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“La noia armata. Le mie evasioni”

Com’è dev’essere spaventoso immaginarsi l’amore in un’era radioattiva, tra anonimi menhir di cemento in post-moderni cromlech paranoici, un viaggio senza ritorno in zone di alienazione inesplorate tra le macerie della nostra miseria, tra le rovine dei nostri tormenti feticizzati, tra i frammenti indigesti delle nostre poesie inoffensive. Da quant’è che non piove più in questo inverno infinito? Una lama arrugginita puntata alla mia gola, una lama arrugginita puntata al simulacro dell’esistenza. Il sabotaggio di ogni certezza, la diserzione della vita quotidiana. Uno scoppio infrange il silenzio assordante che avvolge la notte, un pacco bomba esplode alle porte del domani, un comunicato di rivendicazione firmato “alcunx annoiatx che hanno smesso di sognare e di aspettare”. Come a voler dire che non c’è più alcuna gioia da armare, bensì un’infinità di noia da fare esplodere. Senza nessuna ragione, ma con tutti i motivi del mondo. Se credevate di aver messo camicie di forza a tuttx i/le giovanx selvaggx, preparatevi ad agguati ed imboscate nelle vostre vite vinte e divorate dall’attesa, nella vostra sicurezza di cambiare tutto non cambiando assolutamente niente, nel vostro apparente migliore dei mondi possibili che puzza di prigionia e incubi. In fin dei conti non proviamo nessun tipo di affetto per questa realtà priva di significato e privata di ogni avventura, reale o immaginata che sia.

Non vedo più il mio riflesso nelle vetrine distrutte. Non vedo più la mia ombra proiettata da queste insegne luminose. Ho le mani insanguinate e questo sangue non si lava. Sbattetemi in prima pagina, sono un mostro, come tutti voi del resto. Scende la notte, si aprono portali sul mio abisso spettrale, resto in piedi con sguardo sprezzante a sfidare le mie voragini che desiderano inghiottirmi per saziarsi. È pazzia o è la morte? Mentre la pallida luna fa compagnia ai fantasmi con cui danzo, mi inietto un fottuto veleno che ha il sapore del miele più buono mai assaggiato dall’uomo. Dopotutto senza veleno non c’è l’antidoto. L’ora più buia è dietro l’angolo, inciampo sui detriti delle bugie che mi racconto e delle maschere che non ho più voglia di indossare per il vostro spettacolo. Stupida, inutile, affannosa ricerca, forse di qualcosa, forse di niente. Non c’è più nulla di originale. Arrendersi o reagire? Credere di essere immortali quando in fondo si è già morti. Impressioni sfuocate, tensioni incontrollabili, esistenze profane. Inchiostro sprecato, scrivo le mie evasioni e le do in pasto ai miei stessi carcerieri.

In caduta libera, ancora costretti a sanguinare. Non ci sono più sogni, non c’è più gioia. Prima che tutto sia altro, è forse giunta l’ora di amare questa noia che ogni giorno lentamente ci uccide.

Zatrata – Zatrata (2020)

