Tag Archives: Stenchcore

Echoes of Crust: un’Antologia del Crust Britannico 1985-1995 (da Terminal Sound Nuisance)

Terminal Sound Nuisance. Forse così a primo impatto queste tre parole possono non volere dire nulla per la maggior parte di voi, o forse no. Chi alimenta le proprie giornate con dosi ingenti di crust punk invece si sarà sicuramente almeno una volta imbattuto in questa creatura che porta il nome di Terminal Sound Nuisance, ovvero uno dei progetti punk (in senso più lato possibile) più interessanti che si possono incontrare nel magico mondo dell’internet; un progetto polimorfo che si divide tra un blog super interessante e ricco di articoli scritti con estrema e sincera passione, conoscenza e qualità, e un canale youtube impegnato a caricare playlist inedite riguardanti tante incarnazioni differenti del punk e dell’hardcore. E’ proprio grazie all’ascolto di una delle tante playlist (precisamente si tratta di A Crustmas Carol: a Retrospective Look at 90’s Cavecrust Fury) sul crust punk caricata sul canale youtube di Terminal Sound Nuisance che ho scoperto a sua volta il blog, rimanendo immediatamente catturato e facendo estrema fatica a smettere di leggere la mole di articoli che presenta, scritti sempre con estrema qualità.

Negli scorsi giorni è apparso un nuovo articolo accompagnato da una nuova compilation su Terminal Sound Nuisance e, manco a farlo apposta, il tema è probabilmente quello che sta maggiormente a cuore alla mente dietro al blog, ovvero il crust punk in tutte le sue divagazioni, da quelle più legate al d-beat fino a giungere alle sue forme più metalliche, da quel brodo primordiale conosciuto come stenchcore fino ad arrivare alle incarnazioni più vicine alle pulsioni di certo primitivo anarcho punk. Chi segue Disastro Sonoro sa perfettamente che spesso mi trovo a parlare di crust punk perchè è il sottogenere del punk che sento più mio e che mi ha da sempre catturato per sonorità, estetica, immaginario e tematiche, ma credo non ci sia nessuno migliore di Terminal Sound Nuisance per trattare tale argomento in modo estremamente approfondito e con una profonda conoscenza della materia. Per questo quello che andrete a leggere di seguito non è altro che la traduzione del suo ultimo articolo intitolato “Echoes of Crust: an Anthology of UK Crust 1985-1995, una vera e propria antologia sulla primordiale scena crust punk britannica, un viaggio nei suoi primi dieci anni di esistenza. Buona lettura!

Se proprio volete sapere la verità, ho trascorso l’ultimo mese in un “crust”- monastero segreto che spiega la mia temporanea assenza da questo rispettabile – senza sostenere sia influente – blog. In modo  non differente da Karate Kid, ma con magliette punk di alto livello e una stempiatura tragicamente molto pronunciata , avevo bisogno di una guida sul passo successivo che avrei dovuto compiere nella mia peronale ricerca sul significato della vita, e con “vita” intendo “crust”, ancora una volta. Nel tempio del crust la disciplina è severa. L’acqua potabile è vietata ed è stata sostituita con il sidro e chiunque venga sorpreso a fare la doccia viene severamente punito, mentre il l’orribile peccato di ascoltare il neocrust si traduce sistematicamente in fustigazioni pubbliche e scomunica per tutta la vita dalla Crust Society (credetemi, non volete sapere cosa succede se siete sorpresi a godervi lo shoegaze). Durante il ritiro, ci si aspetta che si ascolti esclusivamente la musica crust della vecchia scuola – sia di tipo stenchcore o caveman – ed è necessario pregare per lunghe ore ogni giorno nella tradizionale posizione di meditazione del crust: a malapena seduto su un pavimento sporco con la schiena contro un muro mentre si tiene in mano una bottiglia mezza vuota di birra speciale e si borbotta il testo di “Relief” o “Drink and be merry” (“Stormcrow” o “Grind the Enemy” sono alternative perfettamente accettabili ). Solo allora può avvenire la Rivelazione e solo pochi eletti sono in grado di ottenere la vera illuminazione prima di morire prematuramente di cirrosi. Sono tornato a casa esausto ma illuminato, con un alone di mosche intorno alla testa ma determinato a diffondere con zelo la Parola del Crust e a convertire quanti più dubbiosi possibile attraverso compilation di crust punk britannico curate in maniera impeccabile.

L’elaborazione di queste compilation di crust punk britannico è stata la conseguenza logica dopo la nostra intensa sessione di allenamento per padroneggiare il corretto stile di vita del crust. Ten Steps to Make your Life CRUSTIER Starting Today (a proposito, spero che siate diventati tutti fanatici del rumore e della sporcizia) . L’idea alla base della loro creazione è quella di offrire una visione abbastanza completa di un preciso tempo storico e di un luogo specifico al fine di stabilire e definire alcuni criteri descrittivi e avvicinarsi a questo sottogenere punk che è diventato noto come “crust”, partendo da una prospettiva contestualizzata e diacronica che sottolinei significative somiglianze stilistiche e rifletti un’atmosfera e una tensione comuni, illustrando anche una diversità di ritmi, trame e intenti che, tu lettore, non mancherai di notare. Il processo di selezione non è stato facile. In realtà, l’ultima versione delle compilation (oi son stati diversi tentativi falliti, mi dispiace dirlo) è pronta da due settimane ma volevo assicurarmi che, non solo suonassero potenti ed equilibrate, ma anche che raccontassero la storia giusta, e che, attraverso le mie scelte narrative, si possa avere un’idea abbastanza rilevante di cosa sia veramente il crust e cosa esprime, quale momento culturale incarna, ovvero la collisione di anarchopunk, hardcore e metal estremo nel panorama sonoro britannico di metà anni 80. Il compito è stato estremamente divertente ma anche un po ‘ambizioso e sareste sorpresi di sapere quanto tempo abbia speso pensando all’inclusione o all’esclusione di alcune band (Bolt Thrower per fare un esempio).

Alla fine ho creato due compilation di 95 minuti ciascuna, rispettando quindi più o meno il classico formato mixtape, con 58 band in totale (comprese band della Repubblica d’Irlanda) e 62 canzoni, in un decennio che va dal 1985 al 1995. Concentrarsi sulle band degli anni ’80 e ’90 ha avuto senso per diversi motivi. Innanzitutto, illustra come il genere sia sopravvissuto e si sia evoluto dai tempi dei suoi padri fondatori, così come la nuova generazione di band considerasse e rielaborasse il suono originale del crust. In secondo luogo, troppo spesso si tende a erigere un muro tra gli anni ’80 e ’90, glorificando retroattivamente i primi e scartando i secondi, come se ci fossero grandi differenze epistemologiche nella realizzazione del punk dopo il 1989, e credo che la transizione tra la fine degli anni ’80 ei primi anni ’90 fu, in realtà, molto più fluida; il cambiamento principale fu l’ascesa del formato cd a scapito del vinile nell’industria musicale.

