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“La noia armata. Le mie evasioni”

Com’è dev’essere spaventoso immaginarsi l’amore in un’era radioattiva, tra anonimi menhir di cemento in post-moderni cromlech paranoici, un viaggio senza ritorno in zone di alienazione inesplorate tra le macerie della nostra miseria, tra le rovine dei nostri tormenti feticizzati, tra i frammenti indigesti delle nostre poesie inoffensive. Da quant’è che non piove più in questo inverno infinito? Una lama arrugginita puntata alla mia gola, una lama arrugginita puntata al simulacro dell’esistenza. Il sabotaggio di ogni certezza, la diserzione della vita quotidiana. Uno scoppio infrange il silenzio assordante che avvolge la notte, un pacco bomba esplode alle porte del domani, un comunicato di rivendicazione firmato “alcunx annoiatx che hanno smesso di sognare e di aspettare”. Come a voler dire che non c’è più alcuna gioia da armare, bensì un’infinità di noia da fare esplodere. Senza nessuna ragione, ma con tutti i motivi del mondo. Se credevate di aver messo camicie di forza a tuttx i/le giovanx selvaggx, preparatevi ad agguati ed imboscate nelle vostre vite vinte e divorate dall’attesa, nella vostra sicurezza di cambiare tutto non cambiando assolutamente niente, nel vostro apparente migliore dei mondi possibili che puzza di prigionia e incubi. In fin dei conti non proviamo nessun tipo di affetto per questa realtà priva di significato e privata di ogni avventura, reale o immaginata che sia.

Non vedo più il mio riflesso nelle vetrine distrutte. Non vedo più la mia ombra proiettata da queste insegne luminose. Ho le mani insanguinate e questo sangue non si lava. Sbattetemi in prima pagina, sono un mostro, come tutti voi del resto. Scende la notte, si aprono portali sul mio abisso spettrale, resto in piedi con sguardo sprezzante a sfidare le mie voragini che desiderano inghiottirmi per saziarsi. È pazzia o è la morte? Mentre la pallida luna fa compagnia ai fantasmi con cui danzo, mi inietto un fottuto veleno che ha il sapore del miele più buono mai assaggiato dall’uomo. Dopotutto senza veleno non c’è l’antidoto. L’ora più buia è dietro l’angolo, inciampo sui detriti delle bugie che mi racconto e delle maschere che non ho più voglia di indossare per il vostro spettacolo. Stupida, inutile, affannosa ricerca, forse di qualcosa, forse di niente. Non c’è più nulla di originale. Arrendersi o reagire? Credere di essere immortali quando in fondo si è già morti. Impressioni sfuocate, tensioni incontrollabili, esistenze profane. Inchiostro sprecato, scrivo le mie evasioni e le do in pasto ai miei stessi carcerieri.

In caduta libera, ancora costretti a sanguinare. Non ci sono più sogni, non c’è più gioia. Prima che tutto sia altro, è forse giunta l’ora di amare questa noia che ogni giorno lentamente ci uccide.

Evil Fragments #04

Quarto appuntamento con Evil Fragments, un appuntamento però per certi versi diverso dai precedenti tre. Questa volta saranno solamente due i protagonisti di questa ennesima discesa tra i frammenti del male e rispondono al nome di Corrupted Human Behavior e Mace Head. Sara diverso sopratutto il mood generale che accompagnerà la lettura delle seguenti recensioni, perchè le atmosfere, le ambientazioni e i paesaggi evocati dalla musica dei due gruppi sono in grado (o quanto meno lo spero) di portarvi a vagare con la mente e l’immaginazione per campi di battaglia dominati dalla distruzione e lande desolate invase da odori nauseabondi di morte, in rotta verso l’ignoto tra toni apocalittici, oscurità senza fine e lamenti lancinanti di eterna dannazione. Verso un sole che non sorge mai, che le orde barbariche vadano all’assalto di questo mondo e delle sue macerie. E allora quale colonna sonora migliore per tutto questo, se non quel brodo primordiale marciulento e oscuro conosciuto come stenchcore?

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Flussi di (in)coscienza, di Gabriela Yankov

Sabato 7 marzo, da qualche parte a Saronno, ricordi dell’ultima taz a poche ora dall’inizio della quarantena obbligatoria e forzata. A tarda notte compare sul “palco” uno strano duo celatosi dietro il nome di Gabriela Yankov, rumore assordante e parole lancinanti, flussi di coscienza che sfondano gli argini e irrompono bruscamente nel reale. Il noise in tutte le sue sfaccettature, in tutte le sue forme ed interpretazioni, avvolge l’intera struttura e le persone al suo interno ne vengono senza pietà inghiottite. Esperienza destabilizzante, intensa. Il tempo sembrava essersi fermato. Breve vero, ma intensissima. Gabriela Yankov, poco dopo, come era apparsa, svanisce nel nulla, senza lasciare alcuna traccia di sè, se non vaghi quanto confusi ricordi nelle menti e negli occhi di qualche povero/a sventurato/a che aveva assistito esterrefatto/a alla performance. 

