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Anno 2016 – Cronache di un’Eterna Condanna e di Visioni Orribili

Anno 2016, il mondo che noi conosciamo stava crollando su se stesso. La follia dilagava, le lande desolate si estendevano per migliaia di chilometri, l’aria si faceva sempre più irrespirabile e nauseante, la morte era tangibile tutt’intorno a noi, pochi i sopravvissuti alla catastrofe. Difficile capire chi fosse più folle: io o gli altri. Io, colui che fugge sia dai vivi che dai morti, vago senza meta come un’anima dannata in questa terra devastata e putrida; un uomo, ridotto a un unico istinto: sopravvivere. Visioni orribili si susseguivano nella mia testa, l’esistenza si era oramai tramuta in un eterna condanna. In questo scenario infernale e post-apocalittico, riecheggiava in lontananza il rumore angosciante ed annichilente suonato da due bande di guerrieri non-morti e non più umani che rispondono al nome di Cancer Spreading e Humus, creature portatrici di distruzione per tutte le lande abbandonate e brulicanti di morte. Che la desolazione sia con voi, benvenuti nell’incubo terreno, cercate di sopravvivere e se non doveste riuscirci, mi auguro di non udire le vostre strazianti urla di dolore.

“A desolate landscape where no one dare to step
Lifeless beings lay dead inside of their holes
I see again a corpse crawling in filth
That corpse is me and once used to live.” (The Day I Dreamt a Nightmare). Sentivo echeggiare in lontananza questa cantilena, mentre mi trascinavo ormai quasi totalmente abbandonato da ogni parvenza di vitalità tra nebbie dense che ricoprivano distese di terra aride e macerie. Visioni orribili si susseguivano dinanzi ai miei occhi stanchi e nella mia testa dolorante, lamenti disumani giungevano alle mie orecchie da ogni parte di questo paesaggio abbandonato da qualsiasi forma di vita. Decisi di proseguire nella direzione dalla quale provenivano i latrati gutturali che scandivano la cantilena sopracitata e arrivai fino a scorgere delle ombre che conservavano vaghe fattezze umane. Si trattava di una banda di guerrieri non morti in preda ai fumi dell’alcool. I loro lamenti per l’eterna dannazione a cui erano stati condannati si fecero più intensi, così come la musica marcia e annichilente che tentavano di suonare. Cancer Spreading dissero di chiamarsi.

Cosa cazzo ci si potrà mai aspettare da un gruppo che prende il suo nome direttamente da un brano tratto dal seminale “Welcome to the Orgy”, EP datato 1987 dei mostri sacri (e qualcuno dice anche siano gli “inventori”…) dello stenchcore che rispondono al nome di Deviated Instinct? Cosa cazzo ci si potrà mai aspettare da questo “Ghastly Visions” (rilasciato nel luglio del 2016) se non il classico crust punk imbastardito dal death metal old school più marcio (o viceversa) a cui ci hanno abituato negli anni i modenesi Cancer Spreading e che, album dopo album, migliora in termini di qualità, personalità e intensità?

Il death metal old school è probabilmente più presente che mai su “Ghastly Visions” con passaggi, riff e rallentamenti che ricordano in più di un’occasione tanto la scuola svedese di Grave e Entombed, quanto il sound imbastardito dal doom opprimente di un gruppo mai abbastanza incensato come gli olandesi Asphyx e soprattutto, e sopra a tutti, la fonte d’ispirazione primaria, insieme ai giá citati Deviated Instinct, che fuoriesce da ogni singola nota suonata dai Cancer Spreading, ossia i Bolt Thrower del seminale capolavoro “In Battle There is No Law”, gruppo di cui i nostri modenesi suonano una versione ancora più sulfurea, marcia, apocalittica e angosciante. Lo stenchcore che accompagna i Cancer Spreading dagli inizi della loro carriera rimane la base di partenza di tutte le dieci tracce che compongono l’album, un sound debitore ai classici nomi del genere come i soliti Deviated Instinct o gli Extinction of Mankind, ma anche riconducibile ad uscite più recenti come lo splendido “Culto Abismal” degli spagnoli Cruz e l’oscuro “Scourge” degli irlandesi Okus, senza dimenticare le visioni più apocalittiche e angoscianti di gruppi italiani come Nihildum (recensiti poco tempo fa) e Campus Sterminii. Tanti nomi, tante influenze, tanta carne al fuoco. Ma questo album suona comunque al 100% Cancer Spreading e non come un semplice derivato di nomi ben più blasonati. Capito dunque che putrida aria nauseante tira dalle parti di questo “Ghastly Visions”? Ci troviamo dinanzi ad una band ormai in piena maturazione lirica e musicale che ci regala 40 minuti di puro stenchcore old school che avrebbe fatto certamente invidia ai maestri Deviated Instinct. Citando le parole degli stessi Cancer Spreading, che trovo perfette per concludere queste righe a loro dedicate, il loro scopo dichiarato è sempre quello di diffondere il più possibile il loro messaggio di nichilismo e autodistruzione attraverso l’autoproduzione e l’attitudine do it yourself. E ci riescono ancora una volta. Visioni orribili nella mia testa, urla lancinanti vagano inascoltate in un oceano di desolazione, disperazione e odore di morte pervade ogni avanzo dell’umanità passata… non c’è più bisogno di avere paura.

