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Guardami negli occhi, non ho più paura.

Vago senza equilibro tra vortici di volti impenetrabili che mi scrutano in maniera famelica, alla ricerca di una smorfia di dolore o di un sorriso beffardo che possa tradire emozioni a cui non son in grado di dare nomi. Riesci a vedermi? Hai voglia di affondare i tuoi denti nella mia carne marciulenta?

Scorci di squarci che si aprono sui nostri corpi divorati dal tempo e dal timore di essere osservati da sguardi complici. Sguardi che si potrebbero fingere tali per una frazione di secondo, prima di scomparire nuovamente nel buio dell’indifferenza, abbandonandoci alla spaventosa solitudine di noi stessi.
Guarda il mio corpo, affonda le unghie, divorami prima che lo faccia l’alba. Non ho il coraggio di chiederti nient’altro. Non ho più paura dei tuoi morsi.
Stringi nuovamente quelle mani attorno al mio collo, silenzia questi mostri, non voglio più sentire le loro confuse grida; lascia che si perdano nella notte infinita vinta dall’assordante silenzio della nostra ennesima, grandiosa, sconfitta. Fragili ma inafferrabili, come il vento che soffia prima della tempesta. Come l’odore dell’aria dopo un temporale estivo. 

Bestie nate per provare dolore, incapaci di riconoscere il sapore di un effimero quanto labile attimo di gioia. Quanto è difficile comunicare, quanto è complicato farti approdare alle rive delle mie voragini più profonde e spaventose quando il mare è in burrasca e inghiotte anche il vuoto. Non restare ferma lì in bilico, tuffati e prova ad annegarci.

Prima che il giorno ci sorprenda rendendoci nuovamente due sconosciuti ingarbugliati per colpa di una voglia insaziabile, per un tiro mancino del sadico destino o per mortale abitudine alla noia. Assapora le mie inquietudini prima che tutto sia altro da noi, con quelle labbra velenose che mi sussurrano le tue voglie e le tue ombre. Riesci finalmente a vedere questo sangue che scorre come fiume in piena? Il silenzio la fuori conosce un milione di lingue e io, almeno per questa notte, non voglio stare solo. Ho perso nuovamente il filo dei tuoi desideri, mi rimangono solo manciate di frammenti qui tra queste mie mani sporche, mentre scivoliamo sempre più giù verso gli abissi della nostra miseria.  Un lamento annoiato, l’incoerenza soppressa, saliva e insoddisfazione sulle labbra, l’insofferenza per un equilibrio mai trovato e per le sue macerie.

Uniti in un abbraccio che ha il sapore acre del sangue raffermo. Fanculo, c’è una luna bellissima sta notte. Stringimi ancora più forte, confonditi col mio respiro, divorami senza pietà, ma non lasciar segni del tuo passaggio su questo corpo mai completamente messo a nudo. Guardami negli occhi ora che non ho più paura. Accetta la mia resa, come se in fondo servisse a qualcosa. Divorami.

“Awake Arise Silence” – Intervista a Marthe

Dopo due mesi abbondanti in cui Disastro Sonoro era piombato in un sonno profondo e in un silenzio assordante per via di una moltitudine di motivi e impegni tra cui il troppo lavoro di merda, torno col botto pubblicando un’intervista a Marzia, storico nome della scena hardcore e punk italiana e già attiva in una miriade di gruppi tra cui Kontatto, Horror Vacui o i più recenti Tuono. Marzia però sembra non conoscere attimi di tregua e qualche anno fa ha dato vita ad un’affascinante progetto solista chiamato Marthe con cui ha pubblicato il maestoso Sisters of Darkness, un disco di heavy metal dal sapore doom, epico e proto black. Sarà esattamente questo suo ultimo progetto di “valkyrian metal” il protagonista dell’intervista che segue, intervista in cui tra domande e risposte si è cercato di sviscerare tutte le sfumature che accompagnano questa individualità sonora conosciuta come Marthe. Un’intervista che merita di essere letta attentamente anche solo per il fatto che al suo interno ci si può imbattere sia in aneddoti di crust punx canadesi che allontanano dei nazi a calci nel culo, sia in Marzia che cita Vasco Rossi come uno dei suoi poeti preferiti. Io ho parlato fin troppo, quindi che calino le tenebre eterne e lascino spazio unicamente alle parole di Marzia. Tenetevi pronti a scendere tra gli abissi infernali di questa intervista e non indugiate ad unirvi alla cospirazione delle sorelle dell’oscurità! AWAKE. ARISE. SILENCE.

Ciao Marzia! partiamo con le domande scontate e biografiche: quando decidi di far nascere il progetto Marthe e perché?

Grazie a te come sempre per aver pensato a me per questo spazio. Marthe nasce nel 2012 sotto forma di motivetti cantati su un cellulare durante le mie traversate appenniniche Emilia Romagna – Liguria, e il tutto rimane lì fino al 2018 quando decido di azionare la batteria elettronica che avevo comprato qualche anno prima quando ero andata al negozio per prendere delle bacchette. Sono uscita con una Yamaha e una scheda audio, a caso. Quindi grazie al mio amico Pasquale Pask di Mu Versatile Label/Nuit ho fatto funzionare tutto, per chi non lo sapesse lui è il capo mondiale di aggeggi musicali con bottoni e suoni e modulazioni a me aliene. Mi ha collegato altrettanti alieni cavi che hanno magicamente iniziato a produrre suoni. Da lì un po’ di intuizione ha fatto il resto, componendo piano piano un pezzo per volta fino alla demo 2019. Il motivo è banalmente il fatto che non ho mai avuto un gruppo metal in linea con i miei gusti più classici quindi ho provato a fare da sola, e ci sono riuscita. E’ molto catartico avere un gruppo in personal, ti ritagli del tempo isolandoti dal mondo per creare uno stream of consciousness sonoro in continua evoluzione e ad ogni idea o miglioramento mi stupisco dell’upgrade. Ad oggi è il mio momento di misantropia rigenerativa.

Ti va di parlarci del significato che si cela dietro la scelta del nome Marthe?

Non avevo assolutamente idea di come poter chiamare un gruppo anche perché non è un gruppo ma un’individualità sonora. Volevo qualcosa che suonasse come singolare, e che rappresentasse il concept. Un giorno pensavo agli Earth e un internamente mi sussurravo “dai è un nome un po’ di merda (opinione personale ovviamente), come se io facessi un gruppo che si chiama boh, Luna! Marte!” (Saturno è molto gettonato) e ho fatto “Deh! Bello!”. Suona un po’ come il mio nome, inoltre è il pianeta a cui il mio nome è ispirato, sa di fuoco, sa di potenza e sa di forza. Mi sarebbe piaciuto presentarmi con un non so che di nordico che fa sempre molto metal ma io sono latina totale, sono mediterranea, cresciuta al mare, vado scalza quando posso e sono abituata a bruciare per ore sotto il sole. Sicuramente il fuoco mi rappresenta di più del ghiaccio anche se dovendo scegliere sarei sicuramente una Stark *.*

Ho aggiunto una h per darmi un tono oriundo. Non so se il nome  voglia dire altro, non so come si debba pronunciare (gli anglofoni lo pronunciano [m’a:θ]). Poi ha una assonanza immaginativa con martello che nei miei viaggi mentali si è materializzato in Studio Hammer (aka la mia camera da letto/studio di registrazione) anche se l’utensile-guida di Marthe non è il martello ma il falcino (dalle mie parti, penato), una roncola simbolo delle zone rurali delle valli liguri apuane. C’è un’immensa letteratura e storiografia a riguardo.  Sarebbe figo se avesse un senso l’idea di Apuan Metal ma fa oggettivamente cagare. Agipunk ha coniato per l’adesivo del disco l’aggettivo “Valkyrian Metal” che ovviamente funziona alla grande perchè da già un assaggio di che cosa aspettarsi. Mi piace un sacco perchè associo valchiria all’idea cinematografica e femminista di una sorta di “Xena”, di donna indipendente, di femminista combattente, di “amazzone” e dell’immaginario ad essa associato, non solo unicamente a quello della figura mitologica del Nord (anche perchè mi sento più giunonica che valchiria). La mia figura mitologica preferita è la sirena ma forse passerò dai cavalli cavalcati da donne nude inferocite ai lunghi capelli delle donne pesce incantatrici quando farò musica acustica a 70 anni se ci arriverò.

