Asides

Guardami negli occhi, non ho più paura.

Vago senza equilibro tra vortici di volti impenetrabili che mi scrutano in maniera famelica, alla ricerca di una smorfia di dolore o di un sorriso beffardo che possa tradire emozioni a cui non son in grado di dare nomi. Riesci a vedermi? Hai voglia di affondare i tuoi denti nella mia carne marciulenta?

Scorci di squarci che si aprono sui nostri corpi divorati dal tempo e dal timore di essere osservati da sguardi complici. Sguardi che si potrebbero fingere tali per una frazione di secondo, prima di scomparire nuovamente nel buio dell’indifferenza, abbandonandoci alla spaventosa solitudine di noi stessi.
Guarda il mio corpo, affonda le unghie, divorami prima che lo faccia l’alba. Non ho il coraggio di chiederti nient’altro. Non ho più paura dei tuoi morsi.
Stringi nuovamente quelle mani attorno al mio collo, silenzia questi mostri, non voglio più sentire le loro confuse grida; lascia che si perdano nella notte infinita vinta dall’assordante silenzio della nostra ennesima, grandiosa, sconfitta. Fragili ma inafferrabili, come il vento che soffia prima della tempesta. Come l’odore dell’aria dopo un temporale estivo. 

Bestie nate per provare dolore, incapaci di riconoscere il sapore di un effimero quanto labile attimo di gioia. Quanto è difficile comunicare, quanto è complicato farti approdare alle rive delle mie voragini più profonde e spaventose quando il mare è in burrasca e inghiotte anche il vuoto. Non restare ferma lì in bilico, tuffati e prova ad annegarci.

Prima che il giorno ci sorprenda rendendoci nuovamente due sconosciuti ingarbugliati per colpa di una voglia insaziabile, per un tiro mancino del sadico destino o per mortale abitudine alla noia. Assapora le mie inquietudini prima che tutto sia altro da noi, con quelle labbra velenose che mi sussurrano le tue voglie e le tue ombre. Riesci finalmente a vedere questo sangue che scorre come fiume in piena? Il silenzio la fuori conosce un milione di lingue e io, almeno per questa notte, non voglio stare solo. Ho perso nuovamente il filo dei tuoi desideri, mi rimangono solo manciate di frammenti qui tra queste mie mani sporche, mentre scivoliamo sempre più giù verso gli abissi della nostra miseria.  Un lamento annoiato, l’incoerenza soppressa, saliva e insoddisfazione sulle labbra, l’insofferenza per un equilibrio mai trovato e per le sue macerie.

Uniti in un abbraccio che ha il sapore acre del sangue raffermo. Fanculo, c’è una luna bellissima sta notte. Stringimi ancora più forte, confonditi col mio respiro, divorami senza pietà, ma non lasciar segni del tuo passaggio su questo corpo mai completamente messo a nudo. Guardami negli occhi ora che non ho più paura. Accetta la mia resa, come se in fondo servisse a qualcosa. Divorami.

Una pugnalata alla schiena

Una pugnalata alla schiena sorprenderà le vostre truppe di frontiera, troppo impegnate ad annegare i propri fantasmi in litri di vodka scadente per guardarsi le spalle. Le loro polveri sono bagnate, i fucili divorati dalla ruggine si sono inceppati ancora una volta. Non si sentono spari né ordini impazziti, il nemico è invisibile questa notte e non indossa divise riconoscibili, la bufera è compagna fedele degli insorti ancora una volta. Il loro sangue caldo colora la neve fresca, il sol dell’avvenire è tramontato per sempre. Tutto è andato secondo i piani, uno stormo di voci e risate invade la tundra e spezza il silenzio assordante, le impronte nella neve ci raccontano che gli eretici son tornati a danzare nell’oscurità impenetrabile. Convinti che non li troveranno mai, perché le loro rotte impervie non sono segnate sulle mappe di morte del potere.