Smarrimento, morte, distruzione, eterna dannazione. E’ questo, solo questo e nient’altro, quello che ci portiamo dietro dopo esser stati annichiliti dalle “visioni orribili” dei Cancer Spreading e dal loro marcio e putrido stenchcore. Mentre ci ostiniamo a vagare senza meta per queste lande desolate senza più alcuna ragione per costringerci a sopravvivere, ci imbattiamo in un’altra banda di berserk che non hanno più nulla di umano e che appaiono come corrosi dal tempo, cantori delle macerie del mondo passato e dell’eterna condanna che domina il presente. “Humus”, questo il nome che essi scandiscono attraverso le loro voci gutturali che hanno solo un vago ricordo di qualcosa di umano. Humus, ossia lo strato più superficiale del terreno, quello che trattiene gli esseri viventi dopo la morte in uno stato di decomposizione. Una litania che assomiglia ad una sentenza di morte giunge alle mie orecchie e recita così: << Humus e’ la condizione di vita a cui e’ ridotto o e’ stato condotto l’uomo oggi. Cioe’ di un essere passivo al suo freddo destino, privo di una propria liberta’ d’azione, capace solo di farsi consumare, sfruttare, sottomettere e sprecare. Un individuo che vive nella continua illusione di essere felice in una realta’ basata sulla falsita’ e l’egoismo. La societa’ moderna ne e’ il suo cancro parassita.>>.

“Eterna Condanna” non è solo la condizione in cui noi tutti ci ritroviamo a vivere in questi oscuri tempi di miseria umana, ma anche il titolo dell’ultima fatica in studio degli Humus, guerrieri post-apocalittici in putrefazione che arrivano direttamente da Ancona. Gli Humus sono autori di un hardcore/crust punk fedele, tanto per sonorità quanto per approccio lirico e tematiche trattate, in egual misura sia alla scuola svedese del genere di gentaglia come Avskum e Anti Cimex, sia alla primordiale lezione hardcore di veri e propri mostri sacri della scena italiana come Wretched ed Eu’s Arse, senza dimenticare il classico e seminale suono d-beat riconducibile a Varukers, Discharge e Warwound su tutti. A tratti il sound degli Humus si spinge verso lidi crust-core e proto grind, tanto che sembra di ascoltare i Disrupt, e questo non può che essere un grande pregio dei nostri. Il tutto è condito con liriche riottose e rabbiose che si scagliano contro ogni forma di oppressione che ci troviamo a subire in quest’era paranoica dominata dal culto della merce e dal mito del progresso; testi che attaccano quindi quella barbarie che è il Capitalismo e i morti viventi-consumatori che crea, ma non solo. Gli Humus vomitano il loro veleno e prendono posizione anche contro il fascismo, da sempre risposta reazionaria della classe dominante e della borghesia per difendere i propri interessi. Quindi, per tirare le somme, ci troviamo dinanzi a niente più, niente meno che la formula perfetta per un bel disco crust/hardcore/d-beat tritaossa, distruttivo e annichilente, perfetta colonna sonora per questi tempi oscuri nei quali la morte è sempre in agguato!

