Category Archives: Articoli

A Blaze in the Northern Sky #06

Primo appuntamento del 2021 con A Blaze in the Northern Sky, la rubrica preferita da compagna Satana e più odiata dai seguaci dei Peste Noire. Nella puntata di oggi si parlerà quasi esclusivamente di band che definiscono la loro musica fieramente come Red and Anarchist Black Metal e che mettono al centro dei loro progetti le proprie tensioni antifasciste, anarchiche e rivoluzionarie. Per chi crede ancora che per essere “trve & kvlt“, si debba per forza strizzare l’occhio e collaborare con la merda nazifascista all’interno della scena black metal, la strada da sguire oggi ce la indicano Rampancy, Iron Column e Parasiticide. Questi tre gruppi incarnano differenti direzioni e pulsioni del black metal, ma concordano su una cosa: ai fascisti di ogni sorta non si lasciano spazi, né all’interno né all’esterno della scena del metallo nero. La copertina di questo sesto appuntamento non poteva che essere un omaggio al gesto della teppa cilena che, ad Ottobre, ha dato alle fiamme la Iglesia institucional de Carabineros durante l’anniversario delle rivolte popolari che hanno incendiato il Cile due anni fa. Per farla finita con le violenze poliziesche, con l’oppressione religiosa e con la repressione dello Stato, ancora una volta, come sempre, per la lotta di classe, per il black metal!

RAMPANCY – COMING INSURRECTION (2021)

“Every society you build will have its fringes, and on the fringes
of every society, heroic and restless vagabonds will wander, with
their wild and virgin thoughts, only able to live by preparing ever new and terrible outbreaks of rebellion!”

 

Dalle terre selvagge dell’Ontario (Canada), il one man project Rampancy (ex Anti-Freeze) irrompe sulle scene con Coming Insurrection, un ruggente e sacrilego ululato di dinamite con cui dichiara guerra aperta a questo mondo, una vera e propria tempesta di black metal furioso, attraversato da tensioni insurrezionali e antifasciste che non vi lascerà scampo! Tra un affascinante artwork di copertina (opera di Hagiophobic autore di innumerevoli illustrazioni per gruppi RABM) che raffigura una rivolta della Comune di Parigi e una citazione dell’anarchico individualista-nichilista Renzo Novatore con cui Rampancy si presenta sulla sua pagina bandcamp, lasciamoci dunque trascinare nel vortice di caos e distruzione evocato da queste 9 tracce di black metal rabbioso, implacabile e spietato. Un black metal quello suonato dal progetto Rampancy fortemente radicato nei territori più rumorosi della vecchia scuola, ma comunque caratterizzato da un approccio e un gusto moderno alla materia del metallo nero e sempre attento nella ricerca di riff e melodie che sono in grado di smorzare l’anima più noise del canadese e l’atmosfera generale profondamente opprimente, furiosa e annichilente. Fin dal prinicipio, in una traccia come King of the Locusts (quella dalla durata più sostenuta dell’intero disco) ci vengono presentate tutte le anime che attraversano il sound di Rampancy: rabbiose e gelide sferzate di classico black metal, forti influenze di certo harsh noise che enfatizzano l’atmosfera di caos generale che ci inghiotte senza pietà, uno screaming lontano e tormentato, assoli dal forte gusto melodico, ma anche spazio per un’intermezzo acustico seguito da un riffing in tremolo picking che evoca lo spettro dei primi Satyricon e che ci accompagnerà fino alla conclusione del brano. Coming Insurrection è un disco devastante che prosciuga le energie, un disco con cui Rampancy ci da in pasto la sua visione, abbastanza personale, di un black metal intransigente, belligerante e votato al caos. Mentre soffiamo sulle nere fiamme della rivolta che sta arrivando, i Rampancy con questo disco ci invitano a fare un salto nell’ignoto, a partecipare alla distruzione di questo mondo e a guardare le città bruciare in cenere! Aspettiamo il giorno in cui solo la bandiera dei RABM si alzerà dalle barricate!

IRON COLUMN – POWER FROM BELOW (2020)

“Ci sono solo due strade, la vittoria per il black metal della lotta di classe, che è la libertà, o la vittoria per i fascisti, che significa tirannia. Entrambi i combattenti sanno cosa c’è in serbo per chi perde.”  Dichiarazione incisa col sangue dei fascisti e dei padroni da Buenaventura Durruti Culto in un periodo imprecisato tra il 1936 e il 1993, da qualche parte tra Barcellona e la Norvegia.

 

Prendendo il nome dalla Colonna di Ferro, gruppo armato rivoluzionario anarchico attivo durante la guerra civile spagnola e impegnato nella lotta di resistenza antifranchista, la one man band Iron Column ci da in pasto una mezzora abbondante di black metal vecchia scuola capace di evocare i fantasmi dei primissimi Sodom nei momenti più thrash/proto black e certi Darkthrone in quelli più vicini a territori del metallo nero. Come evidenziato in maniera netta dal nome scelto, questo progetto solista proveniente da Lipsia è animato da un forte sentimento antifascista e anarchico, sentimento che viene ribadito ed enfatizzato fin a partire dalla copertina di questo Power from Below che ritrae per l’appunto un gruppo di anarchici della CNT-FAI durante la rivoluzione anarchica spagnola del 1936. Musicalmente, come già detto, ci troviamo catapultati nei territori di un black metal old school che si pone perfettamente a metà strada tra la first wave del genere ancora pesantemente influenzata dal thrash più malvagio e selvaggio e le prime pulsione della seconda ondata norvegese degli anni 90. Basta il minuto e dieci della intro per venire immediatamente inghiottiti da una tormenta devastante di thrash/black (che a volte riporta alla mente anche i primi lavori degli Aura Noir), un sound capace di risultare estremamente godibile nonostante non si tratti di qualcosa di innovativo o di originalissimo. Tracce come Antarctica (con un’atmosfera generale capace di evocare gli Immortal più glaciali), Fortress of Evil e le più punkeggianti Lawless e Masters of Lies, rendono perfettamente l’idea di quanto ho scritto sopra; siamo al cospetto di un disco davvero ispirato, godibile e che sa ricreare con gusto, conoscenza e passione un sound genuinamente debitore del proto black metal e delle prime incarnazioni del metallo nero novantiano. E mentre nere tormente si agitano e nubi oscure ci impediscono di vedere, Power from Below risuona nel vento facendo gelare il sangue nelle vene dei fascisti e dei reazionari di ogni colore! A las barricadas, por la revolución y por el triunfo del Black Metal antifascista!

PARASITICIDE – INCENERATE THE CROWN (2020)

 

Grinding bestial metal of war! Basterebbe questa breve descrizione per fugare ogni dubbio in merito al contenuto di Incenerate the Crown e in merito alla devozione dei Parasiticide per le incarnazioni più barbariche e selvagge del black metal. Annoverando tra le proprie fila gentaglia già attiva in gruppi assolutamente devastanti del calibro di Sankara e Neckbeard Deathcamp, sembrerà scontato evidenziare che anche questo nuovo progetto è impegnato a suonare il più spietato e bestiale war metal che vi possiate mai immaginare. Scegliere di addentrarsi nei venticinque minuti di questo Incinerate the Crown significa abbandonare ogni speranza di salvezza e lasciarsi completamente travolgere da un vortice di caos selvaggio, impetuoso e violento interessato solo a lasciare distruzione e devastazione dietro di sè. Ogni traccia presente sul disco rappresenta una sorta di breviario del caos a se stante, l’essenza pura del war metal più bestiale e implacabile, in un tripudio di blast beat e di influenze che vanno ricercate nei territori più intransigenti e rumorosi del metal estremo, dal black metal al grindcore! Risentendo dell’influenza dei maestri Blasphemy, così come di quella dei Teitanblood o degli Infernal Coil, i Parasiticide costruiscono nove tracce granitiche attraversate da una furia barbarica che non mostrano mai segni di debolezza o labili spiragli per riprendere fiato, tirando dritto per la propria strada e tritando ossa dall’inizio alla fine del disco. Incenerate the Crown e i Parasiticide sono la migliore risposta possibile al war metal che strizza l’occhio alla feccia nazi-fascista, quindi non avete più scuse per non smettere immediatamente di ascoltare gentaglia ambigua come Conqueror e Archgoat! Indossate le vostre cartuccere, pronti a far divampare le fiamme della lotta di classe affinchè ogni corona bruci per l’eternità, antifascist war metal o barbarie!

 

Non mucchi selvaggi, ma una nuova offensiva da organizzare!

Contributi su punx, pandemia e autogestione destinati ad essere discussi, corretti e soprattutto messi in pratica senza perdere tempo.

Nell’ultimo periodo, dopo due lockdwon e ad un anno dallo scoppio della pandemia di Covid-19 che ha stravolto totalmente le nostre esistenze su tutti i livelli, mi son trovato spesso a pensare in solitaria e al contempo a discutere con individualità affini e amiche, dei limiti e delle potenzialità della pratica dell’autogestione, legata in particolar modo alla scena hardcore e punk e alla situazione di parziale immobilismo in cui è piombata la nostra “normalità” fatta di concerti, taz, situazioni e serate, in tempi di crisi sanitaria (oltre che economica e sociale) come quella attuale. Se, come recitava uno slogan apparso durante il primo lockdown, “nessun ritorno alla normalità perchè la normalità era il problema“, allora dobbiamo ribadire che anche la “normalità presunta alternativa” a cui eravamo abituati noi punx è qualcosa da distruggere, superare e ripensare, perchè forse solo così il punk e l’hardcore possono tornare ad essere un’offensiva reale nei confronti di questo esistente di merda. In mezzo a questo flusso di pensieri sconclusionati son finito più volte a ricordare un’interessante assemblea punx avvenuta nella primavera del 2019 in occasione dell’ “A Sassate Mini Fest”, concerto benefit per i/le compagnx in carcere a causa dell’Operazione Panico e dell’Operazione Scintilla, organizzato dai compagni di Distrozione nella sempre affascinante cornice di Villa Vegan Occupata. Quell’assemblea fu a mio parere un tentativo interessante di analizzare in maniera critica e confrontarsi sulla situazione contemporanea della scena hardcore nostrana, in bilico tra vero e proprio ghetto subculturale in cui tendiamo a rinchiuderci e potenziale strumento di critica, minaccia e attacco all’esistente. Oggi, più ci ripenso, più mi accorgo che quell’assemblea, così come le prospettive e le idee che erano emerse in quel momento potebbero essere più attuali che mai. 

