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“La Rabbia di un Mondo che sta Morendo” – Intervista ai Caged

Settimana scorsa hanno arrestato alcuni compagni e alcune compagne a Bologna nel corso dell’operazione chiamata “Ritrovo”. In occasione di questo ennesima azione repressiva dello Stato ai danni di coloro che quotidianamente e concretamente lottano contro questo esistente alienante e contro un sistema economico che sfrutta e opprime le nostre vite, i Caged, gruppo bolognese/imolese, ha deciso di prendere posizione netta in solidarietà con i/le compagn* arrestat* pubblicando su bandcamp un brano inedito i cui ricavi saranno benefit a supporto delle spese legali. Partendo proprio da questo fatto ho contatto i Caged per affrontare alcune questioni di fondamentale importanza e attualità nell’agire politico di tutti noi che hanno preso la forma dell’intervista/chiacchierata. Le parole dei Caged ribadiscono che l’hardcore va oltre la musica e deve essere ancora oggi una minaccia per questo esistente fatto di gabbie e sfruttamento! Con la rabbia di un mondo che sta morendo, in solidarietà e complicità con i compagni e le compagne arrestate a Bologna e con tutti coloro che subiscono la repressione statale ogni giorno, affinché delle galere, e di questo mondo di merda, rimangano solo macerie!

Libertà per Stefi, Elena, Nicole, Emma, Ottavia, Duccio, Guido, Zipeppe, Leo, Martino, Tommi e Angelo!

Ciao ragazz*, voglio iniziare questa intervista partendo dalla vostra ultima iniziativa benefit, ovvero la pubblicazione di un nuovo brano su bandcamp a sostegno dei compagni e delle compagne arrestate a Bologna nel corso dell’operazione repressiva chiamata “Ritrovo”. Come mai questa scelta? Volete parlarne?

Ciao Stefano, innanzitutto grazie per averci incluso nella tua webzine. Sin da quando siamo andati a registrare il nostro primo EP l’agosto scorso abbiamo deciso di tener fuori una canzone da utilizzare diversamente; dopo qualche tempo abbiamo deciso che l’idea migliore sarebbe stata utilizzarla per sostenere delle cause che ci stanno a cuore.
Inizialmente avevamo deciso di aiutare un/a compagn* che fosse dentro per atti legati alla liberazione animale, umana e della Terra, in linea con il testo della canzone, ma dopo l’arresto dei/le compagn* abbiamo ritenuto opportuno aiutare loro. Quando la situazione
cambierà il brano rimarrà benefit come è attualmente, cambiando a chi verranno destinati i soldi.

Legata alla prima domanda, quanta importanza pensate abbiano le varie compilation o concerti benefit per le spese legali di coloro che si oppongono a questo sistema economico e politico?

L’organizzare concerti benefit o altre iniziative di solidarietà nella scena hardcore punk ha diversi lati positivi. Tanto per cominciare permette di parlare della questione anche a persone che diversamente, magari, non sarebbero venute a conoscenza di una data situazione. Quindi allargare la solidarietà. Inoltre, questo processo di diffusione dei motivi della causa, può permettere un dibattito all’interno della scena stessa e degli ambienti che vive e frequenta, arricchendola di contenuti. Senza contare il contributo in denaro, seppur minimo, alle spese legali dei prigionieri/indagati, che non è da sottovalutare. Per concludere non bisogna soffermarsi solo ed unicamente sul lato economico di tali iniziative e quindi costringersi in un mero ragionamento costi/benefici, ma allargare gli orizzonti della solidarietà e trasformarla in un’occasione di confronto, dibattito, aggregazione e diffusione di determinati messaggi.

Per quanto mi riguarda l’hardcore non è soltanto musica ma un mezzo per lanciare messaggi e minacciare, anche concretamente con l’azione diretta, questo esistente capitalista che si basa sullo sfruttamento, sulla repressione e sull’oppressione delle nostre vite. Qual è la vostra idea in merito alla questione “hardcore non è solo musica”?

Siamo perfettamente d’accordo sul ruolo che riveste l’hardcore con i suoi messaggi all’interno del contesto sociale e politico dentro al quale si inserisce. E’ neccesario anche ribadire che riempire un genere musicale di significato a livello di contenuti non è l’unica
cosa pratica che possiamo attuare nella nostra vita per contrastare l’esistente.. la sostanza dell’agire rimane sempre la via più diretta per opporsi a quello che combattiamo.
L’hardcore è musica, ma non solo! L’hardcore punk è sempre stato caratterizzato da messaggi di disagio e rabbia sociale. Inoltre, chi ha vissuto e vive la scena e i suoi spazi ha sempre avuto la possibilità di esprimere sé stesso, all’interno di un contesto sensibile a numerose tematiche, dall’antirazzismo all’antiautoritarismo. Nonostante le contraddizioni che ancora esistono, la scena hardcore rimane una nicchia all’interno di questo mondo dove la sopraffazione dell’uomo sull’uomo, l’avidità, l’individualismo di stampo borghese, ne fanno
da padrone. Tutto ciò, è possibile per l’appunto perché nell’hardcore punk l’aspetto politico e di critica sociale sono fondamentali, tanto quanto la musica.

Vi definite un gruppo straight edge e vegano, cosa significano per voi queste due nette prese di posizione etiche e politiche? Quanto è importante nelle vostre vite la lotta antispecista legata alla scelta dell’essere vegani?

