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Minneapolis brucia! – Frammenti sparsi sulla scena hardcore di Minneapolis

L’articolo che andrete a leggere è stato pubblicato originariamente con alcuni tagli sul numero zero di Benzine, nuova fanza punx nata per volontà di alcune individualità della scena punk hardcore milanese e pubblicata negli scorsi mesi. Per chi non avesse avuto ancora la (s)fortuna di tenere tra le mani una copia di Benzine, sfogliarne le pagine ed imbattersi in questo articolo, beh ora potrete comunque leggervi questi frammenti sparsi sulla scena hardcore di Minneapolis direttamente su Disastro Sonoro!

BURN THIS RACIST SYSTEM DOWN!

Il 25 maggio, la polizia di Minneapolis uccide George Floyd, uomo afroamericano di 46 anni in modo brutale, tramite soffocamento mentre quest’ultimo ripeteva “i can’t breathe”, una frase oramai divenuta slogan delle lotte antirazziste. Il video dell’omicidio ha fatto il giro del mondo, così come hanno fatto il giro del mondo le immagini e i filmati delle proteste e delle rivolte cominciate quella stessa sera a Minneapolis e nel resto degli USA e che, fortunatamente, continuano ancora oggi senza dare impressione di volersi placare, anzi facendo scoppiare la scintilla anche lontano dal territorio statunitense (vedasi attacchi all’ambasciata USA ad Atene o manifestazioni in Francia degli ultimi giorni). Incendi delle caserme e delle questure, saccheggi dei negozi della grande distribuzione, strade invase dalla comunità nera che ha trovato la solidarietà e il supporto di altre comunità discriminate e oppresse (da quella latina a quella gay) e di altri proletari nella resistenza e nell’attacco ad un sistema economico-politico oppressivo, brutale e profondamente razzista nelle sue fondamenta. Minneapolis però per chi non lo sapesse nel corso dei decenni ha avuto un’importante e profondamente politicizzata scena hardcore/crust punk, con band attive in percorsi di lotta antirazzisti, antifascisti e più in generale apertamente schierati contro la repressione dello Stato e l’oppressione alienante e quotidiana del sistema economico capitalista. In questo periodo in cui Minneapolis e gli Stati Uniti bruciano di rabbia e di gioia, dato che il punk hardcore non è solo musica ma anzi una reale minaccia per questo esistente, mi permetto di affrontare un breve excursus sulla sua scena hardcore e tra alcuni dei gruppi che ritengo essere di maggior importanza. Solidale e complice con i rivoltosi di Minneapolis e di tutte le altre città che sono insorte, che il fuoco risplenda presto ovunque e che di questo mondo, del suo razzismo e della sua repressione poliziesca non rimangano altro che macerie. E conseguentemente, che l’hardcore e il punk tornino ad essere una mezzo per minare questo esistente nelle sue fondamenta.

“Posso solamente vedere un mondo migliore venire costruito sulle macerie di questo”

 

Appena appresi la notizia dell’omicidio di George Floyd mi balenò immediatamente in testa il titolo di un ep datato 1992 dei Destroy, storico gruppo d-beat/hardcore originario proprio di Minneapolis. “Burn this Racist System Down“, un titolo perfetto per descrivere tanto le cause strutturali di un sistema che ha portato e permesso quest’ultimo come centinaia di altri assassini di matrice razzista per mano poliziesca, quanto le motivazioni che hanno spinto migliaia di persone a fare divampare le fiamme della rivolta per le strade della città, probabilmente spinte dal desiderio di una vita radicalmente diversa da questa non-esistenza dominata dalla miseria economica, sociale e umana che il capitalismo impone e difende con la violenza dei suoi apparati repressivi e con la sua legge borghese.

Difatti, come accennato nell’introduzione, nel corso degli anni 80 e 90, fino ad arrivare fino ad oggi, Minneapolis ha visto emergere una fertile e attiva scena punk-hardcore, di cui i Destroy sono certamente una tra le band più importanti, tanto dal punto di vista strettamente musicale quanto a livello politico. Un’altro dei gruppi crust punk probabilmente più noti emerso dall’underground hardcore di Minneapolis alla fine degli anni ’80, nonché uno dei più longevi, son stati sicuramente i Misery. Formatosi nel 1988, nel 1991 pubblicano prima un ep devastante,  preludio di quello che a pochi mesi di distanza sarebbe stato il loro primo album intitolato “Production through Destruction“, un concentrato di crust punk fortemente imbastardito da derive “metalliche” come da tradizione britannica degli anni ’80, ovvero quel brodo primordiale che potremmo definire semplicemente “stenchcore”. Un album che fin dal titolo sottolinea però le posizioni politiche che animano il progetto Misery, visto che a far da filo conduttore alle undici tracce troviamo una serrata critica e un brutale attacco al sistemo economico capitalista che sacrifica tutto e tutti sull’altare del profitto, devastando e saccheggiando territori e risorse, sfruttando e opprimendo esseri umani e animali nell’ottica di una produzione senza fine e fuori controllo.

Non mi dilungherò inutilmente a parlare di questo o quell’altro album firmato dai Misery, perchè credo sia più importante riportare qualche aneddoto legato all’impegno politico che ha sempre caratterizzato l’esistenza stessa della band e tratto da un’intervista rilasciata proprio dal gruppo a Profane Existence qualche anno fa, collettivo ed etichetta diy che nacque proprio a Minneapolis nel 1989 sotto forma di fanzine. Parlando dell’allora nascente scena punk hardcore della città, i Misery dichiararono che fu importante al fine di creare una rete di gruppi e collettivi punk politicamente attivi su posizioni libertarie, anti-gerarchiche e contro lo stato, un raduno di una parte del movimento anarchico avvenuto proprio nel 1985 a Minneapolis. Questo, sempre in accordo con le parole della band, servì a creare un terreno fertile per far divampare e diffondere le idee anarchiche e un certo modo di intendere la lotta politica all’interno della scena punk hardcore locale. Inoltre nel corso dell’intervista i Misery ricordano e rivendicano con gioia il giorno in cui una manciata di punx ubriachi costrinse alla fuga un gruppo di nazis che si erano presentati ad un concerto organizzato in città, distruggendo i finestrini delle loro auto.

Minneapolis è una città che ha sempre avuto problemi con una profonda e radicata questione razzista e razziale e i fatti degli ultimi mesi post omicidio di Floyd non hanno fatto altro che porre sotto l’attenzione mediatica qualcosa che viene vissuta quotidianamente da decenni da parte della popolazione nera e di altri segmenti della popolazione discriminati, emarginati ed oppressi, ma chiaramente non solo in un’ottica passiva. Difatti sempre sul finire degli anni ’80, per contrastare le crescenti violenze razziste perpetuate da gruppi di nazi-skinhead che iniziavano ad aggirarsi per le strade di Minneapolis, si formò una crew denominata Baldies, che rispondeva violentemente colpo su colpo alle azioni di questi suprematisti bianchi, riuscendo in questo modo a non far mai emergere e attecchire in città una scena musicale Nazi-White Power. Fu proprio a partire da questa embrionale realtà che si sviluppò e venne fondato successivamente a Minneapolis l’ARA (Anti-Racist Action), una rete creata all’interno delle sottoculture punk e skinhead per fronteggiare e contrastare attivamente le violenze e le discriminazioni razziali, col fine di organizzare vere e proprie azioni per colpire gruppi o eventi legati al suprematismo bianco e al fascismo. Son gli stessi Misery a parlare del loro coinvolgimento in questa rete antirazzista nella stessa intervista a Profane Existence sopracitata, giusto per sottolineare nuovamente il profondo legame che intercorreva ai tempi tra la scena hardcore punk e la lotta concreta ad ogni forma di discriminazione e fascismo nelle strade di Minneapolis.