Fin dal primo ascolto di Sisters of Darkness ho avuto l’impressione di ascoltare un disco heavy metal dal sapore molto old school e ottantiano. Quali son stati i gruppi che ti hanno influenzato nella scrittura della musica per Marthe?

Sembra sempre molto strano da dire ma io non ascolto molta musica, in fin dei conti. Spesso non ho stimoli, spesso non mi accorgo che ho passato ore e ore in silenzio. Lo imputo al fatto che ho lavorato in situazioni di estrema socialità per quasi due decadi e rincasando l’unica cosa che volevo era il silenzio. Questo per dirti che il bacino di influenze che posso aver avuto è molto ristretto. A questo aggiungici che sono una persona molto dozzinale quindi ascolto sempre le stesse cose. Sicuramente uno dei miei gruppi preferiti è Bathory periodo Hammerheart e Nordland quindi il mio desiderio è sempre stato fare metal a metà tra la roba grezza degli anni ’90 e l’epicità che mi trasmette il ritornello di “The Lake” o “Vinland”. Quorthon per me è tipo una divinità mitologica, ma il paragone (che mi onora fino alle stelle) con Bathory non l’ho ricercato, mi è stato attribuito, e ne sono stata davvero fiera. Non era voluto perchè non ne avrei mai avuto la presunzione.  Amo le sonorità dei Tiamat di “Wildhoney”, colonna sonora di quando sono triste.  A fine 2020 ho preso un paio di coltellate emotive e mi sono fissata con le atmosfere ossessive di Lustre (“The First Snow” e “Phantom Part II”) che assocerò per sempre alla neve e al freddo nebbioso e solitario dell’inverno, a quella sensazione che fa l’aria gelata quando la respiri camminando. Però sono influenze concettuali più che concrete, sono suggestioni atmosferiche messe in musica. Vorrei potermi ispirare allo stile di Iggor Cavalera e Sepultura perchè adoro le parti percussionistiche tribali ma non si presta al mio immaginario né al mio background culturale. Mi piacerebbe ispirarmi a vibre nordiche ma anche questo non fa parte del mio vissuto (anche se in in “Awake Arise Silence” ho avuto un input vocale dal “kulning” nord europeo). Spesso attingo da esperienze fatte nei miei frequenti viaggi: nel prossimo disco (mini spoiler) ci sarà il sibilo del “silbato de la muerte” e anche un sonoro registrato in montagna dove un gioco strano di venti faceva risuonare una struttura metallica. Nella precedente registrazione ho inserito il mare di Portovenere. Insomma, è tutto un po’ un mio trip che si materializza. Per il prossimo disco vorrei inserire qualche pezzo più veloce dato che ho suonato musica estrema tutta la vita e ora se mi esce un beat di batteria è sicuramente lento (leggasi: forse ho già dato ahahah! Ma il d-beat è il mio primo amore nonché la mia specialità quindi batteristicamente parlando prima vengono i Kontatto, poi tutto il resto).

Tu sei sia la mente che il braccio dietro il progetto, come definiresti la tua musica?

Valkyrian Metal anni ’90 registrato in cantina.

L’atmosfera generale che avvolge l’intero disco è molto oscura e contemporaneamente molto evocativa e rituale. A cosa pensi sia dovuto questo? E’ una scelta voluta quella di conferire alla tua musica questa aura pagana e ritualistica?

Tutti i riff sono nati o attraversando l’appennino Tosco Emiliano o a Marinella sugli scogli quindi questi paesaggi mi hanno stimolato una sorta di colonna sonora che è per forza di cose epica, poetica, rituale. Quando mi esce un pezzo per gli Horror Vacui o i Kontatto sono ispirata da altre visioni. Non è una scelta voluta ma è la dimensione sonora in cui mi sento più a mio agio, ma devo ammettere parallelamente alla dimensione death rock, dark, goth, hardcore, perchè davvero sento dentro di me molte influenze e passioni che coesistono e sono come substrati su cui mi sono formata ed evoluta. In base alla necessità ne emerge uno piuttosto che un altro e per questo ho progetti paralleli e di varia natura.

Qual è la traccia a cui ti senti maggiormente legata tra le quattro tracce presenti su disco?

Sister perchè è stata la miccia, ma Awake perchè è quella che mi ha dato l’idea di essere riuscita a trovare la mia “quadra”: lo sviluppo che è venuto fuori spontaneo, la voce che finalmente era adeguata alle mie possibilità, la parte epica finale.

Quali sono invece le tematiche che cerchi di affrontare attraverso le tue liriche?

Nel primo disco sono di varia natura (mitologia, storia, esistenzialismo, la sempreverde ineluttabilità della morte) ma nel prossimo saranno più introspettive. Vorrei scrivere testi trasversali utili per le persone che si trovano ad ascoltare la mia musica in determinati mood. Mi piacciono molto i testi che sembrano poesie e la scrittura la affronto in questo modo, come se dovessi comporre una poesia dedicata a qualcuno. O un pianto per qualcuno. Solitamente scrivo i testi quando sto male quindi sono quasi sempre incentrati su tematiche come la perdita, la mancanza, le pugnalate, le facciate, la solitudine in se stessi, trovare la forza. Sono poi i testi che avevano anche i Wretched e Kaos One, due dei miei “poeti” preferiti.

Qual è il significato di un titolo come Sisters of Darkness? E’ possibile vederci una qualche forma di messaggio femminista declinato in chiave esoterica e occulta?

Assolutamente si, avevo anche fatto un set limitato di toppe che ho mandato ad alcune delle mie muse ispiratrici o modelli femminili sparsi per il mondo, una sorta di sorellanza unita sotto il segno del caprone ahah! Anche se il mio sogno più grande sarebbe avere un MC motociclistico a nome “Sisters Of Darkness” (mi sarebbe piaciuto “Daughters Of Pride” in chiave Anticimex ma faceva un po’ nazi come concetto ahah! In un mondo come quello delle moto che aiuto, ne è pieno!). Il mio primo gruppo era un gruppo riot e la formazione femminista è indelebile dentro di me, quindi sono innamorata dell’idea di un potente femminile che accomuna tutte noi, per quanto sicuramente imperfette. Ci sono musiciste donne di fuoco come Stefania Ovo o Lili Refrain che percepisco come affini a me per vissuto e determinazione. Le amo. Ma non sono una che vuole fare spogliatoio a tutti costi, non sei mia “sorella” solo perchè hai una vagina. Molte vagine le tengo a debita distanza poiché le trovo svilenti e lontane anni luce da me e da quello che reputo costruttivo e positivo in termini di appartenenza e contenuti.

Sei attiva in altri grandiosi gruppi come Kontatto, Horror Vacui e Tuono, che spazio occupa il progetto Marthe all’interno del tuo percorso come musicista? E quali obiettivi ti poni nel futuro?

E’ molto marginale. Inoltre occupa specifici momenti di tempo (ferie, weekend, momenti di pausa). Ogni volta che mi viene in mente un riff per Marthe e non per dire per gli Horror Vacui mi sento in colpa haha! Però con Marthe non ho nessuno a cui presentare la mia idea quindi la creazione è immediata e integrata come i gadget di serie di una macchina con pilota automatico. Negli altri gruppi c’è condivisione, creazione, momenti di unione e socialità. Progetti futuri: migliorare la qualità di registrazione seppur restando nel campo dell’home recording, mettere insieme un full lenght sostanzioso e una cover (che amo già ancora prima di averla fatta) e fare un secondo disco che non deluda chi ha creduto in me dal momento zero.

Il tuo sound è influenzato in parte anche da certo proto-black metal. Il black metal nel corso dei decenni ha visto purtroppo una forte presenza e ingerenza di band e gruppi nazifascisti al suo interno. Qual è la tua posizione in merito alle posizioni di estrema destra, razzista e omofobe che infestano la scena del metallo nero?