Sì, siamo straight edge e vegani e la band spinge le tematiche relative a queste prese di posizione. Siamo convinti che ognuno di noi possa fare la differenza, attraverso le scelte che vengono intraprese durante il corso della vita. Ogni persona può essere fondamentale,
soprattutto nella lotta. La società nella quale viviamo ci convince ogni giorno che non contiamo niente, se non nei contesti nei quali la nostra produttività può apportare maggior profitto al padrone di turno. Ci hanno isolati, parcellizzati. Hanno dilaniato ogni lotta,
reprimendola e slegando ogni legame di solidarietà, alimentando qualsiasi mezzo che diffondesse alienazione e miseria culturale.
Non staremo ad elencare cosa rappresenta la droga (dagli psicofarmaci, alla cocaina e all’alcol) in questo mondo, dalle sue funzioni di controllo sociale fino ai risvolti nel mercato capitalistico e nell’industria della guerra. Basta aprire gli occhi e problematizzare la
questione. Prendere coscienza, che anche il consumo ha un peso sulle vite di altre persone. Noi in questo senso abbiamo fatto una scelta, che per quanto sia personale, è di tipo politico.
Lo stesso, in altri termini, vale per il veganismo. Per noi l’industria della carne, come lo stesso sistema di produzione capitalista, è un cancro, che sta divorando animali, lavoratori e la Terra stessa. La nostra scelta è una presa di posizione rispetto a tutto ciò e rispetto a tutti i settori dell’industria e della ricerca scientifica che considerano gli esseri viventi come una merce, animali e non. L’antropocentrismo che è insito nella nostra civiltà occidentale è un male, che ha portato alla distruzione di interi ecosistemi, all’estinzione di numerose specie animali e pare esser diventato una seria minaccia alla sopravvivenza della nostra stessa razza umana. La situazione è grave e bisogna prendere posizione, non solo per empatia verso gli altri esseri viventi che continuano ad esser sfruttati impunemente, ma anche per rifiutare coscientemente questo stato di cose attuali e rendersi conto che le proprie scelte di vita hanno un peso sostanziale, unite all’azione, all’attivismo nelle proprie realtà.
Ultimo ma non meno importante : essere vegan a livello di scelta alimentare non ha alcun risvolto nella lotta antispecista perchè il mercato è in grado di assorbire qualsiasi forma di “boicottaggio” consumistico integrandola nella propria fetta di offerte. Avere il menù vegano a portata di mano non deve essere il nostro obbiettivo nella lotta dobbiamo puntare alla distruzione di tutte le gabbie fisiche e mentali che permettono a questo mondo di perpetuare lo sfruttamento.

Il vostro nome significa letteralmente “imprigionati,” quindi non stupisce che voi vi schieriate apertamente e nettamente contro ogni forma di gabbia e carcere, tanto per gli esseri umani quanto per gli animali. So che è una domanda molto ampia e a cui sarà probabilmente difficile rispondere, ma qual è la posizione dei Caged in merito alle carceri, alla repressione statale e alle gabbie di ogni sorta?

Cosa si può pensare delle gabbie. Possiamo concordare sul fatto che siano oggetti o strutture il cui fine ultimo è la privazione della libertà di un individuo, a prescindere dalle valutazioni di merito sulle motivazioni che partano alla loro creazione e sul loro utilizzo. La
nostra posizione rispetto al carcere parte quindi da questo assunto e dalla domanda: è giusto punire una persona con la privazione della libertà, per aver violato la legge? Il dibattito anticarcerario è davvero molto vasto e in queste poche righe c’è il rischio di banalizzare
l’argomento, che è molto complesso. Sicuramente, troviamo nel carcere il simbolo di questa società, sia per l’organizzazione gerarchica della struttura, sia per il tipo di controllo coatto
che viene esercitato sui detenuti, sia per la composizione sociale di questi ultimi. Inoltre, l’argomento del carcere apre anche un dibattito su che cosa è la Legge, chi la crea, chi difende e come viene fatta rispettare. Una serie di quesiti, che trovano nelle risposte ad esse un unico filo conduttore: l’ingiustizia di questo stato di cose. Alexander Berkman affermava: It is the system, rather than individuals, that is the source of pollution and degradation. My
prison-house environment is but another manifestation of the Midas-hand, whose cursed touch turns everything to the brutal service of Mammon. (in Prison Memoirs of an Anarchist,
1912)
Per concludere vorremmo sottolineare che i compagni arrestati e indagati per l’operazione “Ritrovo” sono stati perseguiti anche per varie iniziative a carattere anticarcerario e contro i Centri di permanenza per i rimpatri degli immigrati “clandestini”. Fatto che fa riflettere su come certi argomenti siano molto sensibili in un sistema che basa la propria autorità sulla coercizione e sul monopolio della violenza.

Fate parte della scena hardcore, un genere musicale che da sempre è
connotato da una profonda vena politica e che ancora oggi convive conpratiche fondamentali come occupazioni, autogestioni o autoproduzioni.
Che ruolo rivestono nel vostro progetto pratiche come il DIY o
l’autogestione?

Per noi il DIY e l’autogestione sono inscindibili dal nostro vivere questa musica. A partire dalle salette prove che abbiamo frequentato, fino alla pubblicazione del disco. Non è neanche una presa posizione, ma proprio un naturale approccio in quello che facciamo. E’ un modo diverso di affrontare la realtà ed è parte del nostro quotidiano: ognuno di noi, con le sue possibilità e i suoi tempi, cerca di farne una pratica costante. non solo per il gusto di creare le proprie mani, ma soprattutto per una scelta di consumo differente.

Passando al lato musicale, non son moltissimi i gruppo in Italia oggi a
suonare un Metal-hardcore novantiano come fate voi. Da dove viene
l’idea di suonare proprio questo genere? Quali sono i gruppi a cui vi ispirate?

L’idea nasce dai nostri gusti musicali, volevamo fare qualcosa che portasse avanti tematiche importanti attraverso i generi musicali che ci piacciono. Ovviamente il cantato e la musica riflettono la rabbia per lo stato attuale di cose, la necessità di un cambiamento e una “chiamata alle armi” per esso. Alcuni dei gruppi che significano molto per noi sono: Morning Again, Chokehold, Seven
Generations, xRepentancex, Ecostrike, Magnitude.