Tornando brevemente a parlare dei Destroy!, anch’essi si formano come i Misery nel 1988, ma la loro attività in quanto band durò molto meno, terminando nella primavera del 1994. Questo non influì sull’importanza che ricoprirono tanto all’interno della scena hardcore di Minneapolis quanto nei percorsi di lotta, due dimensioni che per la band erano intrecciate e indissolubili. Come già scritto in precedenza nel 1992 i Destroy! registrano e pubblicano quello che ritengo essere il loro lavoro migliore, più intenso e diretto, ossia il 7″ intitolato “Burn this Racist System Down“, un titolo che era attuale tanto allora quanto lo è oggi che Minneapolis e tutti gli Stati Uniti sono invasi dalle fiamme della rivolta di migliaia di persone pronte a sovvertire un sistema strutturalmente razzista.  La pubblicazione di questo Ep fu possibile grazie ad una label DIY creata da Felix Havoc, cantante degli stessi Destroy!, pochi mesi prima. Una label che successivamente sarebbe diventata un punto di riferimento per la scena crust/hardcore punk underground mondiale, pubblicando sia gruppi di Minneapolis legati ai Destroy come i Code 13 sia gente come Skytsystem o Wolfbrigade. Inutile ancora una volta dilungarmi sul disco in questione, ascoltatevelo e se riuscite leggetevi i testi incentrati su questioni che spaziano dall’antirazzismo alla lotta femminista, testi che ritengo di uno spessore meritevole d’attenzione ancora oggi.

Abbiamo parlato approfonditamente della scena hardcore punk di Minneapolis a cavallo tra la fine degli anni 80 e l’inizio dei 90, ma sarebbe un errore madornale pensare che oggi questa stessa scena non sia altrettanto viva e politicamente attiva. Infatti ritengo fondamentale spendere due righe per parlare dei War//Plague, gruppo attivo dal 2008 e impegnato a suonare un crust punk fortemente bellicoso e profondamente legato all’impegno e alla lotta politica. Trovo infatti sia interessante riportare alcune questioni che la band stessa ha affrontato nel corso di un’intervista datata maggio 2019 rilasciata a DYI Conspiracy, un collettivo-webzine statunitense attivo nella scena hardcore e punk più politicizzata in senso anarchico. Intervista il cui titolo stesso, “Punk is a Way of Protes and Political Movement“, riprende le parole dei War//Plague e sottolinea esplicitamente cosa intende il gruppo di Minneapolis in merito alla natura e a cosa dovrebbe significare ancora oggi suonare hardcore e/o punk in tutte le sue forme e sfumature. Nel corso dell’intervista la band si sofferma a parlare dell’importanza che ha avuto la scena hardcore locale sull’evoluzione del proprio modo di pensare all’impegno e alla lotta politica, così come dell’idea che il punk non dovesse essere solo una mera questione musicale bensì essere un mezzo di protesta e rivolta, oltre uno strumento per diffondere e condividere messaggi di natura politica come l’antirazzismo, l’antifascismo e la lotta contro lo Stato e il Capitale. Andy Lutz, cantante del gruppo, inoltre ci tiene a ricordare con gioia un fatto accaduto quando era solo adolescente durante un concerto in un spazio DIY di Minneapolis chiamato Bomb Shelter, conclutosi con scontri con un gruppo di poliziotti intervenuti per interrompere la serata. Sia Lutz che Lefton (chitarrista della band), evidenziano costantemente nel corso dell’intervista la visione collettiva dei War//Plague a proposito del punk-hardcore (e specialmente di sottogeneri come il crust o l’anarco punk) come sottocultura e movimento intimamente politico e schierato, come mezzo per urlare la propria rabbia nei confronti di questo esistente e questo sistema che sfrutta, opprime e reprime e un modo per connettere persone con tensioni affini.

 

Servirebbero ancora troppe righe e molto spazio per parlare di altri gruppi che ritengo fondamentali (State of Fear e Code 13, su tutti) e altri eventi che hanno attraversato e animato la scena hardcore di Minneapolis nel corso dei decenni, ma probabilmente per l’intento originale con cui è nata la stesura di questo articolo penso sia giusto terminare qui il nostro viaggio, perchè il punto di partenza e di arrivo dovrebbero essere solamente le rivolte e le insurrezioni che hanno incendiato Minneapolis e gli Stati Uniti fino a poche settimane fa e la totale solidarietà che va a tutti e tutte i/le insorti/e.  E sottolineare ancora una volta che la scena hardcore e punk in tutte le sue sfaccettature dovrebbe essere ancora oggi uno strumento per attaccare questo mondo nella sua totalità, sforzandosi di allontanare il rischio troppo spesso concreto e reale di chiudersi nei propri spazi esaurendo la propria rabbia e le proprie tensioni urlando frasi vuote in un microfono. Convertiamo le nostre parole in fuoco, con la speranza che Minneapolis continui a bruciare e l’impegno a rendere l’hardcore ancora una reale minaccia!

 

 

“Repressi sul palco ma in realtà…” – Comunicato dei/delle RAF Punk,1982

“Repressi sul palco ma in realtà…” è il titolo di comunicato/volantino scritto dai RAF Punk, probabilmente primo vero e proprio gruppo anarcho/queer punk bolognese, distribuito insieme alla compilation “Schiavi nella città più libera del mondo” nel 1982. Compilation a cui parteciparono Stalag 17, Anna Falkss e Bacteria, tutti gruppi appartenenti alla scena bolognese. Un comunicato che, riletto a distanza di decadi, funge da ottima fotografia di cosa fosse la scena hardcore punk politicizzata italiana degli anni ’80; un comunicato che in molti passaggi (per esempio quando si parla di torture nelle carceri o leggi repressive speciali) potrebbe risultare più attuale che mai. Rileggere oggi certe parole affinchè si torni a rendere l’hardcore davvero un’arma per minacciare l’esistente, un mezzo con cui riaccendere i fuochi di rivolta contro questo sistema oppressivo, alienante e che ci reprime tanto a livello personale quanto politico. Una fotografia disillusa, forse dalle tensioni nichiliste, ma estremamente vivida e sopratutto autocritica di sè, del punk-hardcore, delle proprie realtà e del proprio tempo. Come scrivevano i /le Raf Punk ribelliamoci alla morte!

REPRESSI SUL PALCO MA IN REALTA’…

Merda! Finiamo ogni giorno sempre più nella merda e neppure ce ne accorgiamo. Abbiamo iniziato col non meravigliarci più dei progressi della tecnologia (e fin qui niente di male) e siamo finiti a non meravigliarci e ad accettare come normale, perfino banali, le leggi speciali, i fermi per la strada, i soprusi continui, le perquisizioni, le schedature, i pestaggi, i fogli di via, gli arresti immotivati, addirittura la tortura nelle carceri. 

Rimaniamo completamente cinici, freddi, indifferenti, di fronte ai massacri, ai militari inviati da ogni parte per dare dimostrazioni di efficienza e professionalità, rimaniamo passivi di fronte al militarismo crescente, ai morti di eroina, ai missili che ci circondano, ai faccioni dei macellai affamati di sangue nei manifesti stradali, alle radiazioni sprigionate dalle centrali che fanno aumentare a dismisura i cancri nel nostro corpo, ce ne stiamo qui come sanguisughe capaci ormai solo di fregarci l'uno con l'altro o di sbranarci quando la salvezza non è più possibile.

