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Greve – Allo Specchio (2019)

Il motivo principale per cui mi trovo a recensire solamente ora questo Allo Specchio, primo ep in casa Greve datato 2019, è di natura politica ancor prima che legato al solo lato musicale. Infatti a seguito degli arresti dovuti all’operazione repressiva anti-anarchica rinominata Bialystok del 12 giugno, Claudio, compagno e voce dei romani Greve, si trova in carcere a Siracusa. Come hanno già espresso gli altri membri del gruppo, non mi interessa sapere se le accuse mosse a lui e agli/alle altri/e compagn* siano vere o false, perchè se sono “innocenti” hanno tutta la mia solidarietà, se sono “colpevoli“, ancora di più (come recitava un volantino per i/le compas arrestati/e nel corso dell’Operazione Renata). E sopratutto perchè le categorie di “colpevolezza” e “innocenza” della giustizia borghese servono solamente a difendere questo esistente fatto di sfruttamento e oppressione quotidiana. Fatta questa premessa ed esprimendo ancora una volta in maniera netta la piena solidarietà e complicità con Claudio e tutt* gli/le altr* arrestat*, trovo sia importante sottolineare e notare un filo conduttore che unisce la lotta diretta contro questo sistema e questo mondo e la musica punk-hardcore, come a voler sottolineare che si l’hardcore è, può e dev’essere ancora una minaccia!

Passando a parlare nello specifico di questo Allo Specchio, ci troviamo dinanzi ad un ottimo e fresco lavoro di hardcore punk old school che risente profondamente dell’influenza della tradizionale scuola hc italiana degli anni ’80, senza nascondere un certo gusto per la melodia in grado di dare quel tocco personale all’intero lavoro. Un disco breve (sei brani per otto minuti scarsi) quanto intenso che non scende a compromessi nè conosce cedimenti, un concentrato di hardcore punk diretto pieno di attitudine e suonato con passione che trasuda da ogni singola nota e ogni singolo urlo vomitato dalla voce di Claudio. La proposta dei Greve è percorsa costantemente da un’urgenza espressiva e da una rabbia viscerale che rendono il sound dei romani estremamente energico e furioso, riuscendo a bilanciare perfettamente tanto le parti più veloci quanto quelle più melodiche. Il legame intimo con l’hardcore italiano vecchia scuola è palese e costante e a mio parere è riscontrabile nella qualità delle liriche e nello stile del cantato, entrambi elementi che sottolineano l’irruenza espressiva che anima interamente le sei tracce e l’intero lavoro. Un ep intenso e veloce che tira dritto per la sua strada senza inutili fronzoli, sei schegge impazzite di hardcore punk tutto sudore, passione e attitudine che colpiscono nel segno e in grado, grazie anche ad una certa vena anthemica, di stamparsi facilmente in testa, come l’iniziale “Realtà“, “Nei Tuoi Occhi” o la titletrack. Cosa si può chiedere di più ad un disco hardcore della durata di otto minuti scarsi?

Guardiamoci allo specchio, lo spirito continua!

Per chi volesse scrivere a Claudio:

Claudio Zaccone
C.C Siracusa Via Monasteri, 20C.
Contrada Cavadonna
Siracusa 96100

Evil Fragments #03

 

Terzo attesissimo appuntamento con Evil Fragments, come dovreste ormai sapere rubrica interamente dedicata a sonorità crust punk e d-beat. Mai come questa volta ci troveremo ad affrontare quasi esclusivamente lavori usciti recentemente in ambito d-beat e raw punk che affondano le proprie radici in profondità tanto nel sound svedese quanto nella affascinante scena giapponese, grazie alle ultime devastanti uscite di Fragment, Languid e Scarecrow. Ci sarà spazio però anche per parlare dell’ultimo ep targato Alement, gruppo a quanto pare cresciuto a pane e stench-crust di matrice britannica, perchè, ed è bene ricordarlo, i “frammenti del male” sono tanti, diversificati e pronti ad inghiottirci senza lasciarci vie di fuga o attimi per riprendere fiato, trascinandoci giù con loro in un abisso dominato solo dall’oscurità!

Alement – Onward (2019)

Onward, ultima fatica in casa Alement, è un perfetto esempio di apocalittico stench-crust punk dal sapore ottantiano che pesca a piene mani dall’underground britannico dell’epoca e dalla lezione primordiale di gentaglia brutta, sporca e cattiva del calibro di Axegrinder, Deviated Instinct ed Hellbastard. Niente di nuovo sotto al sole, ma vi assicuro che questo ep di sole tre tracce è quanto di meglio si possa ascoltare ultimamente se si è amanti viscerali di quel brodo primordiale a metà strada tra il metal e il punk conosciuto a suo tempo come stenchcore. I toni epici e le atmosfere oscure che avvolgono i tre brani disegnano paesaggi guerreschi e lande desolate post-apocalittiche in cui solo la desolazione regna sovrana e ciò che resta degli esseri umani è divorato dalla rassegnazione più totale. Sedici minuti abbondanti per immergersi completamente in questa tempesta oscura di stench-crust in cui emergono prepotenti le influenze più doom e thrash metal degli Alement, influenze che rendono ancora più affascinante l’ascolto dell’intero lavoro. Non c’è molto altro da aggiungere dinanzi ad un ep così interessante, se non forse soffermarsi e sprecare fiato e parole per parlare del gusto che i nostri dimostrano per la creazione di aperture melodiche dalle tinte scure e per la costruzione di atmosfere terrificanti che accompagnano la nostra discesa nelle viscere di Onward, un disco che potrebbe benissimo esser stato partorito dalla scena crust britannica di fine anni 80. E mentre la conclusiva titletrack ci accompagna fuori dalla tormenta stench-crust scatenata dagli Alement, gli ululanti venti del caos spirano preannunciando l’apocalisse che verrà…

Languid – Submission is the Only Freedom

Con questo nuovissimo Submission is the Only Freedom, i Languid tornano all’assalto con la loro devastante miscela di crudo hardcore punk/d-beat condensata in otto feroci tracce che non lasciano scampo e sembrano non aver la minima pietà per le nostre orecchie. Se mai ce ne fosse stato bisogno (e la risposta è ovviamente affermativa) i nostri punx canadesi riescono ad incarnare con questa ultima fatica in studio il perfetto punto di incontro e di sintesi tra lo swedish d-beat sound degli Anti Cimex di “Absolute Country of Sweden” e il rumoroso raw punk dei  Disclose di “Once War Started”, mantenendo sempre le radici ben salde nella primigenia lezione d-beat dei maestri Discharge, regalandoci così otto tracce devastanti e pronte a distruggere qualsiasi cosa si trovi per errore sul loro cammino. La doppietta che ci introduce a questo Submission is the Only Freedom rappresentata da “Stench of Death” e “No Peace“, mostra fin da subito l’irruenza battagliera del sound proposto dai Languid che, come un tornado ci inghiotte, ci trascina con sè e non ci lascia un secondo per riprendere fiato. “Path of Devastation”, così come la penultima “In Darkness“, è invece una di quelle tracce che riescono ad imprimersi nella memoria fin dal primo ascolto grazie sopratutto ad un riffing preciso, ad un assolo accennato ma quanto mai azzeccato e delle vocals abrasive che richiamano sia i primi Discharge sia gli Anti-Cimex. In generale gli otto brani, avvolti in una patina dai tratti vagamente crust, presenti su questa ultima fatica dei canadesi Languid non superano praticamente mai i due minuti di durata e proprio per questo riescono a colpire nel segno sotto forma di brevi quanto devastanti assalti di d-beat/hardcore punk che lacerano la carne e lasciano solo macerie al loro passaggio. Infine, nota di merito per l’artwork di copertina che accompagna Submission is the Only Freedom, un’artwork in grado fin da subito di rendere chiari gli intenti bellicosi e privi di pietà espressi dal sound crudo e irruento dei Languid. Absolute country of Canada… nient’altro che questo.

