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Asfissia-Compilation Ardecore Benefit – Supporta Radio Blackout!

Due giorni fa è stata pubblicata una compilation hardcore benefit per supportare Radio Blackout, di seguito riporto una breve storia-biografia del progetto e due informazioni sulla compilation. Supportate perché l’hardcore non è solo musica, ma collaborazione, supporto e deve tornare ad essere una reale minaccia per questo esistente!
Dal 1992 Radio Blackout trasmette libera nell’etere torinese. Una radio che intreccia i suoi percorsi con i posti occupati, i centri sociali, le altre radio libere, i lavoratori, gli studenti, l’antiproibizionismo, la gioia, i rave, il transgenderismo, le nuove tecnologie, i movimenti di liberazione, gli indios, gli editori indipendenti, la buona cucina, e autoproduzioni, gli stati alterati, i prigionieri politici, l’antipsichiatria e quanto altro c’è stato e ci sarà. La radio vuol essere un percorso collettivo per un momento di aggregazione, ma anche un confronto continuo e di partecipazione attiva. Radio Blackout vive senza pubblicità grazie alle iniziative che organizza e all’impegno personale dei redattori, dei DJs e di chi le sta vicino.

Asfissia-Compilation Ardecore Benefit (ACAB) libere frequenze. Vol I: rivolta di inediti e rarità dal profondo della scena

12 brani inediti di 12 gruppi che spaccano, dalle cantine e dalle sale prove,dai palchi e dagli archivi, benefit per l’unica banda libera in città. Tear Me Down, Culto del Cargo, Charlie, Amphist, Mucopus, Hyle, No More Lies, Cimex, Sumo, F.C.T., Evil Cosby e Gli Ultimi.

Mercoledi 3 giugno la compilation benefit è stata presentata durante l’aperitivo Controinformativo Ardecore Balengo in onda in fm sui 105.250 Radio Blackout. Dallo stesso giorno la compilation è in free streaming e scaricabile tramite donazione sulla pagina: https://www.sostieniradioblackout.org/, pagina che contiene contributi audio, podcast, dischi e letture, tutti benefit libere frequenze.

A questa società che ci vuole togliere ogni libertà,a questo controllo che vorrebbe stritolarci ad ogni latitudine e con ogni pretesto, a questo vuoto e questo silenzio che vorrebbero soffocarci, noi rispondiamo, affamat* di ossigeno e di vita: Hardcore!

Burn this Racist System Down

Noi giriamo in tondo nella notte e siamo divorati dal fuoco

Minneapolis, 25 maggio. George Floyd, uomo afroamericano di 46 anni, dopo essere stato fermato, ammanettato e steso al suolo, viene ucciso dalla polizia tramite soffocamento. Nonostante ripetesse di non riuscire a respirare, il poliziotto ha continuato a tenerlo steso a terra spingendo con forza il proprio il ginocchio sul suo collo, soffocandolo lentamente. Un omicidio poliziesco ai danni di una persona non bianca che non è certamente il primo negli USA. Un omicidio di natura profondamente razzista ma che è intimamente legato con sé una serie di dinamiche e condizioni socio-economiche quali la povertà e la miseria di grandi fasce di popolazione, tanto negli Stati Uniti quanto nel resto del mondo, che subiscono costantemente l’oppressione, lo sfruttamento e la repressione da parte dello Stato posto a difesa dei privilegi e degli interessi di un sistema economico che mette dinanzi a tutto, soprattutto alla vita umana e non, il profitto selvaggio e la merce.

Da quella stessa notte del 25 maggio sono scoppiate rivolte generalizzate in tutta Minneapolis e che hanno ispirato focolai di rivolta in altri centri urbani statunitensi, da Denver a Louisville. Rivolte della popolazione nera, ma non solo. Rivolte dei sottoproletari contro un esistenza di miseria e sfruttamento. Contro la brutalità della polizia tanto quanto contro un sistema che quotidianamente si fa sempre più opprimente e che “impedisce di respirare” per chi appartiene ad una classe sociale che non è quella dei padroni. Una rivolta generalizzata e diffusa che ha preso di mira non solo questure e caserme, simbolo della brutalità e del preciso ruolo della polizia all’interno del sistema capitalistico, inghiottite dalle fiamme e dal fuoco, ma anche centri commerciali e negozi della grande distribuzione assaltati e saccheggiati. Perché, citando Vaneigem:

La lotta degli operai contro la merce è il vero punto di partenza della rivoluzione. Essa fa vedere chiaramente come il piacere di essere se stessi e di gioire di tutto passa attraverso il piacere di distruggere in modo totale ciò che ci distrugge ogni giorno.

Nei video e nelle immagini dei saccheggi che giungono da Minneapolis trasuda tutta la gioia che porta con sé l’atto di distruzione della merce e della sua oppressione, così come la bellezza del saccheggio e della condivisione dei prodotti del lavoro salariato riappropriati e sottratti alle logiche mortifere e alienanti del commercio e del profitto. Dopotutto i saccheggi della merce sono un’azione ancora più legittima se si pensa che viviamo in un sistema economico che sacrifica le nostre vite sull’altare del profitto di pochi e sulla produzione di oggetti e prodotti per lo più inutili, simboli dello sfruttamento e dell’alienazione salariale.

Appena ho appreso la notizia dell’omicidio di George Floyd mi è immediatamente tornato in mente il titolo di un ep datato 1992 dei Destroy, storico gruppo d-beat/crust originario proprio di Minneapolis. “Burn this Racist System Down“, un titolo perfetto per descrivere tanto le cause strutturali di un sistema che ha portato e permesso questo come centinaia di altri assassini di matrice razzista per mano poliziesca, quanto le motivazioni che hanno spinto migliaia di persone a fare divampare le fiamme della rivolta per le strade della città, probabilmente spinte dal desiderio di una vita radicalmente diversa da questa non-esistenza dominata dalla miseria economica, sociale e umana che il capitalismo impone e difende con la violenza dei suoi apparati repressivi e con la sua legge borghese.

 

Da giorni ininterrottamente Minneapolis brucia di rabbia e di gioia contro un sistema politico ed economico oppressivo, assassino e razzista nelle sue fondamenta. Un sistema che affama, sfrutta e crea miseria per milioni di persone. Che di questo mondo e della sua polizia rimangano dunque solo macerie. Che risplenda presto il fuoco dei rivoltosi di Minneapolis in ogni dove e che sia d’esempio affinché possiamo cominciare a respirare aria di libertà.  Non ha potuto respirare George Floyd. Non possono respirare milioni di oppressi e sfruttati ovunque nel mondo. Non ci rimane dunque che bruciare questo sistema razzista nelle viscere e lasciarne solo cenere.

Convertiamo le nostre parole in fuoco. Che le fiamme di Minneapolis possano presto raggiungere le nostre città affinché accendino la miccia per far divampare la nostra rabbia e la nostra gioia.

“We Are the Raging Storm” – Intervista ai Kombustion

Un mesetto fa ho parlato su queste pagine di “Cenere“, prima fatica in studio dei milanesi Kombustion, gruppo che si ispira profondamente alla scuola d-beat crust svedese e che mi ha piacevolmente sorpreso. Poco tempo dopo ho avuto l’occasione di girare a Daniele e agli altri membri del gruppo una serie di domande riguardanti il loro progetto, a cui hanno risposto in modo interessante ed esaustivo e proprio per questo son certo troverete godibile la lettura di questa chiacchierata/intervista. Lascio la parola ai Kombustion che hanno tante cose da dire, abbattendosi con l’irruenza di una tempesta di rabbia e nichilismo su questo mondo affinché ne rimangano solo macerie e cenere!

Ciao ragazzi! Partiamo con la domanda più banale e scontata possibile: come e quando è nato il progetto Kombustion? E come vi è venuto in mente di chiamarvi così?

L’idea di suonare è partita nel 2015, ma nella pratica ci siamo messi al lavoro solo nel 2016. Ci siamo presi circa un anno ancora, a dire la verità, per darci un po’ di tempo per ingranare bene e migliorare il più possibile. Alla fine, il progetto era nato dalle teste di persone che venivano tutte da esperienze e idee di musica differenti quindi c’è voluto un po’ perché riuscissimo a tirar fuori il casino che volevamo fare, come lo volevamo fare.

Il Nome Kombustion è stata una conseguenza quasi obbligata più che una scelta. Abbiamo sempre voluto avvicinarci all’immaginario di apocalisse e distopia e contemporaneamente pescare a piene mani dagli anni ‘80.
Un esempio che sposa alla perfezione entrambe queste realtà è la saga di Mad Max, dove il mondo, pellicola dopo pellicola, decade in una voragine di follia e devastazione creata dagli stessi esseri umani. Un mondo di rabbia e caos, che si discosta dal classico immaginario positivista di “futuro”, che suona come rumore piuttosto che come una melodia.
Proprio così ci immaginiamo il futuro: non una melodia composta da popoli illuminati e cooperanti, ma un rumore di denti che digrignano e voci che urlano odio.

Cosa vi ha spinto inizialmente a decidere di mettere su un gruppo e di suonare un genere che pesca a piene mani tanto dal crust punk di scuola svedese quanto dal metal?

Siamo amici da una vita e, chi più o chi meno, abbiamo sempre bazzicato intorno a questo genere di musica. La decisione di iniziare a suonare è partita più come idea vaga, che poi grazie alla fermezza di Alice si è effettivamente concretizzata in realtà.

Ci ispiriamo palesemente a band come Wolfbrigade, Disfear o Tragedy, promotori di un genere che pensiamo veicoli al meglio una sintesi tra rumore e rabbia, due elementi che vediamo fondativi del nostro stile. E’ stato però impossibile non inserire influenze dal metal e dal punk HC, vista la diversità marcata che c’è nelle nostre preferenze ed esperienze.

Avete cambiato formazione recentemente, cosa si è modificato in fase di songwriting e composizione con l’abbandono di Alice?

Mantenere il gruppo con un membro a 1000 km è fattibile, ma non per degli stronzi come noi. Provare e comporre coinvolgendo Alice era diventato praticamente impossibile e, insieme a lei, siamo giunti alla conclusione che bisognava avere un secondo chitarrista che fosse sempre presente. Al posto di Alice è arrivato Samu che ha dato un gran contributo a tutto, sia come personalità che come idee.

Dissonanze, refrain sincopati e stacchi improvvisi hanno dato al nuovo materiale una ventata d’aria fresca, pur sempre rimanendo in linea con le composizioni precedenti. Abbiamo trovato la persona giusta al momento giusto: nonostante sia attivo anche in un altro progetto (gli Inferno9, band black metal del lodigiano) Samu si è messo subito al lavoro, molti brani in preparazione sono suoi e la sua mano nella composizione è inconfondibile. Se prima volevamo farci ascoltare per il nostro casino, adesso siamo sicuri che le prossime uscite saranno ancora più destabilizzanti.

Il vostro primo disco “Cenere” è uscito da abbastanza poco. Cosa potete dirci di questo lavoro? Siete soddisfatti? Cosa cambiereste invece?