Ed anche quest'anno ci siamo fatti le nostre squallidamente programmate vacanze a Rimini, a Porto Recanati o in Grecia, per i compagni solo a parole. Anche quest'anno ci prepariamo a farci fottere in una scuola che ci fa schifo ma che non abbiamo neppure più voglia di scuotere e sabotare, o magari ci faremo togliere quel piccolo desiderio di rivolta, di vita, di libertà, di gioia e di calore umano che ci è rimasto, lasciandoci rinchiudere in un carcere camuffato da breve, utile e formativa vita militare.

E pure, saremo disposti a non accorgerci delle ossa rotte, delle botte continue, dei pavimenti coperti di sangue, dei litri di acqua salata, facendo magari attenzione solo agli onesti e caritatevoli amici della DC o del PSDI (e sotto sotto anche del PC), indignati per l'inconcepibile trattamento a cui sono stati sottoposti i democratici e giusti Zorro italiani, disgraziatamente incarcerati.

Intanto l'autorità militare ci rassicura che i leggeri disordini sono stati domati, che non è successo niente, che lo spettacolo continuerà regolarmente.

MA SIAMO DAVVERO DISPOSTI AD ACCETTARE TUTTO CIO'?

Mussolini è ormai più che putrefatto. Tambroni non lo ricorda più nessuno. Cossiga, che sfiga è sparito, ma sotto la giacca di Spadolini si intravede una divisa.

PER QUANTO ANCORA ACCETTEREMO?

Svegliamoci, gettiamo via la disco, i faccini falsamente soddisfatti e ribelliamoci alla morte, chiediamo, urliamo, critichiamo, pensiamo, VIVIAMO.

Per l'anarchia, dalla finzione alla realtà.

(Chi si lascia opprimere, opprime anche te. Digli di smettere...)

 

L’hardcore da solo non è rivolta! – Urto Nudo, CD benefit op.Bialystok

All’alba del 12/06, a seguito dell’operazione repressiva anti-anarchica rinominata Bialystok, son state arrestat* 7 compagn*. Gli Urto Nudo, gruppo hardcore punk romano, han quindi deciso di pubblicare un CD benefit, uscito ieri, per i compagni e le compagne colpite dall’infame repressione statale, perché l’hardcore è ancora una minaccia e perché, come dicono loro, l’hardcore da solo non è rivolta! Di seguito potete leggere il comunicato degli Urto Nudo.

“E alla fine ci siamo riusciti.
Cd benefit op.Bialystock.
In questi mesi siamo stati costretti a essere privati delle nostre iniziative, dei nostri concerti e di tutti i momenti di socialità costruiti, spesso, per sostenere chi si trova in difficoltà.
Oggi più che mai, riteniamo che far uscire questo cd per sostenere i detenuti, compagni e compagne, anarchici e anarchiche, sia essenziale.
Comprare questo CD non significa solo avere qualcosa da ascoltare in macchina o in cameretta, significa essere solidali con gente come noi a cui è stata privata la libertà di vivere.
Caricheremo online la registrazione, in modo che possa essere accessibile a tuttx, il disco non avrà un costo specifico ma sarà ad offerta libera, vi chiediamo solamente di mettere una mano sulla coscienza prima di decidere quanto lasciarci.
Sarà disponibile già da stasera, mandateci un messaggio e vi diremo dove potrete trovarlo, o altrimenti ci sbattiamo per portarvelo noi nei prossimi giorni.
Vivere Hardcore non significa (solo) andare ai concerti o farsi un gruppo, significa essere complici e solidali con chi questo sistema marcio lo vuole combattere, con ogni mezzo necessario.
Perché “l’hardcore da solo non è rivolta”.
Rifiutiamo una vita stabilita da loro,
rifiutiamo una vita senza futuro.
URTONUDO-Roma Punx”

Absolut Country of Sweden

 

Nell’ultimo periodo di questa ennesima estate terribile fatta di lavoro e zero vacanze, mi son ritrovato spesso ad ascoltare tre dischi usciti nel corso di questo tragico 2020, accorgendomi solamente in un secondo momento si trattasse di tre lavori provenienti dalle lande svedesi, nonchè tutti e tre prodotti da e pubblicati tramite la Phobia Records, etichetta diy maestra nello scovare, produrre e supportare quanto di meglio ci sia attualmente in giro in ambito d-beat/hardcore e crust. Questa ennesima tormenta di furioso vento scandinavo proveniente dalla Svezia mi ha dunque invogliato a scrivere le righe che state leggendo, per il semplice fatto che l’hardcore/d-beat (qualcuno lo definirebbe kangpunk) svedese ha sempre ricoperto un ruolo importante all’interno dei miei ascolti (Avskum e Anti-Cimex su tutti) e rimane tuttora uno dei sound che maggiormente apprezzo all’interno del vasto panorama hardcore punk. Dunque, per farla breve con questa introduzione tediosa e futile e per lasciare finalmente spazio alle “recensioni” e alla scoperta dei protagonisti di questo articolo, ecco a voi tre nuove uscite che, pur senza inventare nulla di nuovo, vanno a dare nuova linfa alla scena hardcore/d-beat svedese. Tre band e altrettanti dischi che potremmo definire assolutamente rappresentativi delle varie e per certi versi, anche se in minima parte, differenti tensioni che hanno animato nei decenni la scena d-beat/punk svedese, e che, pur mantenendo un’iconico quanto seminale swedish sound,  riescono nell’ardua impresa di non suonare tutte completamente uguali, regalandoci così tre lavori estremamente godibili e pregni di quell’attitudine e quel sapore old school che non stona veramente mai. In poche parole, Absolut Country of Sweden… Niente di più, niente di meno.

Exploatör – Avgrundens Brant

Gli Exploatör sono un “super gruppo” della scena hardcore/d-beat svedese; tra i componenti troviamo infatti gentaglia già attiva in gruppi come Warcollapse, Disfear, Dischange e soprattutto Totalitar. Non a caso i Totalitar appaiono fin dal primo ascolto come la principale e viscerale influenza degli Exploatör, e questo nuovo disco ha il grande pregio di riuscire a trasmettere la stessa attitudine e le stesso sapore di quei due classici della scena hc svedese che rispondono al nome di Ni måste bort e Sin egen motståndare. Un disco che, per via del sound e dell’approccio del gruppo, potrebbe addirrittura sembrare prodotto e registrato tra la fine degli anni 80 e l’inizio dei 90, ed è stata probabilmente intenzione del gruppo conferire al disco intero un aurea che richiama fortemente la vecchia scuola kangpunk svedese. Ammetto si faccia davvero fatica ad aggiungere altre parole per descrivere le dieci tracce che compongono un album solido e irruento come Avgrundens Brat, un concentrato rabbioso e appassionato di hardcore punk/d-beat in salsa svedese dal sapore profondamente old school e che, traccia dopo traccia, manifesta un amore sincero verso la fondamentale lezione che hanno lasciato i Totalitar (tra gli altri) sulla scena scandinava e su quella mondiale. In poche parole, se sentite la mancanza dei Totalitar e da anni siete alla ricerca di un gruppo degno di prendere il loro testimone, non ci sono dubbi, gli Exploatör fanno al caso vostro e dovreste correre immediatamente ad ascoltarli senza remore! Absolut T-beat worship!

