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Vivere Merda – Noi Non Ci Saremo (2020)

Con un titolo che mi ha immediatamente ricordato un classico brano dei Nomadi (citazione in odore di detournment voluta? Chissà…), partiamo a bomba e senza troppi fronzoli a parlare di questa ultimissima e altrettanto inaspettata nuova fatica in studio firmata Vivere Merda. Inaspettata poichè, come un fulmine che squarcia improvvisamente un cielo limpido, i Vivere Merda irrompono nuovamente sulle scene pubblicando queste 8 schegge di hardcore punk selvaggio e riottoso, contraddistinto come sempre da una profonda e sincera vena anarchica che accompagna fin dagli esordi il gruppo di Udine. Noi non ci saremo vede inoltre la luce grazie alla solita cospirazione di etichette/collettivi diy tra cui troviamo Saetta Autoproduzioni e Kalashnikov Collective.

Uno dei brani più interessanti e affascinanti dell’album è senza ombra di dubbio “Sbirri (Stato di semicoscienza)”, una traccia che azzarderei a definire addirittura sperimentale per quanto riguarda il percorso musicale dei Vivere Merda, anche grazie alla presenza del sax che dona un sapore estremamente diverso e inaspettato all’intero brano ma capace di funzionare veramente bene e non risultare fuori luogo, un brano che si assesta su coordinate care all’anarcho punk italiano che fu, apparendo come la sintesi perfetta tra i Contropotere e i Franti di Luna Nera. A seguire ci si imbatte nella titletrack che fuga ogni dubbio sul fatto che il titolo dell’album sia una citazione voluta al brano dei Nomadi, canzone, la cui melodia e il testo, vengono riprese in questa traccia, come fosse in fondo una cover sulla falsa riga di “Pregherò” rifatta ai tempi dai Piscia Korsakov, progetto embrionale da cui presero vita gli stessi Vivere Merda.

Una traccia invece come “Hai il cazzo grande” è a mani basse una di quelle che ho preferito, soprattutto per quanta riguarda la tematica affrontata nel testo. Un perfetto esempio di hardcore punk selvaggio e in your face con il classico timbro Vivere Merda, che si struttura come un’invettiva rabbiosa contro il machismo e in generale contro il patriarcato, aihmè dinamiche che spesso siamo costretti a vedere perpetuate (o accettate) anche nei nostri spazi, i quali dovrebbero essere il più sicuri per tuttx e certamente liberi da atteggiamenti machisti, sessisti e omo-transfobici. Gran pezzo, altre parole sarebbero superflue.

I Vivere Merda affrontano ancora una volta tematiche classiche dell’hardcore punk, ma lo fanno sempre con il loro peculiare timbro tanto musicale quanto lirico, riuscendo a non scadere mai nella banalità e senza dare quell’impressione di sentire qualcosa di fin troppo “trito e ritrito”, e questo non può che essere un enorme pregio. Questo perché l’attitudine che contraddistingue le individualità che animano il gruppo di Udine è profondamente sincera e assolutamente coerente con un precisa visione della vita e della lotta politica in senso chiaramente anarchico. E quindi testi contro il machismo, a favore delle occupazioni e contro il TSO, oltre ad apparire più attuali e validi che mai, riescono a trasmettere le reali tensioni che muovono ancora, dopo più di vent’anni, i Vivere Merda nel suonare hardcore con tutta la rabbia e la passione che hanno nel cuore. In fin dei conti, per concludere la “recensione”, questo “Noi non ci saremo” non è altro che l’ennesimo disco che i Vivere Merda dedicano, con rabbia e con amore, a tuttx i/le punx!

 

Schegge Impazzite di Rumore #10

Decimo appuntamento con le Schegge Impazzite di Rumore? Davvero? Incredibile tutta questa costanza da parte mia, non me lo sarei mai aspettato. Al di là dell’autoironia, questo decimo capitolo della miglior rubrica in cui la scena punk hardcore italiana possa attualmente imbattersi (sto a scherza’), è una sorta di speciale e vi spiego anche perché. Praticamente un anno fa stavo lavorando effettivamente al primo numero della fanzine cartacea di Disastro Sonoro e dunque in occasione di questo evento mai concretizzatosi avevo scritto una manciata di “brevi” recensioni che fino ad oggi non hanno ancora visto la luce. Qualche giorno fa le ho ritrovate, riguardate e dopo averle rilette (e sistemate) mi sono accorto non facessero così tanto schifo e che avrebbero meritato di veder la luce. Visto che lasciarle lì a marcire non ha troppo senso, quale migliore veste se non Schegge Impazzite di Rumore per pubblicarle? Ecco, dunque buona lettura tra scemi, idioti civilizzati e altre canaglie punx.