Credo vi starete tutt* chiedendo il perchè del racconto introduttivo in cui vado a riesumare un ricordo dell’ultimo compleanno del Telos dello scorso marzo, ricordo ancora abbastanza vivido nel mio subconscio. E adesso capirete da soli/e il perchè ho voluto iniziare proprio parlandovi di quel momento e di quella esperienza. Quello che sto scrivendo e che vi appresterete a leggere sarà infatti un articolo molto diverso dagli altri in cui, fino ad oggi, vi siete imbattuti, perchè è una delle poche volte che Disastro Sonoro funge da semplice mezzo per permettere di diffondere pensieri scritti da qualcun altr* e che ritengo meritino di trovare spazio, di essere diffusi ed esser letti da più individualità possibili, incontrando magari le stesse tensioni e la stessa affinità che animano molti di noi. Sono dunque estremamente contento di lasciare spazio su questa pagine virtuali ad alcuni flussi di (in)coscienza partoriti dalla mente e firmati dalla penna di Gabriela Yankov, pseudonimo dietro cui si cela un misterioso quanto affascinante progetto noise che si aggira come un fantasma sulle rive del Garda. Magari prima o poi potremo tornare a sentire questi stessi testi urlati  in un microfono durante qualche serata in mezzo a capannoni industriali abbandonati e consumati dal famelico scorrere del tempo e di questi bui tempi in cui tutto è merce, anche noi e come tale veniamo miseramente divorati/e. E’ solo silenzio quello che ci rimane? Lascio la parola ai flussi di coscienza di Gabriela Yankov…

Lascio andare il flusso, non sciupo la giornata, non annego nei problemi, non sono distratto dai ronzii del televisore fatui e illusori. Alla fine pure un poco provato in certe situazioni, fragile, rido. La disperazione lascia il tempo che trova, può essere che vivere di rimpianti corroda. Corroda?! Mentre sono certo che nell’insinuarsi dell’acido malefico per tristi scopi porti ad avere un buco nero nel cervello, necessario in questo vivere come presenza nell’esistente. Come l’acqua, però la disparità forse è eccessiva, persone alla deriva, crollo di nervi, apparente tranquillità, inquietante benessere al soldo sempre sporco anche se ormai sempre più vago(vano)nell’aria, che soffoca in alcuni e alcune le prospettive…Loro per noi, noi per loro a infrangere silenzi e creare interminabili rumori…Non ci vedi?! Siamo qui. Gabriela. “disillusione in dissolvenza” 15/07/20″
“Non sono sconfitto,potevo essere vinto,delle vostre epoche nefaste e cordiali ma pessime paranoie ne faccio a meno.Mi scuaglio al sole di luglio e la mascherina si bagna di sudore,gli stormi di rondini sono indaffarati,la birra è fresca e le sigarette diventano mille.Stringo forte i miei ricordi bacio profondamente i miei affetti,mi commuovo in giro senza un’apparente perché?! Sono qui,non tremo,agitato per eventi di sfogo,sonno e felicità unica medicina nel mondo andato a male,come unica arma un velo di imbarazzo,una montagna d’amore e grammi di soggezione,non mi arrendo,tiro dritto,i miei desideri sanno aspettare ma scalciano ogni giorno per atti pieni di vita fino a lanciarvi brutte merde l’ultima pietra e poi di sta società il nulla. Gabriela”
“Bene?! Siete contenti ora?! Il peggio sembra essere passato? Ma qual è il vero male che ti affligge? Eterno amore per smog,scosse per aria,segnali e inquinamento dai si?! Non va bene così? Andrà tutto bene?! Vomito,mi libero,mi spacco la testa,mi sfogo,piango assai e rido disteso,non posso fare a meno di dimenticare ciò che opprime come la vera malattia.Dove l’essere umano pecca grave? Sulle basi e per acida invidia e squallida ingordigia.Un mondo diverso è sempre possibile,voltare pagina non è semplice,la guerra più difficile ogni cazzo di giorno,bombardati di stronzate,desidero nessun ruolo e nessun codice e legge..se per avere nessun obbligo devo fare la miseria e sia.Solo nella morte cerebrale del mostro che è il tempo che divora carriere e sogni,distrugge famiglie,fa covare pessimo e inutile odio,si può trovare briciole di libertà e sbranare ore.Tempo da schifo,stato di merda,distanze incolmabili per alcuni,crolli in previsione,emozioni in svendita,vita?! Assurda,a tratti magica spesso d’una bellezza inaccettabile ma da overdose nonostante tutto…mai cedere,mai tradirsi,prova e riprova ascolta?!!..Il silenzio è ciò che rimane. Gabriela”

C’è questo tempo ancora – Max/Contrasto (da Radio Punk)

…l’esempio dei compagni con il piombo in canna e con la rabbia di quegl’anni. Si è fatta l’ora! Si è fatto il nostro tempo! (Strada per Strada – Contrasto)

Mi capita raramente, molto meno di quello che vorrei in realtà, di postare su questo blog contributi scritti da terze parti e quando lo faccio è solamente perchè mi trovo in totale sintonia e affinità con chi scrive, con le parole che vengono scritte, con le questioni che vengono sollevate, con le analisi che vengono prodotte e con gli spunti di riflessioni che esse susctanto. E’ capitato con il volantino “Alle creste colorate preferiamo il passamontagna” firmato Schifonoia (e non solo), con il contributo dal titolo “Numeri e Incompatibilità” ad opera di Scaglie di Rumore e con “Yes Sir, I Will” interessante analisi prodotta dai compagni di Distrozione. E ricapita ora con questo testo scritto da Max dei Contrasto per le pagine virtuali dei compagni e delle compagne del blog Radio Punk, persone realmente stupende che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente e con cui condivido un preciso modo di vedere e intendere la musica e la scena punk hardcore. Buona lettura e passate da Radio Punk, non ve ne pentirete!