Fragment – Serial Mass Destruction (2020)

Serial Mass Destruction, ultimo lavoro targato Fragment, è una assoluta mazzata in pieno volto di raw d-beat punk che non lascia spazio ai compromessi e che sembra non provare alcuna pietà nei nostri confronti. Affondando le radici tanto nella scena d-beat svedese quanto in quella raw punk giapponese, i nostri punx canadesi di Halifax celati dietro il nome Fragment, ci regalano solo otto minuti di intensità e rabbia che non guardano in faccia niente e nessuno, tirando dritti per la loro strada come una tempesta che inghiotte e distrugge tutto ciò che si trova dinanzi. Un disco purtroppo di sole cinque tracce che si conficcano nella nostra carne facendo deflagrare in tutta la sua potenza questo concentrato di rumoroso e crudo d-beat/hardcore che riesce perfettamente ad insinuarsi nella nostra testa. I Fragment non inventano nulla di nuovo, certo, ma sanno maneggiare e modellare la materia d-beat in modo del tutto personale e godibile, al punto che ci si troverà più volte di fila ad ascoltare questo devastante “Serial Mass Destruction”, un lavoro che difetta solamente nella durata, davvero troppo esigua per un lavoro così intenso e che sa come colpire nel segno ed imprimersi nella memoria. Discharge, Disclose, Framtid, Mob 47 e primissimi Anti-Cimex sono le principali influenze condensate nella proposta e nel sound dei Fragment, ma i nostri riescono ad aggiungere a tutto questo una minima dose di personalità che ci permette di godere a fondo dell’ascolto di questo Serial Mass Destruction senza aver l’impressione di “fin troppo già sentito”, rischio che spesso si corre in ambito d-beat/hardcore, scena estremamente satura negli ultimi tempi, ad essere sinceri. It’s only a mass of Scandi-japanese raw sound attack and that’s the way i like it baby!

Scarecrow – Revenge (2020)

Un vortice di violento e roboante vento scandinavo accompagna una tempesta furiosa di d-beat punk… ecco da cosa veniamo inghiottiti quando iniziamo l’ascolto di questo devastante Revenge ultima fatica in studio per gli Scarecrow. Un d-beat hardcore/kångpunk radicato in profondità nella scena svedese degli anni 80/90 e che si inserisce in quel solco scavato a suo tempo da dischi fondamentali come “Karnvapen Attack” dei Mob 47, “Crucified by the System” degli Avskum ma soprattutto “Sin Egen Motståndare” dei Totalitar! Un hardcore punk furioso e senza cedimenti, sorretto in modo estremamente godibile da ritmi d-beat vecchia scuola che riportano alla mente un modo tutto svedese di suonare questo genere, tanto che si avrà spesso la sensazioni di essere all’ascolto di qualche lavoro sconosciuto della scena kangpunk degli ’80. Rabbia viscerale e irruenza espressiva che sembra non conoscere compromessi o soste sono le sensazioni che trasudano da questo Revenge, una vera e propria mazzata in pieno volto che lascia storditi , in cui gli otto brani (tutti molto brevi) prendono le sembianze di schegge di d-beat/hardcore impazzite che vanno a conficcarsi nelle nostre orecchie senza alcuna pietà. Ne sono esempi perfetti la seconda traccia intitolata “This Misery“, in cui si sente profondamente l’influenza dei Totalitar, “Ourorobos” e “Zero Tolerance”, ottimi momenti di rabbioso d-beat/hardcore pronto a distruggere qualsiasi cosa e che lascia addosso una voglia indescrivibile di pogare selvaggiamente, incuranti dei lividi e delle ossa rotte. Scandi…ehm no, North Carolina Jawbreaker!

 

 

Hyle – Weapons I’ve Earned (2020)

Se il precedente “Malakia” mi fece innamorare immediatamente del sound delle Hyle, questo “Weapons I’ve Earned” ha cementato in modo assoluto il mio amore per loro e per la loro musica. Ma andiamo con ordine…

L’ impatto che si ha con questo nuovo album intitolato “Weapons I’ve Earned” e targato Hyle è visivo prima ancora che sonoro. Ed è devastante, grazie ad una copertina dai colori accesi raffigurante il sempre caro compagno Satana, un artwork affascinante e dai tratti esoterico-psichedelici enfatizzati dalla scelta di utilizzare colori molto netti e accesi. Quando poi si inizia ad addentrarsi nell’ascolto, si viene travolti senza pietà dalla robustezza e dall’urto brutale e monolitico del sound proposto dalle bolognesi, un sound che con questa ultima fatica sembra aver ormai virato in modo quasi definitivo verso territori stench-crust punk, senza disdegnare interessanti incursioni nel death metal britannico di scuola Bolt Thrower (sopratutto nel riffing). Senza mai completamente abbandonare l’influenza d-beat/hardcore che ha caratterizzato i precedenti lavori e soprattutto quella perla che era ed è tuttora “Malakia“, le Hyle hanno irrobustito la propria proposta, hanno aumentato la componente “metallica” e hanno saputo rileggere la tradizione britannica degli anni ’80 di Sacrilege, Axegrinder e Deviated Instinct in una chiave attuale e abbastanza personale, riuscendo nell’arduo compito di non suonare come qualcosa di fin troppo scontato e “già sentito”. Il riff che apre e successivamente sorregge l’intera “Holding my Breath” (una delle tracce che ho maggiormente apprezzato) penso possa essere preso ad esempio perfetto della compattezza e di un certo gusto per il groove presente nel suono che caratterizza tutte e otto le tracce di questo Weapons I’ve Earned, mentre la melodia che accompagna l’inizio di “I’m a Slob” mostra apertamente quanto le radici delle Hyle siano ben piantate in profondità in quel brodo primordiale tra metal estremo e hardcore punk conosciuto come stenchcore. Certamente le Hyle non inventano nulla e forse non è nemmeno nei loro intenti suonare originali, ma la loro formula ormai matura che oggi potremmo definire senza troppi problemi come “death’n’crust” sa dove e come colpire per lasciare squarci profondi e insanabili, soprattutto grazie ad un comparto lirico profondamente bellicoso e schierato nettamente su argomenti quali il femminismo, le tematiche queer, la lotta anticapitalista e in generale riconducibili ad un rifiuto totale di ogni forma di gerarchia, autoritá e discriminazione. Nel complesso siamo al cospetto di un disco monolitico e devastante che non mostra segni di cedimento o passi falsi, in cui è davvero difficile parlare di questa o quell’altra traccia nello specifico visto che il livello generale del songwriting è molto alto. Questo è senza dubbio dovuto ai tanti pregi delle bolognesi, dalla batteria martellante e tritaossa ad una voce lancinante che si insinua nel cervello e sembra poter divorarci dall’interno, passando per un riffing praticamente sempre azzeccato che strizza spesso l’occhio ad un certo groove propriamente death metal. E mentre la brutale doppietta finale composta da “Ancestors” e “Flesh” ci accompagna al termine di questa discesa negli abissi di Weapons I’ve Earned, prendiamo definitivamente coscienza del fatto che le Hyle abbiano probabilmente pubblicato il loro disco più maturo e devastante, riuscendo a trovare la formula perfetta per radere al suolo qualsiasi cosa si ponga ad intralciare il loro cammino. Terminal filth death’n’crust… nient’altro che questo.

