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Corvetto, Milano, un sabato di luglio

Corvetto, Milano. Una sabato di luglio…E noi, sopravvissuti a cosa?

Rivisitando il testo di Come il soffitto di una chiesa bombardata, pezzo dei Contrasto contenuto nello split del 2014 insieme ai Kalashnikov, vi parlerò di quello che è successo Sabato 11 luglio, da qualche parte nelle wastelands di Corvetto. Dopo mesi di quarantena e isolamento forzato, si è infatti tornati a riappropriarsi di un posto lasciato abbandonato dai soliti interessi di speculazione edilizia che dominano la metropoli milanese, liberandolo e vivendolo attivamente attraverso anche un concerto punk hardcore di cui tutti e tutte sentivamo sinceramente la mancanza.

Al di là del concerto, la giornata/serata è stata caratterizzata fin dal pomeriggio dalla presenza di banchetti con autoproduzioni di ogni sorta e per tutti i gusti, dai dischi alle fanzine, il tutto come a voler dimostrare quanto sia ancora vivo in tante individualità la pratica e l’etica del do it yourself. Ed è proprio nella cornice di questa prima taz post quarantena che viene “presentata” a tutt*, punx e non, una nuova fanzine che si aggira e minaccia di aggirarsi per molto tempo nei bassifondi polverosi della metropoli milanese. Si dice che il suo nome sia Benzine e che le entità misteriose che si celino dietro ad essa vedano l’hardcore e il punk unicamente come minacce per consegnare alle fiamme l’esistente capitalista. Tra articoli sulla scena punk hardcore di Minneapolis, foto direttamente dallo Stati Shock scattate a Londra nel febbraio scorso e consigli su come stare in piazza, Benzine irrompe nella scena con l’intento di essere reale minaccia per il quieto vivere a cui ci vogliono condannati a morte. Di seguito riporto l’interessante editoriale che introduce il numero zero di questo nuovo strumento cartaceo incendiario:

Questa fanza nasce dal bisogno di raccontare chi siamo, ciò che viviamo. Con spontaneità e in maniera plurale, perchè crediamo che le storie, raccontate da chi è appassionato, siano sempre le più belle. L’abbiamo fatto perchè eravamo annoiati (quindi grazie quarantena se sta roba è su un tavolo), perchè eravamo arrabbiati e perchè a guardar bene forse avevamo solo voglia di creare qualcosa insieme. Il numero zero esce sotto questa forma, ma l’idea è di ripensare ogni numero in maniera sempre diversa a partire da formato, tematiche, poster e collaborazioni, nell’ottica di non essere mai monolitici ma metterci sempre in discussione. Molte persone hanno collaborato alla rocambolesca realizzazione di questo numero e speriamo di incontrarne altre che si affianchino a noi nelle prossime uscite (accolli ce ne sono sempre tanti ma alla fine siamo quasi simpatici).
Se la cosa ti piglia bene, mandaci le tue proposte per articoli, grafiche, fotografie o contributi artistici su: [email protected]

Non sprecherò troppe parole sul concerto, che è stata una vera e propria bomba di cui si sentiva oggettivamente la mancanza. Merito sicuramente dei gruppi che hanno suonato, probabilmente il meglio della scena hardcore milanese odierna con Peep, Shoki e Cospirazione (bello rivederti dietro un microfono invece che dietro le sbarre caro Paska) tra gli altri.  Si sentiva la mancanza di pogare tuttx assieme tra litri di sudore, rivedere amicx dopo tanto tempo, di urlare in un microfono, di abbracciarsi, cadere e rialzarsi insieme tra individualità affini e complici. Mancavano momenti come quelli di sabato perchè ci fanno comprendere ancora una volta come il punk e l’hardcore in tutte le loro forme siano molto di più che semplice musica. Non mi resta che ringraziare con tanto affetto i/le punx e i/le compagnx che hanno reso possibile tutto questo. Oggi non mi sento più come il soffitto di una chiesa bombardata… l’hardcore è ancora una minaccia!

Per concludere vi lascio con il comunicato scritto dai/dalle compagnx di Corvetto che hanno organizzato questa taz:

In un mondo scandito dai tempi di produzione e consumo, in cui ingegneri e scienziati giocano con gli equilibri e i ritmi della vita e imprenditori senza scrupoli ne traggono profitto, qualcosa è sfuggito al controllo. Lontano da qui, dove le foreste sono abbattute e gli animali selvatici entrano in contatto con gli allevamenti intensivi, si è sviluppato un nuovo virus che ha messo l’intero sistema in crisi.
Le metropoli, i cuori pulsanti del capitalismo, sono i luoghi dove la scossa è stata più forte e le contraddizioni sono diventate più eclatanti.

Nelle metropoli siamo schiavi dei supermercati: se i flussi delle merci si bloccano, si muore di fame.
Nelle metropoli siamo isolati e atomizzati: il vicino è una spia e le relazioni sono virtuali.
Nelle metropoli siamo anonimi e ammassati: i percorsi sono predeterminati e non c’è spazio per le scelte individuali.
Nelle metropoli siamo ciò che possiamo comprare: il centro è per i ricchi e chi è povero o non si adegua viene inevitabilmente spinto verso i margini.
Nelle metropoli siamo spiati e controllati: telecamere e controlli di polizia sono ordinari.

La quarantena a Milano è stata asfissiante: ogni spazio che non fosse votato alla produzione è stato vietato. Mentre i lavoratori si ammassavano nei magazzini e nelle fabbriche, vietati erano il parco e la piazza, vietati gli incontri e gli affetti e vietata ogni possibile fuga da questa giungla di cemento. Per due mesi ci hanno tolto tutto ciò che rendeva sopportabile la vita in questa città. I divieti sono possibili finché le persone sono disposte a ubbidire, a cosa siamo disposti a rinunciare e quali rischi siamo disposti a correre?

Per una socialità libera dalle logiche di profitto, in questi tempi bui in cui troppo facilmente ci si abitua a chinare la testa, apriamo un piccolo spazio di libertà e autogestione. Una boccata d’aria fresca, contro paura, controllo e repressione.

Corvetto Odia

“Il Veneto Odia… Noise a Mano Armata” – Intervista con Scaglie di Rumore

Qualche settimana fa ho girato una serie di domande al buon Luca di Scaglie di Rumore, progetto che seguo da tempo e che ha influenzato profondamente la nascita stessa di Disastro Sonoro tant’è che nel corso degli anni ho voluto “omaggiarlo” con il nome della rubrica più costante presente sulle pagine virtuali di questo blog, ovvero Schegge Impazzite di Rumore. Tanti argomenti son stati toccati nel corso di questa “intervista”, dalla passione per il rumore al Veneto Noise Crew, dalla pratica del tape-trading alle questioni più prettamente politiche, e dunque ringrazio ancora una volta Luca, non solo perchè ha speso del tempo a rispondere alle mie domande, ma sopratutto per il fatto di condividere una comune visione del punk-hardcore e della musica underground e diy in tutte le sue forme, mettendo dinanzi a tutto il supporto e la solidarietà reciproca. Il Veneto odia, Scaglie di Rumore può sparare… Noise a mano armata!

 

Ciao carissimo! Per chi non dovesse conoscerti, ti andrebbe di fare un breve riepilogo sulla storia del tuo progetto “Scaglie di Rumore”? Ma sopratutto, visto che me lo chiedo da una vita, come ti è venuta l’idea per un nome tanto immediato quanto incisivo?

Ciao Caro, per prima cosa grazie per avermi dato spazio nel tuo blog, è davvero ben curato e di qualità, cosa non da poco negli ultimi tempi. Scaglie di Rumore nasce nel 2012 come programma radiofonico per una web radio locale che dopo due stagioni cessa l’attività a metà 2013. Nel 2014 abbiamo deciso di ripartire e abbiamo rilasciato le prime puntate e le prime compilation in formato tape in tirature limitate per finanziare le uscite future e a oggi abbiamo quasi 180 uscite.
Il nome in realtà è uscito con naturalezza, io e mio fratello Fabio (compagno di avventura e di etichetta) stavamo cercando un nome per il programma, in fin dei conti erano brani veloci e rumorosi e quindi arrivammo alla conclusione, Scaglie di Rumore.