Molti definiscono Marthe doom e black metal ma a me il black metal fa CAGARE, in tutto. Dal sound, allo stile nel suonare la batteria, alle voci, all’immaginario e a tutte le cazzate di cui si sono fatti portavoce. Escludo ovviamente Bathory e Darkthrone perchè hanno un valore emotivo sentimentale e i secondi hanno saputo costantemente reinventarsi in modo anche ironico, elemento che apprezzo moltissimo. A livello puramente musicale apprezzo la prima ondata con Venom, Celtic Frost, Hellhammer ma poi di base non ho molta cognizione di causa a riguardo. Sono sempre stati ascolti marginali alla fine. Ho ascoltato Burzum per la prima volta due anni fa perchè è sempre stato tipo il tabù del babau ma volevo capire cosa facesse e come mai piacesse a molti miei amici/conoscenti nonostante sia un idiota fascista e omofobo. Sinceramente devo dire che alcune cose sono davvero molto belle, con mio rammarico, perchè non posso soprassedere al fatto che la musica provenga da quell’essere ignobile e irriscattabile. Non capisco l’hype attorno al gruppo e mi dispiace vedere le maglie di Burzum dentro a spazi occupati o autogestiti o politicamente attivi e schierati. Alla venue metal punk “Le Katacombes” di Montreal ho personalmente assistito a Janick, proprietaria nonché cantante degli After The Bombs, cacciare fuori a calci in culo il metallaro di turno con la maglia di Burzum. Non può essere tollerato in certi posti. Quindi per risponderti, il black metal nella mia vita non esiste: mai seguito, mai ascoltato, mai apprezzato. Mi ha incuriosito il gruppo Mork che poi ha fatto un discreto successo ma è un genere che trovo molto banale, con un immaginario spesso ridicolo. Poi è di un monotono mortale, è tutto uguale. Ho letto anche i vari libri usciti, visto documentari etc. E’ tutto troppo ambiguo e c’è il rischio di pestare una merda dietro l’altra anche solo accettando produzioni con etichette black o che fanno gruppi black, perchè per quanto “pulite” potrebbero avere nel loro bacino artisti un gruppo all’interno del quale c’è un (faccio esempi a caso) batterista il cui cuggggino ha suonato con il fratello di uno che aveva un gruppo con testi mezzi nazi e allora via, si viene tutti accusati di essere nazi. Poi se tuo malgrado ti succede una disgrazia simile devi stare 45 anni su fb a rispondere alla milizia del punk tribunale e bisogna discolparsi per sempre giurando e spergiurando che non lo sapevi ma niente, la tua vita è finita hahah! Non ne ho mezza, davvero, preferisco purtroppo tenere alcune porte chiuse nonostante mi siano state fatte offerte moooooolto interessanti. Per me la musica è politica, e politica dal lato giusto della barricata. Non credo alla stronzata di essere uniti sotto la bandiera musicale senza pregiudizi. Mi è capitato anche con gli Horror Vacui di declinare molte offerte perchè anche nel dark le situazioni ambigue sono all’ordine del giorno. Ci ho messo 40 a costruirmi una comfort zone fatta di solidi ideali e anni di attivismo in cui mi sento protetta e a mio agio, sto bene qui. In conclusione non mi piace proprio niente del black metal, forse solo le chiese che hanno bruciato perchè erano stupende.

Avviandoci verso la fine dell’intervista, son costretto a chiedertelo: esiste la possibilità di vederti portare Marthe in sede live prima o poi o rimarrà solamente un progetto da studio?

Me lo stanno chiedendo davvero in tanti. Il primo ostacolo è che mi sono accordata in modi talmente assurdi che per fare un live ci vorrebbe un formulario enciclopedico per replicare con siparietti di 20′ tra un pezzo e l’altro. Poi le voci le ho fatte con (letteralmente) 8, 9 o più linee fatte e rifatte e sovrapposte per non far saltare all’orecchio (il mio) che ero io perciò avrei bisogno di coriste, come Laura Pausini. Poi dovrei trovare le persone adatte a sopportare me, un segno vergine, nel delirio della pignoleria per il quale ogni singola nota o colpo deve essere fatto come l’ho fatto io nella registrazione. Hai presente l’incubo? Hahah!

Questo spazio è completamente tuo, puoi scriverci quello che vuoi!

Marthe non è un progetto della quarantena 2020, è nato molto prima e si è materializzato nel 2019 quando era insospettabile immaginare che la dinamica studio sarebbe stata uno dei pochi scenari percorribili di lì a breve. Ad oggi la demo 2019 è stata ristampata in 7 formati: una (la mia) diy in 50 copie, 300 copie da Caligari Records in cassetta (1 e 2 stampa) distribuzione americana, due formati di LP da Agipunk (colorless e rosso), versione CD digipack spaziale che sta per uscire in Sud America grazie a Exabrupto records che mi ha chiesto di farlo e versione cassetta distribuzione europea in 50 copie con cartolina disegnata a mano da Silvia di Lunarseas records. Sono davvero grata a tutte queste realtà per aver accolto la mia richiesta o essersi proposti di farne uscire altri. Sono inoltre tutte realtà integerrime, solide, che stanno dalla “parte giusta”. Marthe esiste grazie alla funzione note vocali del telefono,  perchè come dice Vasco (uno dei miei altri poeti preferiti) “le canzoni son come i fiori, nascon da sole sono come i sogni, e a noi non resta che scriverle in fretta perchè poi svaniscono e non si ricordano più”.

Rigorous Institution – Survival/Despotism (2020)

I Rigorous Institution sembrano provenire direttamente da qualche umido squat di Bristol o di Norwich della prima metà degli anni 80, quando il crust come lo conosciamo oggi non esisteva ancora ma si respiravano solamente i fumi nauseabondi del suo antenato, quel marciulento brodo primordiale conosciuto come stenchcore. Si ma sia chiaro a tuttx, il sound dei Rigorous Institution non ha niente a che vedere con quel metallic-crust che andava tanto di moda nell’underground nella prima metà degli anni duemila e nei primi anni ’10, bensì riesce a rievocare perfettamente quel calderone di influenze che sembra provenire da un’epoca in cui Discharge e Hellhammer, Amebix e Celtic Frost, avevano molte più cose in comune di quanto oggi si potrebbe pensare. A differenza dei precedenti Ep “The Coming of the Terror” o “Penitent“, con questo Survival/Despotism, i nostri punx di Portland si spostano in maniera ancora più netta verso territori e sonorità di amebixiana memoria, in cui atmosfere post-punk enfatizzate dall’utilizzo del synth e ritmi tribali che chiamano in causa la sezione ritmica dei Killing Joke, rivestono un ruolo centrale e riescono a dipingere paesaggi dai toni post-apocalittici, dominati dallo sconforto e dall’impotenza. Stando a quanto scrivono sulla loro pagina bandcamp, i Rigorous Institution definiscono il loro sound con termini come “synth crust” o con la ben più fantasiosa etichetta di “descendant angel-crust“, ma in fin dei conti poco importa come lo si voglia chiamare, perché quello in cui ci imbatteremo durante l’ascolto di questo ep non è altro che la versione più embrionale e primordiale del crust punk da cui tutto ha preso poi la forma che consociamo noi oggi. Musicalmente le due tracce che compongono questo Survival/Despotism riescono dunque a sintetizzare in maniera estremamente convincente e ispirata sonorità che spaziano dagli Amebix di Winter/Beginning of the End agli Hellhammer di Apocalyptic Raids, accompagnando questa primitiva versione del crust punk di scuola britannica con un’atmosfera fortemente oscura che ha il compito di evocare nelle nostre menti scenari apocalittici e desolati, da cui veniamo sopraffatti in preda allo smarrimento e alla disillusione. Se vi mancano quelle sonorità e quelle atmosfere che solamente i primordiali gruppi stench-crust britannici sapevano creare e trasmettere, questo Survival/Despotism è un lavoro che non dovete assolutamente farvi scappare!