 

 

“Delle galere solo macerie” – Solidarietà ai/alle compagni/e arrestati/e in seguito all’operazione Bialystok

All’alba del 12/06, a seguito dell’operazione repressiva anti-anarchica rinominata Bialystok, son state arrestat* 7 compagn*.

Negli ultimi tempi si può notare un aumento delle operazioni repressive nei confronti di compagne e compagni che ogni giorno attaccano direttamente lo Stato e il Capitale, dagli arresti seguiti all’operazione Ritrovo per chi lotta contro carceri e cpr, fino ai divieti di dimora a chi lotta contro le frontiere ad Oulx. In alcuni casi come successo a Bologna, questa ondata repressiva mostra un netto e per nulla celato intento preventivo che denota il timore dello Stato per eventuali tumulti o insurrezioni che potrebbero scoppiare a seguito di una situazione socio-economica che andrà peggiorando sempre più. Per questo oggi più che mai bisogna ribadire la nostra solidarietà e complicità con tutti coloro che mettono a repentaglio la propria libertà affinché di questo mondo, delle sue frontiere, delle sue carceri non rimangano altro che macerie!

Infine, visto che “l’hardcore è una minaccia” non è un mero slogan, ci tengo a sottolineare che a seguito dell’operazione Bialystok è stato arrestato Claudio, attualmente cantante dei romani Greve, e attivo da anni all’interno della scena punk-hardcore italiana.

Liberi tutti, libere tutte! Fuoco alle galere!

COMUNICATO DEI E DELLE COMPAGNI/E DEL BENCIVENGA OCCUPATO:

Sull’operazione Bialystock

Aridaje.
L’ennesima operazione repressiva anti-anarchica è iniziata all’alba del 12/06/20 nei territori dominati dallo stato italiano, francese e spagnolo. In grande stile, quindi passamontagna e armi spianate, le guardie hanno perquisito diverse abitazione sequestrato il solito materiale e arrestate 7 persone, 5 di loro sono in carcere e 2 agli arresti domiciliari.
Nulla di nuovo sotto il cielo stellato.
Le accuse che lo stato muove contro di loro sono varie, tra cui la solita associazione sovversiva con finalità di terrorismo oltre ad incendio, istigazione a delinquere ecc ecc.
Ora, non è importante stare dietro ai loro cavilli giudiziari, ma è necessario ribadire che l’azione diretta, il mutuo appoggio, il rifiuto di ogni gerarchia e di tutte le autorità e che la pratica della solidarietà sono espressione della nostra tensione anarchica.
Non ci interessa entrare nella logica colpevol*/innocent*, le individualità colpite sono le nostre compagne e avranno la nostra vicinanza, solidarietà e complicità.

Ros merde
Ad ognuno il suo.

Alcun* occupant* del Bencivenga Occupato

Per il momento, gli indirizzi conosciuti dei e delle compagne arrestate sono:

Nico Aurigemma
C.C Rieti
Viale Maestri Del Lavoro, 2 – 02100 Vazia (RI)

Flavia Di Giannantonio
C.C Femminile Rebibbia
Via Bartolo Longo 92. Roma 00156

Claudio Zaccone
C.C Siracusa Via Monasteri, 20C.
Contrada Cavadonna
Siracusa 96100

Per concludere riporto anche un comunicato scritto dai e dalle compagni/e del Kavarna di Cremona dal titolo “Smascherare il Nemico – Note sul’operazione Bialystok”:https://roundrobin.info/2020/06/15191/

Thecodontion – Supercontinent (2020)

Prehistoric Metal of Death, così definiscono praticamente dal primo giorno la loro brutale proposta i romani Thecodontion, pronti a pubblicare tramite I, Voidhanger Records il loro nuovo album “Supercontinent” previsto per il 26 di giugno, dopo averci regalato nello scorso biennio una demo intitolata “Thecodontia” e il successivo ep “Jurassic”, lavori che già ci avevano permesso di assaporare l’originalità tanto dal punto di vista lirico-concettuale quanto sul lato musicale che anima questo affascinante progetto. Cerchiamo però di andare con ordine mentre ci avventuriamo in questo nuovo viaggio intitolato Supercontinent.  La prima volta che mi sono imbattuto in questa bestiale entità preistorica che risponde al nome di Thecodontion ho subito pensate di trovarmi al cospetto di un progetto tanto folle e brutale quanto affascinante e originale nella scelta di suonare un black/death metal primitivo e di accompagnarlo con un’immaginario e delle liriche influenzate dalla preistoria, dai fossili e dalle ere geologiche. Una scelta coraggiosa e tutt’altro che scontata e che mostra dunque la profonda personalità e l’originalità che contraddistinguono il gruppo romano, ma soprattutto una scelta che spinge l’ascoltatore a volerne sapere di più rispetto alle tematiche affrontate nel corso dei brani e degli album, visto che non sono capita tutti i giorni di ascoltare un disco death/black che tratta quasi a trecentosessanta gradi di preistoria.

Menzione d’onore per il suggestivo artwork di copertina ad opera di Stefan Thanneur (Chaos Echoes), che rappresenta a colori la Pangea, il supercontinente finale, circondata dal Panthalassa, l’ultimo dei superoceani.