 

Mi ricordo un treno, nella memoria stanca
che andava a tutta velocità
a marcia indietro^

Siamo sempre qua. Fermi. Come le montagne. Nullo sorride gentile in questo pomeriggio di ricordi e castagne mentre Ornella si stringe al cancello di casa. Leggera. Pare ancora settembre. Briciole di pane secco. Vecchie scarpe. Rivoli e carraie. E le radici. Gli orti incolti. Grossi rami sospesi da terra. Poi. Quest’odore di legno ferito. Et capì tabac?
C’è stato un tempo in cui è bastato vivere. E notti stellate, bellissime. Attorno a un fuoco.

Notte
al segno di una croce.
E ancora non capisco se il mio ruolo
stia dalla parte di chi adora
supplica
piange
o di chi immerge la lancia**

C’è stato un tempo di pane e barricate. Piombo. Morose. Grilli. Cazzuole. E lunghe attese. Il problema non era tanto uccidere il gerarca fascista o la spia fascista. Che aveva la sua importanzaMa la ripercussione nell’opinione pubblica. Nori veste sobria e attraversa distratta il campo di fondo. Mentre Visone racconta di Porta Nuova, di Ather Capelli. Di Dante, di Bravin e di viale Mugello. Azioni determinate. Determinanti. Un autentico senso
di lotta e di vita nei giorni più belli.

Eppure. Ogni volta che la storia ha ripreso, ha sempre avuto un punto di comunicazione.
Di relazione. E di continuità con quella che è stata la storia precedente.
Non per un raccogliere piatto di ciò che era avvenuto. Che sarebbe quasi antistorico.
Ma perché in un certo qual modo quelle esperienze e quelle realtà trasmettevano qualcosa°

C’è stato un tempo rapido. E un contadino nella metropoli. Così sei tornata a Bologna. Nella tua casa di San Vitale. Se mi dovesse accadere qualcosa pensate a mia figlia.Barbara. Laura. Elena. Mara. E tutte le altre. Con i timori e la gioia. E una corsa al sapore di vita. Le battaglie lasciano segni. Le parole solo sogni.

La nozione liberatoria è una concezione, un modo di guardare la galera.
Guardarla individuando i punti deboli dell’organizzazione carceraria e i punti forti dell’ingegno collettivo dei reclusi. Guardarla in funzione dell’evasione.
Tante mani che lavorano assieme*

C’è stato un tempo in cui è bastato vivere ogni storia di quel tempo. Ogni sguardo. Ogni respiro. Inciampandovi più volte. E vecchie mura di una scuola abbandonata. Come stai? Assassini. L’immagine è quella di un corteo, di un fiume in piena. Di un dito medio tra due sgherri e di Torino in poster. Di una ferita che rimargina in un sogno. Di lame e spranghe.

Max

Sono più di due anni che Mauro passa da una struttura all’altra,
da una pillola all’altra, da un pacchetto di Winston blu all’altro
e dall’idea che uscirne sarebbe tragica soluzione
tanto quanto restarci, tanto quanto niente.
Mauro sente un cordone stretto al collo.
Mauro è un cordone stretto al collo, ma con un nodo fatto male.
Questa non è forse guerra? Dimmi, anche questa non è forse guerra?

Ivan lascia parlare gli occhi mentre smonta e rimonta più volte una vecchia cassetta di Laura Pausini. Sembra una vela in rimessa la voce di Frank oggi a pranzo. Mentre parla sottile, guardando per terra. Tra un’onda ed un piatto di pasta. Come una scheggia di legno salato. E la stretta di polvere e sabbia su quel mare che a volte sospende il bisogno.
Ogni giorno è uguale all’altro. Un tempo immobile. Un sonno ininterrotto. Giovanni scrive mentre le ore si perdono. Dilatano. Ingoiano freddo, sempre freddo. Anche quando l’aria si fa insopportabile e alle narici solo quest’odore. Con la voce che arrugginisce.

Ci sono parole che si posano sulla bocca e altre che si raccontano con le mani.
Libertà è una di queste, è parola di scavo. Quando ci si libera con le proprie mani anche se il progetto s’infrange, la libertà la si è conquistata comunque.
Sembrerà bizzarro da dire, ma da quel canneto affacciato sul mare, da quel batticuore di sfida, con il carcere già alle spalle, io non sono più rientrato, ho preso il largo e se non io lo ha preso il mio immaginario*

C’è questo tempo ancora. E noi. Senza più alibi a vuoto. Parte di queste storie attraverso il respiro dei nostri giorni. Perché nel senso del quotidiano (nel senso del quotidiano) s’appoggia il carico di queste storie. Di queste persone. Per continuare a scavare.
Si è fatta l’ora. Si è fatto il nostro tempo.

max/contrasto hc

^ Nullo Mazzesi
** Giovanni Farina
° Prospero Gallinari
* Beppe Battaglia

Lords of Olona Wasteland Chaos

THAT’S THE WAY WE LIKE IT BABY, WE DON’T WANT TO LIVE FOREVER!

Fine della quarantena, data sconosciuta. Il mondo come lo conoscevamo prima della pandemia non esiste più e forse è un bene. Secondo alcuni esperti il virus sembrerebbe essere stato debellato per sempre, secondo altri esso è pronto nuovamente ad infettare ciò che rimane degli esseri umani per trasformarli definitivamente in creature che nemmeno la morte può portare con se. In questo scenario surreale e post-apocalittico, nella Valle della Morte impestata dai fumi nauseabondi che fuoriescono dalle acque putride dell’Olona, si aggirano numerose orde di guerrieri-zombie ubriachi marci fino al midollo portatori unicamente di morte e distruzione per tutte le lande desolate del varesotto. Il nome di due di queste bande di non-umani rieccheggia nel vento e porta con sè sventura, provocando terrore in quelle poche comunità di sopravvissuti che popolano le mortifere wastelands. Motron e Overcharge, questi i loro terribili nomi, signori incontrastati del caos su queste terre dominate dalla desolazione e dalla paura. Chiudetevi in casa, blindate porte e finestre perchè un vortice di d-beat, raw’n’roll e speedmetalpunk si sta avvicinando per spazzare via qualsiasi cosa trovi sulla sua strada. 