Alcune scelte son state estremamente facili e scegliere canzoni dai classici indiscussi del genere è sembrato stranamente gratificante. In Echoes of Crust potrete godervi ovviamente i grandi classici del crust metallico e apocalittico tipico della scena inglese in tutto il loro glorioso potere (Deviated Instinct, Hellbastard, Axegrinder e simili), i quali hanno costruito il genere sulla base del suono dei due padri fondatori, Antisect e Amebix (tuttavia, ho scelto di tralasciare lo stile noise di Bristol, sebbene band come Chaos UK e Disorder abbiano certamente giocato un ruolo importante nell’ascesa del crust). La scuola dei cavemen che impersonifica l’hardcore punk crudo e furioso è invece altrettanto ben rappresentata da Doom, Extreme Noise Terror e dai loro entusiasti seguaci. Troverai anche band che non rientrano perfettamente sotto l’etichetta crust in questa esplorazione celebrativa della musica crust punk come band di veloce hardcore politico come Generic o Electro Hippies, crossover metal-punk come Sacrilege e Concrete Sox o entità di grindcore oscuro come Grunge o Drudge; tutti loro infatti offrono canzoni che comunque esemplificano quell’atmosfera crusty e pesante che ricerco sempre, da qui la loro inclusione in queste compilation. Qualcuno potrebbe anche sostenere che il suono metallico e industriale dei Sonic Violence o il groovy straight-edge hardcore degli Ironside non abbiano senso in questa selezione, ma queste band hanno involontariamente un’atmosfera crusty che permea alcuni dei loro lavori e, in fin dei conti, rappresentano anche una dose interessante di varietà all’interno della compilation.

La qualità del suono varia molto in quanto ci sono registrazioni di prove dal vivo o approssimative, cosi come produzioni piuttosto chiare vicine a quelle professionali e sebbene abbia fatto del mio meglio per equalizzare e persino aumentare i livelli (senza menzionare che molti strappi provengono dalla mia collezione), a volte era quasi impossibile anche per un genio del computer come me. Alcune canzoni sono effettivamente difficili da ascoltare, ma sarebbe incompleto avere una compilation crust senza dover affrontare una vera sfida sonora (sto pensando a Violent Phobia e all’enigmatico Angry Worta Melonz qui), giusto? Ho cercato il più possibile di selezionare canzoni o versioni di canzoni che non fossero troppo ovvie per mantenere le cose interessanti e, forse, anche sorprendenti.

Un enorme ringraziamento va a tutte le band per aver scritto della musica così importante (e, beh, anche oggettivamente non così importante) . Il crust è sempre stata una parte importante della mia vita e spero, attraverso queste umili compilation, di essere riuscito a trasmettere una vera sensazione di crustness e raccontare in modo significativo la storia del genere. Quanto a voi cari ascoltatori, spero che vi divertiate in questo viaggio nei primi dieci anni del genere, agli albori del crust punk.

Volume one: 
01. Intro: Antisect “Instrumental” from Live at Planet X, Liverpool, March, 27th, 1987 (London)
02. Prophecy of Doom “Insanity reigns supreme” from The Peel Sessions 12” Ep, 1990 (Tewkesbury)
03. Bio-Hazard “Society’s rejects” from A Nightmare on Albion Street compilation Lp, 1992 (Bradford?)
04. Rest In Pain “How the mighty have fallen” from A Vile Peace compilation Lp, 1987 (Bath)
05. Coitus “Silo 5” from Failure to Communicate unreleased album, 1994 (London)
06. Pro Patria Mori “The question (chains of guilt)” from Where Shadows Lie… demo tape, 1986 (Wokingham)
07. Embittered “Infected” from And you Ask Why? When you’ve only Got Yourself to Blame tape, 1991 (Middlesbrough)
08. Aural Corpse “Cong” from S/t split Lp with Mortal Terror, 1990 (Middlesbrough)
09. Hellbastard “Death camp #1” from Hate Militia demo tape, 1987 (Newcastle)
10. Depth Charge “Sirens” from Just for a Doss demo tape, 1988 (Birmingham)
11. Generic “The death of an era” from The Spark Inside Ep, 1987 (Newcastle)
12. Sore Throat “Something that never was” from Never Mind the Napalm Here’s Sore Throat Lp, 1989 (Huddersfield)
13. Mortal Terror “Release / Horrible death” from S/t split Lp with Generic, 1988 (Newcastle)
14. Napalm Death “The traitor” from Live at the Mermaid, Birmingham, January, 1st, 1986 (Birmingham)
15. Black Winter “Winter armaggedon” from Live at Queen’s Head, ?, July, 25th, 1987 (Doncaster)
16. Interlude: Axegrinder “Armistice” from Grind the Enemy demo tape, 1987 (London)
17. Debauchery “Ice of another” from The Ice Lp, 1988 (Newcastle)
18. Deviated Instinct “Scarecrow” from Hiatus (The Peaceville Sampler) compilation Lp, 1989 (Norwich)
19. Warfear “Dig your own grave” from Wild & Crazy Noise Merchants… compilation 2xLp, 1990 (Bradford)
20. Raw Noise “Communication breakdown” from Making a Killing split Lp with Chaos UK, 1992 (Ipswich)
21. Sarcasm “Suppression” from Your Funeral My Party Ep, 1991 (Leicester)
22. Electro Hippies “Acid rain” from The Only Good Punk… Lp, 1988 (Wigan)
23. Doom “Same mind” from The Greatest Invention cd, 1993 (Birmingham)
24. Sonic Violence “Crystalization of despair” from Jagd Lp, 1990 (Southend)
25. Filthkick “Mind games” from Peel Sessions, July, 8th, 1990 (Birmingham)
26. Extinction of Mankind “Confusion” from A Scream from the Silence Volume 2, compilation Lp, 1993 (Manchester)
27. Drudge “Sacrilege” from Suppose it was you / Drudge split Lp with Agathocles, 1990 (Wolverhampton)
28. Gutrot “Hypocrites archieve nothing” from Filthy Muck 10”, 2008/1987? (London)
29. Violent Phobia “Animal abuse”, from No Excuse demo tape, early 90’s? (Cork)
30. Bolt Thrower “Concession of pain” from Concession of Pain demo tape, 1987 (Coventry)
31. Antisect “New dark ages” from Leeds 2.4.86 Lp, 2010/1986 (London)
Volume two:
01. Intro: Amebix “The moor” from Live at the Station, 1985 (Bristol)
02. Policebastard “Traumatized” from S/t split cd with Defiance, 1995 (Birmingham)
03. Atavistic “Maelstrom” from A Vile Peace compilation Lp, 1987 (Whitstable)
04. Saw Throat “Inde$troy part 4” from Inde$troy Lp, 1989 (Huddersfield)
05. Blood Sucking Freaks “Raining napalm” from Those Left Behind tape, 1994 (Bradford)
06. Life Cycle “Indifference” from Myth & Ritual Ep, 1988 (Neath, Wales)
07. Domination Factor “Judge not the cover” from Dominated Till Death tape, 1987 (Tewkesbury)
08. Corpus Vile “Waste of life” from I’m Glad I’m not in Danzig & I Bloody Mean that tape, 1991 (Bristol)
09. Anemia “Axe the tax” from Live at the Tyneside Irish Center, August, 14th, 1991 (Newcastle)
10. Extreme Noise Terror “Deceived” from Are you that Desperate? Ep, 1991 (Ipswich)
11. Kulturo “Unknown” from Live at Planet X, Liverpool, April, 13th, 1991 (London)
12. Oi Polloi “Resist the atomic menace” from Outrage Ep, 1988 (Edinburgh)
13. Genital Deformities “Crouterposs / Dark sky” from Shag Nasty Oi! Lp, 1989 (Birmingham)
14. Ironside “Suffocation” from Endless Struggle compilation 2xLp, 1995 (Bradford)
15. Screaming Holocaust “Fanta babies” from Cancer Up Your Bum Ep, 1990 (Ipswich)
16. Interlude: Deviated Instinct “Possession (intro)” from Terminal Filth Stenchcore tape, 1987 (Norwich)
17. Rhetoric “To no one in particular” from Consolidation compilation Ep, 1987 (Norwich)
18. Senile Decay “Isolated (in your private cell)” from S/t split Ep with Canol Caled, 1989 (Gateshead)
19. Killer Crust “Random intimidation, anywhere” from S/t split Ep with Undersiege, 1989 (Dublin)
20. Angry Worta Melonz “Third world” from Rehearsal tape, April, 5th, 1986 (Norwich???)
21. Sludgelord “Rillington sunrise” from Unreleased recordings, September, 1989 (Huddersfield)
22. Axegrinder “Lifechain” from Hiatus (the Peaceville Sampler) compilation Lp, 1989 (London)
23. Hellkrusher “Dark side” from Wasteland Lp, 1990 (Newcastle)
24. Dread Messiah “Mind insurrection” from Mind Insurrection Ep, 1994 (London)
25. Acrasy “Pain” from Deviated Instinct’s Re-Opening Old Wounds cd, 1993/1990? (Birmingham)
26. Sacrilege “Stark reality” from Demo 2, February, 1985 (Birmingham)
27. Excrement of War “The ultimate end” from S/t demo tape, 1992? (Birmingham)
28. Grunge “Lemmings” from Gore Maggots tape, 1989 (?)
29. Concrete Sox “Speak Japanese or die” from Crust and Anguished Life compilation cd, 1993 (Nottingham)
30. Mortified “Dreary” from Drivel (the Grungalogic Beer Theory) tape, 1991 (Honiton)
31. Amebix “Chain reaction” from The Power Remains Lp, 1993/1987 (Bristol) 