Da quanto so, non sei impegnato solamente nella pubblicazione di tape o in coproduzioni. Quali altri progetti ti vedono partecipe e/o protagonista?

Attualmente sono impegnato in diversi progetti, da ormai otto anni milito nei Charged Attack, band Punk Hardcore locale, poi abbiamo tutte le realtà legate al Collettivo Veneto Noise Crew ovvero nel trio noisecore Eddie X Murphy dal 2016, nei techno grinder Fogna Maxima e nel progetto Noisegore Diego Abbath Antuono dal 2017, nei progetti Harsh Noise Primitive Tape e Dark Alley dal 2018 e nel progetto old school Noisecore Archth Cacofoniath dal 2019. Attualmente sono a lavoro su un nuovo progetto che si chiama Digital Strain Of Dementia ma per questo progetto bisognerà pazientare ancora un po’.

Come sei arrivato a scegliere di dedicarti quasi esclusivamente alle sonorità più estreme e a territori propriamente noise?

Sono sempre stato affascinato dalla scena noisecore anni 90, anche perché molto vicina alle scena punk hardcore. Purtroppo negli ultimi anni il punk hardcore italiano (e comunque il punk hardcore in generale) ha perso quel desiderio di offendere, dare fastidio, tutta la parte provocatoria e le tematiche politiche che a mio parere hanno dato vita al genere ma è stato ereditato dalla scena noisecore per questo mi sono spostato verse quelle sonorità, cerco rumori che portino con loro un messaggio, se devo ascoltare musica senza messaggio tanto vale accendere la radio.

Quali sono stati gli ascolti che, nel corso degli anni, ti hanno portato ad apprezzare il noise in tutte le sue forme? Qual è stato invece il tuo primo incontro con il punk?

Gli artisti noise che sicuramente mi hanno più ispirato e che mi hanno portato ad apprezzare il genere sono stati Merzbow, C.C.C.C., The Gerogerigegege, Seven Minutes of Nausea, Deche Charge, Cum Sock e Shitnoise Bastards ma sicuramente le band che mi ci hanno avvicinato sono stati i Coward e i Sore Throat. Invece in ambito punk fin da subito con gli amici ci si passava Minor Threat, Bad Brains e Black Flag ma direi che il primo approccio sia stato quando un amico mi passò una tape con dentro i Drunkards con Sentenza Di Morte su un lato e lo Split Rabbia Trafigge Immobile Resa di Contrasto e Nagasaki Nightmare sull’altro, quello a mio parere è stato il mio primo incontro con il punk.

Altra domanda che spesso mi son posto: perchè la scelta del formato tape? Che legame hai tu personalmente con questo formato?

Tutte le band estreme quando ero più giovane mi sono arrivate con questo formato, all’epoca era impossibile scaricare da internet e i Cd diventarono “acquistabili” più tardi (costavano una follia all’epoca), le tape costavano quasi niente perché erano alla fine della loro carriera e ci si passava i gruppi con quelle. Sepultura, Carcass, GBH, Slayer, Mayhem, tutti questi gruppi mi sono arrivati in quel formato quindi ho sempre associato la tape all’estremismo, poi quando ho scoperto il Tape trading e il suo significato anti-business sono rimasto subito affascinato da questo movimento e ho deciso di abbracciarlo, anche se con diversi anni di ritardo.

Recentemente ho avuto l’estremo piacere di pubblicare sulle pagine virtuali di Disastro Sonoro uno scritto inedito intitolato “Numeri e Incompatibilità”, firmato proprio da te. Quali son state le motivazioni che ti hanno portato alla decisione di pubbicarlo proprio su Disastro Sonoro?

Quando mi sono avvicinato la prima volta a Disastro Sonoro ho rivisto quello spirito “punk” che tanto cercavo e che avevo cercato di portare con il mio vecchio blog Scaglie di Rumore oramai defunto che non è mai riuscito a trasmettere a pieno. Gli articoli sono ben scritti, hanno una struttura molto interessante perché oltre all’informazione c’è anche il pensiero dello “scrittore” che è molto vicino al mio e che mi ricorda quel provocazione/politica che cerco costantemente. Oramai il blog di Scaglie di Rumore era fermo da diversi anni ma non ho mai smesso di scrivere, ho una raccolta molto ampia di recensioni, articoli, pensieri e vista la sintonia quasi simbiotica con Disastro Sonoro ho pensato che fosse il posto giusto per quell’articolo, visto che si collegava molto bene al precedente articolo “L’hardcore è ancora una minaccia per l’esistente”.

Continuando a parlare del tuo articolo, hai voglia di aggiungere altro alle righe che hai scritto? Quanto è importante per te il messaggio veicolato dalla musica punk o noise che sia?

In merito all’articolo non ho altro da aggiungere, tanti non hanno capito il concetto che volevo esprimere, con alcuni ci siamo chiariti di persona, con altri non mi interessa nemmeno. Tanti pensavano che avessi da ridire sulla scena locale ma in realtà ho sempre amato la scena Veneta perché negli anni non era importante il genere che si faceva, ci si supportava sempre. Con il tempo questo è scemato, ci si è standardizzati al resto del mondo, punk con i punk, Crust con i Crust e via dicendo ed è questo che mi dispiace.
Per quanto mi riguarda scrissi diversi articoli in merito a tale argomento, per me l’underground senza messaggio non ha senso perché si abbassa agli standard del mainstream, che senso ha portare avanti un progetto underground se non hai niente da trasmettere? Sei solo un numero che ha trovato un modo diverso di perdere tempo.

Scaglie di Rumore nella mia testa fa rima da sempre con DIY. Cosa significa per te la pratica e l’etica del do it yourself e che importanza riveste l’autoproduzione nella tua vita in generale?

Da quando ho iniziato con questa label c’è sempre stato un punto fermo: Le copie che abbiamo distribuito sono state fatte a mano una per una. Abbiamo partecipato a diverse coproduzioni ma nella maggior parte dei casi ho sempre cercato di fare da me la produzione delle cassette perché farla da me da un senso alle mie uscite, mi ricorda cosa vuol dire “Do It Yourself”. Mi sono sempre promesso che nel momento che non riuscirò più a duplicarmi le tape da solo chiuderò la label perché è l’unico sistema che conosco, purtroppo negli ultimi periodi anche in questo campo sono uscite sempre più release fisiche “fighette”, super dettagliate e studiate ma io sono per le uscite low budget, fanculo siae e copy right, non è importante se stampi un vinile a edizione limitata o un Verbatim con il titolo scritto a mano l’importante è quanta passione e attitudine si trova al loro interno e la gente questo se lo dimentica spesso.

Che ruolo ricopre invece la dimensione politica all’interno di tutti i progetti che ti vedono impegnato?

La dimensione politica per i Charged Attack come per il Collettivo Veneto Noise Crew sono le basi. Siamo tutti Punx, chi più giovane e chi più vecchietto, ma l’attitudine è sempre la stessa: contenuti provocatori e una forte connotazione politica, portare avanti gli ideali sull’autonomia e la libertà degli individui e l’opposizione al sistema che abbiamo maturato in tanti anni di occupazioni, manifestazioni, eventi, concerti ma sopratutto confrontandoci e parlando con le persone.

Hai qualche aneddoto legato alla scena hardcore punk e diy italiana che, nel corso degli anni, ti ha colpito particolarmente, che ricordi con nostalgia o gioia o che ti ha segnato profondamente e che ti va di raccontare?