Tempi bui, giorni che appaiono eterni, il mondo come noi lo conoscevamo era ormai sprofondato nel caos più totale, nessuna via di scampo, solo desolazione e morte si estendono tutte intorno a me. Sopravvivere o morire, poco importa in queste lande abitate unicamente da non-morti corrosi dal tempo pronti a banchettare con le nostre carni al suono di urla strazianti e disumane, sullo sfondo di un cielo radiottavo e di un paesaggio in putrefazione, inospitale per qualsiasi forma di vita. Visioni orribili che attanagliano la mia mente mi trascinano inesorabilmente verso l’oblio, lasciandomi in bilico ad osservare abissi di follia e mostruosi incubi che diventano reali, giorno dopo giorno su questa terra in putrefazione. Un’eterna condanna questo mio vagare continuo e senza meta per lande desolate, come compagni di viaggio solo la morte che si estendeva tutto intorno a me e il rumore suonato da Humus e Cancer Spreading. Sopravvivere o morire, poco importa sotto questa pioggia acida che mi corrode all’interno e all’esterno. Quando l’uomo sara preda dei suoi simili, la fine dell’umanità sarà quindi giunta una volta per tutte. Anno 2016, cronache post-apocalittiche.

Viaggio negli Abissi della Scena Crust Punk/D-Beat Italiana

“Crust vuol dire “crosta” ed è uno dei tanti sottogeneri del punk. Le sue caratteristiche sono un ritmo di batteria a rotta di collo, chitarroni fangosi e una visione cupa e paranoica dell’esistenza. Crust però è anche un’estetica e uno stile di vita e le band che questo stile di vita ce l’hanno, il crust lo suonano meglio di altre.” Parole introduttive di Stiopa, storico chitarrista dei Kalashnikov Collective, durante l’episodio #24 de La Casa del Disastro dedicato agli Warpath, gruppo di cui parlerò anche io in questo speciale articolo, o meglio, in questo viaggio negli abissi della scena Crust punk/ d-beat italiana. Ho scelto questa definizione del sottogenere crust punk per il semplice motivo che essa riesce a risultare chiara ed esplicativa pur nel suo essere estremamente concisa. E va bene così visto che se avessi dovuto perdere righe provando a spiegare in profondità la storia e le particolarità di questo sottogenere dell’hardcore punk, probabilmente a fine articolo ci sarebbero arrivati in pochi. Quindi, ribadisco, va bene così: brevi e concisi, iniziamo questo nostro viaggio alla scoperta della scena crust punk italiana, ricostruendo le tappe e la storia dei gruppi che, io misterioso scrittore di Disastro Sonoro, ritengo meritevoli di attenzione, menzione e interesse.

 

Per parlare di Crust Punk in Italia son convinto non si possa che partire da un gruppo storico di quello che le riviste d’oltreoceano definirono “italian hardcore”, ossia i seminali Wretched. Autori di un hardcore molto primordiale e sgraziato, fortemente influenzato e tendente a sonorità, immaginario e tematiche che hanno caratterizzato l’anarcho punk britannico di Crass, Discharge e compagnia, questi punx milanesi agli inizi degli anni ’80 rappresentavano la faccia più veloce, sporca ed estrema della scena hardcore punk italiana. La loro proposta musicale, sintentizzata perfettamente nella formula “Chaos non Musica”, titolo di un bootleg/split dell’96 con i maestri del grindcore Cripple Bastards (ma stampato e rilasciato da questi ultimi senza consultare i Wretched), era caratterizzata da una feroce rabbia, da un senso di ribellione misto impotenza, da tematiche anarchiche ed antimilitariste e da tutto quell’immaginario che sarà poi ripreso in futuro dalla stra grande maggioranza dei gruppi crust, italiani e non solo. Ma i Wretched non erano solo musica, non erano solo rumore; difatti accanto al lato sonoro questi punx sono stati fondamentali nella nascente scena hardcore italiana sopratutto per il loro impegno militante fatto di autoproduzioni, controcultura, indipendenza musicale, attitudine do it yourself. Tutto questo ha reso certamente i Wretched uno dei gruppi più genuini e importanti della scena negli anni ’80 e possiamo oggi considerarli senza troppi problemi l’influenza principale di tutti quei gruppi che saranno oggetto di questo speciale articolo sulla “scena” crust/d-beat italica. Dopotutto è innegabile che dischi seminali come “In Nome del Loro Potere Tutto è Stato Fatto” (1983), “Finirà Mai?” (1984) e l’L.P. “Libero di Vivere, Libero di Morire” abbiano occupato gli ascolti di ognuno di noi per parecchio tempo e ci abbiano influenzato tanto a livello musicale quanto a livello lirico-concettuale.

