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A Blaze in the Northern Sky #06

Primo appuntamento del 2021 con A Blaze in the Northern Sky, la rubrica preferita da compagna Satana e più odiata dai seguaci dei Peste Noire. Nella puntata di oggi si parlerà quasi esclusivamente di band che definiscono la loro musica fieramente come Red and Anarchist Black Metal e che mettono al centro dei loro progetti le proprie tensioni antifasciste, anarchiche e rivoluzionarie. Per chi crede ancora che per essere “trve & kvlt“, si debba per forza strizzare l’occhio e collaborare con la merda nazifascista all’interno della scena black metal, la strada da sguire oggi ce la indicano Rampancy, Iron Column e Parasiticide. Questi tre gruppi incarnano differenti direzioni e pulsioni del black metal, ma concordano su una cosa: ai fascisti di ogni sorta non si lasciano spazi, né all’interno né all’esterno della scena del metallo nero. La copertina di questo sesto appuntamento non poteva che essere un omaggio al gesto della teppa cilena che, ad Ottobre, ha dato alle fiamme la Iglesia institucional de Carabineros durante l’anniversario delle rivolte popolari che hanno incendiato il Cile due anni fa. Per farla finita con le violenze poliziesche, con l’oppressione religiosa e con la repressione dello Stato, ancora una volta, come sempre, per la lotta di classe, per il black metal!

RAMPANCY – COMING INSURRECTION (2021)

“Every society you build will have its fringes, and on the fringes
of every society, heroic and restless vagabonds will wander, with
their wild and virgin thoughts, only able to live by preparing ever new and terrible outbreaks of rebellion!”

 

Dalle terre selvagge dell’Ontario (Canada), il one man project Rampancy (ex Anti-Freeze) irrompe sulle scene con Coming Insurrection, un ruggente e sacrilego ululato di dinamite con cui dichiara guerra aperta a questo mondo, una vera e propria tempesta di black metal furioso, attraversato da tensioni insurrezionali e antifasciste che non vi lascerà scampo! Tra un affascinante artwork di copertina (opera di Hagiophobic autore di innumerevoli illustrazioni per gruppi RABM) che raffigura una rivolta della Comune di Parigi e una citazione dell’anarchico individualista-nichilista Renzo Novatore con cui Rampancy si presenta sulla sua pagina bandcamp, lasciamoci dunque trascinare nel vortice di caos e distruzione evocato da queste 9 tracce di black metal rabbioso, implacabile e spietato. Un black metal quello suonato dal progetto Rampancy fortemente radicato nei territori più rumorosi della vecchia scuola, ma comunque caratterizzato da un approccio e un gusto moderno alla materia del metallo nero e sempre attento nella ricerca di riff e melodie che sono in grado di smorzare l’anima più noise del canadese e l’atmosfera generale profondamente opprimente, furiosa e annichilente. Fin dal prinicipio, in una traccia come King of the Locusts (quella dalla durata più sostenuta dell’intero disco) ci vengono presentate tutte le anime che attraversano il sound di Rampancy: rabbiose e gelide sferzate di classico black metal, forti influenze di certo harsh noise che enfatizzano l’atmosfera di caos generale che ci inghiotte senza pietà, uno screaming lontano e tormentato, assoli dal forte gusto melodico, ma anche spazio per un’intermezzo acustico seguito da un riffing in tremolo picking che evoca lo spettro dei primi Satyricon e che ci accompagnerà fino alla conclusione del brano. Coming Insurrection è un disco devastante che prosciuga le energie, un disco con cui Rampancy ci da in pasto la sua visione, abbastanza personale, di un black metal intransigente, belligerante e votato al caos. Mentre soffiamo sulle nere fiamme della rivolta che sta arrivando, i Rampancy con questo disco ci invitano a fare un salto nell’ignoto, a partecipare alla distruzione di questo mondo e a guardare le città bruciare in cenere! Aspettiamo il giorno in cui solo la bandiera dei RABM si alzerà dalle barricate!

IRON COLUMN – POWER FROM BELOW (2020)

“Ci sono solo due strade, la vittoria per il black metal della lotta di classe, che è la libertà, o la vittoria per i fascisti, che significa tirannia. Entrambi i combattenti sanno cosa c’è in serbo per chi perde.”  Dichiarazione incisa col sangue dei fascisti e dei padroni da Buenaventura Durruti Culto in un periodo imprecisato tra il 1936 e il 1993, da qualche parte tra Barcellona e la Norvegia.

 

Prendendo il nome dalla Colonna di Ferro, gruppo armato rivoluzionario anarchico attivo durante la guerra civile spagnola e impegnato nella lotta di resistenza antifranchista, la one man band Iron Column ci da in pasto una mezzora abbondante di black metal vecchia scuola capace di evocare i fantasmi dei primissimi Sodom nei momenti più thrash/proto black e certi Darkthrone in quelli più vicini a territori del metallo nero. Come evidenziato in maniera netta dal nome scelto, questo progetto solista proveniente da Lipsia è animato da un forte sentimento antifascista e anarchico, sentimento che viene ribadito ed enfatizzato fin a partire dalla copertina di questo Power from Below che ritrae per l’appunto un gruppo di anarchici della CNT-FAI durante la rivoluzione anarchica spagnola del 1936. Musicalmente, come già detto, ci troviamo catapultati nei territori di un black metal old school che si pone perfettamente a metà strada tra la first wave del genere ancora pesantemente influenzata dal thrash più malvagio e selvaggio e le prime pulsione della seconda ondata norvegese degli anni 90. Basta il minuto e dieci della intro per venire immediatamente inghiottiti da una tormenta devastante di thrash/black (che a volte riporta alla mente anche i primi lavori degli Aura Noir), un sound capace di risultare estremamente godibile nonostante non si tratti di qualcosa di innovativo o di originalissimo. Tracce come Antarctica (con un’atmosfera generale capace di evocare gli Immortal più glaciali), Fortress of Evil e le più punkeggianti Lawless e Masters of Lies, rendono perfettamente l’idea di quanto ho scritto sopra; siamo al cospetto di un disco davvero ispirato, godibile e che sa ricreare con gusto, conoscenza e passione un sound genuinamente debitore del proto black metal e delle prime incarnazioni del metallo nero novantiano. E mentre nere tormente si agitano e nubi oscure ci impediscono di vedere, Power from Below risuona nel vento facendo gelare il sangue nelle vene dei fascisti e dei reazionari di ogni colore! A las barricadas, por la revolución y por el triunfo del Black Metal antifascista!

PARASITICIDE – INCENERATE THE CROWN (2020)

 

Grinding bestial metal of war! Basterebbe questa breve descrizione per fugare ogni dubbio in merito al contenuto di Incenerate the Crown e in merito alla devozione dei Parasiticide per le incarnazioni più barbariche e selvagge del black metal. Annoverando tra le proprie fila gentaglia già attiva in gruppi assolutamente devastanti del calibro di Sankara e Neckbeard Deathcamp, sembrerà scontato evidenziare che anche questo nuovo progetto è impegnato a suonare il più spietato e bestiale war metal che vi possiate mai immaginare. Scegliere di addentrarsi nei venticinque minuti di questo Incinerate the Crown significa abbandonare ogni speranza di salvezza e lasciarsi completamente travolgere da un vortice di caos selvaggio, impetuoso e violento interessato solo a lasciare distruzione e devastazione dietro di sè. Ogni traccia presente sul disco rappresenta una sorta di breviario del caos a se stante, l’essenza pura del war metal più bestiale e implacabile, in un tripudio di blast beat e di influenze che vanno ricercate nei territori più intransigenti e rumorosi del metal estremo, dal black metal al grindcore! Risentendo dell’influenza dei maestri Blasphemy, così come di quella dei Teitanblood o degli Infernal Coil, i Parasiticide costruiscono nove tracce granitiche attraversate da una furia barbarica che non mostrano mai segni di debolezza o labili spiragli per riprendere fiato, tirando dritto per la propria strada e tritando ossa dall’inizio alla fine del disco. Incenerate the Crown e i Parasiticide sono la migliore risposta possibile al war metal che strizza l’occhio alla feccia nazi-fascista, quindi non avete più scuse per non smettere immediatamente di ascoltare gentaglia ambigua come Conqueror e Archgoat! Indossate le vostre cartuccere, pronti a far divampare le fiamme della lotta di classe affinchè ogni corona bruci per l’eternità, antifascist war metal o barbarie!

 

“Making Punk a Threat Again” – Interview with Misantropic

In the past few days I had the chance to send some questions to Misantropic, authors of the wonderful Catharsis, one of the best crust-core records of 2020 and without a doubt one of the best listened in recent years. Matte and Gerda answered my questions about the hardcore scene, punk as a threat, feminism, revolution in Rojava and much more and I want to thank them again with all my heart. No retrat, no surrender, making punk a threat again!

 

LET’S START WITH THE OBVIOUS QUESTIONS. CAN YOU GIVE US SOME BIOGRAPHICAL NOTES ON THE BAND? HOW DID YOU CHOOSE THE NAME “MISANTROPIC”?

We started playing around 12 years ago, with a slightly different lineup. The members basically came from three local bands: LESRA, HELLMASKER and PERSONKRETS 3:1, and we had an idea to play bit darker and more stench/death influenced stuff than we had done in our previous groups. After the first EP (the split EP with DEATHRACE) vocalist Johannes left the band and Gerda took the mic. We also changed our sound a bit at that time I guess, writing a bit faster and thrashier stuff. “Insomnia” was released in 2011 and a split LP with EATEN RAW was released in 2014. In 2020 we released a one-sided flexi 7” and a LP/tape called “Catharsis”. About the band name… well, I honestly don’t remember. But it is miss-spelled on purpose. There are too many metal bands around called “Misanthropic”.

A FEW MONTHS AGO YOU FINALLY RELEASED YOUR NEW ALBUM ENTITLED “CATHARSIS”. UNDER WHAT CIRCUMSTANCES WAS THE RECORD BORN? DOES THE TITLE HAVE ANY PRECISE MEANING FOR THE HISTORY OF THE BAND?

Yes. “Catharsis” can be translated to “purification”, “cleansing” or “clarification” and the title track kind of sums up the past few years for us a band. Health issues, and life in general, made it pretty much uphill for us as a collective for some time. But things turned around and we were able to get our shit back together. The result is this album. It took us a long time to record, and I guess “Catharsis” is a bit more metal and experimental than the previous releases, but it still sounds like Misantropic. The album has gotten positive feedback, but its still a bit sad that it was released during this epidemic since it means we cant play any shows. Fucking bummer.