Evil Fragments #04

Quarto appuntamento con Evil Fragments, un appuntamento però per certi versi diverso dai precedenti tre. Questa volta saranno solamente due i protagonisti di questa ennesima discesa tra i frammenti del male e rispondono al nome di Corrupted Human Behavior e Mace Head. Sara diverso sopratutto il mood generale che accompagnerà la lettura delle seguenti recensioni, perchè le atmosfere, le ambientazioni e i paesaggi evocati dalla musica dei due gruppi sono in grado (o quanto meno lo spero) di portarvi a vagare con la mente e l’immaginazione per campi di battaglia dominati dalla distruzione e lande desolate invase da odori nauseabondi di morte, in rotta verso l’ignoto tra toni apocalittici, oscurità senza fine e lamenti lancinanti di eterna dannazione. Verso un sole che non sorge mai, che le orde barbariche vadano all’assalto di questo mondo e delle sue macerie. E allora quale colonna sonora migliore per tutto questo, se non quel brodo primordiale marciulento e oscuro conosciuto come stenchcore?

Continue reading Evil Fragments #04

Ahna – Crimson Dawn (2020)

Mentre il regno della follia viene inghiottito da un’oscurità senza fine, gli Ahna si abbattono come un vortice di caos e distruzione su un campo di battaglia che non conosce alcuna legge. 

La British Columbia, regione canadese che si affaccia sull’Oceano Pacifico, nel corso degli anni ha dimostrato di essere terreno estremamente fertile per il proliferare di progetti devoti a sonorità crust punk di ogni sorta, da quelle più vicine al grind dei Massgrave a quelle che esondavano su territori black metal come gli indimenticabili Iskra e i più recenti Storm of Sedition. Dieci anni dopo il loro primo full lenght, ma solamente a cinque anni di distanza dal bellissimo Ep “Perpetual Warfare“, come un fulmine che squarcia improvvisamente la quiete preannunciando una notte di devastante tempesta, gli Ahna, nome storico della scena crust della British Columbia, ritornano con questo nuovissimo e inaspettato disco intitolato “Crimson Dawn“! Ai tempi del primo omonimo full lenght, gli Ahna ci avevano proposto un sound crust punk fortemente influenzato e imbastardito con le frange più estreme del metal, death in primis, e nelle sette tracce che compongono “Crimson Dawn” , il gruppo  torna a riproporre una formula sempre vincente: death metal di tradizione svedese, Bolt Thrower, Sacrilege, Axegrinder e Hellbastard si uniscono in questa bomba di death-crust selvaggio e dal sapore fortemente old school.

Il disco di apre con “Run for your Life”, pezzo che evoca in modo inconfondibile i Sacrilege di quel capolavoro che è “Realms of Madness“, un’assalto che sta in bilico tra sfuriate crust e cavalcate propriamente thrash metal e che può riportare alla mente anche gli Hellbastard di “Heading for Internal Darkness”, con la voce della batterista Anju a ricordare proprio quella di Lynda dei Sacrilege. Nella successiva “In Death’s Grip” sembra invece di imbattersi in una versione swedish death dei Bolt Thrower e in un sound che può essere descritto solamente come se, in un universo parallelo, il seminale “In Battle There’s No Law” fosse stato registrato in terra svedese durante una jam insieme ai Grave e agli Unleashed. In questi due primi brani di “Crimson Dawn” possiamo subito notare l’alternarsi di due voci, quella di Anju più urlata sullo stile dei Sacrilege (influenza onnipresente in tutte e sette le tracce) e quella del chitarrista Graham invece decisamente più growl e corrosiva, due stili che però finiscono per non convergere mai all’interno di una stessa traccia. Bellissimo anche un pezzo come “Sick Waste” aperto dall’urlo di Anju che sembra preannunciare l’inizio dell’assalto selvaggio. Assalto selvaggio che non si fa chiaramente aspettare travolgendoci in un vortice fatto di riff thrash metal serratissimi, quasi a lambire territori proto-death, e da ritmi di batteria martellanti che sembrano potere e volere frantumare qualsiasi cosa si trovi sul loro cammino. Un pezzo che potremmo definire come la perfetta sintesi di quanto fatto dagli Hellbastard su “Heading for Internal Darkness” e i già citati Bolt Thrower di “In Battle There Is No Law”. Nel complesso tutte e sette le tracce sono come attraversate da una furia selvaggia e caratterizzate da un’atteggiamento fortemente bellicoso, come a non voler lasciare nessuna possibilità di sopravvivenza una volta che ci si è addentrati tra la devastazione e la brutalità di questo “Crimson Dawn”. È dunque un sound bestiale e famelico quello che gli Ahna ci propongono oggi, sonorità che rievocano volutamente un periodo storico in cui le contaminazioni tra la scena punk e quella del metal estremo diedero origine a quel brodo primordiale che ha portato alla nascita di quello che noi oggi conosciamo come crust punk. “Crimson Dawn” risulta essere quindi un ottimo disco in cui l’anima più crust e quella più death trovano il loro terreno ideale per regnare incontrastati nella distruzione e nel caos più selvaggio, sottolineando l’immortalità di cui sembrano godere certe sonorità ancora oggi. Gli Ahna cantano la morte ed è… tempo di massacro!