Pensate che, politicamente e nelle lotte concrete che siano anti-carcerarie, antispeciste, ecc, l’hardcore abbia ancora molto da dire o abbia in sé un potenziale rivoluzionario e/o insurrezionale?

L’hardcore ha molto da dire, se le persone che lo animano hanno ancora la necessità di comunicare qualcosa su questi temi e se ce ne sono altre che sono ricettive a questi messaggi. L’hardcore punk è un organismo che senza le cellule che lo rendono vivo, muore e perde di senso. Attualmente, il suo potenziale è molto basso, perché viviamo in una situazione sociale stagnante. Però finchè ci saranno persone pronte ad alzare la voce e a battersi per quello in cui credono, ci sarà sempre speranza. Questo non vale solo per una scena musicale, ma per tutti gli ambiti della nostra quotidianità.

Per concludere, come vedete voi l’hardcore? Cosa significa per voi suonare hardcore? Che obiettivi vi ponete come gruppo e cosa volete trasmettere con i vostri testi?

In parte crediamo di aver già risposto a questa domanda, con ciò che abbiamo detto di
sopra. Quello che ci proponiamo come band è sicuramente dare voce a chi non ne ha. Far
emergere la voce di quegli oppressi, umani e non, che ogni giorno vengono sfruttati e uccisi
dalla macchina di morte capitalista. Quindi sensibilizzare più gente possibile a certi
argomenti, con la speranza, infine, di creare una nuova consapevolezza. Infatti, per noi il
processo di autodeterminazione di un individuo è il primo passo verso un percorso di
attivismo contro questo stato di cose presenti.
Infine, come band supporteremo tutte le cause e le situazioni di compagni, nei limiti
dell’umano.
Grazie ancora dell’intervista!

Grazie a voi carissim* Caged! 

 

Caged – “Freedom for All, Solidarity for the Comrades”

Riporto il breve comunicato con cui i Caged, gruppo metalcore bolognese, accompagnano la pubblicazione di una loro nuova traccia (The Death Upon the Sea) per sostenere le compagne e i compagni arrestate/i nelle scorse ore nel corso dell’operazione “Ritrovo”.

“Questa traccia la pubblichiamo per sostenere compagn* arrestat* durante l’operazione repressiva “Ritrovo”.
Siccome non è possibile in questo momento fare concerti benefit abbiamo pensato a contribuire con questa raccolta.
Abbiamo per questo deciso di mettere un’offerta minima per il download della traccia. Link: https://cagedxvx.bandcamp.com/

Tutto il ricavato verrà devoluto a sostenere le spese legali de* compagn* anarchic* indagat* e incarcerat* a causa dell’operazione repressiva “Ritrovo”, del 13 maggio 2020.
Per chi fosse interessat* ad approfondire la questione e volesse scrivere a prigionier*, vi indirizziamo a questo link:
oltreilcarcere.noblogs.org/post/2020/05/14/chi-lotta-non-e-mai-solx/

Tutt* Liber*
Per un mondo senza gabbie ne frontiere!

We publish this track to support the comrades arrested during the “Ritrovo” repressive operation.
Since it is not possible at this time to do benefit concerts, we thought to contribute with this fundraising.
We have therefore decided to put a minimum offer to download the track.

All proceeds will be donated to support the legal costs of the anarchist comrades investigated and imprisoned due to the “Ritrovo” repressive operation, of 13 May 2020.
For those interested in investigating the matter and wanting to write to prisoners, we direct you to this link:
oltreilcarcere.noblogs.org/post/2020/05/14/chi-lotta-non-e-mai-solx/

Freedom for all!
For a world without cages or borders!”

 

“Delle Galere Solo Macerie” – Solidarietà ai/alle compagni/e arrestati/e a Bologna

Disastro Sonoro, lo sapete benissimo, è un progetto anzitutto politico che vede nel punk hardcore in tutte le sue forme uno dei tanti mezzi per diffondere reali minacce contro questo esistente capitalista che si fonda sull’oppressione, sullo sfruttamento e sulla repressione delle nostre vite. È per questo che come Disastro Sonoro ho sempre preso posizione netta quando compagne e compagni, che lottano per una vita radicalmente diversa, vengono colpiti dalla repressione dello Stato. E lo faccio anche adesso visto che questa notte a Bologna sono stati arrestati 7 compagni e compagne nell’operazione “Ritrovo” coordinata dai ROS.

OPERAZIONE RITROVO

Nella notte tra il 12 e il 13 maggio 2020 in esecuzione di un’ordinanza del GIP di Bologna scatta l’operazione Ritrovo coordinata dai ROS.

I/le compagnx arrestatx sono sette: Elena, Leo, Zipeppe, Stefi, Nicole, Guido e Duccio. Ad altrx cinque compagnx, Martino, Otta, Angelo, Emma e Tommi, è stato dato l’obbligo di dimora a Bologna con le firme quotidiane.

L’accusa è di associazione con finalità di terrorismo (270bis) per chi ha la misura cautelare in carcere.
Gli altri reati contestati sono istigazione a delinquere (414cp), deturpamento e danneggiamento(639 e 635 cp), e per una sola persona incendio (423cp), con aggravante di finalità eversiva. L’inchiesta a carico della Procura di Bologna è partita in seguito ad un attacco incendiario contro ripetitori di reti televisive, ponti radio degli sbirri, e antenne di ditte che forniscono sistemi di intercettazioni e sorveglianza audio-video. “Spegnere le antenne, risvegliare le coscienze solidali con gli anarchici detenuti e sorvegliati” la scritta ritrovata vicino al luogo dell’incendio.