Si avete sentito bene: Motron e Overcharge sono riemersi dalle acque putride dell’Olona, sono di nuovo on the road per le lande desolate della valle della morte e sono pronti nuovamente a portare il caos e distruzione per tutte le terre del varesotto, tenendo sempre alta la fiamma immortale del metal-punk grazie a due nuovi devastanti dischi capaci di scatenare l’inferno in terra! Il primo novembre del 2019 viene finalmente pubblicato il nuovo lavoro in casa Motron intitolato “Who’ll Stop the Rain?“, mentre il 20 di marzo è il turno di “Metalpunx”, ultima fatica targata Overcharge. Ed ora è giunto il momento di parlarvi di queste due vere e proprie dichiarazioni di guerra accompagnate da una colonna sonora a base di d-beat, crust punk, speed metal e rock’n’roll!

Per questioni di cuore partiamo da “Who’ll Stop the Rain”, disco che ho avuto il piacere e l’onore di coprodurre senza pensarci due volte, andando sul sicuro con i Motron che ormai ritengo essere uno di quei gruppi garanzia tanto a livello di sound quanto a livello di attitudine. Fin dai tempi della loro prima demo datata 2003 il sound dei Motron si componeva, anche se in modo ancora acerbo, di due anime ben definite: quella più legata ad un rock’n’roll stradaiolo di ispirazione motorheadiana e quella maggiormente influenzata dal d-beat/crust di mostri sacri quali Discharge, Extreme Noise Terror e perchè no Driller Killer.  Oggi a distanza di sei anni, questo sound, rinominato dai nostri semplicemente “Raw’n’Roll”, è ancora il punto di forza dei Motron e rappresenta ancora una volta la ricetta vincente su un disco a tratti perfetto come “Who’ll Stop the Rain”. Tredici tracce in cui l’anima più raw e quella roll (richiamate anche dalla denominazione dei due lati del disco) vengono miscelate alla perfezione come forse mai era avvenuto nei precedenti, seppur ottimi, lavori del gruppo varesino. Un disco questo “Who’ll Stop the Rain” in cui le suddette due anime continuano a fondersi ma al contempo rimanere ben definite, permettendo in questo modo di poter sentire perfettamente tutte le influenze da cui prenda vita il devastante Motron-sound: dalla furia frenetica delle composizioni che richiama i primi seminali lavori degli Extreme Noise Terror alla brutalità martellante del d-beat di scuola Discharge, passando per un riffing crust tipico dei Driller Killer o dei Doom alternato ad un groove profondamente rock’n’roll a la Motorhead (influenza che ho sentito principalmente negli assoli) e un’attitudine generale dell’intero lavoro molto stradaiola, bellicosa e ancora visceralmente legata all’underground. La cartucciera dei Motron questa volta può contare su tredici proiettili praticamente letali a cui si somma la cover di “Potere Nelle Strade” dei Nabat rivisitata in chiave raw’n’roll da buona tradizione motroniana che si rispetti che non ha nulla da recriminare all’originale. Tracce come Hair of the Dog, la titletrack, Forget, Into my Cage o Rage Burning fungono da esempi definitivi di quell’ibrido bastardo composto in egual misura dal d-beat/crust punk più marcio e dal rock’n’roll più stradaiolo che è il sound dei Motron oggigiorno, nothing less, nothing more. Sempre fedeli a loro stessi, i Motron si abbattono con la potenza di una tempesta sulle nostre vite e lasciando solo distruzione e caos al loro passaggio.

“Metalpunx”, un titolo più esplicativo di questo per descrivere la proposta degli Overcharge era seriamente difficile trovarlo. Gli alfieri italiani del più veloce e furioso ibrido speedmetalpunk profondamente influenzato dalla lezione dei Motorhead sono tornati a distanza di ormai quattro anni dal grandioso “Speedsick” e di soli due anni dall’ep “Electric Reaper” ma non hanno perso nulla in termini di rabbia, furia cieca e completa devozione alla distruzione più totale. “Metalpunx”, come già detto, basta da sè per descrivere il sound degli Overcharge, un concentrato di metal e punk nella sue forme più caotiche, veloci e violente. Ma cerchiamo di addentrarci con calma in questa tempesta sonora formata da nove brutali tracce, alcune, come la magnifica quarta traccia D-beat Destruction, fin dal titolo estremamente chiare su quello che ci aspetta addentrandoci nell’ascolto di questo nuovo disco. Anche gli Overcharge come i Motron rilasciarono la loro prima fatica in studio nel lontano 2013 e da allora hanno portato il loro tipico sound ad una maturazione pressochè totale, sound che trasuda da ogni singola nota di questo nuovo “Metalpunx”. Pescando come sempre a piene mani dal meglio del rock’n’roll/metal dei Motorhead, dal d-beat devastante di Discharge e Varukers, dal punk stradaiolo dei GBH, dall’hardcore-crust svedese di Anti-Cimex e Driller Killer (ma anche Wolfpack/Wolfbrigade) fino a giungere allo speed metal dei mitici Warhead, il sound degli Overcharge è quanto di meglio si possa volere da un ibrido bastardo tra lo speed metal, il d-beat/punk e il rock’n’roll, furioso e veloce, distruttivo e guerreggiante che li accomuna sempre più con realtà quali i canadesi Inepsy. L’Overcharge-sound emerge prepotente in tracce quali Black Diesel Breath, Bury the Damned e Lord of Hysteria per ribadire, se ce ne fosse bisogno, che qui non c’è nessuna intenzione di fare prigionieri ma unicamente di dispensare morte e distruzione. Gli Overcharge si dimostrano quindi ancora una volta essere i signori incontrastati del caos e dello speedmetalpunk e questo “Metalpunk” è la loro ennesima dichiariazone di guerra con la quale sono pronti a tornare a scorrazzare liberi e selvaggi per far tremare tutto le lande desolate attraversate dall’Olona! It’s only a d-beat destruction but that’s the way we like it baby!