Scoperti personalmente lo scorso anno in occasione della pubblicazione di uno split insieme agli How Long, i polacchi Zatrata avevano fin da subito catturato il mio interesse per via del loro sound, un crust punk imbastardito con dosi di death metal vecchia scuola che tritava ossa e tirava dritto senza preoccuparsi di nulla. A giugno di quest’anno i nostri giungono finalmente alla pubblicazione di questo loro primo full lenght intitolato semplicemente Zatrata e ci danno in pasto un sound ancora più maturo in cui l’anima crust e quella death metal convivono in maniera convincente e ben bilanciata, dando vita ad una formula devastante e assolutamente solida che prende il meglio dai due generi, strizzando l’occhio in certi momenti ad un approccio e ad una furia espressiva riconducibile a territori grindcore. Il riffing appare davvero ispirato e funziona praticamente sempre, così come per le parti di batteria alternate tra blast beat serratissimi e classici ritmi d-beat, mentre il groove rende certe tracce assolutamente in grado di stamparsi in testa al primo ascolto (Śrut leśnej ciszy). In questo furioso mix tra il death metal old school (in cui ci sento personalmente echi di scuola britannica e scandinava) e il crust punk di gentaglia come gli Skitsystem, con le radici che affondano in profondità in quel putrido brodo primordiale che fu lo stenchcore e che emergono soprattutto nelle atmosfere oscure e labilmente apocalittiche che aleggiano minacciose sull’intero lavoro, gli Zatrata si avvicinano a quanto fatto negli anni recenti band come i Cruz, gli Ahna e gli Acephalix, colmando inoltre il vuoto lasciato da un altro interessante gruppo polacco, ovvero gli Icon of Evil. Tutto questo viene arricchito con passaggi dalle tonalità maggiormente riconducibili a territori blackened a la Storm of Sedition/Iskra e un’intensità brutale che tradisce vaghe influenze grind.  Per fare degli esempi di quanto appena descritto a livello di sonorità, la seconda traccia Oślepiony chciwością si apre come un classico riff death metal di chiara derivazione old school scandinava, prima di lasciare la strada ad una intensa tempesta dominata da sonorità crust punk che, in alcuni momenti, mi ha ricordato certe cose fatte dagli svedesi Skitsystem. Nella nona traccia intitolata Symbioza si sentono invece echi degli ultimi Storm of Sedition soprattutto nei passaggi più vicini a certo blackened crust punk, alternati a sfuriate tumultuose e assalti privi di pietà come solo i migliori Iskra sapevano fare.

Tirando le somme, agli Zatrata bastano dieci tracce per irrompere prepotentemente sulle scene, con un’irruenza barbara e selvaggia che non può lasciare indifferenti, e per incidere in maniera profonda il proprio nome sull’attuale mappa del crust punk europeo e mondiale con questa loro prima omonima fatica in studio che, ascolto dopo ascolta risulta sempre più solida, devastante e convincente. Un’ottimo disco di death-crust moderno che non dovreste lasciarvi sfuggire!

 

Crippled Fox – In the Name of Thrash (2020)

I Crippled Fox suonarono il thrashcore… e fu di nuovo tempo di massacro!

The kings of thrashcore are back in town e son pronti a demolire tutto! L’ultima volta che mi son trovato a parlare dei Crippled Fox su queste pagine era in merito all’uscita dello split con i Satanic Youth, probabilmente come lo definii all’epoca, il miglior split in ambito thrashcore/hc uscito quell’anno. Oggi finalmente mi trovo di nuovo a parlare del gruppo ungherese poiché è stata pubblicata da pochi giorni la loro ultima fatica dall’emblematico titolo In the Name of Thrash, un titolo che prende immediatamente le sembianze di una dichiarazione di intenti inequivocabile su quanto andremo ad ascoltare. Indossate le bandane, let’s thrash!

23 nuove schegge impazzite di thrashcore senza fronzoli e trita ossa, solito marchio dei fabbrica di nostri selvaggi bastardi ungheresi fin dal lontano 2008. Anche questo In the Name of Thrash se ne fotte altamente il cazzo di inventare qualcosa di nuovo e ci ripropone un mix di thrashcore, crossover e fastcore senza tempo e devastante, un sound diretto, furioso e veloce, con i Crippled Fox che dimostrano di non aver mai perso il gusto per il riffing e per l’intensità. Oltre a ciò come si può pensare di resistere o rimanere impassibili dinanzi all’attitudine in your face delle 23 tracce presenti su In the Name of Thrash? Il solito concentrato di mazzate in pieno stomaco, inni spassionati al thrash metal, ma anche ingenti dosi di cazzonaggine (basti pensare all’ultima tracce dal sound power metal che nel testo ricalca tutti i clichè classici del genere) e divertimento, immaginandosi sudati, ubriachi fradici e pieni di lividi tra stagediving e poghi infiniti. Se volessimo descrivere la potenza e l’intensità del thrashcore dei Crippled Fox con una solo immagine, dovremmo pensare ad una skate che ci colpisce in pieno volto frantumandoci i denti e lasciandoci stesi al suolo inermi. Assolutamente impossibile uscire indenni e senza lividi da questa scarica di thrash-mazzate che non lascia nemmeno momenti per riprendere fiato.

