. Saremo sempre il degrado che avanza nel vostro quieto vivere fatto di sgomberi, polizia, carceri e controllo totale delle nostre esistenze. Risplenda il nostro fuoco sotto cieli di piombo.

Solidali e complici sempre con Casa Brancaleone e con chi resiste sul tetto così come al presidio.

Ci volete morti, ma siamo noi che vi condanniamo a morte al suono della nostra musica e al suono del nostro rumore, sempre in direzione ostinata e contraria! 

“Alle creste colorate preferiamo il passamontagna”

“Siamo noi i cadaveri / di questa città di merda / dove non riusciamo a vivere dove non facciamo mai niente / dove le cose che ci restano / sono rabbia e disperazione tutto il resto ce l’hanno incarcerato / tutto il resto ce l’hanno sequestrato”
– 5°Braccio – Rabbia e disperazione –

Questi anni bui che siam costretti ad attraversare, sono anni nei quali qualunque spirito di ribellione e conflitto viene soffocato attraverso il controllo, la repressione, le galere, il lavoro, e le guerre. Massa di cadaveri, che sperimentano la morte ogni giorno e ricercano un senso a quest’esistenza, diventiamo sempre più dipendenti dai gingilli e dagli schemi che il capitalismo ci ficca in gola. L’hardcore, oggi non è da meno. Ciò che ci circonda è il continuo scimmiottamento di stereotipi; creste colorate che nascondono teste vuote, concerti organizzati in posti ambigui, nelle ARCI o locali legati alla logica del guadagno, dove per accedere c’è bisogno di una tessera e soldi per pagare biglietti salati. Diventiamo moda, spettacolo, merce consumabile e defecabile da parte del Capitale; soggetti da cartolina piene di A cerchiate, che urlano il proprio presunto odio verso la società il quale rimane solo uno slogan e non porta mai all’azione. La politica è stata messa da parte, ad ammuffire sotto la scalata sociale nella “scena”. Prendere posizione oggi vuol dire farsi terra bruciata attorno a sé, vale più una toppa sul proprio giubbino che un’idea che esplode in faccia alla realtà. Punk e Diy sono pratica quotidiana, ma oggi si preferisce far passare una ribellione annacquata che dura il tempo di una serata, sotto note distorte e tupatupa furenti, per tornare il giorno dopo alle nostre esistenze innocue. Il nostro essere anarchici e punx non costituisce un’identità, bensì un’attitudine che vuole negare e fare a pezzi questa società e le idee su cui è stata costruita. Se il DIY chiama ad un’inversione di rotta verso il consumo sfrenato, se l’hardcore è baluardo di un’alterità sovversiva, è necessario chiederci dove stiamo andando e con chi stiamo camminando. Nostra intenzione è spargere l’eco della nostra rabbia verso il nulla sociale e politico in cui versa questa schifosa città, contro la rassegnazione e l’indifferenza che apriva fin dentro i nostri spazi, i nostri concerti e le nostre teste. Non è la droga, l’alcol o la popolarità ad offrirci una risposta o a renderci qualcun*; è la nostra essenza e il nostro agire che ci determina.
L’hardcore per noi è azione diretta. La nostra vuole essere una chiamata a pensare e ad agire, ad avere il coraggio di schierarsi, per ritornare ad essere individui autentici, che esprimano la propria diversità e che insieme ritornino a divertirsi nella negazione e distruzione dell’esistente.

Alle creste colorate preferiamo il passamontagna

Gli strumenti in una mano, nell’altra il fucile

 

Questo testo è stato scritto dai compagni degli Schifonoia, una presa di posizione netta e chiara nei confronti della deriva che sta prendendo (o che ha già intrapreso da anni) la scena hardcore e punk, per ribadire ancora una volta che non si tratta solo di musica o di rumore, ma di schierarsi e di agire sempre in direzione ostinata e contraria attraverso pratiche quali l’autogestione e l’azione diretta, spinti dalla rabbia verso l’esistente che ci opprime ogni giorno e da tensioni sovversive verso quest’ultimo. Ed il punk o l’hardcore di tutto questo dovrebbero essere il mezzo e mai divenire un fine innocuo. Lasciarsi condannare a morte nell’apparente quieto vivere o insorgere e tentare di sovvertirlo? Lasciarsi uccidere al suono della nostra stessa musica o renderla arma con cui sferrare colpi mortali a questo mondo che vogliamo vedere ridotto in macerie?  A voi la scelta, senza scordare che oggi più che mai prendere posizione significa farsi terra bruciata attorno. Come scriveva qualcuno comunque, per riprendere la conclusione perfetta del testo scritto dagli Schifonoia: “VIVA LA BRIGATA BARDATA”.