In realtà ci sarebbero tanti piccoli aneddoti ma non basterebbe un libro per raccontarli tutti. Principalmente ricordo con grande gioia i tempi che si viaggiava su e giù per l’Italia in treno con gli amici per andare ai concerti, viaggiavamo davvero con niente in tasca ma c’era una voglia di scoprire nuovi gruppi e nuovi generi incredibile, per non parlare dei dibattiti, dei pensieri, delle persone incontrate e della voglia di scambiarsi pensieri, idee, opinioni e a volte sogni…oggi tutto questo è stato ucciso dai social, è più facile scrivere su una piattaforma che parlare davanti a tutti e dare la propria opinione, permettendo anche agli stupidi di esprimere il proprio parere.

Scaglie di Rumore è legato intimamente al Veneto Noise Crew, cosa puoi dirci di quest’altro progetto totalmente devoto al rumore?

Veneto Noise Crew è un collettivo occulto e antifascista portato avanti con passione da un gruppo di punx. Questo collettivo oltre a supportare le realtà noise locali porta avanti anche una serie di pubblicazioni e zine dedicati a retaggi fatti di culti innominabili e segreti, è un collettivo che racchiude il termine noise in diverse forme d’arte ovvero Scrittura, Pittura e Musica e che vuole usare il noise come strumento per offendere e diffondere un messaggio.

Stiamo giungendo alla fine di questa intensa chiacchierata, vuoi consigliarmi e consigliare ai malcapitati lettori di Disastro Sonoro qualche progetto noise (e non) che ritieni più valido in circolazione attualmente?

Sicuramente i progetti che seguo con più interesse (oltre a quelli del collettivo ovviamente) sono i Car Made of Glass da Fortuna, California, le Shame Hole da Pittsburgh, Pennsylvania e gli Holy Grinder da Toronto, Ontario. Queste sono tre band “recenti” sennò consiglio le mie tre band preferite ovvero Deche Charge, Cum Sock e Shitnoise Bastards… anzi ora i Shitnoise Bastards sono fermi ma alcuni componenti hanno avviato un progetto che si chiama Death To All Politican che consiglio caldamente, non solo per il nome.

Progetti futuri come Scaglie di Rumore?

Sono immerso nel progetto veneto Noise Crew, tutti i progetti coinvolti sono validissimi e molto attivi, senza contare tutte le zine e i scritti, è un gran lavoro ma mi regala molte emozioni, a breve uscirà una compilation con tutte le band del collettivo in edizione limitata in 10 copie con un box e una fanzine in a5 davvero molto curato, insomma chi seguirà il nostro blog (venetonoisecrew.wordpress.com) si farà un’idea della nostra follia artistica.

Carissimo Luca siamo giunti alla fine di questa intervista/chiacchierata/qualsiasi altra cosa ed io non posso far altro che ringraziarti nuovamente per aver risposto alle mie domande. Per concludere aggiungi davvero quello che ti pare e piace e sentiti libero di dire qualsiasi cosa!

Chiudo ringraziandoti per il tempo e lo spazio che mi hai nuovamente dedicato e con la speranza che ci siano sempre più realtà come il tuo blog, che l’arte, il rumore e l’attitudine possano tornare a favorire cambiamenti sociali o quantomeno accendere una scintilla dentro a chi ha qualcosa da dire.

Punk is Support not Competition – Distro e Coproduzioni

Ormai chiunque segue e supporta il progetto disastro sonoro, che non senza difficoltà prosegue sempre in direzione ostinata e contraria nel suo intento di tenere in vita un certo modo di intendere l’underground e la musica punk hardcore ed estrema in tutte le sue forme, è a conoscenza del fatto che oltre al formato webzine/blog, si è intrapresa anche la strada delle coproduzioni. Questa scelta è stata presa sulla base della convinzione che pratiche come il do it yourself e la cooperazione siano le uniche politicamente valide per contrastare ogni velleità competitiva e ogni volontà di rendere il punk e l’hardcore mere merci “alternative” con cui fare profitti, nonché un modo ben preciso per supportare sia chi si sbatte per mantenere viva una scena, sia gruppi e individualità con cui condivido determinate visioni (e in alcuni casi anche percorsi di lotta) nei confronti dell’esistente.

La prima coproduzione che vede la collaborazione di disastro sonoro è arrivata praticamente un anno fa Ed è stata “Qui e Ora”, ultimo Ep dei romani Nofu, uno dei gruppi hardcore con cui sono cresciuto e che non avrei mai pensato un giorno di aiutare a registrare, stampare e pubblicare un disco. Dopo i Nofu ne sono arrivate altre di coproduzioni, dai Minoranza di Uno ai Motron, tutti gruppi che han sempre fatto parte dei miei ascolti, ma soprattutto individui con cui condivido anzitutto una affinità politica e una visione del punk-hardcore come qualcosa che vada al di là della semplice musica. Disastro Sonoro, tanto nella sua forma webzine quanto in quella di distro, è dunque animato ancora dalla stessa convinzione che il punk e l’hardcore non siano solo musica, bensì strumenti e mezzi per diffondere una reale minaccia a questo esistente che soffoca, opprime, sfrutta e reprime, sempre in profonda solidarietà e complicità diretta e concreta con chi lotta affinchè rimangano solo macerie del capitalismo, dello stato e di ogni galera!

COPRODUZIONI DISASTRO SONORO

NOFU – Qui e Ora (DS01)

Minoranza di Uno – La Storia si Ripete (DS02)

Motron – Who’ll Stop the Rain (DS03)

Egestas – Oltre le Rovine (DS04)

 

12″
Negot – Cicatrici (2016)
Cavernicular – Man’s Place in Nature (2017)
Ona Snop – Geezer (2018)
Hellbastard/Herida Profunda – Split (2015)
Double Me – Destroyed in a Second (2018)
Jack – Neurozis (2016)
Lamantide – Carnis Tempora: Abyssus (2015)
Motron – Eternal Headache (2015)                                                                                                  Miseria – Niente da Perdere

7″
Un Quarto Morto – Annusarsi, Scegliersi, Lamentarsi (2008)
L.UL.U/God’s America – Split (2019)
Failure – S/t (2017)
Satanic Youth/Crippled Fox – Split (2018)
Crippled Fox – 10 Years of Thrashing (2019)
Labile/Minoranza di Uno – Mentre Intorno Tutto Brucia (2017)
Minoranza di Uno/L’Ordegno – Split (2015)
Endless Swarm/Gets Worse – Split (2016)
Endless Swarm/Forged – Split (2017)
Chest Pain – S/t (2011)
The Seeker/ArnoXDuebel – Split (2018)
ANF/ill! – Split (2019)
Eat You Alive/Common Enemy – Split (2013)
Eat You Alive/Carlos Dunga – Split (2013)
Agathocles/Degenerhate – Wash Your Blues Away/The Nothing I’ve Become (2016)                Agathocles – Unlock The Doors                                                                                        Jack/Bombatolcser – Split (2014)

CD

Schifonoia/Papal Discount House – Il Declino della Società del Pianto (2019)
ECO – Orizzonte Divorami (2015)
My Own Voice – Sailing On (2015)                                                                                                Alldways – L’Odore dell’Asfalto le Sere d’Estate (2019)

 

 

“L’Odio Cresce Ancora” – Intervista a Mauro dei Disforia

Di seguito potrete leggere un’interessante chiacchierata/intervista che ho fatto con Mauro dei Disforia, nome storico della scena crust punk/grind italiana degli anni duemila. Si parlerà del passato, del presente e del futuro della band, si affronteranno questioni riguardanti pratiche di lotta politica quali l’autogestione o l’autoproduzione e si passerà attraverso il ricordo di cosa significasse far attivamente parte della nascente scena crust della penisola, cercando di non incappare nella trappola delle facili romanticizzazioni dettate dalla nostalgia e dal tempo. Lascio la parola a Mauro (che ringrazio nuovamente) e alle sue esaurienti risposte che son certo potranno riscontrare l’interesse di molti, sia di chi ha vissuto l’intensità di quella precisa scena e di quello specifico momento storico insieme a lui, sia chi, come me, condivide il suo stesso modo di intendere la musica punk hardcore ancora oggi nel 2020, sforzandosi di renderla una reale minaccia per questo esistente. In Grind we Crust!