IN MY OPINION YOU ARE ONE OF THE BEST BANDS IN THE SWEDISH MODERN HARDCORE/CRUST SCENE. WHAT CAN YOU TELL US ABOUT THIS SCENE? WHAT DOES IT MEAN FOR MISANTROPIC TO BE PART OF IT?

Thank you! Well, Sweden has a small population and I guess most bands know each other in one way or another. Many of the “classic” Swedish bands keep doing their thing, but there are also lots of new bands coming out of Sweden these past few years’ worth checking out. REMISO, SOCIALSTYRELSEN, SKROT, ZYFILIS, WARCHILD, GEFYR, ETT DÖDENS MASKINERI and ANTI METAFOR to name a few.

But there is a pretty big difference between northern and southern Sweden. We live in the north, and our scene is a bit cut off from the rest of the country. Only about 10% of the Swedish population lives in this northern half. The vast majority of swedes lives in the southern part, which makes us northeners a bit isolated. If we want to play in “proper” Sweden there is usually a 10 hour car ride to that first gig hahaha. Not many foreign bands tour here so it is a bit boring sometimes. But our local scene in Umeå is great, at least before covid 19 came, and I would say it is pretty much the same amount of people attending a hardcore punk gig in Umeå as it is in the bigger cities down south.

MY POLITICAL POSITION ABOUT HARDCORE MUSIC CAN BE SUMMARISED AS “MAKING PUNK A THREAT AGAIN”. WHAT DO YOU THINK ABOUT IT? WHAT DO PUNK AND HARDCORE MUSIC MEAN TO YOU? WHAT MESSAGES DO YOU WANT TO CONVEY WITH YOUR MUSIC?

Ah, yeah I totally share that Profane Existence-motto. Misantropic is a political band and all our lyrics is about politics in one way or another; anti sexism, anti fascism, anti capitalism, animal rights issues, environmental issues… stuff like that. I think it’s a bit lame to see that so many punk/hardcore bands these days have stopped talking about politics on stage. It’s just “Ok thanks, here´s another song from our new album” and that’s it. If you have a mic, you should use it to speak up. You don’t have to go full on CRASS, but at least say SOMETHING.

DO YOU CALL YOUSELVES A POLITICALLY ANARCHIST BAND? IF YES, WHY AND WHAT DOES IT MEAN ANARCHY FOR YOU?

No. I would say that politically we all identify ourselves as “leftists” but we don’t always agree on everything all the time. There can be political arguments within the bad as well. And that’s a good thing, because it means that we are not a sect. I have spent a lot of time in the anarchist/activist environment while others in the band have other backgrounds (trade unions, solidarity groups, ABC etc). Erik is working his ass off as a local union representative for example, while I put my time on stuff like international campaigns, demos etc. Different methods, common goal I guess.

Anarchism to me is basically about freedom, in all aspects of life. When I was a kid I started reading stuff from AFA and The Swedish Anarcho-Syndicalist Youth Federation, which got me into reading more about anarchism. In my late teens I got involved in the syndicalist trade union SAC. 20+ years later, I am still trying to figure out exactly what anarchism actually means hahaha. But I guess Goldman said it in a good way: “Anarchism stands for the liberation of the human mind from the dominion of religion, and liberation of the human body from the coercion of property; liberation from the shackles and restraint of government. It stands for a social order based on the free grouping of individuals”.

 

IN A TRACK LIKE “DEATH CULT” YOU TALK ABOUT THE ROJAVA REVOLUTION. WHAT ARE YOUR VIEWS ON DEMOCRATIC CONFEDERALISM AND THE FEMINIST AND ECOLOGICAL PROCESSESS THAT PERMEATE THIS REVOLUTION?

Sure, I try to read up on jineology and Öcalan’s philosophy of democratic confederalism but to be honest our support for YPJ/YPG is pretty much based on what we see on the news and read in the press: brave men and women unleashing hell on patriarchy and religious tyranny. And that’s good enough for us.

RELATED TO THE PREVIOUS QUESTION, WHAT IS YOUR RELATIONSHIP WITH THE PUNKS FOR ROJAVA PROJECT AND WITH BANDS LIKE ADRESTIA AND MARTYRDÖD ACTIVE IN THIS PROJECT?

Punks For Rojava is a network consisting of people from the punk community worldwide, and I guess that makes us a part of this network as well since we have made a few solidarity releases for Rojava (like the digital version of the Death Cult single for example). But we don’t really know the people behind the network. We bump into members in Martyrdöd from time to time I guess, and Adrestia is a great band but I don’t think we have met or played together….

HOW IMPORTANT TO YOUR VISION OF PUNK AND HARDCORE MUSIC ARE SOLIDARITY AND SUPPORT FOR PROTEST MOVEMENTS LIKE BLM, INSURRECTIONARY MOMENTS AND RIOTS CARRIED OUT BY OPPRESSED SUBJECTIVITIES AND COMMUNITIES AROUND THE WORLD?

Hm, Im not sure I understand the question. Yes, we support many protest movements and insurrectionary movements but in the end it comes down to the actual political goal. The Trumpists in the US probably called their storming of the Capitolium a “revolutionary protest” as well, you know? Personally, I think the situation in Russia and Belarus is something worth following and showing support with right now. Same goes for the women fighting for their abortion in Poland.

ANOTHER TRACK THAT I REALLY ENJOYED IS DEFINITELY “ARM YOUR DAUGHTERS”, WHICH IN MY REVIEW I DEFINED “A STICK OF FEMINIST RAGE”. WOUKD YOU LIKE TO ELABORATE ON THE FEMINIST THEME ADRESSED IN THIS SONG? HOW DO YOU THINK PATRIARCHAL, MACHISMO AND GENERAL RAPE CULTURE DYNAMICS CAN BE ADRESSED AND FOUGHT, OUTSIDE AND INSIDE THE PUNK SCENE?

“Arm your daughters” is written by Gerda so she should answer this. Here is her reply:

I wrote this song a long time ago and as I recall it, I wrote it in rage after reading in the news about another murder of an innocent woman. Unfortunately, I have no real answer on what needs to be done to stop men’s violence on women, children and LGBTQI people. Many processes around gender equality moves forward so damn slow; time and time again, new research shows how men (also young men!) see feminism and women’s rights as less and less important. Sometimes you just want revenge, and if we who are oppressed by the patriarchy would start arming ourselves as a last resort to avoid being murdered and raped, I´m all in! That’s pretty much what to song is about.

WHAT DOES “NO RETREAT NO SURRENDER” MEAN TO YOU? THESE WORDS SEEM TO PERFECTLY REPRESENT THE ATTITUDE OF MISANTROPIC TO MY EYES.

Well, that’s the chorus of the track with the same title. The song is about war mongers sending people off to die in meaningless wars, so it´s not about us as a band. But sure, why not? Never give up.

PUNK IS NOT JUST MUSIC AND I THINK WE AGREE ON THAT. BUT AT THIS POINT OF THE INTERVIEW I HAVE TO ASK YOU ONE QUESTION. WHICH ARE THE BANDS THAT HAVE INFLUENCED YOUR SOUND?

We all have pretty different backgrounds musically. Some of us come from the hardcore/punk scene and some of us come from the metal scene, so this is a really hard question for me to answer. But there are a few bands that I guess we all can agree on, like ANTICIMEX, TRAGEDY, CONSUME, BOLT THROWER, SLAYER, HELLSHOCK, SEPULTURA, METALLICA, ENTOMBED… Everyone contributes with their thing, so its hard to name a specific band.

Personally, I´m a sucker for old UK crust and anarcho punk and I guess bands like ANTISECT, DISCHARGE, AXEGRINDER, CONFLICT and SACRILEGE have influenced me a lot. I also enjoy primitive death/thrash like ONSLAUGHT, DEATH, CANCER and stuff like that, so I probably steal some stuff from there as well when I write riffs for Misantropic.

THE INTERVIEW HAS COME TO AN END, ARE YOU ALREADY THINKING ABOUTE CONCERTS OR WORKING ON NEW SONGS/ALBUM? Do you think there are chances to organize a Misantropic concert in Italy in the next months?

We have actually been writing a lot of new material these past few months, so another album is definitely on its way. But it will probably not be finished until 2022 or something like that. Misantropic works very slowly. At the moment we don’t rehearse or get together at all, due to covid 19. Regarding a concert in Italy, I very much doubt it. This covid shit will probably not be over for another couple of months and I guess travelling abroad will still be a bit problematic a while after that. My guess is that we won’t play much live at all this year, not even in Sweden. We rarely do tours (too many kids and stuff) but if you have a budget to fly us in – get in touch.

THIS END SPACE IS YOURS, YOU CAN SAY AND REPORT ANYTHING YOU WANT. THANK YOU AGAIN FOR THE TIME YOU HAVE TAKEN TO ANSWER NY QUESTIONS.

My brain is blank after a long day with a bunch of kids having a pizza party in our livingroom (my sons 10th birthday party) so I cant figure out anything smart to say. Thank you for the interest, hope we will be able to play in Italy some day. Stay punk. Much love.

 

Non mucchi selvaggi, ma una nuova offensiva da organizzare!

Contributi su punx, pandemia e autogestione destinati ad essere discussi, corretti e soprattutto messi in pratica senza perdere tempo.