Al di là di quanto appena detto, c’è da aggiungere un’analisi sull’attualità dell’ultimo anno, dentro e fuori la scena hardcore, dentro e fuori il mondo dei/delle punx (che mi piacerebbe definire anarchicx e rivoluzionarx) e di quelle individualità che vedono ancora in questa musica nient’altro che un mezzo con cui organizzarsi, portare solidarietà, incontrare complici con cui potenzialmente minacciare l’esistente capitalista. Certamente alcune realtà ed individualità hanno provato, non senza critiche e criticità, a riproporre pratiche come taz e concerti anche durante i due lockdown che hanno segnato il 2020. Basti pensare alle taz in Corvetto di questa estate o alla taz di novembre da qualche parte in quel di Milano, due momenti in cui si è cercato con difficoltà di tornare a fare quello in cui crediamo e che spesso abbiamo riprodotto in maniera acritica al punto da renderlo totalmente inoffensivo: trovarsi, organizzarsi, suonare, confrontarsi, occupare un posto, discutere davanti ad una distro e moltissimo altro. Non sta a me elogiare le individualità e i gruppi che hanno preso parte all’organizzazione di queste situazioni, così come non spetta a me accusarli di non aver tenuto conto della situazione sanitaria attuale perchè sono sicurissimo che si siano fatti tutte le discussioni del caso per cercare di rendere il più sicuro possibile certi momenti e certi spazi per tuttx. Qualcuno a novembre, proprio in occasione dell’ultima taz organizzata a Milano, scrisse un testo abbastanza interessante e provocatorio intitolato “Per Non Farci Seppellire”, capace di dare nuova linfa alla discussione su autogestione, concerti e pandemia e che aveva tutto il potenziale di aprire una discussione seria e certamente complicata sul ruolo dell’autogestione in tempi di covid. Mesi prima, a giugno, i compagni di Distrozione scrissero un altro testo dal taglio fortemente provocatorio, un’analisi estremamente lucida sui limiti del DIY in tempi pandemici. Ritengo questi due testi ancora validi e importanti per affrontare la situazione attuale in cui, come scena e individualità punx, ci ritroviamo volenti o nolenti, in una fase di immobilismo, stallo e difficoltà. Perché, per quanto mi riguarda, le domande da porsi, son sempre la solite: qual è il limite dell’autogestione in situazioni delicate dal punto di vista sanitario come quella attuale? Quali sono invece le sue potenzialità? Perché la soluzione non può essere né escludere individualità da situazioni non safe dall’alto del nostro privilegio di individui “sani”, né tanto meno relegare l’autogestione, le nostre modalità di incontrarci e stare insieme e soprattutto il nostro essere offensiva reale per questo esistente e sistema ad un periodo di “ritorno alla normalità” deciso dallo Stato, condannandoci così ad un immobilismo in cui si rischia di rimanere impantanati per lungo tempo. Per dirla usando una frase estrapolata da un volantino scritto dai Franti e dai Contr-Azione negli anni ’80: “per noi autogestione significa atteggiamento antagonista rispetto all’organizzazione sociale”.

Dato che, forse illudendomi in maniera estremamente ostinata e tristemente retorica, non cesso di vedere nell’hardcore e nel punk un reale potenziale di minaccia per questo mondo fatto di oppressione, sfruttamento e repressione, un potenziale che va al di là della semplice musica, di un modo di costruire una socialità alternativa ma inoffensiva o di consumare merci differenti solo perchè in nome del do it yourself, credo sia importante aprire una seria riflessione e una profonda discussione su come poter tornare a ripensare e concretizzare nel reale e nel quotidiano di questi tempi bui pratiche fondamentali come l’autogestione o il DIY. Una discussione che ponga sempre attenzione alla questione pandemica attuale e senza sottovalutare i pericoli che corrono soprattutto quelle individualità a noi vicine, affini e complici più a rischio, ma senza dimenticare che, se è certamente sempre vero che l’unico punk buono è quello morto, citando gli Electro Hippies, certe pratiche intimamente legate alla scena punx e anarchica e certe sonorità possono ancora essere un mezzo per organizzare una reale offensiva contro il quieto vivere, contro la pace sociale imposta a colpi di repressione, contro l’oppressione quotidiana e contro la guerra che il Capitale e lo Stato ogni giorno ci muovono. 

Le righe che ho appena scritto vogliono anzitutto rappresentare una serie di contributi, magari confusionari e futili, alla lotta dei/delle punx rivoluzionar*, destinati ad essere discussi, corretti e soprattutto messi in pratica senza perdere tempo. In secondo luogo, ho provato ad ordinare questi pensieri e darli in pasto a voi tuttx in modo da poter, chissà, finalmente tornare insieme a ragionare sui limiti, sul potenziale e sulle prospettive della nostra scena e delle pratiche legate ad essa (autogestione e DIY in primis). Infine queste parole non sono altro che un’introduzione al testo scritto dai compagni di Distrozione questa estate intitolato “Un Altro Mondo è Impossibile – Limiti del DIY in tempi pandemici” che potrete leggere di seguito. Perchè non è ancora tornato il tempo dei mucchi selvaggi, ma è sicuramente arrivato il momento di organizzare la nostra offensiva!

 

“Un Altro Mondo è Impossibile – Limiti del DIY in tempi pandemici” (da Distrozione)

Sono passati solo 4 mesi dall’esplosione ufficiale del virus che ha scosso il mondo, troppo pochi per poter tirare le fila su cosa ha portato e cosa porterà. Eppure questa catastrofe può essere da spunto per riflessioni per troppo tempo rimandate in nome dell’abitudine alla sopravvivenza. Se la normalità era il problema in cui non vogliamo più tornare, se non è solo un mero slogan, dobbiamo capire se forse anche noi stessx alimentiamo quella condizione, ed è importante quindi tornare a porci una domanda fondamentale: cos’è l’autogestione? Alla proclamazione del lockdown centri sociali e squat hanno chiuso i battenti, adeguandosi alle misure di prevenzione decise dallo Stato: una scelta di responsabilità collettiva condivisibile, come è condivisibile tanto la scelta di distro come la nostra di sospendere le spedizioni di supporti fonografici quanto quella di continuare la propria attività in generale. Tutto giusto, eppure qualcosa non torna: lo Stato decide arbitrariamente di chiudere qualcosa e di riaprirlo dopo un mese, noi ci adeguiamo e anzi molto probabilmente ci adegueremo a ricominciare a fare concerti quando lo Stato lo deciderà. Questo perchè siamo pavidx, siamo servx, siamo fake? Non crediamo sia interessante autoflagellarci dicendo questo genere di cose, nè mostrare i muscoli virtuali dicendo “siamo anarchicx dovevamo fare (e faremo) quel che ci pare”, ma individuare un grosso limite del mondo delle autogestioni, che è l’incapacità di dotarsi dei mezzi per rispondere a modo nostro a un’evidente crisi epidemica. Certo, il come e quali strumenti cui dotarsi è un’incognita, eppure è molto importante cominciare a farsi questo domande, pena subire per sempre la subalternità alle istituzioni.

L’autogestione e il suo mercato, le autoproduzioni, sono state per tanto tempo un’isola felice perchè permettevano a tuttx noi di esprimere la nostra creatività e le nostre passioni nelle maniere più “libere” possibili, ma questi tempi ci hanno dimostrato che le isole felici, gli spazi “liberati”, le zone di autonomia temporanee o meno che siano non bastano a se’ stesse, e che il DIY or DIE è uno slogan che molto spesso indica una consequenzialità piuttosto che un bivio.

In questi mesi lo Stato Italiano ha mostrato le proprie incapacità e i propri interessi vietando qualsivoglia forma di assembramento che non fosse strettamente legata alla produzione, al consumo e al capitale. Nessuno spazio per il nostro sentire. Nessuno spazio per la protesta.

In questi mesi, se pur a fatica, abbiamo visto susseguirsi diversi momenti di piazza, alcuni chiamati pubblicamente, altri sorti spontanei, altri organizzati sotto voce. Se a qualcosa abbiamo partecipato, molto altro lo abbiamo lasciato perdere. Ma non è questo il punto di questo scritto. Non vogliamo fare un’analisi spicciola sulla rivolta ai tempi della pandemia ma piuttosto porre alcune domande sperando di dare il là ad una serie di discussioni che riteniamo vadano fatte.

A quando il primo concerto? come lo faremo? torneremo a pogare sudatx fianco a fianco o staremo fermx a osservare chi suona?Attenderemo che lo Stato ci dica che possiamo assembrarci (nel rispetto della vita altrui e consci del pericolo di contagiarci?) o cercheremo ancora una volta di riprenderci le nostre vite… la nostra normalità? ma è questo quello a cui aneliamo? Non vogliamo tornare ai concerti pubblicati sui social. Non vogliamo tornare ad eventi ludici totalmente privi di critica e discussione. Vogliamo (o vorremmo) creare qualcosa che vada al di là di ciò che è lecito e consentito. Non abbiamo risposte o ricette per il chaos. Non possiamo (ne vogliamo) dire quale sarà la pratica “più giusta” o “più conflittuale” ma andiamo cercandola. Non abbiamo neanche una vera e propria proposta, ne stiamo qui dicendo che bisogna far finta che questa pandemia non esista. Diciamo invece che vorremmo discutere della nostra socialità, dei nostri spazi, del nostro tempo e di come prendere il controllo delle nostre vite e non lasciare più allo Stato la delega di quando e cosa possiamo fare.

In questi, pochi, mesi, alcunx di noi hanno continuato (o almeno hanno provato) a mantenere una qualche forma di socialità collettiva. Chiaramente prendendo i dovuti accorgimenti sul rispetto reciproco e le necessità (di salute fisica, morale e mentale) di ognunx di noi. Avremmo voluto discutere maggiormente (e forse avremmo dovuto) di come, in quanto anarchicx, possiamo organizzarci ancora per riprenderci spazi di gioia, festa e conflitto. Ci piacerebbe che da questi punti ora accennati partisse una discussione anche pratica, perché il concetto di autogestione per come lo abbiamo conosciuto ha mostrato le sue corde, è forse il momento di tornare alle sue origini o di superarlo? Possiamo accettare di attendere ancora finché qualcunx ci dirà che possiamo tornare a urlare sotto palco o ci metteremo ad urlar di rabbia contro questo esistente una volta per tutte? Quando abbiamo iniziato quest’avventura (ormai 15 anni fa) eravamo sicuramente più incuranti delle conseguenze delle nostre azioni e se poi andiamo a guardare i nostri comportamenti durante le serate forse forse ci salta all’occhio un dubbio… E le altre malattie? e la miriade di tossine che ingeriamo volentieri durante le serate? contano meno perché meno evidenti? Oppure dobbiamo tristemente ammettere che anche noi siamo vittime della narrazione dello Stato rispetto i tempi che viviamo? Il giro punk non è noto certo per essere salutista. Anzi! eppure pare che questo virus ci abbia fatto scoprire l’acqua calda… se non prendi le dovute precauzioni contro le malattie, muori. Sarà forse stato il sistema sanitario (a pezzi e mal finanziato) che ci ha portatx tutti e tutte al “rispetto” della situazione pandemica e quindi all’autolimitarci? Oppure la paura della canea mediatica o di perdere gli spazi occupati (come se non fossero tutti a rischio ogni giorno, come se rispettare queste disposizioni possa salvarci)? Negli anni il movimento punk, in particolar modo quella fetta di movimento punk ancora anarchico, ha portato avanti istanze di lotta, solidarietà, mutuo appoggio e autogestione. Consci che tutto ciò era ben oltre il limite del consentito. Oltre la mera legalità.