Il disco è effettivamente uscito da poco e a causa del periodo infelice non siamo riusciti nemmeno a presentarlo ancora come si deve. Avevamo fretta di fare sentire alla gente cosa avevamo da dire, quindi abbiamo inciso appena finito di comporre l’ultimo pezzo (L’altra faccia del nulla) buttandoci a testa bassa. Registrare era fondamentale. Avremmo potuto iniziare ad investire in un progetto minore e magari proporre già del merch, ma siamo stati decisi nel voler incidere subito tutta la musica che avevamo già composto e presentato ai vari live.

Il risultato delle registrazioni è la sintesi dei nostri primi anni: la voglia di fare la nostra musica senza compromessi, l’impegno nella ricerca di uno stile che ci rispecchi e la perseveranza nel rendere un punto di forza i nostri limiti.
Sicuramente, a opere fatte, c’è qualcosa che avremmo cambiato, qualcosa che avremmo fatto meglio e qualcosa che non ci aspettavamo uscisse così bene. Probabilmente a posteriori avremmo sicuramente rifinito meglio alcune canzoni e reso un po’ meno lineari altre, giusto per aumentare quel senso di ‘inadeguato’ ed ‘inaspettato’ che cerchiamo sempre di trasmettere, ma possiamo ritenerci soddisfatti di quanto uscito.

Legata alla domanda precedente, come mai un titolo come “Cenere”?

“Cenere” non è il titolo, Cenere è la previsione di ciò che ormai è una catastrofica divinazione annunciata. Non abbiamo semplicemente voluto mettere un titolo ad un album, difatti nessuna delle nostre canzoni è direttamente collegata ad esso. Abbiamo voluto lasciare un messaggio ben visibile sulla copertina del disco. Ogni canzone è distaccata, ma direttamente dipendente dal termine Cenere, poiché ogni singola traccia riporta a quello: ad una visione oscura e pessimista della realtà, ad un futuro ormai distrutto ancora prima che diventi cenere. Cenere è cosa rimarrà di un mondo dominato da una razza ipocrita, ingannatrice e ossessiva. Cenere è la destinazione ultima dell’evoluzione umana.

Invece i testi chi li scrive? Ma soprattutto da cosa traggono ispirazione e cosa volete trasmettere con essi?

I testi sono in gran parte scritti da Luca, quasi come vere e proprie accuse dirette a destabilizzare il lettore, che solo dopo un lavoro di gruppo prendono forma in ciò che è possibile ascoltare su CD. Abbiamo voluto trattare dei temi un po’ particolari per il disco, perché spaziando dalla misantropia al disprezzo, arrivano ad abbracciare l’intero spettro umano che viene visto come irrimediabilmente corrotto e piegato in ogni sua parte.

Il disco è intriso di questi concetti, a partire dalla copertina, dove in una folla priva di volto (rappresentante il male commesso dai “molti” che viene sempre perdonato e dimenticato) si nasconde un demone tentatore. Questa brucia l’unico vero essere umano, una strega (qui il riferimento al pezzo “Burn the Witch”), su di un rogo dal cui fumo esce la rappresentazione del male commesso dagli uomini, il cerbero che era disegnato anche sul nostro primo demo.
Questi temi tornano nei testi, come nella diade composta da “Lato Sbagliato”, che racconta di chi deve combattere ogni giorno contro tutto e contro tutti per farsi valere, e dalla sua diretta opposta “ L’altra faccia del Nulla”, che invece descrive del come chi si crede superiore e migliore degli altri, sia comunque destinato ad essere dimenticato e, anzi, probabilmente a divenire a sua volta promotore del decadimento umano.

Nella vostra breve “carriera” quali sono i ricordi finora a cui tenete di più?

Tanti ma mai abbastanza. Probabilmente i ricordi migliori sono legati alle trasferte, anche se brevi, dove ogni volta c’è stato qualcosa o qualcuno che ha reso la serata memorabile. Anche se, come sappiamo tutti bene, le serate più memorabili sono spesso le più difficili da ricordare… L’altra faccia della medaglia sono quelle serate che ricordiamo purtroppo benissimo, dove non ne va una giusta, ma anche quelle lasciano tutto sommato bei ricordi e aiutano a migliorarsi.

Cosa significa per voi fare parte di una scena che ha una forte connotazione politica e con pratiche quali il DIY e l’autogestione?

La cultura DIY e dell’autogestione è stata fondamentale per noi. Non saremmo mai riusciti minimamente ad emergere se la situazione fosse stata diversa. L’importanza di impegnarsi a creare qualcosa dal nulla, di aiutarsi a vicenda (che sia portare un amplificatore in più da prestare o anche solo un’asta della batteria), di mettere in piedi serate devastanti ma accessibili, è immensa. Siamo molto felici di essere parte di questa realtà. Anche se siamo un po’ atipici in alcuni tratti musicali, siamo molto felici di aver conosciuto e aver spesso condiviso il palco con grandi persone.

Progetti nel futuro più prossimo dei Kombustion? State già registrando nuovi pezzi?

Abbiamo  scritto e stiamo componendo tanto materiale. Avevamo già pronti dei nuovi pezzi da presentare a Marzo ad una data con i russi Lead by Fear e gli Scemo. Purtroppo la situazione pandemica è precipitata giusto cinque giorni prima della serata e ci siamo ritrovati a dover annullare i nostri piani. Fortunatamente non abbiamo mai smesso di comporre, abbiamo altro materiale, tante idee e un sacco di cose da dire.

Giunti a conclusione di questa chiacchierata vi ringrazio e vi lascio tutto lo spazio per aggiungere quello che volete!

Sicuramente grazie del tempo che ci hai dedicato. E’ stato un piacere sia rispondere all’intervista sia leggere la recensione del disco che hai fatto. Speriamo di aver detto abbastanza e di incontrarci la prossima volta che torneremo sul palco. Alla Prossima occasione per fare Rumore!

“Mentre il collasso della civiltà umana avanza…” – Intervista agli Human Host Body

La prima volta che mi sono imbattuto negli Human Host Body è stata grazie ad un loro split insieme ai canadesi Storm of Sedition e posso ammettere senza problemi di essermi infatuato immediatamente del loro “d-beat possessed metal”, una devastante formula in cui convivevano (e convivono tuttora) pulsioni crust punk e tensioni black metal. Qualche giorno fa ho fatto una serie di domande agli Human Host Body per parlare non solo strettamente della loro musica e dei loro progetti futuri, ma sopratutto per affrontare insieme questioni come la piaga del nazi-fascismo all’interno della scena black metal, le posizioni anti-civilizzazione e anarchiche che animano il loro progetto e pratiche come l’autoproduzione e l’autogestione che sono strettamente legate alla scena punk-hardcore. Preparatevi perchè le parole degli Human Host Body, proprio come la loro musica, si abbattono come una tempesta tuonante sulla civiltà umana per decretarne l’inevitabile collasso.

Ciao ragazzi! Intanto volevo ringraziarvi per aver accettato di rispondere ad alcune domande. Vi va di presentarvi per chi non dovesse conoscervi? Comè avvenuta la scelta del nome della band?

Ciao! Grazie a te, è un onore chiaccherare con Disastro sonoro! Siamo in quattro Andrej, Dalibor, Luka, Marko e gli inizi degli HHB risalgono alla nostra adolescenza, intorno al 2004. La band è cresciuta con noi e noi con lei siamo diventati adulti insieme. Ultimamente tendiamo a mischiare soprattutto d-beat e metal. Poi è chiaro che tutto cambia, che tutto è sempre in continuo e graduale divenire. Però c’è da dire che ci troviamo proprio bene in queste acque grind/death. Quanto al nome, l’origine è a dir poco demenziale. Ci siamo ispirati a una puntata di South Park (s8e14), quella in cui agli animaletti del bosco serve un corpo, un ospite umano per Satana…

Lo devo ammettere, vi ho scoperti con lo split insieme agli Storm of Sedition e rimasi immediatamente folgorato dalla vostra proposta a metà strada tra crust e black metal. Da dove e come nasce la scelta di mischiare questi due generi?

Lo split degli Agains Empire con gli Iskra, quasi di sicuro quella è stata la prima svolta. Fu una rivelazione folgorante! Col tempo abbiamo capito che ci convinceva, che anzi era un’idea che ci piaceva proprio. D’altra parte ha sicuramente influito molto anche il fatto che qui sulla costa, da dove veniamo, la scena black metal è sempre stata molto forte. Qui poi metallari e punxs si sono sempre tranquillamente frequentati. Alla fine, per farla breve, il succo è che ascoltiamo un sacco di roba, ci piacciono il d-beat, lo stench, il death, il grind e poi proviamo a mischiare tutto insieme cercando di darci un senso. In fondo siamo un misto anche nella band: due metallari per due punx.

Rimanendo a parlare di black metal, saprete meglio di me che la scena black a livello internazionale è piena di gruppi palesemente nazi o di gruppi ambigui che simpatizzano o collaborano con band fasciste, razziste o omofobe. Qual è la vostra posizione al riguardo?

Qua c’è una sola e unica posizione: zero tolleranza per il NSBM e per qualsiasi ideologia fascista e fascistoide. Le nostre radici sono nel DIY punk. Non abbiamo mai suonato a festival metal e la scena metal slovena ci ignora, o meglio ci considera punk. Da parte nostra non abbiamo alcun desiderio di mescolarci a questa scena. Ci sentiamo a nostro agio nelle realtà occupate, nei centri sociali e negli squat, ma soprattutto ovunque si riunisca, operi e lavori gente che la pensa come noi.

Siete anzitutto un gruppo che viene dal d-beat, e dato che, nella mia ottica ma non solo mia per fortuna, il punk non è solo musica bensì un mezzo per diffondere pratiche come lautogestione o l’autoproduzione e per contrastare concretamente questo mondo fatto di sfruttamento e oppressione, che importanza ha la dimensione della lotta politica nella vita degli Human Host Body?

È fondamentale! Un’arte priva di contenuti politici è un mero prodotto consumistico. Il nostro merch è quasi del tutto autoprodotto, i tour ce li organizziamo da soli. Per noi è questo il modo più autentico in cui si può fare parte di questa subcultura. Luka e Marko poi sono stati in prima linea nell’occupazione e autogestione dell’ex INDE, una fabbrica abbandonata di KoperCapodistria, durata dal 2014 fino allo sgombero nel 2017.

Che ruolo rivestono pratiche come lautogestione o il DIY nella vostra musica e nella vostre esistenze?

Per la  prima metà della domanda vedi sopra :). Quanto alle nostre vite, riveste un ruolo decisamente grande. Grazie a e tramite la musica siamo entrati in contatto con parecchia gente, soprattutto con movimenti che hanno influenzato il nostro modo di percepire il mondo. I tour poi ti portano tra posti e persone dove hai l’opportunità di incontrare o conoscere ulteriormente pratiche a te poco note o sconosciute. Tra l’altro proprio l’andare in tour per vari centri sociali ci ha dato ulteriore slancio e ragioni per l’occupazione dell’ex Inde di KoperCapodistria.