Nell’ultimo periodo, dopo due lockdwon e ad un anno dallo scoppio della pandemia di Covid-19 che ha stravolto totalmente le nostre esistenze su tutti i livelli, mi son trovato spesso a pensare in solitaria e al contempo a discutere con individualità affini e amiche, dei limiti e delle potenzialità della pratica dell’autogestione, legata in particolar modo alla scena hardcore e punk e alla situazione di parziale immobilismo in cui è piombata la nostra “normalità” fatta di concerti, taz, situazioni e serate, in tempi di crisi sanitaria (oltre che economica e sociale) come quella attuale. Se, come recitava uno slogan apparso durante il primo lockdown, “nessun ritorno alla normalità perchè la normalità era il problema“, allora dobbiamo ribadire che anche la “normalità presunta alternativa” a cui eravamo abituati noi punx è qualcosa da distruggere, superare e ripensare, perchè forse solo così il punk e l’hardcore possono tornare ad essere un’offensiva reale nei confronti di questo esistente di merda. In mezzo a questo flusso di pensieri sconclusionati son finito più volte a ricordare un’interessante assemblea punx avvenuta nella primavera del 2019 in occasione dell’ “A Sassate Mini Fest”, concerto benefit per i/le compagnx in carcere a causa dell’Operazione Panico e dell’Operazione Scintilla, organizzato dai compagni di Distrozione nella sempre affascinante cornice di Villa Vegan Occupata. Quell’assemblea fu a mio parere un tentativo interessante di analizzare in maniera critica e confrontarsi sulla situazione contemporanea della scena hardcore nostrana, in bilico tra vero e proprio ghetto subculturale in cui tendiamo a rinchiuderci e potenziale strumento di critica, minaccia e attacco all’esistente. Oggi, più ci ripenso, più mi accorgo che quell’assemblea, così come le prospettive e le idee che erano emerse in quel momento potebbero essere più attuali che mai. 

Al di là di quanto appena detto, c’è da aggiungere un’analisi sull’attualità dell’ultimo anno, dentro e fuori la scena hardcore, dentro e fuori il mondo dei/delle punx (che mi piacerebbe definire anarchicx e rivoluzionarx) e di quelle individualità che vedono ancora in questa musica nient’altro che un mezzo con cui organizzarsi, portare solidarietà, incontrare complici con cui potenzialmente minacciare l’esistente capitalista. Certamente alcune realtà ed individualità hanno provato, non senza critiche e criticità, a riproporre pratiche come taz e concerti anche durante i due lockdown che hanno segnato il 2020. Basti pensare alle taz in Corvetto di questa estate o alla taz di novembre da qualche parte in quel di Milano, due momenti in cui si è cercato con difficoltà di tornare a fare quello in cui crediamo e che spesso abbiamo riprodotto in maniera acritica al punto da renderlo totalmente inoffensivo: trovarsi, organizzarsi, suonare, confrontarsi, occupare un posto, discutere davanti ad una distro e moltissimo altro. Non sta a me elogiare le individualità e i gruppi che hanno preso parte all’organizzazione di queste situazioni, così come non spetta a me accusarli di non aver tenuto conto della situazione sanitaria attuale perchè sono sicurissimo che si siano fatti tutte le discussioni del caso per cercare di rendere il più sicuro possibile certi momenti e certi spazi per tuttx. Qualcuno a novembre, proprio in occasione dell’ultima taz organizzata a Milano, scrisse un testo abbastanza interessante e provocatorio intitolato “Per Non Farci Seppellire”, capace di dare nuova linfa alla discussione su autogestione, concerti e pandemia e che aveva tutto il potenziale di aprire una discussione seria e certamente complicata sul ruolo dell’autogestione in tempi di covid. Mesi prima, a giugno, i compagni di Distrozione scrissero un altro testo dal taglio fortemente provocatorio, un’analisi estremamente lucida sui limiti del DIY in tempi pandemici. Ritengo questi due testi ancora validi e importanti per affrontare la situazione attuale in cui, come scena e individualità punx, ci ritroviamo volenti o nolenti, in una fase di immobilismo, stallo e difficoltà. Perché, per quanto mi riguarda, le domande da porsi, son sempre la solite: qual è il limite dell’autogestione in situazioni delicate dal punto di vista sanitario come quella attuale? Quali sono invece le sue potenzialità? Perché la soluzione non può essere né escludere individualità da situazioni non safe dall’alto del nostro privilegio di individui “sani”, né tanto meno relegare l’autogestione, le nostre modalità di incontrarci e stare insieme e soprattutto il nostro essere offensiva reale per questo esistente e sistema ad un periodo di “ritorno alla normalità” deciso dallo Stato, condannandoci così ad un immobilismo in cui si rischia di rimanere impantanati per lungo tempo. Per dirla usando una frase estrapolata da un volantino scritto dai Franti e dai Contr-Azione negli anni ’80: “per noi autogestione significa atteggiamento antagonista rispetto all’organizzazione sociale”.

Dato che, forse illudendomi in maniera estremamente ostinata e tristemente retorica, non cesso di vedere nell’hardcore e nel punk un reale potenziale di minaccia per questo mondo fatto di oppressione, sfruttamento e repressione, un potenziale che va al di là della semplice musica, di un modo di costruire una socialità alternativa ma inoffensiva o di consumare merci differenti solo perchè in nome del do it yourself, credo sia importante aprire una seria riflessione e una profonda discussione su come poter tornare a ripensare e concretizzare nel reale e nel quotidiano di questi tempi bui pratiche fondamentali come l’autogestione o il DIY. Una discussione che ponga sempre attenzione alla questione pandemica attuale e senza sottovalutare i pericoli che corrono soprattutto quelle individualità a noi vicine, affini e complici più a rischio, ma senza dimenticare che, se è certamente sempre vero che l’unico punk buono è quello morto, citando gli Electro Hippies, certe pratiche intimamente legate alla scena punx e anarchica e certe sonorità possono ancora essere un mezzo per organizzare una reale offensiva contro il quieto vivere, contro la pace sociale imposta a colpi di repressione, contro l’oppressione quotidiana e contro la guerra che il Capitale e lo Stato ogni giorno ci muovono. 

Le righe che ho appena scritto vogliono anzitutto rappresentare una serie di contributi, magari confusionari e futili, alla lotta dei/delle punx rivoluzionar*, destinati ad essere discussi, corretti e soprattutto messi in pratica senza perdere tempo. In secondo luogo, ho provato ad ordinare questi pensieri e darli in pasto a voi tuttx in modo da poter, chissà, finalmente tornare insieme a ragionare sui limiti, sul potenziale e sulle prospettive della nostra scena e delle pratiche legate ad essa (autogestione e DIY in primis). Infine queste parole non sono altro che un’introduzione al testo scritto dai compagni di Distrozione questa estate intitolato “Un Altro Mondo è Impossibile – Limiti del DIY in tempi pandemici” che potrete leggere di seguito. Perchè non è ancora tornato il tempo dei mucchi selvaggi, ma è sicuramente arrivato il momento di organizzare la nostra offensiva!

 

“Un Altro Mondo è Impossibile – Limiti del DIY in tempi pandemici” (da Distrozione)

Sono passati solo 4 mesi dall’esplosione ufficiale del virus che ha scosso il mondo, troppo pochi per poter tirare le fila su cosa ha portato e cosa porterà. Eppure questa catastrofe può essere da spunto per riflessioni per troppo tempo rimandate in nome dell’abitudine alla sopravvivenza. Se la normalità era il problema in cui non vogliamo più tornare, se non è solo un mero slogan, dobbiamo capire se forse anche noi stessx alimentiamo quella condizione, ed è importante quindi tornare a porci una domanda fondamentale: cos’è l’autogestione? Alla proclamazione del lockdown centri sociali e squat hanno chiuso i battenti, adeguandosi alle misure di prevenzione decise dallo Stato: una scelta di responsabilità collettiva condivisibile, come è condivisibile tanto la scelta di distro come la nostra di sospendere le spedizioni di supporti fonografici quanto quella di continuare la propria attività in generale. Tutto giusto, eppure qualcosa non torna: lo Stato decide arbitrariamente di chiudere qualcosa e di riaprirlo dopo un mese, noi ci adeguiamo e anzi molto probabilmente ci adegueremo a ricominciare a fare concerti quando lo Stato lo deciderà. Questo perchè siamo pavidx, siamo servx, siamo fake? Non crediamo sia interessante autoflagellarci dicendo questo genere di cose, nè mostrare i muscoli virtuali dicendo “siamo anarchicx dovevamo fare (e faremo) quel che ci pare”, ma individuare un grosso limite del mondo delle autogestioni, che è l’incapacità di dotarsi dei mezzi per rispondere a modo nostro a un’evidente crisi epidemica. Certo, il come e quali strumenti cui dotarsi è un’incognita, eppure è molto importante cominciare a farsi questo domande, pena subire per sempre la subalternità alle istituzioni.

L’autogestione e il suo mercato, le autoproduzioni, sono state per tanto tempo un’isola felice perchè permettevano a tuttx noi di esprimere la nostra creatività e le nostre passioni nelle maniere più “libere” possibili, ma questi tempi ci hanno dimostrato che le isole felici, gli spazi “liberati”, le zone di autonomia temporanee o meno che siano non bastano a se’ stesse, e che il DIY or DIE è uno slogan che molto spesso indica una consequenzialità piuttosto che un bivio.

In questi mesi lo Stato Italiano ha mostrato le proprie incapacità e i propri interessi vietando qualsivoglia forma di assembramento che non fosse strettamente legata alla produzione, al consumo e al capitale. Nessuno spazio per il nostro sentire. Nessuno spazio per la protesta.

In questi mesi, se pur a fatica, abbiamo visto susseguirsi diversi momenti di piazza, alcuni chiamati pubblicamente, altri sorti spontanei, altri organizzati sotto voce. Se a qualcosa abbiamo partecipato, molto altro lo abbiamo lasciato perdere. Ma non è questo il punto di questo scritto. Non vogliamo fare un’analisi spicciola sulla rivolta ai tempi della pandemia ma piuttosto porre alcune domande sperando di dare il là ad una serie di discussioni che riteniamo vadano fatte.

A quando il primo concerto? come lo faremo? torneremo a pogare sudatx fianco a fianco o staremo fermx a osservare chi suona?Attenderemo che lo Stato ci dica che possiamo assembrarci (nel rispetto della vita altrui e consci del pericolo di contagiarci?) o cercheremo ancora una volta di riprenderci le nostre vite… la nostra normalità? ma è questo quello a cui aneliamo? Non vogliamo tornare ai concerti pubblicati sui social. Non vogliamo tornare ad eventi ludici totalmente privi di critica e discussione. Vogliamo (o vorremmo) creare qualcosa che vada al di là di ciò che è lecito e consentito. Non abbiamo risposte o ricette per il chaos. Non possiamo (ne vogliamo) dire quale sarà la pratica “più giusta” o “più conflittuale” ma andiamo cercandola. Non abbiamo neanche una vera e propria proposta, ne stiamo qui dicendo che bisogna far finta che questa pandemia non esista. Diciamo invece che vorremmo discutere della nostra socialità, dei nostri spazi, del nostro tempo e di come prendere il controllo delle nostre vite e non lasciare più allo Stato la delega di quando e cosa possiamo fare.