Altro gruppo su cui ci tengo a spendere due parole in questa nostra lenta discesa verso gli abissi della scena crust punk italiana sono senza ombra di dubbio gli storici Scum of Society, coloro che possono essere definiti come il primo gruppo italiano dedito totalmente a sonorità crust punk ed emerso nell’underground hardcore romano nei primi anni ’90. Riprendendo direttamente le loro parole, presenti sull’EP “Violenza Legale”del 1997, gli Scum of Society “nascono dalla voglia di poter comunicare le loro sensazioni riguardo alle numerose problematiche che questo mondo racchiude”. Anche loro come i Wretched erano animati da un forte impegno militante e antagonista perfettamente espresso nei loro testi dalle tinte fortemente anarchiche che si scagliano contro tutte quelle “istituzioni” che ancora agli albori degli anni 2000 venivano viste come intoccabili: la patria, la guerra, la famiglia, la polizia, la scuola e la chiesa. Come da tradizione anarcho punk gli Scum of Society sono quindi convinti che la musica non debba essere mai fine a se stessa, bensì fungere da mezzo necessario al fine di “far aprire gli occhi a chi da tempo li tiene chiusi.” Musicalmente molto rozzi e primordiali, con le vocals molto crude e rabbiose, quello che ci fa apprezzare gli Scum of Society e li rende meritevoli di esser citati all’interno di questo articolo è certamente l’impegno e l’attitudine Diy che, ancora oggi a distanza di anni, riescono a trasmettere i loro pezzi.  Agli albori della diffusione delle sonorità crust punk nella “nostra” penisola, gli Scum of Society hanno avuto un ruolo certamente importante anche per il semplice fatto di esser stati il primo, o uno dei primi, gruppo dedito a certe sonorità.

Proseguendo in ordine cronologico la nostra odissea verso queste marce e rumorose sonorità ci imbattiamo negli storici crust punx abruzzesi Disforia, attivi dall’inverno del XXI secolo. Quello che si può notare fin da subito ascoltando il materiale dei nostri è l’enorme influenza che hanno avuto Doom e Discharge sulla loro musica (sarebbe più facile chiedersi chi non sia stato influenzato dalle suddette band all’interno della scena crust e hardcore in generale), ma anche altre realtà della prima scena d-beat svedese come Mob 47 e Discard. Ma c’è altro oltre tutto questo e lo vedremo più avanti. Il loro primo demo, datato 2002 e intitolato “Quattro Frammenti di Orrore Quotidiana”, è un concentrato di crust veloce e grezzo che sfocia spesso in lidi grindcore, come testimonia perfettamente “Contro la Chiesa”, brano con cui si apre questo Ep. Anche sul full lenght “L’Oblio Copre Ogni Cosa” del 2003 la formula compositiva e la proposta rumorosa dei nostri rimane la stessa: crust punk suonato veloce, marcio, sporco, caotico e altamente incazzato, imbastardito con ingenti dosi di grindcore. E’ chiara già dopo pochissimi ascolti che il suono proposto da Disforia è fortemente debitore dei primissimi lavori (“A Holocaust in Your Head” su tutti) dei primordiali Extreme Noise Terror. Per quanto invece riguarda le vocals, divise a metà tra lo scream di Paguro e il growl di Andrea, non è difficile percepire una vaga influenza della voce di Gianmario sui primi lavori dei Wretched. Impossibile non citare poi, per avvicinarci ai tempi recenti, l’ultima fatica in casa Disforia, ovvero uno split (dal titolo “Solve et Coagula”) con un altro grande, storico gruppo della scena crust italiana, i “post nuclear warriors” Drunkards. Di questi guerrieri post nucleari alessandrini in giro dal 1997 parleremo a breve.