Ciao Mauro, iniziamo l’intervista nel modo più classico possibile: come nascono i Disforia e qual è stato il motivo che vi ha spinto a mettere su tale progetto?

Ciao Stefano, i Disforia nascono nel 2000. Si era da poco sciolto il gruppo punk hard-core in cui suonavo dal 1995 e avevo voglia di suonare roba che sentivo più mia e che mi convincesse pienamente, senza dover fare, musicalmente parlando, troppi compromessi stilistici ed attitudinali come spesso accadeva con la vecchia band. In quel periodo ero molto intransigente (decisamente più di adesso) e non consideravo neanche “punk” ciò che non fosse musicalmente estremo, politicizzato e dissonante. Sottolineo che erano ancora i tempi del boom della Epitaph e della piaga del pop punk e dell’hardcore melodico… Capisci che per me che ero stato folgorato dai Discharge nel 1991, tutta quella merda americana colorata e wannabe, rappresentava (e rappresenta tuttora) l’antitesi al punk! Aveva quasi più senso il grunge… In tale ottica, reclutato il batterista, un ragazzetto del giro thrash metal (scelta non casuale dato che avevo bisogno di qualcuno che andasse oltre il tupa-tupa suonato a cazzo), buttammo giù 4/5 pezzi e successivamente ci preoccupammo di trovare un bassista ed un cantante. Per la voce si propose subito Davide, che suonava il basso nel mio precedente gruppo, ed essendo un malato di death metal svedese e grind-crust, fu perfetto per il ruolo. Completata la line-up, la linea da seguire fu chiara fin dall’inizio: fare crust con testi in italiano!

Io purtroppo sono arrivato tardi essendo nato nel ’95, puoi raccontarci com’era la scena crust/grind italiana di inizio anni duemila?

Praticamente sei nato assieme alla scena crust in Italia (ride). Erano i tempi d’oro del crust italiano… Per rendere l’idea, parliamo di tutto il contrario di quello che è adesso il punk nostrano! C’era una rete di contatti epistolari a livello internazionale ed ognuno si sbatteva per organizzare e fare qualcosa di concreto: tutti cercavano di organizzare serate, si coproduceva, si facevano fanzines, compilations e ognuno aveva una propria distro. C’era di certo una maggiore consapevolezza e la musica andava di pari passo con l’attivismo politico… Ma soprattutto c’era gente! Ormai la scena punk in Italia, salvo qualche eccezione, pare essersi ridotta a quattro gatti che postano selfie sui social network e ai gruppi che stampano più magliette che dischi per alzare due soldi. Anche ai banchetti nei concerti i ragazzi guardano solo le toppe e le magliette, i dischi non se li fila nessuno.Non dico che fosse un paradiso perché, per alcuni aspetti, anche la scena crust-punk per molti è stata solo una sorta di moda del momento.

Cosa vi ha spinto a scegliere di esprimere la vostra rabbia e le vostre tensioni proprio attraverso generi come il crust ed il grindcore?

Personalmente ascoltavo thrash metal nel 1988 e ho mosso i primi passi in ambito più estremo con la Earache Records ascoltando Napalm Death, Carcass & co. poi scoprii il punk nel 1991 e capii quale fosse la mia strada. Suonare crust nel 2000 è stata la sintesi del mio background musicale ed il modo migliore per esternare le mie idee.

Quali sono stati inizialmente i gruppi che ti hanno influenzato a livello personale? E quali quelli che hanno influenzato il progetto Disforia?

Come dicevo ho avuto diverse influenze musicali che vanno dal punk italiano anni ’80 a quello inglese e svedese, fino al thrash/death metal, passando per la darkwave. All’epoca, ma anche adesso, impazzivo per Discharge, Doom, Extreme Noise Terror, Wretched… Decisi di mettere su i Disforia dopo aver letteralmente consumato “A world of no beauty” dei Disgust.

Cosa volevate e volete trasmettere a livello di tematiche con la vostra musica?

Sicuramente il disgusto per lo schifo che ci circonda e per una larga parte del genere umano, il disagio quotidiano per non voler essere parte di una società che ci reprime, ci condiziona e ci annichilisce con il passare degli anni.

Cosa significa per te Mauro e per voi Disforia suonare punk? Che importanza hanno pratiche come l’autogestione e l’autoproduzione e come vi ci siete rapportati negli anni all’intento della scena punk?

Suonare punk è semplicemente il modo di esprimere ciò che siamo. Abbiamo sempre frequentato attivamente situazioni occupate ed autogestite, alcuni di noi, sono stati o sono tuttora occupanti in alcuni C.S.O.A. qui a Roma…I Disforia sono il “classico gruppo da centro sociale” (cit.), in 20 anni di attività, abbiamo suonato esclusivamente in centri sociali. Le volte che abbiamo suonato nei locali si contano sulle dita di una mano.

Ribadisco spesso sulle pagine di Disastro Sonoro che per me il punk non è solamente musica, ma un mezzo per diffondere un messaggio di lotta a questo esistente ben preciso e per costruire percorsi con cui attaccare un sistema economico che ci sacrifica ogni giorno sull’altare del profitto di pochi. Quanta importanza ha avuto e continua ad avere questa dimensione di lotta per te e per gli altri membri dei Disforia?

Sono aspetti ancora molto importanti che incidono inevitabilmente sul rapportarsi alla vita: attraverso di essi si cerca di portare avanti un discorso di coerenza, anche se con qualche inevitabile compromesso. Quando diventi grande e non puoi più permetterti di fare lo stronzo in giro come hai fatto per decenni, ti ritrovi a dover affrontare la vita in modo diverso. Tutto ciò crea una maggiore frustrazione e, ti garantisco, che anche l’ottica e le prospettive cambiano.

Spesso si sente ripetere che i gruppi Grind e crust abbiano tematiche trite e ritrite. Pensi che siano ancora di attualità i testi che avete scritto come Disforia su dischi come “L’Oblio copre ogni cosa“?

Credo proprio di si… E penso lo saranno ancora per un bel po’ purtroppo. Anzi, vedo che la situazione va anche peggiorando!

Quanto sono diversi i Disforia dei primi dischi da quelli del vostro ultimo lavoro “Solve et Coagula” del 2017?

La matrice è sempre la stessa dato che sono io a fare musica e testi, ma dalle prime registrazioni in cui avevamo un suono più trashettone c’è stato un progressivo spostamento verso sonorità decisamente più estreme. Ognuno degli amici che si sono alternati all’interno dei Disforia nel corso degli anni, ha espresso se stesso mettendo una parte del proprio essere nel groove e quello che trasuda dalle registrazioni ne è il risultato. L’odio cresce ancora…

Possiamo affermare che il progetto Disforia sia tutt’ora attivo? Progetti futuri?

E’ attivo, ma con i suoi tempi, come sempre, e lo porterò avanti finche campo! Abbiamo registrato nel 2019 sette nuove tracce che sono in attesa di essere mixate per essere pubblicate su un nuovo vinile. In più, emergenza Covid19 permettendo, per festeggiare i primi 20 anni del gruppo, farò uscire una edizione limitata su CD del nostro primo demo del 2001, rimasto ad oggi inedito.

Mauro siamo giunti alla conclusione di questa chiaccherata, sei libero di aggiungere qualsiasi cosa ti venga in mente

Concludo limitandomi a ringraziare te per lo spazio dedicatoci e chi continua ancora a sbattersi e a supportare il giro punk… E noi!

(A) IN GRIND WE CRUST (E)

Numeri e Incompatibilità

Propongo molto volentieri uno scritto inedito di Scaglie di Rumore (per chi non dovesse conoscerlo vi lascio una breve bio in fondo all’articolo) in merito alla scena punk hardcore odierna e sulla questione fondamentale dell’incompatibilità tra il messaggio di critica radicale all’esistente che dovrebbe essere centrale nella scena e chi nel punk vede solamente un modo alternativo di svagarsi e divertirsi senza avere il minimo interesse nel messaggio, nelle lotte e nei discorsi che vi stanno alla base e che ancora oggi animano molti di noi. Ringrazio ancora una volta Scaglie di Rumore per aver scelto Disastro Sonoro come mezzo per diffondere questa sua riflessione, riflessione che sottoscrivo in toto. Uniti nel rumore, per l’anarchia!