Sulla vostra pagina bandcamp ci tenete a definirvi un gruppo anarchico, vicino alle idee anti-civilizzazione e pro-collasso. Vi va di spiegare meglio queste vostre posizioni politiche e il ruolo che rivestono allinterno della vostra attività di band? Nella vostra coscienza e visione politica, quanto è responsabile l’economia capitalista, che saccheggia e devasta l’ecosistema, del collasso a cui sembra destinata la civiltà come la conosciamo noi adesso?

La maggior parte dei nostri testi parla di quanto sia insostenibile la nostra cosiddetta civiltà. L’anarco-primitivismo è solo una delle teorie critiche di riferimento su come concepire e comprendere la civilizzazione. In linea di massima ognuno di noi quattro ha una sua personale opinione del mondo, siamo però tutti d’accordo sul fatto che la realtà in cui viviamo è alienante. L’economia del capitale è solo un sintomo della civilizzazione industriale. Nel complesso la cosa più problematica è il nostro stile di vita, l’approccio che abbiamo nei confronti della Terra. Siamo troppo focalizzati su noi stessi e ci siamo autocollocati al di sopra di tutte le forme viventi, sul trono. Se ci rendessimo conto che siamo tutti interdipendenti l’uno dall’altro, compresi cioè tutti gli esseri viventi, il pianeta lo ”consumeremmo” in maniera diversa. Il capitalismo si fonda sulla crescita illimitata, cosa che il nostro pianeta non può certo offrire. Per questo l’economia capitalista è insostenibile. Anche tutta sta situazione della pandemia ha mostrato come e quanto il capitalismo sia insostenibile, ma anche qui si tratta di nuovo solo di sintomi. La tutela, la difesa e il rispetto dell’ecosistema, della natura e dell’ambiente in generale sono responsabilità di noi tutti (o almeno dovrebbero). Dare una risposta alla domanda sull’eventuale prossimo futuro collasso della civilizzazione è impossibile. Però siamo davanti a un’occasione da non perdere: questo risorgimento delle coscienze, avvenuto durante la pandemia, va assolutamente sfruttato, soprattutto perchè è sempre più evidente che non si può andare avanti così!

Venite dallIstria, in Slovenia. Volete parlarci della scena punk/metal underground da quelle parti? Comè la situazione lì da voi?

Negli ultimi anni è praticamente morta. Purtroppo. Non sapremmo proprio da dove cominciare… Punto primo: non esistono più spazi autonomi in cui suonare e organizzare serate e concerti. O li hanno chiusi o li hanno riadattati alle logiche capitalistiche. Anni fa la costa era l’epicentro della scena underground. Oggi non è più così, soprattutto perchè le misure intraprese dalle varie giunte municipali agiscono sull’individuo, isolandolo, producendo individualismo e soprattutto reprimendo il pensiero critico, componente fondamentale della creatività. Secondo tasto dolente: le band. Anche se oramai ci stiamo facendo vecchi e stagionati, siamo diversamente giovani, continuiamo a seguire regolarmente la scena e, purtroppo, di nuovi gruppi punk, metal ecc./e compagnia bella, qua non se ne vede nemmeno l’ombra. Una delle ultime novità punk della zona, con già cinque anni di attività alle spalle, sono sicuramente i Pakt, dove Luka suona alla chitarra. Per strada invece incontri sempre meno, e comunque molto raramente, metallari o gente generica che segua manifestatamente una qualche subcultura. Perchè sta succendendo tutto questo? Bella domanda, anzi la domanda del secolo, ma non è il caso di mettersi a filosofeggiare qui perchè sennò lo spazio non basterebbe. Per nostra fortuna comunque, qua vicino ci sono ancora e resistono spazi e soprattutto tanti attivist* e singol* riuniti in collettivi che non demordono e con cui siamo praticamente fratelli. Al momento la concentrazione maggiore di band e posti per suonare è a Postojna. Là ci sono un centro giovanile e due piccoli squat, uno di fatto è un container, l’altro è un’ex pompa di benzina che i ragazzi hanno riconvertito in enorme sk8park. Non lontano c’è anche uno dei locali più longevi della Jugoslavia, il MKNŽ di Ilirska Bistrica, attivo (senza soluzione di continuità/) dal 1966.

Tornando a parlare del vostro split con gli Storm of Sedition, la mia curiosità mi spinge a chiedervi comè nata la collaborazione con il gruppo canadese. Vi va di raccontarcelo? E se non sbaglio siete anche andati in tour con loro, come vi siete trovati? 

Ce l’ha proposto  Goldi della Neandertal Stench Record proprio perchè abbiamo molti temi in comune come ad esempio le teorie anti-civilizzazione. Con alcuni dei membri degli SoS già ci conoscevamo da prima visto che avevamo suonato un paio di volte con gli Iskra, e così alla fine sto split è stato un qualcosa di molto spontaneo e naturale. Quando l’anno scorso sono venuti in tour [europeo?], eravamo d’accordo che avremmo fatto un altro paio di serate insieme. Purtroppo però alla fine per motivi di lavoro non ci siamo potuti unire a loro per tutta la durata del tour, ma solo per un weekend. È stata un’esperienza epica, un week-end che rimmarrà nella storia e nei nostri ricordi, anche perchè abbiamo stretto ancora di più coi ragazzi. Speriamo di riuscire a tornare a collaborare con loro a breve. Dal vivo poi gli SoS spaccano e sono anche cresciuti assai pure nello stile una band davvero cazzuta/coi controcazzi!

L’ultimo vostro lavoro è una demo rilasciata nel 2018. State lavorando a un nuovo disco? Che progetti avete per il futuro?

In realtà abbiamo già un intero disco registrato e mixato, stiamo cercando di farlo uscire su vinile. Stiamo valutando una serie di etichette e prendendo accordi sul mandarlo in stampa il prima possibile. Ci stiamo preparando a nuove registrazioni, ma ora è tutto rimandato a tempo indeterminato causa pandemia. Uno dei probemi maggiori è che i confini sono stati chiusi e non possiamo andare in Italia. Questo perchè la nostra sala prove si trova a Padriciano,[quartiere di Trieste?] subito dopo il confine, e ancora oggi non sappiamo con precisione quando potremo veramente tornare in sala Per ora ci stiamo arrangiando con un po’ di roba recuperata dai cascioni/in cantina, vecchi amplificatori e una batteria che ha visto giorni migliori e proviamo a casa di Dalibor.

Siete passati anche in Italia qualche anno fa per suonare live, se non ricordo male a Bologna insieme ai Void Forger, che ricordi avete di questa/queste date? Cosa pensate della scena punk/hc italiana?

L’ XM24 di Bologna è stata la prima data del tour con i Void Forger del 2018, da lì poi siamo riusciti a arrivare fino alla Mensa occupata di Napoli. (Bei tempi). Tra le date italiane di quel tour, il posto che più di tutti ci ha lasciato un bellissimo ricordo è il CSA Officina Trenino di Porto S. Giorgio e il loro giovanissimo collettivo. Incontrarli ci ha infuso di grandi speranze nel senso che ci ha rincuorati assai: esistono ancora giovani interessati ai centri sociali e alle occupazioni, agli squat e ai posti autogestiti e all’organizzazione di serate e concerti! Ste cose ti danno una bella scarica di energia e ti spronano a continuare a fare quello che stai facendo. C’è da dire però che in tutti questi anni abbiamo suonato un po’ in giro per lItalia malgrado proprio in Italia ci sia sempre stato difficile chiudere serate il che è assurdo considerato che viviamo praticamente dietro l’angolo. Abbiamo organizzato diverse serate per gruppi italiani sui palchi sloveni, ma raramente ne abbiamo ricavato qualcosa, quasi mai abbiamo avuto indietro qualcosa di concreto. Finora, ogni volta che durante un tour volevamo suonare in Italia, le serate italiane sono sempre state le più difficili da chiudere. Ci stuzzica l’idea di suonare al sud e isole. A parte Napoli, non ci abbiamo mai suonato. La scena punk/hc italiana è sempre stata storicamente forte, anche oggi ci sono un casino di ottimi gruppi ancora in giro. Noi conosciamo e frequentiamo soprattutto le band del nord, tra cui abbiamo diversi amici, e anche per questo suonare in Italia è una figata/uno spasso perchè così hai l’opportunità di incontrare tutti quei punx che non vedi così spesso.

Ragazzi grazie ancora per il tempo che dedicherete a rispondere a questa intervista, concludete aggiungendo qualsiasi cosa vi passi per la testa mi raccomando!

Grazie a te, significa davvero molto per noi quest’intervista. Non poter suonare dal vivo è una tortura, ci manca un sacco. Speriamo che sta cazzo di pandemia finisca il prima possibile e che presto ci potremo vedere a qualche concerto e/o squat!! Viva!

Lo Spirito Continua – Prossime coproduzioni

Annuncio con grande gioia e orgoglio che la schiera di coproduzioni targate Disastro Sonoro aumenterà in qualità e quantità nei prossimi mesi con la pubblicazione fisica di due dischi assurdi in ambito hardcore punk e d-beat/crust che rispondono al nome di “In Bilico nel Reale dei Destinazione Finale e di “Eschaton“, nuovissimo lavoro in casa Amphist. Perché il punk è supporto e collaborazione prima di tutto e perché lo spirito continua!

Due settimane fa i campani Amphist hanno finalmente annunciato l’uscita del loro nuovo album “Eschaton” attraverso la pubblicazione di un nuovo brano dal titolo What The Thunder Said”.

Il disco vedrà la luce grazie ad una vera e propria cospirazione DIY che vede la collaborazione delle seguente etichette e distro : UP the PUNX Rec.D.I.Y Koło RecordsBologna PunxFresh Outbreak RecordsSeaside Suicide RecordsPirate Crew RecordsMastice ProduzioniPassione Nera RecordsL’Home MortQuebranta RecordsCalimocho DIYToxic Sele Crew100£ AutoprodSiro Recs. Il disco, piccolo spoiler, sarà una vera e propria mazzata di d-beat crust punk/death metal che continua il discorso musicale intrapreso con il precedente “Waking Nightmare” ma ne innalza il livello qualitativo, risultando essere uno dei migliori dischi crust punk usciti nella scena italiana negli ultimi anni. Fatelo vostro appena uscirà, non ve ne pentirete!

Ho già recensito a fondo il nuovo disco dei Destinazione Finale in questo articolo , quindi non serve che sprechi troppe altre parole per dirvi quanto mi sia piaciuto l’hardcore punk vecchia scuola suonato dal gruppo fiorentino.

Oggi posso annunciare finalmente con estrema felicità che “In Bilico nel Reale” vedrà la luce in forma fisica anche grazie alla collaborazione di Disastro Sonoro tra le varie distro/etichette DIY impegnate in questa bomba di coproduzione. Come già detto mesi fa, i Destinazione Finale ci danno un’ottimo esempio di come sia possibile riproporre un certo tipo di hardcore fortemente radicato nella tradizione classica senza suonare banali e scontati, ma anzi facendo emergere una buona dose di personalità e di attitudine sincera. Lo spirito continua pur rimanendo in bilico nel reale che ci opprime!