Non vogliamo ovviamente dire né in questa, né in altre sedi al momento che bisogna dunque “tornare alla normalità”, a diffondere le nostre vite sulla rete come niente fosse, ad ammassarci senza alcun riguardo delle altrui necessità e tensioni ma anzi, vorremo iniziare a discutere e a ragionare insieme sul da farsi. Su cosa voglia dire autogestione delle proprie vite e non solo delle proprie serate. L’autogestione non è (a nostro parere) meramente venire a consumare dentro uno spazio “liberato”, deve voler dire molto più di questo se vuol sopravvivere a questi tempi e a quelli futuri. Possiamo immaginare serate in cui la cura delle persone è importante e necessaria per tutti e tutte? Possiamo trovare dei nuovi modi di organizzarci che escano una volta per tutte da sistemi di cui noi non abbiamo alcun controllo?

L’informalità è stata, ed è tutt’oggi, una parte fondamentale del movimento punk anarchico. Dalla necessità di occupare spazi, per vivere, per organizzarsi, per suonare. Allo scendere in strada. colme di rabbia contro l’esistente. Un organizzazione avulsa a metodi formali e che scimmiottano la burocrazia. Che muta forma e metodo in base alle necessità. Che si denuda di ideologie e si compone di idee, schegge impazzite che si diramano nelle città, nelle piazze, nelle strade.

La rete, social per lo più o per come la intendiamo quest’oggi, è un insieme di pagine “in chiaro” contenenti buona parte delle informazioni su di noi e sulla nostra rete amicale (e non solo). Ci sono criticità evidenti sul modo in cui ci si relaziona attraverso la sempre più presente tecnologia. Le discussioni (e le conversazioni in genere) sono rilegate per buona parte a messaggi asincroni che pretendono sincronia.. E questo è solo una delle molteplici criticità da fare su questo strumento. Tutto ciò va anche a discapito di discussioni reali, dell’organizzarsi insieme e delle nostre stesse vite. Ovviamente è innegabile la possibilità di poter discutere pur trovandosi a chilometri di distanza, il poter condividere quasi in tempo reale aggiornamenti ed altro ancora… Non ci basta questo per sorvolare alle criticità di questo strumento. Ci risulta evidente ad un primo sguardo come la possibilità di ottenere qualsiasi tipo di informazione o nozione attraverso apparati tecnologici ci abbia privato di una necessità primaria. L’incontrarsi. Gioia e giubilio per chi, tra noi inclusx, è poco avvezzx alle relazioni sociali ma se guardiamo a questa dinamica al di là delle semplici serate non possiamo che pensare a quanto ora sia necessario ragionare collettivamente su cosa voglia dire autogestione e su come al di là delle semplici parole possiamo prendere il controllo delle nostre vite e aver cura di chi c’è vicinx.

Durante i primi giorni della pandemia ci siamo chiestx spesso: come poter fare le cose che ci piacciono riuscendo a creare un’ambiente sicuro? Amaramente ci siamo risposte che in realtà ciò che dovremmo fare per evitare la diffusione del virus è ciò che avremmo dovuto fare sempre: rispettare le distanze e toccarci solo previo consenso altrui, avere cura delle persone ritenute “più deboli” nonchè dimenticate dalla società presente (immunodepresse, con malattie croniche ecc), rispettare i timori di ognunx. Queste cose, ovviamente, non le abbiamo mai fatte e c’è il rischio che anche quando e se l’epidemia finirà continueremo a ignorarle; del resto è più facile pogare sudatx cercando di mettere le mani addosso senza consenso alla persona che troviamo sessualmente stimolante e rendere inagibile lo spazio che viviamo per persone che hanno problematiche fisiche e/o mentali piuttosto che ripensare in maniera profonda al nostro modo di vivere la socialità. Del resto è più semplice simulare i momenti conviviali offerti dal capitale piuttoste che operare un radicale cambiamento nel nostro modo di porci rischiando di risultare “noiosx”. Peccato che tutta la vita nel mondo delle merci è noiosa, e allora forse quello che dovremmo fare, la possibilità che ci viene messa sul piatto da una spaventosa epidemia, è quella di smettere di pensare al nostro concertino come il momento in cui mettiamo in pausa la nostra vita in quel mondo ma come invece quello che lo ribalta. Potremmo immaginarci concerti in cui la vita realmente vissuta è così radicale da non finire mai, o finire con lo schianto della polizia che tenta di sgomberarci, non con noi ubriachx che mestamente torniamo alle nostre macchine, le nostre case, il nostro lavoro.

Ora è il momento, domani sarà già troppo tardi.

 

Soundtrack of the Pandemic Nightmare

Non è facile parlare di pandemia, quarantene, covid-19 e delle disastrose conseguenze che tutto questo ha avuto sulle nostre esistenze, su piani completamente diversi che toccano tanto il personale quanto il politico, tanto la sfera psicologica quanto quella materiale. Non è facile e tantomeno ho le energie per addentrarmi in tali discorsi. Per questo motivo nelle righe che seguono mi limiterò semplicemente a parlarvi di alcuni dischi usciti durante questo tragico 2020 e che per chissà quale ragione non avevano ancora trovato spazio sulle pagine di Disastro Sonoro. Tre ottimi dischi che hanno fatto parte costante della mia colonna sonora durante questi due lockdown e che hanno tenuto compagnia al mio isolamento forzato, alla mia rabbia, all’entropia che mi ha assalito divorandomi lentamente, alla sensazione di affogare per sempre tra paranoie e debolezze e a tutte le mie inquietudini che abbracciavano e abbracciano tuttora la sfera del politico e del personale. Perchè non so dire se l’hardcore è ancora una fottuta minaccia per questo esistente fatto di sfruttamento, oppressione, repressione, alienazione, depressione e morte, ma vorrei tanto lo fosse così da poter finalmente far divampare le fiamme della nostra gioia in nome di una vita radicalmente diversa. Ai/alle punx, ai/alle compagnx, ai/alle amicx, a chi non è niente di tutto ciò, a chi non vuole essere più nulla e a chi non ha più le forze per essere qualcosa, questo è Soundtrack of the Pandemic Nightmare!

Life – Ossification of Coral

Continuo a pensare che questo Ossification of Coral, nonostante a mio parere rappresenti uno dei migliori dischi crust punk usciti negli ultimi anni, sia passato invece fin troppo in sordina nel corso del 2020 e sinceramente non saprei spiegarmi il perchè. I giapponesi Life sono in giro dalla fine degli anni 80/inizio dei 90 e hanno sempre dimostrare di essere uno dei gruppi più interessanti, convincenti, intensi e coerenti emersi dall’affascinante scena hardcore punk nipponica. Autori di dischi grandiosi come Violence, Peace and Peace Research pubblicato nel 2013,  lo scorso anno hanno finalmente dato alla luce il nuovo, magnifico Ossification of Coral, quello che a tutti gli effetti si può definire senza remore il manifesto definitivo del crusher-crust punk suonato dai Life. Partendo come sempre da un sound che tradisce l’innegabile influenza della storica scena hardcore/crust giapponese, soprattutto nei momenti maggiormente raw, aggressivi e selvaggi (Crush Them, Endure Every Day o Same as War), i nostri riescono a scrivere tredici tracce radicate in un crust punk costantemente in bilico tra una natura votata alla crudezza e all’istintiva violenza da una parte e la tensione verso incursioni in territori metallici, toni oscuri e atmosfere dal sapore vagamente post-apocalittico dall’altra.

Immaginatevi dunque l’ascolto di Ossification of Coral come una sorta di viaggio tra gli abissi e le diverse sfumature della storia del crust punk nipponico e non solo, passando attraverso tante scuole e influenze differenti che vanno dai Doom ai Death Side (in certe melodie, assoli e riff), dagli Abraham Cross agli Excrement of War, dai Warhead agli Hiatus, dai Bastard alle primissime pulsioni stenchcore britanniche (tracce come la titletrack o Abscence of Life). Come da sempre il punk suonato dai Life è musica di protesta e rivolta, difatti anche nelle liriche di Ossification of Coral sono centrali le tematiche politiche supportate dall’attitudine riottosa e anarchica da sempre marchio di fabbrica dei Life. Basti solo pensare al titolo scelto per questo disco per comprendere il forte messaggio ecologista che permea le liriche del gruppo giapponese e che anima tracce come la titletrack e The End of Mother Nature, così come la sempre presente critica furiosa alla guerra, agli interessi che la muovono e ai suoi orrori, come da classica tradizione d-beat raw punk. Ossification of Coral è dunque un disco assolutamente devastante, un sincero manifesto del crust punk più crudo, riottoso, feroce e intransigente! CRUST AS FUCK LIFE!

Phane – S/t

Se per una volta volessimo giudicare il disco dalla copertina, questo self-titled album dei canadesi Phane si presenterebbe come un selvaggio e devastante assalto metal-punk ottantiano e il gruppo di Vancouver apparirebbe come un’orda barbarica pronta a mettere a ferro e fuoco tutto ciò che trova sulla propria strada, non risparmiando niente e nessuno e totalmente incapace di provare pietà. Bisogna ammettere che questa descrizione non è poi così troppo lontana da quello che andremo ad ascoltare e dalle sensazioni evocate dalle rabbiose quattrodici tracce con cui i Phane ci danno in pasto un’ottimo lavoro che guarda con nostalgia all’hardcore punk britannico degli anni 80.  Non sono moltissime le band attive oggi impegnate a riproporre sonorità hardcore punk radicate nella tradizione di quell’UK82 sound marchio di fabbrica di band storiche come Varukers, English Dogs e soprattutto Broken Bones. Sarà a causa del mio amore mai celato per i Broken Bones e per il fatto che i Phane strizzino spesso l’occhio ai loro lavori migliori, ma continuo a pensare che la band di Vancouver sia la più convincente e godibile nel riprendere certe sonorità capaci di ricordare immediatamente dischi del calibro di Dem Bones o Bonecrusher.