Una nuova tempesta è ormai giunta, tuoni e fulmini devastano le lande desolate della provincia, un vortice di devastazione e di raw’n’roll e speeemetalpunk si abbatte nuovamente sulle nostre misere vite votate alla follia e alla paura. Chi potrà fermare la pioggia? Chi potrà fermare queste orde barbariche pronte a lasciare solo macerie al loro passaggio nell’Olona Wasteland?

 

Schegge Impazzite di Rumore #07

Dopo parecchio tempo di silenzio assoluto ed assordante, rispolvero una delle più longeve rubriche di questa webzine che arranca ma imperterrita continua in direzione ostinata e contraria a parlare di punk hardcore e di sovversione dell’esistente. Eccoci quindi giunti al settimo appuntamento con le schegge impazzite di rumore, questa volta in compagnia di tre gruppi provenienti dall’estero e che hanno rilasciato in questo 2019 che ormai sta giungengo al termine, alcuni ottimi lavori che toccano svariate fumature del variegato panorama hardcore/punk e metal. Partendo dall’hardcore in salsa finlandese dei Korrosive e arrivando all’ ancient black metal dei Witching Hour, ci imbatteremo nel kangpunk/d-beat dei Nuclear Power Genocide e nell’ibrido speed metal punk ottantiano dei Witchtrial!

Korrosive – Observations From the West

Tampere 1983? Niente affatto, siamo ad Oakland nel 2019! Le radici del sound degli statunitensi Korrosive però sono ben ancorate alla scena punk hardcore finlandese degli anni ’80 e le loro influenze anche su questo primo full-lenght sono da ritrovare in lavori seminali come “Ristiinnaulittu Kaaos” dei Kaaos e in tutto quanto hanno pubblicato dal 1981 al 1984 gruppi come Teervet Kadet, Riistetyt o Tampere SS! Come nel precedente demo “Havaintoja Lännestä” le danze vengono aperte dal brano “Institute”, che può già dare un ottimo riassunto del sound furioso e caotico dei Korrosive e della voce abrasiva di Chris! Proseguendo ci imbattiamo in altre tre tracce (che bello riascoltare “War Hysteria”!!!) presenti sul demo sopracitato affiancate a tre inediti, tra cui spiccano certamente le devastanti “1984″ e “5 Seconds of Sanity”. I Korrosive sono fedeli al loro sound e dimostrano di suonare con sincera passione quello che piace a loro, questo “Observations from the West” è senza dubbio quanto di meglio si possa ascoltare oggi in ambito punk hardcore! Totaalinen kaaos per le nostre orecchie!

Witchtrial -s/t

Questi Witchtrial sono dei punx che suonano metal vecchia scuola, niente di più, niente di meno. La proposta dei Witchtrial riesce perfettamente a bilanciare due anime da sempre intimamente legate e influenzatesi a vicenda a partire dagli anni 80, quella prettamente hardcore punk/d-beat e quella del primitivo metal estremo ancora legato al tradizionale heavy classico. Ecco quindi che su questo self titled album si possono sentire echi degli Slayer del seminale ep “Haunting the Chapel” e quelli di “Season in The Abyss”, così come l’hardcore dei GBH e il d-beat sound tipico dei Discharge, il tutto accompagnato da un’attitudine, un’atmosfera generale e un suono riconducibili allo speed metal dei Venom e alla primordiale incarnazione del metal estremo ad opera degli Hellhammer!  Tracce quali “Wait for the Reaper” o “Ripped to the Crypt” valgono da sole l’ascolto di questo disco! Lasciamo che questi punx bastardi scatenino le fiamme degli inferi sulla terra nel nome di Satana! Benvenute all’inferno anime dannate assetate di speed/punk vecchia scuola!

 

Nuclear Power Genocide – Devastation of the Future

Nel 2015 gli svedesi Paranoid e i canadesi Absolut davano vita ad un devastante split intitolato “Jawbreaking Mangel Devastation”. Da quello split alcuni membri dei due gruppi decisero di unire le forze in una nuova creatura che avrebbe preso il nome di Nuclear Power Genocide, omaggiando i giapponesi Framtid. E cosa mai potranno suonare i N.P.G.? I Paranoid suonano un rumoroso ibrido che nasce dall’incontro del d-beat hardcore dei Disclose e l’heavy black metal dei Venom, gli Absolut si dedicano invece ad un classico kångpunk di scuola svedese imbastardito dal punk hardcore a la Death Side; sommate tutti questi elementi, ricordatevi che hanno preso il nome da un pezzo dei Framtid, e avrete il sound dei Nuclear Power Genocide su questo “Devastation of the Future”: un assalto di furioso e caotico d-beat fedele tanto alla scena svedese di Mob47 e Anti-Cimex, quanto a quella giapponese di Disclose e Warhead, ne è un perfetto esempio la terza traccia “Fixated on Mass Destruction”! Una mazzata devastante di fuorioso d-beat vecchia scuola, non si può chiedere di meglio!