In questi, pochi, mesi, alcunx di noi hanno continuato (o almeno hanno provato) a mantenere una qualche forma di socialità collettiva. Chiaramente prendendo i dovuti accorgimenti sul rispetto reciproco e le necessità (di salute fisica, morale e mentale) di ognunx di noi. Avremmo voluto discutere maggiormente (e forse avremmo dovuto) di come, in quanto anarchicx, possiamo organizzarci ancora per riprenderci spazi di gioia, festa e conflitto. Ci piacerebbe che da questi punti ora accennati partisse una discussione anche pratica, perché il concetto di autogestione per come lo abbiamo conosciuto ha mostrato le sue corde, è forse il momento di tornare alle sue origini o di superarlo? Possiamo accettare di attendere ancora finché qualcunx ci dirà che possiamo tornare a urlare sotto palco o ci metteremo ad urlar di rabbia contro questo esistente una volta per tutte? Quando abbiamo iniziato quest’avventura (ormai 15 anni fa) eravamo sicuramente più incuranti delle conseguenze delle nostre azioni e se poi andiamo a guardare i nostri comportamenti durante le serate forse forse ci salta all’occhio un dubbio… E le altre malattie? e la miriade di tossine che ingeriamo volentieri durante le serate? contano meno perché meno evidenti? Oppure dobbiamo tristemente ammettere che anche noi siamo vittime della narrazione dello Stato rispetto i tempi che viviamo? Il giro punk non è noto certo per essere salutista. Anzi! eppure pare che questo virus ci abbia fatto scoprire l’acqua calda… se non prendi le dovute precauzioni contro le malattie, muori. Sarà forse stato il sistema sanitario (a pezzi e mal finanziato) che ci ha portatx tutti e tutte al “rispetto” della situazione pandemica e quindi all’autolimitarci? Oppure la paura della canea mediatica o di perdere gli spazi occupati (come se non fossero tutti a rischio ogni giorno, come se rispettare queste disposizioni possa salvarci)? Negli anni il movimento punk, in particolar modo quella fetta di movimento punk ancora anarchico, ha portato avanti istanze di lotta, solidarietà, mutuo appoggio e autogestione. Consci che tutto ciò era ben oltre il limite del consentito. Oltre la mera legalità.

Non vogliamo ovviamente dire né in questa, né in altre sedi al momento che bisogna dunque “tornare alla normalità”, a diffondere le nostre vite sulla rete come niente fosse, ad ammassarci senza alcun riguardo delle altrui necessità e tensioni ma anzi, vorremo iniziare a discutere e a ragionare insieme sul da farsi. Su cosa voglia dire autogestione delle proprie vite e non solo delle proprie serate. L’autogestione non è (a nostro parere) meramente venire a consumare dentro uno spazio “liberato”, deve voler dire molto più di questo se vuol sopravvivere a questi tempi e a quelli futuri. Possiamo immaginare serate in cui la cura delle persone è importante e necessaria per tutti e tutte? Possiamo trovare dei nuovi modi di organizzarci che escano una volta per tutte da sistemi di cui noi non abbiamo alcun controllo?

L’informalità è stata, ed è tutt’oggi, una parte fondamentale del movimento punk anarchico. Dalla necessità di occupare spazi, per vivere, per organizzarsi, per suonare. Allo scendere in strada. colme di rabbia contro l’esistente. Un organizzazione avulsa a metodi formali e che scimmiottano la burocrazia. Che muta forma e metodo in base alle necessità. Che si denuda di ideologie e si compone di idee, schegge impazzite che si diramano nelle città, nelle piazze, nelle strade.

La rete, social per lo più o per come la intendiamo quest’oggi, è un insieme di pagine “in chiaro” contenenti buona parte delle informazioni su di noi e sulla nostra rete amicale (e non solo). Ci sono criticità evidenti sul modo in cui ci si relaziona attraverso la sempre più presente tecnologia. Le discussioni (e le conversazioni in genere) sono rilegate per buona parte a messaggi asincroni che pretendono sincronia.. E questo è solo una delle molteplici criticità da fare su questo strumento. Tutto ciò va anche a discapito di discussioni reali, dell’organizzarsi insieme e delle nostre stesse vite. Ovviamente è innegabile la possibilità di poter discutere pur trovandosi a chilometri di distanza, il poter condividere quasi in tempo reale aggiornamenti ed altro ancora… Non ci basta questo per sorvolare alle criticità di questo strumento. Ci risulta evidente ad un primo sguardo come la possibilità di ottenere qualsiasi tipo di informazione o nozione attraverso apparati tecnologici ci abbia privato di una necessità primaria. L’incontrarsi. Gioia e giubilio per chi, tra noi inclusx, è poco avvezzx alle relazioni sociali ma se guardiamo a questa dinamica al di là delle semplici serate non possiamo che pensare a quanto ora sia necessario ragionare collettivamente su cosa voglia dire autogestione e su come al di là delle semplici parole possiamo prendere il controllo delle nostre vite e aver cura di chi c’è vicinx.

Durante i primi giorni della pandemia ci siamo chiestx spesso: come poter fare le cose che ci piacciono riuscendo a creare un’ambiente sicuro? Amaramente ci siamo risposte che in realtà ciò che dovremmo fare per evitare la diffusione del virus è ciò che avremmo dovuto fare sempre: rispettare le distanze e toccarci solo previo consenso altrui, avere cura delle persone ritenute “più deboli” nonchè dimenticate dalla società presente (immunodepresse, con malattie croniche ecc), rispettare i timori di ognunx. Queste cose, ovviamente, non le abbiamo mai fatte e c’è il rischio che anche quando e se l’epidemia finirà continueremo a ignorarle; del resto è più facile pogare sudatx cercando di mettere le mani addosso senza consenso alla persona che troviamo sessualmente stimolante e rendere inagibile lo spazio che viviamo per persone che hanno problematiche fisiche e/o mentali piuttosto che ripensare in maniera profonda al nostro modo di vivere la socialità. Del resto è più semplice simulare i momenti conviviali offerti dal capitale piuttoste che operare un radicale cambiamento nel nostro modo di porci rischiando di risultare “noiosx”. Peccato che tutta la vita nel mondo delle merci è noiosa, e allora forse quello che dovremmo fare, la possibilità che ci viene messa sul piatto da una spaventosa epidemia, è quella di smettere di pensare al nostro concertino come il momento in cui mettiamo in pausa la nostra vita in quel mondo ma come invece quello che lo ribalta. Potremmo immaginarci concerti in cui la vita realmente vissuta è così radicale da non finire mai, o finire con lo schianto della polizia che tenta di sgomberarci, non con noi ubriachx che mestamente torniamo alle nostre macchine, le nostre case, il nostro lavoro.

Ora è il momento, domani sarà già troppo tardi.

 

Quattro chiacchiere con Andrea di Passione Nera Records

Il motivo principale che mi ha spinto a fare qualche domanda al buon Andrea di Passione Nera Records è molto stupido e riguarda il fatto che per entrambi i nostri progetti abbiamo ripreso inconsciamente il nome di due distro diy già esistite in passato all’interno della scena hardcore/punk italiana. Oltre a questo, mi interessava lasciare spazio su queste pagine virtuali ad una distro che, seppur poco prolifica rispetto ad altre, ultimamente ha partecipato alla coproduzione di ottimi dischi come Eschaton degli Amphist e In Bilico Nel Reale dei Destinazione Finale. Ringrazio ancora una volta Andrea per il tempo che ha dedicato a rispondere a queste domande. Adesso bando alle ciance, godetevi queste quattro chiacchiere, perchè lo spirito continua!

 

Partiamo con delle brevi, banali quanto dovute, note biografiche: chi sei, quando e perché nasce Passione Nera Records e soprattutto com’è nata l’idea di darti proprio questo nome?

Hey! Sono Andrea, una delle tantissime anime dannate che si sono affidate, per la loro “salvezza”, a quel tutto che sta sotto il nome di punk hardcore. Passione Nera nasce come distribuzione nel 2015 ed è figlia dell’esperienza, durata purtroppo un solo numero, dell’omonima fanzine. Distribuendo e scambiando la zine in giro si è naturalmente creata una –seppur embrionale- distribuzione; di li a poco l’idea di supportare la prima uscita di un gruppo di amici (i NoProve dalla Tuscia.. RIP!) e poi non mi sono più fermato. Il nome, come intuito suggerisce, prende spunto dall’omonima canzone dei Nerorgasmo in quanto ci sono molti passaggi delle liriche che faccio miei per convinzioni e vissuto.

Qual è stato il momento o il motivo che ti ha spinto ad avvicinarti all’hardcore punk? Come è successo?

Fin da bambino sono sempre stato un tipo timido, diciamo un po’ sulle sue; quello che difficilmente riesce ad integrarsi ed interagire col grosso dei coetanei. Quando non sai il perché ma certe dinamiche (quelle per intenderci del tamarro o del fighetto, in una realtà meno che provinciale) non ti attirano anzi ti infastidiscono facendoti rifiutare già in tenera età di riconoscerti con la massa. Perciò quando le mie orecchie sono state “accarezzate” per la prima casuale volta dal punk non potevo che restarne folgorato!

In particolare l’approccio col punk hardcore c’è stato in edicola: passo prima di entrare a scuola per prendere Supertifo e l’occhio cade su “Punk”, allegato alla rivista “Rock sound”. All’epoca i miei acerbi ascolti (non avendo amici punk a cui chiedere info riguardanti band interessanti e neanche una connessione ad internet per smanettare in rete) si fermavano a Pistols, Clash, Rancid e poco altro.. fortuna che a Cassino c’era almeno un negozio (il mitico Crash Store, RIP!) che aveva fondamentalmente roba metal ma dava comunque la possibilità di trovare qualcosa che faceva al caso mio! Ebbene, in questo benedetto numero (oltre alla compilation in allegato) c’era un articolo sull’imminente uscita della compilation “Love Hate 80” (tutto il meglio dell’hc italianno ani ’80), nonché un’intervista agli Impact.. insomma quanto bastava per rapire irrimediabilmente il mio cuore, che dal canto suo non aspettava altro! Compilation ordinata immediatamente e da li, parafrasando i sopracitati NoProve, c’è stato solo il punk hardcore!