Idiota Civilizzato, Vecchio Son, Bologna

Scemo – Caccia alle Streghe (2019)

Dalla scena underground milanese viene vomitato fuori questo nuovo progetto dall’inequivocabile nome (sono quasi convinto sia una citazione diretta al brano dei Peggio Punx) che pubblica la sua prima fatica dall’incisivo titolo “Caccia alle Streghe“. Gli Scemo sono un’entità impegnata a suonare un hardcore punk senza fronzoli, veloce quanto basta e che tira dritto per la sua strada, riuscendo a condensare in dieci tracce sia la lezione più classica del genere di scuola italiana e statunitense (primi Negazione, Peggio Punx o Poison Idea per fare dei nomi) sia gruppi più recenti e moderni che però si rifanno ad un’attitudine coerente e in linea con la vecchia scuola hc. Difatti al primo ascolto di “Colpo Basso“, traccia posta in apertura di questo “Caccia alle Streghe“, ho immediatamente pensato ai Tørsö , ma anche a gruppi come Wallbreaker o Exit Order (ma senza le melodie vagamente post punk di questi ultimi). Ecco se volessi in estrema sintesi definire gli Scemo potrei pensare a loro come la versione italiana dell’hardcore rabbioso dei Tørsö, chiaramente non solo perchè entrambi i gruppi hanno in comune le rabbiose vocals femminili, ma sopratutto per l’attitudine in your face, per l’intensità che attraversa tutto il disco e per la capacità di scrivere pezzi hc fuoriosi e adrenalinici a cui è seriamente difficile resistere. Se non siete scemi e sceme correte veloci ad ascoltarvi questa bombetta di hardcore punk, non ve ne pentirete!

A Culture of Killing – The Feast of Vultures, The Cry of a Dove (2019)

A Culture of Killing è una one man band milanese cresciuta a pane e anarcho punk in salsa “Crass Records”, questo in breve. Ma in realtà addentrandosi nell’ascolto di questo “The Feast of Vultures, The Cry of a Dove…“, scopriamo che c’è molto di più. Già sul precedente debutto di qualche anno fa nel sound proposto da Luca (mente e corpo dietro questo progetto) si ritrovano tutti gli ingredienti più classici del genere, nonostante questo “The Feast of…” suoni più vicino ai The Mob e agli Zounds piuttosto che all’irruenza più rabbiosa di Crass o Conflict. Inoltre A Culture of Killing non si fa mancare nemmeno divagazioni melodiche in territori post-punk in stile Vex e A Touch of Hysteria e qualche pulsione addirittura goth che rendono il sound molto più variegato e personale, riuscendo a catturare quel sapore e quel gusto per le melodie oscure/decadenti tipiche di certe uscite dell’underground post-punk e death rock britannico degli anni ’80 . Citando una famosa pubblicità, cosa vuoi di più dalla vita? Rilasciato a marzo dello scorso anno, questo lavoro merita di essere ascoltato più e più volte, sopratutto se avete un’ossessione morbosa (come il sottoscritto) per tutto quello che è uscito dalla “Crass Records” e dall’underground britannico anarcho/post-punk dal 1979 al 1984.

Golpe – Subisci, Conformati, Rassegnati (2019)

Caos non musica. Potremmo terminare così, liquidando in tre parole la proposta dei Golpe, nuova misteriosa entità libera e selvaggia che se ne sta in agguato negli abissi polverosi della metropoli milanese pronta ad attaccare con tutta la sua furia cieca. Cinque tracce di caos non musica, ribadisco, che parte dalla primordiale lezione degli immortali Wretched, prende in prestito tutto il marciume del d-beat hardcore giapponese di Warhead, Crow e simili e arriva a lambire territori d-beat/crust svedesi cari a Mob 47, Anti Cimex e Totalitar. Raw d-beat/hardcore classico, non originale ma estremamente godibile, suonato con attitudine e passione e che riesce a dare quel sapore fortemente old school che sta sempre bene e di cui sono perfetti esempi tracce come “Istruzioni di Vita” o “Non Piegarti“. Stanchi di subire l’esistente, esistenze non conformi che creano crepe nel quotidiano per farla finita con la rassegnazione e l’abitudine che lentamente corrode e uccide. Caos non musica, affinché non rimangano che macerie di questo mondo!