 

Rata Negra – Una Vida Vulgar (2021)

Cosa provate appena sentite/leggete la parola “pop” collegata a “punk”? Un brivido freddo lungo la schiena e conati di vomito pensando a quelle band adolescenziali da MTV di fine anni 90/inizio 00? Molto probabilmente si. Per fortuna esiste tutto un altro modo di approcciarsi al punk in maniera pop e melodica e la ricetta migliore negli ultimi anni ce l’hanno proposta gli spagnoli Rata Negra, uno di quei gruppi che son solito definire a mani basse e senza problemi come “uno dei miei preferiti”. Autori di un primo omonimo lavoro nel 2016 dalla qualità elevatissima (e di cui mi infatuai all’istante!), seguito dallo splendido Justicia Cosmica nel 2018, finalmente dopo un breve Ep rilasciato un anno fa, i nostri tre punk madrileni, grazie alla supervisione di La Vida Es Un Mas Discos, ci regalano questa loro terza fatica in studio intitolata Un Vida Vulgar, un disco che prosegue nel percorso di evoluzione della band pur mantenendo quell’ormai iconico “Rata Negra Sound“. Si perché se da un lato è innegabile che ormai i Rata Negra abbiano un loro preciso marchio di fabbrica che emerge principalmente nelle melodie estremamente catchy, nel tiro fortemente anthemico dei loro pezzi e in una sezione ritmica che rende davvero difficoltoso non fare salire voglia di muoversi e ballare, dall’altra è altrettanto evidente una certa dose di originalità che attraversa i brani presenti su questo nuovo disco e una volontà di non ripetere se stessi in maniera fin troppo banale e scontata, puntando invece a sorprendere l’ascoltatore anche se magari l’evoluzione non è così immediata ad un primo, distratto e frettoloso ascolto. Esempio perfetto di questa volontà di intraprendere rotte improvvise quanto inaspettate e di non ripetere all’infinito la loro ricetta abituale e vincente, è rappresentato da una traccia sognante, calma e a tratti intima come Cuando Me Muera, che stempera in parte i toni più allegri e pop della prima parte del disco, così come dalla breve intro del primo brano Venid a Ver dai toni post-punk e dalle tinte oscure, prima di divampare in un’intensissimo punk rock senza freni in cui svetta un’ottima prova da parte della sezione ritmica. Anche in una traccia come En la Playa, in cui vengono evocate atmosfere, sfumature e riff di chitarra capaci di chiamare in causa certo surf rock anni 60/70, emerge prepotente quanto convincente il desiderio dei Rata Negra di esplorare soluzioni differenti dalle classiche a cui ci hanno abituato fino ad oggi, senza però mai perdere di vista i loro punti di forza.

Uno dei punti di forza dei Rata Negra fin dal loro primo album rimane però l’estrema semplicità e la naturalezza con cui riescono a scrivere canzoni di immediato impatto e capaci di stamparsi in testa al primo ascolto, grazie a brani estremamente radiofonici ma non per questo banali e scontati, con delle linee melodiche praticamente sempre ispirate e linee e vocali che invitano a cantare. Uno dei migliori momenti dell’intero disco è il singolo El Escarmiento, probabilmente la canzone più smaccatamente pop mai scritta dai Rata Negra, una di quelle canzoni che ci si ritrova a cantare e fischiettare dopo mezzo ascolto quasi contro la propria volontà da quanto sono catchy le melodie di chitarra e la voce della bassista Violeta. A seguire troviamo un altro dei brani più interessanti e intensi dell’album, altro singolo rilasciato negli scorsi mesi intitolato Desconfia de ese Chico, che cambia in maniera repentina il mood rispetto alla canzone precedente, lasciando spazio ad un punk più nervoso e accompagnato da una sezione ritmica perfetta e precisa capace di evocare un’atmosfera dalle tinte paranoiche. Forse in maniera più netta rispetto al passato, possiamo notare come su Una Vida Vulgar i Rata Negra lascino tutte le differenti anime che convivono all’interno del loro sound libere di affiorare in superficie, senza però mai snaturarsi completamente. Sono molteplici infatti le influenze che emergono dalla musica del gruppo di Madrid, influenze che svariano dagli X alla produzione più pop e radiofonica di Blondie, trovando difatti un equilibrio e una sintesi perfette tra il punk rock più melodico e le soluzioni più pop, riuscendo ad imprimere sempre il loro peculiare marchio di fabbrica che rende impossibile non riconoscere le loro canzoni al primo ascolto.

Non è stato facile mettermi a scrivere di questo nuovo disco dei Rata Negra, perchè si sa che faccio sempre estrema fatica a parlare di gruppi a cui sono affezionato e la cui musica mi accompagna ormai da molti anni, ma ora posso dirlo senza nascondermi: Una Vida Vulgar si candida ad essere uno dei dischi migliori di tutto il 2021! Un disco che dimostra a tuttx come si possa suonare dell’ottimo e ispirato punk rock melodico, estremamente catchy, dal sapore pop e con una carica anthemica invidiabile, senza per questo risultare banali, scontati o privi di attitudine e passione. E forse è giunta finalmente l’ora di tornare a danzare come topi alla luce di un falò!

 

“Anti-colonial Sápmi Black Metal” – Interview with Ruohtta

In this interview we will delve into the dark abysses of the mysterious Ruohtta project, a one man band that proudly defines its proposal as “Sápmi black metal”. An interview in which between history, anthropology and black metal, Ruohtta expresses his complete spiritual and political vision about the secular oppression suffered by the Lapp culture and people and the different forms of anti-colonial resistance put in place by the Saami still today against the Swedish and Finnish nation-states. “Anti colonial Sápmi black metal” is the only battle cry that echoes in the Lappish wilderness!
For a better reading of this interview and to fully grasp the atmosphere and the themes treated, it is recommended to listen to “Reetessä” the last wonderful Ep published by Ruohtta.

 

Your project is extremely fascinating in so many different ways, from the music to the subject matter. This fascination in my eyes is also exerted by the name Ruohtta. Can you tell us what it means and why it was chosen as the name of the project?

Thanks! Ruohtta is an entity/god (called a demon by missionaries) that reigns over sickness and death. This powerful entity is neither good nor bad yet demands offerings in order to spare the lives of the offeror or his/her close community. Ruohtta-aatto is a word that is still in use in my culture and points at the darkest days of the year. On these days, the dead spirits of one’s ancestors was/is particularly active. It is therefore wise to stay indoors during the nights in order to not get snatched into the land of the dead. Ancestors may both help the living as well as causing deceases or accidents if not respected properly. My music, regardless of genre-definitions, has always been a sort of tacit communication with dead people or dead places. This spiritual practice through sounds have increased during the years. Those who know me know exactly what I am talking about here.

I came across your project through Realm and Ritual Records, a label committed to publishing work in black metal and dungeon synth and explicitly anti-fascist. What is your stance on anti-fascism within the extreme metal scene? What are your thoughts on the scourge of NSBM?

Ruohtta has had an anti-colonial stance from the start and that won´t ever change. I despise totalitarian rulings and to be honest, I am not that into –isms and political ideologies at all. Fascism like capitalism seemingly eats its own tail in the end. NSBM as a music genre is a tricky issue and I think there are nuances to what is called NSBM as well. There are certainly many far-right leaned artists that has produced interesting music. And there are a lot of other people that sucks at being human that has created great art. August Strindberg, Phil Spector and Picasso are a few examples of that. At some levels, I think one has to separate the person from the art even though these two occasionally intermingle. However, I have not heard a fully fleshed Nazi-band that has produced what I deem as interesting sounds yet.

(I take the liberty to make a brief and necessary addition to the response issued by Ruohtta, to express my point of view about what was said. As you know Disastro Sonoro is a project that takes a clear and unambiguous position towards the NSBM and all the bands that wink at extreme right-wing positions, whether they are explicit or not. On the division between person and artistic project, I remain of the idea that the best thing to do is in any case not to support in any way such individuality and its projects so as not to give visibility to positions, ideas and actions of Nazi-fascist, racist, reactionary and conservative.)

 

In your latest Ep you focus on colonialism and the forced Christianization suffered by the Sámi people. How come the choice to deal with certain themes through the instrument of black metal?