Tempo fa un vecchio caro punx bolognese a cui son certo entrambi vogliamo un gran bene, ci fece notare che entrambe le nostre distro sono omonime di altre due label diy punx italiane ormai defunte. Cosa ne pensi di questo tratto che accomuna Passione Nera e Disastro Sonoro? Quanto pensi sia importante riconoscere e rispettare una storia della scena hardcore di cui facciamo parte e quanto invece pensi non si tratti di mancanza di rispetto riproporre un nome già utilizzato da altri prima di noi?

Premetto che quando scelsi il nome per la zine (ereditato quindi dalla conseguente distro) non ero a conoscenza del fatto che c’era già stata un’etichetta con lo stesso nome; diversamente, sono sincero, avrei optato per un altro nome! A prescindere da ciò non credo che questo possa essere visto come mancanza di rispetto, anche perché –per lo meno nel mio caso- l’esperienza della vecchia distro è conclusa. Per il resto che dirti Ste, se senza saperlo ci siamo “riappropriati” di vecchie storie evidentemente siamo davvero old school! 

Avere un’etichetta DIY non è certamente una cosa facile e anzi spesso richiede un sacco di impegno, energie e di soldi (che in un modo o nell’altro scarseggiano sempre). Cosa ti spinge a continuare a dare il tuo apporto alla scena hardcore punk attraverso questo mezzo?

Sarò sincero, causa mancanza di tempo e soprattutto soldi, ho sempre seguito il progetto “a tempo perso”. Inoltre tutto ciò lo faccio per passione e la mia etica “workless class” mi impone di non far diventare ciò un lavoro, con tutto lo stress che ne consegue. Parlando di vil denaro, ovviamente è tutto in perdita ma il fatto di essere una seppur piccola goccia in questo mare di fango che rappresentiamo (non chiedermi perché ma mi piace vederla così!), di supportare band di amici e non e concorrere a tenere su questo circuito totalmente autogestito mi ripaga di tutto!

In base a quali criteri e motivi scegli con quali band collaborare e quali coprodurre?

Avendo pochi soldi da investire (oltre alla scelta di non far diventare il tutto troppo gravoso a livello di impegno mentale e di tempo) scelgo di supportare fondamentalmente band di amici o progetti che, anche se non si tratta di amici, reputo particolarmente validi.

Qual è stata la tua prima Coproduzione? E quale quella a cui ti senti maggiormente legato?

La prima coproduzione, come già anticipato, è stata “Via senza ritorno” dei NoProve. Per quanto riguarda invece l’uscita a cui sono più affezionato devo farti due nomi: “Il buio attorno” dei Malore che reputo uno dei migliori album punk hardcore uscito in Italia negli ultimi anni e “Make me a sandwich” dei/lle Poisonous Cunt (RIP Alexia!) da Londra, la prima coproduzione internazionale di Passione Nera Records!

Cosa significa per te fare parte della scena punk? Ma soprattutto cosa significa per Passione Nera l’hardcore?

Significa sapere che non sei il solo a vivere un certo disagio; a pensare che in fondo il mondo che ci circonda non è proprio il paradiso delle opportunità e del benessere che tanti proclamano e quindi ad agire di conseguenza. Per quanto non mi è mai andato giù che “siamo tutti fratelli e sorelle” e discorsi simili, quando vedo un altrx punk so comunque che con lui/lei avrò certamente più cose in comune rispetto a chiunque altrx. Passione Nera è quindi di conseguenza il mio umile apporto a tutto ciò.

Quale è stata la più grande soddisfazione che ti sei tolto con Passione Nera?

Nel mio piccolo, avere il mio logo su uno di miei dischi preferiti (il già nominato “Il buio attorno” dei Malore).

È appena finito il 2020, un anno abbastanza difficile su tanti livello diversi per via dell’epidemia di Covid 19. Quanto è stato difficile avere una distro/label in un periodo simile?

A questa domanda non so risponderti in realtà… avere una distro, come ti dicevo, ha un ruolo abbastanza marginale nella mia vita; non ci guadagno nulla e moooolto raramente porto il banchino ai concerti perciò tutto sto delirio riguardante il covid non ha avuto un grosso impatto su Passione Nera.

Che ruolo rivestono invece nella tua vita quotidiana pratiche e idee come autogestione e autoproduzione?

Un ruolo assolutamente centrale. Il vivere in luoghi autogestiti, il rifiuto del vivere per lavorare, il riciclo del cibo e dei vestiti.. ma in generale cercare di straniarsi il più possibile da dinamiche imposte o comunque funzionali al sostentamento del sistema in cui (soprav)viviamo.. inutile aggiungere che senza il punk non sarei mai entrato in contatto con tutto ciò; alla lunga posso dire che è stato assolutamente totalizzante.

Come si può  ben vedere dalla copertina della pagina fb di Passione Nera, collabori con il progetto Punks for Rojava che vede impegnati punx e compagnx da tutto il mondo. Cosa ti ha spinto ad avvicinarti e sostenere questo progetto?

I Malore cantavano “l’hardcore non è rivolta, solo rumore!” perché,ovviamente, da solo non basta. Di certo però non può non rifarsi ad ideali ben definiti e di conseguenza essere anche di ispirazione per azioni a sfondo politico e di critica radicale dell’esistente. Perciò, avendone avuta l’occasione, sono stato ben contento di dare il mio seppur minuscolo contributo alla gigantesca causa del confederalismo democratico in Rojava.

 

Per concludere questa intervista/chiacchierata volevo farti una domanda e lasciarti lo spazio per raccontare qualche aneddoto legato alla tua esperienza personale all’interno della scena punk, legata o meno a Passione Nera. La domanda è la seguente: quale band sogni di coprodurre?

Un aneddoto che ricordo volentieri è legato ad Agripunk, rifugio sociale antispecista autogestito nel quale ho vissuto un anno (a proposito, in questo caso il covid ha dato parecchio “fastidio” ed il posto ha bisogno del massimo supporto economico per r-esistere, diamogli una mano!). Estate 2019, tre giorni prima del Rotten River Camp riceviamo la telefonata dei ragazzi che organizzano il festival chiedendo la nostra eventuale disponibilità ad ospitare l’evento dopo che gli sbirri, facendo pressione sulle ragazze del chiosco dove si sarebbe dovuto fare e facendo riferimento a fantomatici permessi mancanti, rischiavano di farlo saltare del tutto! Per farla breve, lo spiazzo di fronte la stalla (che solitamente viene occupato da pecore e capre), è stato trasformato in meno di un giorno nella location di un festival al quale in due giorni ha ospitato centinaia di persone. Un rimorchio per tir come palco e band come Contrasto, Bull Brigade, Klasse Kriminale e tante altre live ad Agripunk, chi l’avrebbe mai detto!? Ci siamo fattx il culo ma è stata un’esperienza tanto improvvisa quanto entusiasmante.. alla faccia di chi voleva far saltare il festival!

Per quanto riguarda la tua domanda, rispondo senza indugio AFFLUENTE!

 

GUNN – Peace Love and Heavy Weaponry (2020)

What is punk rock to you? No money!

Si apre con questo brevissimo botta e risposta Peace Love and Heavy Weaponry, ultima fatica in studio dei GUNN, dandoci dunque subito un assaggio del contenuto e del mood che avvolgeranno il disco. Un ep brevissimo ma di assoluto impatto, nemmeno 8 minuti di durata complessiva bastano però al gruppo californiano per regalarci un ottimo lavoro di hardcore punk suonato con passione. Anche se a primo impatto l’artwork di copertina potrebbe tradire influenze riconducibili all’anarcho punk britannico, le cinque tracce in cui ci imbattiamo su questo Peace Love and Heavy Weaponry ci portano da tutt’altra direzione, offrendoci un ottimo, incisivo e rabbioso quanto basta, hardcore punk di tradizione statunitense che strizza l’occhio a quanto fatto negli anni 80 da Negative Approach, Negative Fx e in parte dagli SS Decontrol e dai primissimi Gang Green. Le prime tre tracce sono caratterizzate da un hardcore veloce, senza fronzoli e che tira dritto al punto con un’attitudine molto in your face e riottosa, mentre le ultime due sono più melodiche e rallentate, ricordandomi addirittura vagamente i Dead Kenendys in una traccia come Not Original. Nella proposta dei GUNN, tra dosi di aggressività e urgenza espressiva, trova spazio però anche un certo gusto per le melodie e riff orecchiabili che permettono a tracce come la già citata Not Original e Killing Time di stamparsi facilmente in testa. Dopo una manciata di demo, finalmente i ragazzi di Orange County hanno detto la loro con un disco estremamente convincente di puro e semplice hardcore punk suonato con passione, ricordandoci inoltre che il punk è una merda che non ci fa fare una lira!

Soundtrack of the Pandemic Nightmare

Non è facile parlare di pandemia, quarantene, covid-19 e delle disastrose conseguenze che tutto questo ha avuto sulle nostre esistenze, su piani completamente diversi che toccano tanto il personale quanto il politico, tanto la sfera psicologica quanto quella materiale. Non è facile e tantomeno ho le energie per addentrarmi in tali discorsi. Per questo motivo nelle righe che seguono mi limiterò semplicemente a parlarvi di alcuni dischi usciti durante questo tragico 2020 e che per chissà quale ragione non avevano ancora trovato spazio sulle pagine di Disastro Sonoro. Tre ottimi dischi che hanno fatto parte costante della mia colonna sonora durante questi due lockdown e che hanno tenuto compagnia al mio isolamento forzato, alla mia rabbia, all’entropia che mi ha assalito divorandomi lentamente, alla sensazione di affogare per sempre tra paranoie e debolezze e a tutte le mie inquietudini che abbracciavano e abbracciano tuttora la sfera del politico e del personale. Perchè non so dire se l’hardcore è ancora una fottuta minaccia per questo esistente fatto di sfruttamento, oppressione, repressione, alienazione, depressione e morte, ma vorrei tanto lo fosse così da poter finalmente far divampare le fiamme della nostra gioia in nome di una vita radicalmente diversa. Ai/alle punx, ai/alle compagnx, ai/alle amicx, a chi non è niente di tutto ciò, a chi non vuole essere più nulla e a chi non ha più le forze per essere qualcosa, questo è Soundtrack of the Pandemic Nightmare!