 

“La Rabbia di un Mondo che sta Morendo” – Intervista ai Caged

Settimana scorsa hanno arrestato alcuni compagni e alcune compagne a Bologna nel corso dell’operazione chiamata “Ritrovo”. In occasione di questo ennesima azione repressiva dello Stato ai danni di coloro che quotidianamente e concretamente lottano contro questo esistente alienante e contro un sistema economico che sfrutta e opprime le nostre vite, i Caged, gruppo bolognese/imolese, ha deciso di prendere posizione netta in solidarietà con i/le compagn* arrestat* pubblicando su bandcamp un brano inedito i cui ricavi saranno benefit a supporto delle spese legali. Partendo proprio da questo fatto ho contatto i Caged per affrontare alcune questioni di fondamentale importanza e attualità nell’agire politico di tutti noi che hanno preso la forma dell’intervista/chiacchierata. Le parole dei Caged ribadiscono che l’hardcore va oltre la musica e deve essere ancora oggi una minaccia per questo esistente fatto di gabbie e sfruttamento! Con la rabbia di un mondo che sta morendo, in solidarietà e complicità con i compagni e le compagne arrestate a Bologna e con tutti coloro che subiscono la repressione statale ogni giorno, affinché delle galere, e di questo mondo di merda, rimangano solo macerie!

Libertà per Stefi, Elena, Nicole, Emma, Ottavia, Duccio, Guido, Zipeppe, Leo, Martino, Tommi e Angelo!

Ciao ragazz*, voglio iniziare questa intervista partendo dalla vostra ultima iniziativa benefit, ovvero la pubblicazione di un nuovo brano su bandcamp a sostegno dei compagni e delle compagne arrestate a Bologna nel corso dell’operazione repressiva chiamata “Ritrovo”. Come mai questa scelta? Volete parlarne?

Ciao Stefano, innanzitutto grazie per averci incluso nella tua webzine. Sin da quando siamo andati a registrare il nostro primo EP l’agosto scorso abbiamo deciso di tener fuori una canzone da utilizzare diversamente; dopo qualche tempo abbiamo deciso che l’idea migliore sarebbe stata utilizzarla per sostenere delle cause che ci stanno a cuore.
Inizialmente avevamo deciso di aiutare un/a compagn* che fosse dentro per atti legati alla liberazione animale, umana e della Terra, in linea con il testo della canzone, ma dopo l’arresto dei/le compagn* abbiamo ritenuto opportuno aiutare loro. Quando la situazione
cambierà il brano rimarrà benefit come è attualmente, cambiando a chi verranno destinati i soldi.

Legata alla prima domanda, quanta importanza pensate abbiano le varie compilation o concerti benefit per le spese legali di coloro che si oppongono a questo sistema economico e politico?

L’organizzare concerti benefit o altre iniziative di solidarietà nella scena hardcore punk ha diversi lati positivi. Tanto per cominciare permette di parlare della questione anche a persone che diversamente, magari, non sarebbero venute a conoscenza di una data situazione. Quindi allargare la solidarietà. Inoltre, questo processo di diffusione dei motivi della causa, può permettere un dibattito all’interno della scena stessa e degli ambienti che vive e frequenta, arricchendola di contenuti. Senza contare il contributo in denaro, seppur minimo, alle spese legali dei prigionieri/indagati, che non è da sottovalutare. Per concludere non bisogna soffermarsi solo ed unicamente sul lato economico di tali iniziative e quindi costringersi in un mero ragionamento costi/benefici, ma allargare gli orizzonti della solidarietà e trasformarla in un’occasione di confronto, dibattito, aggregazione e diffusione di determinati messaggi.

Per quanto mi riguarda l’hardcore non è soltanto musica ma un mezzo per lanciare messaggi e minacciare, anche concretamente con l’azione diretta, questo esistente capitalista che si basa sullo sfruttamento, sulla repressione e sull’oppressione delle nostre vite. Qual è la vostra idea in merito alla questione “hardcore non è solo musica”?

Siamo perfettamente d’accordo sul ruolo che riveste l’hardcore con i suoi messaggi all’interno del contesto sociale e politico dentro al quale si inserisce. E’ neccesario anche ribadire che riempire un genere musicale di significato a livello di contenuti non è l’unica
cosa pratica che possiamo attuare nella nostra vita per contrastare l’esistente.. la sostanza dell’agire rimane sempre la via più diretta per opporsi a quello che combattiamo.
L’hardcore è musica, ma non solo! L’hardcore punk è sempre stato caratterizzato da messaggi di disagio e rabbia sociale. Inoltre, chi ha vissuto e vive la scena e i suoi spazi ha sempre avuto la possibilità di esprimere sé stesso, all’interno di un contesto sensibile a numerose tematiche, dall’antirazzismo all’antiautoritarismo. Nonostante le contraddizioni che ancora esistono, la scena hardcore rimane una nicchia all’interno di questo mondo dove la sopraffazione dell’uomo sull’uomo, l’avidità, l’individualismo di stampo borghese, ne fanno
da padrone. Tutto ciò, è possibile per l’appunto perché nell’hardcore punk l’aspetto politico e di critica sociale sono fondamentali, tanto quanto la musica.

Vi definite un gruppo straight edge e vegano, cosa significano per voi queste due nette prese di posizione etiche e politiche? Quanto è importante nelle vostre vite la lotta antispecista legata alla scelta dell’essere vegani?

Sì, siamo straight edge e vegani e la band spinge le tematiche relative a queste prese di posizione. Siamo convinti che ognuno di noi possa fare la differenza, attraverso le scelte che vengono intraprese durante il corso della vita. Ogni persona può essere fondamentale,
soprattutto nella lotta. La società nella quale viviamo ci convince ogni giorno che non contiamo niente, se non nei contesti nei quali la nostra produttività può apportare maggior profitto al padrone di turno. Ci hanno isolati, parcellizzati. Hanno dilaniato ogni lotta,
reprimendola e slegando ogni legame di solidarietà, alimentando qualsiasi mezzo che diffondesse alienazione e miseria culturale.
Non staremo ad elencare cosa rappresenta la droga (dagli psicofarmaci, alla cocaina e all’alcol) in questo mondo, dalle sue funzioni di controllo sociale fino ai risvolti nel mercato capitalistico e nell’industria della guerra. Basta aprire gli occhi e problematizzare la
questione. Prendere coscienza, che anche il consumo ha un peso sulle vite di altre persone. Noi in questo senso abbiamo fatto una scelta, che per quanto sia personale, è di tipo politico.
Lo stesso, in altri termini, vale per il veganismo. Per noi l’industria della carne, come lo stesso sistema di produzione capitalista, è un cancro, che sta divorando animali, lavoratori e la Terra stessa. La nostra scelta è una presa di posizione rispetto a tutto ciò e rispetto a tutti i settori dell’industria e della ricerca scientifica che considerano gli esseri viventi come una merce, animali e non. L’antropocentrismo che è insito nella nostra civiltà occidentale è un male, che ha portato alla distruzione di interi ecosistemi, all’estinzione di numerose specie animali e pare esser diventato una seria minaccia alla sopravvivenza della nostra stessa razza umana. La situazione è grave e bisogna prendere posizione, non solo per empatia verso gli altri esseri viventi che continuano ad esser sfruttati impunemente, ma anche per rifiutare coscientemente questo stato di cose attuali e rendersi conto che le proprie scelte di vita hanno un peso sostanziale, unite all’azione, all’attivismo nelle proprie realtà.
Ultimo ma non meno importante : essere vegan a livello di scelta alimentare non ha alcun risvolto nella lotta antispecista perchè il mercato è in grado di assorbire qualsiasi forma di “boicottaggio” consumistico integrandola nella propria fetta di offerte. Avere il menù vegano a portata di mano non deve essere il nostro obbiettivo nella lotta dobbiamo puntare alla distruzione di tutte le gabbie fisiche e mentali che permettono a questo mondo di perpetuare lo sfruttamento.

Il vostro nome significa letteralmente “imprigionati,” quindi non stupisce che voi vi schieriate apertamente e nettamente contro ogni forma di gabbia e carcere, tanto per gli esseri umani quanto per gli animali. So che è una domanda molto ampia e a cui sarà probabilmente difficile rispondere, ma qual è la posizione dei Caged in merito alle carceri, alla repressione statale e alle gabbie di ogni sorta?

Cosa si può pensare delle gabbie. Possiamo concordare sul fatto che siano oggetti o strutture il cui fine ultimo è la privazione della libertà di un individuo, a prescindere dalle valutazioni di merito sulle motivazioni che partano alla loro creazione e sul loro utilizzo. La
nostra posizione rispetto al carcere parte quindi da questo assunto e dalla domanda: è giusto punire una persona con la privazione della libertà, per aver violato la legge? Il dibattito anticarcerario è davvero molto vasto e in queste poche righe c’è il rischio di banalizzare
l’argomento, che è molto complesso. Sicuramente, troviamo nel carcere il simbolo di questa società, sia per l’organizzazione gerarchica della struttura, sia per il tipo di controllo coatto
che viene esercitato sui detenuti, sia per la composizione sociale di questi ultimi. Inoltre, l’argomento del carcere apre anche un dibattito su che cosa è la Legge, chi la crea, chi difende e come viene fatta rispettare. Una serie di quesiti, che trovano nelle risposte ad esse un unico filo conduttore: l’ingiustizia di questo stato di cose. Alexander Berkman affermava: It is the system, rather than individuals, that is the source of pollution and degradation. My
prison-house environment is but another manifestation of the Midas-hand, whose cursed touch turns everything to the brutal service of Mammon. (in Prison Memoirs of an Anarchist,
1912)
Per concludere vorremmo sottolineare che i compagni arrestati e indagati per l’operazione “Ritrovo” sono stati perseguiti anche per varie iniziative a carattere anticarcerario e contro i Centri di permanenza per i rimpatri degli immigrati “clandestini”. Fatto che fa riflettere su come certi argomenti siano molto sensibili in un sistema che basa la propria autorità sulla coercizione e sul monopolio della violenza.

Fate parte della scena hardcore, un genere musicale che da sempre è
connotato da una profonda vena politica e che ancora oggi convive conpratiche fondamentali come occupazioni, autogestioni o autoproduzioni.
Che ruolo rivestono nel vostro progetto pratiche come il DIY o
l’autogestione?

Per noi il DIY e l’autogestione sono inscindibili dal nostro vivere questa musica. A partire dalle salette prove che abbiamo frequentato, fino alla pubblicazione del disco. Non è neanche una presa posizione, ma proprio un naturale approccio in quello che facciamo. E’ un modo diverso di affrontare la realtà ed è parte del nostro quotidiano: ognuno di noi, con le sue possibilità e i suoi tempi, cerca di farne una pratica costante. non solo per il gusto di creare le proprie mani, ma soprattutto per una scelta di consumo differente.

Passando al lato musicale, non son moltissimi i gruppo in Italia oggi a
suonare un Metal-hardcore novantiano come fate voi. Da dove viene
l’idea di suonare proprio questo genere? Quali sono i gruppi a cui vi ispirate?

L’idea nasce dai nostri gusti musicali, volevamo fare qualcosa che portasse avanti tematiche importanti attraverso i generi musicali che ci piacciono. Ovviamente il cantato e la musica riflettono la rabbia per lo stato attuale di cose, la necessità di un cambiamento e una “chiamata alle armi” per esso. Alcuni dei gruppi che significano molto per noi sono: Morning Again, Chokehold, Seven
Generations, xRepentancex, Ecostrike, Magnitude.