Le incursioni razziatrici in territori metallici sono estremamente presenti nel sound dei Phane, seguendo ancora una volta la strada che intrapresero i Broken Bones fino ad arrivare a  F.O.A.D. o certi English Dogs, ed emergono chiare fin dall’iniziale Golden Calf così come in tracce quali No Mercy o Shootsayer. E’ dunque facile percepire quanto certe sonorità più orientate a territori (thrash)metal e addirittura motorheadiani abbiano influenzato i Phane nel riffing e in certe melodie, mentre la batteria e le rabbiose vocals riescono perfettamente a rappresentare quella viscerale quanto istintiva riottosità tipica di certo d-beat/hardcore punk britannico a la Varukers di capolavori immortali quali How Do You Sleep?. Quattordici tracce per una mezzora abbondante di hardcore punk radicato nell’Uk82 sound e fortemente influenzato dalle prime pulsioni crossover tanto care ai Broken Bones, cazzo volete di più? Nessuna pietà, nessuna salvezza, solo ossa rotte!

Plague Thirteen – S/t

Questo è stato forse il vero compagno di disperate notti insonni e giorni infiniti privi di energie psicofisiche durante il secondo lockdown autunnale. Un disco che ha occupato in maniera costante le mie cuffie, la colonna sonora perfetta per lo stato d’animo e le emozioni che mi avevano sopraffatto durante gli ultimi mesi del 2020. I belga Plague Thirteen, emersi dalle ceneri dei fighissimi Link, mettono tutto loro stessi in questo primo omonimo lavoro: rabbia, tensioni, angoscia, disperazione, disillusione. Tutte queste emozioni vengono accompagnate musicalmente da un d-beat/crust punk di tradizione novantiana, profondamente oscuro e orientato a costruire un’atmosfera opprimente e desolata, ma animato da buone dosi di melodia al punto che qualcuno potrebbe vederci delle sfumature neocrust. I nomi a cui si ispira però in maniera palese il sound dei Plague Thirteen sono da ricercare nella scena crust/hardcore d’oltreoceano e specialmente in band del calibro di From Ashes Rise, His Hero is Gone, Remains the Day e certe pulsioni più dark hardcore dei Tragedy. Inoltrandosi nell’ascolto di Modern Slave, brano con cui si apre la nostra discesa in questo self-titlted album, ci si accorge presto che le sei tracce suonate dai Plague Thirteen assumeranno di lì a poco le sembianze di voragini pronte a inghiottirci in una spirale di inquietudine, incubi e apparente impotenza, senza lasciarci alcuno spiraglio di salvezza.

Il crust punk oscuro suonato dal gruppo belga è attraversato da due anime ben distinte ma che si amalgamano in maniera grandiosa: da una parte rallentamenti dai toni atmosferici riescono perfettamente a dipingere sensazioni di desolazione, smarrimento e angoscia,  mentre dall’altra ci si imbatte in in furiose tempeste d-beat in cui tutta la rabbia e le tensioni possono finalmente trovare libero sfogo e divampare impetuose accompagnate dalle vocals sofferte e tormentate del cantante Michael (basti pensare ad tracce come Mourn e Haunt Them). Inoltre c’è da sottolineare come i Plague Thirteen sappiano ricreare con gusto e convinzione un’atmosfera cupa e minacciosa, evocando, in brani come Eyes Wide Open, quei toni più apocalittici e oscuri tanto cari a certi Neurosis e Amebix. In poche parole, per concludere, i Plague Thirtheen hanno saputo comporre quello che a tutti gli effetti è un maestoso soundtrack of the pandemic nightmare!

Dis Means War #01

Ennesima nuova quanto inutile rubrica che probabilmente finirà nel dimenticatoio dopo un paio di articoli. Fatta questa doverosa premessa, perchè Dis Means War? La risposta è abbastanza semplice. E’ evidente a tutti che la moda/revival più recente in ambito hardcore punk è quel calderone cosiddetto “raw punk”, qualsiasi cazzo di cosa voglia dire. Diciamo però che, in questo marasma di uscite estremamente elevato a livello numerico e spesso fin troppo monotono, si nascondono a parer mio anche degli interessanti dischi capaci di proporre un d-beat hardcore/punk convincente, godibile e ispirato anche quando si rifà in tutto e per tutto ai grandi nomi del genere, dai Disclose (gruppo più omaggiato-plagiato in assoluto) ai Mob47. La rubrica sarà strutturata come una sorta di carrellata di alcuni album pubblicati nell’ultimo periodo su cui spenderò pochissime righe, anche perchè spesso si tratterà di demo, ep o promo dalla brevissima durata. Tutto questo perchè il d-beat è guerra e districarsi tra l’enorme quantità di uscite giornaliere raccolte sotto l’astrusa etichetta di raw punk non è assolutamente cosa facile. Senza velleità di voler essere una guida approfondita alle più recenti uscite in ambito d-beat, ma con la passione sincera che mi lega a certe sonorità, ecco a voi Dis Means War!

 

Burning//World – What Brings Tomorrow? 

Questo What Brings Tomorrow si differenzia dalle altre uscite nella scena d-beat recente già a partire dalla copertina e dall’artwork estremamente minimalista e parecchio lontano dal clichè “collage con immagini di guerra in bianco e nero” tipico del genere. Anche musicalmente il d-beat/hardcore proposto dai Burning//World, band proveniente dal New Jersey, guarda principalmente alle sonorità di dischi fondamentali come Death From Above dei mitici Discard, Domd degli svedesi Disarm e in minima parte, nell’atmosfera noise generale, al sound di band come Electric Funeral e Dropend. A livello lirico, nelle sette tracce che compongono What Brings Tomorrow, i Burning//World ripropongono alla perfezione la tradizione del d-beat più classico, bellicoso e politico, affrontando quasi unicamente tematiche legate ad una disillusa quanto rabbiosa critica al militarismo, alla guerra imperialista e alla terrore del nucleare. Niente di nuovo sul fronte occidentale, ma senza dubbio uno dei migliori lavori d-beat in cui ci si può imbattere ultimamente!

Bordger – War of Extinction

Non sembra affatto un caso che lo stile del logo di questa band neozelandese richiami in maniera così netta il logo dei ben più noti Sedition, perchè il d-beat hardcore suonato dai Bordger si ispira profondamente al sound di certa scuola scozzese/inglese. Sono infatti Sedition  (nei toni più crust) e Disaffect (nelle parti prettamente d- beat/hardcore) i primi gruppi a venire in mente, insieme a qualcosa che ricorda il d-beat inglese dei Disaster e il kangpunk svedese degli anni ’80, appena ci si addentra nell’ascolto di questo War of Extinction. Un ottimo lavoro d-beat che per atmosfere, immaginario e ispirazione si distingue in modo abbastanza convincente da tutte quelle band che si limitano a riproporre senza ispirazione la ricetta vincente tanto cara ai Disclose o ai Discharge. Sei semplici tracce di d-beat punk robusto e bellicoso con una decisa quanto interessante venatura crust, questo è in estrema sintesi il contenuto di War of Extinction, un disco di assoluto impatto e veramente intenso!

Tortür – Never Ending Grief

Chi può sopravvivere a questa furiosa tempesta di d-beat punk a.k.a. a mass of raw noise attack rappresentata da Never Ending Grief? Probabilmente l’unica risposta possibile è: nessuno! Mi ero già imbattuto nei Tortür ai tempi di Death Looms Graves Fill e rimasi sinceramente folgorato dal loro devastante assalto di rumoroso d-beat totalmente debitore alla scuola giapponese e ai maestri indiscussi Disclose. Difatti il gruppo di L.A. non ha mai negato di essere a tutti gli effetti un gruppo impegnato a tenere in vita lo spirito selvaggio e il sound brutale che rese i Disclose un nome di culto all’interno dell’underground e fonte di ispirazione per una lista sterminata di band. Never Ending Grief è un’assalto di distorsioni e noise a mano armata, un disco con poche pretese suonato con attitudine e passione, un lavoro con cui i Tortür ci sparano addosso 10 tracce di d-beat crudo e spietato che non hanno alcuna intenzione di darci tregua e capaci di evocare con convinzione le stesse sensazioni che si hanno ascoltando per la prima volta ep del calibro di Once the War Started e Nightmare or Reality. Al grido di “Kawakami Forever!”, ancora una volta i Tortür dimostrano di essere uno dei gruppi migliori a tenere alto il nome e il sound dei Disclose e questo dovrebbe bastarci.

Absurd SS – S/t

Probabilmente questo self-titled album degli Absurd SS è quanto di meglio sia uscito nell’ultimo periodo dalla scena d-beat/raw puk. Un’apocalisse di d-beat noise senza freni e impetuosa nel suo incedere, una tempesta implacabile che lascia solo devastazione e morte al suo passaggio. Le radici del sound degli Absurd SS affondano in profondità nelle sfumature più noise dei giapponesi Framtid e nei toni più selvaggi e furiosi del d-beat suonato dagli svedesi Giftgasattack o dai troppo spesso dimenticati Bombraid, avvicinandosi per certi versi a quanto fatto un paio d’anni fa dai Physique di The Evolution of Combat. In sintesi non c’è dunque da aspettarsi niente di meglio di una devastante mazzata di Scandi-japan Jawbreaker che non guarda in faccia niente e nessuno, votata solamente a portare distruzione e devastazione in nome del d-beat più bellicoso, selvaggio e rumoroso! Dis-noize means fucking war!

Hellish Views  – Holy Horrors 

Minneapolis ha sempre avuto un’importante scena hardcore punk e ne ho anche parlato in maniera abbastanza approfondita in un articolo intitolato Minneapolis Brucia, apparso sul numero zero di Benzine, fanzine punx milanese. Non dovrebbe stupire allora che questi Hellish View siano emersi proprio dalla recente scena punk di Minneapolis dandoci in pasto un concentrato di semplice quanto efficace d-beat noise attack! Holy Horrors è il loro ultimo lavoro in studio, cinque tracce di classico d-beat selvaggio, brutale e votato al caos in perfetta tradizione Disclose, con una fortissimo componente noise che sottolinea quanto i nostri punx siano devoti all’eterno culto dei maestri del d-beat giapponese e a dischi del calibro di Yesterday’s Fairytale, Tomorrow’s Nightmare. Lo spettro incombente dei Disclose emerge poi in maniera estremamente netta soprattutto nelle vocals che evocano senza nascondersi lo spirito immortale di Kawakami. Nulla di nuovo sotto un sole artificiale, nulla di innovativo sotto una pioggia nucleare, solo un devastante, furioso e primitivo omaggio ai Disclose, un omaggio convincente ed estremamente godibile!