Witching Hour – And Silent Griefs Shadows the Passing Moon

“Come hear the moon is calling, the witching hour draws near…” scandisce queste parole la voce cruda e satanica di Cronos nel brano “Witching Hour” pubblicato nell’album “Welcome to Hell” del 1983. È innegabile che questo giovane gruppo tedesco si ispiri fin dal nome ai Venom e alla primordiale e primitiva incarnazione del “black metal” che li caratterizzava. Anche musicalmente i Witching Hour sono molto legati al suono di capolavori immortali come “Black Metal” e il già citato “Welcome to Hell”, e probabilmente il fatto che essi stesi definiscano la loro musica “Ancient Black Metal” sta a sottolineare proprio questo legame intimo con la primissima wave del metallo nero. Il suono dei nostri è quindi uno speed/thrash proto black fortemente radicato nella vecchia scuola degli anni ’80 che però non abbandona mai del tutto l’influenza dell’heavy metal classico, precisamente quello più maligno ed esoterico di Angelwitch e Witchfynde! “And Silent Grief Shadows the Passing Moon” si apre con la lunga titletrack strumentale dal sapore fortemente NWOBHM che mi ha messo i brividi fin dal primo ascolto e che lascia poi il passo a “Once Lost Souls Return“, traccia che mostra tutto l’influenza che hanno avuto i Venom sulla musica dei Witching Hour! Le successive “From Beyond They Came” e “Sorrow Blinds His Ghastly Eyes” sono vere e proprie schegge di speed metal vecchia scuola che possono riportare alla mente anche i Tyrant dello splendido “Mean Machine” condite con delle vocals che si pongono a metà strada tra la voce marcia di Cronos e il proto-black scream di Nocturno Culto sugli ultimi lavori dei Darkthrone! “Behold Those Distant Skies” è invece una cavalcata in perfetto stile NWOBHM che avrebbero potuto benissimo scrivere gli Angelwitch! Se siete dei fottuti nostalgici della prima incarnazione del metallo nero a la Venom e dell’heavy metal più maligno e oscuro, questo concentrato di ancient black metal è la cosa migliore che possiate ascoltare!

 

Marthe – Sisters of Darkness (2019)

La proposta musicale di questa nuova creatura che si cela dietro l’affascinante monicker “Marthe” è attraversata da un filo conduttore che partendo dai Cirith Ungol di “One Foot in Hell” arriva fino agli Amebix più atmsoferici, riuscendo ad unire nello stesso calderone di influenze i Celtic Frost di “Into the Pandemonium”, il black metal a la Primordial, l’epicità dei Bathory della doppietta “Hammerheart”/”Twilight of the Gods” e il doom di scuola Pagan Altar o Witchfynde General, facendo suonare il tutto come un estremo heavy metal epico pervaso da un’oscurità impenetrabile e opprimente. 

Andiamo con ordine con qualche nota biografica interessante. Chi si cela dietro questo monicker? “Marthe” è il progetto solista di Marzia, storica batterista dei Kontatto, ed il nome da lei scelto vuole richiamare il pianeta rosso e l’origine stessa del suo nome di nascita, ossia il significato di “dedicata a Marte”. Stando a quanto scritto dalla stessa Marzia il progetto trova la sua genesi nell’agosto del 2017 e prosegue nella stesura dei brani nell’agosto 2018.

“Sisters of Darkness” è una demo che si compone di soli quattro brani tutti caratterizzati da una durata superiore ai 6 minuti. Il viaggio in compagnia delle “sorelle dell’oscurità” inizia con la splendida titletrack accompagnata da un ispirazione lirica per cui vale la pena spendere due parole. A quanto sembra la traccia vuole richiamare la Accabadora, figura femminile del folklore sardo rappresentata come una donna di mezza età vestita completamente di nero. Il compito di tale figura era quello di portare la morte liberatoria alle persone anziane e agli infermi perché, seguendo le credenze tradizionali, dato che solo la donna era in grado di generare la vita, di conseguenza solo ad una donna era possibile indossare i le vesti della mietitrice, di colei che apre le porte al regno dei morti. 

Passiamo probabilmente a quella che ritengo essere una delle mie due tracce preferite insieme alla conclusiva “Awake Arise Silence”, ovvero “Married to a Grave”, anch’essa accompagnata da un background lirico del tutto affascinante che parla d’amore e di morte allo stesso tempo. Per dirla con le parole usate dalla stessa Marthe “noi non siamo altro che una pietra fredda destinata a nascere e morire in solitudine“. A livello musicale il pezzo fin dal primo ascolto mi ha portato alla mente tanto gli Amebix di “Monolith” quanto i Bathory di “Hammerheart”, difatti le cavalcate di chitarra e le melodie che dominano “Married to a Grave” conferiscono un’atmosfera di epicità oscura all’intero brano, in un crescendo solenne che non lascia indifferenti.