Così è difatti avvenuto con l’ascolto di questo nuovo Supercontinent, un concept-album sui continenti antichi che segue, da quel poco che mi è parso di capire da totale ignorante in materia, la linea temporale del ciclo dei supercontinenti, descrivendo le varie fasi di aggregazione e deriva periodiche della crosta continentale terrestre. Un viaggio affascinante attraverso undici tracce che corrispondo dunque ad altrettante ere geologiche e quattro interludi strumentali  dalla natura più rock e atmosferica che smorzano l’atmosfera devastante dell’intero disco e che traggono ispirazione invece da altrettanti superoceani antichi. Sul lato musicale questo viaggio tra i supercontinenti antichi si dirama seguendo preistoriche tensioni death/black metal dominate dall’utilizzo di due bassi che giocano pesantemente con distorsioni e riverberi, da un riffing che alterna sfuriate brutali a momenti più rallentati e dall’assenza pressochè totale di chitarre (escludendo la presenza di un assolo sulla nona traccia intitolata “Laurasia-Gondwana“), rendendo il sound dei Thecodontion estremamente brutale e opprimente. Ancora una volta però i nostri non si limitano a ripetere se stessi, ed ecco allora che su Supercontinent viene lasciato ampio spazio alla creazione di momenti e passaggi atmosferici sottolineati da un ottimo bilanciamento tra sfuriate di selvaggio death/black, che avvicinano la proposta del nostro preistorico duo al sound brutale di Antediluvian e Mithocondrion, e rallentamenti improvvisi in grado di amplificare la sensazione di trovarsi fuori dal tempo, immersi completamente in un viaggio agli albori della storia del nostro pianeta tra antiche forme di vita ed eventi catastrofici, il tutto accompagnato da una batteria che oscilla costantemente tra blast-beats furiosi e ritmiche tribali che in certi momenti riportano alla mente addirittura i Neurosis. Tracce come “Vaalbara“, “Nuna” o “Kenorland“, per non parlare del climax che ci accompagna alla conclusione del disco rappresentato dalla doppietta “Pangaea” e “Panthalassa“, possono dare l’idea migliore, a mio parere, di quanto scritto fino ad adesso. Selvaggio e bestiale war metal che non lascia scampo e ci trascina giù con se in questo affascinante quanto disturbante viaggio preistorico, pur illudendoci con attimi di quiete e aperture atmosferiche che percorrono interamente il disco. Ancora una volta il primordiale intento dei Thecodontion è chiaro: niente chitarre, solo preistorico metallo della morte!

 

Asfissia-Compilation Ardecore Benefit – Supporta Radio Blackout!

Due giorni fa è stata pubblicata una compilation hardcore benefit per supportare Radio Blackout, di seguito riporto una breve storia-biografia del progetto e due informazioni sulla compilation. Supportate perché l’hardcore non è solo musica, ma collaborazione, supporto e deve tornare ad essere una reale minaccia per questo esistente!
Dal 1992 Radio Blackout trasmette libera nell’etere torinese. Una radio che intreccia i suoi percorsi con i posti occupati, i centri sociali, le altre radio libere, i lavoratori, gli studenti, l’antiproibizionismo, la gioia, i rave, il transgenderismo, le nuove tecnologie, i movimenti di liberazione, gli indios, gli editori indipendenti, la buona cucina, e autoproduzioni, gli stati alterati, i prigionieri politici, l’antipsichiatria e quanto altro c’è stato e ci sarà. La radio vuol essere un percorso collettivo per un momento di aggregazione, ma anche un confronto continuo e di partecipazione attiva. Radio Blackout vive senza pubblicità grazie alle iniziative che organizza e all’impegno personale dei redattori, dei DJs e di chi le sta vicino.

Asfissia-Compilation Ardecore Benefit (ACAB) libere frequenze. Vol I: rivolta di inediti e rarità dal profondo della scena

12 brani inediti di 12 gruppi che spaccano, dalle cantine e dalle sale prove,dai palchi e dagli archivi, benefit per l’unica banda libera in città. Tear Me Down, Culto del Cargo, Charlie, Amphist, Mucopus, Hyle, No More Lies, Cimex, Sumo, F.C.T., Evil Cosby e Gli Ultimi.

Mercoledi 3 giugno la compilation benefit è stata presentata durante l’aperitivo Controinformativo Ardecore Balengo in onda in fm sui 105.250 Radio Blackout. Dallo stesso giorno la compilation è in free streaming e scaricabile tramite donazione sulla pagina: https://www.sostieniradioblackout.org/, pagina che contiene contributi audio, podcast, dischi e letture, tutti benefit libere frequenze.

A questa società che ci vuole togliere ogni libertà,a questo controllo che vorrebbe stritolarci ad ogni latitudine e con ogni pretesto, a questo vuoto e questo silenzio che vorrebbero soffocarci, noi rispondiamo, affamat* di ossigeno e di vita: Hardcore!

Burn this Racist System Down

Noi giriamo in tondo nella notte e siamo divorati dal fuoco

Minneapolis, 25 maggio. George Floyd, uomo afroamericano di 46 anni, dopo essere stato fermato, ammanettato e steso al suolo, viene ucciso dalla polizia tramite soffocamento. Nonostante ripetesse di non riuscire a respirare, il poliziotto ha continuato a tenerlo steso a terra spingendo con forza il proprio il ginocchio sul suo collo, soffocandolo lentamente. Un omicidio poliziesco ai danni di una persona non bianca che non è certamente il primo negli USA. Un omicidio di natura profondamente razzista ma che è intimamente legato con sé una serie di dinamiche e condizioni socio-economiche quali la povertà e la miseria di grandi fasce di popolazione, tanto negli Stati Uniti quanto nel resto del mondo, che subiscono costantemente l’oppressione, lo sfruttamento e la repressione da parte dello Stato posto a difesa dei privilegi e degli interessi di un sistema economico che mette dinanzi a tutto, soprattutto alla vita umana e non, il profitto selvaggio e la merce.

Da quella stessa notte del 25 maggio sono scoppiate rivolte generalizzate in tutta Minneapolis e che hanno ispirato focolai di rivolta in altri centri urbani statunitensi, da Denver a Louisville. Rivolte della popolazione nera, ma non solo. Rivolte dei sottoproletari contro un esistenza di miseria e sfruttamento. Contro la brutalità della polizia tanto quanto contro un sistema che quotidianamente si fa sempre più opprimente e che “impedisce di respirare” per chi appartiene ad una classe sociale che non è quella dei padroni. Una rivolta generalizzata e diffusa che ha preso di mira non solo questure e caserme, simbolo della brutalità e del preciso ruolo della polizia all’interno del sistema capitalistico, inghiottite dalle fiamme e dal fuoco, ma anche centri commerciali e negozi della grande distribuzione assaltati e saccheggiati. Perché, citando Vaneigem:

La lotta degli operai contro la merce è il vero punto di partenza della rivoluzione. Essa fa vedere chiaramente come il piacere di essere se stessi e di gioire di tutto passa attraverso il piacere di distruggere in modo totale ciò che ci distrugge ogni giorno.

Nei video e nelle immagini dei saccheggi che giungono da Minneapolis trasuda tutta la gioia che porta con sé l’atto di distruzione della merce e della sua oppressione, così come la bellezza del saccheggio e della condivisione dei prodotti del lavoro salariato riappropriati e sottratti alle logiche mortifere e alienanti del commercio e del profitto. Dopotutto i saccheggi della merce sono un’azione ancora più legittima se si pensa che viviamo in un sistema economico che sacrifica le nostre vite sull’altare del profitto di pochi e sulla produzione di oggetti e prodotti per lo più inutili, simboli dello sfruttamento e dell’alienazione salariale.