Di seguito gli indirizzi per scirvere a i.le compagnx arrestatx:

ELENA RIVA
NICOLE SAVOIA
Strada delle Novate, 65
29122 Piacenza

DUCCIO CENNI
GUIDO PAOLETTI
via Arginone, 327
44122, Ferrara

GIUSEPPE CAPRIOLI
LEONARDO NERI
Strada Alessandria, 50/A
15121 San Michele, Alessandria

STEFANIA CAROLEI
via Gravellona, 240
27029, Vigevano (PV)

LIBERTÀ SUBITO PER TUTTI E TUTTE!

Solidarietà e complicità sempre e comunque con chi lotta contro l’esistente, i suoi difensori e contro questo quieto vivere e questa alienante pacificazione sociale imposte a colpi di repressione, sgomberi, sorveglianza, controlli, sbirri, telecamere, carceri e oppressione quotidiana. Risplenda presto il nostro fuoco sotto cieli di piombo, affinché delle galere non rimangano che macerie!

 

 

Solidarietà a chi resiste – Noise Benefit per gli inguaiati

 

Riprendo direttamente quanto scritto dai compagnx di Scaglie di Rumore e ci tengo a riportare quanto hanno deciso di fare per supportare i compagni e le compagne dell’Asilo Occupato di Torino colpiti dalla brutale repressione nelle giornate di ieri e oggi. Supportate, sempre solidali e complici con chi lotta e resiste!

“Tutte le band più rumorose vicine al Scaglie di Rumore e Veneto Noise Crew dopo i recenti fatti che hanno visto lo sgombero dell’Asilo Occupato hanno voluto creare questa compilation benefit a sostegno dei compagn* che sono stati colpiti dalla repressione di stato, tutti le donazioni sanno usate per per gli inguaiati con la legge.
Noi alla repressione rispondiamo con il rumore.”

Ascoltate qua e supportate: https://scagliedirumore.bandcamp.com/album/solidariet-a-chi-resiste-noise-benefit-per-gli-inguaiati

PER IL RUMORE, PER L’ANARCHIA!

Solidarietà e complicità con l’Asilo Occupato di Torino

 

Oggi alle 4.30 di mattino è iniziata l’operazione di sgombero dell’Asilo Occupato di Torino, in contemporanea a 5 arresti per associazione sovversiva a causa dell’impegno nella lotta contro al CIE torinese.

Ancora una volta lo Stato mostra il suo vero volto: tra le congratulazioni del Sindaco Appendino le forze dell’ordine caricano e inseguono i solidali del quartiere accorsi per far sentire, con i loro corpi e le loro voci, la vicinanza a chi resiste tuttora sul tetto.
Punire, insomma, chi si mostra vicino ai migranti e agisce in prima persona affinché le prigioni, dove è detenuto chi ha la sola “colpa” di non avere i documenti, chiudano finalmente i battenti.
Cancellare inoltre, prima fisicamente e poi dalla memoria del quartiere Aurora, un posto occupato, l’Asilo, dove rapporti liberi da prevaricazione e quotidianità non alienate dal lavoro e dal denaro possono essere sperimentate.

La nostra solidarietà va quindi a Silvia, Giada, Antonio e Beppe, convinti non sarà questo a far loro chinare il capo.

L’appuntamento di oggi è alle 18.00 nella sede di Radio Blackout.

(TESTO SCRITTO DAI COMPAGNI E DALLE COMPAGNE DEL TELOS)

Per chi vuole rimanere aggiornato e non può o non riesce a raggiungere i compagni e le compagne che ancora stanno resistendo per le strade di Torino si ascolti https://radioblackout.org

Ci riprenderemo il cielo statene certi. Le fiamme della nostra gioia continueranno a divampare nelle vostre grigie città in cui vi siete condannati a morte! Solidali e complici sempre e comunque con chi lotta contro l’esistente, i suoi difensori e contro questo quieto vivere imposto a colpi di repressione, sgomberi, sorveglianza, controlli, sbirri, telecamere, carceri e oppressione quotidiana. Risplenda il fuoco sotto cieli di piombo!

“Delle Galere solo Macerie!” – Aggiornamenti da Paska (da Round Robin)

Riporto la lettera scritta dal compagno Paska sulle sue condizioni carcerarie, ripresa direttamente dal blog Round Robin. L’hardcore non è solo musica e su Disastro Sonoro non ho mai smesso un secondo di ribadire questo concetto da troppi e troppo spesso dimenticato, volutamente o meno. Sempre solidali e complici con tutti i compagni e tutte le compagne privati/e della loro libertà dalla repressione dello Stato borghese, ma senza mai dimenticare che la solidarietà e la complicità a parole son del tutto inutili se non si tramutano in azione diretta e in lotta quotidiana contro ogni autorità, contro ogni gerarchia, contro ogni muro, contro ogni gabbia e contro ogni repressione. <<Delle galere solo macerie!>>, urla la voce dello stesso Paska all’inizio di “Macerie”, brano posto in apertura dello split tra i suoi Cospirazione e i Rauchers. <<Delle galere solo macerie>>, ancora oggi dev’essere il motivo che ci spinge a lottare contro lo Stato, ma deve iniziare a tramutarsi da semplice frase a concreta pratica rivoluzionaria di lotta e libertà! Paska Libero, tutti/e liberi/e!

 

“Confermo quanto detto, ma voglio un medico adeguato per quello che mi è successo. Quando sono uscito dalla cella, è vero ho spinto l’agente che era presente sul piano. Poi sceso all’ingresso ho spinto l’altro agente che mi aspettava e che faceva parte della scorta. Dichiaro però, che subito dopo, sono stato aggredito da più di dieci agenti, con schiaffi e pugni; mi hanno buttato a terra e ho ricevuto pugni e schiaffi, calci in testa, sulla schiena, sull’addome, su gamba sinistra e destra e sulla mano sinistra. E quando mi sono alzato ho ricevuto degli schiaffi fino a quando mi hanno ammanettato. Durante il tempo del pestaggio sono stato offeso e minacciato pesantemente”. Visto quanto emerge dagli atti, e soprattutto viste le certificazioni sanitarie DA CUI NON RISULTA QUANTO DICHIARATO DAL DETENUTO, tenuto conto della gravità dell’episodio, il collegio applica la sanzione di giorni 15 di esclusione dalle attività in comune.