It came natural, it was just there from the start. There is a lot of negative subjects and history to be found within our cultures that may be interpreted and dealt with through various art and music genres. It will most likely take a couple of lifetimes to explore and conceptualize them all. I am a grown man that has been into Black metal since I was 11-12 years old so this particular kind of music energy has influenced and seeped into my music making, regardless of genres, ever since. For me, Black metal is about reflecting, channelizing and/or portraying negative and dark energies. Ruohtta utilizes, remoulds, channelizes and spews these dark energies back at all aspects of colonialism.

On your bandcamp page, in the description of your last Ep Reetessä, you talk about Laestadianism, Stalinism and old pagan Finno-Ugric religion. What influence did these three very different dimensions have within Saami culture and how did they affect the struggle of resistance to the predatory colonialism of the Swedish and Finnish states?

It is important to point out that in my area there are roughly two different yet related minority/indigenous groups of Finno-Ugric origin: North/Lule/Forest Sámis and Tornedalians/Lantalaiset. I am of Forest Sámi origin yet has the language of Tornedalians/Lantalaiset, Meänkieli, as family language. These two groups have lived side by side in both turmoil and companionship for many hundreds of years. Laestadianism was a religious direction that actually kept a friendly bond between them. In the secular and modern decay society of today, this bond is starting to diminish. The state and colonial powers has done a lot to split these groups up during the last 150 years and turning them against each other. However, some people in said groups are now finally starting to wake up and redirect the anger towards the true enemy instead. Stalinism affected many Tornedalian/Lantalaiset-villages during its peak, a political direction that stood in stark contrast to Laestadianism. In some areas, this seemingly impossible contrast was jointed into something that strangely worked side by side. On top of this (or under perhaps), the old pagan religion influenced how this symbiosis appeared in the lives of the people. The practice and sermons of Laestadianism was initially touched by Sámi Pre-Christian religion. I think all these three spiritual and political dimensions resided in a tacit resistance towards colonial ideas of the Swedish state in their own ways. I don´t know about what the exact conditions in Finland and Norway were at the time but I assume something similar. If to apply an objective perspective, these three different views are quite extreme and together they form a vibrant and esoteric energy that serves the making of Black metal music perfectly.

In 1852 an important event in the history of Sámi cultural resistance to colonization and forced sedentarization imposed by the Swedish and Finnish central governments took place: the Kautokeino Uprising. What are your views on this moment of insurrection and what significance does this event have for the culture and history of the Sámi People?

The Kautokeino rebellion (Guovdageainnu stuimmit) had many ignitions and not all of them was due to resistance against colonisation. There is still unclear what really happened but an extreme form of Laestadian expression was also in the mix there. Today there are mixed feelings about the act, some salute the violent resistance while being less proud of the religious aspects. Speaking of resistance, the possible church burning at Nábbreluokta in 1650 is perhaps one of the first direct action against Christianisation up here. Some of my ancestors resided in that area during that time period so who knows… The Alta conflict in the late 70s is perhaps what lingers in people’s minds the most nowadays. Similar conflicts and resistances like that one will most likely appear soon again. The predatory colonialism and stealing of land here has not ceased.

What are currently the difficulties most felt by the Sámi people? Are there still feelings of resentment, anger and desire to rebel against European colonialism and the imposition of a sedentary lifestyle historically in antithesis with the Saami culture?

The biggest difficulties for both Sámi and Meänkieli-speaking people is to keep our languages and cultures from succumbing in a “modern” society dictated by others. The wounds of the past are deep and a lot of energy goes into saving what is left, both culture and land. The mining and logging corporations is trying hard to turn our part of the country into industrial areas. The sad part is that the hegemony of our town areas forces many of us to do the digging in order to support our families. However, there is pride in work and pride in the communion of the working class. Many have been doing mine work for generations without thinking about the destructive part of it. This is a large topic so I will leave it at that. Resentment, anger and urge to rebel? Absolutely.

Like any nomadic farming culture, the relationship with the environment of the Sámi people has always been in antithesis with a predatory and devastating vision typical of Western and capitalist culture. How much does the wild nature of the Swedish Lapland region you come from and your relationship with it influence your music? Do you think that Ruohtta’s music has an “atmospheric” dimension that recalls Lappish landscapes and nature and a certain ecological way of relating to the natural environment?

Well, besides Black metal, I have a long history as a musician in folk and improvisation music genres. Through this I have delved quite deep into the music traditions of my own cultural environment and incorporated them into how I perform my instruments and write music. I would say that my perception of rhythm is quite affected by Sámi jojk, meaning that I tend to see rhythms as oval shaped motions instead of linear. My melodic language is definitely affected by old Finnish/Tornedalian folk music such as fiddle music, runo songs and sounding affordances of the kantele. I try to steer away from stereotypical views of how Laplandic music “should” sound like but sure, there a lot of big forests, mountains and streams here that most likely have an effect on my artistry. I live in a remote area in a village with six houses so the isolation and closeness to nature is inevitable inspirational for my works.

Perhaps this sounds like a stupid or trivial question, but can the choice to also write and sing in Meänkieli and Sámi be seen as a form of resistance to the linguistic colonialism imposed by Sweden and Finland on the Saami people and as a desire to decolonize their own culture after centuries of oppression?

Absolutely. Meänkieli and Sámi is slowly but surely transforming into becoming linguistic acts of resistance nowadays. On my upcoming album “Gutna” I mix these languages as a way of encouraging communion between the two Finno-Ugric peoples.

As we come to the conclusion of this interview, I wanted to ask you when the new record will be released? Will you continue to deal with the brutal issue of colonial oppression suffered by the Sámi people or will you deal with different themes?

The new album “Gutna” is out 30 April 2021 on cd through TormentRex. In July, a cassette edition of the album will appear through Realm and Ritual. Vinyl edition is in the works! I also have a small Black ambient release on the way later this year as well. Ruohtta will always remind of the bad and the oppressive in our part of the circumpolar area. In future releases I might highlight certain spiritual aspects of our existence more but I will never steer away from themes associated with Sápmi. Thanks for the interview! Greetings/ Tervaaj

 

 

Golpe – La Colpa è Solo Tua (2021)

Primavera 2021. Milano assomiglia sempre di più al volantino di un concerto punk che non c’è mai stato, un vecchio flyer che resiste sui muri grigi di questa metropoli corroso dal tempo e sbiadito dalla pioggia. Mentre sono sempre più lontane le nostre offensive improvvise e le nostre cinque giornate all’insegna del rumore e del DIY, mentre non si sentono più chitarre distorte attentare al quieto vivere e urla incazzate riecheggiare nella notte fino a perdere la voce, qualcuno decide di rompere il silenzio e pubblicare un disco di “chaos non musica”, un disco che prende le sembianze di un grido di disperazione e, al contempo, di una dichiarazione di guerra verso l’esistente di merda che stiamo vivendo. La città è quieta… I Golpe parlano.

Partiamo con delle doverose note biografiche e tecniche legate a La Colpa è Solo Tua, primo vero e proprio album in studio del progetto milanese Golpe. La pubblicazione è stata curata dalla statunitense Sorry State Records, una delle label DIY più interessanti e attente nell’attuale underground hardcore mondiale, mentre l’artwork di copertina è opera del solito Fra Goats, figura arcinota della scena hardcore punk milanese, attualmente dietro il microfono degli affascinanti anarcopunx Kobra e parte del collettivo Sentiero Futuro. Inoltre il disco è accompagnato da un poster-comunicato politico con cui Tadzio, mente e braccio dietro il progetto Golpe, presenta i suoi pensieri, ciò in cui crede e soprattutto ciò che per lui significa ancora oggi “essere punk”, invitandoci a mantenere uno sguardo e un pensiero critico sull’esistente e sul mondo odierno.