We want you to join in and make ’em thrash
don’t leave out anyone
We want you to join in, the Crippled Army
won’t let down anyone
MAKE THEM THRASH!

Ancora una volta i Crippled Fox, nel nome del thrash (core), ci dimostrano di essere un assoluto  punto di riferimento nella scena hardcore e di avere ancora tante cartucce da spararci addosso senza pietà! Cosa cazzo aspettate allora? Tirate fuori le bandane, indossatele con orgoglio, che il circle pit abbia inizio!

“Come una morte breve…”

Come una morte breve in una casa occupata, mentre costruiamo barricate con le nostra ossa nelle gelide periferie di questa metropoli claustrofobica. Passeggiamo in bilico su binari morti, gridando vendetta contro il quieto vivere. Produci-consuma-crepa, l’esistenza è una fottuta catena di montaggio, giorno uguali, gesti ripetuti all’infinito. Società dello spettacolo, telecamere a sorvegliare esistenze inconciliabili, guerra al degrado quando il solo vero degrado è l’abitudine al vivere. Siamo soldati al fronte, la quotidianità è la guerra. Anche oggi sopravvissuti a cosa? Una corsa affannosa verso il giorno in cui saremo tutti morti. Affacciati ad una finestra frantumata ad osservare masse di cadaveri intenti a marciare, mentre noi, intenti a marcire aggrappati con le unghie ad un cielo che sta crollando, diveniamo cibo per i vermi.

Non vedo più l’orizzonte, solo grattacieli che si conficcano in un cielo artificiale. Tutte queste strade dove mai porteranno? Un’orgasmo post-industriale riecheggia nei centri commerciali abbandonati, campi di battaglia disseminati di paranoie in offerta speciale. Le nostre emozioni divenute merce, la polizia nelle nostre teste a difesa degli scaffali su cui riponiamo i nostri sogni infranti, mentre ingoiamo schegge di vetro per far sanguinare le grida di rabbia e disperazione che nessuno vuole più sentire.

Come frammenti pulsanti di vita abbandonati in scatoloni ricoperti di polvere in cantine inaccessibili e umide. Quando il giorno tende a scomparire, prima di scivolare nel buio, il tuo corpo nudo, alieno ed estraneo, in stanze anonime riscaldate dal desiderio lancinante del nulla. Barrichiamoci nelle nostre voragini, sui margini delle quali consumiamo la proiezione asettica della nostra passione. “C’è qualcosa che non funziona o sono io che non funziono?”… dallo stereo riecheggiano queste parole che ingombrano la mia testa, ma anche questa notte non trovo risposte. Nei tuoi occhi non vedo più il riflesso di questa città che brucia. Siamo davvero così soli e sconfitti?

Tutto prosegue apparentemente secondo i loro stupidi piani, secondo i loro freddi calcoli, seguendo sempre la stessa logica di morte. Siamo stufi delle vostre certezze al sapore di rassegnazione, siamo stanchi dell’odore nauseabondo che infesta le nostre stanze, la nostra prua è rivolta verso il mare burrascoso. Fughe in avanti, verso l’ignoto, verso giorni senza fine. Abbiamo volutamente perso la rotta, bruciato tutte le mappe, fatto perdere le nostre tracce. Se non dovessimo fare ritorno, prendete d’assalto il cielo. Ci vedremo lontani da qui.

Yanka, metà novembre, periferia di Milano.

“Le rive della rovina”