La bufera si placa. I soldati superstiti ricominciano a marciare tremanti e spaesati in direzione del prossimo avamposto, invocando un dio sordo e recitando a lui preghiere che tradiscono un timore atavico, sperando di venire risparmiati dalla sete di sangue di queste ombre senza volto e senza nomi; almeno per questa notte. Gli insorti si guardano negli occhi, si scambiano baci intensi e si sussurano all’orecchio: “saremo ancora agguati”. Bruciano gli stendardi rubati al nemico, illuminando per pochi istanti l’oscurità che li protegge ormai da troppo tempo. Puliscono i loro pugnali nella neve, rivolgono un ultimo sguardo complice alla luna piena e si rimettono all’inseguimento…

Avamposti prima dell’ignoto

Ennesima notte di coprifuoco, ormai ho perso il conto di giorni che si somigliano tutti, come un lento cammino verso il patibolo. Il quartiere è deserto. Non che in tempi di “normalità e quiete” sia poi molto diverso. Ma più i giorni passano più questo silenzio spettrale si fa assordante, come fosse un vortice di voci che parlano un milione di lingue sconosciute. Nell’aria c’è qualcosa di angosciante ma stranamente confortevole, forse un sapore di sconfitta a cui sono già abituato. Siedo su un marciapiede freddo ad osservare la notte, riesco a sentire i miei mostri ancora intorpiditi che si risvegliano. Mi parlano, ma hanno ancora paura a mostrarsi completamente, a mettersi a nudo in mia presenza. Chissà dove si celano quando chiudo gli occhi, chissà in quali meandri della mia testa si coricano per riposare e darmi tregua. Eppure sono solo qui ora, fatevi avanti, nessuno vi potrà fare del male adesso. Mostratemi i vostri volti insofferenti, non dovete avere paura di me, forse in fondo sono anche io un mostro. 

Mi sento come se fossi l’ultimo uomo in questo fottuto paese di provincia uguale identico a mille altri paesi di provincia che prendono le sembianze di avamposti di frontiera prima dell’ignoto abitato da fameliche creature selvagge senza nomi. C’è ancora un ignoto da esplorare? Ci sono ancora creature libere e selvagge sconosciute ai nostri occhi mortali? Divago… Abbandonato senza nessuna casa a cui fare ritorno, senza nessuna meta da raggiungere, solo abissi in cui tuffarsi e annegare, solo incubi da interrogare ma che non hanno più risposte da darmi. Mostri fatemi compagnia in questa notte solitaria, la mia carne fresca è pronta per accogliervi e farvi banchettare senza opporre alcuna resistenza. Vi tendo la mano in segno di resa.

Ho appena intravisto una pattuglia all’angolo della strada, credo abbia finto di non vedermi, oppure questa tenue nebbia e la fedele oscurità che mi nasconde sono state abbastanza complici in questa fredda notte di marzo da evitarmi un incontro ravvicinato non gradito con questi cani da guardia di un mondo in cui anche le macerie son divenute merce. Il tempo scorre sempre più lento al punto che sembrerebbe non scorrere affatto. Nell’aria un vago quanto acre sapore di malinconia, mentre le mie mani tradiscono una paura a cui non sono mai stato in grado di dare un nome. Mi avvio verso le solite strade deserte in cui spero inutilmente di perdermi per sempre, a rincorrere ombre cangianti che percorrono sentieri che conoscono a memoria, con una domanda che mi rimbomba nella testa senza darmi tregua: <<Quante volte può uccidersi un uomo prima di non provare più alcun dolore?>>.

 

Ascolti che hanno accompagnato la genesi di questi pensieri e dunque consigliati per accompagnare la lettura:

Altar of Eden – Chimeras

Poison Ruïn – S/t

The skyline was beautiful on fire

Questa nostalgia di un tempo che, forse, non c’è mai stato, di quando mi guardavi e assieme a pieni polmoni ci immergevamo fino in fondo nel più felice dei nostri sentimenti. Ricordi?
Tutti i sacrifici, gli schiaffi, le ragioni del torto ci passavano oltre senza sporcarci perchè eravamo sicuri che un giorno sarebbero finite.
Ti manco?
Non piangere ti prego, io non ci sono e purtroppo non posso fare altrimenti, se avessi ancora voce ti urlerei di smetterla di tormentarti e di guardare dritto negli occhi del nemico, quel nemico subdolo e invisibile che è dappertutto e perciò da nessuna parte. Dritto negli occhi senza mai abbassare lo sguardo, perchè noi non abbiamo nulla di cui vergognarci, nulla per cui sentirci in colpa.
Pagheranno un giorno forse troppo lontano e non ci darà nessuna soddisfazione vederli cadere, perchè sarà sempre troppo tardi, ma potremo immaginare un futuro meno crudele di questo presente fatto di privazioni e sottomissione.
Io non sono nessuno, ma so che ti manco.
Manco a molti di voi, come molti di voi mancano a me, come mi manca la vita. Ma sono felice di incendiare di rabbia i vostri respiri e so che non sarà inutile perchè vale almeno la pena provarci, vale almeno la pena avere una possibilità, vale almeno la pena caricare di orgoglio i nostri polmoni. E che si alzi il sipario.

 

Con le ultime rivolte oltre oceano, abbiamo sperimentato come a duecento anni di distanza la giustizia e il manico del coltello continuano a stare sempre dalla parte del potere e mai dalla nostra.
Il caso di George Floyd è uno tra i mille casi che conosciamo, pari sicuramente a tutti quelli che non fanno notizia o non entrano per facili combinazioni nel grande carrozzone delle rivolte dal basso.
Ora, tutti e tutte a gridare a gran voce per il movimento BLM, perché sappiamo bene che è più facile guardare lontano una città in fiamne, piuttosto che essere i fautori di tale incendio.
Ricordiamoci pure i nostri morti per colpa dello stato e che mai avranno una reale giustizia.
Le liste dei caduti le lasciamo tranquillamente a chi con tono tronfio o all’occorrenza petulante parla attraverso le telecamere dimostrandoci una volta di più che la loro realtà, non è la nostra realtà.
Poco tempo fa nel carcere di Modena i mostri che avreste dovuto tenere a bada hanno ammazzato altri mostri, quelli delle periferie. L’omertà di tutti gli apparati verso questi omicidi è una chiara intenzione di guerra verso gli ultimi, che siano detenuti/e clandestini/e o compagni e compagne, disabili, o fasce deboli come infanti o anziani.
Quindi ora ci domandiamo se serva realmente guardare così lontano per avere esempi di abusi per acutizzare il nostro dolore e la nostra rabbia oppure, visto pure il momento ci desteremo e cercheremo di capire come uscire da tutto questo, magari guardando una città in fiamme ma non solo su uno schermo, ma con un bagliore negli occhi.

The Skyline was Beautiful on Fire

L’abbiamo sempre saputo che è più facile perdere piuttosto che vincere, sempre,
Ma nonostante tutto non riusciamo a lasciar perdere, mai,
La speranza e la gioia, questa rabbia nera come la pece e che come la pece si attacca al nostro cuore, al nostro sguardo che ci getta fra le braccia dei nostri desideri, fra le braccia di una felicità che avremmo sicuramente meritato.
Ma le nostre parole sono polvere o poco più.
Allora lasciamo parlare il piombo e la benzina mia cara, che alle telecamere nessuno vuole dar retta, siamo più vistosi se indossiamo i vestiti degli arrabbiati che i panni delle vittime, che la giustizia è il manico del coltello e la mano che lo impugna è sempre la loro.
Alza il volume di questa triste sinfonia perché sentiremo cose orribili, come se la rabbia e l’esasperazione avessero lo stesso peso dell’odio e della violenza.
E non riusciremo a respirare di nuovo.
I mostri che abbiamo sempre tenuto a bada arriveranno dalle periferie a darci un bacio prima della buonanotte, a raccontare una storia differente.
Prendi un bel respiro e lascia che succeda, sicuramente ci divertiremo non credi?
Guarda,  la città è in fiamme amica mia….mi concedi questo ballo?
Parole e pensieri scritti dalla Minoranza di Uno

“La noia armata. Le mie evasioni”