 

Recentemente ho avuto il piacere di ristampare la discografia dei Nagasaki Nightmare e parlando con i ragazzi della band mi è tornata alla mente una brutta situazione che risale al lontano 2006, situazione che da una parte mi ha fatto riflettere ma dall’altra ha reso la mia passione per questa band ancora più forte. I Baresi Nagasaki Nightmare sono stati una delle band crust con influenze black più incredibili dello stivale e nella loro breve attività (2005-2008) hanno saputo regalare una demo e due split in vinile memorabili, infatti con il collettivo Scaglie di Rumore abbiamo riproposto tutta questa perfezione in cassetta e lo abbiamo fatto per due motivi: Il primo è che tutto il punk hardcore italico che ho reperito tra il 2006 e il 2010 è in cassetta (perché all’epoca avevo solo un Boombox Ghetto Blaster) e secondo perché è il formato che più mi ricorda maggiormente il DIY e l’attitudine NO SIAE, NO COPYRIGHT, NO BUSINESS tanto discussa nella scena punk.

La situazione fu la seguente: Per una serie di sfortunati eventi non ero mai riuscito a vederli dal vivo e insieme a un amico scoprimmo (grazie a My Space se non ricordo male) che suonavano a Altamura insieme ad altre due band e visto che quel giorno non avevamo soldi (come gli altri giorni comunque) ma avevamo un sacco di tempo libero decidemmo di farla “sporca” e di provare ad arrivare al concerto prendendo tutti i mezzi possibili, ovviamente gratis.
Partimmo la mattina in treno, dovemmo scendere due volte per evitare i controllori e arrivati a Bari prendemmo due corriere perché la prima era sbagliata. Fu divertente perché arrivammo a destinazione dopo quasi 11 ore di viaggio tra treni e bus per trovare una band della mia città (I Milizia HC) che suonava di spalla ai Nagasaki Nightmare quella sera.
Ebbi il piacere di parlare con la band, erano davvero disponibili e non vedevamo l’ora di raccontargli il nostro calvario per arrivare a vederli ma stava iniziando il primo gruppo e ci invitarono a scendere per sentirli e a questo punto che iniziarono i problemi: Quattro ragazzi con toppe e maglie ambigue (ricordo che uno dei quattro aveva la maglia dei Dente di Lupo e la cosa mi restò impressa perché il cantante di tale band mi spaccò un boccale in testa durante una rissa a Vicenza qualche anno prima dei fatti raccontati) entrarono nella sala, si guardarono attorno e poi uscirono. Io e il mio amico non capivamo cosa stava succedendo, pensammo fossero entrati per rodare la situazione prima di menare le mani (in quel periodo a Padova era cosa comune o comunque succedeva spesso che i nazi facessero incursioni di gruppo) e uscimmo in fretta per capire la situazione e ci trovammo davanti a qualcosa di grottesco: questi quattro topi di fogna parlavano e conversavano con una certa complicità con diverse delle persone presenti.
Subito i Milizia HC e i Nagasaki Nightmare iniziarono a discutere animatamente con alcune persone e senza pensarci più di pochi secondi avvisarono che se tali personaggi non fossero stati allontanati loro non avrebbero suonato, l’organizzatore (che era una delle persone che parlava con i nazi poco prima) e il proprietario del posto cercarono di convincere le band a suonare e qualcuno (ormai è passato davvero tanto tempo e non ricordo se fosse stato l’organizzatore, il proprietario o una terza persona) se ne uscì con l’affermazione che siamo tutti liberi di avere le nostre idee, l’importante è condividere le esperienze.
Onestamente io e il mio amico eravamo basiti, Padova era un inferno a confronto, ti bastava trovarti nel posto sbagliato e due o tre persone ti accerchiavano e spaccavano la faccia per il semplice fatto che eri diverso e una situazione del genere ai concerti di Padova non era mai successa (se un nazi si presentava all’ingresso gli si spaccava la faccia subito) invece in quella situazione non solo si voleva sorvolare sulla loro indole politica ma addirittura a buona parte delle persone presenti andava bene “condividere” il loro tempo con quella feccia e inveiva contro le band che si rifiutavano di suonare, Milizia HC e Nagasaki Nightmare incazzati caricarono la loro roba e ripartirono. Non sono mai riuscito a vedere i Nagasaki Nightmare dal vivo ma ancora oggi se ripenso a questa situazione non posso che concordare e rispettare pienamente la loro decisione, per questo ancora oggi restano una delle mie band preferite, perché l’attitudine veniva prima di tutto e non è una cosa che in tanti hanno fatto o farebbero nella scena punk.
Restammo davvero basiti davanti a questa situazione perché per noi che eravamo “cresciuti” a Padova le realtà nazi, RAC o simil anche se condividevano pensieri come l’animalismo o il veganesimo erano comunque INCOMPATIBILI e NON ACCETTATE nella scena punk hardcore, pensiero che ancora oggi è saldo dentro di noi e dentro la Padova Hardcore.
Finimmo la serata insieme a una coppia del posto (Visti quella sera e un’altra volta all’xm24 o Ex Mercato a Bologna due o tre anni dopo) che anche loro schifati dalla situazione lasciarono il locale come noi e concludemmo la serata a casa loro a bere qualche birra e ad ascoltare gruppi local come So Fucking Confused e Non Toccate Miranda (che per noi erano delle novità incredibili per quei tempi) e infine ci ospitarono per la notte.
Ho voluto trascrivere questa esperienza per un motivo molto semplice, è vero che sempre più spesso mi trovo a parlare di messaggio nella musica punk hardcore e che negli ultimi anni le band che portano avanti il pensiero punk hardcore sono sempre meno ma sempre più spesso si trova gente “X” agli eventi, persone che non sono legate alla scena ma che per qualche motivo si presentano ai concerti solo per fare qualcosa di diverso e per quanto una piccola parte di questi potrebbe restare affascinata dall’attitudine e dalla situazione (e magari in futuro portare avanti qualcosa) la maggior parte si presenta semplicemente perché annoiata, è davvero questo quello che si vuole? intrattenere delle persone annoiate? Per quanto sia consapevole del mio compromesso con la società ogni mattina quando mi alzo sono consapevole di essere una persona e non sono un numero e la rabbia che mi porto dentro nel svolgere il mio compromesso la cerco di trasmettere nelle mie canzoni e nei miei progetti perché sono sicuro che in questo paese ci sono tante altre persone che si sentono piene di rabbia come me e cercano un modo per buttarla fuori o per condividerla, non voglio condividere la mia rabbia e la mia passione con persone che hanno accettato passivamente di essere dei numeri perché (come dice un bellissimo brano dei Reset Clan) è fiato sprecato.
Quindi spero che chi parla tanto di punk hardcore si ricordi che spesso è meglio riuscire trasmettere un messaggio a una piccola scena piuttosto che coinvolgere tante persone perché si corre il rischio di condividere qualcosa con persone con le quali è meglio non condividere niente o che, nella peggiore delle ipotesi, siano INCOMPATIBILI con il Punk Hardcore.