A Lesson in Violence: Stimulant & Ona Snop

Sarà che negli ultimi giorni sono tornato in fissa potente con Hellnation, Crossed Out e soprattutto Capitalist Casualties, tutti gruppi che amo alla follia e che hanno influenzato parecchio i miei gusti in ambito hardcore ed estremo, ma eccomi pronto a parlavi di due dei migliori dischi powerviolence/fastcore usciti nel 2020 e che meritano sicuramente la vostra attenzione! Se pensiamo per un attimo a cos’è stata la scena powerviolence/fastcore di qualche anno fa, tanto a livello mondiale quanto a livello italiano, e a quante band sono nate al suo interno per poi sciogliersi nel giro di poco tempo, e poi spostassimo lo sguardo ad oggi, ci renderemmo conto come sia effettivamente esistita una sorta di “moda powerviolence” e che sia ormai passata, lasciando spazio a quell’entità che a moltissimi piace definire “raw punk” e che non si ancora capito bene cosa cazzo voglia dire. Al di là di questi cenni storici assolutamente inutili ma che forse potrebbero intercettare lo spirito dei tempi soprattutto all’interno della scena hardcore e punk, ad oggi le band rimaste attive a suonare con passione sincera, convinzione e attitudine powerviolence o fastcore sono molto poche rispetto al periodo di massimo splendore del revival del genere. Tra queste troviamo certamente gli inglesi Ona Snop e gli Stimulant da Brooklyn, senza troppi dubbi due delle migliori espressioni del PV/fastcore degli ultimi 5-10 anni, due band che hanno sempre sfornato dischi di una qualità altissima e di un’intensità invidiabile. Negli scorsi mesi entrambe le band hanno dato alla luce un nuovo album ed è per tale ragione che in questo nuovo appuntamento con A Lesson in Violence vi parlerò proprio di Intermittent Damnation degli Ona Snop e Sensory Deprivation degli Stimulant, dischi che rispondono ad un unico imperativo categorico: “play fast or die trying!”.

E’ cosa nota a tutti che la scena hardcore di Leeds degli ultimi dieci anni ha dato i natali ad alcune delle migliori band contemporanee in ambito fastcore e powerviolence come Gets Worse e Afternoon Gentlemen. Difatti non stupisce che gli Ona Snop, forse il gruppo più interessante e originale appartenente a quella scena, abbiano pubblicato qualche mese fa l’ennesimo devastante capitolo della loro discografia, un semplice e sincero disco di fastcore in your face intitolato Intermittent Damnation, a mani basse quello che si può definire senza troppi problemi uno dei dischi migliori dell’intero 2020. Un disco che, dall’iniziale Everybody in the World is Fucked alla conclusiva Drunk and Rich, non lascia mezzo secondo per riprendere fiato e che impatta sull’ascoltatore come una scarica di pugni nello stomaco, diciassette tracce che non mostrano mai segni di cedimento e un sound generale che dimostra ancora una volta come gli Ona Snop conoscano perfettamente la materia fast-hardcore e sappiano suonarla in maniera assolutamente devastante e convincente. Un concentrato di fastcore, con qualche vaga incursione in territori powerviolence, suonato con passione e attitudine e che ha dalla sua un’ottima tecnica strumentale e la qualità di imprimersi in maniera indelebile già dopo pochissimi ascolti. Non che servissero ulteriori prove o conferme sulla qualità degli Ona Snop e del loro fast-hardcore, senza dubbio uno di quei gruppi che difficilmente deludono le aspettative, ma ancora una volta sono riusciti a superare quanto già di ottimo e devastante avevano offerto con il precedente Geezer del 2018, pubblicando un disco come Intermittent Damnation capace di creare dipendenza e non stancare mai. Tempo fa in merito allo splendido Snubbed dei Gets Worse concludevo la recensione con un breve quanto valido “Leeds odia ancora” e arrivato per l’ennesima volta (ormai ho perso il conto e poco importa) a dover mettere questo Intermittent Damnation da capo, mi tocca ribadirlo con gioia: Leeds continua ad odiare, fastcore a mano armata!

 

Nati dallo scioglimento dei magnifici Water Torture e già autori nel 2017 di uno splendido self titled album di debutto, disco che incise in maniera indelebile il loro nome sulla mappa del powerviolence mondiale, gli Stimulant tornano finalmente sulle scene con questo Sensory Deprivation, un lavoro monolitico che a partire dal titolo non lascia spazio a troppi dubbi e può dare subito una chiara idea dell’impatto che avranno queste nuove 27 tracce su di noi. La formula vincente della band di Brooklyn è sempre la stessa: un mix assolutamente devastante di grindcore e powerviolence, in cui a farla da padroni assoluti sono i costanti quanto improvvisi cambi di tempo e una forte componente noise, oggi forse più protagonista nel sound degli Stimulant rispetto al passato e capace di rendere la proposta dei nostri ancora più violenta, rumorosa e interessante. Come sempre siamo di fronte ad un muro di suono che appare riduttivo definire granitico e brutale, un sound implacabile e impossibile da scalfire e che nei momenti più furiosi e distruttivi, in cui a prendersi la scena sono senza dubbi i blast beats tritaossa, sembra realmente di essere in mezzo ad un agguato a mano armata da cui è impossibile uscire indenni. Come da tradizione del gruppo statunitense, anche questo Sensory Deprivation ha un durata abbastanza sostenuta che si aggira sulla mezzora abbondante, in netta controtendenza rispetto alla maggior parte delle uscite powerviolence. Se da una parte, a primo impatto, il minutaggio generale può sembrare eccessivo, dall’altra, appena si decide di premere play e si viene trafitti senza pietà dalla tripletta iniziale formata da Apathetic, Trashed e Myopic Voided, si capisce immediatamente che il powerviolence degli Stimulant non ci lascerà mezzo secondo per riprendere fiato, continuando a colpirci con violenza fino all’ultimo secondo disponibile, lasciandoci di fatto impotenti, inermi e sfiniti una volta giunti alla fine. Inoltre la forte componente noise è capace di rendere l’esperienza dell’ascolto di Sensory Deprivation una vera e propria discesa in un vortice di confusione, angoscia, estraniamento e totale impotenza dinanzi all’impossibilità di trovare una via di fuga, mentre il powerviolence degli Stimulant continuerà a scagliarci addosso schegge impazzite di rumore e violenza senza alcuna pietà. In fin dei conti vale lo stesso discorso fatto per gli Ona Snop; se infatti non serviva un disco come Sensory Deprivation per darci la conferma della qualità e della brutalità del potere-violenza suonato dagli Stimulant, dischi come questo ci ricordano cosa significhi suonare questo genere con passione, ispirazione e sincera quanto viscerale rabbia, dandoci una vera e propria lezione di violenza e di estremismo sonoro. E forse qualche volta si ha solo bisogno di spararsi nelle orecchie un disco come questo, semplicemente quanto di meglio la scena powerviolence ha da offrirci ancora oggi! Play fast till the day you die, this is another lesson in (noise-power)violence!

 

A Lesson in Violence: Repulsione/Inglorious Basterds & One Day in Fukushima/Aftersundown

La fine dello sciagurato 2020 ci ha regalato due degli split grindcore più belli e intensi mai registrati e pubblicati negli ultimi anni, quanto meno all’interno della scena italiana. Sto parlando chiaramente dello split tra i bolognesi Repulsione e i romani Inglorious Basterds e di Barbaric Scenario, lavoro diviso a metà tra i campani One Day in Fukushima e gli indonesiani Aftersundwon! Quest’ultimo disco è inoltre una coproduzione targata Disastro Sonoro, una coproduzione di cui vado particolarmente fiero per il semplice fatto che i One Day in Fukushima furono il primo gruppo che decisi di intervistare su queste pagine nel lontano 2017 e perchè sono un gruppo che ha dimostrato nel corso degli anni di essere quanto meglio ci sia in ambito grindcore a livello europeo. Presto arriveranno le copie di questo devastante split in distro, quindi sapete cosa fare appena finirete di leggervi il seguente sproloquio spacciato per recensione! One Day in Fukushima e Aftersundown da una parte, Repulsione e Inglorious Basterds dall’altra, quattro modi diversi di intendere, interpretare e suonare grindcore, un’unica lezione di violenza inaudita e devastante per le nostre orecchie indifese! ANOTHER LESSON IN VIOLENCE, GRINDCORE IST KRIEG!

Quanti minuti servono ad uno split grindcore per lasciare impresso indelebilmente il proprio segno nei nostri ricordi e per lasciarci inermi a terra senza più energie? Ai veterani Repulsione e agli ottimi Inglorious Baterds bastano dieci minuti totali suddivisi in quattro tracce a testa che non lasciano alcuno scampo e alcuna via di fuga all’ascoltatore. I Repulsione sono ormai un nome di culto della scena powerviolence/grindcore italiana e con il passare degli anni hanno spinto la loto brutale proposta priva di chitarre sempre più in là verso forme di vero e proprio terrorismo musicale, rendendola di fatto implacabile e assolutamente priva di pietà. Se già nel precedente Sunrip erano molto labili e vaghi gli echi powerviolence presenti dagli albori nel dna della proposta del gruppo bolognese, queste nuove quattro tracce si allontano quasi totalmente da territori pv dandoci in pasto un grindcore devastante e granitico, in un tripudio di blast beats che sembrano poterci tritare le ossa e il cervello in ogni momento. Il grindcore suonato dai bolognesi strizza l’occhio alle sonorità più estreme, rumorose e riottose del genere, quelle che vanno dai Warsore agli Unholy Grave per capirci, piuttosto che ai nomi storici e alle band più moderne, sottolineando in questo modo l’intimo legame con l’attitudine hardcore di certo grind più underground e “politico”. Il sound dei Repulsione è come sempre monolitico e non mostra mai segni di cedimento, ma in fin dei conti non servivano queste nuove quattro tracce per darci prova del terrorismo musicale di cui sono capaci i nostri grinders bolognesi. Per essere sintetici e chiari: assolutamente devastanti!

Dall’altra parte dello split troviamo invece gli Inglorius Basterds che, con la delicatezza del coltello con cui Brad Pit incide una svastica sulla fronte del gerarca nazista nell’omonimo film da cui il gruppo romano prende ispirazione per il proprio nome, ci lasciano preda indifesa di un altro modo di intendere il grindcore, sicuramente meno legato a sonorità hardcore punk e powerviolence, ma che irrompe spessissimo in territori brutali ed estremi che strizzano l’occhio a certo death metal. Emerge una certa “atmosfera” marciulenta e dalle tinte vagamente gore nella proposta degli Ingloriuos Basterds, i quali però, pur attenti alla ricerca di groove nel riffing e nella struttura dei brani, non perdono mai di vista l’intensità e l’irruenza del loro grindcore furioso e spietato. Ottima anche la scelta degli intermezzi cinematografici tra un brano e l’altro. Quattro tracce che possono essere descritte unicamente prendendo a prestito le parole di una grandissima cantautrice romana: “so’ cortellate quante ne volete”! In fin dei conti il lato dello split occupato da questi “bastardi senza gloria” risulta essere un vero proprio assalto a mano armata mosso unicamente dalla volontà di non risparmiare niente e nessuno e totalmente incapace di provare qualsivoglia pietà!