Evil Fragments #02

E’ di marzo dello scorso anno il primo e unico capitolo di questa rubrica che porta il nome di un disco dei giapponesi Effigy, uno dei migliori gruppi a suonare quel magnifico ibrido tra crust punk e thrash metal che ha reso immortali nella storia della musica estrema i nomi di gente come Amebix Axegrinder, Sacrilege e compagnia. Non è difficile perciò capire di cosa tratterò in questa rubrica, ovvero i dischi più interessanti in ambito crust punk, stenchcore e d-beat usciti recentemente e che meritano perciò la mia così come la vostra attenzione. Doomsday hour has come, evil fragments will swallow you!

 

Tapioca – Demo (2020)

Vengono dalla British Columbia, territorio canadese, hanno un nome che riprende un prodotto alimentare derivato dalla lavorazione della Manioca, pianta originaria del Sud America, e buona parte dei loro testi è scritta e cantata in cinese. Questi sono i Tapioca e in questa loro primissima fatica ci regalano venti minuti di ibrido bastardo tra l’anarcho-crust punk e sonorità più orientate verso territori metal che ha le radici piantate in profondità nelle sonorità, così come nell’immaginario e nelle tematiche, riconducibili a gruppi come i Nausea, i Contravene, i grandiosi Appalachian Terror Unite, i Nux Vomica, gli Scatha di “Respect, Protect, Reconnect” e i Sedition di “Earth Beat”. La demo in questione si compone di cinque tracce a cui si somma una cover dei Fear of God posta in chiusura che toccano gli argomenti più classici e cari all’anarcho-crust punk, dalla critica della guerra e del patriottismo fino alla presa di posizione ecologista contro la catastrofe climatica e ambientale causata dal capitalismo che sfrutta l’uomo così come devasta e saccheggia i territori. Il filo conduttore che lega nell’insieme il progetto Tapioca e le cinque tracce della demo è ben delineato dallo “slogan” che accompagno il gruppo canadese: “We went from being, to having, to appearing…”. Una presa di coscienza netta e forte nei confronti del consumismo, della mercificazione e della proprietà, tutti germi che vengono coltivati internamente dall’economia capitalista stessa e che sembrano ormai dominare le esistenze degli esseri umani. Un’ottimo debutto per i Tapioca, autori di un anarcho-crust punk metallizzato se non del tutto originale certamente suonato con passione e attitudine e per questo estremamente godibile per chiunque sia follemente infatuato dei gruppi citati in apertura di recensione, come il sottoscritto del resto.

http://[bandcamp width=100% height=120 album=544615201 size=large bgcol=ffffff linkcol=0687f5 tracklist=false artwork=small]

 

Warkrusher – All is Not Lost (2019)

Anche i Warkrusher come i Tapioca provengono dalle terre canadesi, però questa volta dalla parte opposta rispetto alla British Columbia, ovvero dal Quebec e anche loro con questa demo intitolata “All Is Not Lost” e rilasciata nel dicembre del 2019 sono alla loro primissima fatica in studio. In appena venti minuti e cinque tracce i canadesi Warkrusher ci sparano nelle orecchie il loro sound pesantemente influenzato da sonorità riconducibili all’universo stenchcore e ad apocalittici territori crust punk sia di gruppi seminali come i Deviated Istinct o i Misery, sia di gruppi crust della seconda ondata degli anni ’00 come i magnifici Hellshock o i War//Plague. In tracce come “Tyranny of Vengeance/All Is Not Lost” e “Endless Night” si possono sentire infatti tanto le influenze dei Misery di “Children of War” quanto quelle dei War//Plague di “Temperaments of War”, mentre in “Screaming from Hell“, traccia con cui termina questa demo, si possono addirittura sentire lontani richiami agli Effigy di “Grindin Metal Massacre“. Cinque tracce di ottimo stench-crust che se fossero state pubblicate agli inizi degli anni duemila, in pieno revival crust punk, avrebbero sicuramente riscosso maggiori consensi. Ma i Warkrusher se ne fregano di tutto questo, seguono una strada ben precisa, suonano stenchcore e crust punk come piace a loro e ribadiscono un concetto fondamentale: “Non tutto è ancora perduto!”

http://[bandcamp width=100% height=120 album=3719816669 size=large bgcol=ffffff linkcol=0687f5 tracklist=false artwork=small]

 

Paranoid – Kind of Noise (2019)

A pochissimi giorni dalla fine del 2o19 i Paranaoid hanno vomitato fuori dal nulla questo nuovo ep intitolato “Kind of Noise”, un titolo che più emblematico non si può per definire la proposta ed il sound degli svedesi. Fedeli da sempre al culto di Kawakami e dei Disclose, i Paranoid ci regalano quattro tracce che invertono leggermente la rotta rispetto a “Heavy Mental Fuck Up!” rilasciato ormai due anni fa, disco segnato da uno spostamento molto più netto verso lidi propriamente metal, nel quale le sonorità riconducibili ai Venom erano più accentuate che mai. Su questo “Kind of Noise” i Paranoid sembrano aver fatto un importante ritorno al passato, riuscendo a ricreare perfettamente quella furia di d-beat hardcore rumoroso e distorto influenzato in egual modo dai Disclose e Framtid, onnipresenti nel sound dei nostri, e dal fondamentale kangpunk svedese di Totalitar e Mob47 che caratterizzò i loro primi lavori. Un vortice distruttivo e violento come solamente un temporale tuonante nei cieli scandinavi sa essere, una tempesta di caos che trita e devasta qualsiasi cosa in cui si imbatte sul suo percorso. Con questo “Kind of Noise” il sound dei Paranoid rappresenta ancora il miglior punto di incontro tra due scuole seminali dell’hardcore e del d-beat mondiali, quella giapponese più caotica e distorta e quella svedese più violenta e ruggente, una vera e propria furia devastatrice di rumore assordante di cui si sentiva sinceramente il bisogno in questi tempi bui in cui la scena hardcore mondiale è preda della moda “raw punk”. Fuck off and die, this is just a kind of jawbreaking mangle devastation!

http://[bandcamp width=100% height=120 album=2249345939 size=large bgcol=ffffff linkcol=0687f5 tracklist=false artwork=small]

 

Dishönor – S/t (2019)