Com’è dev’essere spaventoso immaginarsi l’amore in un’era radioattiva, tra anonimi menhir di cemento in post-moderni cromlech paranoici, un viaggio senza ritorno in zone di alienazione inesplorate tra le macerie della nostra miseria, tra le rovine dei nostri tormenti feticizzati, tra i frammenti indigesti delle nostre poesie inoffensive. Da quant’è che non piove più in questo inverno infinito? Una lama arrugginita puntata alla mia gola, una lama arrugginita puntata al simulacro dell’esistenza. Il sabotaggio di ogni certezza, la diserzione della vita quotidiana. Uno scoppio infrange il silenzio assordante che avvolge la notte, un pacco bomba esplode alle porte del domani, un comunicato di rivendicazione firmato “alcunx annoiatx che hanno smesso di sognare e di aspettare”. Come a voler dire che non c’è più alcuna gioia da armare, bensì un’infinità di noia da fare esplodere. Senza nessuna ragione, ma con tutti i motivi del mondo. Se credevate di aver messo camicie di forza a tuttx i/le giovanx selvaggx, preparatevi ad agguati ed imboscate nelle vostre vite vinte e divorate dall’attesa, nella vostra sicurezza di cambiare tutto non cambiando assolutamente niente, nel vostro apparente migliore dei mondi possibili che puzza di prigionia e incubi. In fin dei conti non proviamo nessun tipo di affetto per questa realtà priva di significato e privata di ogni avventura, reale o immaginata che sia.

Non vedo più il mio riflesso nelle vetrine distrutte. Non vedo più la mia ombra proiettata da queste insegne luminose. Ho le mani insanguinate e questo sangue non si lava. Sbattetemi in prima pagina, sono un mostro, come tutti voi del resto. Scende la notte, si aprono portali sul mio abisso spettrale, resto in piedi con sguardo sprezzante a sfidare le mie voragini che desiderano inghiottirmi per saziarsi. È pazzia o è la morte? Mentre la pallida luna fa compagnia ai fantasmi con cui danzo, mi inietto un fottuto veleno che ha il sapore del miele più buono mai assaggiato dall’uomo. Dopotutto senza veleno non c’è l’antidoto. L’ora più buia è dietro l’angolo, inciampo sui detriti delle bugie che mi racconto e delle maschere che non ho più voglia di indossare per il vostro spettacolo. Stupida, inutile, affannosa ricerca, forse di qualcosa, forse di niente. Non c’è più nulla di originale. Arrendersi o reagire? Credere di essere immortali quando in fondo si è già morti. Impressioni sfuocate, tensioni incontrollabili, esistenze profane. Inchiostro sprecato, scrivo le mie evasioni e le do in pasto ai miei stessi carcerieri.

In caduta libera, ancora costretti a sanguinare. Non ci sono più sogni, non c’è più gioia. Prima che tutto sia altro, è forse giunta l’ora di armare questa noia che ogni giorno lentamente ci uccide.

“Come una morte breve…”

Come una morte breve in una casa occupata, mentre costruiamo barricate con le nostra ossa nelle gelide periferie di questa metropoli claustrofobica. Passeggiamo in bilico su binari morti, gridando vendetta contro il quieto vivere. Produci-consuma-crepa, l’esistenza è una fottuta catena di montaggio, giorno uguali, gesti ripetuti all’infinito. Società dello spettacolo, telecamere a sorvegliare esistenze inconciliabili, guerra al degrado quando il solo vero degrado è l’abitudine al vivere. Siamo soldati al fronte, la quotidianità è la guerra. Anche oggi sopravvissuti a cosa? Una corsa affannosa verso il giorno in cui saremo tutti morti. Affacciati ad una finestra frantumata ad osservare masse di cadaveri intenti a marciare, mentre noi, intenti a marcire aggrappati con le unghie ad un cielo che sta crollando, diveniamo cibo per i vermi.

Non vedo più l’orizzonte, solo grattacieli che si conficcano in un cielo artificiale. Tutte queste strade dove mai porteranno? Un’orgasmo post-industriale riecheggia nei centri commerciali abbandonati, campi di battaglia disseminati di paranoie in offerta speciale. Le nostre emozioni divenute merce, la polizia nelle nostre teste a difesa degli scaffali su cui riponiamo i nostri sogni infranti, mentre ingoiamo schegge di vetro per far sanguinare le grida di rabbia e disperazione che nessuno vuole più sentire.