La terza traccia intitolata “Ave Mysteris” vuole essere un’ode a tutte quelle popolazioni che mantengono tuttora un legame primordiale con la natura, riuscendo  vivere in armonia con essa. Sempre parafrasando le parole di Marzia, il brano è stato ispirato durante un viaggio in Lunigiana (letteralmente “Terra della Luna”), sua terra natia, ma non vuole essere un omaggio “patriottico” a radici o tradizioni pre cattoliche e romane, bensì una considerazione su quanto, in ogni epoca, ogni forma di potere abbia messo in atto una vera e propria distruzione sistematica di culture, terre e popoli, nell’intento di sottometterli e governarli cancellandone ogni traccia di diversità. Tutto questo, a livello musicale, prende la forma di un’ode epica accompagnata da un’atmosfera generale che richiama sia i Cirith Ungol sia un certo doom metal e da cori cantati con voce pulita e ricca di pathos da Marzia, come se il brano voglia essere allo stesso tempo un ricordo fortemente evocativo e un epitaffio in memora di qualcosa che il potere attraverso la brutale lezione del “dividi et impera” ha tentato di estirpare per sempre dal ricordo e dalla Storia.

Giungendo alla conclusione di questo viaggio chiamato “Sisters of Darkness” ci si imbatte in un brano che personalmente ritengo rappresenti al meglio la proposta dell’entità denominata Marthe. Sto parlando di “Arise Awake Silence”, 11 minuti di puro heavy metal epico ed estremo, introdotto da una sorta di mantra salmodiante e da un atmosfera evocativa che poi esplode in tutta la sua potenza distruttrice, ma allo stesso tempo epica e oscura, ricordando al mio orecchio tanto i Primordial e quanto Bathory, con le vocals quasi scream di Marzia che ripetono “Awake Arise Silence” in modo sofferto. Sembra di ascoltare una ninnananna cantata dalla Morte a qualcuno che sta ormai per abbandonare il mondo dei vivi per abbracciare l’oscurità di una dannazione infinita. Un canto dedicato all’oscurità e a quanto sia labile la vita. Un’ode che risuona nell’ora più buia, quando la Morte prende per mano e ci conduce verso il silenzio eterno.

Nient’altro da aggiungere; in sintesi estrema quello che vi troverete ad ascoltare su questo “Sisters of Darkness” non sarà altro che epico ed oscuro heavy doom metal di altissimo livello. Lunga vita alla cospirazione delle sorelle dell’oscurità!

Restos Humanos – Restos Humanos (2017)

Il colombiano Julian Serrato è un essere che da anni si muove, instancabilmente, nelle profonditá piú recondite della scena d.i.y. e underground italiana a cavallo tra punk e metal e i moltissimi progetti che lo vedono impegnato testimoniano tutta la sua dedizione, la sua attitudine e la sua passione verso questo mondo e queste sonorità. La creatura nata dalla mente malsana di Julian, supportato in questo progetto dal batterista Barney (già nei veneti Hobos) e dalla bassista Sara (impegnata anche negli affascinanti Messa dediti a sonoritá doom/drone), di cui andremo a parlare oggi è a tutti gli effetti quella più prolifica in sede di registrazione in tutta la carriera dell’italo-colombiano. Mi sto riferendo ai Restos Humanos, gruppo che suona un interessante mix di death metal old school e grindcore in avanzata fase di putrefazione imbastardito da elementi sapientemente dosati di crust punk, retaggio di altri progetti in cui sono (o sono stati) impegnati Julian e compari, su tutti gli ottimi Gelo che con la loro demo avevano rubato cuori a tutti gli amanti del genere nel lontano 2008. Ma bando alle ciance e alle divagazioni, cosa ci troveremo ad ascoltare su questo “Restos Humanos”, ultima fatica in studio del gruppo se escludiamo uno split con i Paganizer? L’album si apre con una sinistra melodia da colonna sonora di qualche horror movie dei bei tempi andati del genere, intitolato dai nostri “Incipit della Morte, giusto per far capire che aria tira. E se l’intro ha un titolo del genere su quali coordinate potrà mai proseguire il mostro viaggio nell’orrore? Una montagna di resti umani in putrefazione, odore nauseabondo di morte, grindin’ death metal marcio, catacombale, assordante e angosciante che ci verrà sputato nelle orecchie con queste otto tracce. La lezione impartita da Machetazo e Impentigo (anche e soprattutto a livello lirico) sembra esser stata interiorizzata al meglio dai Restos Humanos, anche se é impossibile non notare la presenza di ingredienti che rendono il sound dei nostri colombiani/trevigiani personale quanto basta, interessante e soprattutto capace di non dare troppo l’impressione nauseante di “già sentito”. Difatti sopra un muro di suono marcio e grezzo che richiama immediatamente i due gruppi appena citati, i Restos Humanos ci inseriscono tutte le loro influenze ed esperienze pregresse in gruppi dal sound differente come i giá citati crusters Gelo. Questa base di death metal vecchia scuola imbastardito dal meglio che il grindcore abbia saputo vomitare nei decenni (o viceversa) trasuda tutta l’influenze anche di creature leggendarie della scena come Terrorizer, Repulsion, Autopsy e i Pestilence di quel capolavoro mai dimenticato  che è “Consuming Impulse”. L’atmosfera generale dell’album inoltre ricorda gli zombie movie e in generale il cinema dell’orrore italiano a cavallo tra i ’70 e gli ’80, cinema che ha fatto la Storia e che rimane fonte di ispirazione fondamentale per tantissimi gruppi dediti alle pulsioni più putride del death metal e del grindcore, come dimostrano con questo self titlted album i Restos Humanos. Ventidue minuti abbondanti di tupa-tupa tritaossa che si potrebbe definire “Horror Grind” (citando i Machetazo)senza troppi problemi viste le tematiche macabre trattate dai Restos Humanos; ventidue minuti di “tormento nauseabondo” suonato da “Quelli delle Catacombe” (titolo del brano che ho apprezzato maggiormente).