Scaglie di Rumore è una Tape label italiana curata da L (Lo Scriba), ha rilasciato molto del materiale legato alle band del collettivo Veneto Noise Crew. E’ una label antifascista, totalmente DIY e legata alla Dottrina del Rumore, oltre alle band del collettivo si occupa anche di Hardcore Punk, Grindcore, Noisecore, Powerviolence e tutti i sottogeneri legati al rumore

 

L’Hardcore è Ancora una Minaccia per l’Esistente

Milano, quartiere Bovisa, una fredda notte di gennaio. Dopo tre giorni di resistenza allo sgombero, davanti alla Casa Brancaleone occupata e con due compagni sul tetto che non hanno nessuna intenzione di cedere nemmeno un metro a celere, digos e pompieri che li vorrebbero tirare giù, nella serata di giovedì 23 si è svolta una taz hardcore organizzata in fretta e furia pochissime ore prima. E non c’è posto migliore in cui suonare hardcore punk se non in una situazione di conflitto reale come quella di uno sgombero e di una tenace resistenza che prosegue da giorni (sta terminando il quarto al momento in cui sto scrivendo queste righe), riprendendoci le strade di una metropoli come quella di Milano sempre delle mani dei padroni della cosidetta “riqualificazione urbana” che altro non è se non l’ennessimo processo di gentrificazione in una città vetrina asservita agli interessi del capitale, una città in preda ad una psicosi securitaria e che sventola alto il drappo del decoro e della legalità contro tutto ciò che la pacificazione sociale impone di considerare “diverso” e “deviante”, ovvero immigrati, chi occupa le case, i punx che suonano nelle strade o nei posti abbandonati, i senzatetto, gli ultimi di ogni sorta e tutti gli sfruttati che cercano di attaccare questo sistema economico-politico che opprime e reprime.

Dalla mattina di martedì 21, data di inizio dello sgombero di Casa Brancaleone, però un presidio di solidali e complici ha occupato stabilmente il piazzale sottostante l’occupazione completamente invaso da agenti della digos, da camionette di polizia e carabinieri, dalla celere e dai pompieri, dimostrando come “solidarietà” e “complicità” non siano solo parole vuote ripetute senza pensarci, bensì si tramutano in azione concreta. E questo tramutarsi in azione della s0lidarietà rende possibile, a distanza di giorni, parlare di uno sgombero che non è avvenuto e che difficilmente verrà portato a termine con facilità visto che i compagni che resistono sul tetto del Branka sono più decisi che mai a non cedere e a riprendersi il cielo grigio che domina sopra la metropoli milanese.

Milano, quartiere Bovisa. A riscaldare la fredda notte di quasi fine gennaio e i corpi (e i cuori) dei presenti al presidio così come dei due compagni che resistono ancora adesso sul tetto del Branka ci hanno pensato alcuni dei migliori gruppi della scena diy e hardcore milanese degli ultimi anni, ovvero Kobra, Peep, The Seeker e Shoki. Una taz organizzata nel tardo pomeriggio, praticamente improvvisata, ha dimostrato dove deve tornare ad essere suonato l’hardcore punk e cosa deve tornare ad essere l’hardcore punk. Il concerto di ieri sera è stata una boccata d’aria fresca nonchè la riprova che l’hardcore è e deve ancora continuare ad essere una minaccia per questo esistente fatto di quotidiano sfruttamento, repressione e oppressione e che vogliamo vedere ridotto in macerie il prima possibile. Saremo sempre il degrado che avanza nel vostro quieto vivere fatto di sgomberi, polizia, carceri e controllo totale delle nostre esistenze. Risplenda il nostro fuoco sotto cieli di piombo.

Solidali e complici sempre con Casa Brancaleone e con chi resiste sul tetto così come al presidio.

Ci volete morti, ma siamo noi che vi condanniamo a morte al suono della nostra musica e al suono del nostro rumore, sempre in direzione ostinata e contraria! 

“Alle creste colorate preferiamo il passamontagna”

“Siamo noi i cadaveri / di questa città di merda / dove non riusciamo a vivere dove non facciamo mai niente / dove le cose che ci restano / sono rabbia e disperazione tutto il resto ce l’hanno incarcerato / tutto il resto ce l’hanno sequestrato”
– 5°Braccio – Rabbia e disperazione –

Questi anni bui che siam costretti ad attraversare, sono anni nei quali qualunque spirito di ribellione e conflitto viene soffocato attraverso il controllo, la repressione, le galere, il lavoro, e le guerre. Massa di cadaveri, che sperimentano la morte ogni giorno e ricercano un senso a quest’esistenza, diventiamo sempre più dipendenti dai gingilli e dagli schemi che il capitalismo ci ficca in gola. L’hardcore, oggi non è da meno. Ciò che ci circonda è il continuo scimmiottamento di stereotipi; creste colorate che nascondono teste vuote, concerti organizzati in posti ambigui, nelle ARCI o locali legati alla logica del guadagno, dove per accedere c’è bisogno di una tessera e soldi per pagare biglietti salati. Diventiamo moda, spettacolo, merce consumabile e defecabile da parte del Capitale; soggetti da cartolina piene di A cerchiate, che urlano il proprio presunto odio verso la società il quale rimane solo uno slogan e non porta mai all’azione. La politica è stata messa da parte, ad ammuffire sotto la scalata sociale nella “scena”. Prendere posizione oggi vuol dire farsi terra bruciata attorno a sé, vale più una toppa sul proprio giubbino che un’idea che esplode in faccia alla realtà. Punk e Diy sono pratica quotidiana, ma oggi si preferisce far passare una ribellione annacquata che dura il tempo di una serata, sotto note distorte e tupatupa furenti, per tornare il giorno dopo alle nostre esistenze innocue. Il nostro essere anarchici e punx non costituisce un’identità, bensì un’attitudine che vuole negare e fare a pezzi questa società e le idee su cui è stata costruita. Se il DIY chiama ad un’inversione di rotta verso il consumo sfrenato, se l’hardcore è baluardo di un’alterità sovversiva, è necessario chiederci dove stiamo andando e con chi stiamo camminando. Nostra intenzione è spargere l’eco della nostra rabbia verso il nulla sociale e politico in cui versa questa schifosa città, contro la rassegnazione e l’indifferenza che apriva fin dentro i nostri spazi, i nostri concerti e le nostre teste. Non è la droga, l’alcol o la popolarità ad offrirci una risposta o a renderci qualcun*; è la nostra essenza e il nostro agire che ci determina.
L’hardcore per noi è azione diretta. La nostra vuole essere una chiamata a pensare e ad agire, ad avere il coraggio di schierarsi, per ritornare ad essere individui autentici, che esprimano la propria diversità e che insieme ritornino a divertirsi nella negazione e distruzione dell’esistente.

Alle creste colorate preferiamo il passamontagna

Gli strumenti in una mano, nell’altra il fucile

 

Questo testo è stato scritto dai compagni degli Schifonoia, una presa di posizione netta e chiara nei confronti della deriva che sta prendendo (o che ha già intrapreso da anni) la scena hardcore e punk, per ribadire ancora una volta che non si tratta solo di musica o di rumore, ma di schierarsi e di agire sempre in direzione ostinata e contraria attraverso pratiche quali l’autogestione e l’azione diretta, spinti dalla rabbia verso l’esistente che ci opprime ogni giorno e da tensioni sovversive verso quest’ultimo. Ed il punk o l’hardcore di tutto questo dovrebbero essere il mezzo e mai divenire un fine innocuo. Lasciarsi condannare a morte nell’apparente quieto vivere o insorgere e tentare di sovvertirlo? Lasciarsi uccidere al suono della nostra stessa musica o renderla arma con cui sferrare colpi mortali a questo mondo che vogliamo vedere ridotto in macerie?  A voi la scelta, senza scordare che oggi più che mai prendere posizione significa farsi terra bruciata attorno. Come scriveva qualcuno comunque, per riprendere la conclusione perfetta del testo scritto dagli Schifonoia: “VIVA LA BRIGATA BARDATA”. 

 

 

Am I Punk Yet?