Come frammenti pulsanti di vita abbandonati in scatoloni ricoperti di polvere in cantine inaccessibili e umide. Quando il giorno tende a scomparire, prima di scivolare nel buio, il tuo corpo nudo, alieno ed estraneo, in stanze anonime riscaldate dal desiderio lancinante del nulla. Barrichiamoci nelle nostre voragini, sui margini delle quali consumiamo la proiezione asettica della nostra passione. “C’è qualcosa che non funziona o sono io che non funziono?”… dallo stereo riecheggiano queste parole che ingombrano la mia testa, ma anche questa notte non trovo risposte. Nei tuoi occhi non vedo più il riflesso di questa città che brucia. Siamo davvero così soli e sconfitti?

Tutto prosegue apparentemente secondo i loro stupidi piani, secondo i loro freddi calcoli, seguendo sempre la stessa logica di morte. Siamo stufi delle vostre certezze al sapore di rassegnazione, siamo stanchi dell’odore nauseabondo che infesta le nostre stanze, la nostra prua è rivolta verso il mare burrascoso. Fughe in avanti, verso l’ignoto, verso giorni senza fine. Abbiamo volutamente perso la rotta, bruciato tutte le mappe, fatto perdere le nostre tracce. Se non dovessimo fare ritorno, prendete d’assalto il cielo. Ci vedremo lontani da qui.

Yanka, metà novembre, periferia di Milano.

“Le rive della rovina”

Stasera c’è buio prima, mi concedo alle luci sulle rive della rovina. Il faro illumina un lago pronto ad inghiottire tutto. Ma i toni sono placidi, la musica spazzatura ovunque fa tempesta, mascherine come siringhe prima, abbandonate ovunque, presunzione ovunque, debolezza ovunque, incertezza ovunque, inutili negazioni, partiti che rincorrono col sangue opportunità, strutture al collasso, soldi sporchi investiti male, preservazione della vita, il lusso del lockdown col denaro, la gente in miseria, la curva dei contagi, il gel per le mani, siamo in guerra?!! Esasperazione di debolezze, la normalità è venuta fuori con chiarezza, mostrando tutto il mostro compulsivo dell’ordine prestabilito, che fa acqua e carità da tutte le parti. Fragilità psichiche, l’aumento dei suicidi, l’aumento dei ricoveri in t.s.o. Il buon senso e le sincere reti d’aiuto possono aiutare a stare in piedi…magari al caldo?! Un’altra notte, ancora, respiro rassegnazione, il deserto in paese, non che prima fosse diverso? Il natale suda freddo quest’anno, il virus è sotto l’albero, se disordine e crisi deve essere, bene! Fuoco e rabbia divampino, scelte personali, molteplici, affrontano un presente in giornate fatte di numeri, giornate che non sanno di niente, dove i media creano panico, diffidenza e terrore, l’unico terrorista è lo stato, che ci reputa numeri, gestibili fino all’osso. Sta a noi ancora e ancora pieni d’amore, pure soli, combattere per ogni secondo…a perdi fiato.

Gabriela Yankov, 11/11/20

 

“Questa volta spero davvero venga la guerra”