Appena ho appreso la notizia dell’omicidio di George Floyd mi è immediatamente tornato in mente il titolo di un ep datato 1992 dei Destroy, storico gruppo d-beat/crust originario proprio di Minneapolis. “Burn this Racist System Down“, un titolo perfetto per descrivere tanto le cause strutturali di un sistema che ha portato e permesso questo come centinaia di altri assassini di matrice razzista per mano poliziesca, quanto le motivazioni che hanno spinto migliaia di persone a fare divampare le fiamme della rivolta per le strade della città, probabilmente spinte dal desiderio di una vita radicalmente diversa da questa non-esistenza dominata dalla miseria economica, sociale e umana che il capitalismo impone e difende con la violenza dei suoi apparati repressivi e con la sua legge borghese.

 

Da giorni ininterrottamente Minneapolis brucia di rabbia e di gioia contro un sistema politico ed economico oppressivo, assassino e razzista nelle sue fondamenta. Un sistema che affama, sfrutta e crea miseria per milioni di persone. Che di questo mondo e della sua polizia rimangano dunque solo macerie. Che risplenda presto il fuoco dei rivoltosi di Minneapolis in ogni dove e che sia d’esempio affinché possiamo cominciare a respirare aria di libertà.  Non ha potuto respirare George Floyd. Non possono respirare milioni di oppressi e sfruttati ovunque nel mondo. Non ci rimane dunque che bruciare questo sistema razzista nelle viscere e lasciarne solo cenere.

Convertiamo le nostre parole in fuoco. Che le fiamme di Minneapolis possano presto raggiungere le nostre città affinché accendino la miccia per far divampare la nostra rabbia e la nostra gioia.

“We Are the Raging Storm” – Intervista ai Kombustion

Un mesetto fa ho parlato su queste pagine di “Cenere“, prima fatica in studio dei milanesi Kombustion, gruppo che si ispira profondamente alla scuola d-beat crust svedese e che mi ha piacevolmente sorpreso. Poco tempo dopo ho avuto l’occasione di girare a Daniele e agli altri membri del gruppo una serie di domande riguardanti il loro progetto, a cui hanno risposto in modo interessante ed esaustivo e proprio per questo son certo troverete godibile la lettura di questa chiacchierata/intervista. Lascio la parola ai Kombustion che hanno tante cose da dire, abbattendosi con l’irruenza di una tempesta di rabbia e nichilismo su questo mondo affinché ne rimangano solo macerie e cenere!

Ciao ragazzi! Partiamo con la domanda più banale e scontata possibile: come e quando è nato il progetto Kombustion? E come vi è venuto in mente di chiamarvi così?

L’idea di suonare è partita nel 2015, ma nella pratica ci siamo messi al lavoro solo nel 2016. Ci siamo presi circa un anno ancora, a dire la verità, per darci un po’ di tempo per ingranare bene e migliorare il più possibile. Alla fine, il progetto era nato dalle teste di persone che venivano tutte da esperienze e idee di musica differenti quindi c’è voluto un po’ perché riuscissimo a tirar fuori il casino che volevamo fare, come lo volevamo fare.

Il Nome Kombustion è stata una conseguenza quasi obbligata più che una scelta. Abbiamo sempre voluto avvicinarci all’immaginario di apocalisse e distopia e contemporaneamente pescare a piene mani dagli anni ‘80.
Un esempio che sposa alla perfezione entrambe queste realtà è la saga di Mad Max, dove il mondo, pellicola dopo pellicola, decade in una voragine di follia e devastazione creata dagli stessi esseri umani. Un mondo di rabbia e caos, che si discosta dal classico immaginario positivista di “futuro”, che suona come rumore piuttosto che come una melodia.
Proprio così ci immaginiamo il futuro: non una melodia composta da popoli illuminati e cooperanti, ma un rumore di denti che digrignano e voci che urlano odio.

Cosa vi ha spinto inizialmente a decidere di mettere su un gruppo e di suonare un genere che pesca a piene mani tanto dal crust punk di scuola svedese quanto dal metal?

Siamo amici da una vita e, chi più o chi meno, abbiamo sempre bazzicato intorno a questo genere di musica. La decisione di iniziare a suonare è partita più come idea vaga, che poi grazie alla fermezza di Alice si è effettivamente concretizzata in realtà.

Ci ispiriamo palesemente a band come Wolfbrigade, Disfear o Tragedy, promotori di un genere che pensiamo veicoli al meglio una sintesi tra rumore e rabbia, due elementi che vediamo fondativi del nostro stile. E’ stato però impossibile non inserire influenze dal metal e dal punk HC, vista la diversità marcata che c’è nelle nostre preferenze ed esperienze.

Avete cambiato formazione recentemente, cosa si è modificato in fase di songwriting e composizione con l’abbandono di Alice?

Mantenere il gruppo con un membro a 1000 km è fattibile, ma non per degli stronzi come noi. Provare e comporre coinvolgendo Alice era diventato praticamente impossibile e, insieme a lei, siamo giunti alla conclusione che bisognava avere un secondo chitarrista che fosse sempre presente. Al posto di Alice è arrivato Samu che ha dato un gran contributo a tutto, sia come personalità che come idee.

Dissonanze, refrain sincopati e stacchi improvvisi hanno dato al nuovo materiale una ventata d’aria fresca, pur sempre rimanendo in linea con le composizioni precedenti. Abbiamo trovato la persona giusta al momento giusto: nonostante sia attivo anche in un altro progetto (gli Inferno9, band black metal del lodigiano) Samu si è messo subito al lavoro, molti brani in preparazione sono suoi e la sua mano nella composizione è inconfondibile. Se prima volevamo farci ascoltare per il nostro casino, adesso siamo sicuri che le prossime uscite saranno ancora più destabilizzanti.

Il vostro primo disco “Cenere” è uscito da abbastanza poco. Cosa potete dirci di questo lavoro? Siete soddisfatti? Cosa cambiereste invece?

Il disco è effettivamente uscito da poco e a causa del periodo infelice non siamo riusciti nemmeno a presentarlo ancora come si deve. Avevamo fretta di fare sentire alla gente cosa avevamo da dire, quindi abbiamo inciso appena finito di comporre l’ultimo pezzo (L’altra faccia del nulla) buttandoci a testa bassa. Registrare era fondamentale. Avremmo potuto iniziare ad investire in un progetto minore e magari proporre già del merch, ma siamo stati decisi nel voler incidere subito tutta la musica che avevamo già composto e presentato ai vari live.

Il risultato delle registrazioni è la sintesi dei nostri primi anni: la voglia di fare la nostra musica senza compromessi, l’impegno nella ricerca di uno stile che ci rispecchi e la perseveranza nel rendere un punto di forza i nostri limiti.
Sicuramente, a opere fatte, c’è qualcosa che avremmo cambiato, qualcosa che avremmo fatto meglio e qualcosa che non ci aspettavamo uscisse così bene. Probabilmente a posteriori avremmo sicuramente rifinito meglio alcune canzoni e reso un po’ meno lineari altre, giusto per aumentare quel senso di ‘inadeguato’ ed ‘inaspettato’ che cerchiamo sempre di trasmettere, ma possiamo ritenerci soddisfatti di quanto uscito.