Se invece provassimo a porre la domanda di cui sopra a One Day in Fukushima e Aftersundown la risposta sarebbe ben poco diversa. Dodici minuti totali più una manciata di secondi che, per un disco grindcore, fanno eccome la differenza. Cinque canzoni per gruppo, con sonorità che pur partendo da una netta base grindcore si differenziano abbastanza tra le due band. La proposta degli indonesiani Aftersundown è infatti molto più marcia e rozza (caratteristiche enfatizzate anche da una registrazione volutamente poco pulita e noisy), con influenze di certo crust a la Extreme Noise Terror degli albori che emergono spesso in tracce come Fake Raids e Bullshit Doctrine e che sono evidenziate perfettamente anche nella decisione di coverizzare l’iconica Police Bastard dei Doom. In sostanza però siamo al cospetto di un grindcore visceralmente e sinceramente old school, devoto unicamente al rumore più primitivo e crudo, un sound che mi ha ricordato in più di un’occasione la proposta di band di culto come i colombiani Confusion e in generale di tutte le incarnazioni del grindcore che vanno dai Warsore agli Autoritar. Tenendo fede al titolo dello split, quello che ci offrono gli Aftersundown è un concentrato di primitivo e barbarico grindcore senza fronzoli e senza pretese, che sa colpire nel segno con una furia devastatrice e selvaggia!

Il sound proposto dai One Day in Fukushima è invece totalmente debitore ad un grindcore classico, sonorità che pur mantenendo un forte legame con i nomi storici della vecchia scuola, riesce a suonare moderno e con una buona dose di personalità, oltre che di evidente qualità tecnica, di passione e sincera attitudine, tutti elementi fondamentali per suonare grind come si deve. Al mio orecchio anche queste nuove cinque tracce dei One Day In Fukushima tradiscono l’influenza della scuola scandinava di Nasum e Rotten Sound e di certo death metal, specialmente in una traccia brutale come The Leviathan, e questa varietà di influenze presente nel sound robusto e devastante dei One Day in Fukushima non può che essere un enorme qualità del gruppo campano. In poche parole si tratta di un grindcore che non fa prigionieri, che tira dritto per la sua strada lasciando dietro di se solo macerie e devastazione. Un grindcore dotato però non solo di brutalità e violenza, ma anche di un ottimo tiro e di una certa dose di groove, caratteristiche che permettono facilmente alle cinque tracce di stamparsi in testa fin dal primo ascolto. Passione, sincerità, qualità e profonda conoscenza della materia grindcore permettono ancora una volta ai One Day in Fukushima, dopo il devastante e bellissimo Ozymandias del 2018, di confermarsi tra le migliori realtà estreme europee!

 

“Rilanciare un bisogno di evasione…”

Ieri notte, ascoltando per l’ennesima volta il vinile ormai consumato di Politico Personale dei Contrasto, scrivevo queste parole in preda ai miei soliti flussi di coscienza e pensieri sconnessi: “ancora una volta, anche sta notte, sono queste le uniche parole cui riesco a riconoscere quel personale che è anche politico, quel politico che è soprattutto personale. In cui il malessere di tensioni inespresse che lacerano dentro continua a svuotare e riempire questa solitudine maledetta e senza risposte. E intanto la vita viene costantemente vinta da una fottuta attesa infinita. È davvero tutto qua quello che ci resta?” Credo che riportare queste parole su queste pagine sia il modo migliore per dare un contorno al trailer con cui i Contrasto, giorni fa, hanno annunciato l’uscita del loro nuovo album intitolato Visto per Censura; trailer che ho deciso di diffondere anche tramite Disastro Sonoro non solo perchè i Contrasto sono amici e compagni a cui tengo con tutto il cuore, ma perchè la loro musica per me è sempre riuscita a sottolineare in maniera sincera e valida il legame intenso e inscindibile tra il politico e il personale, con tutte le disillusioni, inquietudini e tensioni che attraversano queste due dimensioni. Lascio però alle parole scritte e parlate degli stessi Contrasto presentarvi il loro nuovo album:

Anche questo progetto attinge da radici lontane, sempreverdi. E da volontà che si ritraducono, giorno dopo giorno, in bisogni concreti ed urgenze di prospettiva condivisi a più mani. La passione riscalda, intensamente. E si rafforza come fuoco che va preservandosi nella stagione più fredda e si alimenta crepitante, ceppo dopo ceppo. Così, nei passi tumultuosi dell’approdo in rivolta, vanno a riannodarsi esperienze, voci, sguardi, catene. Racconti a bassa voce. Memorie e proiezioni di un (saper) fare collettivo. Per poi prendere il largo.

 

Music Critics and Record Collectors are Pretentious Assholes

Nel 1985 i Poison Idea pubblicano il loro secondo Ep intitolato, in modo estremamente provocatorio, “Record Collectors are Pretentious Assholes”, mentre tre anni più tardi i Sore Throat riprendono lo stesso concetto per intitolare un loro brano presente su Unhindered by Talent, aggiungendoci però still tra il verbo e “pretentious assholes“. Se può essere abbastanza vera e/o più o meno condivisibile come espressione, possiamo esagerarne il concetto sostenendo allora che i recensori di dischi e in generale chiunque rientri nella categoria di critico musicale siano ancora peggio in quanto a pretenziosità e idiozia rispetto ai collezionisti, categorie tra l’altro che spesso si sovrappongono. E mi ci metto anche io tra questi assholes, nonostante ribadisca dal giorno zero di quest blog che quelle che scrivo non sono vere e proprie recensioni, che rigetto con disprezzo il ruolo di critico musicale e che i “recensori di professione”, o chi pretende di esserlo anche all’interno della scena hardcore/diy, non dovrebbero esistere. Tutto sto discorso introduttivo per dire cosa? Assolutamente un cazzo di nulla, forse solo per dare un minimo di contesto al titolo che ho deciso di dare a questo articolo, in cui, guarda un po’ che cosa incredibile e assolutamente inaspettata, vi parlerò in poche righe di una manciata di ottimi lavori usciti in ambito punk e hardcore durante il 2020 e a cui colpevolmente ho dato troppa poca attenzione fino ad ora. Fissando bene in testa il fatto che i recensori di dischi sono delle pretenziose teste di cazzo, buona lettura ai/alle tuttx punx!

Destruct – Echoes of Life

Da troppi mesi nella mia lista immaginaria di dischi di cui parlarvi, eccoci finalmente qui! 12 tracce per venti minuti di d-beat raw hardcore punk di scuola Discharge/Disclose (ma non solo), suonato con rabbia, intensità e con un’attitudine brutale e spietata. Potrei concludere qua le righe dedicate a questo Echoes of Life dei Destruct e tanto basterebbe per farvi correre ad ascoltare il disco senza pentirvene e senza pensarci due volte. Un concentrato di d-beat nella sua più pura essenza, ma incredibilmente interessante anche se i Destruct non inventano assolutamente nulla di nuovo. Certamente il d-beat dei maestri Discharge suonato nella versione raw e rumorosa dei Disclose è senza dubbi il punto di partenza dal quale i Destruct costruiscono il loro sound, un sound abbstanza raw che risente però anche dell’ influenza di certo hardcore/d-beat di scuola norvegese/svedese degli anni 80, quel sound primitivo e corrosivo che accomunava band come Svart Framtid e Discard. C’è poco altro da aggiungere se non ribadire che questo Echoes of Life è senza dubbio uno dei migliori lavori usciti in ambito d-beat hardcore in tutto il 2020!

Subdued – Over the Hills and Far Away

Questo Over the Hills and Far Away si apre con Sanctuary is Nowhere, traccia che ci catapulta immediatamente negli umidi squat britannici degli anni ’80 dove stava prendendo forma un sound che partendo dalla scuola anarcho punk si spingeva verso lidi ignoti, sporcati quanto basta con tensioni e atmosfere dal sapore apocalittico e oscure. Non a caso i Subdued arrivano da Londra e sembrano aver assimilato perfettamente il sound e le tensioni primitive dell’anarcho punk britannico dell’epoca, riuscendo a incidere nove tracce che si pongono a metà strada tra i momenti più apocalittici degli Amebix e le pulsioni primordiali di gentaglia come Icons of Filth e Exit Stance. L’influenza degli Amebix più post-punk emerge prepotente in una traccia come The Joke, con quell’atmosfera e sonorità generale del brano che ricorda in effetti l’ibrido tutto amebixiano tra l’anarcho/hardcore punk inglese e i Killing Joke. L’intro stessa del quarto brano Problems of Evil, riuscendo a costruire un’atmosfera oscura e apocalittica, affascinante ma al contempo oppressiva, evoca in maniera convincente e sincera lo spettro degli Amebix, influenza preponderante, ma non al punto di diventare ingombrante, nel sound dei Subdued, come ormai avrete capito. Se l’anno scorso ci eravamo innamoratx tuttx del bellissimo Exiled dei Bad Breeding, quest’anno il miglior disco “anarcho punk” in senso lato non può che essere questo splendido Over the Hills and Far Away!

Dogma – Dogma

Era da tempo che non mi imbattevo in un disco di anarcho/peace punk di scuola britannica interessante ed estremamente godibile come questo self titled album dei Dogma, un disco che mi son ritrovato ad ascoltare più volte negli ultimi mesi al punto da essermi ripromesso di scriverci due righe al più presto. Eccoci qua allora, 10 tracce per mezz’ora in compagnia di un peace punk di tradizione inglese, attraversato da tensioni anarchiche e da un’attitudine riottosa che emerge limpidamente nelle liriche e nell’immaginario generale che accompagna i Dogma. Flux of Pink Indians, Dirt, Poison Girls e primi The Mob, son questi i gruppi a cui guardano i Dogma per sviluppare la propria personale versione dell’anarcho punk che fu, ma con una maggiore tendenza e un migliore gust per la melodia e un lontano sapore di primissimo Oi inglese. I richiami all’anarcho punk britannico di tradizione Crass Records però non sono limitati esclusivamente al lato musicale; infatti emergono prepotenti anche nelle grafiche e nell’impostazione dell’artwork del poster che accompagna il disco, artwork bellissimo che potrebbe volutamente voler citare anche quel capolavoro targato The Mob che è “No Doves Fly Here”. In fin dei conti con questo loro primo album i Dogma offrono un tributo sincero e appassionato ai gruppi e alle sonorità anarcho punk con cui son cresciuti, riuscendo nell’impresa di comporre dieci tracce che non si limitano a “copiare” i gruppi sopra citati, ma aggiungendoci al contrario un gusto e una qualità abbastanza personali. Per concludere non ci resta altro che ribadire “The world at peace, not in pieces…”, prendendo a prestito lo slogan che si può leggere sulla copertina di questo disco, slogan che richiama un ben più famoso “Fight war not wars” di crassiana memoria, con cui i Dogma ci danno un sunto chiaro e inequivocabile di ciò in cui credono e per cui lottano!