Questo è quanto ho dichiarato al consiglio disciplinare, avvenuto venerdì 9 novembre in seguito ai fatti accaduti in carcere prima del processo dell’8/11.
Ma sarebbe bene ed opportuno raccontare tutto ciò che è accaduto in questo ultimo mese e mezzo. Il 2 ottobre la mattina parto dal carcere di Teramo per Lecce, arrivo verso le 16 in carcere; tempo delle lungaggini burocratiche, riesco a fare una doccia volante ed è già orario di chiusura. Il giorno dopo, nell’attesa di andare a processo chiedo di andare all’aria, ma la risposta è no perché “qui sei isolato”. Il motivo si spiegherà da solo due ore dopo. Poco dopo vado a processo e al ritorno non mi fanno salire in sezione a prendere le mie cose perché lo han già fatto le guardie; rimango in matricola e devo prepararmi gli zaini per l’aereo se voglio andare a processo a Firenze. Così facendo, quando le compagne e i compagni saranno lì il pomeriggio per fare un presidio sotto il carcere di Lecce io già sarò in volo per Genova.
A malincuore devo lasciare un po’ di cose giù, tipo pentole-padelle-libri-cd-opuscoli, perché non posso portare più di due zaini, quindi prediligo vestiti-lenzuola-coperte-documenti e qualche libro (più moka e fornello, fondamentali per la carcerazione) 🙂

Quindi il 3 ottobre alle 13 mi muovo da Lecce direzione Brindisi, dove prenderò ben due aerei (Brindisi-Roma e Roma-Genova), e poi mi muoverò da Genova per La Spezia in blindato. Alle 21 arrivo a La Spezia e vado a dormire vestito, non mi porto neanche i vestiti dentro e decido di prendere il tutto il giorno dopo, perché troppo stanco.
4 ottobre, 8 di mattina: perquisizione in stanza; tra l’altro il 2 sera a Lecce sotto il materasso trovai una lama artigianale che feci sparire e meno male, dato che il giorno dopo sono state le guardie a farmi i sacchi…coincidenze?Comunque, meglio prevenire che curare.
Il 6 ottobre mi fanno salire in sezione, mettendomi in stanza con un ragazzo con cui all’apparenza potevano esserci problemi sin da subito, ma in realtà non abbiamo dato soddisfazione alle guardie e ci siamo adeguati alle esigenze carcerarie.
Il 9 vado a processo, e primi screzi insulti reciproci con la scorta che ha modi di fare un po’ tamarri e coatti alla guida. Lascio passare. Dal giorno 10 o 11, non ricordo bene il giorno esatto, problemi per andare all’aria: le guardie devono avvisare il primo piano prima di lasciarmi passare perché direttrice e comandante, su suggerimento di “ordini dall’alto”,ci hanno messo un divieto di incontro a me e un altro compagno detenuto a La Spezia.
Inizio quasi a non sopportare più la situazione, ma la goccia che fa traboccare il vaso arriva il giorno 18: vado nuovamente a processo, ed oltre a dovermi sorbire tra andata e ritorno 300km, ammanettato, la scorta inizia ad “imitare” i personaggi di Fast & Furious. Appena entrati a La Spezia, al ritorno dal processo, iniziano ad accendere sirene, cacciare palette, bruciare semafori, tirare freni a mano, insultare e minacciare gli automobilisti per passare rischiando incidenti, fare sgommate…e percorrono un sottopasso a 80 all’ora, e all’atteraggio, perché di un volo si è trattato, sbatto la testa, mi cadono gli occhiali e sbatto fortissimo con le manette sul costato, che ancora mi fa male.
Salgo in sezione molto arrabbiato, il giorno dopo mi faccio visitare ma non riscontrano nulla logicamente, dico che devo parlare con direttrice e comandante, e che accellerino le pratiche per l’invio della richiesta di trasferimento (ufficialmente partita il giorno 23); loro già sanno benissimo che se dovrò partire da La Spezia per la prossima udienza del processo non gli renderò vita facile, ma non danno importanza alle mie parole.