La mancanza pressochè totale di informazioni certe e contatti rende i Dishönor una creatura estremamente affascinante e misteriosa. Si sa veramente poco sul loro conto, se non che vengono da Salonicco in Grecia e che su questo loro primo lavoro ci offrono un ottimo d-beat/crust influenzato in egual misura da gruppi come Doom, Discharge, Hiatus, Visions of War, Disgust e compagnia brutta e cattiva intenta a suonare il più brutale e martellante d-beat possibile. Fin dalla copertina di questo self-titled debutto dei Dishönor si può facilmente comprendere quale sia la tematica centrale attorno alla quale ruotano le dieci tracce, ovvero una feroce presa di coscienza antimilitarista contro la brutalità della guerra, i suoi orrori e il sistema capitalista che nella guerra ha i suoi interessi economico-finanziari e che vede negli esseri umani solamente carne da macello da sacrificare sull’altare del profitto. Tracce quali l’iniziale “War Victims”, “Savagies of War” e “Neverending Bombraid” sono esempi perfetti tanto della solidità e dell’inaudita violenza del d-beat/crust suonato dai greci quanto delle tematiche appena elencate, a cui si affiancano pezzi e liriche che trattano altri argomenti classici del genere come le visioni post-apocalittiche intimamente legate ad un imminente catastrofe ambientale, l’incertezza del futuro causata da un sistema economico predatorio che inquina, devasta e distrugge l’ecosistema e la critica del potere, della gerarchia e dell’autorità. Niente di nuovo sia sul fronte delle sonorità che sul fronte delle tematiche affrontate, questo è innegabile, ma nonostante ciò questa prima fatica dei Dishönor suona tutt’altro che scontata o noiosa, e anzi, per tutti gli amanti di un certo sound è un disco da ascoltare dall’inizio alla fine senza prender fiato facendosi trafiggere da queste dieci schegge di d-beat/crust violento e indomabile! Inoltre parte dei soldi ricavati dalla vendita di questo self-titled album sono benefit per supportare le spese e le lotte del movimento anarchico greco, quindi cazzo volete di più? Nights without end, reality or nightmare? Will this ever end?

http://[bandcamp width=100% height=120 album=1219815870 size=large bgcol=ffffff linkcol=0687f5 tracklist=false artwork=small]

 

 

 

Swordwielder – System Overlord (2019)

noi danziamo in tondo nella notte e siamo divorati dal fuoco…

Venti di tempesta invadono queste lande desolate dove ci troviamo costretti a vagare senza metà e a sopravvivere. L’inverno è alle porte mentre le orde del caos e della distruzione si aggirano finalmente libere ed incontrastate tra le rovine del vecchio mondo. All’orizzonte si possono ancora scorgere fuochi di rivolta che verranno presto inghiottiti dall’ultimo tramonto preannunciando l’ora più buia. Nessun futuro per il mondo di oggi, solo l’oscurità che non lascia scampo. E allora noi danzeremo in tondo nella notte oscura e cammineremo su strade illuminate dalle fiamme della rivolta che ci divorano, le stesse fiamme che inghiottono (mai sazie) le macerie del mondo dominato dal capitale e dalla gerarchia. Su quale musica dunque danzeremo tra le fiamme e il fuoco quando arriverà l’ultima notte dell’insurrezione?

Probabilmente “System Overlord , ultima creatura partorita nell’oscurità dagli svedesi Swordwielder tramite la Profane Existence records è la miglior risposta e forse l’unica possibile. Se “Howl of Dynamite” degli Storm of Sedition è stato il mio disco preferito del 2019, questa nuova fatica degli Swordwielder rientra certamente tra i miei ascolti più costanti e assidui di tutto l’anno appena terminato. Quarantacinque minuti di epico, apocalittico ed oscuro stenchcore/crust punk profondamente radicato nel fertile terreno britannico di fine anni ottanta e nella seminale lezione che va dagli Amebix ai Deviated Instinsct passando per gli Axegrinder di “The Rise of the Serpent Man”, gli Hellbastard di “Heading for Internal Darkness” e qualcosa pure dei primissimi Bolt Thrower. Uno stenchcore dai toni apocalittici e dalle atmosfere epiche quello suonato dagli Swordwielder e lo si può notare fin da Violent Revolution”, traccia d’apertura di “System Overlord”, un rabbioso inno da urlare a squarciagola sul campo di battaglia per dichiarare guerra aperta e brutale contro questo mondo affinchè tra le macerie della rivolta potremo danzare liberi e veder sorgere un nuovo sole. Traccia dopo traccia, veniamo inghiottiti da una furiosa tempesta di rovinoso stench-crust che alterna devastanti assalti a spada sguainata, ben rappresentati da tracce quali “Second Attack” e “Savage Execution“, a momenti in cui svettano le atmosfere epiche e al contempo oscure costruite sapientemente dagli Swordwielder, gruppo oramai giunto all’apice della propria maturazione artistica. Gli esempi migliori di questa atmosfera epica che aleggia imperiosa su tutto “System Overlord” possono essere ritrovati nell’introduzione acustica e nel riff dominante di “Nuclear Winter“, così come nel rallentamento centrale della quinta traccia “Cyborg” che sottolinea una tensione crescente che potrebbe sfociare nuovamente in tempesta squarciando l’apparente e labile quiete da un momento all’altro. Giungendo al termine di questa furibonda tormenta di stenchcore che lascia solamente corpi senza vita e macerie alle sue spalle, ci imbattiamo in “Northern Lights”, traccia conclusiva del disco, una traccia dominata da un’atmosfera sofferta (sottolineata sopratutto dal cantato) che sembra rappresentare la degna colonna sonora per accompagnare la fine della battaglia, in bilico tra toni di maestosa epicità e gli ultimi assalti con la spada sanguinante stretta in pugno e agitata sotto un cielo tuonante che preannuncia la pioggia. Condensando in nove tracce tutte le sfumature d’immaginario che vanno dalle visioni post-apocalittiche degli Amebix di “Arise” agli scenari guerreschi e barbarici dei Bolt Thrower di “In Battle There Is No Law”, gli Swordwielder ci regalano un disco di epico stenchcore che pare incurante del tempo che passa e proprio da questa incuranza trae tutta la sua magnificenza e la sua bellezza. Nella suo incedere maestoso e battagliero “System Overlord” sembra volerci lasciare un solo messaggio, una sola strada da percorre nella tempesta che avanza: non c’è più nienta da salvare, ma tutto il mondo da distruggere. 

 

Evil Fragments #01

Mortal War, che si prendono la copertina di questa prima puntata di “Evil Fragments”

Nel lontano 1999 i giapponesi Effigy rilasciano il loro primo demo dal titolo “Evil Fragments”, una piccola perla di crust punk marcio e oscuro imbastardito perfettamente con le pulsioni thrash metal di gentaglia del calibro di Axegrinder e Sacrilege. In questa prima puntata di “Evil Fragments”, nuova rubrica dedicata a quelli che ritengo essere i lavori migliori usciti recentemente a livello mondiale in ambito crust punk, stenchcore e d-beat, vi parlerò delle ultime fatiche di Mortal War, Lifeless Dark, Physique e Subversive Rites. Tanta carne al fuoco per questo primo appuntamento con i frammenti del male!

