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Warcollapse – Deserts of Ash (2019)

L’incubo continua mentre marciamo verso la fine dell’umanità, scivolando in un vortice di disperazione e miseria, mentre vaghiamo nell’oscurità verso un deserto di cenere che si estende senza fine…

A distanza di parecchi anni (ultimo lavoro in studio datato addirittura 2011) a febbraio del 2019 i Warcollapse, nome storico della scena crust svedese ed europea, ci hanno finalmente regalato un nuovo disco intitolato Desert of Ash. Ed è proprio un deserto di cenere quello che ci lasciamo alle spalle dopo esserci addentrati nell’ascolto di queste  cinque tracce di classico d-beat crust punk che si abbatte come una brutale tormenta lasciando dietro di sé solamente morte e distruzione. Desert of Ash è l’ennesimo crust as fuck assalto selvaggio ad opera dei Warcollapse, un gruppo che sembra avere ancora moltissime cartucce di d-beat/crust da sparare contro questo mondo fatto di sfruttamento, orrore quotidiano e oppressione e contro i suoi difensori condannati a morte nel loro apparente quieto vivere. Solo cinque nuove tracce che si assestano su una durata media di due minuti se non contiamo i devastanti ed inaspettati dieci minuti della titletrack posta a chiusura di questo Desert of Ash; cinque tracce che bastano però per trascinarci giù immediatamente in un’oblio dominato dalla disperazione e dalla miseria, accompagnati dal classico crust punk di matrice Warcollapse rivestito ancora una volta da una spessa e impenetrabile corazza metallica. Un brano come “Masspsykos“, una mazzata di d-beat/hardcore crudo e martellante, appare più attuale che mai in questa periodo di terrorismo psicologico ad opera dei media, una traccia dominata per tutta la durata difatti da un’atmosfera paranoica e ossessiva con le solite vocals abrasive di Jalle a farla da padrone assoluto. Ma è invece la conclusiva titletrack il momento più interessante e intenso dell’intero lavoro, con la sua inusuale durata di dieci minuti, con il suo alternare la ferocia selvaggia ad un’atmosfera malinconica e tetra che aumenta la sensazione di sofferenza e disperazione ma sopratutto con il sound dei Warcollapse che sembra naufragare su lidi doom amplificando l’epicità e il tono opprimente ed apocalittico dell’intero brano. In fin dei conti “Desert of Ash” non è altro che é l’ennesima tempesta di tuonante e furioso crust svedese evocata dai Warcollapse e che, ancora una volta, si abbatte senza pietà sulle nostre esistenze rassegnate!

L’incubo nauseante continua mentre noi tutti marciamo verso la fine dove nulla sopravvive, dove dinanzi a noi si estendono solo macerie divorate dal tempo e un deserto di cenere in cui regnano solo desolazione e morte.

 

 

Adrestia – The Wrath of Euphrates (2019)

MAY THE SUN OF ROJAVA RISE AND NEVER SET. MAY THE SUN OF ROJAVA BURN ITS ENEMIES TO DEATH!

Il vento scandinavo soffia più forte che mai annunciando una tempesta di tuonante d-beat/crust che squarcia il cielo e si abbatte sul terreno con una potenza devastante. Su questa ultima fatica in studio intitolata “The Wrath of Euphrates”, ancora una volta gli Adrestia sintetizzano al meglio l’influenza dei due generi musicali che hanno inciso in modo indelebile il nome della Svezia nel panorama della musica estrema a livello internazionale: la scena d-beat/crust punk da una parte e quella death metal dall’altra. Le vocals stesse ricordano spesso quelle di Thomas Lindberg degli At The Gates, gruppo che senza ombra di dubbio ha influenzato in profondità il sound degli Adrestia soprattutto nei passaggi più melodici, mentre nei momenti prettamente crust/d-beat si può sentire in egual misura l’eco dei Martyrdod, dei Wolfpack/Wolfbrigade e dei Disfear. Il legame intimo con la prima scena d-beat svedese è sottolineato invece dalla presenza di Tomas Jonsson degli Anti-Cimex che presta la sua voce nella traccia “The Message”. 