Kaleidoscope – Decolinization

After the Futures dello scorso anno fu per me una sorta di rivelazione per quanto riguarda i Kaleidoscope. Fino a quel momento li avevo un pò snobbati, ma quel disco mi fece follemente infatuare di loro e del loro estremamente personale modo di suonare hardcore/anarcho punk. Con questo nuovo 7″ intitolato Decolonization, un titolo certamene attuale viste le lotte e i movimenti di protesta per decolonizzare la società statunitense ed europea che hanno attraversato lo scenario politico, culturale e sociale di questo 2020 appena terminati, posso senza remore riconfermare la mia infatuazione per loro e per il loro sound che pur ribandendo un legame intimo con certo punk anarchico britannico degli anni ’80, riesce a muvoersi su sentieri e traiettorie abbastanza personali. La base di partenza è sempre un’hardcore classico e attraversato da tensioni anarchiche e con un’attitudine riottosa, ma ancora una volta i Kaleidoscope dimostrano di essere una band sui generis e aperta ad una certa dose di sperimentazione. Esempio di quanto appena detto è sicuramente la terza traccia Girmitiya, uno dei momenti assolutamente più inaspettati dell’intero lavoro, un brano caratterizzato da un suono di chitarra molto più simile a certo blues rock psichedelico (a la Hendrix per dire) piuttosto che al riffing scarno e primitivo tipicamente hardcore punk. Se ancora non siete stati ammaliati e catturati dall’hardcore dei Kaleidoscope, questo Decolonization è il modo migliore per abbandonare ogni remora e iniziare ad addentrarsi nella proposta del gruppo di New York, senza ombra di dubbio una delle band più originali e interessanti emerse negli ultimi anni!

Public Acid – Condemnation

 

Probabilmente potrei azzardare che questo Condemnation, ultimo ep targato Public Acid, sia il mio preferito di questa lista. Un concentrato di hardcore punk sporco, crudo e rumoroso quanto basta che riesce in maniera grandiosa a riproporre la lezione della scuola hardcore giapponese senza annoiare o dare sensazione di “cloni di bassa lega”. Sei tracce bastano e avanzano per darci la misura del sound dei Public Acid, un sound intenso che si riversa su di noi senza alcuna intenzione di risparmiare niente e nessuno. E’ un sound caotico e oppressivo quello che caratterizza questo Condemnation, come se, appena partita la prima traccia Nuclear Child, venissimo inghiotti senza pietà da un vortice di caos e distruzione, in cui a farla da padrona sono riverberi e la furia selvaggia espressa dalle vocals. In un sound abbastanza scarno e semplice che strizza l’occhio alle band hardcore punk giapponesi più oscure e rumorose, c’è però spazio anche per brani come Electric Plague nella quale emerge un maggiore groove hardcore che sembra smorzare momentaneamente l’implacabile caos che domina su tutto il lavoro. Alla fine questo Condemnation, nonostante si tratti di un ep brevissimo, ci dimostra come i Public Acid abbiano interiorizzato al meglio la lezione del hardcore/chaos punk più raw e brutale e siano riusciti, con tracce brevi, furiose, concitate che travolgono senza lasciare fiato, a regalarci uno lavoro che risulta asfissiante per la furia e l’intensità con cui viene suonato. Se dal vivo i Public Acid fossero anche solo la metà di quanto ascoltato su questo incredibile ep, beh, allora, statene certi che non ci son speranze di uscire vivi da un loro pogo!

Heavy Discipline – S/t

 

Nel 1982 gli SS Decontrol pubblicano un capolavoro dell’hardcore bostoniano e mondiale, quel “The Kids Will Have Their Say” che rappresenta ancora oggi uno dei momenti più alti raggiunti dall’hardcore americano old school. È evidente come gli Heavy Discipline risentano profondamente dell’influenza di quella pietra miliare e degli SSD e di tutta la scena di Boston degli anni ’80, così come di altri nomi storici come Faith, Void, Negative Approach e Negative Fx, ma su questo primo loro self titled album ci mettono tanto di loro per regalarci uno dei migliori e più convincenti lavori hardcore ascoltato negli ultimi anni. Un bel disco di hardcore furioso, semplice, sincero e assolutamente devastante, dodici tracce che tirano dritte per la loro strada senza fronzoli e senza pietà, ma soprattutto con un ottimo sapore old school che non stanca mai. Tell the World, Cross to Bear, Voyeuristic Lust/Reckoning e No Space sono tracce che rappresentano al meglio la capacità degli Heavy Discipline di suonare un’hardcore vecchia scuola catapultandoci improvvisamente negli anni 80, ma sempre con quel tocco personale e vagamente moderno che avevano fatto già intravedere sulla demo pubblicata nel 2019. Un lavoro che fa dell’irruenza espressiva, dell’intensità e della foga rabbiosa i suoi punti cardine dal punto di vista delle emozioni trasmesse, un disco con cui gli Heavy Discipline si impongono sulla scena in maniera assolutamente convincente, dimostrando di aver veramente tanto da dire in ambito hardcore e un’attitudine in your face invidiabile!

Krigshoder – Krig I Hodet

A metà strada tra l’hardcore punk norvegese e la vecchia scuola hc italiana  ci imbattiamo in questi Krigshoder, gruppo formato da qualche parte tra gli Stati Uniti e la Norvegia, e nel loro ultimo lavoro intitolato Krig I Hodet (letteralmente “guerra nella testa”), uno dei migliori lavori usciti in tutto il 2020 in ambito hardcore punk. Un ep dalla brevissima durata (solo 8 minuti) ma che in sole cinque tracce, a cui si somma la cover degli SDH posta a conclusione del lavoro, riesce a regalarci una mazzata di hardcore punk alla vecchia maniera come non si sentiva da tempo. Influenze che vanno dagli Indigesti agli Svart Framtid, dai Declino ai Psykik Terror, saltano all’orecchio durante l’ascolto di questo incredibile ep in cui i Krigshoder non ci lasciano un secondo per riprendere fiato. Intensi, veloci quanto basta per suonare hardcore come si deve, una voce rabbiosa e abrasiva, suoni sporchi ma abbastanza distanti da territori prettamente “raw punk” e un’attitudine sincera che accompagna il tutto, sono questi gli ingredienti che rendono questo Krig i Hodet un’ottimo lavoro di hardcore punk che fa dell’irruenza, dell’intensità e dell’esigenza espressiva i suoi assoluti punti di forza. Cinque schegge impazzite di hardcore vecchia scuola suonato con una rabbia implacabile e senza troppi inutili fronzoli, una vera e propria guerra nella testa, parafrasando il titolo in norvegese di questo ep, in fin dei conti sono questo i Krigshoder!

Clock of Time – Pestilent Planet

 

Pubblicato dall’ormai nota Static Shock Records, Pestilent Planet rappresenta la prima fatica in studio dei berlinesi Clock of Time. Sono diverse le anime che convivono all’interno del sound del gruppo tedesco e che caratterizzano le sette tracce in cui ci imbatteremo una volta che l’iniziale Something to Look Forward To segnerà la nostra discesa in questi abissi dominati da death rock, post-punk ed echi new wave. La musica dei Clock of Time ha la forza di risultare ipnotica e a tratti estraniante, difatti fin dall’inizio si ha la sensazione di esser sprofondati in una sorta di trance in cui a farla da padrona sono probabilmente tanto le melodie delle chitarre quanto il tappeto ritmico ripetitivo dominato dalla batteria che sembra suonare direttamente dentro le nostre teste. Possono essere presi ad esempio di quanto appena detto brani come Funny Farm e Companion, mentre risulta evidente l’influenza di certi Joy Division sulla quarta traccia Rotten Master, in assoluto uno dei momenti più interessanti e di qualità dell’intero lavoro. Le influenze dei nostri, come accennato sopra, pescano a piene mani da territori cari in egual misura al death rock di Vex e Crimson Scarlet e al post-punk dei The Sound, ma nel corso delle varie tracce si possono sentire, in momenti diversi, anche echi dei più recenti Diat e Vexx. In sintesi Pestilent Planet è un disco di assoluto valore, capace di giocare non solo con le melodie e le ritmiche ipnotiche ma anche con le atmosfere, mostrandoci la qualità dei Clock of Time nell’ amalgamare l’anima più death rock con quella post-punk in un disco che non mostra punti deboli.

Oltre lo Sguardo, una compilation benefit targata Sentiero Futuro Autoproduzioni

Pace – Caos – Oscurità

La scena punx milanese è più viva e fertile che mai e ce ne da un’ottima dimostrazione questo nuovo progetto celato dietro il nome di Sentiero Futuro. Ma di cosa si tratta? Un progetto punx e interamente dedicato al DIY, impegnato nell’autoproduzione in tutte le sue incarnazioni, dalla musica punk alla scrittura, dalle fanzine alle forme artistiche più diverse. Sentiero Futuro esordisce pubblicando Oltre lo Sguardo, una compilation benefit per l’Ambulatorio Medico Popolare di Milano, un benefit che nasce dall’idea che solo la solidarietà diretta può essere un’arma, non la carità o la beneficenza. La compilation, pubblicata in formato tape e accompagnata da una ‘zine, è divisa in due parti: sul lato A troviamo venti tracce  (di cui alcune inedite) del meglio che ha da offrire la scena punk/hardcore milanese e italiana attualmente (dai Kalashnikov ai Nofu, dai Destinazione Finale alle Lucta), con in aggiunta qualche nome storico del calibro dei Wretched e addirittura qualche nuova band punx di cui si sa poco e niente, mentre sul lato B alcuni attivisti raccontano la storia dell’Ambulatorio Medico Popolare, una struttura sanitaria autogestita da volontari impegnata a fornire assistenza medica gratuita a persone migranti e tutte le altre individualità emarginate.

Credo che il modo migliore per parlare tale progetto, oltre che a spiegare il contesto e le motivazioni che hanno spinto ad impegnarsi in questa nuova creatura punx che si aggira e aggirerà nei meandri della scena punk/hardcore milanese e italiana, sia riportare le parole delle stesse individualità che stanno dietro Sentiero Futuro:

Sotto i suoi abiti firmati e il trucco lucido, l’Italia è infestata dal contagio. Il fascismo, il nazionalismo, il fetore marcio della xenofobia emergono dalle ferite aperte lasciate da una crisi economica a spirale che ha tenuto il paese per oltre un decennio. Una nuova generazione di punx italiani, divisa tra politica ed evasione, ha sentito il bisogno di confrontarsi con l’eredità cruda, sperimentale e utopica del punk italiano degli anni ’80. 20 tracce di punk indisciplinato proveniente dalle più sporche cantine dell’EU’s Arse, alimentate con un senso di disincanto e una volontà di ritirarsi- ma anche con attacchi di utopia, ribellione e speranza. 

