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Black Curse – Endless Wounds (2020)

I Black Curse si abbattono su di noi come tempeste infernali di death metal, con la furia blasfema del black metal più nichilista. In nome del caos primordiale, devoti soltanto alla distruzione.

A metà strada tra il death metal opprimente degli Incantation, le derivazioni più barbare e selvagge di certo war metal a la Bestial Warlust, l’estremismo folle e brutale dei Sadistik Exekution e una forte presenza di influenze black metal primitive che mi ha ricordato per certi versi i Beherit, troviamo questa nuova creatura che risponde al nome di Black Curse e in cui incontriamo gentaglia già attiva in progetti del calibro di Primitive Man, Blood Incantation e Spectral Voice (l’influenza di questi ultimi infatti emerge spesso nel corso delle varie tracce, anche se in maniera labile e lontana). Prima fatica in studio per il gruppo di Denver intitolata Endless Wounds, trentotto minuti di devastante e bestiale death metal attraversato da tensioni di black infernale, un sound granitico e annichilente, che non lascia momenti per prendere fiato o attimi di quiete, né tantomeno mostra segnali di debolezza o pietà; un’assalto sonoro capace di aprire squarci e ferite profonde nella psiche dell’ascoltatore riducendo in frantumi quel che rimane della sua sanità mentale. In tutto questo i Black Curse riescono a suonare molto più groovy nel riffing di certi altri loro colleghi impegnati a suonare death/black che spesso si lasciano andare a muri di suono cacofonici e dissonanti fini a se stessi e spesso inutilmente ripetitivi e noiosi. Certo anche nella proposta dei Black Curse il caos furioso e primordiale ha una sua centralità e trova sempre modo di divampare e manifestarsi in tutta la sua ferocia, ma non risulta mai essere il fine ultimo, anzi viene sempre accompagnato ed enfatizzato da un’atmosfera occulta capace di sottolineare quella dimensione di malvagità primitiva che pervade e avvolge l’intero album. Un sound dunque diretto, devastante e profondamente crudo, sorretto da un’atmosfera generale estremamente maligna e blasfema  evidenziata dall’ottimo utilizzo delle trame di chitarra e dalle melodie sinistre dal sapore fortemente black metal. Inoltre i Black Curse suonano la loro ricetta black/death bestiale come fossero pervasi da una ferocia quasi primitiva e selvaggia, come fossero posseduti da chissà quale forza oscura e maligna, abbattendosi impetuosamente come fossero un’orda barbarica pronta a fare razzia di ogni cosa e a lasciare solo macerie e rovine dopo il loro passaggio. Le stesse vocals, quasi sempre in screaming, risultano praticamente sempre efficaci nel loro essere lancinanti, estremamente sofferte e attraversate da una malvagità quasi primordiale, amplificando questa sensazione di dannazione eterna che ci inghiotte nel corso dell’intera esperienza di Endless Wounds, lasciandoci inermi, impotenti e assolutamente  incapaci di ritrovare una parvenza di quiete.

I Black Curse aprono squarci nel tempo facendo riaffiorare quei momenti in cui il black e il death metal condividevano gli stessi principi, la stessa estetica e la stessa diabolica rabbia. Nessuna pietà dunque nelle note e negli intenti dei Black Curse, solo istintiva e sincera devozione alla distruzione più totale. Giunti ormai alla conclusione di questa discesa tra gli abissi infernali di Endless Wounds, siamo divorati interiormente da una maledizione oscura che ha aperto sui nostri corpi ferite senza fine… Siamo ormai anime costrette alla dannazione eterna, mentre il caos primordiale regna sovrano. Senza inventare nulla, a mani basse siamo al cospetto di uno dei dischi di metal estremo più intenso e interessanti del 2020.