Socialstyrelsen – Med Rädsla För Livet

Med Rädsla För Livet , è invece il primo full lenght in casa Socialstyrelsen, giovane gruppo con le radici ben salde nella tradizione crust punk svedese dei primi anni duemila. Partendo da sonorità che ricordano certe cose fatte dagli ultimi Avskum, i/le nostr* giungono ad un sound che li avvicina agli immortali Skytsystem e addirittura ai Martyrdod, tanto i più recenti quanto quelli di dischi come in Extremis o Paranoia, ovvero un d-beat/crust punk influenzato profondamente da tendenze che si potrebbero definire “neo crust” (termine che aborro) e da pulsioni dal sapore vagamente black metal. In questo quadro di sfumature e influenze, di tensioni e sonorità, i Socialstyrelsen riescono però a sintetizzare un sound quanto meno personale se non proprio originale, dimostrando una buona capacità compositiva, sopratutto per quanto riguarda alcuni riff veramente azzeccati, e grazie sopratutto alle vocals graffianti della cantante Hanna che rendono la proposto del gruppo svedese estremamente godibile e di assoluto impatto. L’attitudine e la sincerità con cui i/le nostr* suonano e interpretano i quattordici brani (alcuni addirittura anthemici come Alltid Knivfull) presenti su questo Med Rädsla För Livet sottolineano tutta la passione che muove i Socialstyrelsen nel spararci addosso questa tempesta di swedish crust punk che non lascia scampo e che per quasi ventidue minuti ci prende a cazzotti in pieno volto senza tregua, senza mostrare alcuna pietà o segni di cedimento. Crust punk ist krieg!

Parasit – Samhällets Paria

Ci troviamo dinanzi ad un altro gruppo pieno di volti noti della scena svedese (punk e non solo), visto che nei Parasit possiamo trovare brutti ceffi che suonano o hanno sunato in band del calibro di Asocial, Diskonto e addirittura nei death metallers Interment. Il sound dei Parasit, a differenza degli altri due dischi che abbiamo affrontato sopra, parte si da un’hardcore punk chiaramente di matrice svedese ma risulta più marcio, meno melodico e nel complesso dunque più pesante e sporco, come se la lezione seminale di band come gli Asocial o i Mob 47 fosse stata estremizzata al punto giusto, rimanendo su quel confine labile che divide i territori propri dell’hardcore svedese dai lidi dominati da sonorità metal più o meno estreme. Sono principalmente le vocals ad opera di Henke che in alcuni frangenti sembrano oltrepassare questi confini  per dar vita ad un’ibrido a metà strada tra uno scream vagamente black metal e un urlato più tipico del crust. Un suono crudo e rabbioso, dal riffing veloce quanto basta per dar l’impressione di venir travolti improvvisamente senza lasciar possibilità di prendere fiato e da una batteria serrata su ritmi principalmente d-beat che ci martella in testa fino sbriciolare la nostra mente e tutto ciò che la abita. Nessuna inversione di rotta significativa o chissà quale innovativa dose di originalità nel sound proposto dai Parasit, ma ancora una volta, in direzione sempre ostile, rabbiosa e convinta sulla propria strada, il gruppo svedese ci spara nelle orecchie a tutto volume una perfetta sintesi, furiosa e brutale, di tutto ciò che è stato il seminale e primordiale hardcore/kangpunk svedese. Citando proprio gli Asocial, band che al mio orecchio rimane la più viscerale influenza che emerge dal sound dei Parasit: “How Could Hardcore be Any Worse?”.

A Blaze in the Northern Sky #04

In darkness no one reigns, the night has no king, the night has no queen, in darkness no one reigns… (Feminazgul)

Quarto appuntamento con A Blaze in the Northern Sky, rubrica interamente dedicata alle uscite più interessanti in ambito black metal e che ha come unico obiettivo quello di parlare di gruppi, collettivi e individualità impegnati a tenere viva la fiamma nera in un’ottica dichiaratamente e fortemente antifascista, antirazzista e che si oppongono in modo netto e concreto a tutta la feccia nazi, razzista, omo-transfobica, sessista e/o ambigua che purtroppo infesta ancora la scena del metallo nero. Feminazgul, Wulfaz e Uprising, i gruppi di cui vi parlerò nelle seguente righe, incarnano perfettamente questa visione del black metal e ci hanno recentemente regalato tre dischi molto interessanti che meritano di essere scoperti, ascoltati intensamente e approfonditi. Nell’oscurità nessuno regna, ricordatevi che la notte non ha né re né regine… per l’insurrezione, per il black metal!

Feminazgul – No Dawn for Men (2020)

Un progetto black metal dalle tinte atmosferiche (in alcuni tratti riconducibile alla scena e alle sonorità cascadian di Wolves in the Throne Room e compagnia) apertamente e fieramente antifascista e che nelle sue liriche tratta tematiche legate al femminismo, alle questioni queer e alla totale distruzione del patriarcato e del machismo. Ditemi voi cosa si dovrebbe volere di più da un gruppo black metal oggigiorno se non tutte queste cose sopra elencate. Inoltre, come se non bastasse, il monicker dietro cui si celano le compagne Margaret, Laura, Meredith e Tez, richiama in maniera voluta la figura del Nazgul di tolkeniana memoria, quindi, ribadisco, cosa mai dovremmo chiedere di più a codeste sacerdotesse devote unicamente al culto del “metallo nero”? La risposta, scontata, è assolutamente niente. Anche perchè se caso mai cercassimo delle risposte, No Dawn for Men spazza via qualsiasi dubbio, perplessità o questione sull’intensità e sulla qualità compositiva del black metal suonato da/dalle Feminazgul. Partendo da una base che affonda nettamente le proprie radici in una tradizione prettamente statunitense di suonare black metal, specialmente quella dalle derive più atmosferiche e dalle tinte più “naturalistiche” di matrice cascadian, la proposta di Feminazgul non abbandona però mai completamente quella primitiva ed istintiva irruenza selvaggia tipica del metallo nero old school di matrice norvegese, riuscendo così a sintetizzare una ricetta estremamente convincente e dall’attitudine fortemente iconoclasta e bellicosa. La nostra esperienza con No Dawn for Men assume presto le sembianze di un oscuro rituale iniziatico durante il quale verranno invocate ed evocate entità maligne pronte a inghiottire quei due gelidi ed intimi mostri che rispondono al nome di patriarcato e capitalismo, incatenando nell’oscurità senza fine ogni forma di omo-transfobia e machismo, di sfruttamento e discriminazione.  Come al solito inutile approfondire questa o quell’altra traccia nello specifico (anche se l’iniziale Illa, Mother of Death, I Pity the Immortal e Forgiver I Am Not Yours sono ottimi esempi di cascadian black metal in cui tutti gli elementi, dalle vocals dannate e lancinanti ai momenti più atmosferici dominati dal synth e dagli intermezzi di viola, trovano la loro perfetta sintesi) dato che questo disco dev’essere vissuto come fosse un vero e proprio viaggio ritualistico che, attraverso le otto tracce-tappe, conduce verso nessuna alba per l’uomo e condanna, con aggressività iconoclasta, all’eterno tormento l’esistente capitalista, i suoi difensori e le sue divinità. I was not made to be gracious and i will carry this hatred to my grave… 

Questo bellissimo “No Dawn for Men” è in arrivo in formato tape anche grazie a Scadavera Records, una nuova etichetta black metal totalmente diy nata nelle oscure lande del nord Italia e dalle viscere del collettivo Semirutarum Urbium Scadavera. http://https://scadavera.noblogs.org/post/2020/07/19/nasce-scadavera-records/

Wulfaz – Sotes Runer (2020)