Spiked my coat and tyed my hair
took my mind and put an A sign there
leather jacket and spiky hair
or should I have a mowhack there?
Am I punk? Am I punk, yet
(Electro Hippies – Am i Punk?)
Dicembre 2010. Ricordo ancora benissimo quando, giovane sedicente punx 14enne, mi ritrovai ad acquistare “Made in N.Y.C.”, primo live album dei Casualties dopo esser stato catturato dalla voce improponibile di Jorge Herrera su Youtube, dai suoi spikes rossi, dalle creste, anfibi, pantaloni quadrettati e tutto quello che nella testa di un piccolo idiota era punk all’epoca. E quel disco l’ho divorato per i mesi a venire, conoscendone a memoria praticamente ogni brano, probabilmente in qualche scatolone seppellito sotto metri e metri di polvere dovrei averlo ancora, dopotutto insieme ad un greatest hits dei Ramones, è stato il primo disco che mi ha fatto sentire un giovanissimo punk-ribelle, diverso dalla massa, antisociale e anarchico (lungi da me sapere cosa significasse “anarchia” nel lontano 2010), anche se chiuso nella mia cameretta, camminando per i corridoi del mio liceo sentendomi in qualche modo figo con nelle cuffie canzoni come “Tomorrow Belong to Us” o “Unknown Soldier” o anche semplicemente facendomi grosso davanti agli amici più metallari.
Si, come credo moltissimi altri della mia età, i Casualties sono stati uno dei primissimi approcci al “punk” nella sua accezione più vaga possibile, svuotata di ogni possibile significato e del tutto depoliticizzata. Un gruppo che ai tempi segnava il passaggio, almeno per quanto riguarda la mia esperienza personale, dal primo punk di Ramones, Clash e Sex Pistols e che si distaccava, quanto meno nella mia giovane e ingenua visione del mondo, dal punk più melodico di scuola NOFX, Rancid e simili. Peccato (o per fortuna) che 14/15 anni nella vita si hanno una sola volta, poi si cresce, ci si scontra con lo schifo e l’insoddisfazione per questa esistenza, con l’oppressione del quieto vivere che pesa come un macigno prima ancora di prendere coscienza dell’oppressione quotidiana perpetuata dallo Stato e dal sistema capitalistico e quindi si sente la necessità vitale di trovare nuove risposte alle tensioni sovversive verso l’esistente in cui qualcuno vorrebbe condannarci a morte felice. Il No Future fine a se stesso, così come la venerazione per il “chaos” divenuto solo simbolo da sbandierare o scrivere su giubbotti in pelle, lasciano quindi passo alla ricerca di qualcos’altro. Per me questo altro son stati contemporaneamente i Crass, i Negazione e i Wretched. Ma questa è un’altra storia che forse non vi racconterò mai.

“Yeah, that’s right punk is dead, it’s just another cheap product for the consumers head… ain’t for revolution, it’s just for cash, punk became fashion like hippy used to be, ain’t got a thing to do with me” (Crass)

Giunti a questo punto vi starete legittimamente chiedendo perchè ho iniziato questo articolo parlando dei Casualties. E avete ragione.
Ieri sera i protagonisti di questo articolo hanno suonato alla Marzolo Occupata, spazio occupato e autogestito in quel di Padova. La rabbia contenuta nelle mie parole è però rivolta totalmente ed esclusivamente ai Casualties, al loro pubblico e si estende fino a toccare i lidi di una certa sedicente “scena” che supporta simili prodotti commerciali, che vede il punk solamente come un modo alternativo, perfettamente riassorbito entro i confini del mercato e dell’economia capitalista che rende tutto merce, per fare profitti, quindi nulla contro i compagni e le compagne della Marzolo. A loro, per quanto la mia opinione valga zero, mi sento solamente di recriminare il fatto che non dovrebbero nemmeno permettere che certi punk da copertina, certe “maschere da intrattenimento” (come li ha chiamati giustamente qualcuno), possano mettere piede e organizzare una serata totalmente svuotata da ogni significato politico in uno spazio occupato e autogestito.
Premessa doverosa per chiunque mi accuserà di arrogarmi il ruolo di “poliziotto della scena”, cosa che mi tengo ben lontano dal fare o dal voler essere, si può benissimo fottere lui e qualsiasi tipo di divisa, di autorità o di controllo/sorveglianza. Chiarito questo punto, possiamo proseguire.

Per farla breve io non so come chiamarvi. Signori, punx, compagni, signori compagni, insomma non lo so. Però c’è una cosa che ci tengo a sottolineare con la solita vena polemica che mi contraddistingue da tempo immemore. Belli i Casualties, veramente. Se hai 14 anni. Se hai 14 anni e pensi che il punk ed essere punk significhi solamente avere una cresta colorata, anfibi, un giubotto borchiato e frasi fatte tipo “punk’s not dead” o “skins & punx united”, si sono anche belle le canzoni dei Casualties. Poi si cresce, si comprende e si interiorizza che il punk e l’hardcore non sono moda, non sono un modo alternativo di vestirsi, non significa semplicemente urlare slogan svuotati di ogni potenziale rivoltoso e di qualsiasi significato sovversivo in un microfono, bensì tutto l’opposto. Il punk e l’hardcore sono, o quanto meno dovrebbero essere, critica radicale, lotta, autogestione, collaborazione che schiaccia ogni velleità competitiva, fottuto do it yourself, autoproduzione; dovrebbe esse la più spontanea e intensa volontà di sovvertire questo schifo di mondo e di sistema nelle sue viscere putrescenti, la tensione vitale alla rivolta, l’opposizione attiva, quotidiana e concreta all’idra capitalista e all’oppressione-repressione dello Stato, il rifiuto di ogni gerarchia e di ogni autorità, la solidarietà e la complicità con altri propri simili alla deriva in mezzo alla tempesta ma convinti, oggi più che mai, a proseguire in direzione ostinata e contraria perché dio cane primo o poi ce lo riprendiamo sto cazzo di cielo. Si questa è una minaccia per voi tutti difensori dell’esistente, anche voi disobba che infestate la cosidetta “scena” hardcore. Ma anche su questo argomento ci sarà tempo di scrivere e parlarne, statene certi.
Ed è ancora moltissimo altro che eviterò di scrivere, perchè io non ho risposte nè tanto meno verità da insegnare.
Quindi si bello il punk da copertina e da casa discografica, ma solo se avete meno di 14 anni e la cosa più “punk” che fate è passare due ore in bagno a tirarvi su il mohawk verde fluo prima di uscire di casa. E come scrisse qualcuno: “Alle creste colorate preferiamo il passamontagna”

Death to Capitalist Hardcore! E fanculo a chi vede nell’hardcore e nel punk soltanto un’altra mera merce per fare profitti. Per dirla con i Tear Me Down: “No, non ci servono astuti produttori, bottegai e commercianti, usurai e tirapiedi, contiamo su di noi, stiamo in piedi da soli. Sangue, sudore e lacrime: e’ questo il punk hc. Hc autogestito per la sovversione, unire le forze, annientare l’oppressione, unita’ d’ azione…rivoluzione!”

The Smudjas – What We Have is Today (2017)