Idiota Civilizzato – Civiltà Idiota (2019)

Nuovo Ep in casa Idiota Civilizzato! Quattro nuove schegge di rumore impazzite ancorate come al solito alla vecchia scuola dell’hardcore punk italiana degli anni ’80! “Civiltà Idiota” potrebbe benissimo trattarsi di un misterioso Ep registrato, dimenticato e mai pubblicato intorno al biennio 1983-85, epoca d’oro dell’hardcore punk italiano. Le sonorità a cui sono fortemente legati gli Idiota Civilizzato hanno infatti lo stesso sapore, la stessa rabbia, la stessa identica irruenza e la stessa attitudine del punk hardcore che fu e difatti si può udire in modo chiaro l’influenza che le prime fatiche dei Declino, dei Peggio Punx, dei primissimi Negazione e degli Impact hanno avuto sulla musica degli Idiota Civilizzato! “Uno e Nessuno” e la conclusiva “Guerra di Spettri” son due vere e proprie scariche furiose di pugni nello stomaco e personalmente le ritengo essere le tracce migliori di questo “Civiltà Idiota“. So’ cortellate quando volete, cantava qualcuna tanti anni fa e “Civiltà Idiota” è proprio questo: coltellate selvagge dal primo all’ultimo minuto. Liberi e selvaggi contro questa civiltà e la sua idiozia!

“Yes Sir, I Will” (da Distrozione)

Dalla Taz Selvaggia all’Autogestione Generalizzata. Contributi alla Lotta dei/delle Punx Rivoluzionar*, Destinati Ad Essere Discussi, Corretti e Soprattutto Messi in Pratica Senza Perdere Tempo

Riporto un interessante contributo scritto dai compagni di Distrozione in merito agli ultimi avvenimenti interni alla sedicente “scena punk-hardcore”. E volendo citare un coro giunto alle mie orecchie durante un recente corteo contro la sorveglianza speciale e la repressione: “tenetevi le mode, tenetevi le toppe, l’hardcore è una minaccia e torna nelle lotte.” Che aspettiamo allora? Che i e le punx tornino ad essere una minaccia per l’esistente capitalista. Che presto si torni ad armare le parole che imperterriti continuamo a scrivere, cantare e urlare.

 

“Brevi note per chi si è lasciatx comprare

WHITE MAN IN HAMMERSMITH PALAIS
E’ una tranquilla sera di regime: mentre giunge la notizia dell’assassinio da parte degli sbirri di un recluso nel CPR di Gradisca da qualche parte, in uno centro sociale occupato senza nome, ad un festival HC senza nome, arriva un taxi.
Ne esce un ricco signore, imprenditore proprietario di un franchising del “food” e personaggio televisivo.
Paga l’ingresso, questo ricco signore, ed entra nello spazio.
Corpi sudati, canzoni che inneggiano alla rivoltàrivolta e all’unità della “scena”, e intanto il signore si fa selfie con tante persone in visibilio, offre da bere, si gode un paio di gruppi pubblicando addirittura una storia su instagram (in un posto dove di norma non si dovrebbero fare foto!).
Poi se ne va, sulle sue gambe, senza voltarsi indietro neanche una volta per vedere se qualche malintenzionatx lo segue.
Da questo spunto ecco 6 note per una discussione che non avverrà mai, ma che dovrebbe esserci.