Con questo nuovissimo Sotes Runer i Wulfaz ci danno un’ulteriore assaggio di quel sound che loro stessi definiscono Runic black metal. Se già sul precedente Eriks Kumbl, di cui vi parlai proprio nel terzo appuntamento di “A Blaze in the Northern Sky”, la proposta lirica e musicale del gruppo danese aveva catturato il mio interesse, Sotes Runer non fa altro che proseguire sulla strada tracciata in precedenza riuscendo ancora una volta ad affascinarmi e a rinnovare l’affetto che nutro nei confronti del duo danese e della loro musica. Nelle tre tracce per una durata complessiva che si aggira attorno ai quindici minuti, il sound dei Wulfaz è sostanzialmente sempre lo stesso, anche se in questo caso sembra avvicinarsi ancor più prepotentemente al selvaggio black metal della tradizionale seconda ondata norvegese con i Darkthrone a spiccare come influenza principale insieme a quel sapore vagamente viking che riporta alla mente i primissimi Enslaved, il tutto senza allontanare completamente dalla propria proposta quell’attitudine e quel gusto raw punk che emergono soprattutto nell’irruenza espressiva e nello spirito bellicoso che avvolgono l’intero lavoro. Anche su questo Sotes Runer l’ispirazione lirico-concettuale da cui prende forma la proposta dei Wulfaz rimanda ad incisioni runiche e antichi rituali norreni, e questo immaginario viene espresso in maniera chiara e suggestiva fin dall’artwork di copertina. Sotes Runer non punta solo su ritmi sostenuti e furiosi assalti black metal, ma dimostra una capacità di giocare con rallentamenti, mid-tempos e un riffing che non disdegna mai completamente la ricerca della melodia, tutti elementi che rendono il disco tutt’altro che ripetitivo o noioso. Inoltre tremolo picking e blast beats (forse più presenti rispetto alle ritmiche d-beat del precedente lavoro) sono evidentemente ingredienti ancora fondamentali iscritti nel dna del black metal suonato dai Wulfaz e difatti possiamo notare facilmente l’importanza che rivestono all’interno del songwriting delle tre tracce. E mentre veniamo definitivamente inghiottiti dall’atmosfera pagana creata da Sotes Runer, realizziamo che Wulfaz rappresentano senza ombra di dubbio una delle entità più interessanti dell’intero panorama (viking) black metal odierno. And remember…There is no place for nazis in Valhalla!

Uprising – II (2020)

“call them priests, call them nazis call them 1%, call them greedy fucking bastards call them cowards, conservative power-lusting snakes they’re all afraid of you, the critical masses…”

Nell’ultimo periodo, le lande teutoniche stanno offrendo un discreto numero di interessanti realtà black metal dalla natura fortemente antifascista e che scelgono nettamente il lato della barricata da cui schierarsi in una scena troppo spesso piena di nazi, ambigui o simpatizzanti, dagli Hyems agli Elurra, per citare solamente due gruppi recentemente recensiti su queste pagine. Sembra difatti che il terreno in ambito black metal sia particolarmente fertile in Germania, con una qualità generale delle uscite veramente alta e e in grado di portare una ventata d’aria fresca in un genere spesso troppo saturo o ripetitivo. Rientra perfettamente in questo contesto “II”, ultimo album partorito in casa Uprising, progetto dietro cui si celano il braccio e la mente di Winterherz, già membro dei ben più noti Waldgefluster. Quarantatre minuti di intenso e allo stesso tempo melodico metallo nero che strizza l’occhio alla vecchia scuola scandinava attraverso il ricorso al gelido quanto letale tremolo picking, ma che non si limita mai nella ricerca di soluzioni melodiche, sopratutto nel riffing, in grado di creare la giusta atmosfera e smorzare l’irruenza degli assalti selvaggi di natura più marcatamente black. Dopo una breve suite intitolata emblematicamente “Introduction“, ci abbandoniamo completamente alla bellezza di una traccia come “There’s No Such Thing as Hope“(probabilmente uno dei momenti migliori di tutto il disco), con il suo forsennato riffing iniziale e con i blast beats (opera di una drum machine che però non va ad inficiare della qualità generale dell’opera) a donare al brano un’atmosfera veramente battagliera e devastante. Bellissima anche una traccia come “Lesson in Basic Human Empathy”, un’assalto all’arma bianca di barbaro black metal che non mostra mai segni di cedimento, con un testo che si schiera nettamente contro ogni sorta di discriminazione di natura razziale e/o sessuale. Nel complesso ci troviamo trafitti da sette tracce di black metal attraversato da tensioni riottose che si presentano come veri e propri inni incediari di rivolta contro un mondo oppressivo in cui regna l’ingiustizia, lo sfruttamento e la prevaricazione ai danni degli ultimi e degli sfruttati. Le liriche di II, impregnate di questa selvaggi carica sovversiva, mostrano inoltre il potenziale del black metal come mezzo per diffondere un viscerale e istintivo odio contro ogni forma di oppressione e per far divampare il fuoco e le fiamme dell’insurrezione nei confronti di questo mondo. Per concludere, come potrei non spendere due parole sullo splendido artwork di copertina che, riprendendo uno stile riconducibile alle miniature di epoca medievale, mostra l’uccisione di un despota e di un vescovo da parte di una manciata di contadini rivoltosi, mentre sullo sfondo le fiamme inghiottono un castello, simbolo del potere autoritario e dell’oppressione. Black metal ist Klassenkrieg!

Evil Fragments #03

 

Terzo attesissimo appuntamento con Evil Fragments, come dovreste ormai sapere rubrica interamente dedicata a sonorità crust punk e d-beat. Mai come questa volta ci troveremo ad affrontare quasi esclusivamente lavori usciti recentemente in ambito d-beat e raw punk che affondano le proprie radici in profondità tanto nel sound svedese quanto nella affascinante scena giapponese, grazie alle ultime devastanti uscite di Fragment, Languid e Scarecrow. Ci sarà spazio però anche per parlare dell’ultimo ep targato Alement, gruppo a quanto pare cresciuto a pane e stench-crust di matrice britannica, perchè, ed è bene ricordarlo, i “frammenti del male” sono tanti, diversificati e pronti ad inghiottirci senza lasciarci vie di fuga o attimi per riprendere fiato, trascinandoci giù con loro in un abisso dominato solo dall’oscurità!

Alement – Onward (2019)

Onward, ultima fatica in casa Alement, è un perfetto esempio di apocalittico stench-crust punk dal sapore ottantiano che pesca a piene mani dall’underground britannico dell’epoca e dalla lezione primordiale di gentaglia brutta, sporca e cattiva del calibro di Axegrinder, Deviated Instinct ed Hellbastard. Niente di nuovo sotto al sole, ma vi assicuro che questo ep di sole tre tracce è quanto di meglio si possa ascoltare ultimamente se si è amanti viscerali di quel brodo primordiale a metà strada tra il metal e il punk conosciuto a suo tempo come stenchcore. I toni epici e le atmosfere oscure che avvolgono i tre brani disegnano paesaggi guerreschi e lande desolate post-apocalittiche in cui solo la desolazione regna sovrana e ciò che resta degli esseri umani è divorato dalla rassegnazione più totale. Sedici minuti abbondanti per immergersi completamente in questa tempesta oscura di stench-crust in cui emergono prepotenti le influenze più doom e thrash metal degli Alement, influenze che rendono ancora più affascinante l’ascolto dell’intero lavoro. Non c’è molto altro da aggiungere dinanzi ad un ep così interessante, se non forse soffermarsi e sprecare fiato e parole per parlare del gusto che i nostri dimostrano per la creazione di aperture melodiche dalle tinte scure e per la costruzione di atmosfere terrificanti che accompagnano la nostra discesa nelle viscere di Onward, un disco che potrebbe benissimo esser stato partorito dalla scena crust britannica di fine anni 80. E mentre la conclusiva titletrack ci accompagna fuori dalla tormenta stench-crust scatenata dagli Alement, gli ululanti venti del caos spirano preannunciando l’apocalisse che verrà…