Pensate che, politicamente e nelle lotte concrete che siano anti-carcerarie, antispeciste, ecc, l’hardcore abbia ancora molto da dire o abbia in sé un potenziale rivoluzionario e/o insurrezionale?

L’hardcore ha molto da dire, se le persone che lo animano hanno ancora la necessità di comunicare qualcosa su questi temi e se ce ne sono altre che sono ricettive a questi messaggi. L’hardcore punk è un organismo che senza le cellule che lo rendono vivo, muore e perde di senso. Attualmente, il suo potenziale è molto basso, perché viviamo in una situazione sociale stagnante. Però finchè ci saranno persone pronte ad alzare la voce e a battersi per quello in cui credono, ci sarà sempre speranza. Questo non vale solo per una scena musicale, ma per tutti gli ambiti della nostra quotidianità.

Per concludere, come vedete voi l’hardcore? Cosa significa per voi suonare hardcore? Che obiettivi vi ponete come gruppo e cosa volete trasmettere con i vostri testi?

In parte crediamo di aver già risposto a questa domanda, con ciò che abbiamo detto di
sopra. Quello che ci proponiamo come band è sicuramente dare voce a chi non ne ha. Far
emergere la voce di quegli oppressi, umani e non, che ogni giorno vengono sfruttati e uccisi
dalla macchina di morte capitalista. Quindi sensibilizzare più gente possibile a certi
argomenti, con la speranza, infine, di creare una nuova consapevolezza. Infatti, per noi il
processo di autodeterminazione di un individuo è il primo passo verso un percorso di
attivismo contro questo stato di cose presenti.
Infine, come band supporteremo tutte le cause e le situazioni di compagni, nei limiti
dell’umano.
Grazie ancora dell’intervista!

Grazie a voi carissim* Caged! 

 

Schegge Impazzite di Rumore #10

Decimo appuntamento con le Schegge Impazzite di Rumore? Davvero? Incredibile tutta questa costanza da parte mia, non me lo sarei mai aspettato. Al di là dell’autoironia, questo decimo capitolo della miglior rubrica in cui la scena punk hardcore italiana possa attualmente imbattersi (sto a scherza’), è una sorta di speciale e vi spiego anche perché. Praticamente un anno fa stavo lavorando effettivamente al primo numero della fanzine cartacea di Disastro Sonoro e dunque in occasione di questo evento mai concretizzatosi avevo scritto una manciata di “brevi” recensioni che fino ad oggi non hanno ancora visto la luce. Qualche giorno fa le ho ritrovate, riguardate e dopo averle rilette (e sistemate) mi sono accorto non facessero così tanto schifo e che avrebbero meritato di veder la luce. Visto che lasciarle lì a marcire non ha troppo senso, quale migliore veste se non Schegge Impazzite di Rumore per pubblicarle? Ecco, dunque buona lettura tra scemi, idioti civilizzati e altre canaglie punx.

Idiota Civilizzato, Vecchio Son, Bologna

Scemo – Caccia alle Streghe (2019)

Dalla scena underground milanese viene vomitato fuori questo nuovo progetto dall’inequivocabile nome (sono quasi convinto sia una citazione diretta al brano dei Peggio Punx) che pubblica la sua prima fatica dall’incisivo titolo “Caccia alle Streghe“. Gli Scemo sono un’entità impegnata a suonare un hardcore punk senza fronzoli, veloce quanto basta e che tira dritto per la sua strada, riuscendo a condensare in dieci tracce sia la lezione più classica del genere di scuola italiana e statunitense (primi Negazione, Peggio Punx o Poison Idea per fare dei nomi) sia gruppi più recenti e moderni che però si rifanno ad un’attitudine coerente e in linea con la vecchia scuola hc. Difatti al primo ascolto di “Colpo Basso“, traccia posta in apertura di questo “Caccia alle Streghe“, ho immediatamente pensato ai Tørsö , ma anche a gruppi come Wallbreaker o Exit Order (ma senza le melodie vagamente post punk di questi ultimi). Ecco se volessi in estrema sintesi definire gli Scemo potrei pensare a loro come la versione italiana dell’hardcore rabbioso dei Tørsö, chiaramente non solo perchè entrambi i gruppi hanno in comune le rabbiose vocals femminili, ma sopratutto per l’attitudine in your face, per l’intensità che attraversa tutto il disco e per la capacità di scrivere pezzi hc fuoriosi e adrenalinici a cui è seriamente difficile resistere. Se non siete scemi e sceme correte veloci ad ascoltarvi questa bombetta di hardcore punk, non ve ne pentirete!

A Culture of Killing – The Feast of Vultures, The Cry of a Dove (2019)

A Culture of Killing è una one man band milanese cresciuta a pane e anarcho punk in salsa “Crass Records”, questo in breve. Ma in realtà addentrandosi nell’ascolto di questo “The Feast of Vultures, The Cry of a Dove…“, scopriamo che c’è molto di più. Già sul precedente debutto di qualche anno fa nel sound proposto da Luca (mente e corpo dietro questo progetto) si ritrovano tutti gli ingredienti più classici del genere, nonostante questo “The Feast of…” suoni più vicino ai The Mob e agli Zounds piuttosto che all’irruenza più rabbiosa di Crass o Conflict. Inoltre A Culture of Killing non si fa mancare nemmeno divagazioni melodiche in territori post-punk in stile Vex e A Touch of Hysteria e qualche pulsione addirittura goth che rendono il sound molto più variegato e personale, riuscendo a catturare quel sapore e quel gusto per le melodie oscure/decadenti tipiche di certe uscite dell’underground post-punk e death rock britannico degli anni ’80 . Citando una famosa pubblicità, cosa vuoi di più dalla vita? Rilasciato a marzo dello scorso anno, questo lavoro merita di essere ascoltato più e più volte, sopratutto se avete un’ossessione morbosa (come il sottoscritto) per tutto quello che è uscito dalla “Crass Records” e dall’underground britannico anarcho/post-punk dal 1979 al 1984.

Golpe – Subisci, Conformati, Rassegnati (2019)

Caos non musica. Potremmo terminare così, liquidando in tre parole la proposta dei Golpe, nuova misteriosa entità libera e selvaggia che se ne sta in agguato negli abissi polverosi della metropoli milanese pronta ad attaccare con tutta la sua furia cieca. Cinque tracce di caos non musica, ribadisco, che parte dalla primordiale lezione degli immortali Wretched, prende in prestito tutto il marciume del d-beat hardcore giapponese di Warhead, Crow e simili e arriva a lambire territori d-beat/crust svedesi cari a Mob 47, Anti Cimex e Totalitar. Raw d-beat/hardcore classico, non originale ma estremamente godibile, suonato con attitudine e passione e che riesce a dare quel sapore fortemente old school che sta sempre bene e di cui sono perfetti esempi tracce come “Istruzioni di Vita” o “Non Piegarti“. Stanchi di subire l’esistente, esistenze non conformi che creano crepe nel quotidiano per farla finita con la rassegnazione e l’abitudine che lentamente corrode e uccide. Caos non musica, affinché non rimangano che macerie di questo mondo!

Idiota Civilizzato – Civiltà Idiota (2019)

Nuovo Ep in casa Idiota Civilizzato! Quattro nuove schegge di rumore impazzite ancorate come al solito alla vecchia scuola dell’hardcore punk italiana degli anni ’80! “Civiltà Idiota” potrebbe benissimo trattarsi di un misterioso Ep registrato, dimenticato e mai pubblicato intorno al biennio 1983-85, epoca d’oro dell’hardcore punk italiano. Le sonorità a cui sono fortemente legati gli Idiota Civilizzato hanno infatti lo stesso sapore, la stessa rabbia, la stessa identica irruenza e la stessa attitudine del punk hardcore che fu e difatti si può udire in modo chiaro l’influenza che le prime fatiche dei Declino, dei Peggio Punx, dei primissimi Negazione e degli Impact hanno avuto sulla musica degli Idiota Civilizzato! “Uno e Nessuno” e la conclusiva “Guerra di Spettri” son due vere e proprie scariche furiose di pugni nello stomaco e personalmente le ritengo essere le tracce migliori di questo “Civiltà Idiota“. So’ cortellate quando volete, cantava qualcuna tanti anni fa e “Civiltà Idiota” è proprio questo: coltellate selvagge dal primo all’ultimo minuto. Liberi e selvaggi contro questa civiltà e la sua idiozia!

“La Vita che Nasce dalla Putrefazione” – Intervista ai Kompost

Ho avuto recentemente l’estremo piacere di fare due chiacchiere (“intervistare” purtroppo è un termine che non riesco a digerire, troppo professionale e a me i critici musicali stanno in culo) con i Kompost, gruppo crust/d-beat trevigiano in cui mi sono imbattuto e immediatamente innamorato nel lontano 2016 grazie al loro, ad ora, ultimo disco una studio intitolato “La Vera Bestia”. Lascio la parola ai membri del gruppo perché hanno davvero messo anima e corpo in queste risposte, scrivendo molte cose interessanti. Ringrazio nuovamente i Kompost per essere stati così esaustivi nel rispondere alle mie domande! Kompost, nient’altro che la vita che nasce dalla putrefazione.

Ciao ragazzi! Partiamo con le banalità e una breve presentazione per chi non dovesse conoscervi. Quando e perché nascono i Kompost? Ma soprattutto, com’è avvenuta la scelta di questo nome?

Pozze: I Kompost nascono originariamente come progetto dai resti degli Idiosincrasia da me e Nicolò̀ (ex-chitarrista) perché sentivamo il bisogno di esprimerci e di portare avanti un qualcosa che sentivamo di dover fare. Le prime prove, vista la necessità che sentivamo, sono state esplosive dal punto di vista creativo, della serie in tre prove buttate giù sei canzoni dall’inizio alla fine! Nicolò, che da anni lavora nel mondo dell’agricoltura biologica, cercava un nome che rimandasse a quell’ambito, da questo a Bre è venuta l’idea di dare “Kompost” come nome “con la K perché fa più CRUST”. La vita che nasce dalla putrefazione: un concetto che racchiude un po’ il senso filosofico che proviamo a mettere nella nostra musica. La marcescenza (la fine, la disgregazione, l’oblio) come prodromo inevitabile alla vita e alla rinascita, un passaggio doloroso ma necessario. Pari alla leggenda della fenice come significato ultimo, ma tolto da quella purezza che si può identificare nel fuoco (che pulisce, sterilizza), una trasformazione che per quanto positiva è sporca e putrescente, non è veloce ma è un processo lento e disgustoso. Il risultato comunque è il medesimo, il rinnovamento della vita. In questo senso credo che sia un modo di rappresentare il nostro punto di vista in una sola parola.

La vostra proposta è sempre stata caratterizzata da sonorità dedite al crust punk più intransigente. Come mai la scelta di suonare proprio questo genere?