EVER FEEL LIKE KILLING YOUR BOSS?
“Ma non è mica un nazi” Ha risposto qualcunx alle rimostranze di chi giudicava negativo questo evento.
Lo stato di cose che viviamo, quello che determina l’esistenza delle carceri, dei lager per migranti, delle frontiere, della polizia e dei fascisti, ha come parziale causa e motore l’accumulo e il flusso di capitali e merci.
All’interno del sistema capitalista chiunque assume un ruolo spettacolare, che come tale è funzionale al mercato cui è fruitore/fruitrice attivo/a o passivo/a.
I ruoli passivi si sprecano: lavoratore/lavoratrice, punk, attivista pacifista, tutte queste cose dettate dalla sopravvivenza o dalla passione sono ingranaggi del mercato e lo alimentano, ma non sono determinanti per la riproduzione del capitale (no, neanche il lavoratore/lavoratrice ormai).
I ruoli attivi invece non solo lo sono, ma anzi essi stessi generano capitale e ne accumulano altri: fra questi c’è la figura dell’imprenditore.
L’imprenditore di cui sopra e i suoi soci, nella fattispecie, “presiedono più di due dozzine di acclamati ristoranti nel mondo. Dal 2010 inoltre sono diventati partner di Oscar Farinetti per portare Eataly, il più grande mercato del cibo e del vino, a New York, sviluppando da quel momento le filiali nel nord e Sud America con sedi in Chicago, São Paolo, al World Trade Center, Boston e più recentemente Los Angeles” (dalla presentazione del sito).
24 ristoranti significa un’impresa che somministra lavoro salariato- cioè sfruttamento- a centinaia di persone e accumula un patrimonio che nel 2015 veniva stimato da Celebritynetworth a 15 milioni di dollari USA, oggi probabilmente triplicati.
Anche se non ci è dato sapere quanto guadagnano o come sono trattate/i i lavoratori e le lavoratrici dei ristoranti del ricco signore, conosciamo bene la condizione di chi lavora per l’azienda di cui è socio: Eataly.
Quest’azienda multimilionaria dai racconti di alcuni ex lavoratori impone “turni settimanali comunicati con meno di 24 ore di preavviso e sempre diversi; nessun canale di comunicazione fra azienda e lavoratori; cambi di reparto arbitrari; nessuna garanzia al momento della scadenza. La comunicazione del rinnovo, quella che più ci premeva ricevere, avviene al momento dell’affissione degli orari: solo chi figura in turno può affermare di avere ancora un lavoro!”, insomma una ricetta non poi così dissimile da quella che si sorbiscono i/le rider e tutte le vittime della gig economy.
Eataly, tra l’altro, è sempre stata la testa di ponte con cui le amministrazioni comunali hanno spinto per gentrificare interi quartieri: parliamo dell’area FICO a Bologna, città ormai in preda alla food economy più spinta dove le esperienze degli spazi sociali vengono a più riprese represse, non ultimo lo sgombero dell’ex caserma Sani settimana scorsa; parliamo di Torino, dove Eataly è complice della guerra ai poveri nell’area di Borgo Dora e Aurora, in quanto possiede il 16% delle azioni della Scuola Holden situata in mezzo al Balon, un mercato che sta venendo sgomberato per lasciar posto a studenti di storytelling (cfr. ghostwriters per politici) e turisti ricchi del cibo che fanno ricche spese all’interno del Mercato Centrale di Umberto Montano, grande amico del patron di Eataly Oscar Farinetti; e poi Milano, Firenze, Roma stessa con la gentrificazione aggressiva al quartiere testaccio, Eataly è un brand che porta devastazione e sfruttamento, il ricco signore ne è socio e ne ha aperto uno tutto suo a NY.
Stiamo parlando, insomma, di un manager di livello: ingranaggio importante del capitale sfrutta dipendenti e accumula proprietà.
Fosse stato un fascistello di borgata sarebbe stato meno pericoloso.

SMASH THE MAC
Il ricco signore è famoso anche per essere testimonial di McDonald’s, una multinazionale che da decenni distrugge l’ecosistema, assassina in quantità letteralmente industriale animali non umani, sfrutta lavoratori e lavoratrici.
McDonald’s è come Benetton, non può neanche tentare di pulirsi le mani e far finta di essere una multinazionale “illuminata” come fa Eataly, e infatti malgrado le continue campagne critiche di associazioni come greenpeace (non di “bigotti estremisti della punk police”) continua per la sua strada di fatturato e devastazione.
Fare il testimonial per un’azienda del genere vuol dire essere complici dei CEO di McDonald’s e già solo questo meriterebbe un trattamento ben diverso che chiedere di farsi un selfie.
Oppure, e forse questa è la triste realtà, a chi era contento/a e divertito/a per la presenza del ricco signore non interessa realmente ciò che fa McDonald’s agli esseri viventi e alle foreste.
Forse sono complici pure loro.

MEAT MEANS MURDER
“Essere vegani è una scelta di vita che rispetto tantissimo, ma io, in quanto essere umano, mi godo la mia posizione al vertice della piramide alimentare. E per questo mi piace mangiare tutto quello che ho sotto di me nella piramide. I vegani stanno tre o quattro gradini più in basso, ma sono fortunati, perché anche se stanno sotto non mi viene voglia di mangiarli”.
Così disse il ricco signore intervistato da Wired nel 2016.
Con il tipico disprezzo malcelato da una benevolenza posticcia da persona “open minded”, lo sfruttatore si gonfia di tutto il suo privilegio di animale umano.
E’ davvero molto poco interessante che il signore in questione “rispetti tantissimo” lo “stile di vita” vegano, dato che tutti gli allevamenti intensivi che usa per riempire i suoi piatti di esseri morti gravano ben più sulla sua responsabilità individuale di qualche finta bella parola su un giornale.
Da sempre il punk in tantissime sue forme, dallo SxE all’anarchopunk, è alfiere della critica radicale allo specismo e al consumo di carne, chissà la tristezza che proverebbe un Colin Jerwood nel vedere gente con le toppe dei Conflict sulla felpa farsi i selfie con un macellaio seriale.
Un macellaio pezzo di merda, dato che la sua campagna pubblicitaria per McDonald’s era proprio in favore degli Hamburger.