Languid – Submission is the Only Freedom

Con questo nuovissimo Submission is the Only Freedom, i Languid tornano all’assalto con la loro devastante miscela di crudo hardcore punk/d-beat condensata in otto feroci tracce che non lasciano scampo e sembrano non aver la minima pietà per le nostre orecchie. Se mai ce ne fosse stato bisogno (e la risposta è ovviamente affermativa) i nostri punx canadesi riescono ad incarnare con questa ultima fatica in studio il perfetto punto di incontro e di sintesi tra lo swedish d-beat sound degli Anti Cimex di “Absolute Country of Sweden” e il rumoroso raw punk dei  Disclose di “Once War Started”, mantenendo sempre le radici ben salde nella primigenia lezione d-beat dei maestri Discharge, regalandoci così otto tracce devastanti e pronte a distruggere qualsiasi cosa si trovi per errore sul loro cammino. La doppietta che ci introduce a questo Submission is the Only Freedom rappresentata da “Stench of Death” e “No Peace“, mostra fin da subito l’irruenza battagliera del sound proposto dai Languid che, come un tornado ci inghiotte, ci trascina con sè e non ci lascia un secondo per riprendere fiato. “Path of Devastation”, così come la penultima “In Darkness“, è invece una di quelle tracce che riescono ad imprimersi nella memoria fin dal primo ascolto grazie sopratutto ad un riffing preciso, ad un assolo accennato ma quanto mai azzeccato e delle vocals abrasive che richiamano sia i primi Discharge sia gli Anti-Cimex. In generale gli otto brani, avvolti in una patina dai tratti vagamente crust, presenti su questa ultima fatica dei canadesi Languid non superano praticamente mai i due minuti di durata e proprio per questo riescono a colpire nel segno sotto forma di brevi quanto devastanti assalti di d-beat/hardcore punk che lacerano la carne e lasciano solo macerie al loro passaggio. Infine, nota di merito per l’artwork di copertina che accompagna Submission is the Only Freedom, un’artwork in grado fin da subito di rendere chiari gli intenti bellicosi e privi di pietà espressi dal sound crudo e irruento dei Languid. Absolute country of Canada… nient’altro che questo.

Fragment – Serial Mass Destruction (2020)

Serial Mass Destruction, ultimo lavoro targato Fragment, è una assoluta mazzata in pieno volto di raw d-beat punk che non lascia spazio ai compromessi e che sembra non provare alcuna pietà nei nostri confronti. Affondando le radici tanto nella scena d-beat svedese quanto in quella raw punk giapponese, i nostri punx canadesi di Halifax celati dietro il nome Fragment, ci regalano solo otto minuti di intensità e rabbia che non guardano in faccia niente e nessuno, tirando dritti per la loro strada come una tempesta che inghiotte e distrugge tutto ciò che si trova dinanzi. Un disco purtroppo di sole cinque tracce che si conficcano nella nostra carne facendo deflagrare in tutta la sua potenza questo concentrato di rumoroso e crudo d-beat/hardcore che riesce perfettamente ad insinuarsi nella nostra testa. I Fragment non inventano nulla di nuovo, certo, ma sanno maneggiare e modellare la materia d-beat in modo del tutto personale e godibile, al punto che ci si troverà più volte di fila ad ascoltare questo devastante “Serial Mass Destruction”, un lavoro che difetta solamente nella durata, davvero troppo esigua per un lavoro così intenso e che sa come colpire nel segno ed imprimersi nella memoria. Discharge, Disclose, Framtid, Mob 47 e primissimi Anti-Cimex sono le principali influenze condensate nella proposta e nel sound dei Fragment, ma i nostri riescono ad aggiungere a tutto questo una minima dose di personalità che ci permette di godere a fondo dell’ascolto di questo Serial Mass Destruction senza aver l’impressione di “fin troppo già sentito”, rischio che spesso si corre in ambito d-beat/hardcore, scena estremamente satura negli ultimi tempi, ad essere sinceri. It’s only a mass of Scandi-japanese raw sound attack and that’s the way i like it baby!

Scarecrow – Revenge (2020)

Un vortice di violento e roboante vento scandinavo accompagna una tempesta furiosa di d-beat punk… ecco da cosa veniamo inghiottiti quando iniziamo l’ascolto di questo devastante Revenge ultima fatica in studio per gli Scarecrow. Un d-beat hardcore/kångpunk radicato in profondità nella scena svedese degli anni 80/90 e che si inserisce in quel solco scavato a suo tempo da dischi fondamentali come “Karnvapen Attack” dei Mob 47, “Crucified by the System” degli Avskum ma soprattutto “Sin Egen Motståndare” dei Totalitar! Un hardcore punk furioso e senza cedimenti, sorretto in modo estremamente godibile da ritmi d-beat vecchia scuola che riportano alla mente un modo tutto svedese di suonare questo genere, tanto che si avrà spesso la sensazioni di essere all’ascolto di qualche lavoro sconosciuto della scena kangpunk degli ’80. Rabbia viscerale e irruenza espressiva che sembra non conoscere compromessi o soste sono le sensazioni che trasudano da questo Revenge, una vera e propria mazzata in pieno volto che lascia storditi , in cui gli otto brani (tutti molto brevi) prendono le sembianze di schegge di d-beat/hardcore impazzite che vanno a conficcarsi nelle nostre orecchie senza alcuna pietà. Ne sono esempi perfetti la seconda traccia intitolata “This Misery“, in cui si sente profondamente l’influenza dei Totalitar, “Ourorobos” e “Zero Tolerance”, ottimi momenti di rabbioso d-beat/hardcore pronto a distruggere qualsiasi cosa e che lascia addosso una voglia indescrivibile di pogare selvaggiamente, incuranti dei lividi e delle ossa rotte. Scandi…ehm no, North Carolina Jawbreaker!

 

 

“Delle galere solo macerie” – Solidarietà ai/alle compagni/e arrestati/e in seguito all’operazione Bialystok

All’alba del 12/06, a seguito dell’operazione repressiva anti-anarchica rinominata Bialystok, son state arrestat* 7 compagn*.

Negli ultimi tempi si può notare un aumento delle operazioni repressive nei confronti di compagne e compagni che ogni giorno attaccano direttamente lo Stato e il Capitale, dagli arresti seguiti all’operazione Ritrovo per chi lotta contro carceri e cpr, fino ai divieti di dimora a chi lotta contro le frontiere ad Oulx. In alcuni casi come successo a Bologna, questa ondata repressiva mostra un netto e per nulla celato intento preventivo che denota il timore dello Stato per eventuali tumulti o insurrezioni che potrebbero scoppiare a seguito di una situazione socio-economica che andrà peggiorando sempre più. Per questo oggi più che mai bisogna ribadire la nostra solidarietà e complicità con tutti coloro che mettono a repentaglio la propria libertà affinché di questo mondo, delle sue frontiere, delle sue carceri non rimangano altro che macerie!

Infine, visto che “l’hardcore è una minaccia” non è un mero slogan, ci tengo a sottolineare che a seguito dell’operazione Bialystok è stato arrestato Claudio, attualmente cantante dei romani Greve, e attivo da anni all’interno della scena punk-hardcore italiana.

Liberi tutti, libere tutte! Fuoco alle galere!