Si tratta di un genere che unisce due fronti estremi della musica violenta, la testardaggine del metal fusa con l’aggressività̀ drogata del punk. Crediamo che il Crust sia un genere perfettamente in linea con il nostro punto di vista esistenzialista. Un genere che oltre ad avere un suono che dal punto di vista musicale ci prende bene e che a nostro avviso si adatta perfettamente al sentimento che proviamo rispetto al mondo. È un genere che riesce a includere la delusione per lo status quo e al contempo la rabbia che ne deriva. Una sorta di lamento rabbioso di chi è incastrato contro la sua volontà in una situazione che sembra schiacciarlo, ma che nonostante appaia incontrovertibile e destinata non può essere accettata passivamente. Non suoniamo per seguire le tendenze, ma perché come genere, il Crust, si adatta alla perfezione a quello che è il nostro messaggio quasi fosse uno sfogo, una catapulta da caricare, una pietra da lanciare.

Legata intimamente e logicamente alla domanda precedente, quali son stati i gruppi che vi hanno influenzato maggiormente nella composizione della vostra musica?

I gruppi che di più sentiamo come ispiratori provengono dalla scena svedese come i Disfear e Wolfbrigade, da quella americana come Tragedy e From Ashes Rise, da quella spagnola, Ictus, Cop on Fire, Ekkaia, dalla scena inglese tipo Fall of Efrafa. Abbiamo una certa predilezione per il neo-crust a cui, in certe parti dei nostri brani, proviamo ad avvicinarci. È innegabile ovviamente che ci siano influenze da tutta una serie di altri sottogeneri e che i gruppi da cui volontariamente o involontariamente traiamo ispirazione sono innumerevoli, anche perché cerchiamo comunque di aggiungere elementi sonori che possono essere compresi nel d-beat, nel thrash o nel caro vecchio hardcore. Cerchiamo di inserire un po’ tutti quelli che sono i generi che hanno influenzato la nostra storia musicale.

Il crust è un genere che, dopo aver avuto un exploit intorno ai primi anni duemila, sembra esser stato oramai accantonato all’interno della scena, almeno in quella italiana. Come vi spiegate questa praticamente scarsità di gruppi e uscite crust punk oggigiorno?

Sarco: Io credo che il Crust Punk non lasci tanto “spazio di manovra” nel senso che penso abbia un pubblico più circoscritto rispetto alla maggior parte degli altri sottogeneri del punk e forse per questo le aspettative rispetto al genere si sono “stabilizzate”. In più credo questo genere sia espressione di rabbia, valvola di sfogo. Credo che il Crust debba parlare della parte più schifosa del mondo in cui viviamo. In questo momento mi sembra che molte persone si accontentino di passare una bella serata, ascoltare gruppi che sicuramente sono bravi e meritano l’attenzione di tutti ma parlano di niente o di quanto bello sia fare festa fino a star male. Ci sta, ma il mondo fa anche schifo e bisogna rendersene conto. E tanti fanno finta che tutto sia bello e tranquillo. D’altronde viviamo nel mondo dell’ “andrà tutto bene”. La gente sta male, muore o non riesce a mangiare perché non lavora e se va bene è prigioniera a casa sua o in fabbrica. Sì, andrà tutto bene, ma solo per voi egoisti che non avevate problemi prima e che non ne avete ora nonostante tutto ‘sto casino.

Ivan: Non so se rispondere in modo stronzo o contenuto alla domanda; la società influenza sicuramente le scelte artistiche delle persone, pure nell’ambito della musica “ribelle”. Molti si aggrappano a generi passati per nostalgia, molti ne inventano di nuovi per sperimentazione, molti rimangono fedeli a ciò che ascoltavano o suonavano anni prima perché continuano a rimanere incazzati e furiosi. Il Crust punk è alimentato dalla rabbia. La gente non è più incazzata come prima: si ritrova rassegnata, nella loro “scena” musicale fatata, predicando cose indignate di un tempo che non sentono più. Ed ecco che il Crust viene accantonato perché evidentemente c’è bisogno di divertirsi più che di incazzarsi. Ma io amo incazzarmi.

Pozze: è difficile dare una risposta univoca a questa domanda, secondo me il fatto è che la scena punk (come qualsiasi altra) è soggetta a mode. Lungi da me affermare che vengano messi in piedi progetti per “rispondere” alla tendenza del momento, ma ovviamente la nascita di nuovi gruppi viene influenzata da cosa ascolta chi li forma. Potrebbe essere che dal punto di vista estetico il Crust possa essere visto come datato, un genere che ormai si è esaurito nella sua propulsione creativa e innovativa (detto in parole povere che i gruppi diano l’impressione di essere una minestra riscaldata). Io non sono d’accordo a tale proposito e, come dicevo nelle risposte precedenti, è il genere che più si addice alla nostra idea di fondo. In tal senso non mi pongo il problema dell’eventuale presenza nella scena di progetti simili al nostro, dato che è questa la sonorità che sento adeguata al nostro modo di vedere.

Bre: A mio avviso, questa scarsità di gruppi e uscite non è strettamente legata ad un singolo genere come ad esempio il Crust punk ma a quasi tutta la scena underground connessa all’hardcore. Non esiste più un ricambio generazionale. Noi rimaniamo tra i più giovani in questo campo ed ormai abbiamo raggiunto i trent’anni, il che è allucinante. Sono sempre più rari i ragazzini ai concerti o tra i gruppi. Le band che già esistono da tempo stanno esaurendo idee e spirito proprio perché il loro messaggio arriva sempre alle stesse persone e mai ad un pubblico più allargato.  Ecco il perché di questa scarsità.

Federico: A parer mio, (quasi da “outsider”) la vedo un po’ come una trasformazione che è avvenuta per molti generi, non riconducibile solo al Crust.
Con cambiamenti avvenuti sia nella modalità di ascolto della musica stessa e sia nella presenza di pubblico ai concerti, con un genere fortemente legato alle persone e all’ideale che rappresenta come il Crust era inevitabile una conseguenza simile. Nei vari live a cui ho partecipato, vedendo la gente che ci partecipa, noto di essere sempre tra i più giovani presenti alle serate, e bene o male vedo sempre che quelli legati più fortemente al genere sono in maggior parte quelli che avevano la mia età negli anni di exploit del genere. In ogni caso questo ragionamento è applicabile all’Italia ma non esattamente al resto del mondo, ci sono paesi anche europei che invece sono molto più legati a questa cultura e che partecipano attivamente a concerti, iniziative, acquistano dischi e merch e ne seguono l’evoluzione. Mi è bastato vedere per esempio la situazione in Croazia durante la data al Monteparadiso per capire che, anche solo appena fuori dai confini italiani, c’è molto più movimento su questo tema rispetto a dove viviamo noi e che la fascia di età dei presenti si abbassa. La gioventù sostenta il genere e spinge chi lo produce a far sempre di meglio per tenere alta la propria bandiera, è proprio un’altra cosa dal mio punto di vista, dipende molto dall’attitude, dalla cultura che circonda questo genere di musica, da quanto il pubblico è disposto a dare per supportare chi la fa. Essendo un genere underground è molto più facile che, in un paese con una gioventù come la nostra, venga accantonato per generi parecchio più mainstream e che non ci sia nessuno spiraglio di crescita per band che cerchino di emergere seriamente in una situazione musicale come quella presente attualmente nel nostro paese, c’è sempre speranza, ma dubito fortemente che si possa tornare ad avere lo stesso impatto sul pubblico tramite il Crust e in generale con altri generi underground ora come ora.

Ha qualche significato particolare per voi suonare crust punk?

Sarco: Sono un tipo molto paziente, non mi arrabbio (quasi) mai e sicuramente è anche perché, suonare un genere che parla di tutte le cose che mi urtano, è la miglior valvola di sfogo che io possa avere. Se non suonassi Crust probabilmente avrei già ucciso una dozzina di persone eheh!

Federico: Per me è il primo approccio a questo genere, ho sempre amato il punk in tutte le sue forme e ho ascoltato nella mia crescita musicale parecchi gruppi di tanti sottogeneri di esso, quando mi si è presentata l’occasione di poter suonare in una band che facesse Crust ho subito accettato, mi è bastato ascoltare un paio di tracce e ho capito che era una cosa che faceva per me, mi piace il suono pesante e l’energia che mi da e per me la cosa più importante o per dire “il significato” del suonare Crust è suonare qualcosa che apprezzo nella sua forma e che mi dia carica nel momento in cui c’è da suonare live, la sensazione di trasmettere la propria energia e vederla riflessa nel pubblico è impagabile.

Nel 2016, ai tempi della vostra (aihmè) ultima fatica in studio (intitolata “La Vera Bestia”), rimasi folgorato e mi innamorai subito tanto da scriverci una appassionata recensione. Cosa vi ha ispirato nella composizione di quel disco e nella scrittura dei testi?

Pozze: quello che ha ispirato “la vera bestia” è per quanto mi riguarda il senso di schifo che giornalmente ci procura la situazione in cui siamo costretti a vivere. Come dicevo anche prima è la sensazione che i problemi con cui (ognuno di noi, a prescindere dalla fede politica o dalla condizione sociale) siamo costretti ad affrontare, talmente tanto radicati che nella mente della maggior parte delle persone hanno raggiunto addirittura il grado di leggi naturali immodificabili, quasi non fossero dei meri costrutti ideologici ma degli assiomi su cui si regge il mondo. Il fatto tragicomico è che appunto perché vengono vissuti in questo modo questi costrutti hanno forza. Parlo di cose come il sistema capitalistico, l’idea di stato-nazione (e relativi confini), il consumismo, ecc. Vedere che ci stiamo torturando (e noi siamo pure nella parte “giusta” o “fortunata” del mondo) per qualcosa di puramente ideologico è intollerabile, sento la necessità di dichiararmi contrario a tutto ciò.

In generale, cosa cercate di trasmettere con i vostri testi? Da cosa prendete ispirazione?

Ivan: Beh… lo schifo per la gente che fa schifo. Il nostro odio verso la stragrande maggioranza di quell’umanità̀ che ci circonda, con l’ignoranza, con la disumanità, con i confini. Il prendere una persona e farne una cosa da usare, il trattare una schifosissima società come della merda da espellere dal culo perché tanto poi ne arriva altra e “loro hanno fame”. L’ispirazione arriva dalle cose che non ci piacciono. Se arrivasse dalle cose carine faremmo ska, porcodio.

Come già detto, il progetto Kompost sembra essere piombato in un silenzio assordante dal 2016, almeno a livello di registrazioni e pubblicazioni. Come mai questo periodo di silenzio? State lavorando ad un nuovo disco per caso?

Dopo la pubblicazione dell’album purtroppo abbiamo attraversato prima un periodo di “rallentamento” dovuto ad un paio di cambi di line-up e poi un periodo di stop a causa di impegni personali ed improrogabili di uno di noi. Avevamo ripreso da due/tre mesi a suonare per sistemare gli ultimi dettagli delle nuove canzoni che avevamo in progetto di registrare, ma è intervenuto il fato con l’allegra pandemia che ci ha costretto a posticipare il tutto. Rispetto alle date (se possiamo essere stronzi) dobbiamo dire che nella scena, come in tutte le congregazioni umane del resto, ci sono dinamiche un po’ fastidiose per le quali se si deve scegliere, si fanno sempre suonare gli amici degli amici. Capita che lo stesso gruppo tu te lo possa vedere in metà dei concerti a cui vai perché vengono chiamate sempre le stesse persone grazie a conoscenze e che altri gruppi vengano un po’ snobbati. Fa un po’ tristezza la cosa, anche perché poi quando riusciamo a suonare vediamo che da parte del pubblico c’è un riscontro positivo nei nostri confronti. E questa discrasia tra riscontro positivo e quasi totale assenza di proposte da parte di organizzatori vari da un po’ fastidio.