WORK REST PLAY DIE
Tutto questo a un punk non interessa.
Paga l’ingresso alla serata, si beve le birre, mosha, fa il circle quando il cantante dei Vitamin X glielo chiede e, se capita, si fa una foto col ricco signore da postare su IG.
La scena HC ormai è una sorta di sfogatoio per i cattivi istinti e una rievocazione storica di quello che era un tempo: basta risse in strada coi nazi, basta chaos tag contro gli sbirri, basta occupazioni punx.
Tutto l’illecito non è contemplato, mentre il lecito di questo esistente è permesso in nome della libertà che ci viene somministrata dallo Stato: la liceità di goderci i gruppi sessisti, i concerti negli SPRAR, gli atteggiamenti machisti, e da sabato pure gli imprenditori, salvo poi criticare come macchinette “gli hipster dello Static Shock che commercializzano la scena”, “la band che aveva firmato per l’etichetta” e tante altre ritualità dette per impotenza o per abitudine.
Dite che l’ondata di band raw punk legata al giro Static Shock o K-Town è una merda perchè “hipster”, dite che il Fluff è “fighetto”, ma invece voi cosa offrite? Un lassismo totale nell’affrontare le questioni del sessismo nella ormai quasi defunta scena e addirittura l’apprezzamento “goliardico” di un padrone?
Certo, gli hipster e chiunque mercifica la propria roba fa schifo, ma in fondo al di là delle pose “true” in cosa si differenzaia il tizio o la tizia della scena HC se non usa almeno le armi della critica?
Non gli interessa niente al punk medio, come una persona qualsiasi si gode il divertimento che gli viene somministrato dagli organizzatori e dalle organizzatrici dell’evento.
Non è un caso che ormai i dj-set trash sono una costante dopo i concerti: non pensare, vecchio skinhead, immergiti nella monnezza del divertimento senza via di scampo, provaci male con le tipe, sbronzati, che dopodomani si torna al lavoro.
E senza aver mai voluto approfondire ciò che ci suggerivano nostre band preferite, ci siamo identificatx in un ruolo e non in un’identità, e forse è tutto ciò che ci rimane.

OI! FATTIUNARISATA
Qualcunx lo dice sempre durante questi dibattiti.
Vale per l’imprenditore al centro sociale, ma si è sentito dire di fronte a cose molto più gravi, quali cori o comportamenti sessisti, razzisti e discriminatori in generale.
Sembra che la responsabilità individuale e collettiva venga meno se è detto per scherzare: effettivamente è un metodo in largo uso fra i politici di oggi, come un Salvini che fra una sparata razzista e segregazionista e l’altra si fa selfie mente mangia panini, come un Beppe Sala (sindaco di Milano) che fra uno sgombero e un’asta giudiziaria e l’altra si fa fotografare vestito da trapper o con i calzini arcobaleno. “E’ un tipo simpatico, dice le cose col sorriso, quindi non fa sul serio”.
Ridere di qualcosa di problematico, provocare, “scherzarci su” fa sì parte della storia più ‘camp’ del punk, vedasi il profluvio di svastiche del periodo settantasettino, ma non può essere un alibi.
Quando ridi metti i denti in mostra, devi aspettarti che qualcunx possa venire a romperteli, è un assunzione di responsabilità che è propria nella storia del punk quanto le provocazioni pseudo-naziste: nel 77 i/le punk italianx venivano attaccate da compagne e compagni così come dai fasci per le loro provocazioni senza nascondersi dietro la miseria del “è solo per scherzare”, oggi pare invece che tutto ciò che fa ridere non debba passare sotto le armi della critica.
Questa macchiettizzazione dell’esistente in salsa auto/post ironica è propria di una società assuefatta ai meme, è una sorta di recupero- forse involontario- di alcune prospettive situazioniste e del primo punk: queste due controculture (?) non prendevano sul serio nulla dello stato delle cose presenti perchè tutto doveva essere distrutto, oggi non prendiamo più sul serio nulla perchè tutto rimanga così com’è.
Sorridere è stupido quando si dovrebbe ringhiare.