Coprifuoco, proclami da tempi di guerra, tempi di merda. L’inverno alle porte, gli alberi nudi, abbandonati a se stessi e impotenti. Mattine gelate in stanze gelate, in un posto qualunque tra una Milano antartica e la Siberia, in nessun posto degno di nota tra le mie vertebre arrugginite e le nostre parole glaciali. Guardo fuori dalla finestra appannata una città desolata, fredda e spettrale, mentre vengo intrappolato da ragnatele che hanno più dei miei fottuti anni. Anche oggi colazione a base di rabbia e disperazione, di silenzi angoscianti e illusioni. Il futuro è un fucile carico di sogni infranti puntato alla mia testa.  Oggi come ieri. Ieri come domani. Un loop che sembra non avere fine, in cui ripeto gli stessi movimenti rimanendo immobile, illudendomi di andare avanti, verso chissà dove, come se facesse differenza la meta o come avesse importanza la direzione. Come fossi sempre intrappolato in quelle ragnatele che son lì da prima di me e sicuramente resteranno lì ad adornare quella gelida e sporca finestra dopo di me. Dove cazzo andremo quanto tutto brucerà? Dove cazzo andremo quando non ci sarà più nulla da bruciare? Finirà mai questo incubo? Prigionieri del dolore e del potere, di paranoie e repressione. Attimi di silenzio si susseguono interminabili, flussi di parole creano vortici mostruosi che ci allontanano e ci inghiottono in gesti ripetitivi privi di passione. Azzannami alla gola, recidi le radici della mia inquietudine. La fuori regna la follia, lo sappiamo bene, per questo ci rintaniamo nei nostri spazi sicuri, nei nostri mondi fantastici, nei nostri labirinti del fauno, cercando di fuggire dalla normalità di un mondo condannato alla sofferenza, abbastanza lontani da illuderci di non sentire le grida. Questo non è il nostro mondo e non lo è mai stato. Psico-militari nelle strade a difesa di un futuro preconfezionato che non abbiamo mai scelto, tantomeno sognato. Esistenze incompatibili, imprevisti senza nessuna certezza. Una realtà da sovvertire, una quotidianità da disertare. Ma fa buio e giunge la notte, un silenzio opprimente e surreale cala sulla città dei vivi morenti, così abituati alla morte da non esser più capaci di immaginarsi la vita, così abituati all’obbedienza da non essere più in grado di immaginarsi la gioia della rivolta. La lancetta segna le 22, scatta il coprifuoco. Che senso ha vivere nell’incubo delle nostre prigioni perfette? Questa volta spero davvero venga la guerra.

(Questo notturno ha preso forma durante l’ascolto dei Grazhdanskaya Oborona, dei Political Asylum e dei Wretched)

“Soffoca nella merda, dio dannato!”

Il racconto/flusso di pensieri che andrete a leggere di seguito, intitolato “Soffoca nella merda, dio dannato!” è opera della mente e della penna di un’individualitá complice e amica che si firma solamente come Lucky. 

Un tiepido sole illumina queste giornate autunnali, sorriso celato da nubi ottobrine. Il solito sguardo mattutino rivolto alla finestra pur di sentirsi parte di un qualcosa, di un mondo, di un reale che si fa fatica a sopportare. La presa di coscienza giunge variatamente tra il tempo di un thé caldo e di una sigaretta, quando apri quel solito sito della solita testata liberale: una craniata nei denti. E giunge quatta quatta la disperazione che risale sul tuo corpo, una sorta di ragno che ti solletica la schiena danzando con le sue zampe sul lembo della tua pelle. Penetra nelle carni facendosi spazio fino al cuore e in quel momento il tutto perde di gusto, i colori autunnali ti lasciano indifferente e gli echi della città iniziano a darti fastidio. Colazione al gusto di frustrazione, il Suo dolore è servito!

La pupilla inizia a battere freneticamente un tempo dettato dalla fatica di respirare, di relazionarsi, di semplicemente esistere. Da singolo, da soggetto, divieni aggettivo, saltando il predicato che tanto di ‘sti tempi è abolito qualsiasi atto spontaneo. È tutto uno “sto”. Risposta perenne alla solita domanda formale che si usa volgere in quegli incontri che ormai divengono sempre più rari, più vuoti e sempre più celati. Così ci si riduce ad essere un fatto, oggetto di correnti che riducono lo spazio vitale nel confine dell’esalazione di un respiro. Spettatore e spettatrici con l’unica libertà di esperire una disperazione o un’altra, barcollando tra un’incertezza e una malsana inquietudine. In balìa delle onde privx della certezza di poterci salvare da questo naufragio. A pezzi, distruttx, in macerie, con i crani pronti ad esplodere e la sola voglia di piangere e urlare. In tutto ciò ci si sente solx, impauritx, schiacciatx, repressx, infelici e non so cos’altro. Giorno dopo giorno diventa sempre tutto più confuso portando ad inediti livelli di frustrazione. Tutto sembra morire, perire, soffrire; ogni cazzo di cosa richiama il nostro dolore. Autunno, stagione di piogge: si prevedono massicci riversamenti di sbirri nelle strade, è caldamente consigliato di munirsi di k-way e mascherina. I checkpoint arrestano le arterie dell’esistenza, le telecamere vegliano il flusso di una normalità che puzza di morte. Corpi invisibili e mortificati all’estremo, l’addomesticamento ha il tanfo di gel per le mani. La fame preme sullo stomaco, gli occhi gonfi di lacrime di rabbia rendono i confini del reale offuscati: non c’è limite, né punti fermi. Orda nera, caos, tumulto. Corrente di notizie che ti sbatacchiano di qua e di là, corsa frenetica e armata contro il cordone, colpo di tosse, colpo di pistola. Colpi. Efferati e inediti colpi sul corpo, sul cuore, sulla mente che fa sempre più fatica a riprendersi. Così questo sacrosanto e beatissimo dolore, diviene materia d’applauso da parte di autorità mangia-merda e ci si ritrova a recitare il ruolo di martire per una società coprofaga: produci merda, consuma merda, vomita merda sui social, riempiti di merce di merda fino al collo, alle orecchie, agli occhi; soffoca nella merda, dio dannato!