Stasera c’è buio prima, mi concedo alle luci sulle rive della rovina. Il faro illumina un lago pronto ad inghiottire tutto. Ma i toni sono placidi, la musica spazzatura ovunque fa tempesta, mascherine come siringhe prima, abbandonate ovunque, presunzione ovunque, debolezza ovunque, incertezza ovunque, inutili negazioni, partiti che rincorrono col sangue opportunità, strutture al collasso, soldi sporchi investiti male, preservazione della vita, il lusso del lockdown col denaro, la gente in miseria, la curva dei contagi, il gel per le mani, siamo in guerra?!! Esasperazione di debolezze, la normalità è venuta fuori con chiarezza, mostrando tutto il mostro compulsivo dell’ordine prestabilito, che fa acqua e carità da tutte le parti. Fragilità psichiche, l’aumento dei suicidi, l’aumento dei ricoveri in t.s.o. Il buon senso e le sincere reti d’aiuto possono aiutare a stare in piedi…magari al caldo?! Un’altra notte, ancora, respiro rassegnazione, il deserto in paese, non che prima fosse diverso? Il natale suda freddo quest’anno, il virus è sotto l’albero, se disordine e crisi deve essere, bene! Fuoco e rabbia divampino, scelte personali, molteplici, affrontano un presente in giornate fatte di numeri, giornate che non sanno di niente, dove i media creano panico, diffidenza e terrore, l’unico terrorista è lo stato, che ci reputa numeri, gestibili fino all’osso. Sta a noi ancora e ancora pieni d’amore, pure soli, combattere per ogni secondo…a perdi fiato.

Gabriela Yankov, 11/11/20

 

“Questa volta spero davvero venga la guerra”

Coprifuoco, proclami da tempi di guerra, tempi di merda. L’inverno alle porte, gli alberi nudi, abbandonati a se stessi e impotenti. Mattine gelate in stanze gelate, in un posto qualunque tra una Milano antartica e la Siberia, in nessun posto degno di nota tra le mie vertebre arrugginite e le nostre parole glaciali. Guardo fuori dalla finestra appannata una città desolata, fredda e spettrale, mentre vengo intrappolato da ragnatele che hanno più dei miei fottuti anni. Anche oggi colazione a base di rabbia e disperazione, di silenzi angoscianti e illusioni. Il futuro è un fucile carico di sogni infranti puntato alla mia testa.  Oggi come ieri. Ieri come domani. Un loop che sembra non avere fine, in cui ripeto gli stessi movimenti rimanendo immobile, illudendomi di andare avanti, verso chissà dove, come se facesse differenza la meta o come avesse importanza la direzione. Come fossi sempre intrappolato in quelle ragnatele che son lì da prima di me e sicuramente resteranno lì ad adornare quella gelida e sporca finestra dopo di me. Dove cazzo andremo quanto tutto brucerà? Dove cazzo andremo quando non ci sarà più nulla da bruciare? Finirà mai questo incubo? Prigionieri del dolore e del potere, di paranoie e repressione. Attimi di silenzio si susseguono interminabili, flussi di parole creano vortici mostruosi che ci allontanano e ci inghiottono in gesti ripetitivi privi di passione. Azzannami alla gola, recidi le radici della mia inquietudine. La fuori regna la follia, lo sappiamo bene, per questo ci rintaniamo nei nostri spazi sicuri, nei nostri mondi fantastici, nei nostri labirinti del fauno, cercando di fuggire dalla normalità di un mondo condannato alla sofferenza, abbastanza lontani da illuderci di non sentire le grida. Questo non è il nostro mondo e non lo è mai stato. Psico-militari nelle strade a difesa di un futuro preconfezionato che non abbiamo mai scelto, tantomeno sognato. Esistenze incompatibili, imprevisti senza nessuna certezza. Una realtà da sovvertire, una quotidianità da disertare. Ma fa buio e giunge la notte, un silenzio opprimente e surreale cala sulla città dei vivi morenti, così abituati alla morte da non esser più capaci di immaginarsi la vita, così abituati all’obbedienza da non essere più in grado di immaginarsi la gioia della rivolta. La lancetta segna le 22, scatta il coprifuoco. Che senso ha vivere nell’incubo delle nostre prigioni perfette? Questa volta spero davvero venga la guerra.

(Questo notturno ha preso forma durante l’ascolto dei Grazhdanskaya Oborona, dei Political Asylum e dei Wretched)

“Soffoca nella merda, dio dannato!”

Il racconto/flusso di pensieri che andrete a leggere di seguito, intitolato “Soffoca nella merda, dio dannato!” è opera della mente e della penna di un’individualitá complice e amica che si firma solamente come Lucky. 