Il 26 ottobre arriva un foglio dal DAP che mi notificano giorno 30 dove in sostanza mi rifiutano il trasferimento: logicamente risposta già preconfezionata, senza neanche aver letto l’istanza, dato che un rifiuto in così pochi giorni è un record! Situazione di nervosismo, insulti reciproci con le guardie, ed anche se so che forse non servirà a nulla, dichiaro l’incompatibilità con il corpo di polizia penitenziaria di La Spezia.
Volevo già iniziare lo sciopero il 31/10 ma aspetto il lunedì 5 novembre, dato che durante le feste non serve a molto, chiedo di parlare con la direttrice, mi dicono domani mattina ti chiamerà. Mattina dopo nulla, quindi mi rifiuto di rientrare in cella dalle 12 alle 13 e poi scendo all’aria, ed anche lì mi fermo rifiutando di risalire. Dopo mezz’ora (14.30 circa) mi chiamano direttrice e comandante, gli rifaccio rpesente tutte le problematiche di andare a processo con la scorta di La Spezia, dell’incompatibilità con le guardie, che sono a più di 500km dai familiari e a 150km dal processo, e che sanno benissimo che se non parto giorno 8 qualcosa accadrà. Loro rispondono che ricevono ed eseguono gli ordini del DAP, e di assumermi tutte le responsabilità di ciò che farò; rispondo che sicuramente mi accollerò tutto, ma basta che mi vengano addosso uno ad uno e non 10 contro 1.
Bene: giorno 8/11 succede quello che ho scritto all’inizio del testo; dopo avermi ammanettato e continuato a malmenare, chiamano il medico chiedendogli se ero in grado di andare a processo, e pure lui, impaurito solo a guardare la situazione, vede i bozzi e i lividi (ma non li scriverà) e mi chiede “Vuoi andare?”. Ed io dico di sì, anche perché avevo preparato una dichiarazione da leggere in aula, che avrei a quel punto modificato aggiungendo che mi avevano pestato in carcere prima del processo; dichiarazione abbastanza blanda dove volevo rimarcare perché chiedevo il trasferimento.
In aula, il giudice non mi fa leggere tale scritto affermando che la sede è inadatta, riesco però a far sapere alle altre e agli altri in aula che mi hanno pestato i secondini e sono in sciopero della fame da 4 giorni. Mi cacciano così dall’aula ed un secondino zelante, che mi ha schiaffeggiato fino all’ultimo, mi mette le manette strettissime tanto che i polsi diventano viola e per poco svengo. Mi portano alle cellette, e dopo un po’ mi fanno risalire, anche se siamo rimasti solo noi 3 imputati, oltre ad avvocati, giudici e sbirri, e dico agli altri 2 che vorrei rimanere per far vedere i segni sul corpo all’avvocato e tornare il più tardi possibile a La Spezia, prevedendo un altro pestaggio al ritorno. Così non è stato, anche se c’erano 5-6 guardie belle grosse che mi hanno portato a fare la visita per sciopero della fame. Provo anche a farmi refertare gli evidenti segni, ma non c’è nulla. Per i due giorni successivi proverò ancora a farmi refertare ma “non posso scrivere cose che non si vedono”. Finita la visita mi rimettono alla cella 1 del piano terra, la stessa dove dormii la prima sera qui a Spezia. Regime chiuso, le mie cose le avevan già preparate e messe in cella le guardie. Il giorno dopo, almeno, mi fanno recuperare il resto delle mie cose e mi fanno il consiglio disciplinare dandomi 15 giorni di isolamento.

Questo è quello che mi ha portato a dare due spinte alle guardie e il mio vissuto a La Spezia: niente di anormale, le guardie che ti provocano con fare mestierante e poi ti sfondano di mazzate quando sei a terra con calci e pugni su testa e schiena, direttrice che copre il pestaggio grazie alla complicità di medici (su 4 visite con 3 medici diversi, uno forse la seconda volta che mi ha visto ha scritto le parti che ho doloranti), e le guardie che ti minacciano pure di denunciarti per calunnia, con il giudice che non ti fa rilasciare una dichiarazione a riguardo e ti caccia dall’aula.
Tutto nella norma.E’ per questo che non mi ritrovo nella normalità della società, che giustifica l’autorità, gli abusi, i soprusi, e li copre. E’ per questo che continuerò lo sciopero della fame finché potrò, continuando a esigere il trasferimento in altro carcere, visto che se per De Andrè la stessa aria di un secondino non si può respirare nell’ora di libertà, io voglio proprio evitare di condividerla sempre con le guardie che qui mi hanno pestato, con i medici ciechi e complici, la comandante che giustifica i suoi uomini dicendo che mi invento tutto e la direttrice che nasconde il marcio sotto un tappeto di falsità.

SEMPRE A TESTA ALTA, PASKA”

 

Repressione – Col Sangue negli Occhi (2017)

“Coltiva la tua rabbia 
Coltiva la tua ira 
Una vita di stenti 
Costretti a resistere mostrando i denti 
Continua la lotta”

Il disco di cui mi appresto a parlare questa sera è stato rilasciato lo scorso giugno e, devo essere sincero con voi miei amati lettori di Disastro Sonoro, è stato amore a primo ascolto, tanto da essermelo divorato più e più volte nel corso di questi mesi, avendo nei suoi confronti un rapporto a tratti morboso-ossessivo. Rimane tutt’ora uno degli album che ascolto più frequentemente nei miei viaggi da pendolare su metro e pullman, avanti e indietro tra il grigiore opprimente di Milano e della periferia. Questa breve premessa per sottolineare anticipatamente quanto poco sarò imparziale nel parlare di questo “Col Sangue agli Occhi”, terza fatica in studio dei (miei amici) bolognesi Repressione. Un concentrato di hardcore punk rabbioso ed estremamente combattivo, veloce e frenetico senza però mai suonare rumoroso in modo estremamente eccessivo. In poche parole il perfetto proseguimento di quanto fatto intravedere dai nostri nei già ottimi “Rumore e Rabbia” del 2015 e “Fuoco” dell’anno successivo, altri due album che, per la cronaca, mi hanno reso “addicted” e non poco.

Il fast-hardcore dei nostri, profondamente influenzato tanto dall’approccio tutto italiano al genere quanto da mostri sacri come Infest (di cui troviamo appunto una rivisitazione del brano “The Game” in perfetto stile Repressione), è accompagnato da liriche riottose e mai scontate che più di una volta mi hanno ricordato quella sensazione di militanza raccontata con la poetica a là Contrasto o capaci di riportarmi alla mente alcuni testi dei primi Negazione. E i Contrasto non li ho nemmeno troppo citati a caso visto che nel secondo brano (probabilmente uno dei migliori pezzi presenti su quest’album) troviamo la voce inconfondibile di Max. Sono testi sempre impegnati e antagonisti, di militanza vissuta; testi che trasudano esperienze e sensazioni di lotta quotidiana contro questo sistema oppressivo che schiaccia le nostre vite e che ci vorrebbe ogni giorno sempre più obbedienti, silenziosi e rassegnati. Un sistema che vorrebbe condannarci a morte nell’apparente quieto vivere. Un sistema che, nonostante tutto, continueremo a combattere colpo su colpo, con ogni fottuto mezzo possibile per affermare <<contro l’oppressione, la vita. Per la vita, l’insurrezione>>.