 

Thecodontion – Supercontinent (2020)

Prehistoric Metal of Death, così definiscono praticamente dal primo giorno la loro brutale proposta i romani Thecodontion, pronti a pubblicare tramite I, Voidhanger Records il loro nuovo album “Supercontinent” previsto per il 26 di giugno, dopo averci regalato nello scorso biennio una demo intitolata “Thecodontia” e il successivo ep “Jurassic”, lavori che già ci avevano permesso di assaporare l’originalità tanto dal punto di vista lirico-concettuale quanto sul lato musicale che anima questo affascinante progetto. Cerchiamo però di andare con ordine mentre ci avventuriamo in questo nuovo viaggio intitolato Supercontinent.  La prima volta che mi sono imbattuto in questa bestiale entità preistorica che risponde al nome di Thecodontion ho subito pensate di trovarmi al cospetto di un progetto tanto folle e brutale quanto affascinante e originale nella scelta di suonare un black/death metal primitivo e di accompagnarlo con un’immaginario e delle liriche influenzate dalla preistoria, dai fossili e dalle ere geologiche. Una scelta coraggiosa e tutt’altro che scontata e che mostra dunque la profonda personalità e l’originalità che contraddistinguono il gruppo romano, ma soprattutto una scelta che spinge l’ascoltatore a volerne sapere di più rispetto alle tematiche affrontate nel corso dei brani e degli album, visto che non sono capita tutti i giorni di ascoltare un disco death/black che tratta quasi a trecentosessanta gradi di preistoria.

Menzione d’onore per il suggestivo artwork di copertina ad opera di Stefan Thanneur (Chaos Echoes), che rappresenta a colori la Pangea, il supercontinente finale, circondata dal Panthalassa, l’ultimo dei superoceani.

Così è difatti avvenuto con l’ascolto di questo nuovo Supercontinent, un concept-album sui continenti antichi che segue, da quel poco che mi è parso di capire da totale ignorante in materia, la linea temporale del ciclo dei supercontinenti, descrivendo le varie fasi di aggregazione e deriva periodiche della crosta continentale terrestre. Un viaggio affascinante attraverso undici tracce che corrispondo dunque ad altrettante ere geologiche e quattro interludi strumentali  dalla natura più rock e atmosferica che smorzano l’atmosfera devastante dell’intero disco e che traggono ispirazione invece da altrettanti superoceani antichi. Sul lato musicale questo viaggio tra i supercontinenti antichi si dirama seguendo preistoriche tensioni death/black metal dominate dall’utilizzo di due bassi che giocano pesantemente con distorsioni e riverberi, da un riffing che alterna sfuriate brutali a momenti più rallentati e dall’assenza pressochè totale di chitarre (escludendo la presenza di un assolo sulla nona traccia intitolata “Laurasia-Gondwana“), rendendo il sound dei Thecodontion estremamente brutale e opprimente. Ancora una volta però i nostri non si limitano a ripetere se stessi, ed ecco allora che su Supercontinent viene lasciato ampio spazio alla creazione di momenti e passaggi atmosferici sottolineati da un ottimo bilanciamento tra sfuriate di selvaggio death/black, che avvicinano la proposta del nostro preistorico duo al sound brutale di Antediluvian e Mithocondrion, e rallentamenti improvvisi in grado di amplificare la sensazione di trovarsi fuori dal tempo, immersi completamente in un viaggio agli albori della storia del nostro pianeta tra antiche forme di vita ed eventi catastrofici, il tutto accompagnato da una batteria che oscilla costantemente tra blast-beats furiosi e ritmiche tribali che in certi momenti riportano alla mente addirittura i Neurosis. Tracce come “Vaalbara“, “Nuna” o “Kenorland“, per non parlare del climax che ci accompagna alla conclusione del disco rappresentato dalla doppietta “Pangaea” e “Panthalassa“, possono dare l’idea migliore, a mio parere, di quanto scritto fino ad adesso. Selvaggio e bestiale war metal che non lascia scampo e ci trascina giù con se in questo affascinante quanto disturbante viaggio preistorico, pur illudendoci con attimi di quiete e aperture atmosferiche che percorrono interamente il disco. Ancora una volta il primordiale intento dei Thecodontion è chiaro: niente chitarre, solo preistorico metallo della morte!