Un tiepido sole illumina queste giornate autunnali, sorriso celato da nubi ottobrine. Il solito sguardo mattutino rivolto alla finestra pur di sentirsi parte di un qualcosa, di un mondo, di un reale che si fa fatica a sopportare. La presa di coscienza giunge variatamente tra il tempo di un thé caldo e di una sigaretta, quando apri quel solito sito della solita testata liberale: una craniata nei denti. E giunge quatta quatta la disperazione che risale sul tuo corpo, una sorta di ragno che ti solletica la schiena danzando con le sue zampe sul lembo della tua pelle. Penetra nelle carni facendosi spazio fino al cuore e in quel momento il tutto perde di gusto, i colori autunnali ti lasciano indifferente e gli echi della città iniziano a darti fastidio. Colazione al gusto di frustrazione, il Suo dolore è servito!

La pupilla inizia a battere freneticamente un tempo dettato dalla fatica di respirare, di relazionarsi, di semplicemente esistere. Da singolo, da soggetto, divieni aggettivo, saltando il predicato che tanto di ‘sti tempi è abolito qualsiasi atto spontaneo. È tutto uno “sto”. Risposta perenne alla solita domanda formale che si usa volgere in quegli incontri che ormai divengono sempre più rari, più vuoti e sempre più celati. Così ci si riduce ad essere un fatto, oggetto di correnti che riducono lo spazio vitale nel confine dell’esalazione di un respiro. Spettatore e spettatrici con l’unica libertà di esperire una disperazione o un’altra, barcollando tra un’incertezza e una malsana inquietudine. In balìa delle onde privx della certezza di poterci salvare da questo naufragio. A pezzi, distruttx, in macerie, con i crani pronti ad esplodere e la sola voglia di piangere e urlare. In tutto ciò ci si sente solx, impauritx, schiacciatx, repressx, infelici e non so cos’altro. Giorno dopo giorno diventa sempre tutto più confuso portando ad inediti livelli di frustrazione. Tutto sembra morire, perire, soffrire; ogni cazzo di cosa richiama il nostro dolore. Autunno, stagione di piogge: si prevedono massicci riversamenti di sbirri nelle strade, è caldamente consigliato di munirsi di k-way e mascherina. I checkpoint arrestano le arterie dell’esistenza, le telecamere vegliano il flusso di una normalità che puzza di morte. Corpi invisibili e mortificati all’estremo, l’addomesticamento ha il tanfo di gel per le mani. La fame preme sullo stomaco, gli occhi gonfi di lacrime di rabbia rendono i confini del reale offuscati: non c’è limite, né punti fermi. Orda nera, caos, tumulto. Corrente di notizie che ti sbatacchiano di qua e di là, corsa frenetica e armata contro il cordone, colpo di tosse, colpo di pistola. Colpi. Efferati e inediti colpi sul corpo, sul cuore, sulla mente che fa sempre più fatica a riprendersi. Così questo sacrosanto e beatissimo dolore, diviene materia d’applauso da parte di autorità mangia-merda e ci si ritrova a recitare il ruolo di martire per una società coprofaga: produci merda, consuma merda, vomita merda sui social, riempiti di merce di merda fino al collo, alle orecchie, agli occhi; soffoca nella merda, dio dannato!

Nel rito collettivo si richiama al sacrificio: un oggetto, un arto, un pensiero, soldi, la propria vita, qualunque cosa va bene pur che si rimanga con un qualcosa in meno. La semi-esistenza semi-emozionale nel periodo del semi-lockdown. Legioni di dannati schizzano nelle strade alla ricerca di un qualcosa, fantasmi che trascinano il peso delle proprie angosce sotto un ridente sole. Le emozioni divengono materia di contrabbando, la gioia assume il rischio di una rapina a mano armata. Strazianti sirene trascinano negli abissi della paranoia: in un mondo in cui il terrore occupa le strade quotidianamente, la necessità della notte viene abolita. Silenzio assordante. Pausa e sospensione. Fracasso di vetri, crollo di una vetrina, pioggia di schegge che tagliano i nervi. Volano oggetti, volano pensieri, si vola e la meta non sta scritta su nessuna mappa. Suonano le ventidue. Resta qui, non andare, la notte è sola e i nostri sogni non attendono il domani.

“Fantasie di Sopravvivenza Nucleare”

 

Fantasie di Sopravvivenza Nucleare” è il titolo del breve racconto tratto dall’introduzione alla recensione degli Anno Omega, gruppo anarcho-synth punk milanese.