Legata alla domanda precedente, come mai un titolo come “Cenere”?

“Cenere” non è il titolo, Cenere è la previsione di ciò che ormai è una catastrofica divinazione annunciata. Non abbiamo semplicemente voluto mettere un titolo ad un album, difatti nessuna delle nostre canzoni è direttamente collegata ad esso. Abbiamo voluto lasciare un messaggio ben visibile sulla copertina del disco. Ogni canzone è distaccata, ma direttamente dipendente dal termine Cenere, poiché ogni singola traccia riporta a quello: ad una visione oscura e pessimista della realtà, ad un futuro ormai distrutto ancora prima che diventi cenere. Cenere è cosa rimarrà di un mondo dominato da una razza ipocrita, ingannatrice e ossessiva. Cenere è la destinazione ultima dell’evoluzione umana.

Invece i testi chi li scrive? Ma soprattutto da cosa traggono ispirazione e cosa volete trasmettere con essi?

I testi sono in gran parte scritti da Luca, quasi come vere e proprie accuse dirette a destabilizzare il lettore, che solo dopo un lavoro di gruppo prendono forma in ciò che è possibile ascoltare su CD. Abbiamo voluto trattare dei temi un po’ particolari per il disco, perché spaziando dalla misantropia al disprezzo, arrivano ad abbracciare l’intero spettro umano che viene visto come irrimediabilmente corrotto e piegato in ogni sua parte.

Il disco è intriso di questi concetti, a partire dalla copertina, dove in una folla priva di volto (rappresentante il male commesso dai “molti” che viene sempre perdonato e dimenticato) si nasconde un demone tentatore. Questa brucia l’unico vero essere umano, una strega (qui il riferimento al pezzo “Burn the Witch”), su di un rogo dal cui fumo esce la rappresentazione del male commesso dagli uomini, il cerbero che era disegnato anche sul nostro primo demo.
Questi temi tornano nei testi, come nella diade composta da “Lato Sbagliato”, che racconta di chi deve combattere ogni giorno contro tutto e contro tutti per farsi valere, e dalla sua diretta opposta “ L’altra faccia del Nulla”, che invece descrive del come chi si crede superiore e migliore degli altri, sia comunque destinato ad essere dimenticato e, anzi, probabilmente a divenire a sua volta promotore del decadimento umano.

Nella vostra breve “carriera” quali sono i ricordi finora a cui tenete di più?

Tanti ma mai abbastanza. Probabilmente i ricordi migliori sono legati alle trasferte, anche se brevi, dove ogni volta c’è stato qualcosa o qualcuno che ha reso la serata memorabile. Anche se, come sappiamo tutti bene, le serate più memorabili sono spesso le più difficili da ricordare… L’altra faccia della medaglia sono quelle serate che ricordiamo purtroppo benissimo, dove non ne va una giusta, ma anche quelle lasciano tutto sommato bei ricordi e aiutano a migliorarsi.

Cosa significa per voi fare parte di una scena che ha una forte connotazione politica e con pratiche quali il DIY e l’autogestione?

La cultura DIY e dell’autogestione è stata fondamentale per noi. Non saremmo mai riusciti minimamente ad emergere se la situazione fosse stata diversa. L’importanza di impegnarsi a creare qualcosa dal nulla, di aiutarsi a vicenda (che sia portare un amplificatore in più da prestare o anche solo un’asta della batteria), di mettere in piedi serate devastanti ma accessibili, è immensa. Siamo molto felici di essere parte di questa realtà. Anche se siamo un po’ atipici in alcuni tratti musicali, siamo molto felici di aver conosciuto e aver spesso condiviso il palco con grandi persone.

Progetti nel futuro più prossimo dei Kombustion? State già registrando nuovi pezzi?

Abbiamo  scritto e stiamo componendo tanto materiale. Avevamo già pronti dei nuovi pezzi da presentare a Marzo ad una data con i russi Lead by Fear e gli Scemo. Purtroppo la situazione pandemica è precipitata giusto cinque giorni prima della serata e ci siamo ritrovati a dover annullare i nostri piani. Fortunatamente non abbiamo mai smesso di comporre, abbiamo altro materiale, tante idee e un sacco di cose da dire.

Giunti a conclusione di questa chiacchierata vi ringrazio e vi lascio tutto lo spazio per aggiungere quello che volete!

Sicuramente grazie del tempo che ci hai dedicato. E’ stato un piacere sia rispondere all’intervista sia leggere la recensione del disco che hai fatto. Speriamo di aver detto abbastanza e di incontrarci la prossima volta che torneremo sul palco. Alla Prossima occasione per fare Rumore!

“Mentre il collasso della civiltà umana avanza…” – Intervista agli Human Host Body

La prima volta che mi sono imbattuto negli Human Host Body è stata grazie ad un loro split insieme ai canadesi Storm of Sedition e posso ammettere senza problemi di essermi infatuato immediatamente del loro “d-beat possessed metal”, una devastante formula in cui convivevano (e convivono tuttora) pulsioni crust punk e tensioni black metal. Qualche giorno fa ho fatto una serie di domande agli Human Host Body per parlare non solo strettamente della loro musica e dei loro progetti futuri, ma sopratutto per affrontare insieme questioni come la piaga del nazi-fascismo all’interno della scena black metal, le posizioni anti-civilizzazione e anarchiche che animano il loro progetto e pratiche come l’autoproduzione e l’autogestione che sono strettamente legate alla scena punk-hardcore. Preparatevi perchè le parole degli Human Host Body, proprio come la loro musica, si abbattono come una tempesta tuonante sulla civiltà umana per decretarne l’inevitabile collasso.

Ciao ragazzi! Intanto volevo ringraziarvi per aver accettato di rispondere ad alcune domande. Vi va di presentarvi per chi non dovesse conoscervi? Comè avvenuta la scelta del nome della band?

Ciao! Grazie a te, è un onore chiaccherare con Disastro sonoro! Siamo in quattro Andrej, Dalibor, Luka, Marko e gli inizi degli HHB risalgono alla nostra adolescenza, intorno al 2004. La band è cresciuta con noi e noi con lei siamo diventati adulti insieme. Ultimamente tendiamo a mischiare soprattutto d-beat e metal. Poi è chiaro che tutto cambia, che tutto è sempre in continuo e graduale divenire. Però c’è da dire che ci troviamo proprio bene in queste acque grind/death. Quanto al nome, l’origine è a dir poco demenziale. Ci siamo ispirati a una puntata di South Park (s8e14), quella in cui agli animaletti del bosco serve un corpo, un ospite umano per Satana…

Lo devo ammettere, vi ho scoperti con lo split insieme agli Storm of Sedition e rimasi immediatamente folgorato dalla vostra proposta a metà strada tra crust e black metal. Da dove e come nasce la scelta di mischiare questi due generi?

