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Porvenir Oscuro – Asquerosa Humanidad (2021)

La Vida Es un Mus si riconferma una di quelle etichette che difficilmente deludono quando decidono di pubblicare un disco o di collaborare con una band. Asquerosa Humanidad dei newyorkesi, ma di madre lingua spagnola grazie alle origini colombiane della cantante Sara, Porvenir Oscuro non fa eccezione e si dimostra, ascolto dopo ascolto, uno dei migliori dischi hardcore punk ascoltati in questo 2021. Ma cerchiamo di andare con ordine per addentrarci a fondo negli abissi di questa umanità disgustosa.

Sostanzialmente siamo al cospetto di un disco di puro e semplice hardcore punk incazzato e veloce quanto basta, suonato senza troppi fronzoli e un’attitudine combattiva che non guarda in faccia niente e nessuno. Tredici tracce che arrivano dirette nello stomaco come colpi inaspettati durante un pogo selvaggio, una sezione ritmica che richiama alla mente il meglio dell’UK 82 sound e in generale un’intensitá e un’attitudine furiosa e bellicosa che ricorda i primi Disorder, i primi Chaos UK e in parte certe cose emerse dalla primitiva scena finlandese di band come Kaaos e Riistetyt. Inoltre, per terminare questa carrellata di influenze musicali, le vocals e certe linee melodiche sembrano ispirate alla scena punk hc ispanica di band come i RIP.

Non esistono passaggi a vuoto o cedimenti nella proposta dei Porvenir Oscuro, solamente tredici schegge di hardcore punk impazzito che prendono le sembianze di inni riottosi e vere e proprio dichiarazioni di guerra che sembrano non conoscere pietà, con un’attitudine generale e una coscienza politica che si avvicina molto a quella del seminale movimento anarcho punk britannico. I testi infatti sono uno dei punti centrali e più interessanti nella musica dei Porvenir Oscuro, pur affrontando tematiche classiche del genere. E’ proprio attraverso i testi infatti che Sara e gli altri decidono di alzare la voce, attaccare e prendere posizione netta contro le violenze poliziesche e il ruolo stesso delle forze dell’ordine e della repressione statale, sottolineando una profonda tensione e una coscienza antiautoritaria e libertaria. In altri momenti del disco le liriche sembrano farsi più personali (Inadaptado o Voces en mi Cabeza), ma sempre bilanciati con veri e proprio inni di rabbia istintiva dall’attitudine smaccatamente punx e riottosa come la splendida Sin Control!

Tirando le somme Asquerosa Humanidad è il disco perfetto per godersi 25 minuti di punk hardcore furioso, diretto e che non accenna a lasciarci momenti per riprendere fiato, come fossimo costantemente all’interno di un pogo privo di attimi di tregua. Band come i Porvenir Oscuro sono la dimostrazione che esistono ancora band che hanno qualcosa da dire e che si può ancora suonare hardcore punk con attitudine, passione e coscienza politica.

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“Schegge di Rumore, Storie di Hardcore Italiano negli Anni 90” – Chiacchierata con Andrea Capo’ e Monica Rage Apart

“Conobbi l’hardcore e me stessa, perché, pur essendomi sempre saputa, mai mi ero potuta riconoscere così.
Da quel momento ho iniziato a immergermi nei pit che gli anni Duemila mi offrivano, nel modo ingenuo in cui a quell’età si pensa forse che andare ai concerti e tuffarsi nella rovina sotto al palco significhi pienamente afferrare un pezzetto di mondo e farlo proprio.
(Monica RageÀpart, Schegge di Rumore)

Sabato 3 luglio 2021. Seconda giornata di una intensissima due giorni per festeggiare i 23 anni di Villa Vegan Occupata. 18/18.30, se non ricordo male (cosa molto probabile vista la stanchezza e la quantità molesta di alcol ingerita fino a quel momento), finalmente è arrivato il momento della presentazione di “Schegge di Rumore”, libro sulla storia dell’hardcore italiano degli anni 90 scritto a quattro mani da Andrea Capò e Monica Rage Apart, volti noti della scena hardcore della Tuscia. Un libro che ho voluto fortemente venisse presentato in quella splendida cornice, in quella situazione in cui ho sentito più vivo e pulsante che mai lo spirito punk hardcore più sincero e appassionato. Inaspettatamente Andrea e Monica mi chiesero di presentarlo insieme a loro, facendo loro delle domande in merito al libro da cui far partire riflessioni e discussioni da condividere con i presenti. Ricordo che la mia emozione fu tanta e palpabile, così come l’orgoglio provato nel sentirmi proporre una cosa simile. La presentazione andò alla grande, le riflessioni e i confronti con diverse individualità appartenenti alla scena dei 90 sono ancora vive nella mia memoria e le ricordo come estremamente stimolanti. A distanza di mesi, grazie anche al rapporto di amicizia che mi lega ai due autori e alla condivisione intensa di quel momento, ho pensato di intervistare nuovamente Monica e Capò per parlare di Schegge di Rumore e riprendere da dove avevamo interrotto questa estate. “Nella tua testa, nelle tue braccia e nei tuoi occhi c’è solo punk hardcore!

Ciao carissimx, l’idea di farvi questa intervista nasce un po’ per riprendere il filo e lasciare testimonianza scritta della presentazione di Schegge di Rumore che avete tenuto questa estate in occasione del compleanno di Villa Vegan, presentazione che ho avuto estremo piacere di organizzare al vostro fianco. Partiamo come quel giorno di luglio nella splendida cornice di Villa Vegan Occupata, com’è nata sostanzialmente l’idea di scrivere un libro sulla scena hardcore punk italiana degli anni 90? E perchè intitolarlo proprio Schegge di Rumore?