Anno Omega, giorno 1, Neo-Milano.

Anno Omega, dopo la guerra nucleare. L’ennesima battaglia tra le bande e le tribù che abitano ciò che resta della città di Milano è finita ma si odono ancora gli spari in lontananza, dietro le macerie dei grattacieli si può scorgere ancora il fumo che oscura il cielo e inghiotte un pallido sole artificiale. Pochi i sopravvissuti all’apocalisse nucleare, ancora meno coloro che mantengono una parvenza di esseri umani tra creature geneticamente modificate dalle radiazioni e altri che si sono ormai abbandonati ai loro primitivi istinti, quelli più malvagi e selvaggi, assetati di distruzione e caos nel nome del nichilismo più totale. Qualcuno tra questi sopravvissuti decide di mettere su un gruppo per suonare l’unico genere musicale possibile nelle periferie della Neo-Milano dominata dalla paranoia nell’Anno Omega. Angoscia punk paranoico è il suono con cui dare forma e voce alle ultime fantasie di sopravvivenza, alle ultime pulsioni di sovversione. Dalle radio rotte escono le melodie di questo esperimento musicale e invadono le strade dominate dell’angoscia, in questa era paranoica ed ossessiva.

Fantasie di sopravvivenza nucleare emergono dalle note di questo esperimento di “angoscia punk” che risuona nelle strade invase dalla paranoia in questo oscuro presente che ha presa le sembianze del peggiore dei nostri incubi. Un presente dove ogni nostro atto di amore sovversivo e di resistenza viene costantemente controllato, sorvegliato e represso. Noi, i cospiratori dell’Anno Omega, siamo pronti a insorgere. È già la fine per voi.

 

“Angoscia Metropolitana”

Con il breve racconto che segue si apre una nuova categoria/sezione di articoli nominata semplicemente “racconti”, spazio nel quale voglio raccogliere brevi narrazioni o flussi di pensieri che spesso mi trovo a scrivere durante la stesura delle recensione che appaiono sulle pagine di Disastro Sonoro. “Racconti” non sono altro che flussi di coscienza di un punx alla deriva verso l’ignoto, intrappolato in un vortice di nichilismo, disillusione, paranoie e tensioni di rivolta. Nient’altro che questo.

Angoscia Metropolitana

 

Angoscia metropolitana. Siamo noi i cadaveri di questa Milano di merda, una città senza futuro espressione di un sistema senza futuro. Dove stiamo correndo? Paranoie e angosce amplificate dall’isolamento urbano, gentrificazione e guerra ai poveri. Non ci sono più cancelli segreti da aprire. E’ questo il migliore dei mondi possibili? Annoiarsi riflessi nell’ennesima bottiglia di birra che prendiamo a calci mentre vaghiamo senza meta, spaesati, verso direzioni sconosciute, senza complici al nostro fianco o incapaci di riconoscerli. Solito asfalto, cieli soffocati. Insegne luminose, vetrine di lusso. Muri imbrattati, vetrine sfondate. “Sta nel prendersi la merce, nel prendersi la mano” diceva una nota canzone del ’77… Stringersi in un abbraccio, dolore nelle viscere, visioni di rivolta, incapacità di comunicare la rabbia e l’amore. Quale domani? Il nostro futuro è programmato. Le luci si spengono, mal di testa. Alla deriva, verso l’ignoto… Chiudi gli occhi, respiriamo insieme, cospiriamo. Occupiamo le strade con i nostri sogni, usciamo allo scoperto. Forse è giunto il momento di bruciare.

Nessuna speranza, nessun futuro, nessuno spazio, nessuna fiducia… Trasformiamo le nostre paure e la nostra alienazione in un mezzo con cui sovvertire e disertare collettivamente il quieto vivere in cui ci vogliono condannati a morte. Ci ripetiamo che siamo l’offensiva, ma Milano non brucia ancora. Chissà quando torneremo a scrivere sui muri “oggi abbiamo vissuto”. Confusione mi assale, anche oggi scelgo la sicurezza alienante di questa stanza-gabbia. I teppisti hanno davvero smesso di sognare? Silenzio assordante tutto intorno.