“Ho il cuore fatto strano che soffre la bellezza” canta la buona Silvia a.k.a. Tunonna, ed è proprio per questo motivo che sto facendo estremamente fatica a parlare a cuore aperto di questo “Col Sangue negli Occhi”, un album in cui non riesco a trovare una nota stonata o qualcosa che mi faccia storcere il naso, un album che ancora oggi a distanza di mesi sa come tenermi compagnia e nel quale mi rifugio quando non so cosa ascoltare. Una certezza! Ah e nel caso non l’aveste notato, ve lo butto quì così, il titolo dell’album è direttamente ripreso da un pamphlet scritto dal compagno George Jackson, militante nelle Black Panthers, nel lontano 1971, poco tempo prima di perdere la vita nel carcere di San Quentin per mano di alcuni secondini che gli sparano alla schiena.

Cosa dire poi nello specifico delle 10 incredibili tracce presenti su questo “Col Sangue Agli Occhi” se non che si potrebbero scrivere decine e decine di righe per ogni singolo pezzo? L’album si apre con un pezzaccio che mette fin da subito in chiaro le cose e non lascia dubbi su quanto ci troveremo ad ascoltare nei 13min e 45secondi che seguiranno dopo aver cliccato play: un concentrato di hardcore punk veloce, rabbioso e che sa perfettamente bilanciare momenti più rumorosi e concitati ad altri in cui si può apprezzare appieno tutta la capacità dei Repressione nel riuscire a creare melodie strumentali e linee vocali di immediato impatto che accompagnano pezzi dal gusto anthemico come appunto l’iniziale “Guerra Alla Città”; brano brevissimo ma di un’intensità sconcertante condito con un testo che manifesta tutto il malessere che si prova nell’esser costretti a sopravvivere in ambienti urbani e metropolitani sempre più cementificati, militarizzati ed adibiti a laboratori a cielo aperto per la sperimentazione delle logiche securitarie, del controllo ossessivo e della sorveglianza costante delle nostre esistenze. Se la città dunque muove guerra all’individuo, l’unica risposta possibile è quella che ci urlano nelle orecchie e ci sputano in faccia i Repressione, ossia muovere a nostra volta Guerra alla Città!

Anche la successiva “Huye Hombre” prosegue il percorso dirompente e riottoso iniziato dalla prima traccia mantenendo così alta la tensione e l’atteggiamento combattivo dei nostri, tanto nella musica quanto nelle liriche militanti che si dimostrano sempre incisive e mai scontate! Ho già accennato qualcosina poi in merito alla terza traccia “Cieli di Piombo” che vede la partecipazione alla voce di Max dei Contrasto. Sarà per la presenza di Max, sarà per la capacità dei Repressione di scrivere liriche militanti con un tocco estremamente personale e con una poetica capace di mostrare tutte le sfumature di una esistenza agitata e militante vissuta nel quotidiano, sarà semplicemente che è un brano che racchiude in sè tutto il meglio che ci si può aspettare da un pezzo punk-hardcore, che “Cieli di Piombo” non sfigurerebbe affatto su un album come “Tornare ai Resti” degli stessi Contrasto! Risplenda il fuoco sotto cieli di piombo…che la vita avvolga le fiamme della gioia! 

Non posso poi non spendere due parole su “Macho Free Zone”, una vera e propria mazzata che arriva dritta dritta sui denti senza farsi troppi problemi, la stessa mazzata che si meritano senza troppi indugi tutti coloro che, dentro e fuori la scena hardcore, sedicenti compagni e non, continuano a perpetuare atteggiamenti sessisti e machisti. Il pezzo in questione ha un testo inequivocabile, una presa di posizione netta e rabbiosa nei confronti di coloro che manifestano atteggiamenti oppressivi e discriminatori su base di genere. Questo è un messaggio che noi tutti che viviamo certi spazi, certi contesti e che ci impegniamo quotidianamente nella lotta contro qualsivoglia tipo di discriminazione e oppressione dovremmo sempre tenere presente e agire di conseguenza per emarginare e contrastare attivamente ogni parvenza di atteggiamenti machisti e per allontanare a calcioni nel culo chiunque li tenga!

Potrei e dovrei per correttezza parlare anche delle altre tre tracce (se escludiamo le tre cover di Infest, Vitamin X e xLIEx) ma detto in tutta franchezza non credo serva che io spenda altre inutili parole. Sono infatti ormai convinto che abbiate capito che questo “Col Sangue Agli Occhi” dei Repressione è un album assolutamente imperdibile e che, ne sono certo, terrà in ostaggio per molto tempo le vostre indifese orecchie. I Repressione, come già avevano fatto con i due precedenti lavori, con questa “nuova” (mi pento di non esser riuscito a recensirla prima per questione di coinvolgimento affettivo…) fatica tornano prepotentemente a farvi compagnia e ve la faranno per molto tempo tanto che, fidatevi, a lungo andare vi ritroverete a urlare a squarciagola ogni singola traccia presente sull’ottimo “Col Sangue Agli Occhi”! Ultimo consiglio: appena potete correte a goderveli dal vivo, questi quattro cazzoni bolognesi sanno il fatto loro anche dal vivo!

“Con questa anima inquieta, da sempre in rivolta 
Resisterò ancora, una volta… col sangue agli occhi!” Conclusione migliore non poteva che essere affidata alla ultima strofa di “Col Sangue Agli Occhi”.