Nel rito collettivo si richiama al sacrificio: un oggetto, un arto, un pensiero, soldi, la propria vita, qualunque cosa va bene pur che si rimanga con un qualcosa in meno. La semi-esistenza semi-emozionale nel periodo del semi-lockdown. Legioni di dannati schizzano nelle strade alla ricerca di un qualcosa, fantasmi che trascinano il peso delle proprie angosce sotto un ridente sole. Le emozioni divengono materia di contrabbando, la gioia assume il rischio di una rapina a mano armata. Strazianti sirene trascinano negli abissi della paranoia: in un mondo in cui il terrore occupa le strade quotidianamente, la necessità della notte viene abolita. Silenzio assordante. Pausa e sospensione. Fracasso di vetri, crollo di una vetrina, pioggia di schegge che tagliano i nervi. Volano oggetti, volano pensieri, si vola e la meta non sta scritta su nessuna mappa. Suonano le ventidue. Resta qui, non andare, la notte è sola e i nostri sogni non attendono il domani.

“Fantasie di Sopravvivenza Nucleare”

 

Fantasie di Sopravvivenza Nucleare” è il titolo del breve racconto tratto dall’introduzione alla recensione degli Anno Omega, gruppo anarcho-synth punk milanese.

Anno Omega, giorno 1, Neo-Milano.

Anno Omega, dopo la guerra nucleare. L’ennesima battaglia tra le bande e le tribù che abitano ciò che resta della città di Milano è finita ma si odono ancora gli spari in lontananza, dietro le macerie dei grattacieli si può scorgere ancora il fumo che oscura il cielo e inghiotte un pallido sole artificiale. Pochi i sopravvissuti all’apocalisse nucleare, ancora meno coloro che mantengono una parvenza di esseri umani tra creature geneticamente modificate dalle radiazioni e altri che si sono ormai abbandonati ai loro primitivi istinti, quelli più malvagi e selvaggi, assetati di distruzione e caos nel nome del nichilismo più totale. Qualcuno tra questi sopravvissuti decide di mettere su un gruppo per suonare l’unico genere musicale possibile nelle periferie della Neo-Milano dominata dalla paranoia nell’Anno Omega. Angoscia punk paranoico è il suono con cui dare forma e voce alle ultime fantasie di sopravvivenza, alle ultime pulsioni di sovversione. Dalle radio rotte escono le melodie di questo esperimento musicale e invadono le strade dominate dell’angoscia, in questa era paranoica ed ossessiva.

Fantasie di sopravvivenza nucleare emergono dalle note di questo esperimento di “angoscia punk” che risuona nelle strade invase dalla paranoia in questo oscuro presente che ha presa le sembianze del peggiore dei nostri incubi. Un presente dove ogni nostro atto di amore sovversivo e di resistenza viene costantemente controllato, sorvegliato e represso. Noi, i cospiratori dell’Anno Omega, siamo pronti a insorgere. È già la fine per voi.