COMUNICATO DEI E DELLE COMPAGNI/E DEL BENCIVENGA OCCUPATO:

Sull’operazione Bialystock

Aridaje.
L’ennesima operazione repressiva anti-anarchica è iniziata all’alba del 12/06/20 nei territori dominati dallo stato italiano, francese e spagnolo. In grande stile, quindi passamontagna e armi spianate, le guardie hanno perquisito diverse abitazione sequestrato il solito materiale e arrestate 7 persone, 5 di loro sono in carcere e 2 agli arresti domiciliari.
Nulla di nuovo sotto il cielo stellato.
Le accuse che lo stato muove contro di loro sono varie, tra cui la solita associazione sovversiva con finalità di terrorismo oltre ad incendio, istigazione a delinquere ecc ecc.
Ora, non è importante stare dietro ai loro cavilli giudiziari, ma è necessario ribadire che l’azione diretta, il mutuo appoggio, il rifiuto di ogni gerarchia e di tutte le autorità e che la pratica della solidarietà sono espressione della nostra tensione anarchica.
Non ci interessa entrare nella logica colpevol*/innocent*, le individualità colpite sono le nostre compagne e avranno la nostra vicinanza, solidarietà e complicità.

Ros merde
Ad ognuno il suo.

Alcun* occupant* del Bencivenga Occupato

Per il momento, gli indirizzi conosciuti dei e delle compagne arrestate sono:

Nico Aurigemma
C.C Rieti
Viale Maestri Del Lavoro, 2 – 02100 Vazia (RI)

Flavia Di Giannantonio
C.C Femminile Rebibbia
Via Bartolo Longo 92. Roma 00156

Claudio Zaccone
C.C Siracusa Via Monasteri, 20C.
Contrada Cavadonna
Siracusa 96100

Per concludere riporto anche un comunicato scritto dai e dalle compagni/e del Kavarna di Cremona dal titolo “Smascherare il Nemico – Note sul’operazione Bialystok”:https://roundrobin.info/2020/06/15191/

Asfissia-Compilation Ardecore Benefit – Supporta Radio Blackout!

Due giorni fa è stata pubblicata una compilation hardcore benefit per supportare Radio Blackout, di seguito riporto una breve storia-biografia del progetto e due informazioni sulla compilation. Supportate perché l’hardcore non è solo musica, ma collaborazione, supporto e deve tornare ad essere una reale minaccia per questo esistente!
Dal 1992 Radio Blackout trasmette libera nell’etere torinese. Una radio che intreccia i suoi percorsi con i posti occupati, i centri sociali, le altre radio libere, i lavoratori, gli studenti, l’antiproibizionismo, la gioia, i rave, il transgenderismo, le nuove tecnologie, i movimenti di liberazione, gli indios, gli editori indipendenti, la buona cucina, e autoproduzioni, gli stati alterati, i prigionieri politici, l’antipsichiatria e quanto altro c’è stato e ci sarà. La radio vuol essere un percorso collettivo per un momento di aggregazione, ma anche un confronto continuo e di partecipazione attiva. Radio Blackout vive senza pubblicità grazie alle iniziative che organizza e all’impegno personale dei redattori, dei DJs e di chi le sta vicino.

Asfissia-Compilation Ardecore Benefit (ACAB) libere frequenze. Vol I: rivolta di inediti e rarità dal profondo della scena

12 brani inediti di 12 gruppi che spaccano, dalle cantine e dalle sale prove,dai palchi e dagli archivi, benefit per l’unica banda libera in città. Tear Me Down, Culto del Cargo, Charlie, Amphist, Mucopus, Hyle, No More Lies, Cimex, Sumo, F.C.T., Evil Cosby e Gli Ultimi.

Mercoledi 3 giugno la compilation benefit è stata presentata durante l’aperitivo Controinformativo Ardecore Balengo in onda in fm sui 105.250 Radio Blackout. Dallo stesso giorno la compilation è in free streaming e scaricabile tramite donazione sulla pagina: https://www.sostieniradioblackout.org/, pagina che contiene contributi audio, podcast, dischi e letture, tutti benefit libere frequenze.

A questa società che ci vuole togliere ogni libertà,a questo controllo che vorrebbe stritolarci ad ogni latitudine e con ogni pretesto, a questo vuoto e questo silenzio che vorrebbero soffocarci, noi rispondiamo, affamat* di ossigeno e di vita: Hardcore!

Burn this Racist System Down

Noi giriamo in tondo nella notte e siamo divorati dal fuoco

Minneapolis, 25 maggio. George Floyd, uomo afroamericano di 46 anni, dopo essere stato fermato, ammanettato e steso al suolo, viene ucciso dalla polizia tramite soffocamento. Nonostante ripetesse di non riuscire a respirare, il poliziotto ha continuato a tenerlo steso a terra spingendo con forza il proprio il ginocchio sul suo collo, soffocandolo lentamente. Un omicidio poliziesco ai danni di una persona non bianca che non è certamente il primo negli USA. Un omicidio di natura profondamente razzista ma che è intimamente legato con sé una serie di dinamiche e condizioni socio-economiche quali la povertà e la miseria di grandi fasce di popolazione, tanto negli Stati Uniti quanto nel resto del mondo, che subiscono costantemente l’oppressione, lo sfruttamento e la repressione da parte dello Stato posto a difesa dei privilegi e degli interessi di un sistema economico che mette dinanzi a tutto, soprattutto alla vita umana e non, il profitto selvaggio e la merce.

Da quella stessa notte del 25 maggio sono scoppiate rivolte generalizzate in tutta Minneapolis e che hanno ispirato focolai di rivolta in altri centri urbani statunitensi, da Denver a Louisville. Rivolte della popolazione nera, ma non solo. Rivolte dei sottoproletari contro un esistenza di miseria e sfruttamento. Contro la brutalità della polizia tanto quanto contro un sistema che quotidianamente si fa sempre più opprimente e che “impedisce di respirare” per chi appartiene ad una classe sociale che non è quella dei padroni. Una rivolta generalizzata e diffusa che ha preso di mira non solo questure e caserme, simbolo della brutalità e del preciso ruolo della polizia all’interno del sistema capitalistico, inghiottite dalle fiamme e dal fuoco, ma anche centri commerciali e negozi della grande distribuzione assaltati e saccheggiati. Perché, citando Vaneigem:

La lotta degli operai contro la merce è il vero punto di partenza della rivoluzione. Essa fa vedere chiaramente come il piacere di essere se stessi e di gioire di tutto passa attraverso il piacere di distruggere in modo totale ciò che ci distrugge ogni giorno.

Nei video e nelle immagini dei saccheggi che giungono da Minneapolis trasuda tutta la gioia che porta con sé l’atto di distruzione della merce e della sua oppressione, così come la bellezza del saccheggio e della condivisione dei prodotti del lavoro salariato riappropriati e sottratti alle logiche mortifere e alienanti del commercio e del profitto. Dopotutto i saccheggi della merce sono un’azione ancora più legittima se si pensa che viviamo in un sistema economico che sacrifica le nostre vite sull’altare del profitto di pochi e sulla produzione di oggetti e prodotti per lo più inutili, simboli dello sfruttamento e dell’alienazione salariale.

Appena ho appreso la notizia dell’omicidio di George Floyd mi è immediatamente tornato in mente il titolo di un ep datato 1992 dei Destroy, storico gruppo d-beat/crust originario proprio di Minneapolis. “Burn this Racist System Down“, un titolo perfetto per descrivere tanto le cause strutturali di un sistema che ha portato e permesso questo come centinaia di altri assassini di matrice razzista per mano poliziesca, quanto le motivazioni che hanno spinto migliaia di persone a fare divampare le fiamme della rivolta per le strade della città, probabilmente spinte dal desiderio di una vita radicalmente diversa da questa non-esistenza dominata dalla miseria economica, sociale e umana che il capitalismo impone e difende con la violenza dei suoi apparati repressivi e con la sua legge borghese.