RESTOS HUMANOS, OVVERO NON-MORTI CHE CON QUESTE 8 SCHEGGE DI GRINDIN’ DEATH METAL DIRETTO DALLE CATACOMBE CI PENETRANO NELLE VISCERE COME UN PARASSITA E INIZIANO LENTAMENTE A CONSUMARCI DALL’INTERNO IN UNA LENTA AGONIA SENZA FINE. PANDEMIA, MUERTE Y DESTRUCCIÓN, QUESTO È QUELLO CHE CI VERRÀ VOMITATO NELLE ORECCHIE ASCOLTANDO “RESTOS HUMANOS”. SE TUTTO QUESTO NON VI BASTA, PER VOI RIMANE SOLO LA MORTE.

Disastro Sonoro, ovvero una nuova webzine di musica e controcultura punk per disertare la quotidianità

“Disastro Sonoro” è il titolo dell’E.P. dei Peggio Punx, storico gruppo della scena hardcore italiana proveniente da Alessandria, pubblicato nel 1982, a solo un’anno di distanza dalla formazione del gruppo. Disastro Sonoro è però anche il nome di questa webzine/blog che tratterà di musica punk in tutte le sue sfaccettature, dal post-punk al grindcore, passando ovviamente per il filo conduttore che è l’Hardcore e facendo del Do It Yourself la pratica quotidiana da cui ha preso vita e continuerà (spero) a rimanere in vita la suddetta webzine. Quale miglior nome quindi per un blog che ha nelle sue intenzioni quella di trattare di musica e cultura punk se non appunto “Disastro Sonoro?

“Disastro Sonoro” innanzitutto nasce dall’esigenza di risvegliare dal torpore un animo divorato dalla noia e minacciato dall’oblio dell’alienazione tipico di un’invisibile e paranoica città della grigia periferia milanese che, come una concreta Silent Hill, permane assopita in uno stato di perenne anomia ed immobilismo avvolta 365 giorni all’anno dalla nebbia, sia quella concreta che quella mentale, che condanna tutto e tutti nelle città quiete e morte della periferia.

“Disastro Sonoro” nasce dall’esigenza di un 22enne punx con un passato da “trve metaller” di cui ancora porta orgogliosamente i segni e le cicatrici, di dar libero sfogo alla propria passione per la musica punk-HC in tutte le sue sfumature musicali e in tutti i suoi aspetti sotto-culturali, senza disdegnare mai l’interesse per le forme più underground, old school e DIY della musica metal.

Citando i NOFU (gruppo ardecore de Roma): “l’Hardcore è quello che siamo, il rumore attraverso cui respiriamo. L’Hardcore è quello che siamo, il dolore le grida, l’amore.” Perchè l’hardcore (ed il punk in generale) non è e non può essere solo musica (e alcuni sostengono giustamente non sia nemmeno musica ma rumore…) bensì passione, dolore, amore, rabbia, emozioni. In una parola vita.

Oppure citando i CGB, gruppo anch’esso hardcore proveniente dalla città che brucia (Imperia), direttamente dall’intro del loro album “Morte di un microfono”: “…ma noi caparbi, su corde che si arrugginiscono, aste che si spezzano, microfoni stanchi in enormi e lerci stanzoni, echeggiano accordi e parole sparati vorticosamente, che ti si stampano dentro o passano inosservati. Noi sempre li a non capire perchè voler continuare ad esserci…”.

E proseguendo con le citazioni, cercando di avviarmi alla conclusione di questa introduzione a “Disastro Sonoro”, mi vengono in mente i Kina che nel 1989 cantavano “questi anni stan correndo via…”; oggi a 22 anni queste parole le sento strisciare dentro me. le sento lacerare lentamente il petto dall’interno aprendo uno squarcio all’altezza della gola dal quale poter gridare tutta la mia rabbia, mentre sfoglio i miei giorni, pagina dopo pagina, mentre strappo quei disegni appesi al muro che parlano di me, mentre mi sento bruciare di vita nonostante sia condannato a morte nel vostro quieto vivere sempre in bilico tra l’apatia e l’alienazione di queste invisibili città fantasma della periferia milanese.

“Il punk è morto” cantava qualcuno. “Lo Spirito Continua” rispondeva qualcun altro. E forse l’intento con cui nasce “Disastro Sonoro” è proprio quello di provare a mantenere in vita tutto quello che la musica e la cultura punk significano, alimentando lo spirito con rabbia e creatività, con dolore, sudore e amore, con grida, lividi e pianti, con una passione che brucia ma non si esaurisce.

“Disastro Sonoro” vedrà la pubblicazione di recensioni, di report di concerti, articoli su scene, generi e sottogeneri musicali, interviste e molto altro…

Noi ancora vivi nel segno del caos, come virus nell’oscurità, ancora vivi su margini non codificati pronti a sparare alla vostra quiete in cui ci condannate a morte con un fucile caricato a musica, rabbia e futuro.

OLTRE LA MUSICA, OLTRE IL RUMORE. DISASTRO SONORO.

 

(Sparse qua e là ci sono un bel po’ di citazioni a pezzi e gruppi più o meno famosi della scena Punk-HC italiana, a voi il gusto di scoprirle)