Lo split degli Agains Empire con gli Iskra, quasi di sicuro quella è stata la prima svolta. Fu una rivelazione folgorante! Col tempo abbiamo capito che ci convinceva, che anzi era un’idea che ci piaceva proprio. D’altra parte ha sicuramente influito molto anche il fatto che qui sulla costa, da dove veniamo, la scena black metal è sempre stata molto forte. Qui poi metallari e punxs si sono sempre tranquillamente frequentati. Alla fine, per farla breve, il succo è che ascoltiamo un sacco di roba, ci piacciono il d-beat, lo stench, il death, il grind e poi proviamo a mischiare tutto insieme cercando di darci un senso. In fondo siamo un misto anche nella band: due metallari per due punx.

Rimanendo a parlare di black metal, saprete meglio di me che la scena black a livello internazionale è piena di gruppi palesemente nazi o di gruppi ambigui che simpatizzano o collaborano con band fasciste, razziste o omofobe. Qual è la vostra posizione al riguardo?

Qua c’è una sola e unica posizione: zero tolleranza per il NSBM e per qualsiasi ideologia fascista e fascistoide. Le nostre radici sono nel DIY punk. Non abbiamo mai suonato a festival metal e la scena metal slovena ci ignora, o meglio ci considera punk. Da parte nostra non abbiamo alcun desiderio di mescolarci a questa scena. Ci sentiamo a nostro agio nelle realtà occupate, nei centri sociali e negli squat, ma soprattutto ovunque si riunisca, operi e lavori gente che la pensa come noi.

Siete anzitutto un gruppo che viene dal d-beat, e dato che, nella mia ottica ma non solo mia per fortuna, il punk non è solo musica bensì un mezzo per diffondere pratiche come lautogestione o l’autoproduzione e per contrastare concretamente questo mondo fatto di sfruttamento e oppressione, che importanza ha la dimensione della lotta politica nella vita degli Human Host Body?

È fondamentale! Un’arte priva di contenuti politici è un mero prodotto consumistico. Il nostro merch è quasi del tutto autoprodotto, i tour ce li organizziamo da soli. Per noi è questo il modo più autentico in cui si può fare parte di questa subcultura. Luka e Marko poi sono stati in prima linea nell’occupazione e autogestione dell’ex INDE, una fabbrica abbandonata di KoperCapodistria, durata dal 2014 fino allo sgombero nel 2017.

Che ruolo rivestono pratiche come lautogestione o il DIY nella vostra musica e nella vostre esistenze?

Per la  prima metà della domanda vedi sopra :). Quanto alle nostre vite, riveste un ruolo decisamente grande. Grazie a e tramite la musica siamo entrati in contatto con parecchia gente, soprattutto con movimenti che hanno influenzato il nostro modo di percepire il mondo. I tour poi ti portano tra posti e persone dove hai l’opportunità di incontrare o conoscere ulteriormente pratiche a te poco note o sconosciute. Tra l’altro proprio l’andare in tour per vari centri sociali ci ha dato ulteriore slancio e ragioni per l’occupazione dell’ex Inde di KoperCapodistria.

Sulla vostra pagina bandcamp ci tenete a definirvi un gruppo anarchico, vicino alle idee anti-civilizzazione e pro-collasso. Vi va di spiegare meglio queste vostre posizioni politiche e il ruolo che rivestono allinterno della vostra attività di band? Nella vostra coscienza e visione politica, quanto è responsabile l’economia capitalista, che saccheggia e devasta l’ecosistema, del collasso a cui sembra destinata la civiltà come la conosciamo noi adesso?

La maggior parte dei nostri testi parla di quanto sia insostenibile la nostra cosiddetta civiltà. L’anarco-primitivismo è solo una delle teorie critiche di riferimento su come concepire e comprendere la civilizzazione. In linea di massima ognuno di noi quattro ha una sua personale opinione del mondo, siamo però tutti d’accordo sul fatto che la realtà in cui viviamo è alienante. L’economia del capitale è solo un sintomo della civilizzazione industriale. Nel complesso la cosa più problematica è il nostro stile di vita, l’approccio che abbiamo nei confronti della Terra. Siamo troppo focalizzati su noi stessi e ci siamo autocollocati al di sopra di tutte le forme viventi, sul trono. Se ci rendessimo conto che siamo tutti interdipendenti l’uno dall’altro, compresi cioè tutti gli esseri viventi, il pianeta lo ”consumeremmo” in maniera diversa. Il capitalismo si fonda sulla crescita illimitata, cosa che il nostro pianeta non può certo offrire. Per questo l’economia capitalista è insostenibile. Anche tutta sta situazione della pandemia ha mostrato come e quanto il capitalismo sia insostenibile, ma anche qui si tratta di nuovo solo di sintomi. La tutela, la difesa e il rispetto dell’ecosistema, della natura e dell’ambiente in generale sono responsabilità di noi tutti (o almeno dovrebbero). Dare una risposta alla domanda sull’eventuale prossimo futuro collasso della civilizzazione è impossibile. Però siamo davanti a un’occasione da non perdere: questo risorgimento delle coscienze, avvenuto durante la pandemia, va assolutamente sfruttato, soprattutto perchè è sempre più evidente che non si può andare avanti così!

Venite dallIstria, in Slovenia. Volete parlarci della scena punk/metal underground da quelle parti? Comè la situazione lì da voi?

Negli ultimi anni è praticamente morta. Purtroppo. Non sapremmo proprio da dove cominciare… Punto primo: non esistono più spazi autonomi in cui suonare e organizzare serate e concerti. O li hanno chiusi o li hanno riadattati alle logiche capitalistiche. Anni fa la costa era l’epicentro della scena underground. Oggi non è più così, soprattutto perchè le misure intraprese dalle varie giunte municipali agiscono sull’individuo, isolandolo, producendo individualismo e soprattutto reprimendo il pensiero critico, componente fondamentale della creatività. Secondo tasto dolente: le band. Anche se oramai ci stiamo facendo vecchi e stagionati, siamo diversamente giovani, continuiamo a seguire regolarmente la scena e, purtroppo, di nuovi gruppi punk, metal ecc./e compagnia bella, qua non se ne vede nemmeno l’ombra. Una delle ultime novità punk della zona, con già cinque anni di attività alle spalle, sono sicuramente i Pakt, dove Luka suona alla chitarra. Per strada invece incontri sempre meno, e comunque molto raramente, metallari o gente generica che segua manifestatamente una qualche subcultura. Perchè sta succendendo tutto questo? Bella domanda, anzi la domanda del secolo, ma non è il caso di mettersi a filosofeggiare qui perchè sennò lo spazio non basterebbe. Per nostra fortuna comunque, qua vicino ci sono ancora e resistono spazi e soprattutto tanti attivist* e singol* riuniti in collettivi che non demordono e con cui siamo praticamente fratelli. Al momento la concentrazione maggiore di band e posti per suonare è a Postojna. Là ci sono un centro giovanile e due piccoli squat, uno di fatto è un container, l’altro è un’ex pompa di benzina che i ragazzi hanno riconvertito in enorme sk8park. Non lontano c’è anche uno dei locali più longevi della Jugoslavia, il MKNŽ di Ilirska Bistrica, attivo (senza soluzione di continuità/) dal 1966.