 

Da giorni ininterrottamente Minneapolis brucia di rabbia e di gioia contro un sistema politico ed economico oppressivo, assassino e razzista nelle sue fondamenta. Un sistema che affama, sfrutta e crea miseria per milioni di persone. Che di questo mondo e della sua polizia rimangano dunque solo macerie. Che risplenda presto il fuoco dei rivoltosi di Minneapolis in ogni dove e che sia d’esempio affinché possiamo cominciare a respirare aria di libertà.  Non ha potuto respirare George Floyd. Non possono respirare milioni di oppressi e sfruttati ovunque nel mondo. Non ci rimane dunque che bruciare questo sistema razzista nelle viscere e lasciarne solo cenere.

Convertiamo le nostre parole in fuoco. Che le fiamme di Minneapolis possano presto raggiungere le nostre città affinché accendino la miccia per far divampare la nostra rabbia e la nostra gioia.

Schegge Impazzite di Rumore #10

Decimo appuntamento con le Schegge Impazzite di Rumore? Davvero? Incredibile tutta questa costanza da parte mia, non me lo sarei mai aspettato. Al di là dell’autoironia, questo decimo capitolo della miglior rubrica in cui la scena punk hardcore italiana possa attualmente imbattersi (sto a scherza’), è una sorta di speciale e vi spiego anche perché. Praticamente un anno fa stavo lavorando effettivamente al primo numero della fanzine cartacea di Disastro Sonoro e dunque in occasione di questo evento mai concretizzatosi avevo scritto una manciata di “brevi” recensioni che fino ad oggi non hanno ancora visto la luce. Qualche giorno fa le ho ritrovate, riguardate e dopo averle rilette (e sistemate) mi sono accorto non facessero così tanto schifo e che avrebbero meritato di veder la luce. Visto che lasciarle lì a marcire non ha troppo senso, quale migliore veste se non Schegge Impazzite di Rumore per pubblicarle? Ecco, dunque buona lettura tra scemi, idioti civilizzati e altre canaglie punx.

Idiota Civilizzato, Vecchio Son, Bologna

Scemo – Caccia alle Streghe (2019)

Dalla scena underground milanese viene vomitato fuori questo nuovo progetto dall’inequivocabile nome (sono quasi convinto sia una citazione diretta al brano dei Peggio Punx) che pubblica la sua prima fatica dall’incisivo titolo “Caccia alle Streghe“. Gli Scemo sono un’entità impegnata a suonare un hardcore punk senza fronzoli, veloce quanto basta e che tira dritto per la sua strada, riuscendo a condensare in dieci tracce sia la lezione più classica del genere di scuola italiana e statunitense (primi Negazione, Peggio Punx o Poison Idea per fare dei nomi) sia gruppi più recenti e moderni che però si rifanno ad un’attitudine coerente e in linea con la vecchia scuola hc. Difatti al primo ascolto di “Colpo Basso“, traccia posta in apertura di questo “Caccia alle Streghe“, ho immediatamente pensato ai Tørsö , ma anche a gruppi come Wallbreaker o Exit Order (ma senza le melodie vagamente post punk di questi ultimi). Ecco se volessi in estrema sintesi definire gli Scemo potrei pensare a loro come la versione italiana dell’hardcore rabbioso dei Tørsö, chiaramente non solo perchè entrambi i gruppi hanno in comune le rabbiose vocals femminili, ma sopratutto per l’attitudine in your face, per l’intensità che attraversa tutto il disco e per la capacità di scrivere pezzi hc fuoriosi e adrenalinici a cui è seriamente difficile resistere. Se non siete scemi e sceme correte veloci ad ascoltarvi questa bombetta di hardcore punk, non ve ne pentirete!

A Culture of Killing – The Feast of Vultures, The Cry of a Dove (2019)

A Culture of Killing è una one man band milanese cresciuta a pane e anarcho punk in salsa “Crass Records”, questo in breve. Ma in realtà addentrandosi nell’ascolto di questo “The Feast of Vultures, The Cry of a Dove…“, scopriamo che c’è molto di più. Già sul precedente debutto di qualche anno fa nel sound proposto da Luca (mente e corpo dietro questo progetto) si ritrovano tutti gli ingredienti più classici del genere, nonostante questo “The Feast of…” suoni più vicino ai The Mob e agli Zounds piuttosto che all’irruenza più rabbiosa di Crass o Conflict. Inoltre A Culture of Killing non si fa mancare nemmeno divagazioni melodiche in territori post-punk in stile Vex e A Touch of Hysteria e qualche pulsione addirittura goth che rendono il sound molto più variegato e personale, riuscendo a catturare quel sapore e quel gusto per le melodie oscure/decadenti tipiche di certe uscite dell’underground post-punk e death rock britannico degli anni ’80 . Citando una famosa pubblicità, cosa vuoi di più dalla vita? Rilasciato a marzo dello scorso anno, questo lavoro merita di essere ascoltato più e più volte, sopratutto se avete un’ossessione morbosa (come il sottoscritto) per tutto quello che è uscito dalla “Crass Records” e dall’underground britannico anarcho/post-punk dal 1979 al 1984.

Golpe – Subisci, Conformati, Rassegnati (2019)

Caos non musica. Potremmo terminare così, liquidando in tre parole la proposta dei Golpe, nuova misteriosa entità libera e selvaggia che se ne sta in agguato negli abissi polverosi della metropoli milanese pronta ad attaccare con tutta la sua furia cieca. Cinque tracce di caos non musica, ribadisco, che parte dalla primordiale lezione degli immortali Wretched, prende in prestito tutto il marciume del d-beat hardcore giapponese di Warhead, Crow e simili e arriva a lambire territori d-beat/crust svedesi cari a Mob 47, Anti Cimex e Totalitar. Raw d-beat/hardcore classico, non originale ma estremamente godibile, suonato con attitudine e passione e che riesce a dare quel sapore fortemente old school che sta sempre bene e di cui sono perfetti esempi tracce come “Istruzioni di Vita” o “Non Piegarti“. Stanchi di subire l’esistente, esistenze non conformi che creano crepe nel quotidiano per farla finita con la rassegnazione e l’abitudine che lentamente corrode e uccide. Caos non musica, affinché non rimangano che macerie di questo mondo!

Idiota Civilizzato – Civiltà Idiota (2019)

Nuovo Ep in casa Idiota Civilizzato! Quattro nuove schegge di rumore impazzite ancorate come al solito alla vecchia scuola dell’hardcore punk italiana degli anni ’80! “Civiltà Idiota” potrebbe benissimo trattarsi di un misterioso Ep registrato, dimenticato e mai pubblicato intorno al biennio 1983-85, epoca d’oro dell’hardcore punk italiano. Le sonorità a cui sono fortemente legati gli Idiota Civilizzato hanno infatti lo stesso sapore, la stessa rabbia, la stessa identica irruenza e la stessa attitudine del punk hardcore che fu e difatti si può udire in modo chiaro l’influenza che le prime fatiche dei Declino, dei Peggio Punx, dei primissimi Negazione e degli Impact hanno avuto sulla musica degli Idiota Civilizzato! “Uno e Nessuno” e la conclusiva “Guerra di Spettri” son due vere e proprie scariche furiose di pugni nello stomaco e personalmente le ritengo essere le tracce migliori di questo “Civiltà Idiota“. So’ cortellate quando volete, cantava qualcuna tanti anni fa e “Civiltà Idiota” è proprio questo: coltellate selvagge dal primo all’ultimo minuto. Liberi e selvaggi contro questa civiltà e la sua idiozia!