“Punx e la Metropoli” – Ma(la)tinee in Villa Vegan (12/11/17)

“è come                                                                                           
attender la pioggia 
sperando che piova sotto cieli di piombo 
sperando che piova sotto cieli di piombo 
aspettando la pioggia… “

Milano, un pomeriggio di novembre. Cielo plumbeo, grigiore opprimente della metropoli, pioggia malinconica senza motivo. Cosa c’è di meglio per riempire un uggioso pomeriggio autunnale se non un concerto punk-hardcore nella splendida cornice di Villa Vegan con tanti ben compagni di disavventura? NULLA, giusto.

Hanno aperto le danze gli WOWS, gruppo veronese composto da sei misteriosi individui. La loro proposta sonora è un drone-doom metal granitico e opprimente, venato di sludge atmosferico, la perfetta colonna sonora del cupo e piovoso pomeriggio dell’autunno milanese. Il muro sonoro creato dagli WOWS, pesante, acido e a tratti psichedelico, è riuscito a costruire una atmosfera opprimente e a trascinare l’ascoltatore in un abisso dove a farla da padrone sono stati la distorsione e la sensazione di annichilimento creata dai nostri. A metà strada tra Neurosis, Eyehategod, Sunn O))) e Hate&Merda, i misteriosi WOWS sono stati autori di una buonissima performance. Interessante scoperta da approfondire.

L’atmosfera oscura e opprimente creata dal gruppo di Verona ha poi ceduto il posto al fast-hardcore/powerviolence militante e rabbioso dei bolognesi Repressione, vere e proprie macchine da guerra. C’è poco da dire su di loro; un gruppo che mette sempre tantissima passione, tantissimo sudore e tantissima attitudine in quello che fa e la loro esibizione, ancora una volta, ce ne ha dato prova nel caso avessimo qualche dubbio. Passione e attitudine certo, ma anche tanta qualità e tanta “tecnica” se così vogliamo chiamarla. Pezzacci come “Tempi Bui”, “Huye Hombre”, “Guerra alla Città” e “Cielo di Piombo” (da cui è presa la strofa posta ad introduzione di questo articolo) come al solito, ancora più che su disco, fanno la loro porca figura. Anche un pezzo nuovo come “Fiamme” non ha cambiato di una virgola la proposta dei nostri: rabbia, rumore e velocità contro tutto e tutti. Nonostante il freddo che invadeva le ossa e rendeva lenti i movimenti è stato impossibile esimersi dal pogare quasi ininterrottamente sui pezzi proposti dai Repressione capaci di far risplendere il fuoco sotto cieli di piombo. Rabbia e rumore from Bologna, nothing less, nothing more.

Cocaine Slave – Pic taken from Facebook

Non è facile per nessuno essere posti in scaletta subito dopo una performance impeccabile come  quella dei Repressione; ai Cocaine Slave però non frega un cazzo e ce lo hanno dimostrato chiaramente regalandoci anch’essi una performance che in quanto ad passione e attitudine non è stata sicuramente seconda a quella dei bolognesi. Il powerviolence dei nostri non scende a compromessi, non conosce pause, tira dritto tritando ossa e non facendo prigionieri, dimostrandosi estremamente godibile (come del resto aveva già fatto intravedere su disco) e permettendo che le danz…ehm il pogo continui senza freni. Due cose da evidenziare: il nuovo cantante ha regalato una performance vocale estremamente convincente e a tratti “molto metal” (qualsiasi cazzo di cosa voglia dire) che ha sicuramente aggiunto qualcosa in più alla proposta dei Cocaine Slave; alcuni problemi tecnici (interferenze cassa-microfono e corda della chitarra di Mike rotta appena prima dell’ultima canzone) hanno invece in piccola parte penalizzato la qualità dei suoni, ma dopotutto di questo non ce ne deve fregare un cazzo dinanzi ad un’altra esibizione che ha riscaldato alla grande il freddo pomeriggio milanese. Ah postilla finale sui Cocaine Slave: il batterista è veramente un cazzone che gioca a fare la rockstar e che fa troppa autocritica anche quando non dovrebbe… ma è anche per questo che gli voglio/amo tanto bene. (Gian se stai leggendo questo schifo di “live report”, spero apprezzerai questa mia dichiarazione d’ammmore per te.)

Gli Stronzi senza la Clara

Ultimo gruppo che ho potuto godermi prima di fuggire dal nubifragio che ha travolto Milano sono stati Gli Stronzi from Imperia. Ultimo gruppo della mia giornata, ma non della Ma(la)tinee visto che dopo di loro si sono esibiti i berlinesi Feral Thrust e la one-man band Misa Histerica direttamente dal Cile, entrambe dedite a sonorità crust. Me li sono persi, questo “live report” è parziale ed io sono uno stronzo. Tornando a parlare degli Stronzi e del loro punk-hardcore in stile molto old school, mi limito a dire che come al solito la nota da sottolineare è l’attitudine dell’instancabile cantante (la Clara), che con la sua voce incazzata e sgraziata ci regala una prova molto buona e assolutamente godibile. In generale una performance quella degli Stronzi che scorre senza soste e che colpisce nel segno. I pezzacci presenti sul loro “Nessuna Prospettiva” si dimostrano ottimi, addirittura migliore in versione live, e questo non può che essere un grande pregio dei nostri.

Come già detto alla fine della loro esibizione me ne sono scappato sotto la pioggia battente a prendere la metro e in questo modo mi sono perso i due gruppi crust che avrebbero dato certamente degna conclusione a questo pomeriggio-serata di punk-hardcore in Villa Vegan, quindi questa “recensione” può considerarsi conclusa qui (e meno male).

Non un semplice concerto, come al solito non è solo musica. Vita, lotta, passione, autogestione, questo è quello che porta con se un concerto come questo. Storie di diserzione della quotidianità e di sovversione del quieto vivere della grigia metropoli milanese. Una storia di punx nella metropoli che creano l’anarchia per qualche momento… “aspettando la pioggia sotto cieli di piombo”. Milano, pioggia e punk-hardcore.