Tornando a parlare del vostro split con gli Storm of Sedition, la mia curiosità mi spinge a chiedervi comè nata la collaborazione con il gruppo canadese. Vi va di raccontarcelo? E se non sbaglio siete anche andati in tour con loro, come vi siete trovati? 

Ce l’ha proposto  Goldi della Neandertal Stench Record proprio perchè abbiamo molti temi in comune come ad esempio le teorie anti-civilizzazione. Con alcuni dei membri degli SoS già ci conoscevamo da prima visto che avevamo suonato un paio di volte con gli Iskra, e così alla fine sto split è stato un qualcosa di molto spontaneo e naturale. Quando l’anno scorso sono venuti in tour [europeo?], eravamo d’accordo che avremmo fatto un altro paio di serate insieme. Purtroppo però alla fine per motivi di lavoro non ci siamo potuti unire a loro per tutta la durata del tour, ma solo per un weekend. È stata un’esperienza epica, un week-end che rimmarrà nella storia e nei nostri ricordi, anche perchè abbiamo stretto ancora di più coi ragazzi. Speriamo di riuscire a tornare a collaborare con loro a breve. Dal vivo poi gli SoS spaccano e sono anche cresciuti assai pure nello stile una band davvero cazzuta/coi controcazzi!

L’ultimo vostro lavoro è una demo rilasciata nel 2018. State lavorando a un nuovo disco? Che progetti avete per il futuro?

In realtà abbiamo già un intero disco registrato e mixato, stiamo cercando di farlo uscire su vinile. Stiamo valutando una serie di etichette e prendendo accordi sul mandarlo in stampa il prima possibile. Ci stiamo preparando a nuove registrazioni, ma ora è tutto rimandato a tempo indeterminato causa pandemia. Uno dei probemi maggiori è che i confini sono stati chiusi e non possiamo andare in Italia. Questo perchè la nostra sala prove si trova a Padriciano,[quartiere di Trieste?] subito dopo il confine, e ancora oggi non sappiamo con precisione quando potremo veramente tornare in sala Per ora ci stiamo arrangiando con un po’ di roba recuperata dai cascioni/in cantina, vecchi amplificatori e una batteria che ha visto giorni migliori e proviamo a casa di Dalibor.

Siete passati anche in Italia qualche anno fa per suonare live, se non ricordo male a Bologna insieme ai Void Forger, che ricordi avete di questa/queste date? Cosa pensate della scena punk/hc italiana?

L’ XM24 di Bologna è stata la prima data del tour con i Void Forger del 2018, da lì poi siamo riusciti a arrivare fino alla Mensa occupata di Napoli. (Bei tempi). Tra le date italiane di quel tour, il posto che più di tutti ci ha lasciato un bellissimo ricordo è il CSA Officina Trenino di Porto S. Giorgio e il loro giovanissimo collettivo. Incontrarli ci ha infuso di grandi speranze nel senso che ci ha rincuorati assai: esistono ancora giovani interessati ai centri sociali e alle occupazioni, agli squat e ai posti autogestiti e all’organizzazione di serate e concerti! Ste cose ti danno una bella scarica di energia e ti spronano a continuare a fare quello che stai facendo. C’è da dire però che in tutti questi anni abbiamo suonato un po’ in giro per lItalia malgrado proprio in Italia ci sia sempre stato difficile chiudere serate il che è assurdo considerato che viviamo praticamente dietro l’angolo. Abbiamo organizzato diverse serate per gruppi italiani sui palchi sloveni, ma raramente ne abbiamo ricavato qualcosa, quasi mai abbiamo avuto indietro qualcosa di concreto. Finora, ogni volta che durante un tour volevamo suonare in Italia, le serate italiane sono sempre state le più difficili da chiudere. Ci stuzzica l’idea di suonare al sud e isole. A parte Napoli, non ci abbiamo mai suonato. La scena punk/hc italiana è sempre stata storicamente forte, anche oggi ci sono un casino di ottimi gruppi ancora in giro. Noi conosciamo e frequentiamo soprattutto le band del nord, tra cui abbiamo diversi amici, e anche per questo suonare in Italia è una figata/uno spasso perchè così hai l’opportunità di incontrare tutti quei punx che non vedi così spesso.

Ragazzi grazie ancora per il tempo che dedicherete a rispondere a questa intervista, concludete aggiungendo qualsiasi cosa vi passi per la testa mi raccomando!

Grazie a te, significa davvero molto per noi quest’intervista. Non poter suonare dal vivo è una tortura, ci manca un sacco. Speriamo che sta cazzo di pandemia finisca il prima possibile e che presto ci potremo vedere a qualche concerto e/o squat!! Viva!

Lo Spirito Continua – Prossime coproduzioni

Annuncio con grande gioia e orgoglio che la schiera di coproduzioni targate Disastro Sonoro aumenterà in qualità e quantità nei prossimi mesi con la pubblicazione fisica di due dischi assurdi in ambito hardcore punk e d-beat/crust che rispondono al nome di “In Bilico nel Reale dei Destinazione Finale e di “Eschaton“, nuovissimo lavoro in casa Amphist. Perché il punk è supporto e collaborazione prima di tutto e perché lo spirito continua!

Due settimane fa i campani Amphist hanno finalmente annunciato l’uscita del loro nuovo album “Eschaton” attraverso la pubblicazione di un nuovo brano dal titolo What The Thunder Said”.

Il disco vedrà la luce grazie ad una vera e propria cospirazione DIY che vede la collaborazione delle seguente etichette e distro : UP the PUNX Rec.D.I.Y Koło RecordsBologna PunxFresh Outbreak RecordsSeaside Suicide RecordsPirate Crew RecordsMastice ProduzioniPassione Nera RecordsL’Home MortQuebranta RecordsCalimocho DIYToxic Sele Crew100£ AutoprodSiro Recs. Il disco, piccolo spoiler, sarà una vera e propria mazzata di d-beat crust punk/death metal che continua il discorso musicale intrapreso con il precedente “Waking Nightmare” ma ne innalza il livello qualitativo, risultando essere uno dei migliori dischi crust punk usciti nella scena italiana negli ultimi anni. Fatelo vostro appena uscirà, non ve ne pentirete!

Ho già recensito a fondo il nuovo disco dei Destinazione Finale in questo articolo , quindi non serve che sprechi troppe altre parole per dirvi quanto mi sia piaciuto l’hardcore punk vecchia scuola suonato dal gruppo fiorentino.

Oggi posso annunciare finalmente con estrema felicità che “In Bilico nel Reale” vedrà la luce in forma fisica anche grazie alla collaborazione di Disastro Sonoro tra le varie distro/etichette DIY impegnate in questa bomba di coproduzione. Come già detto mesi fa, i Destinazione Finale ci danno un’ottimo esempio di come sia possibile riproporre un certo tipo di hardcore fortemente radicato nella tradizione classica senza suonare banali e scontati, ma anzi facendo emergere una buona dose di personalità e di attitudine sincera. Lo spirito continua pur rimanendo in bilico nel reale che ci opprime!