I Mortal War esordiscono con questo primo demotape intitolato “Gates of Hell” nel 2017 e ci regalano uno stenchcore/crust punk apocalittico, oscuro e intriso di quella rabbia primordiale che solamente il crust della prima ondata sapeva trasmettere. Nelle tre tracce, più una cover di “Winter” degli Amebix, che compongono questo “Gates of Hell” possiamo notare quanto abbiano influenzato il sound dei Mortal War lavori immortali come “No Sanctuary” dei già citati Amebix, “Grind the Enemy”, primo demo targato Axegrinder e sopratutto l’Ep “From Hell” dei giapponesi Effigy. Mentre ci addentreremo nello stenchcore suonato dai Mortal War, attraversando i cancelli dell’inferno, l’atmosfera si farà sempre più tetra e opprimente, lande desolate ricoperte da corpi in putrefazione, testimonianze di battaglie barbare e degli orrori della guerra, si apriranno dinanzi ai nostri occhi impauriti e una luna nera ci renderà in eterno schiavi dell’oscurità, costringendoci a vagare senza meta come anime condannate alla dannazione eterna! Da brividi la seconda traccia “The Battle’s End” che si apre con un intro atmosferica che ci illude dell’arrivo della quiete dopo la tempesta dell’iniziale “Slave to Darkness”, sfociando poi in realtà in un vero e proprio selvaggio massacro con le cavalcate di chitarra a costruire un’atmosfera epica e la batteria a scandire i colpi come se ci trovassimo nel mezzo di un campo di battaglia. A quanto pare i nostri giovani crusters from Philadelphia hanno interiorizzato al meglio la lezione primitiva del crust più apocalittico e selvaggio di scuola Amebix/Effigy, riuscendo a regalarci un ottimo demo che farà la felicità di noi tutti amanti dei gruppi sopracitati e di gentaglia del calibro di Fatum, Instinct of Survival o Stormcrow! Che si aprino i cancelli dell’inferno, che l’oscurità regni sovrana su questa terra condannata all’oblio!

Dopo un paio di demo interessanti i newyorkesi Subversive Rite rilasciano finalmente il loro primo album intitolato “Song for the End Times”. Il disco si apre con un’intro acustica che lascia però subito spazio ad un d-beat/hardcore veloce e rabbioso con la voce di Claire a farla da padrona, un sound fortemente influenzato dalla primissima scena britannica degli anni ’80, Varukers, Discharge e Warwound su tutti. Per descrivere al meglio il sound proposto dai Subversive Rite però dobbiamo fare uno sforzo e immaginare una ibrido bastardo tra il crust suonato dai Sacrilege sui primi demo datati 1984, l’hardcore dei giapponesi Death Side e infine il d-beat/crust di scuola svedese suonato alla maniera degli Anti Cimex dell’era “Scandinavian Jawbreaker” o degli Avskum di “Crime & Punishment”. Prendete il meglio dai gruppi e dai lavori appena citati, aggiungete delle vocals urlate (ma che non divengono mai veri e propri screams o growls) a la Saira degli immensi Detestation e potrete quantomeno avvicinarvi ad immaginare la musica suonata dai newyorkesi su questo incredibile “Song for the End Times”, che ritengo essere uno dei migliori lavori usciti in ambito crust/d-beat nell’ultimo periodo e sicuramente uno dei più interessanti di questo inizio 2019. Dieci tracce che trattano tematiche tipiche del genere, dall’imminente fine del mondo e dell’umanità (dopo tutto basta leggere il nome dell’album per capire su quali coordinate si muovono liricamente e concettualmente i Subversive Rite) come nell’iniziale “Last Blast” e nella splendida e conclusiva “It’s Too Late“, all’ossessione della società moderna per il controllo e la sorveglia nella traccia intitolata, citando 1984 di George Orwell, non a caso “Big Brother”, passando per prese di posizione contro il voto e la delega che legittimano unicamente ingiustizie, sofferenza e sfruttamento (“Pigs in a Pen“) o la volontà di abbattere questo sistema che si fonda sulla gerarchia, sull’autorità e sul dogma capitalistico del profitto per costruire finalmente un mondo altro espressa in un verso come “subvert your laws, a new way of life breaks down the walls” della quinta traccia “Subversive Rite“. Questo album sarà la colonna sonora che accompagnerà la fine del mondo come lo conosciamo basato sullo sfruttamento e sul dominio dell’uomo da parte dell’uomo; dieci tracce di d-beat/hardcore che scandiscono le ore che mancano alla fine di questi tempi bui, mentre noi cospiriamo per la sovversione, per l’insurrezione! 

Un altro lavoro estremamente interessante e godibile di questo inizio 2019 è sicuramente “The Evolution of Combat“, ultima fatica in studio rilasciata i primi di gennaio dai Physique, band che non nasconde il suo essere cresciuta a pane e Disclose! Il raw d-beat/hardcore suonato dai nostri infatti è ben radicato tanto nella lezione dei Discharge più classici quanto nella sua estremizzazione noise ad opera dell’immortale Kawakami insieme ai suoi fantastici Disclose, gruppo per i quali i nostri sembrano avere una venerazione nemmeno troppo celata. Il suono è caotico e estremamente grezzo, la registrazione è lo-fi quanto basta per rendere il tutto ancora più rumoroso e marcio, tutto questo è quello che ci troveremo ad ascoltare su questo “The Evolution of Combat”, dieci tracce di “rumore non musica“, in perfetto stile Disclose e che riporta alla mente anche le pulsioni più noise e raw di altri gruppi hardcore/crust come i Disorder o gli oscuri giapponesi Gloom. Inutile citare questa o quell’altra traccia nello specifico perché questo lavoro è un monolite di raw hardcore punk atto unicamente a creare il rumore più assoluto e volto alla distruzione più totale nel nome del caos, dall’iniziale “Violence of Another Day” alla conclusiva e omonima “Physique” ci troviamo sparate nelle orecchie dieci schegge impazzite di rumore distorto che crea dipendenza. Se il silenzio è la morte, i Physique hanno scelto la loro strada, la strada del rumore più assoluto e disturbante. Il rumore di questo mondo ormai in macerie! Nel segno e nel ricordo eterno di Kawakami, noise not music come unico credo impresso nella testa dei Physique!  

“Who Will Be the Victims” dei Lifeless Dark, gruppo di Boston all’esordio con questo Ep di sole cinque tracce, è uno di quei lavori che appena finisci di ascoltare rimetti da capo una, due, tre, dieci volte di fila! Che esordio, porca troia! La prima cazzo di volta che ho ascoltato questo demo ho pensato che i Sacrilege avessero sfornato un nuovo lavoro e invece mi son trovato davanti ad un giovanissimo gruppo di Boston che nel 2018 ha saputo ricreare perfettamente un sound a cavallo il thrash metal e il crust punk tipico dell’underground britannico/europeo degli anni 80. In molti passaggi di questo “Who Will Be the Victims?” sembra di ascoltare un mix tra i già citati Sacrilege (innegabile principale influenza dei nostri), il crust primordiale degli Hellbastard e il death metal di scuola Bolt Thrower del periodo 87-88, giusto per fare qualche nome che possa rendere più chiaro a chi legge il sound dei Lifeless Dark. La tape si apre con “Terminal Phase”, intro strumentale della durata di quaranta secondi che prepara il terreno al massacro della successiva “Outcry“, vera e propria scheggia di crust punk imbastardito da cavalcate thrash di scuola Sacrilege/Axegrinder che sfocia in un assolo da brividi. Altra traccia da sottolineare è sicuramente la conclusiva “Feeding the Light”, anch’essa sempre in bilico tra le pulsioni più metal e quelle piu marcatamente punk tipiche dell’underground estremo degli anni ’80, con il riff principale che si stampa immediatamente in testa e l’assolo finale a concludere in maniera sublime questo “Who Will Be the Victims?”. Per chi negli anni si è divorato più volte “Behind the Realms of Madness” e si è ascoltato un giorno si e l’altro pure i Sacrilege (ma anche Amebix o Axegrinder tra gli altri) come il sottoscritto, i Lifeless Dark e questa loro prima fatica vi faranno innamorare al primo ascolto! 