WHENTHEMUSICSTOPS
Dopo la miseria del ricco signore, dell’imprenditore, dello chef Bastianich, e di tutto ciò che abbiamo visto e vissuto in passato nella cosiddetta “scena punk/HC” cosa resta del punk?
Resta che c’è ancora un sacco di gente che le lotte le vuole fare, gente che non ci mette più di 2 secondi a organizzare una TAZ in solidarietà a 2 compagni che resistono sui tetti di uno squat sotto sgombero, gente che fa i chilometri per sostenere i benefit.
Citando il bel racconto di Disastro Sonoro sulla TAZ in solidarietà alla gente dello squat Brankaleone sotto sgombero “l’hardcore è e deve ancora continuare ad essere una minaccia per questo esistente fatto di quotidiano sfruttamento, repressione e oppressione e che vogliamo vedere ridotto in macerie il prima possibile”.
Possibile che lo possa essere ancora e per davvero? Proviamoci.
E la prossima volta a Bastianich rubiamogli il portafoglio, almeno…
“The public opinion industry evolved, establishing all we know and loath.
But when music stops and the action is engaged, your tune will change as the audience take the stage”

Flower Power (Anti)police Punx”

Brucia! – 15 Febbraio, Taz benefit Operazione Prometeo

Il 15 febbraio TAZ hardcore benefit Op Prometeo con Minoranza di Uno/ Crepa/ Qumran/ Ultimo Respiro/ Schifonoia, a seguire DJ Set da qualche parte in zona Modena. 

Di seguito il volantino scritto dai compagni e dalle compagne che hanno chiamate la Taz:

BRUCIA!
Il mondo brucia, il tutto si riduce ad uno spettacolo, dove noi non siamo nient’altro che spettatori e spettatrici, dove il nostro “agire” si basa su reazioni dettate da social nel groviglio di algoritmi sotto l’occhio di un controllo poliziesco che si allarga sempre di più, divenendo base della nostra quotidianità e forma di una vuota socializzazione. E mentre la mano poliziesca opprime, arresta, tortura e uccide, si fa largo un altro mondo fatto di lusso, risa stridule derivanti da pance gonfie di ricchezze, ingurgitate da quelle piccole bocche sporche di merda e coperta da folti baffi arricciati, con i loro nuovi prodotti, i loro nuovi marchi bioveganchilometrozero ecc. e con coscienza smart. Essi son gli agenti del cambiamento nei quartieri, dove piccole botteghe fioriscono accanto a dehors di bar che vendono birre artigianali ad alto costo e locali per chi ha il portafogli gonfio, così da perdersi nell’apparente gioia di un divertimento che ha il sapore di morte. Dunque, giungono le ruspe e con esse la celere, per scacciare gli/le indesiderat e dar spazio ad intraprendenti architetti ed ingegneri, specialisti del rinnovamento economico.
Viviamo in tempi bui, certo, ma il nuovo sta giungendo: ha il colore dell’acciaio, il tepore di luci di svariate forme e colori che decoreranno le strade, ha la certezza della sicurezza dove una rete di controllo poliziesca permanente e ramificata eviterà ogni minaccia all’esistente e il verde di un ecologismo spogliato della propria forza sovversiva che si fa sempre più mercato. Il tutto viene riassorbito dal Capitale e il tutto è economizzabile, tutto è mercato, tutto diviene denaro. E in questo processo si ritrova il punk ormai incastonato in un processo di normalizzazione, tra festival costosi che nulla hanno di politico e/o radicale, scalate nella scena, logiche concorrenziali pur di strappare quella fetta di riconoscimento sociale che ha l’appannaggio e il tanfo del potere. Il diverso diviene parte degli ingranaggi del reale, attira e incuriosisce; fenomeni da baraccone per cui si pagherebbe fior fiori di soldi, l’importante è imparare a stare al proprio posto e recitare il proprio ruolo nel grosso macchinario divertentistico della gentrificazione.
Eppure il mondo brucia, ma spesso quel fuoco che arde non è l’effetto di processi di arricchimento e spoliazione, ma ad appiccarlo è la mano generosa e desiderante di un individuo che ha riscoperto il fascino dell’avventura della rivolta. Nella freddezza di quest’esistente, momenti di calore si fanno sentire ancora e seppur cercano di soffocarci e disperderci, di strapparci alle nostre relazioni ed affetti, crediamo che il momento per leccarci le ferite non sia giunto, ma bisogna continuare a sperimentare nuove forme di rivolta per aprire nuove prospettive di sovversione. Abbiamo deciso di far nostra la pratica della TAZ per tentare di far ritornare il punk alle sue radici insurrezionali, per diffondere una pratica conflittuale che ognun può far propria. Contro sgomberi e gentrificazione, contro il divertimento imposto e i loro meccanismi di relazione, riappropriarsi – momentaneamente – di un posto per ritornare ad essere una minaccia, per incontrarci e cospirare assieme, per ritrovare il piacere della condivisione e della gioia, per riprenderci le nostre vite e continuare ad attaccare l’esistente.”