Life – Ossification of Coral

Continuo a pensare che questo Ossification of Coral, nonostante a mio parere rappresenti uno dei migliori dischi crust punk usciti negli ultimi anni, sia passato invece fin troppo in sordina nel corso del 2020 e sinceramente non saprei spiegarmi il perchè. I giapponesi Life sono in giro dalla fine degli anni 80/inizio dei 90 e hanno sempre dimostrare di essere uno dei gruppi più interessanti, convincenti, intensi e coerenti emersi dall’affascinante scena hardcore punk nipponica. Autori di dischi grandiosi come Violence, Peace and Peace Research pubblicato nel 2013,  lo scorso anno hanno finalmente dato alla luce il nuovo, magnifico Ossification of Coral, quello che a tutti gli effetti si può definire senza remore il manifesto definitivo del crusher-crust punk suonato dai Life. Partendo come sempre da un sound che tradisce l’innegabile influenza della storica scena hardcore/crust giapponese, soprattutto nei momenti maggiormente raw, aggressivi e selvaggi (Crush Them, Endure Every Day o Same as War), i nostri riescono a scrivere tredici tracce radicate in un crust punk costantemente in bilico tra una natura votata alla crudezza e all’istintiva violenza da una parte e la tensione verso incursioni in territori metallici, toni oscuri e atmosfere dal sapore vagamente post-apocalittico dall’altra.

Immaginatevi dunque l’ascolto di Ossification of Coral come una sorta di viaggio tra gli abissi e le diverse sfumature della storia del crust punk nipponico e non solo, passando attraverso tante scuole e influenze differenti che vanno dai Doom ai Death Side (in certe melodie, assoli e riff), dagli Abraham Cross agli Excrement of War, dai Warhead agli Hiatus, dai Bastard alle primissime pulsioni stenchcore britanniche (tracce come la titletrack o Abscence of Life). Come da sempre il punk suonato dai Life è musica di protesta e rivolta, difatti anche nelle liriche di Ossification of Coral sono centrali le tematiche politiche supportate dall’attitudine riottosa e anarchica da sempre marchio di fabbrica dei Life. Basti solo pensare al titolo scelto per questo disco per comprendere il forte messaggio ecologista che permea le liriche del gruppo giapponese e che anima tracce come la titletrack e The End of Mother Nature, così come la sempre presente critica furiosa alla guerra, agli interessi che la muovono e ai suoi orrori, come da classica tradizione d-beat raw punk. Ossification of Coral è dunque un disco assolutamente devastante, un sincero manifesto del crust punk più crudo, riottoso, feroce e intransigente! CRUST AS FUCK LIFE!

Phane – S/t

Se per una volta volessimo giudicare il disco dalla copertina, questo self-titled album dei canadesi Phane si presenterebbe come un selvaggio e devastante assalto metal-punk ottantiano e il gruppo di Vancouver apparirebbe come un’orda barbarica pronta a mettere a ferro e fuoco tutto ciò che trova sulla propria strada, non risparmiando niente e nessuno e totalmente incapace di provare pietà. Bisogna ammettere che questa descrizione non è poi così troppo lontana da quello che andremo ad ascoltare e dalle sensazioni evocate dalle rabbiose quattrodici tracce con cui i Phane ci danno in pasto un’ottimo lavoro che guarda con nostalgia all’hardcore punk britannico degli anni 80.  Non sono moltissime le band attive oggi impegnate a riproporre sonorità hardcore punk radicate nella tradizione di quell’UK82 sound marchio di fabbrica di band storiche come Varukers, English Dogs e soprattutto Broken Bones. Sarà a causa del mio amore mai celato per i Broken Bones e per il fatto che i Phane strizzino spesso l’occhio ai loro lavori migliori, ma continuo a pensare che la band di Vancouver sia la più convincente e godibile nel riprendere certe sonorità capaci di ricordare immediatamente dischi del calibro di Dem Bones o Bonecrusher.

Le incursioni razziatrici in territori metallici sono estremamente presenti nel sound dei Phane, seguendo ancora una volta la strada che intrapresero i Broken Bones fino ad arrivare a  F.O.A.D. o certi English Dogs, ed emergono chiare fin dall’iniziale Golden Calf così come in tracce quali No Mercy o Shootsayer. E’ dunque facile percepire quanto certe sonorità più orientate a territori (thrash)metal e addirittura motorheadiani abbiano influenzato i Phane nel riffing e in certe melodie, mentre la batteria e le rabbiose vocals riescono perfettamente a rappresentare quella viscerale quanto istintiva riottosità tipica di certo d-beat/hardcore punk britannico a la Varukers di capolavori immortali quali How Do You Sleep?. Quattordici tracce per una mezzora abbondante di hardcore punk radicato nell’Uk82 sound e fortemente influenzato dalle prime pulsioni crossover tanto care ai Broken Bones, cazzo volete di più? Nessuna pietà, nessuna salvezza, solo ossa rotte!

Plague Thirteen – S/t

Questo è stato forse il vero compagno di disperate notti insonni e giorni infiniti privi di energie psicofisiche durante il secondo lockdown autunnale. Un disco che ha occupato in maniera costante le mie cuffie, la colonna sonora perfetta per lo stato d’animo e le emozioni che mi avevano sopraffatto durante gli ultimi mesi del 2020. I belga Plague Thirteen, emersi dalle ceneri dei fighissimi Link, mettono tutto loro stessi in questo primo omonimo lavoro: rabbia, tensioni, angoscia, disperazione, disillusione. Tutte queste emozioni vengono accompagnate musicalmente da un d-beat/crust punk di tradizione novantiana, profondamente oscuro e orientato a costruire un’atmosfera opprimente e desolata, ma animato da buone dosi di melodia al punto che qualcuno potrebbe vederci delle sfumature neocrust. I nomi a cui si ispira però in maniera palese il sound dei Plague Thirteen sono da ricercare nella scena crust/hardcore d’oltreoceano e specialmente in band del calibro di From Ashes Rise, His Hero is Gone, Remains the Day e certe pulsioni più dark hardcore dei Tragedy. Inoltrandosi nell’ascolto di Modern Slave, brano con cui si apre la nostra discesa in questo self-titlted album, ci si accorge presto che le sei tracce suonate dai Plague Thirteen assumeranno di lì a poco le sembianze di voragini pronte a inghiottirci in una spirale di inquietudine, incubi e apparente impotenza, senza lasciarci alcuno spiraglio di salvezza.

Il crust punk oscuro suonato dal gruppo belga è attraversato da due anime ben distinte ma che si amalgamano in maniera grandiosa: da una parte rallentamenti dai toni atmosferici riescono perfettamente a dipingere sensazioni di desolazione, smarrimento e angoscia,  mentre dall’altra ci si imbatte in in furiose tempeste d-beat in cui tutta la rabbia e le tensioni possono finalmente trovare libero sfogo e divampare impetuose accompagnate dalle vocals sofferte e tormentate del cantante Michael (basti pensare ad tracce come Mourn e Haunt Them). Inoltre c’è da sottolineare come i Plague Thirteen sappiano ricreare con gusto e convinzione un’atmosfera cupa e minacciosa, evocando, in brani come Eyes Wide Open, quei toni più apocalittici e oscuri tanto cari a certi Neurosis e Amebix. In poche parole, per concludere, i Plague Thirtheen hanno saputo comporre quello che a tutti gli effetti è un maestoso soundtrack of the pandemic nightmare!

Dis Means War #01

Ennesima nuova quanto inutile rubrica che probabilmente finirà nel dimenticatoio dopo un paio di articoli. Fatta questa doverosa premessa, perchè Dis Means War? La risposta è abbastanza semplice. E’ evidente a tutti che la moda/revival più recente in ambito hardcore punk è quel calderone cosiddetto “raw punk”, qualsiasi cazzo di cosa voglia dire. Diciamo però che, in questo marasma di uscite estremamente elevato a livello numerico e spesso fin troppo monotono, si nascondono a parer mio anche degli interessanti dischi capaci di proporre un d-beat hardcore/punk convincente, godibile e ispirato anche quando si rifà in tutto e per tutto ai grandi nomi del genere, dai Disclose (gruppo più omaggiato-plagiato in assoluto) ai Mob47. La rubrica sarà strutturata come una sorta di carrellata di alcuni album pubblicati nell’ultimo periodo su cui spenderò pochissime righe, anche perchè spesso si tratterà di demo, ep o promo dalla brevissima durata. Tutto questo perchè il d-beat è guerra e districarsi tra l’enorme quantità di uscite giornaliere raccolte sotto l’astrusa etichetta di raw punk non è assolutamente cosa facile. Senza velleità di voler essere una guida approfondita alle più recenti uscite in ambito d-beat, ma con la passione sincera che mi lega a certe sonorità, ecco a voi Dis Means War!

 

Burning//World – What Brings Tomorrow? 

Questo What Brings Tomorrow si differenzia dalle altre uscite nella scena d-beat recente già a partire dalla copertina e dall’artwork estremamente minimalista e parecchio lontano dal clichè “collage con immagini di guerra in bianco e nero” tipico del genere. Anche musicalmente il d-beat/hardcore proposto dai Burning//World, band proveniente dal New Jersey, guarda principalmente alle sonorità di dischi fondamentali come Death From Above dei mitici Discard, Domd degli svedesi Disarm e in minima parte, nell’atmosfera noise generale, al sound di band come Electric Funeral e Dropend. A livello lirico, nelle sette tracce che compongono What Brings Tomorrow, i Burning//World ripropongono alla perfezione la tradizione del d-beat più classico, bellicoso e politico, affrontando quasi unicamente tematiche legate ad una disillusa quanto rabbiosa critica al militarismo, alla guerra imperialista e alla terrore del nucleare. Niente di nuovo sul fronte occidentale, ma senza dubbio uno dei migliori lavori d-beat in cui ci si può imbattere ultimamente!

Bordger – War of Extinction

Non sembra affatto un caso che lo stile del logo di questa band neozelandese richiami in maniera così netta il logo dei ben più noti Sedition, perchè il d-beat hardcore suonato dai Bordger si ispira profondamente al sound di certa scuola scozzese/inglese. Sono infatti Sedition  (nei toni più crust) e Disaffect (nelle parti prettamente d- beat/hardcore) i primi gruppi a venire in mente, insieme a qualcosa che ricorda il d-beat inglese dei Disaster e il kangpunk svedese degli anni ’80, appena ci si addentra nell’ascolto di questo War of Extinction. Un ottimo lavoro d-beat che per atmosfere, immaginario e ispirazione si distingue in modo abbastanza convincente da tutte quelle band che si limitano a riproporre senza ispirazione la ricetta vincente tanto cara ai Disclose o ai Discharge. Sei semplici tracce di d-beat punk robusto e bellicoso con una decisa quanto interessante venatura crust, questo è in estrema sintesi il contenuto di War of Extinction, un disco di assoluto impatto e veramente intenso!