Eccoci qui quindi a parlare dei Drunkards, altra storica realtà della scena hardcore italiana di fine anni ’90-inizio ’00. Immagino vi starete chiedendo cosa suonano questi quattro “alcolizzati mutanti” emersi nel 1997 dalle nebbie post nucleari della provincia di Alessandria. Secondo voi? Crust? Certamente, ma non solo. I Drunkards, dandoci un’immagine abbastanza chiara della loro proposta musicale, delle tematiche trattate e dell’universo concettuale da cui traggono ispirazione, amano definire il loro genere “post apocalyptic thrash punk rock’nroll” e credo vivamente che definizione migliore non possa esistere. Questi guerrieri post nucleari si sono fatti conoscere nel 1999 con il loro primo demo “Minaccia Nucleare”, un demo composto da 8 tracce dalle sonorità molto lo-fi, rumorose, caotiche e con una registrazione che, tutt’altro che impeccabile, lascia comunque intravedersi la passione, l’attitudine e le potenzialità dei nostri. Potenzialità che emergeranno in modo dirompente nel bellissimo “Sentenza di Morte” del 2006, album che, finalmente grazie ad una registrazione ottimale, rende onore al crust punk (fortemente ispirato ai belga Hiatus) dei Drunkards, imbastardito con il thrash metal più grezzo e con un sapore-attitudine rock’n’roll direttamente presi in prestito dai Motorhead (difatti è presente su questo album la cover di “Aces of Spades”). A livello lirico i nostri alternano pezzi impegnati e dalle tematiche sempre attuali come “Il Sangue Continua a Scorrere” ad altri completamente cazzoni ed irriverenti come “Bordello Alcolico” che risulta esserne l’emblematico esempio. Come ho già potuto accennare nelle righe dedicate ai Disforia, a settembre è uscito “La Festa dei Pazzi”, ultimo lavoro di questi quattro guerrieri post-nucleari contenente cinque nuove pezzi di purissimo “trash punk rock’n’roll” post apocalittico in perfetto stile Drunkards!

Passiamo ora a tracciare una breve storia degli ormai defunti Disprezzo. Il gruppo, che nasce nel 2001, era dedito a sonorità tipicamente crust, anche se imbastardite sapientemente con il black metal vecchia scuola che non sta mai male. Andando più in profondità nella loro musica, possiamo definire il suono proposto dai nostri come un classico crust punk che però lascia trasparire tutte le influenze extreme metal dei Disprezzo, il tutto condito con testi politicizzati ed incazzatissimi e vocals marcissime e putride che faranno la felicità tanto dei punx quanto dei metallari più trve! Dopo un fantastico album, grezzo e pregno di rabbia primordiale, dall’emblematico titolo “Nel Mio Mondo il Sole Non Sorge Mai” (titolo che, ne sono certo, farebbe invidia ai primissimi Amebix) del 2004, il gruppo, aihnoi, si sciolse facendo perdere le sue tracce.

Per rimanere in tema di “blackened crust” (come ama chiamarlo la “stampa specializzata”) è impossibile non citare e non spendere più due parole su un altro grandissimo gruppo che ha avuto un’esistenza breve ma estremamente intensa. Sto parlando dei baresi Nagasaki Nightmare, nome direttamente preso dall’omonimo brano dei maestri Crass presente su “Christ The Album”, doppio LP rilasciato nel 1982. Stando alle scarse informazioni reperibili in giro, il gruppo sembra essersi formato intorno al 2003. La loro musica come ho già avuto modo di accennare rappresenta il perfetto incontro tra la rabbia travolgente e frenetica del crust e le melodie tipiche di certo black metal, quello più atmosferico e caratterizzato da aperture/intermezzi melodici. Qualcuno potrebbe etichettare la proposta sonora dei Nagasaki Nightmare come “NeoCrust”, termine che però, personalmente almeno, mi sta parecchio sui coglioni e trovo privo di significato. Se proprio dovessi fare dei nomi per inquadrare il suono dei nostri punx baresi mi verrebbero ovviamente da citare gruppi come gli spagnoli Ekkaia, i Fall of Efrara o i Blunt (anch’essi spagnoli), gruppo con cui gli stessi Nagasaki Nightmare hanno inciso uno split nel 2007 e che contiene tre pezzi, tra cui spicca sicuramente “Biodegradabilità del Genere Umano”. Come non citare inoltre lo split, sempre del 2007, con uno dei gruppi storici dell’punk-hardcore italiano, ossia i cesenati Contrasto, che presenta quattro pezzi, tra i quali quello che ritengo il loro capolavoro, il loro brano più rappresentativo: “Ogni Giorno” (già presente sul demo del 2006). Melodia, rabbia e atmosfere, questo e molto altro erano gli ingredienti dei Nagasaki Nightmare, indimenticato gruppo crust che decise di porre fine alla propria attività nel 2008.