“Punx e la Metropoli” – Ma(la)tinee in Villa Vegan (12/11/17)

“è come                                                                                           
attender la pioggia 
sperando che piova sotto cieli di piombo 
sperando che piova sotto cieli di piombo 
aspettando la pioggia… “

Milano, un pomeriggio di novembre. Cielo plumbeo, grigiore opprimente della metropoli, pioggia malinconica senza motivo. Cosa c’è di meglio per riempire un uggioso pomeriggio autunnale se non un concerto punk-hardcore nella splendida cornice di Villa Vegan con tanti ben compagni di disavventura? NULLA, giusto.

Hanno aperto le danze gli WOWS, gruppo veronese composto da sei misteriosi individui. La loro proposta sonora è un drone-doom metal granitico e opprimente, venato di sludge atmosferico, la perfetta colonna sonora del cupo e piovoso pomeriggio dell’autunno milanese. Il muro sonoro creato dagli WOWS, pesante, acido e a tratti psichedelico, è riuscito a costruire una atmosfera opprimente e a trascinare l’ascoltatore in un abisso dove a farla da padrone sono stati la distorsione e la sensazione di annichilimento creata dai nostri. A metà strada tra Neurosis, Eyehategod, Sunn O))) e Hate&Merda, i misteriosi WOWS sono stati autori di una buonissima performance. Interessante scoperta da approfondire.

L’atmosfera oscura e opprimente creata dal gruppo di Verona ha poi ceduto il posto al fast-hardcore/powerviolence militante e rabbioso dei bolognesi Repressione, vere e proprie macchine da guerra. C’è poco da dire su di loro; un gruppo che mette sempre tantissima passione, tantissimo sudore e tantissima attitudine in quello che fa e la loro esibizione, ancora una volta, ce ne ha dato prova nel caso avessimo qualche dubbio. Passione e attitudine certo, ma anche tanta qualità e tanta “tecnica” se così vogliamo chiamarla. Pezzacci come “Tempi Bui”, “Huye Hombre”, “Guerra alla Città” e “Cielo di Piombo” (da cui è presa la strofa posta ad introduzione di questo articolo) come al solito, ancora più che su disco, fanno la loro porca figura. Anche un pezzo nuovo come “Fiamme” non ha cambiato di una virgola la proposta dei nostri: rabbia, rumore e velocità contro tutto e tutti. Nonostante il freddo che invadeva le ossa e rendeva lenti i movimenti è stato impossibile esimersi dal pogare quasi ininterrottamente sui pezzi proposti dai Repressione capaci di far risplendere il fuoco sotto cieli di piombo. Rabbia e rumore from Bologna, nothing less, nothing more.

Cocaine Slave – Pic taken from Facebook

Non è facile per nessuno essere posti in scaletta subito dopo una performance impeccabile come  quella dei Repressione; ai Cocaine Slave però non frega un cazzo e ce lo hanno dimostrato chiaramente regalandoci anch’essi una performance che in quanto ad passione e attitudine non è stata sicuramente seconda a quella dei bolognesi. Il powerviolence dei nostri non scende a compromessi, non conosce pause, tira dritto tritando ossa e non facendo prigionieri, dimostrandosi estremamente godibile (come del resto aveva già fatto intravedere su disco) e permettendo che le danz…ehm il pogo continui senza freni. Due cose da evidenziare: il nuovo cantante ha regalato una performance vocale estremamente convincente e a tratti “molto metal” (qualsiasi cazzo di cosa voglia dire) che ha sicuramente aggiunto qualcosa in più alla proposta dei Cocaine Slave; alcuni problemi tecnici (interferenze cassa-microfono e corda della chitarra di Mike rotta appena prima dell’ultima canzone) hanno invece in piccola parte penalizzato la qualità dei suoni, ma dopotutto di questo non ce ne deve fregare un cazzo dinanzi ad un’altra esibizione che ha riscaldato alla grande il freddo pomeriggio milanese. Ah postilla finale sui Cocaine Slave: il batterista è veramente un cazzone che gioca a fare la rockstar e che fa troppa autocritica anche quando non dovrebbe… ma è anche per questo che gli voglio/amo tanto bene. (Gian se stai leggendo questo schifo di “live report”, spero apprezzerai questa mia dichiarazione d’ammmore per te.)