Tortür – Never Ending Grief

Chi può sopravvivere a questa furiosa tempesta di d-beat punk a.k.a. a mass of raw noise attack rappresentata da Never Ending Grief? Probabilmente l’unica risposta possibile è: nessuno! Mi ero già imbattuto nei Tortür ai tempi di Death Looms Graves Fill e rimasi sinceramente folgorato dal loro devastante assalto di rumoroso d-beat totalmente debitore alla scuola giapponese e ai maestri indiscussi Disclose. Difatti il gruppo di L.A. non ha mai negato di essere a tutti gli effetti un gruppo impegnato a tenere in vita lo spirito selvaggio e il sound brutale che rese i Disclose un nome di culto all’interno dell’underground e fonte di ispirazione per una lista sterminata di band. Never Ending Grief è un’assalto di distorsioni e noise a mano armata, un disco con poche pretese suonato con attitudine e passione, un lavoro con cui i Tortür ci sparano addosso 10 tracce di d-beat crudo e spietato che non hanno alcuna intenzione di darci tregua e capaci di evocare con convinzione le stesse sensazioni che si hanno ascoltando per la prima volta ep del calibro di Once the War Started e Nightmare or Reality. Al grido di “Kawakami Forever!”, ancora una volta i Tortür dimostrano di essere uno dei gruppi migliori a tenere alto il nome e il sound dei Disclose e questo dovrebbe bastarci.

Absurd SS – S/t

Probabilmente questo self-titled album degli Absurd SS è quanto di meglio sia uscito nell’ultimo periodo dalla scena d-beat/raw puk. Un’apocalisse di d-beat noise senza freni e impetuosa nel suo incedere, una tempesta implacabile che lascia solo devastazione e morte al suo passaggio. Le radici del sound degli Absurd SS affondano in profondità nelle sfumature più noise dei giapponesi Framtid e nei toni più selvaggi e furiosi del d-beat suonato dagli svedesi Giftgasattack o dai troppo spesso dimenticati Bombraid, avvicinandosi per certi versi a quanto fatto un paio d’anni fa dai Physique di The Evolution of Combat. In sintesi non c’è dunque da aspettarsi niente di meglio di una devastante mazzata di Scandi-japan Jawbreaker che non guarda in faccia niente e nessuno, votata solamente a portare distruzione e devastazione in nome del d-beat più bellicoso, selvaggio e rumoroso! Dis-noize means fucking war!

Hellish Views  – Holy Horrors 

Minneapolis ha sempre avuto un’importante scena hardcore punk e ne ho anche parlato in maniera abbastanza approfondita in un articolo intitolato Minneapolis Brucia, apparso sul numero zero di Benzine, fanzine punx milanese. Non dovrebbe stupire allora che questi Hellish View siano emersi proprio dalla recente scena punk di Minneapolis dandoci in pasto un concentrato di semplice quanto efficace d-beat noise attack! Holy Horrors è il loro ultimo lavoro in studio, cinque tracce di classico d-beat selvaggio, brutale e votato al caos in perfetta tradizione Disclose, con una fortissimo componente noise che sottolinea quanto i nostri punx siano devoti all’eterno culto dei maestri del d-beat giapponese e a dischi del calibro di Yesterday’s Fairytale, Tomorrow’s Nightmare. Lo spettro incombente dei Disclose emerge poi in maniera estremamente netta soprattutto nelle vocals che evocano senza nascondersi lo spirito immortale di Kawakami. Nulla di nuovo sotto un sole artificiale, nulla di innovativo sotto una pioggia nucleare, solo un devastante, furioso e primitivo omaggio ai Disclose, un omaggio convincente ed estremamente godibile!

Civicide – A Sign of Times to Come (2021)

Ci ritroviamo a vagare tra città in macerie come ultimi sopravvissuti di un’umanità condannata a morte. Attraversiamo le rovine di scenari urbani abitati solamente da desolazione e morte, calpestando ossa e teschi umani, nascondendoci da creature spaventose di una nuova era preistorica post-apocalittica. Questo è il segno dei bui tempi che ci aspettano, mentre l’acre odore nauseabondo di un futuro che non esiste più invade le nostre narici abbandonandoci ai demoni della disperazione e agli spettri di un passato che vogliamo cancellare. 

Ogni amante dell’hardcore punk che si rispetti ha avuto certamente, in un preciso momento della propria vita, una qualche forma di infatuazione, seppur vaga, per la scena punk finlandese negli anni ’80 e per band assolutamente iconiche come Rattus, Kaaos, Terveet Kadet e Riistetyt. Non ho dubbi su quanto appena affermato e personalmente l’infatuazione per l’hardcore finnico è stata abbastanza importante durante i miei primi approcci a questo genere, tanto che anni fa era presente l’idea di scriverci un articolo a riguardo da pubblicare proprio su queste pagine. Poi si sa, il vizio di procrastinare ha sempre la meglio e ad oggi quell’idea abbozzata di un articolo sulla scena hardcore punk finlandese non ha ancora visto la luce e forse mai la vedrà, chissà. Detto questo, se son qui a parlarvi di punk e finlandia è perchè recentemente mi son imbattuto in A Sign of Times to Come, nuova fatica in studio targata Civicide, un gruppo a me sconosciuto fino a pochissime ore fa. Appena schiaccio play e decido di avventurarmi verso l’ignoto nell’ascolto di questo A Sign of Times to Come, il sound dei finlandesi mi sorprende come un fulmine a ciel sereno e cattura in men che non si dica tutta la mia attenzione. Bastano difatti i primi minuti strumentali dell’iniziale Premonition/Omen per accorgermi di essere al cospetto di una band impegnata a suonare un ibrido convincente seppur non originale di crust punk e thrash metal, un sound che evoca gli spettri di quel brodo primordiale conosciuto come stenchcore e che non cesserà mai di esercitare fascino su di me.

La proposta di cui si fanno portabandiera i Civicide prende certamente ispirazione dalla seminale lezione dei Sacrilege e degli Axegrinder, ma il gruppo finlandese dimostra di aver fatto suo certe sonorità e di saperle riproporre e ricreare con passione, convinzione e soprattutto con una buona dose di qualità che emerge specialmente nella capacità di costruire quell’atmosfera apocalittica e desolante tipica del genere, un’atmosfera che aleggia minacciosa e opprimente sull’intero lavoro. Sei tracce che ci danno una convincente e godibile prova di metal-stench-crust, una formula quella proposta dai Civicide che riesce a sintetizzare dentro sè tanto le primordiali pulsioni del genere quanto le incarnazioni più moderne, in uno spettro di influenze che saccheggiano senza problemi sia i territori del primitivo thrash metal britannico di Sacrilege e Onslaught che le inospitali lande del crust punk dominate da desolazione, miseria e oscurità, ricordando per certi versi i toni più cupi ed epici di certi Warcollapse e Swordwielder. Se, come già sottolineato, non siamo di certo al cospetto di una proposta estremamente innovativa, c’è da evidenziare il fatto che i nostri punx finlandesi possono contare su una una buonissima qualità tecnica; una qualità che si manifesta in maniera netta nel songwriting e nella capacità di costruire riff veramente ispirati alternati a melodie che sanno come enfatizzare quell’atmosfera apocalittica perfettamente evocata da tracce come Depths od Despair o Final Frontiers. Accanto a tracce caratterizzate da questa natura più oscura che potrebbe chiamare in causa le atmosfere care agli Amebix, spiccano però anche momenti come Already Dreamed, ovvero assalti metal-crust attraversati da una furia selvaggia e bellicosa che si dimostrano assolutamente senza pietà. Per concludere non posso che scrivere queste righe come fossero una sorta di grido liberatorio: A Sign of Times to Come rappresenta finalmente un lavoro di stench-crust marcio e oscuro come piace a me, un album che mi permetterà di dare un attimo di tregua a dischi che ho ormai consumato in maniera famelica come When Daylight Reveals the Torture degli Agnosy e System Overlord degli Swordwielder.

A Lesson in Violence: Stimulant & Ona Snop

Sarà che negli ultimi giorni sono tornato in fissa potente con Hellnation, Crossed Out e soprattutto Capitalist Casualties, tutti gruppi che amo alla follia e che hanno influenzato parecchio i miei gusti in ambito hardcore ed estremo, ma eccomi pronto a parlavi di due dei migliori dischi powerviolence/fastcore usciti nel 2020 e che meritano sicuramente la vostra attenzione! Se pensiamo per un attimo a cos’è stata la scena powerviolence/fastcore di qualche anno fa, tanto a livello mondiale quanto a livello italiano, e a quante band sono nate al suo interno per poi sciogliersi nel giro di poco tempo, e poi spostassimo lo sguardo ad oggi, ci renderemmo conto come sia effettivamente esistita una sorta di “moda powerviolence” e che sia ormai passata, lasciando spazio a quell’entità che a moltissimi piace definire “raw punk” e che non si ancora capito bene cosa cazzo voglia dire. Al di là di questi cenni storici assolutamente inutili ma che forse potrebbero intercettare lo spirito dei tempi soprattutto all’interno della scena hardcore e punk, ad oggi le band rimaste attive a suonare con passione sincera, convinzione e attitudine powerviolence o fastcore sono molto poche rispetto al periodo di massimo splendore del revival del genere. Tra queste troviamo certamente gli inglesi Ona Snop e gli Stimulant da Brooklyn, senza troppi dubbi due delle migliori espressioni del PV/fastcore degli ultimi 5-10 anni, due band che hanno sempre sfornato dischi di una qualità altissima e di un’intensità invidiabile. Negli scorsi mesi entrambe le band hanno dato alla luce un nuovo album ed è per tale ragione che in questo nuovo appuntamento con A Lesson in Violence vi parlerò proprio di Intermittent Damnation degli Ona Snop e Sensory Deprivation degli Stimulant, dischi che rispondono ad un unico imperativo categorico: “play fast or die trying!”.