Sarà che ho da poco più di un mese compiuto 23 anni (troppi ma sono ancora in tempo per tenere fede al diktat “live fast die young” volendo) e mentre i giorni passano in questa estate fottutamente terribile, sento, citando coloro che per troppe volte hanno tenuto compagnia alla mia solitudine e che continuano imperterriti ad occupare i miei ascolti quasi quotidiani, che “questi anni stan correndo via… Ti volti e son già lontani…”. E quindi con la solita malinconia esistenziale che mi contraddistingue e che torna a farmi visita a periodi alterni, mi chiedo allora che cosa è successo? Ho vinto oppure ho perso? Cosa sono questi 23 anni? Cosa cazzo ho fatto? Cosa cazzo farò domani? La risposta, o meglio la convinzione che si debbano fottere tutte queste domande e tutte le possibili risposte, me l’ha data il titolo dell’ultimo lavoro in studio delle milanesi Smudjas; una risposta che arriva come un pugno nello stomaco, che lascia poi spazio ad una fitta che a sua volta lascia spiazzati: “What We Have is Today”. E forse dovrei prenderlo alla lettera il titolo del loro ultimo lavoro. Ecco allora che, proprio partendo da queste domande e da una vaga malinconia che mi accompagna in quest’estate inoltrata, oggi vi parlo come avrete già capito dell’ultima fatica dei The Smudjas, un lavoro che ha tutto il sapore del disagio (adolescenziale) e che lascia in bocca il sapore di una nostalgia strana ma vagamente familiare e a tratti confortevole che si sposerebbe meglio con i primi giorni di settembre piuttosto che con l’inizio di luglio (non a caso una traccia è intitolata proprio “September”); oppure con qualche tramonto di metà agosto quando si rimane inghiottiti nel caldo afoso della città, ma al contempo rapiti dalla bellezza di un cielo che si colora di arancione e che lascia spiragli di luci fino a tarda sera. Un lavoro introspettivo e fortemente emotivo, denso di emozioni e sensazioni contrastanti ma che trovano un loro comune punto di incontro e sintesi in una costante malinconia di sottofondo che, almeno per quello che posso dire di aver percepito, fa da leit-motiv a tutto il disco. L’altro leit-motiv che percorre l’intero “What we have is today” è un sound a metà tra il garage-indie e il punk rock più immediato ed emozionale, qualcosina più orientata sullo stile degli svedesi Rotten Mind mentre altri passaggi più simili a quanto fatto da band come i Wild Animals, un suono quindi che facilmente si stampa nella testa dell’ascoltatore e che difficilmente potrete cancellare o scordare. Ne sono riprova i riff di “Silvia”, traccia d’apertura, o quelli della successiva “Different Lines”, accompagnati da una sezione ritmica a tratti ballabile che non picchia mai troppo e nemmeno mai troppo poco. Ottima anche la quarta traccia “Dance and Revolution”, titolo che potrebbe benissimo essere una citazione della celebre frase di Emma Goldman, o almeno mi piace pensare sia proprio così. Il pezzo forte delle nostre, oltre ad un sound e una forma-canzone di impatto, diretta e che cattura facilmente l’attenzione e l’interesse di chi ascolta, sono senza ombra di dubbio i testi così genuini, introspettivi, personali, e densi di emozioni al punto di catapultare in un vortice di emozioni differenti che lascia spiazzati e con in bocca uno strano sapore di lacrime miste ad una labile felicità; sono squarci di vita quotidiana in cui si susseguono storie di amori, di amicizie, di delusioni, di disagio, di voglia di prendere la vita con più calma, quelli che canta la voce sgraziata, sincera e malinconica di Paloma. Il testo di un pezzo come la conclusiva “Till the End of the Road” credo possa fungere da migliore esempio possibile di quanto hanno provato a descrivere e trasmettervi le mie futili parole. E son sinceramente convinto che valga anche la pena di riportarlo per intero: “I see you’re down, we can go for a walk. I will listen, you will talk. You can trust me. Things can be bad, but don’t worry. I’ve got plenty of time to share. We’re not in a hurry. Just keep walking, just let things go. Family is who we choose. Let’s focus on the people that make us happy, avoiding those who bring us down”. Un pugno nello stomaco, un po’ di magone, sentirsi spiazzati dopo che, con questa traccia, il disco finisce, lasciando addosso solo una vaga sensazione di malinconia e uno stupido sorriso. L’ascolto di questo “What We Have is Today” è stato un viaggio ed ora ci ritroviamo ad osservare il sole che scende dietro i palazzoni di questa città di merda, il tramonto che porta con se un leggero vento fresco, cercando qualcuno con cui camminare fino alla fine della strada senza preoccuparci più di niente e prendendo la vita con calma. Ognuno poi proseguirà per la propria di strada, sotto differenti cieli, con altre canzoni nelle cuffie…

“Some friends are forever”, così si concludeva probabilmente la miglior traccia presente sul debutto “February” di tre anni fa delle Smudjas. E non sono solo alcuni amici ad essere per sempre. Anche il disagio è per sempre, anche la malinconia, anche il mio amore incodizionato per voi. Grazie Paloma, grazie Julia (anche se credo vivamente non ci sia stata più lei dietro le pelli già durante le registrazioni di questo album), grazie Ivana, mi fate piangere, mi consolate e mi fate tornare adolescente ogni volta ma sono contento così! Quello che abbiamo è oggi, si fottano le domande, si fottano i progetti, si fotta il domani, si fotta tutto, si fottano tutti.

Sometimes we all just need to slow down, FINALMENTE l’ho realizzato anche io. Questi anni stan correndo via? Lasciamo che corrano, what we have is today!

 

Potere Negativo – Il Mondo Che Crolla (2018)

Lo sentite il rumore? E’ il suono del mondo che crolla! Il mondo si sta oramai avviando a passo spedito verso la sua fine inevitabile, la civiltà del progresso e i mostri da essa creati hanno intrapreso da decenni la strada dell’autodistruzione e gli esseri umani, nè vivi nè morti, si ostinano a perpetuare un’esistenza vacua e artificiale, a ripetere giorni vuoti e tutti uguali fino alla morte. Quale migliore colonna sonora per affrontare un simile scenario appena descritto se non affidarsi alla musica dei Potere Negativo, gruppo raw punk proveniente da Sondrio? Lo sentite dunque il rumore? E’ il suono del caos contenuto nelle cinque tracce (per un totale di sette minuti complessivi di punk-hardcore caotico e rumoroso) che compongono questo “Il Mondo Che Crolla”, prima fatica in studio per i Potere Negativo rilasciata appena una settimana fa. Tetro Pugnale, Impulso e i romani Sect Mark, questi sono i primi nomi che possono venire in mente appena parte “Questo Rumore”, traccia con cui si apre questo primo lavoro dei Potere Negativo; nomi che riescono a dare immediatamente un’idea generale delle sonorità proposte dai nostri e che caratterizzano tutti e quattro i pezzi seguenti. Oltre ad una sonorità punk-hardcore molto lo-fi, caotica e raw che ha un sapore fortemente vecchia scuola, quello che più rimane addosso dopo aver ascoltato “Il Mondo Che Crolla” sono sicuramente le ottime liriche impregnate di disillusione, nichilismo, rabbia e una certa dose di misantropia che difficilmente stona su un lavoro di simil fattura, capaci di risultare personali ed estremamente interessanti pur toccando tematiche spesso abusate nel genere. Il tutto è permeato da un’atmosfera oscura e opprimente che ben si sposa con i temi trattati nei testi e con lo scenario che i Potere Negativo hanno voluto creare partendo da un titolo esplicito e che non lascia certo spazio ad interpretazioni come “Il Mondo Che Crolla”. Tornando a parlare delle singole tracce (tutte della durata inferiore ai 2 minuti), menzione particolare per la già citata “Questo Rumore”, un manifesto lirico-sonoro capace di racchiudere tutti gli ingredienti del “caos non musica” creato dai nostri, per l’ottima “Nel Silenzio” accompagnata da un testo che mette i brividi e la conclusiva “Controllo/Paura”. Lasciando a voi il compito di assaporare ogni secondo, ogni nota e ogni lirica de “Il Mondo Che Crolla”, evito di sprecare altre parole per elogiare questa prima ottima fatica dei Potere Negativo, gruppo che interpreta al meglio l’idea di “disastro sonoro” e che perciò merita senza ombra di dubbio più di un ascolto. Ci ritroveremo presto tra le macerie delle nostre vite ad osservare da lontano il mondo che sprofonda nel caos, mentre nelle cuffie staremo ascoltando a tutto volume la colonna sonora della fine, il rumore annichilente di questo “mondo che crolla”. Ora lo sentite il rumore? Sono i Potere Negativo!

Menzione doverosa per la splendida copertina in bianco nero che presenta quello che sembra essere un morto vivente direttamente preso o ispirato dal famosissimo cult movie ” Zombie 2″ del maestro Lucio Fulci. Morto vivente che, ancora prima di ascoltare il contenuto di “Il Mondo Che Crolla”, ci da l’idea perfetta dell’atmosfera creata e delle tematiche trattate dai Potere Negativo.