 

Feral Thrust – Il Grembo della Rovina (2017)

La percezione di un temporale imminente e la pioggia lieve che si infrange tra le fronde degli alberi sono i primissimi suoni in cui ci imbattiamo, mentre veniamo inghiottiti da un’atmosfera oscura e pagana come se ci fossimo persi nelle profondità della natura più selvaggia, di tempi antichi dominati da forze primordiali. Ed è solo in questo momento che una litania cantata da una voce sciamanica femminile ci introduce a questo “Il Grembo della Rovina” e ci prende per mano conducendo le nostre anime dannate in 

un rituale pagano nel cuore più oscuro e impenetrabile di una foresta attraversata da pulsioni ancestrali che sopravvivono al progresso e da creature selvagge che scrutano ogni nostro movimento, aspettando unicamente un nostro errore per trascinarci con loro nelle viscere più remote della selva. Una litania sorretta da ritmiche di batteria tribali che ci danno l’impressione di essere sotto l’effetto di chissà quale intruglio allucinogeno mentre assistiamo in trance ad un rituale sabbatico per risvegliare forze naturali sconosciute e esseri primordiali che abitavano su questa terra prima dell’avvento della civiltà umana. La voce sciamanica che apre questa prima fatica della creatura che prende il nome di Feral Thrust, gruppo che si divide tra Milano e Berlino, è quella di Mar, strega che ci accompagnerà per tutti questi tredici minuti di primitivo, tribale e oscuro stenchcore/crust punk che partendo dalla lezione dei maestri Amebix, giunge fino a lavori come “On The Horizon” dei Sanctum e “Time Passes to Dark” dei Fatum, senza scordarsi sfumature e pulsioni riconducibili a gruppi assolutamente sottovalutati come Nux Vomica e Appalachian Terror Unit e richiamando, soprattutto quando la voce di Mar si tramuta in lamenti infernali, gli indimenticabili Contropotere!

“Il Grembo della Rovina” è composto esclusivamente da due tracce, da un’intro di cui vi ho già accennato e da un outro. Il primo brano in cui ci imbattiamo durante questa esperienza mistica e pagana è la titletrack, il perfetto punto di incontro tra gli Amebix più apocalittici e i lavori più selvaggi dei Fatum, il tutto condito con un atmosfera oscura che si fa più opprimente anche grazie all’iniziale lentezza quasi doom (stile Celtic Frost) dei riff suonati da Franz, mentre il ritmo di basso e soprattutto di batteria, rispettivamente suonati da Michele e Nicola, si fa ipnotico ampliando la sensazione di trovarsi immersi in un rituale sciamanico costretti da qualche oscura forza primordiale a danzare intorno al fuoco insieme a creature selvagge risvegliate da un sonno eterno. La seconda parte del rituale è affidata alle note di “Il Seme del Riscatto”, brano anch’esso che si muove sulle coordinate finora tracciate e che prosegue nella creazione di un’atmosfera ipnotica e oscura, accentuata dalla solita Mar che alterna sapientemente i suoi lamenti selvaggi e demoniaci con una litania parlata che ci accompagna verso la conclusione di questa esperienza sabbatica attraversata da vibrazioni primordiali sottoforma di Stenchcore pagano e tribale.

L’idea alla base del progetto Feral Thrust è quella di dare un’ espressione musicale al fondamentale rapporto tra essere umano e natura, soprattutto nell’epoca geo-ecologica attuale denominata antropocene e caratterizzata dalla centralità dell’uomo e della sua attività nei cambiamenti climatici e ambientali quasi irreversibili; natura che oggi più che mai viene devastata, saccheggiata e quotidianamente distrutta dall’uomo attraverso la sua attività tecnologica-industriale in nome del progresso e dall’idra capitalista affamata di profitti e di nuove risorse. Con “Il Grembo della Rovina” il nostro collettivo diviso tra Milano e Berlino vuole, attraverso questo rituale pagano in cui veniamo guidati dai lamenti primordiali della selvaggia Mar, evocare le energie ancestrali e le forze naturali primitive per troppo tempo seppellite dalle macerie della distruzione messa in atto dalla civiltà capitalista.

Lavoro estremamente interessante sotto il punto di vista musicale, lirico, concettuale e atmosferico, non ho nient’altro da aggiungere.

Vibrazioni primordiali, rituali pagani e creature selvagge! Dalle cime degli alberi attenderemo il collasso del capitalismo e della civiltà umana, mentre tra le rovine del mondo di ieri vedremo germogliare i semi del mondo di domani. Stenchcore pagano echeggia nella natura selvaggia mentre il mondo sprofonda nel caos!

Anno 2016 – Cronache di un’Eterna Condanna e di Visioni Orribili

Anno 2016, il mondo che noi conosciamo stava crollando su se stesso. La follia dilagava, le lande desolate si estendevano per migliaia di chilometri, l’aria si faceva sempre più irrespirabile e nauseante, la morte era tangibile tutt’intorno a noi, pochi i sopravvissuti alla catastrofe. Difficile capire chi fosse più folle: io o gli altri. Io, colui che fugge sia dai vivi che dai morti, vago senza meta come un’anima dannata in questa terra devastata e putrida; un uomo, ridotto a un unico istinto: sopravvivere. Visioni orribili si susseguivano nella mia testa, l’esistenza si era oramai tramuta in un eterna condanna. In questo scenario infernale e post-apocalittico, riecheggiava in lontananza il rumore angosciante ed annichilente suonato da due bande di guerrieri non-morti e non più umani che rispondono al nome di Cancer Spreading e Humus, creature portatrici di distruzione per tutte le lande abbandonate e brulicanti di morte. Che la desolazione sia con voi, benvenuti nell’incubo terreno, cercate di sopravvivere e se non doveste riuscirci, mi auguro di non udire le vostre strazianti urla di dolore.

“A desolate landscape where no one dare to step
Lifeless beings lay dead inside of their holes
I see again a corpse crawling in filth
That corpse is me and once used to live.” (The Day I Dreamt a Nightmare). Sentivo echeggiare in lontananza questa cantilena, mentre mi trascinavo ormai quasi totalmente abbandonato da ogni parvenza di vitalità tra nebbie dense che ricoprivano distese di terra aride e macerie. Visioni orribili si susseguivano dinanzi ai miei occhi stanchi e nella mia testa dolorante, lamenti disumani giungevano alle mie orecchie da ogni parte di questo paesaggio abbandonato da qualsiasi forma di vita. Decisi di proseguire nella direzione dalla quale provenivano i latrati gutturali che scandivano la cantilena sopracitata e arrivai fino a scorgere delle ombre che conservavano vaghe fattezze umane. Si trattava di una banda di guerrieri non morti in preda ai fumi dell’alcool. I loro lamenti per l’eterna dannazione a cui erano stati condannati si fecero più intensi, così come la musica marcia e annichilente che tentavano di suonare. Cancer Spreading dissero di chiamarsi.