Wisecrack – Wisecrack (2020)

Angoscia metropolitana. Siamo noi i cadaveri di questa Milano di merda, una città senza futuro espressione di un sistema senza futuro. Dove stiamo correndo? Paranoie e angosce amplificate dall’isolamento urbano, gentrificazione e guerra ai poveri. Non ci sono più cancelli segreti da aprire. E’ questo il migliore dei mondi possibili? Annoiarsi riflessi nell’ennesima bottiglia di birra che prendiamo a calci mentre vaghiamo senza meta, spaesati, verso direzioni sconosciute, senza complici al nostro fianco o incapaci di riconoscerli. Solito asfalto, cieli soffocati. Insegne luminose, vetrine di lusso. Muri imbrattati, vetrine sfondate. “Sta nel prendersi la merce, nel prendersi la mano” diceva una nota canzone del ’77… Stringersi in un abbraccio, dolore nelle viscere, visioni di rivolta, incapacità di comunicare la rabbia e l’amore. Quale domani? Il nostro futuro è programmato. Le luci si spengono, mal di testa. Alla deriva, verso l’ignoto… Chiudi gli occhi, respiriamo insieme, cospiriamo. Occupiamo le strade con i nostri sogni, usciamo allo scoperto. Forse è giunto il momento di bruciare.

La prima volta che mi sono imbattuto nei Wisecrack, credo, fu in occasione di un loro live nella splendida cornice di Casa Occupa Gorizia a Milano e, sarà stato per il mio mood di quella sera o per chissà quale altra ragione che non so spiegare o che non ricordo, ma si può dire senza mezzi termini che la performance di questo misterioso duo mi aveva alquanto annoiato al punto che me ne andai fuori prima della fine del concerto. Prima e dopo quella serata, tante persone mi parlarono in modo entusiasta di questo progetto ma io non riuscivo sinceramente a comprendere tale entusiasmo. Perché sono qui a parlarvi dei Wisecrack allora? Semplicemente perché questa loro nuova omonima uscita, pubblicata da Maple Death Records, mi ha fatto immediatamente ricredere e rivedere le mie posizioni in merito alla loro musica, riuscendo forse solamente ora ad entrare pienamente nell’atmosfera, nel sound e nell’immaginario costruito dal gruppo milanese.

Dalle cantine più polverose della scena punk/DIY underground milanese legata a doppio filo con l’esperienza rappresentata da Occulta Punk Gang e dal centro sociale Macao, i Wisecrack si presentano con queste cinque nuove tracce che uniscono sonorità a me solitamente estranee (dall’industrial alla techno) ma in grado di costruire un muro di suono realmente estraniante, furioso e assolutamente evocativo; cinque tracce che prendono la forma di vere e proprie allucinazioni industriali che evocano nell’ascoltatore angosce e tensioni nichiliste, cinque tracce che danno voce e forma al malessere metropolitano e alle paranoie evocate dall’ambiente urbano. Per descrivervi le sonorità che caratterizzano le cinque tracce presenti su questa prima fatica in studio dei Wisecrack, credo non esista modo migliore se non utilizzare le stesse parole scritte dalla Maple Death Records: “a furious mix of mind bending circuit breakcore rhythms, post-rave, hard techno and synth-punk”. Ci troviamo dunque al cospetto di una musica dai toni prevalentemente industrial e dalle ritmiche metalliche quanto tribali, un tappeto sonoro che si diverte a giocare con distorsioni e bassi, il tutto orientato a creare soundscapes alienanti e paranoici che inghiottono l’ascoltatore fin dal primo ascolto, trascinandolo così in un vortice di sensazioni che spaziano dalla disillusione all’estraniamento (World Rage), dalla rabbia confusa di Lights Off alla catarsi dai toni quasi sognanti di una traccia come la conclusiva Wrongful Death. 

In fin dei conti bisogna prendere questo album come una sorta di viaggio verso l’ignoto tra paranoie, allucinazioni, incubi e angosce metropolitane, abbandonandosi totalmente in questa lenta discesa senza meta. Nessuna ragione, senza più parole, tutta la rabbia del mondo.