Gli Stronzi senza la Clara

Ultimo gruppo che ho potuto godermi prima di fuggire dal nubifragio che ha travolto Milano sono stati Gli Stronzi from Imperia. Ultimo gruppo della mia giornata, ma non della Ma(la)tinee visto che dopo di loro si sono esibiti i berlinesi Feral Thrust e la one-man band Misa Histerica direttamente dal Cile, entrambe dedite a sonorità crust. Me li sono persi, questo “live report” è parziale ed io sono uno stronzo. Tornando a parlare degli Stronzi e del loro punk-hardcore in stile molto old school, mi limito a dire che come al solito la nota da sottolineare è l’attitudine dell’instancabile cantante (la Clara), che con la sua voce incazzata e sgraziata ci regala una prova molto buona e assolutamente godibile. In generale una performance quella degli Stronzi che scorre senza soste e che colpisce nel segno. I pezzacci presenti sul loro “Nessuna Prospettiva” si dimostrano ottimi, addirittura migliore in versione live, e questo non può che essere un grande pregio dei nostri.

Come già detto alla fine della loro esibizione me ne sono scappato sotto la pioggia battente a prendere la metro e in questo modo mi sono perso i due gruppi crust che avrebbero dato certamente degna conclusione a questo pomeriggio-serata di punk-hardcore in Villa Vegan, quindi questa “recensione” può considerarsi conclusa qui (e meno male).

Non un semplice concerto, come al solito non è solo musica. Vita, lotta, passione, autogestione, questo è quello che porta con se un concerto come questo. Storie di diserzione della quotidianità e di sovversione del quieto vivere della grigia metropoli milanese. Una storia di punx nella metropoli che creano l’anarchia per qualche momento… “aspettando la pioggia sotto cieli di piombo”. Milano, pioggia e punk-hardcore.

 

 

Ad Ottobre torna La Casa del Disastro, la radio di servizio fatta dai punx per i punx

Riporto direttamente l’annuncio della ripresa delle trasmissioni radio de La Casa del Disastro, ossia “la radio di servizio fatta dai punx per i punx” tenuta da Stiopa e Sarta, i due chitarristi di quella creatura romantic punx dell’underground milanese conosciuta come Kalashnikov Collective. A partire da Ottobre tutti i giovedì dalle 20 alle 21 non perdetevi l’appuntamento “oltre la musica, oltre il rumore” con La Casa del Disastro!

“Fra un mesetto – a grande richiesta – riprendono le disastrose trasmissioni de…

LA CASA DEL DISⒶSTRO!
LA CASA DEL DISⒶSTRO!
LA CASA DEL DISⒶSTRO!

Tutti i giovedì dalle 20 alle 21 sulle frequenze di Radio Onda d’Urto!

Torneranno le classiche puntate live con gli/le ospiti della peggior fama, nonchè gli speciali monografici in cui blateriamo circa quello che ci piace, ovvero la musica inusuale e punk (in senso lato).
Insomma la formula dovrebbe restare la stessa, continueremo a raccontare l’underground musical-esistenziale D.I.Y. dei dintorni e non, anche se ci riserviamo di cambiare idea quando ci gira, ahahah.

Vi sproniamo ad offrire fin d’ora qualsiasi tipo di consiglio/contributo/insulto vogliate rivolgerci, ma anche a proporvi in qualità di ospiti in studio, dato che i requisiti che dovete vantare per far questo sono: nessuno.

Se volete ripassare, trovate tutte le 33 puntate della passata stagione qui:
https://www.mixcloud.com/lacasadeldisastro

https://www.mixcloud.com/lacasadeldisastro

Ah! Grande novità: la CASA DEL DISASTRO è da poco diventata anche una disastrosa ma ambiziosa tape-label, sotto le mentite spoglie di…

Heimat der Katastrophe!

A sopresa, HEIMAT DER KATASTROPHE non si occupa di punk-rock e simili, ma di “ambient-punk”, un nuovo genere che vi cambierà la vita. Prima uscita a firma del misterioso Kalashnikov Wartime Music Ensemble; presto, novità sconvolgenti… Info e shopping qui:

https://heimatderkatastrophe.bandcamp.com

https://heimatderkatastrophe.bandcamp.com

E’ tutto per ora, ci si risente ad ottobre!

LA CⒶSA DEL DISASTRO.
La radio di servizio fatta dai punx per i punx.”