Al di là della mera questione musicale, ciò che rende veramente interessante un disco come “The Wrath of Euprhates” è però il concept lirico che ne sta alla base e che denota una netta presa di posizione politica degli Adrestia, i quali non nascondono il loro schierarsi in solidarietà e complicità con la rivoluzione sociale del Rojava fondata su tre punti fondamentali: il confederalismo democratico, l’ecologia politica e la lotta di emancipazione femminista. Questa ispirazione lirico-politico e questa presa di posizione erano state già affrontate dal gruppo svedese sul precedente “The Art of Modern Warfare” e avevano spinto gli Adrestia a far parte fin da subito di una rete di supporto alla rivoluzione del Rojava, nata qualche anno fa all’interno della scena punk internazionale e chiamata appunto “Punks for Rojava” (troviamo una traccia omonima proprio su questo nuovo disco). Anche a livello estetico l’immaginario legato al Rojava, alle milizie armate delle YPG e delle YPJ perme l’intera proposta degli Adrestia, a partire dall’artwork di copertina in cui è raffigurato il volto di una combattente rivoluzionaria delle YPJ, divenuto ormai fin troppo iconico. Infine, il titolo stesso del disco riprende direttamente il nome dato ad un’operazione militare guidata dalle Forze Democratiche Siriane contro Daesh per riconquistare la città di Raqqa.

È profondo il legame che intercorre tra gli Adrestia e la rivoluzione avvenuta nella Siria del Nord e in cantoni e città come Afrin o Kobane e va ricercato, sopratutto, stando alle parole del gruppo, nel notare elementi di estrema somiglianza e vicinanza tra il progetto sociale e politico del Rojava e gli ideali che fondano il modo di vedere, intendere e vivere la scena hardcore/punk del gruppo , mutuo svedese. Solidarietà appoggio, collaborazione, autogestione, antifascismo, antisessismo e antirazzismo non sono parole vuote, ma pratiche quotidiane e concrete che vivono tanto in un contesto rivoluzionario come quello del Rojava quanto all’interno della scena punk hardcore internazionale e dentro molti percorsi di lotta in cui i e le punx sono attivi/e, dalle occupazioni abitative alle questioni anti-carcerarie. Sempre affidandoci alle parole degli Adrestia, “The Wrath of Euphrates” rappresenta dunque un vero e proprio omaggio non solo alla resistenza e alla lotta delle YPG e delle YPJ nella Siria del Nord, ma anche a chiunque combatte quotidianamente e in modo concreto per cercare di debellare piaghe come le guerre imperialiste, la misoginia, il razzismo, il fascismo e la distruzione dell’ecosistema.

Tornando brevemente a parlare nello specifico del lato musicale, l’ibrido crust punk/death metal tutto in salsa svedese è attraversato da un’irruenza devastante e una bellicositá a tratti selvaggia nella formula degli Adrestia, che certamente non inventano nulla di nuovo ma suonano con passione, convinzione e attitudine regalandoci quaranta minuti furiosi dominati tanto da un’aggressività cieca dai tratti crust-core quanto da momenti melodici di scuola At The Gates/Martyrdöd.

The Wrath of Euphrates” è l’ennesimo rabbioso grido di lotta degli Adrestia, un disco intenso, sia dal punto di vista meramente musicale sia a livello politico, con cui gli svedesi ribadiscono l’importanza per loro di schierarsi in solidarietà e complicità con la rivoluzione confederale, femminista ed ecologica che resiste ancora oggi, nonostante i diversi tentativi, ultimi in ordine di tempo quelli ad opera della Turchia del fascista Erdogan, di affossare questa esperienza rivoluzionaria, in Rojava! Quando sulle barricate incroceremo lo sguardo degli Adrestia, quando le fiamme della rivoluzione incendieranno questo mondo affinché ne rimangano solo macerie, risuoneranno certamente le note di questo “The Wrath of Euphrates”. Contro l’oppressione, la vita. Per la vita, l’insurrezione. Biji Rojava, Biji Adrestia!