Nella mia, e per fortuna non solo mia, visione la musica punk hardcore e relativi sottogeneri vanno di pari passo con una critica totale all’esistente capitalista, alla sua oppressione e reprressione quotidiana e con pratiche di lotta e di autogestione. Che importanza ha per voi Kompost lottare o diffondere pratiche come l’autogestione o l’autoproduzione?

Sarco: Io sono un ossimoro, suono punk e lavoro in fabbrica, uno dei posti peggiori che io abbia mai avuto la sfortuna di frequentare. Devo quindi passare otto ore delle mie giornate in un covo di ignoranti, egoisti e frustrati. Bella merda. Ma questo non fa che dare forza a quella che potrei dire, essere la mia filosofia di vita: farmi i cazzi miei e arrangiarmi per fare qualsiasi cosa (nel limite delle mie capacità), a partire da riparazioni domestiche varie, costruire giocattoli per mia figlia, fare il pane e cucinarsi il cibo, fare le grafiche e montare semplici video per i social del gruppo, fino ad arrivare a cose più concrete come comporre, registrare e stampare un album con le nostre risorse o autofinanziarsi i viaggi per andare a suonare in giro. Se prima di comprare qualcosa riesco a farmela da solo (o riesce a costruirmela mio padre ahah) è meglio. E poi dai, quanto cazzo e soddisfacente farcela con le proprie forze?

Ivan: L’autogestione e l’autoproduzione sono essenziali per la scena musicale come per l’uomo. Contrariamente alle associazioni o ai grandi gruppi, questa è una realtà che permette alla persone di comunicare in piena libertà senza vincoli né costrizioni, scontrandosi però con i rischi che possono nascere, ma che ci vuoi fare… senza rischio non c’è vita.

Bre: Come gruppo abbiamo sempre cercato,per quanto possibile, di sostenere diverse iniziative legate all’autogestione e all’autoproduzione. Sappiamo che sono tempi difficili per continuare a essere attivi in quest’ambito ma penso che il contributo di ogni singola persona può essere utile anche solo avendo coscienza di quello che sta accadendo nella nostra società. Bisogna comprendere che il nostro modo di vivere quotidiano rimane pur sempre un valido aiuto al fine di migliorare questa merda di mondo. Suonare ed organizzare concerti a favore di una causa costa fatica, tempo e (purtroppo) denaro ma rimane il modo più immediato per dare un apporto concreto a chi ne ha bisogno.

Pozze: Secondo me la questione dell’autoproduzione (parlando ad esempio de “la vera bestia”) è simbolo dell’impegno personale che mettiamo e del fatto che crediamo nel nostro progetto. Ci siamo messi in gioco e d’impegno perché pensavamo che ne valesse la pena. Uscire da una logica prettamente commerciale di investimenti per guadagno consente innanzitutto di poter presentare qualcosa che è stato completamente pensato ideato e creato unicamente secondo quelle che sono le nostre idee e inclinazioni. L’album che abbiamo registrato lo abbiamo personalmente seguito in ogni singolo aspetto (per fare un esempio l’immagine sul CD l’ho stampata a casa di un amico copia per copia, o le copertine ritagliate a mano e inserite nelle custodie) e ognuno di noi ha messo le proprie competenze/conoscenze per arrivare a produrre l’album (un esempio a caso, il primo che mi viene in mente, Bre ha curato tutta la parte grafica del libretto interno). In generale è un qualcosa che, a mio avviso, da un valore aggiuntivo a un “prodotto” (nel senso letterale e non consumistico del termine). Nel nostro piccolo abbiamo sempre cercato di supportare iniziative di questo genere, che escono dalla squallida logica di mercato e che di conseguenza sono espressione spontanea di un interesse reale e non “spinto” verso una direzione predeterminata. Che si tratti di luoghi di aggregazione, abbigliamento, musica o qualsiasi altro ambito, l’idea di autogestione o autoproduzione porta con sé questi due aspetti fondamentali, a mio avviso, la libertà rispetto a logiche di mero profitto e l’impegno personale.

Per concludere questa lunga quanto interessante e ricca di spunti chiacchierata, lascio spazio ai carissimi Kompost per dire il cazzo che passa loro per la testa.

Kompost: Vorremo cogliere la palla al balzo innanzitutto per ringraziarti di questa intervista e per ringraziare tutti coloro che abbiamo conosciuto in questi anni anche grazie all’ex collettivo Treviso Punx e al collettivo Saetta Autoproduzioni.
Inoltre vorremmo citare un gruppo di nostri amici dalla Repubblica Ceca con cui, sia noi che altri nostri amici (Jack Rottame dei DDT su tutti), abbiamo instaurato un forte legame da ormai sette anni tramite scambio date. Più volte siamo andati a suonare dalle loro parti e siamo rimasti sempre colpiti dal loro entusiasmo e dalla loro foga. Anche nel paesino più disperso troverete sempre molte persone che si sbattono per i concerti e che hanno voglia di conoscere nuovi gruppi. Pare di ritornare in Italia a dieci anni fa. Loro sono un chiaro esempio di cosa voglia dire essere costanti nell’attitudine e solidali tra persone. Grazie quindi ai ragazzi della “Znojmo HC”, Kratos, Micha , Vojta, Cirda, Herry Boss ecc. e ai loro gruppi che vi consigliamo vivamente di ascoltare se vi piace il Crust-Raw Punk grezzo ma di impatto! (Dis-K47, Midnatt Dod, Moral Hangover, Rozruch)

“Il Veneto Odia… Noise a Mano Armata” – Intervista con Scaglie di Rumore

Qualche settimana fa ho girato una serie di domande al buon Luca di Scaglie di Rumore, progetto che seguo da tempo e che ha influenzato profondamente la nascita stessa di Disastro Sonoro tant’è che nel corso degli anni ho voluto “omaggiarlo” con il nome della rubrica più costante presente sulle pagine virtuali di questo blog, ovvero Schegge Impazzite di Rumore. Tanti argomenti son stati toccati nel corso di questa “intervista”, dalla passione per il rumore al Veneto Noise Crew, dalla pratica del tape-trading alle questioni più prettamente politiche, e dunque ringrazio ancora una volta Luca, non solo perchè ha speso del tempo a rispondere alle mie domande, ma sopratutto per il fatto di condividere una comune visione del punk-hardcore e della musica underground e diy in tutte le sue forme, mettendo dinanzi a tutto il supporto e la solidarietà reciproca. Il Veneto odia, Scaglie di Rumore può sparare… Noise a mano armata!

 

Ciao carissimo! Per chi non dovesse conoscerti, ti andrebbe di fare un breve riepilogo sulla storia del tuo progetto “Scaglie di Rumore”? Ma sopratutto, visto che me lo chiedo da una vita, come ti è venuta l’idea per un nome tanto immediato quanto incisivo?

Ciao Caro, per prima cosa grazie per avermi dato spazio nel tuo blog, è davvero ben curato e di qualità, cosa non da poco negli ultimi tempi. Scaglie di Rumore nasce nel 2012 come programma radiofonico per una web radio locale che dopo due stagioni cessa l’attività a metà 2013. Nel 2014 abbiamo deciso di ripartire e abbiamo rilasciato le prime puntate e le prime compilation in formato tape in tirature limitate per finanziare le uscite future e a oggi abbiamo quasi 180 uscite.
Il nome in realtà è uscito con naturalezza, io e mio fratello Fabio (compagno di avventura e di etichetta) stavamo cercando un nome per il programma, in fin dei conti erano brani veloci e rumorosi e quindi arrivammo alla conclusione, Scaglie di Rumore.

Da quanto so, non sei impegnato solamente nella pubblicazione di tape o in coproduzioni. Quali altri progetti ti vedono partecipe e/o protagonista?

Attualmente sono impegnato in diversi progetti, da ormai otto anni milito nei Charged Attack, band Punk Hardcore locale, poi abbiamo tutte le realtà legate al Collettivo Veneto Noise Crew ovvero nel trio noisecore Eddie X Murphy dal 2016, nei techno grinder Fogna Maxima e nel progetto Noisegore Diego Abbath Antuono dal 2017, nei progetti Harsh Noise Primitive Tape e Dark Alley dal 2018 e nel progetto old school Noisecore Archth Cacofoniath dal 2019. Attualmente sono a lavoro su un nuovo progetto che si chiama Digital Strain Of Dementia ma per questo progetto bisognerà pazientare ancora un po’.

Come sei arrivato a scegliere di dedicarti quasi esclusivamente alle sonorità più estreme e a territori propriamente noise?

Sono sempre stato affascinato dalla scena noisecore anni 90, anche perché molto vicina alle scena punk hardcore. Purtroppo negli ultimi anni il punk hardcore italiano (e comunque il punk hardcore in generale) ha perso quel desiderio di offendere, dare fastidio, tutta la parte provocatoria e le tematiche politiche che a mio parere hanno dato vita al genere ma è stato ereditato dalla scena noisecore per questo mi sono spostato verse quelle sonorità, cerco rumori che portino con loro un messaggio, se devo ascoltare musica senza messaggio tanto vale accendere la radio.

Quali sono stati gli ascolti che, nel corso degli anni, ti hanno portato ad apprezzare il noise in tutte le sue forme? Qual è stato invece il tuo primo incontro con il punk?

Gli artisti noise che sicuramente mi hanno più ispirato e che mi hanno portato ad apprezzare il genere sono stati Merzbow, C.C.C.C., The Gerogerigegege, Seven Minutes of Nausea, Deche Charge, Cum Sock e Shitnoise Bastards ma sicuramente le band che mi ci hanno avvicinato sono stati i Coward e i Sore Throat. Invece in ambito punk fin da subito con gli amici ci si passava Minor Threat, Bad Brains e Black Flag ma direi che il primo approccio sia stato quando un amico mi passò una tape con dentro i Drunkards con Sentenza Di Morte su un lato e lo Split Rabbia Trafigge Immobile Resa di Contrasto e Nagasaki Nightmare sull’altro, quello a mio parere è stato il mio primo incontro con il punk.

Altra domanda che spesso mi son posto: perchè la scelta del formato tape? Che legame hai tu personalmente con questo formato?

Tutte le band estreme quando ero più giovane mi sono arrivate con questo formato, all’epoca era impossibile scaricare da internet e i Cd diventarono “acquistabili” più tardi (costavano una follia all’epoca), le tape costavano quasi niente perché erano alla fine della loro carriera e ci si passava i gruppi con quelle. Sepultura, Carcass, GBH, Slayer, Mayhem, tutti questi gruppi mi sono arrivati in quel formato quindi ho sempre associato la tape all’estremismo, poi quando ho scoperto il Tape trading e il suo significato anti-business sono rimasto subito affascinato da questo movimento e ho deciso di abbracciarlo, anche se con diversi anni di ritardo.