Risalendo la penisola, in un continuo su e giù tra nord e sud, e rimanendo ancorati alla prima metà degli anni ’00 ci imbattiamo nei modenesi Cancer Spreading. Il nome della band, non a caso, è ripreso dal titolo di una canzone di coloro che sono riconosciuti da tutti come i fondatori, con il loro secondo demo del 1986 “Terminal Filth Stenchcore”, dello “stenchcore” (a quanto pare sottogenere del crust), i britannici Deviated Instinct. Detto ciò cosa potranno mai suonare questi Cancer Spreading se non marcio crust punk influenzato pesantemente tanto dal death metal più old school quanto dal proto-thrash più virato verso sonorità sporche, oscure e grezze (quello di Hellhammer/Celtic Frost tanto per capirci)? Non ci troviamo quindi dinanzi al classico crust punk fedele agli stilemi del genere, ma piuttosto ad un ibrido bastardo nel quale la componente death metal si fa sentire eccome, a volte prendendo quasi il sopravvento sul resto ma senza mai tranciare definitivamente le ben salde radici che tengono ancorati i nostri modenesi alle sonorità crust. Autori di innumerevoli uscite tra demo, split, Ep, Lp e chi più ne ha più ne metta, la loro ultima fatica in studio risale al 2016 quando hanno pubblicato “Ghastly Visions” per la belga neanderthal.stench Records, la slovacca Heavy Metal Vomit Party Records (un nome che è tutto un programma eheheh) e la brasiliana Back on Tracks Records. Ci troviamo dinanzi ad una band ormai in piena maturazione lirica e musicale che ci regala 40 minuti di puro stenchcore old school che avrebbe fatto certamente invidia ai maestri Deviated Instinct. Citando le parole dei Cancer Spreading, che trovo perfette per concludere queste righe a loro dedicate, il loro scopo dichiarato è quindi quello di diffondere il più possibile il loro messaggio di nichilismo e autodistruzione attraverso l’autoproduzione e l’attitudine do it yourself. Avanti così allora, la strada intrapresa appare molto interessante cari i miei modenesi!

I lettori più attenti, appassionati e attivi frequentatori della scena hardcore italiana, si saranno sicuramente accorti che in mezzo a tutti i gruppi citati finora mancano forse coloro che hanno saputo interpretare e rivisitare al meglio gli insegnamenti della scena hardcore/d-beat svedese degli anni ’80 e inizio dei ’90 di gruppi storici del genere quali Anti-Cimex, Avskum, Driller Killer e compagnia sbraitante. Sto naturalmente parlando dei Kontatto, gruppo d-beat/crust bolognese on the road dal lontano settembre del 1998, una vera macchina da guerra tritaossa dal vivo (chi se li è potuti godere in concerto potrà sicuramente confermare questa affermazione). Non a caso ho citato gli Anti-Cimex perchè, stando anche da quanto dichiarato più volte da loro stessi, insieme ai Wretched, rappresentano di sicuro la maggiore influenza a livello musicale dei Kontatto. E sempre tutt’altro che a caso ho rispolverato il nome degli Avskum; difatti le melodie create da Koppa e Febo (i due chitarristi) ricordano molto la lezione della band di Kristinehamn. Fino al 2002 i Kontatto sono andati avanti di soli split; ben 4, tra cui uno con gli storici grinders belga Agatochles (attivi dal 1985). Leggende narrano che tutto il materiale presente su questi quattro split siano stati tutto frutto di una sola registrazione (ascoltare l’episodio #11 de La Casa del Disastro per averne conferma). Dopo l’ultimo split del 2002, una serie di abbandoni e cambi di line-up che rischiarono di mettere la parola fine sull’esistenza del gruppo, con l’ingresso della formidabile Marzia dietro le pelli (che risulterà fondamentale con la sua tecnica e il suo suono di scuola d-beat martellante come piace a noi) si arriva finalmente al 2008, anno in cui vede finalmente la luce “Disillusione”, il primo Lp dei Kontatto. Suddetto album dimostra tutta la qualità del gruppo bolognese, sopratutto per quanto riguarda il songwriting; infatti canzoni come “Paradisi Artificiali”, “La Tua Malattia”, ma sopratutto “Medaglia al Valore” (quello che considero a tutti gli effetti l’inno del gruppo) rimangono impresse nella mente già al primo ascolto, tanto la parte strumentale quanto quella lirica contenuta nei testi. Avendo ormai ingranato, i Kontatto continuano la loro maturazione artistica sfornando due anni dopo il loro secondo full lenght “Mai Come Voi”. Undici i brani presenti su questo album, tra i quali spiccano senza ombra di dubbio “Ogni Giorno di Meno” e la mia preferita in assoluto dei Kontatto “Cospirazioni”, quest’ultima con un riff iniziale e un ritornello che ti si stampano immediatamente in testa e non ti lasciano più. Dopo un’altro split con i brasiliani Besthoven (anch’essi autori di un crust/d-beat molto veloce) del 2011, finalmente a marzo scorso è uscito il nuovissimo “Fino Alla Fine”, una bomba carica del solito crust/d-beat tiratissimo e incazzatissima ma condito con melodie e riff immediatamente riconoscibili a cui ci hanno abituato negli anni i Kontatto. Unico consiglio che posso darvi su di loro è quello di vederli dal vivo il prima possibile. Sudore, attitudine, qualità e tanta ma tanta passione rendono ogni loro concerto un’esperienza indimenticabile.