Passando invece ora al lato musicale, bastano pochissime note della titletrack che ci introduce a questo album per notare come i Golpe riprendano, senza nasconderle, quelle sonorità bellicose, immediate e grezze della vecchia scuola dell’hardcore italiano riconducibili principalmente a Wretched e Eu’s Arse. Ma il sound che caratterizza i Golpe non si ferma qui e prende le sembianze di certo raw punk/d beat di matrice svedese, chiamando in causa gentaglia come Mob 47, Disarm, Discard e Bombraid. Tutte queste influenze sono sintetizzabile in un conciso quanto chiaro “chaos non musica”, in modo da fugare ogni dubbio possibile su cosa ci troviamo ad ascoltare. Per quanto riguarda invece il comparto lirico, anche i testi che accompagnano le dieci tracce evocano in maniera convincente lo spettro dei Wretched dei primi Ep e gli Eu’s Arse di Lo Stato ha Bisogno di te? Bene, Fottilo!, riuscendo a ricordare in maniera sincera l’attitudine riottosa, l’irruenza espressiva e l’immediatezza tipica dell’hardcore italiano degli anni ’80. Inoltre è fin da subito chiaro che i toni di questo primo album in casa Golpe segnano un continuum logico con quelli che caratterizzavano il primo ep Subisci, Conformati, Rassegnati pubblicato due anni fa. Difatti se da un lato si può notare un continuo alternarsi di sensazioni come nichilismo, impotenza e disillusione, dall’altro troviamo testi molto più bellicosi e che invitano a scuotersi di dosso la rassegnazione per spezzare le sbarre delle prigioni che ci costruiamo (Sei la tua Prigione), continuare a bruciare sotto la cenere (Non Spegnerti) e rivoltarsi contro lo Stato (Non Piegarti). A livello lirico il buon Tadzio si trova ad affrontare anche tematiche classiche (ma che non stancano mai) del d-beat/hardcore punk come l’antimilitarismo e la repressione in un pezzo come Servo del Potere  o l’antiautoritarismo e la presa di posizione contro la politica istituzionale (Propaganda). 

In conclusione, seppur devo ammette che ero partito abbastanza prevenuto nell’ascoltare La Colpa è Solo Tua, pensando di trovarmi dinanzi all’ennesimo lavoro che segue in maniera scontata quel revival di d-beat/raw punk che va tanto di moda oggi, mi sono dovuto ricredere completamente perchè i Golpe sono riusciti a non far suonare il tutto come qualcosa di noioso o banale, ma anzi presentandoci un disco ispirato sia musicalmente che liricamente. D-beat, raw punk, hardcore punk, crust, kangpunk… chiamatelo un po’ come cazzo vi pare, alla fine dei conti questo La Colpa è Solo Tua è solamente un concentrato di “chaos non musica” riottoso, devastante e senza pietà! Mai arrendersi, mai morire. Pensa, agisci, reagisci. La scelta è solo tua!

Una pugnalata alla schiena

Una pugnalata alla schiena sorprenderà le vostre truppe di frontiera, troppo impegnate ad annegare i propri fantasmi in litri di vodka scadente per guardarsi le spalle. Le loro polveri sono bagnate, i fucili divorati dalla ruggine si sono inceppati ancora una volta. Non si sentono spari né ordini impazziti, il nemico è invisibile questa notte e non indossa divise riconoscibili, la bufera è compagna fedele degli insorti ancora una volta. Il loro sangue caldo colora la neve fresca, il sol dell’avvenire è tramontato per sempre. Tutto è andato secondo i piani, uno stormo di voci e risate invade la tundra e spezza il silenzio assordante, le impronte nella neve ci raccontano che gli eretici son tornati a danzare nell’oscurità impenetrabile. Convinti che non li troveranno mai, perché le loro rotte impervie non sono segnate sulle mappe di morte del potere.

La bufera si placa. I soldati superstiti ricominciano a marciare tremanti e spaesati in direzione del prossimo avamposto, invocando un dio sordo e recitando a lui preghiere che tradiscono un timore atavico, sperando di venire risparmiati dalla sete di sangue di queste ombre senza volto e senza nomi; almeno per questa notte. Gli insorti si guardano negli occhi, si scambiano baci intensi e si sussurano all’orecchio: “saremo ancora agguati”. Bruciano gli stendardi rubati al nemico, illuminando per pochi istanti l’oscurità che li protegge ormai da troppo tempo. Puliscono i loro pugnali nella neve, rivolgono un ultimo sguardo complice alla luna piena e si rimettono all’inseguimento…

Grima – Rotten Garden (2021)

La foresta si sta annerendo e gli abeti sono verdi. La notte correva nel cielo e la tempesta stava ululando. Ululando sotto la luna…

Emergendo dalle glaciali ed inospitali terre selvagge siberiane, dove insidie e forze primordiali tanto visibili quanto invisibili son pronte in agguato per trascinarci con loro nelle profondità ignote delle foreste ancestrali, i misteriosi Grima ci lasciano in balia di questo Rotten Garden, un nuovo straordinario capitolo del loro personale viaggio nelle lande del black metal atmosferico. Un viaggio iniziato nel lontano 2015 con il primitivo Devotion to Lord e che oggi giunge ad un livello di qualità impressionante e una maturità compositiva probabilmente definitiva.

Il black metal a cui son devoti e di cui si fanno messaggeri i Grima invade territori glaciali e selvaggi tipici del genere, ma al contempo è attraversato da misteriose energie pagane e tensioni ancestrali, assumendo, ancora una volta le sembianze di una vera e propria maestosa ode alle antiche foreste siberiane e alle forze magiche che le attraversano, rendendole allo stesso tempo luogo ricco di fascino e di inquietudine. Inoltre, proprio come la divinità da cui prende in prestito il nome questo due siberiano, il black metal atmosferico, primitivo e pagano racchiuso nelle sette tracce presenti su questo Rotten Garden sembra voler rappresentare una sorta di punizione e maledizione per chiunque non rispetti la natura selvaggia, ma anche offrire protezione e riparo per le creature umane, animali e magiche che vivono nel profondo delle foreste ancestrali e primigenie. Un disco con cui i fratelli Velhelm e Morbius riescono in maniera affascinante ad enfatizzare quel lato ambient e atmosferico ricco di magia e folklore anche grazie a suoni che richiamano elementi tipici della natura selvaggia siberiana come nella bellissima Cedar and Owls, brano che ci introduce a questo rituale di quarantacinque minuti.

Come già vagamente accennato, anche su questo nuovo disco il black metal suonato dai Grima è caratterizzato da una dimensione ritualistica che si manifesta in una atmosfera sfera generale di completa devozione e rispetto profondo nei confronti della natura e dei suoi abitanti; difatti le sette tracce appaiono come veri e propri inni che i Grima dedicano alla natura selvaggia siberiana, alle sue enormi distese di tundra, neve e foreste e alle creature che abitano questo ambiente inospitale per l’uomo. Il black metal dei siberiani, come da tradizione, gioca sull’alternanza tra sfuriate glaciali e tempestose, dominate da uno screaming freddo, lancinante e tormentato che sembra provenire da tempi antichi e dimenticati e momenti di quiete effimera in cui a farla da padrone sono le atmosfere, le melodie e le tastiere capaci di costruire trame sinfoniche perfettamente inserite nel contesto generale e mai stucchevoli. Troviamo anche un breve quanto affascinante intermezzo interamente acustico come Old Oak, momento che sembra voler segnare un passaggio non solo materiale ma anche rituale tra la prima parte del disco e la seconda, preparandoci forse a quello che il momento più alto dell’intero lavoro, ovvero la maestosa e sublime titletrack, la sintesi migliore di tutto ciò che sono i Grima e delle differenti anime che vivono nel loro sound. Infine questo Rotten Garden, proprio perchè riesce nell’impresa di tracciare un continuum non solo musicale ma anche ritualistico con i precedenti lavori della band, non può che concludersi con una nuova versione di Devotion to Lord (brano già apparso sulla prima fatica dei Grima), quasi come a voler simbolicamente chiudere un cerchio e sottolineare ancora di più la totale devozione del duo siberiano nei confronti della natura selvaggia che domina incontrastata nella loro terra natia.

Siamo solo all’inizio di aprile nel momento in cui mi trovo a scrivere questa recensione, ma non posso non sbilanciarmi definendo questo Rotten Garden, come uno dei dischi migliori del 2021 a mani basse, un disco che dimostra come i Grima siano l’espressione migliore del panorama black metal atmosferico attuale. E allora, mente la notte impenetrabile cala sulla foresta innevata, mentre il vento ulula tra le fronde degli alberi insieme alle creature della notte, mentre il fuoco si sta lentamente consumando rendendo labile il confine tra il mondo reale, quello degli uomini e quello delle ombre, lasciamoci rapire da questo sublime Rotten Garden con cui i Grima riescono ancora una volta ad evocare in maniera vivida nelle nostre menti gli innevati e selvaggi paesaggi siberiani da cui provengono. Opera maestosa sotto tutti i punti di vista.