Recentemente ho avuto l’estremo piacere di pubblicare sulle pagine virtuali di Disastro Sonoro uno scritto inedito intitolato “Numeri e Incompatibilità”, firmato proprio da te. Quali son state le motivazioni che ti hanno portato alla decisione di pubbicarlo proprio su Disastro Sonoro?

Quando mi sono avvicinato la prima volta a Disastro Sonoro ho rivisto quello spirito “punk” che tanto cercavo e che avevo cercato di portare con il mio vecchio blog Scaglie di Rumore oramai defunto che non è mai riuscito a trasmettere a pieno. Gli articoli sono ben scritti, hanno una struttura molto interessante perché oltre all’informazione c’è anche il pensiero dello “scrittore” che è molto vicino al mio e che mi ricorda quel provocazione/politica che cerco costantemente. Oramai il blog di Scaglie di Rumore era fermo da diversi anni ma non ho mai smesso di scrivere, ho una raccolta molto ampia di recensioni, articoli, pensieri e vista la sintonia quasi simbiotica con Disastro Sonoro ho pensato che fosse il posto giusto per quell’articolo, visto che si collegava molto bene al precedente articolo “L’hardcore è ancora una minaccia per l’esistente”.

Continuando a parlare del tuo articolo, hai voglia di aggiungere altro alle righe che hai scritto? Quanto è importante per te il messaggio veicolato dalla musica punk o noise che sia?

In merito all’articolo non ho altro da aggiungere, tanti non hanno capito il concetto che volevo esprimere, con alcuni ci siamo chiariti di persona, con altri non mi interessa nemmeno. Tanti pensavano che avessi da ridire sulla scena locale ma in realtà ho sempre amato la scena Veneta perché negli anni non era importante il genere che si faceva, ci si supportava sempre. Con il tempo questo è scemato, ci si è standardizzati al resto del mondo, punk con i punk, Crust con i Crust e via dicendo ed è questo che mi dispiace.
Per quanto mi riguarda scrissi diversi articoli in merito a tale argomento, per me l’underground senza messaggio non ha senso perché si abbassa agli standard del mainstream, che senso ha portare avanti un progetto underground se non hai niente da trasmettere? Sei solo un numero che ha trovato un modo diverso di perdere tempo.

Scaglie di Rumore nella mia testa fa rima da sempre con DIY. Cosa significa per te la pratica e l’etica del do it yourself e che importanza riveste l’autoproduzione nella tua vita in generale?

Da quando ho iniziato con questa label c’è sempre stato un punto fermo: Le copie che abbiamo distribuito sono state fatte a mano una per una. Abbiamo partecipato a diverse coproduzioni ma nella maggior parte dei casi ho sempre cercato di fare da me la produzione delle cassette perché farla da me da un senso alle mie uscite, mi ricorda cosa vuol dire “Do It Yourself”. Mi sono sempre promesso che nel momento che non riuscirò più a duplicarmi le tape da solo chiuderò la label perché è l’unico sistema che conosco, purtroppo negli ultimi periodi anche in questo campo sono uscite sempre più release fisiche “fighette”, super dettagliate e studiate ma io sono per le uscite low budget, fanculo siae e copy right, non è importante se stampi un vinile a edizione limitata o un Verbatim con il titolo scritto a mano l’importante è quanta passione e attitudine si trova al loro interno e la gente questo se lo dimentica spesso.

Che ruolo ricopre invece la dimensione politica all’interno di tutti i progetti che ti vedono impegnato?

La dimensione politica per i Charged Attack come per il Collettivo Veneto Noise Crew sono le basi. Siamo tutti Punx, chi più giovane e chi più vecchietto, ma l’attitudine è sempre la stessa: contenuti provocatori e una forte connotazione politica, portare avanti gli ideali sull’autonomia e la libertà degli individui e l’opposizione al sistema che abbiamo maturato in tanti anni di occupazioni, manifestazioni, eventi, concerti ma sopratutto confrontandoci e parlando con le persone.

Hai qualche aneddoto legato alla scena hardcore punk e diy italiana che, nel corso degli anni, ti ha colpito particolarmente, che ricordi con nostalgia o gioia o che ti ha segnato profondamente e che ti va di raccontare?

In realtà ci sarebbero tanti piccoli aneddoti ma non basterebbe un libro per raccontarli tutti. Principalmente ricordo con grande gioia i tempi che si viaggiava su e giù per l’Italia in treno con gli amici per andare ai concerti, viaggiavamo davvero con niente in tasca ma c’era una voglia di scoprire nuovi gruppi e nuovi generi incredibile, per non parlare dei dibattiti, dei pensieri, delle persone incontrate e della voglia di scambiarsi pensieri, idee, opinioni e a volte sogni…oggi tutto questo è stato ucciso dai social, è più facile scrivere su una piattaforma che parlare davanti a tutti e dare la propria opinione, permettendo anche agli stupidi di esprimere il proprio parere.

Scaglie di Rumore è legato intimamente al Veneto Noise Crew, cosa puoi dirci di quest’altro progetto totalmente devoto al rumore?

Veneto Noise Crew è un collettivo occulto e antifascista portato avanti con passione da un gruppo di punx. Questo collettivo oltre a supportare le realtà noise locali porta avanti anche una serie di pubblicazioni e zine dedicati a retaggi fatti di culti innominabili e segreti, è un collettivo che racchiude il termine noise in diverse forme d’arte ovvero Scrittura, Pittura e Musica e che vuole usare il noise come strumento per offendere e diffondere un messaggio.

Stiamo giungendo alla fine di questa intensa chiacchierata, vuoi consigliarmi e consigliare ai malcapitati lettori di Disastro Sonoro qualche progetto noise (e non) che ritieni più valido in circolazione attualmente?

Sicuramente i progetti che seguo con più interesse (oltre a quelli del collettivo ovviamente) sono i Car Made of Glass da Fortuna, California, le Shame Hole da Pittsburgh, Pennsylvania e gli Holy Grinder da Toronto, Ontario. Queste sono tre band “recenti” sennò consiglio le mie tre band preferite ovvero Deche Charge, Cum Sock e Shitnoise Bastards… anzi ora i Shitnoise Bastards sono fermi ma alcuni componenti hanno avviato un progetto che si chiama Death To All Politican che consiglio caldamente, non solo per il nome.

Progetti futuri come Scaglie di Rumore?

Sono immerso nel progetto veneto Noise Crew, tutti i progetti coinvolti sono validissimi e molto attivi, senza contare tutte le zine e i scritti, è un gran lavoro ma mi regala molte emozioni, a breve uscirà una compilation con tutte le band del collettivo in edizione limitata in 10 copie con un box e una fanzine in a5 davvero molto curato, insomma chi seguirà il nostro blog (venetonoisecrew.wordpress.com) si farà un’idea della nostra follia artistica.

Carissimo Luca siamo giunti alla fine di questa intervista/chiacchierata/qualsiasi altra cosa ed io non posso far altro che ringraziarti nuovamente per aver risposto alle mie domande. Per concludere aggiungi davvero quello che ti pare e piace e sentiti libero di dire qualsiasi cosa!

Chiudo ringraziandoti per il tempo e lo spazio che mi hai nuovamente dedicato e con la speranza che ci siano sempre più realtà come il tuo blog, che l’arte, il rumore e l’attitudine possano tornare a favorire cambiamenti sociali o quantomeno accendere una scintilla dentro a chi ha qualcosa da dire.

Caged – Burning Rage of a Dying Planet (2019)

We’ll be the burning rage of a dying planet
It’s not too late, this is not the end.

La prima volta che mi sono imbattuto dal vivo nei Caged è stata in occasione dell’ultima edizione di uni dei “mini-festival” più belli e intensi che la scena hardcore italiana abbia visto negli ultimi anni. Sto parlando della terza e ultima edizione dei Giorni Neri Fest organizzata come al solito dal collettivo Giorni Neri di cui fan parte persone che stimo moltissimo per la passione che ci mettono in quello che fanno e a cui voglio sinceramente bene a livello umano e personale. A febbraio, nella cornice del FOA Boccaccio di Monza, l’ultima edizione del Giorni Neri (tra l’altro, benefit per l’operazione repressiva “Prometeo”) è stata devastante rappresentando l’essenza stessa di cosa dovrebbe significare l’hardcore, con ben dieci gruppi ad alternarsi su due palchi. Tra le varie band c’erano pure i bolognesi/imolesi Caged, protagonisti di una esibizione estremamente intensa e godibile nonostante il cantante (Ivan) fosse costretto a star seduto su una sedia per via di un infortunio alla gamba accaduto poco prima che iniziassero a suonare (la sfiga come sempre ci vede benissimo). Infortunio che comunque non ha influenzato più di tanto l’intensità e l’attitudine con cui i Caged hanno suonato la loro devastante ricetta di metal-hardcore.

A settembre dello scorso anno i Caged hanno rilasciato il loro primo lavoro in studio intitolato “Burning Rage of a Dying Planet”, un’ep di sole quattro tracce  che bastano, al momento, per scaricarci senza pietà in pieno volto il loro rabbioso sound a base di metal-hardcore dal sapore anni novanta che deve tutto a gentaglia del calibro di Integrity, Sick of It All e Chokehold. Il genere suonato dai Caged non rientra tra i miei ascolti ordinari e solitamente tende ad annoiarmi o a non suscitarmi nulla, ma con questo “Burning Rage of a Dying Planet” le cose son andate fin dall’inizio diversamente e non so nemmeno spiegarne i motivi . Sarà per la sincera attitudine hardcore del gruppo, la passione invidiabile che trasuda da ogni singola nota o da ogni singola parola urlata da Ivan, sarà soprattutto per le tematiche affrontate nelle liriche che toccano questioni care a chiunque viva l’hardcore oltre alla mera musica, vedendolo come un mezzo per opporsi e lottare attivamente contro un sistema economico votato allo sfruttamento e al profitto e contro un esistente che aliena, reprime e opprime le nostre vite, ma le quattro tracce mi hanno fatto salire una fotta indescrivibile fin dal primo ascolto.

Quattro tracce che si alternano tra un riffing che spesso invade territori thrash metal con pesanti echi slayeriani, un groove costante e con classici breakdown di tradizione hardcore newyorkese, in cui le vocals furiose di Ivan sottolineano la natura riottosa e aggressiva dei testi in maniera estremamente convincente e sincera. Il sound dei Caged, robusto e monolitico, è dunque perfettamente condensato in quattro tracce che colpiscono violentemente come una mazza da baseball in pieno volto ricordandoci, mentre il sangue cola sulle mani, che siamo vivi e che abbiamo ancora tantissima rabbia da urlare a squarciagola contro lo sfruttamento e l’oppressione di ogni essere vivente!

I Caged ci sputano addosso la rabbia ardente di un mondo che sta morendo con la loro attitudine hardcore in your face e testi che prendono netta posizione in favore della liberazione della terra, degli animali e di ogni essere umano, come a voler ribadire che l’hardcore dev’essere anzitutto una reale minaccia per questo esistente di gabbie e sfruttamento quotidiano.