Altro gruppo impossibile da non citare in quello che è ormai diventato un vero e proprio viaggio nel tempo e nello spazio per raccontare quanto più possibile delle migliori realtà crust punk, attive o defunte, presenti nella penisola italiana sono certamente i Campus Sterminii. Il gruppo, che vede tra le proprie fila tre brutti ceffi già attivi nei Kontatto (Febo, Koppa e Marzia), si è formato nella primavera del 2002 e per diversi anni è stato uno dei nomi di punta della scena crust italiana, per attitudine, passione e qualità. Molto simili per sonorità ai modenesi Cancer Spreading di cui abbiamo parlato poco sopra, anche loro possono essere buttati nel calderone stenchcore, anche se interpretano il genere in maniera sempre personale e leggermente più “melodica” (per quanto si possa parlare di melodia in mezzo al rumore) rispetto ad altre band. Ascoltando i Campus Sterminii sono principalmente tre i gruppi che vengono in mente: Hellshock, Driller Killer e Disrupt. La prima fatica a nome Campus Sterminii fu uno split con i Disgusting Lies dal doppio titolo “No Choice, No Way!/ Non c’è Limite al Peggio” datato 2002, a pochi mesi dalla nascita del gruppo, che faceva già intravedere tutte le qualità dei nostri, seppur la qualità della registrazione era molto lo-fi e il songwriting molto primordiale e grezzo. Pezzi come “Non c’è Limite al Peggio”, “E Così Sia” e”Credi Veramente di Combattere il Sistema” oltre ad esser divenuti brani immortali del gruppo, sono delle vere e proprie manifestazioni di intenti dei nostri, che con feroce rabbia sputano in faccia all’ascoltatore tutto il loro odio ed il rancore verso questo mondo. Finalmente nel 2009 i Campus Sterminii replicano con il loro primo full lenght “Life is a Nightmarish Struggle” (un titolo che è tutto un programma), album che evidenzia una importante crescita della band a livello compositivo e di tematiche, ma anche e sopratutto un ottima qualità in fase di registrazione. Nulla di nuovo è uscito da quel lontano 2009, sopratutto a causa degli impegni dei componenti del gruppo con svariati altri progetti tra cui i già citati Kontatto e Cancer Spreading; nonostante ciò io sono ancora qui ad attendere impazientemente di poter ascoltare nuovamente il veloce e rabbioso stenchcore dei Campus Sterminii.

Avviandoci finalmente verso la conclusione di questo lunghissimo ed estenuante (per chi scrive, ma sicuramente anche per chi si ritroverà sfortunatamente a leggerselo) speciale articolo sulla scena crust punk italiana, ci avviciniamo ai tempi recenti e precisamente a due anni, il 2008 ed il 2011, anni che han visto la formazione di due nuove realtà dedite a sonorità crust-core/d-beat: mi sto riferendo rispettivamente ai milanesi Warpath e ai montebellunesi Kompost.