“Oltre Lo Sguardo” significa guardare oltre la superficie. Milano si presenta come una città lucente, moderna e progressista, ma dietro tutto il fumo e gli specchi si trova la stessa vecchia abitudine capitalista di spingere i poveri e i deboli ai margini e di soddisfare gli interessi dei ricchi e dei potenti. Sentiero Futuro mira a fare un buco in questa facciata e lasciare che la verità venga alla luce.

 

A Blaze in the Northern Sky #05

Quinto appuntamento con la rubrica più amata dagli/dalle amic* di compagn* satana, della rivoluzione sociale e della lotta di classe e più odiata dai seguaci degli Absurd, dalla restante feccia NSBM e dagli ambigui simpatizzanti e collaboratori dei nazi all’interno della scena black metal! Ancora una volta si parlerà di alcune delle più interessanti uscite recenti in ambito black metal di band accomunate da un solo criterio: prendere le distanze dalla merda NSBM, razzista e omo-transfobica/sessista che impesta la scena del metallo nero. Oggi parleremo infatti dei nuovi dischi dei tedeschi Toadeater, dei finlandesi Havukruunu (vecchie conoscenze di A Blaze in the Northern Sky) e del progetto greco Mystras, tutte band e individualità che in modalità diverse hanno scelto in modo netto e sincero il lato della barricata ove posizionarsi, il lato della barricata in cui non si lasciano spazio di agibilità ai fascisti, i quali si combattono con ogni mezzo necessario. O anche solamente il lato della barricata in cui non si hanno rapporti e non si collabora con i nazi all’interno della scena del metallo nero, che per una sottocultura come quella del metal estremo è già qualcosa. Alcune band e individualità di cui vi parlerò sono inoltre mosse da sincere tensioni di rivolta contro ogni forma di oppressione e discriminazione e vedono anche nel black metal un mezzo per opporsi e lottare contro le derive nazi-fasciste, razziste e autoritarie, o contro la sempre più pesante oppressione dell’esistente capitalista sulle nostre vite.  Quindi non perdiamo altro tempo e addentriamoci in questo viaggio oscuro e infernale in compagnia di tre dei migliori dischi black metal del 2020!

We are a blaze in the northern sky, the next thousand years are ours! Ancora una volta per il black metal, per l’insurrezione!

Toadeater – Bit to Ewigen Daogen (2020)

????? ?? ?? –
???????? ?????
???? ??? ????????? ?? ??? ????????? ????

Partiti nel luglio del 2018 con un demo caratterizzato da sonorità definibili come “blackened hardcore”, oggi i tedeschi Toadeater hanno cambiato quasi completamente le proprie sembianze, evolvendosi ed evolvendo la propria proposta in un post-black metal attraversato da pulsioni riottose, capace di alternarsi tra momenti atmosferici, interessanti trame melodiche e devastanti quanto sofferte sfuriate di puro metallo nero. Un’evoluzione interessante e che con questo nuovissimo Bit to Ewigen Daogen mostra una band giunta ad un livello di maturita e qualità compositiva estremamente sopra la media, oltre a presentarci una proposta quanto più personale possibile e assolutamente di impatto che difficilmente passa senza colpire nel segno. L’attitudine hardcore riaffiora qua e la in alcuni passaggi, nonostante le sonorità del gruppo ormai abbiano virato totalmente verso lidi e territori esclusivamente black metal, con un tripudio di tremolo picking, blast beats e un’interessante varietà nell’interpretazione vocale che spazia dal classico screaming sofferto e annichilente, a parti cantate e pulite dai toni epici che mi hanno ricordato addirittura i Summoning. L’atmosfera generale costruita dalle cinque tracce oscilla sempre tra momenti in cui tuonanti tempeste e selvaggi assalti black metal ci inghiottono senza pietà e passaggi dalle tinte atmosferiche che disegnano labili istanti di quiete, mentre le sensazioni che ci logorano dall’interno nel corso dell’ascolto di Bit to Ewigen Daogen, si alternano tra una lancinante sofferenza, un malessere esistenziale che sembra non trovare sfogo e una viscerale tensione anarchica alla rivolta contro questo mondo di oppressione e sfruttamento. I Toadeater si dimostrano estremamente bravi a modellare il proprio sound e a costruire le atmosfere giuste al fine sorreggere le tematiche affrontate nelle liriche, dalla critica al progresso capitalista volto unicamente al profitto e dunque all’alienazione delle nostre esistenze (Conquering the Throne), fino a giungere alla presa di coscienza della devastazione ambientale e della distruzione dell’ecosistema sempre in nome del profitto (Crows and Sparrows). Un disco di post-black metal in cui c’è davvero tutto e niente suona fuori posto, in cui ogni elemento trova la sua perfetta dimensione: atmosfere, epicità, furia cieca e selvaggia, assalti all’arma bianca, sofferenza e rabbia si alternano e si intrecciano costantemente, dando vita ad un disco di black metal intenso e devastante come non se ne vedeva da un pezzo. Sicuramente Bit to Ewigen Daogen rappresenta una delle migliori uscite di questo 2020 e i Toadeater dimostrano definitivamente di essere una delle realtà più interessanti e convincenti di tutta la scena black metal europea. Abbiamo raggiunto il punto di non ritorno… è ora di vedere questo mondo bruciare!

 

Havukruunu – Uinuos Syömein Sota (2020)

“La luce del fuoco si sta spegnendo. I volti attorno al fuoco sono ombre”

Gli Havukruunu appaiono sotto le sembianze di una tempesta di black metal pagano pronto ad inghiottire il giorno in un’oscurità eterna, una notte senza fine dominata da forze ancestrali, entità pagane e creature selvagge che danzano tra le sacre fiamme del metallo nero. 

Mente la notte impenetrabile cala sulla foresta innevata, mentre il fuoco si sta lentamente consumando rendendo labile il confine tra il mondo reale degli uomini e quello delle ombre, i finlandesi Havukruunu irrompono furiosamente e solennemente con Uinuos Syömein Sota, un nuovo intensissimo lavoro di heavy/black metal attraversato da tensioni pagane e atmosfere epiche. La proposta degli Havukruunu è attraversata costantemente da una carica rituale unica, enfatizzata soprattutto dalle atmosfere epiche ed oscure che aleggiano sopra ogni brano, quasi a voler evocare tempi ancestrali e forze naturali primitive, tempi passati dominati da divinità della natura di cui ormai si son dimenticati i nomi. La musica degli Havukruunu è ancora una volta ispirata e attraversata in profondità da un paganesimo di tradizione finnica, un paganesimo che da tempi ancestrali si è trovato a confrontarsi costantemente con una natura selvaggia ed estrema, tanto ostile quanto intrigante, e abitato da primordiali forze oscure. Il black metal pagano suonato dagli Havukruunu rappresenta ancora una volta la sintesi perfetta dei Bathory più epici, dei Primordial più oscuri e battaglieri e dei Moonsorrow più pagani, dunque l’ascolto di questo Uinuos Syömein Sota ci fa immergere in atmosfere oscure, in grado di evocare tanto paesaggi dominati da una natura selvaggia brulicante di forze primordiali quanto scenari guerreschi di tempi ancestrali. Al contrario delle sensazione trasmesse dalla musica, le liriche degli Havukruunu si concentrano invece su tensioni interiori e preoccupazioni esistenziali. Quarantasei minuti suddivisi per otto brani che ci inghiottono nella loro atmosfera epica, oscura e pagana e ci fanno facilmente infatuare di questa ultima fatica in studio dei finlandesi. A mani basse, siamo al cospetto di uno dei migliori album black metal del 2020. Uinuos Syömein Sota è un disco sinceramente dedicato ai venti che soffiano nell’estremo nord del cuore di ogni individuo!

Mystras – Castles Conquered and Reclaimed (2020)

Mystras è il nome del nuovo progetto solista di quella mente geniale che è Ayloss (già noto per l’attività negli splendidi e ben più noti Spectral Lore) e con questo esordio intitolato Castles Conquered and Reclaimed ci propone un black metal di ispirazione medievale, attraversato da una profonda tensione insurrezionale che si infrange dirompente contro ogni gerarchia e autorità. La colonna sonora perfetta dunque per accompagnare l’assalto della plebe armata ai castelli e ai palazzi dei signori, nove inni di rivolta contro lo sfruttamento e l’oppressione, cinque agguati di black metal furioso e primordiale stemperati e inframezzati da quattro momenti strumentali in cui dominano le atmosfere e le melodie folk medievali.   Musicalmente Castles Conquered and Reclaimed si avvicina in maniera estremamente convincente a quel capolavoro che fu Dark Medieval Times dei Satyricon, con melodie e atmosfere folk di profonda tradizione medievale ad accompagnare e attraversare l’intera proposta di Mystras, una proposta che si erige magistralmente sulle coordinate di un black metal tempestoso e gelido di classica tradizione norvegese. Anche la registrazione stessa del disco ha un forte sapore di “trve norwegian black metal“, soprattutto per il fatto di essere infarcita di riverberi e per la sua natura profondamente lo-fi, spesso dando l’impressione di essere volutamente caotica e imperfetta nei suoni quando gli assalti black divampano in tutta la loro efferatezza e malignità. Inoltre molte delle melodie folk, ottimamente interpretate dal violino e dal flauto, che stemperano le sfuriate black metal sono prese direttamente dalla tradizione musicale medievale europea come nella traccia “Ai Vist lo Lop“. A livello di tematiche generali affrontate nel corso del disco, Ayloss sostiene di voler andar controcorrente rispetto alla narrazione storica incentrata sulle gesta e le figure dei re, dei cavalierie e dei signori, ponedo invece l’attenzione sul coraggio e il valore delle masse contadine e della plebe sfruttata che sempre sono insorte in nome della libertà, spesso pagando con la propria vita. Infine l’artwork di copertina, nella sua totale approssimazione, riesce comunque a risultare affascinante, nonchè a trasmettere un sapore fortemente diy e old school. All’assalto dei castelli dei signori e del loro mondo fatto di oppressione e sfruttamento, affinchè non ne rimangano nemmeno le macerie, mentre gli sfruttati danzeranno festosi nella notte tra le fiamme della gioia e al ritmo del medieval black metal suonato dal menestrello infernale Mystras.