Cosa cazzo ci si potrà mai aspettare da un gruppo che prende il suo nome direttamente da un brano tratto dal seminale “Welcome to the Orgy”, EP datato 1987 dei mostri sacri (e qualcuno dice anche siano gli “inventori”…) dello stenchcore che rispondono al nome di Deviated Instinct? Cosa cazzo ci si potrà mai aspettare da questo “Ghastly Visions” (rilasciato nel luglio del 2016) se non il classico crust punk imbastardito dal death metal old school più marcio (o viceversa) a cui ci hanno abituato negli anni i modenesi Cancer Spreading e che, album dopo album, migliora in termini di qualità, personalità e intensità?

Il death metal old school è probabilmente più presente che mai su “Ghastly Visions” con passaggi, riff e rallentamenti che ricordano in più di un’occasione tanto la scuola svedese di Grave e Entombed, quanto il sound imbastardito dal doom opprimente di un gruppo mai abbastanza incensato come gli olandesi Asphyx e soprattutto, e sopra a tutti, la fonte d’ispirazione primaria, insieme ai giá citati Deviated Instinct, che fuoriesce da ogni singola nota suonata dai Cancer Spreading, ossia i Bolt Thrower del seminale capolavoro “In Battle There is No Law”, gruppo di cui i nostri modenesi suonano una versione ancora più sulfurea, marcia, apocalittica e angosciante. Lo stenchcore che accompagna i Cancer Spreading dagli inizi della loro carriera rimane la base di partenza di tutte le dieci tracce che compongono l’album, un sound debitore ai classici nomi del genere come i soliti Deviated Instinct o gli Extinction of Mankind, ma anche riconducibile ad uscite più recenti come lo splendido “Culto Abismal” degli spagnoli Cruz e l’oscuro “Scourge” degli irlandesi Okus, senza dimenticare le visioni più apocalittiche e angoscianti di gruppi italiani come Nihildum (recensiti poco tempo fa) e Campus Sterminii. Tanti nomi, tante influenze, tanta carne al fuoco. Ma questo album suona comunque al 100% Cancer Spreading e non come un semplice derivato di nomi ben più blasonati. Capito dunque che putrida aria nauseante tira dalle parti di questo “Ghastly Visions”? Ci troviamo dinanzi ad una band ormai in piena maturazione lirica e musicale che ci regala 40 minuti di puro stenchcore old school che avrebbe fatto certamente invidia ai maestri Deviated Instinct. Citando le parole degli stessi Cancer Spreading, che trovo perfette per concludere queste righe a loro dedicate, il loro scopo dichiarato è sempre quello di diffondere il più possibile il loro messaggio di nichilismo e autodistruzione attraverso l’autoproduzione e l’attitudine do it yourself. E ci riescono ancora una volta. Visioni orribili nella mia testa, urla lancinanti vagano inascoltate in un oceano di desolazione, disperazione e odore di morte pervade ogni avanzo dell’umanità passata… non c’è più bisogno di avere paura.

Smarrimento, morte, distruzione, eterna dannazione. E’ questo, solo questo e nient’altro, quello che ci portiamo dietro dopo esser stati annichiliti dalle “visioni orribili” dei Cancer Spreading e dal loro marcio e putrido stenchcore. Mentre ci ostiniamo a vagare senza meta per queste lande desolate senza più alcuna ragione per costringerci a sopravvivere, ci imbattiamo in un’altra banda di berserk che non hanno più nulla di umano e che appaiono come corrosi dal tempo, cantori delle macerie del mondo passato e dell’eterna condanna che domina il presente. “Humus”, questo il nome che essi scandiscono attraverso le loro voci gutturali che hanno solo un vago ricordo di qualcosa di umano. Humus, ossia lo strato più superficiale del terreno, quello che trattiene gli esseri viventi dopo la morte in uno stato di decomposizione. Una litania che assomiglia ad una sentenza di morte giunge alle mie orecchie e recita così: << Humus e’ la condizione di vita a cui e’ ridotto o e’ stato condotto l’uomo oggi. Cioe’ di un essere passivo al suo freddo destino, privo di una propria liberta’ d’azione, capace solo di farsi consumare, sfruttare, sottomettere e sprecare. Un individuo che vive nella continua illusione di essere felice in una realta’ basata sulla falsita’ e l’egoismo. La societa’ moderna ne e’ il suo cancro parassita.>>.

“Eterna Condanna” non è solo la condizione in cui noi tutti ci ritroviamo a vivere in questi oscuri tempi di miseria umana, ma anche il titolo dell’ultima fatica in studio degli Humus, guerrieri post-apocalittici in putrefazione che arrivano direttamente da Ancona. Gli Humus sono autori di un hardcore/crust punk fedele, tanto per sonorità quanto per approccio lirico e tematiche trattate, in egual misura sia alla scuola svedese del genere di gentaglia come Avskum e Anti Cimex, sia alla primordiale lezione hardcore di veri e propri mostri sacri della scena italiana come Wretched ed Eu’s Arse, senza dimenticare il classico e seminale suono d-beat riconducibile a Varukers, Discharge e Warwound su tutti. A tratti il sound degli Humus si spinge verso lidi crust-core e proto grind, tanto che sembra di ascoltare i Disrupt, e questo non può che essere un grande pregio dei nostri. Il tutto è condito con liriche riottose e rabbiose che si scagliano contro ogni forma di oppressione che ci troviamo a subire in quest’era paranoica dominata dal culto della merce e dal mito del progresso; testi che attaccano quindi quella barbarie che è il Capitalismo e i morti viventi-consumatori che crea, ma non solo. Gli Humus vomitano il loro veleno e prendono posizione anche contro il fascismo, da sempre risposta reazionaria della classe dominante e della borghesia per difendere i propri interessi. Quindi, per tirare le somme, ci troviamo dinanzi a niente più, niente meno che la formula perfetta per un bel disco crust/hardcore/d-beat tritaossa, distruttivo e annichilente, perfetta colonna sonora per questi tempi oscuri nei quali la morte è sempre in agguato!

Tempi bui, giorni che appaiono eterni, il mondo come noi lo conoscevamo era ormai sprofondato nel caos più totale, nessuna via di scampo, solo desolazione e morte si estendono tutte intorno a me. Sopravvivere o morire, poco importa in queste lande abitate unicamente da non-morti corrosi dal tempo pronti a banchettare con le nostre carni al suono di urla strazianti e disumane, sullo sfondo di un cielo radiottavo e di un paesaggio in putrefazione, inospitale per qualsiasi forma di vita. Visioni orribili che attanagliano la mia mente mi trascinano inesorabilmente verso l’oblio, lasciandomi in bilico ad osservare abissi di follia e mostruosi incubi che diventano reali, giorno dopo giorno su questa terra in putrefazione. Un’eterna condanna questo mio vagare continuo e senza meta per lande desolate, come compagni di viaggio solo la morte che si estendeva tutto intorno a me e il rumore suonato da Humus e Cancer Spreading. Sopravvivere o morire, poco importa sotto questa pioggia acida che mi corrode all’interno e all’esterno. Quando l’uomo sara preda dei suoi simili, la fine dell’umanità sarà quindi giunta una volta per tutte. Anno 2016, cronache post-apocalittiche.