Si siedono e meditano i gufi sul passato, sul futuro. Su ciò che è malato e ciò che è urgente. Si siederanno ancora e aspetteranno l’ora del commiato, quando l’alba sorge con rinnovato vigore e il sole rovescerà l’oscurità…

 

Poison Ruïn – S/t (2021)

Si può parlare di dungeon punk? Forse, ma prima di tirare conclusioni affrettate proviamo ad andare con ordine.

Un fulmine a ciel sereno. Un ascolto che prende le sembianze di un’escursione in territori musicali che all’apparenza hanno poco da spartire l’un con l’altro. Un viaggio che può apparire a primo avviso confuso, privo di senso o addirittura pretenzioso. Poi, in realtà bastano pochissimi minuti immersi in questo S/t album del progetto Poison Ruïn per accorgersi che le cose stanno diversamente, che a volte l’azzardo ripaga e che ci troviamo al cospetto di un disco estremamente ispirato, profondamente originale e attraverso da una vena sperimentale convincente, come non se ne sentivano da parecchio tempo.  Le dieci tracce che incontriamo su questo omonimo lavoro di Poison Ruin sono caratterizzate da continui saccheggi e incursioni razziatrici in territori musicali completamente diversi, un sound polimorfo in cui differenti anime e influenze si incontrano e trovano terreno comune in un tappeto sonoro e in un mood riconducibile all’universo dungeon synth; proprio quel dungeon synth che sembra poter fagocitare qualsiasi cosa in ambito underground ultimamente e che ha trovato tantissime incarnazioni e declinazioni degne di nota, basti anche solo pensare alle notevoli pubblicazioni dell’italiana Heimat der Katastrophe.

Tornando a capofitto nei meandri e nelle sfumature di questo dungeon targato Poison Ruïn, sono tante le anime diverse che si scontrano, si intrecciano, spesso rendendo difficile comprendere come sia possibile farle convivere in un’unica proposta in una maniera così convincente e addirittura godibile. Mac, mente e braccio dietro il progetto Poison Ruïn, ci riesce in maniera del tutto inaspettata al punto da lasciare sbalorditi e ammaliati come fossimo preda del canto di una sirena in un mare burrascoso. Un lavoro che, come un avventuriero in terra di frontiera, tende in maniera costante alle contaminazioni e alla fuga verso territori nuovi in cui proseguire il proprio viaggio e la propria visione, passando senza inibizioni futili dal punk rock degli albori al post punk variegato da venature deathrock e atmosfere vagamente gotiche. Ma anche incursioni improvvise in territori dominati dal primitivo heavy metal britannico e addirittura veri e propri agguati inaspettati e apparentemente fuori luogo alla ricerca di quella dimensione ritualistica e infernale degna di certo raw black metal degli ultimi anni (Sacrosant). Tutte queste incarnazioni sonore trovano libero sfogo all’interno di un sound a cui fare da filo conduttore appare chiaro essere da una parte certo primitivo punk di scuola britannica così come, dall’altra la costruzione di atmosfere e scenari affidata alla componente dungeon synth, soprattutto per quanto riguarda intro e outro dei vari brani. Lo stesso artwork di copertina, per via della sua dimensione misteriosa e oscura, evoca nelle nostre mente scenari e immaginari tipicamente swords and sorcery tanto cari alla scena dungeon synth.

 

Si può dunque parlare di dungeon punk, si o no? Forse non esiste una risposta univoca una volta che arriviamo al termine di questo assurdo viaggio accompagnati dalla conclusiva Hell Hounds, dunque lascio a voi decidere se a senso definire il sound di Posion Ruïn con tale fantasiosa etichetta. Forse è presto pure per parlare di dischi dell’anno, ma sicuramente questa prima fatica in studio del progetto Poison Ruïn rimarrà per molti mesi nelle cuffie e nelle orecchie di molti di noi.

“Make punk a way of protest again!” – Interview with War//Plague

This summer I wrote a long article about the Minneapolis hardcore punk scene that was published in the zero issue of Benzine, a punx fanzine created by some individuals from the Milan hardcore punk scene. The idea to write that article was born after the police murder of George Floyd and after the riots that crossed and burned the USA during the summer months. The publication of that article allowed me to get in touch with War//Plague, one of the most interesting crust punk bands in the Minneapolis scene and one of my favorites. I recently asked Leffer and Lutz a series of questions, covering a variety of topics ranging from revolts against racism and police violence, to the idea of punk music as a way of protest and political movement. Right now I can’t find the right words to explain you how happy and proud I am to have interviewed War//Plague, especially because we all share the idea that punk is and must still be a threat, so I’ll just leave you to their answers and wish you a good reading.

This summer, after Floyd’s brutal murder by police and in the wake of the raging riots, I wrote an article titled “Minneapolis Burns, Fragments of the Minneapolis Hardcore Scene,” starting first with the title of the Destroy EP “Burn this Racist System Down.”I wanted to ask, what can you tell us about the current hardcore punk scene in Minneapolis? What differences do you notice between today’s punk scene and that of the past in your city?

Leffer: Ever since George Floyds murder, life has been a bit unstable, yet the community is strong here in Minneapolis. Life has come to a stand still and a lot of people are in survival mode with the pandemic, etc. So punk life and energy has been redirected to the current state of affairs here. No gigs or gatherings but protests are constantly happening and that’s how many are coming together to give a sense of community and strength.

Lutz: The current state the punk scene here is a bit fragmented, but it’s still going strong. There just aren’t a lot of places to play and with the pandemic, no one is playing out. We’re all still on lock down for the most part, but hopeful things will turn around later this year. However, I think the punk scene is more charged than ever.

When was War//Plague born and where did your name come from?

Lutz: We started in the spring of 2008, still seems like yesterday. The name was kind of the amalgamation of ideas, surprisingly it’s probably a more relevant name now then it was back then!

Leffer: Like Lutz said, it was 2008, right after PROVOKED broke up. Lutz and I wanted to continue playing music so we started writing new material. Finding a name took quite a while as we wanted to really think on our approach and the basic musical theme of the band.

What is your position on the uprisings against police abuse and structural racism in U.S. society and culture that followed Floyd’s murder? How did the hardcore punk scene of your city live those days of revolt?

Lutz: The spring and summer of last year was very intense in the city. Constant protest, helicopters, military presence, etc. Not to mention all the white nationalists and knuckle draggers that came into the city to start more problems. The police in this area have been a menace for decades, many of them are extremely racist and violent. The day the precinct burnt down was very surreal… the turmoil in the air was thick. Police in riot gear on the roof, blockades, smoldering ashes and smoke from surrounding building, protests, people looting for diapers, food, etc.

The city spent millions to fortify downtown prior to the Killer Cop’s trial. After months of promising to dismantle the police and make changes, the city council invested millions to hire more police. People are pissed off and fed up. But one thing I can say, that the media doesn’t cover, is that summer really brought the community together. Not just the punk community, the southside community as a whole. The punk scene is and will always be allies. Systemic racism is real in this country and I believe this fight is far from over.

Leffer: The cops and police union here are incredibly corrupt. The history of racism within the police ranks has been running for far too long and the community has had enough. George Floyd changed the world and especially this area of Minneapolis as people are simply fed up with the constant fear. Floyds wasn’t the first murder to happen under a corrupt and racist system, but his unfortunate death has shed a large spotlight on what needs to change.

We are located quite close to where Floyd was murdered and have spent time at the intersection where he was killed as it is a memorial now. When you go to that spot, the feeling of sorrow and tragedy is overwhelming. However, it also gives a sense of urgency that something must be done and done now.

How is the current social and political situation in Minneapolis?

Leffer: The socio/politcal environment here is very strong and constantly moving. This community thrives on coming together and making sure voices are heard. Protests are frequent and well organized, which spreads far and wide with many people coming together as the urgency to be heard is felt by all.