E’ cosa nota a tutti che la scena hardcore di Leeds degli ultimi dieci anni ha dato i natali ad alcune delle migliori band contemporanee in ambito fastcore e powerviolence come Gets Worse e Afternoon Gentlemen. Difatti non stupisce che gli Ona Snop, forse il gruppo più interessante e originale appartenente a quella scena, abbiano pubblicato qualche mese fa l’ennesimo devastante capitolo della loro discografia, un semplice e sincero disco di fastcore in your face intitolato Intermittent Damnation, a mani basse quello che si può definire senza troppi problemi uno dei dischi migliori dell’intero 2020. Un disco che, dall’iniziale Everybody in the World is Fucked alla conclusiva Drunk and Rich, non lascia mezzo secondo per riprendere fiato e che impatta sull’ascoltatore come una scarica di pugni nello stomaco, diciassette tracce che non mostrano mai segni di cedimento e un sound generale che dimostra ancora una volta come gli Ona Snop conoscano perfettamente la materia fast-hardcore e sappiano suonarla in maniera assolutamente devastante e convincente. Un concentrato di fastcore, con qualche vaga incursione in territori powerviolence, suonato con passione e attitudine e che ha dalla sua un’ottima tecnica strumentale e la qualità di imprimersi in maniera indelebile già dopo pochissimi ascolti. Non che servissero ulteriori prove o conferme sulla qualità degli Ona Snop e del loro fast-hardcore, senza dubbio uno di quei gruppi che difficilmente deludono le aspettative, ma ancora una volta sono riusciti a superare quanto già di ottimo e devastante avevano offerto con il precedente Geezer del 2018, pubblicando un disco come Intermittent Damnation capace di creare dipendenza e non stancare mai. Tempo fa in merito allo splendido Snubbed dei Gets Worse concludevo la recensione con un breve quanto valido “Leeds odia ancora” e arrivato per l’ennesima volta (ormai ho perso il conto e poco importa) a dover mettere questo Intermittent Damnation da capo, mi tocca ribadirlo con gioia: Leeds continua ad odiare, fastcore a mano armata!

 

Nati dallo scioglimento dei magnifici Water Torture e già autori nel 2017 di uno splendido self titled album di debutto, disco che incise in maniera indelebile il loro nome sulla mappa del powerviolence mondiale, gli Stimulant tornano finalmente sulle scene con questo Sensory Deprivation, un lavoro monolitico che a partire dal titolo non lascia spazio a troppi dubbi e può dare subito una chiara idea dell’impatto che avranno queste nuove 27 tracce su di noi. La formula vincente della band di Brooklyn è sempre la stessa: un mix assolutamente devastante di grindcore e powerviolence, in cui a farla da padroni assoluti sono i costanti quanto improvvisi cambi di tempo e una forte componente noise, oggi forse più protagonista nel sound degli Stimulant rispetto al passato e capace di rendere la proposta dei nostri ancora più violenta, rumorosa e interessante. Come sempre siamo di fronte ad un muro di suono che appare riduttivo definire granitico e brutale, un sound implacabile e impossibile da scalfire e che nei momenti più furiosi e distruttivi, in cui a prendersi la scena sono senza dubbi i blast beats tritaossa, sembra realmente di essere in mezzo ad un agguato a mano armata da cui è impossibile uscire indenni. Come da tradizione del gruppo statunitense, anche questo Sensory Deprivation ha un durata abbastanza sostenuta che si aggira sulla mezzora abbondante, in netta controtendenza rispetto alla maggior parte delle uscite powerviolence. Se da una parte, a primo impatto, il minutaggio generale può sembrare eccessivo, dall’altra, appena si decide di premere play e si viene trafitti senza pietà dalla tripletta iniziale formata da Apathetic, Trashed e Myopic Voided, si capisce immediatamente che il powerviolence degli Stimulant non ci lascerà mezzo secondo per riprendere fiato, continuando a colpirci con violenza fino all’ultimo secondo disponibile, lasciandoci di fatto impotenti, inermi e sfiniti una volta giunti alla fine. Inoltre la forte componente noise è capace di rendere l’esperienza dell’ascolto di Sensory Deprivation una vera e propria discesa in un vortice di confusione, angoscia, estraniamento e totale impotenza dinanzi all’impossibilità di trovare una via di fuga, mentre il powerviolence degli Stimulant continuerà a scagliarci addosso schegge impazzite di rumore e violenza senza alcuna pietà. In fin dei conti vale lo stesso discorso fatto per gli Ona Snop; se infatti non serviva un disco come Sensory Deprivation per darci la conferma della qualità e della brutalità del potere-violenza suonato dagli Stimulant, dischi come questo ci ricordano cosa significhi suonare questo genere con passione, ispirazione e sincera quanto viscerale rabbia, dandoci una vera e propria lezione di violenza e di estremismo sonoro. E forse qualche volta si ha solo bisogno di spararsi nelle orecchie un disco come questo, semplicemente quanto di meglio la scena powerviolence ha da offrirci ancora oggi! Play fast till the day you die, this is another lesson in (noise-power)violence!

 

Straw Man Army – Age of Exile (2020)

“This is one small attempt to make something of the bewildering history of these ‘united states,’ and the long age of exile that follows in the wake of this colonial project. An attempt to become better students of the land we occupy, and the long resistance of its stewards to cultural and ecological decimation. A vehicle for histories that won’t sit still.”

Partiamo col dire che Age of Exile è un disco particolare, tanto affascinante quanto certamente non di facile assimilazione. Uno di quei dischi che è inutile ascoltare in maniera distratta sperando di poter assimilare ogni sua sfumatura dopo un solo, rapido, ascolto. Questo perchè musicalmente la proposta degli Straw Man Army è estremamente variegata e piena di tonalità e tensioni riconducibili a numerose influenze differenti. Quello che è certo e che appare riconoscibile fin da subito è che il sound del gruppo di Ney York affonda le proprie radici in profondità nella tradizione dell’anarcho punk britannico, facendo propria quell’attitudine alla sperimentazione, all’ibridazione e all’infrangere barriere sonore tipica di gruppi quali Crass, Zounds e Rudimentary Peni. Nelle varie tracce si possono infatti sentire echi che rimandano a certo surf rock (Common Shame ne è un ottimo esempio e può ricordare anche certi Dead Kennedys), cosi come strutture dei brani che strizzano l’occhio ad un’impostazione quasi free jazz come l’affascinante Arrival, intro strumentale che apre il disco e che ha una qualità e un’atmosfera quasi da soundtrack. E’ veramente difficile imbattersi in tracce che si somigliano perchè una delle enormi qualità degli Straw Men Army è certamente l’imprevedibilità e l’originalità con cui amalgamano le varie influenze che fanno parte del loro dna e con cui costruiscono canzoni estremamente eterogenee l’una dall’altra. Forse a fare da vero e unico comune denominatore a tutti e dodici i brani che vanno a comporre lo stupendo Age of Exile è il cantato che assume costantemente la forma di uno spoken word, redendo evidente la volontà degli Straw Man Army di conferire un ruolo di centrale importanza alla parte lirica e alle tematiche trattate nei testi all’interno della loro proposta.

Il titolo stesso  scelto per accompagnare il disco è un netto richiamo alla storia di oppressione, sterminio e sfruttamento subito dai popoli nativi nordamericani, una storia il cui il nome e il volto dell’oppressore è da ricercare nel colonialismo euroeo, una storia che è ancora attuale come dimostrano le rivolte e i movimenti di protesta anticoloniali che hanno incendiato gli States (ma non solo) nel corso dei mesi estivi, con statue di schiavisti, colonialisti o “scopritori del nuovo mondo” distrutte e abbattute in varie città. Una storia che però non è solo passiva, ma fatta anche e soprattutto da azioni di resistenza e di rivolta, oltre che da momenti di protesta e mobilitazione per affermare i diritti indigeni sulle proprie terre ancestrali (vedasi un movimento come il più recente in ordine di tempo No Dapl nelle terre Lakota). Age of Exile è dunque un disco estremamente politico, un lavoro attraversato da una vena profondamente tormentata e rabbiosa come da perfetta attitudine e tradizione dell’anarcho punk più primitivo, ma gli Straw Man Army decidono di manifestare questi sentimenti non attraverso una musica veloce, concitata e furiosa, bensì scegliendo la strada di sonorità più estranianti e che, in certi momenti, azzarderei a definire paranoiche, giocando con le melodie e spesso con la ripetizione di certi riff, oltre che con una sezione ritmica abbastanza ipnotica, per aumentare quella sensazione di disagio che emerge già dalle liriche e che promette di tormentarci a lungo, insidiandosi dentro le nostre teste per ribadire che il punk è un mezzo di protesta e di minaccia.

C’è da riconoscere poi al gruppo di NY la capacità di indovinare alcune melodie di chitarra e alcuni riff capaci di far ricordare alcune tracce come First Contact subito dopo pochi ascolti. Il disco vive di un’alternanza costante tra momenti come la splendida The Silver Bridge (una feroce critica al progresso capitalista) che gioca con atmosfere care a certo death rock e melodie di natura smaccatamente post-punk, e altri come la titletrack, che partendo da una linea di chitarra capace di creare un’atmosfera dominata da un senso di desolazione e totale impotenza (sensazioni evocate magistralmente anche dall’artwork di copertina), lascia spazio alla rabbia più viscerale e sincera strizzando l’occhio a certo hardcore vecchia scuola a la Dead Kennedys e all’attitudine riottosa dei primi Crass. Il disco si chiude poi com’era iniziato, ovvero lasciando libero sfogo alle pulsioni e alle sonorità più vicine al free jazz invece che al punk anarchico di scuola britannica, ribadendo ulteriormente le tensioni sperimentali degli Straw Man Army, la loro personalità indiscutibile e l’indubbia originalità della loro proposta. Age of Exile è dunque un disco originale, imprevedibile, complicato ed estremamente affascinante, un lavoro da cui lasciarsi inghiottire senza remore per poterne, ascolto dopo ascolto, assaporare al meglio ogni sua minima sfumatura. Un disco a mio parere maestoso tanto dal punto di vista della qualità strumentale quanto dal lato del messaggio politico, riuscendo ad intercettare in maniera perfetta quello che dovrebbe essere il punk in ogni sua forma: coscienza, protesta, minaccia, rivolta.