I Warpath (letteralmente “Sentiero di Guerra”, nome spettacolare) nascono quindi intorno al 2008-2009, dalle ceneri e fondendosi con i Land of Devastation, band di cui praticamente facevano parte gli stessi componenti che avrebbero poi formato gli stessi Warpath. La materia rumorosa a cui hanno dedicato le loro fatiche non può che essere un solido e tiratissimo crust punk/d-beat (altrimenti non sarebbero menzionati in questo articolo, logicamente) caratterizzato da doppia voce maschile/femminile che ricorda in più frangenti i Nausea, altro storico gruppo del genere. Ma i Nausea non sono l’unica influenza che possiamo assaporare nella musica dei Warpath; difatti altri gruppi che vengono immediatamente alla mente sono sicuramente i Disrupt e gli Hellbastard di “Ripper Crust”. Nel 2011 rilasciano “Nel Dilagare della Follia”, uno split con i NIS, altro gruppo storico della scena crust italiana di cui purtroppo non vi parlerò, composto da soli due pezzi più un’intro che già aveva fatto drizzare le orecchie (e non solo, ci siamo capiti…) a tutti gli amanti di questo tipo di sonorità. Ma è solo nel 2016 che i Warpath ci regalano il loro primo marcio full lenght dal titolo “Oblio”, una ventina di minuti scarsi di puro crust-core in stile Nausea, poco originale ma suonato con un’attitudine e una convinzione da far invidia ai più. I testi trattano le tematiche classiche del genere, dall’alienazione umana alla critica feroce alla guerra, dall’invettiva pregna d’odio verso questa società di merda ai contenuti più “politici”. E’ inoltre presente tra gli otto pezzi che compongono questo “Oblio” anche “Nel Dilagare della Follia”, brano già presente sull’omonimo split che suona sempre fresco e risulta essere uno dei pezzi migliori fin qui scritto dai Warpath.

I Kompost rilasciano la loro prima demo nel 2012, composta da 6 pezzi più una cover di “Fame” storico pezzo degli storici crusters Berserk (anche di loro, per esigenze di spazio e tempo, ho deciso di non parlavi purtroppo). Su questa demo è presente un pezzo che, sempre a parere inutile di chi scrive, rappresenta in modo emblematico il mood misantropo e nichilista che anima la band e che la band sa trasmettere in modo impeccabile con la propria musica: “Io Non Vorrei Essere Umano”, 3min e 32 secondi di pura misantropia in salsa crust, nient’altro da aggiungere. Nel 2016 i Kompost rilasciano la loro ultima fatica intitolata “La Vera Bestia” (recensita qualche mese fa proprio su Disastro Sonoro Clicca qui per la recensione), uno dei migliori album in ambito crust che io abbia avuto la fortuna di sentire negli ultimi tempi; 25 minuti di sonorità sempre in bilico tra la vecchia e la nuova scuola del genere con forti influenze death metal per nulla tenute nascoste dai nostri; 25 minuti che ci presentano un mix perfetto tra parti più grezze e tirate e altre più atmosferiche e melodiche. Se proprio volessimo fare dei nomi la proposta dei Kompost ricorda molto quella di Disfear e Martyrdod (e di un gruppo crust/death metal dell’underground spagnolo che risponde al nome di Cruz), e di questi accostamenti Bre (batterista), Pozze (vocals) e compagnia non possono che andarne fieri.

Dopo aver parlato più o meno approfonditamente di ben 11 gruppi che hanno rappresentato le radici, gli albori, lo sviluppo e la “nuova scuola” della scena crust punk/ d-beat italiana, dopo esserci addentrati negli abissi di questo mondo fatto di guerrieri post-nucleari e post-apocalittici e sonorità grezze, putride e marce, dopo aver intrapreso questo viaggio nello spazio e nel tempo cercando di ricostruire al meglio la storia del crust punk in Italia, credo sia giunta l’ora di concludere qui questo speciale articolo. Ci sarebbe ancora una miriade di gruppi che meriterebbero il nostro interesse e di essere menzionati all’interno di questo articolo, basti pensare a Humus, Berserk, NIS, Dirty Power Game, Disgusto, Overcharge, Motron, ecc., tutta gente che tiene e ha tenuto viva la passione per questo genere di sonorità con attitudine, impegno e sudore. Purtroppo (o per fortuna) siamo giunti alla conclusione di questo nostro apparentemente interminabile viaggio verso gli abissi della scena crust punk italiana, io non ho nient’altro da aggiungere se non una frase che è più l’essenza di uno stile di vita: IN CRUST WE TRUST! 

Oltre la musica, oltre il rumore! Disastro Sonoro!