The down side to it, is having provacateurs from the outside coming in to harm the cause or make things worse. We had random groups of white supremists and other trouble makers travel into town to start burning down parts of the city and trying to blame it on the peaceful protestors. Thankfully some of the media caught wind of this and some were caught, but the forces of evil are persistant with these types of people so the struggle continues.

Lutz: It is still very active. I expect momentum will pick up. Winter here is extremely cold and frigid. Though that has not stopped people from protesting. Not only are there protests against the racist system that has enabled these police to get away with murder, there are protests against the Line 3 pipeline going on. These oil lines break and poison the water. This also breaks treaty with the Anishinaabe peoples and will cause more climate change.

In a thought-provoking interview with DIY Conspiracy in 2019, you define punk as a Way of Protes and Political Movement. Would you care to elaborate on this approach of yours (which I totally agree with)?

Lutz: There are many different ways to protest. It can be throwing a brick through a window, but it can also be writing, music, art, etc. I think punk has always been a political platform for people that want to express themselves and go against the grain. Punk means questioning the norm, not conforming to the mainstream’s ideals and morals, etc. That in and of itself is a form of protest.

Leffer: Punk has been a political movement since its inception. It’s a form of protest and by raising your voice you want to be heard in a world that doesn’t listen. Punk is a also an educational tool. Personally, I learned more from a punk record at a young age than anything else. You learn about animal rights, free thought and working together for a better world.

What does it mean for you to play this kind of music and to be part of the punk scene?

Leffer: For me, it’s means everything. Punk and the punk community are in my blood and I wouldn’t be who I am today without it. I’ve met amazing people, played all over and travled the world all because of our passion for punk. It really is a driving force.

Lutz: Well, for me it’s a way to just let it all out. Scream and yell… get all that noise out of me. Use it as a way to put something out in the world that can inspire someone or change their point of view. Punk has been around for a long time now, some move on, sure, but that doesn’t mean give up the fight. You need to keep that rebellious spirit alive, keep dreaming and keep fighting. Otherwise, you’ve just given in to the system that oppresses so many.

Your last work “Into the Depths”, released a few years ago now, is a great work of riotous and angry crust punk. What can you tell us about that record? What themes did you try to address with that album?

Lutz: Thanks, glad you enjoy it! I guess the overarching theme of the record comes down to a few things like revolution, idealism, and internal conflicts. There’s a lot of songs that tackle the struggles with one’s self and the world’s problems constantly pushing its way into our everyday life. From war and capitalism to the mistreatment of others – treating people like they don’t matter or that they are just expendable machines. Basically, coming down to the fact that people can only take so much before everything boils over. The rich have had their time in the sun and really done nothing to contribute or help others, it’s time for everyone to get a piece of light. Yet you’ll regularly hear Conservatives and the rich talk about ‘trickledown economics’ and that the stock market shows a strong economy, blah, blah, blah… It’s all bullshit. Those are the fairy tales they tell people so they can keep making money while other starve.

Leffer: I feel that album is a reflection of our current world. We’ve written more intricate or mid-tempo songs in the past but this latest album was soley derived from the socio/political environment we’re in and it keeps getting uglier. So as long as it continues, we’ll continue the fight and to create rage and protest through our music.

Under what circumstances did the collaboration and split with Warwound come about?

Leffer: I was working closely with Ian Glasper (bass) of Warwound and through years of communication and friendship, it just sort of happened and both bands agreed on it.

Speaking for a moment of the purely musical side, which have been the bands that have influenced your sound since the beginning?

Leffer: We have diverse range of taste, but I could say a lot comes from a mix of UK crust/stench and old school Scandinavian hardcore punk. We do mix up some metal punk style riffs in our music but all in all we just write what feels good.

Lutz: So many, maybe too many to name. But I’ve been influenced by everything from Sepultura, Disfear to Killing Joke. Obviously growing up here, I was also influenced by bands like Misery and State of Fear. The Twin Cities scene over the years has had a big impact on me.

Minneapolis has a long and important history of protests and riots but also a very fertile hardcore punk scene. What do you think have been the most important bands that have kept this scene alive?

Lutz: Misery for sure, they carried that torch for decades. But I think a lot of great bands have come and gone, all of them contributed to the history of this punk community. I think we’re all antsy to get through this pandemic and hear what everyone has been up to.

Leffer: I agree with Lutz, MISERY definitely but there are so many. Minneapolis punk and those involved in the community around here usually are in it for life. It’s never usually been a trend or a fad but something more important in our lives. It also goes beyond the music, in regards to “bands”. There’s record stores, community action and venues to support others forms of politcal events, etc.

On Disastro Sonoro I have from the beginning shared Profane Existence’s famous motto “make punk a threat again”. Profane Existence is undoubtedly one of the most important historical realities of the Minneapolis hardcore punk scene, what is your relationship with this DIY project/collective/label?

Leffer: Most of the bands we’ve been involved with have been released off PE and have usually been a part of the PE collective through shows and other music related festivities.

Lutz: We’ve been involved in some form with PE for the last few decades. Provoked (our old band) put out some records on the label and the first War//Plague LP was on PE. At one point, the PE distro was in our living room at a punk house we all lived at, affectionately called the Shit Haus. We’re still friends with Dan, though he’s not really involved with PE these days, he still drives us on tour sometimes. Right before the pandemic hit, we played the PE anniversary show out in Pittsburgh at Skull Fest. Really fun time, saw a lot of old friends, met some new ones and Aus Rotten even played a few songs! It’s always cool to run into people you haven’t seen in over 20 years and they’re still involved and active in punk.

How are you experiencing the situation regarding the Covid 19 pandemic in the US? How has your life as a punk band changed at a time of such a severe health crisis?

Leffer: It’s been tough, but we’ve been able to keep somewhat sane through this process. We are constantly writing music, even if we’re not at band practice we write at home and even record guitar riffs on our computer and share them, so when we do meet up (once a week) we already have ideas of what’s next song wise. So the pandemic has actually been good for writing a lot of songs and finishing up our next LP.

The bad side of it, besides the vile and depraved system not taking care of it, is that venues and gigs are suffereing which a lot of artists rely on. It was a crushing blow for us when we had to cancel our tour with AXEGRINDER and to also play HAGL fest in Vancouver. We were really looking foward to touring again, but we’ll need postpone that until things are better. It’s always good to make sure people are safe during these times.

Lutz: Well… to put it bluntly, it sucks! But I know there are people struggling more, so you just have to roll with the punches and do your part to keep the disease at bay. There are a lot of conspiracy theorists in this country, not to mention the former orange-cheeto-wannabedictator, he really didn’t help the situation. For the most part, I think we are just trying to stay positive and active. I mean for the first like 6 months, we didn’t jam at all. We’re back to a regular schedule now, which has been great. We mask up and social distance. I think there is a sense of urgency in the new music we’ve been writing. We’re living through some historic times and I don’t think we’re out of the woods yet.

Future projects for War Plague? When will a new album be released?

Lutz: We’re working hard and have a ton of new material. So, I think a new album is definitely in the very near future.

Leffer: Yes, we’re working very hard to get this next album out. We were able to record a secret song for a future international compilation coming out later this year. Besides that, more touring and always more albums!

We have reached the end of the interview, so this space I leave completely to you, feel free to tell anecdotes or talk about anything you want! Thank you again for the time you spent answering my questions! Let’s continue to keep punk a way of protest and a movement of revolt!

Leffer: Yes, stay punk and stay active! Now is more important than ever to use what we have, and if that’s using your voice to scream, then so be it. Everything adds up and the more voices we have the louder we get. Thank you for the chance to have this interview and hope you and everyone else are staying safe in these uncertain times.

Lutz: Thank you for the interview, we really appreciate the support! I guess all I want to say is just keep up the good fight. Times are dark and they’ll probably get darker, but keep your head up, talk to your community, get involved, even if it’s just something small. Like I said, there are many different forms of protest, so do what you can. As much as it seems like the world in coming apart, remember there are tons of other people out there fighting hard to make a change. Depression during Covid is another pandemic I’m sure many are dealing with. Don’t bottle it up. Reach out and talk to people. There are a lot of assholes in the world, but there’s only one you and there’s a community out there willing to help. Cheers!