Capò: Ciao caro ed innanzitutto grazie per il supporto & l’amicizia! Torno volentieri a quello spumeggiante 3 Luglio 2021 con molteplici bei ricordi: un po’ perché non suonavo a Milano dal 2016 (e addirittura non capitavo in Villa da un giretto Tear Me Down di 10 anni prima!), un po’ perché la Presentazione di Schegge -nonché il susseguente show Neid, Zona d’Ombra, Città Dolente, Potere Negativo- son proceduti alla grande ma, soprattutto, per la piacevolissima rimpatriata (PS: sempre grazie a Piera & Pier per l’umile giaciglio!), Venendo dunque alla tua prima domanda ci è sembrato qualcosa di fortemente dovuto dato che, a differenza della scena hc anni ’80 dove s’é trovato di tutto, -da fanze a reunion, a libri passando per innumerevoli ristampe discografiche- sugli anni ’90 non era mai stato uscito nulla a riguardo!      

Monica: Ciao a te, David! Schegge di rumore è coesistito per lungo tempo con me e Andrea, seppure non avesse una forma precisa né noi pensavamo a ciò che avremmo potuto fare di quelle nostre lunghissime chiacchierate sull’hc degli anni ‘90. Il nocciolo di questo libro è venuto fuori poco alla volta, a partire dalle nostre frequenti conversazioni sul punk delle vecchie e delle nuove leve a confronto: quel che ne usciva sembrava sempre interessante e autenticamente bello, tanto che ad un certo punto pareva un peccato che i ricordi di Andrea rimanessero una questione privata. Aggiungici poi che altrove non c’era modo di ascoltare questo tipo di racconti perché gli anni ’90, che sembravano esclusi dalle cronache “ufficiali” del punk, a fronte invece delle tantissime informazioni presenti sulla scena degli anni ’80, ed eccoti alcuni dei motivi per scrivere questo libro. Sì, c’erano le fanzine, c’erano i libretti dei dischi e dei cd di quegli anni, è vero, ma pareva che le persone e il loro vissuto si riuscissero a intravedere a malapena attraverso quelle pagine e quei vinili rigati. Forse ero io che non sapevo vedere oltre oppure non so, ma ero felice di poter ascoltare la testimonianza di Andrea, che quegli anni se li era vissuti a pieno e che tuttora vive nel nostro mondo sgangherato. Inoltre, ha contribuito anche il fatto che spesso l’hc degli anni Novanta era usato come metro di paragone negativo. Tutte queste ragioni hanno fatto maturare la consapevolezza per entrambi di voler far qualcosa con questo suo vissuto e di volerlo fare assieme a quattro mani. Da lì in poi tutto è proseguito con naturalezza e spontaneità. Alla fine, il titolo che abbiamo scelto è stato Schegge di rumore perché ci sembrava che raccontasse esattamente quello che avevamo raccolto: le storie di persone, rumori, caos, diverse sensibilità e attitudini, splendidamente differenti eppure tutte legate fra loro dal quel fil rouge che è l’hardcore.

Perchè avete scelto proprio questa modalità che assomiglia più ad una vera e propria intervista/confronto tra più voci, piuttosto che un racconto più classico in stile biografia musicale?

Capò: Perché l’intento era propri quello; ricostruire la genesi e l’affermazione del punk-hc italiano vecchia scuola d.i.y. di quel periodo attraverso le esperienze dirette, fresche e ricche di aneddoti, dei loro protagonisti. Non volevamo per nulla buttar giù un lavoro di tipo enciclopedico, da giornalisti da strapazzo per intenderci. 

Monica: Schegge di rumore nasce prima di tutto come uno libro per noi e un libro per gli amici. Questo è il motivo principale per cui abbiamo scelto di fare delle interviste. Volevamo che questi amici, queste persone a noi care, si potessero raccontare in prima persona: volevamo che fossero le voci di sé stessi, che si sentissero liberi di riportarci la loro storia nella maniera più libera possibile, senza le mediazioni di uno stile biografico. Tipo “due accordi diritti sul tuo viso”, potrei dirti. Tra le prime cose che ci siamo detti sin da subito con Capò, una volta deciso di mettere insieme questo libro, c’è stato il rifiuto categorico da parte di entrambi di creare una di quelle terrificanti enciclopedie musicali che si vedono negli scaffali delle librerie. Tanto meno di fare la bibbia del punk hc anni ’90. Noi volevamo che questa parte della nostra storia mai raccontata prima riemergesse da un punto di vista completamente interno alla scena: dando la parola a chi l’ha costruita e da chi l’ha vissuta, senza mitizzazioni o finti eroismi. Inoltre, come sai, io e Andrea non siamo giornalisti che devono trarre profitto vendendo storie che non gli appartengo: siamo solo due punk, alla vecchia maniera, refrattari a certi discorsi, per mangiare facciamo altro nella vita, non siamo tipi da classifiche editoriali e di questo io ne sono orgogliosa

In base a quali fattori avete scelto le persone da intervistare e le band a cui dare spazio nel vostro libro?

Capò: In realtà è stato facile e naturale: è bastato riavvolgere quel filo rosso (chiamato amicizia!) che mi lega/legava a molte persone con cui, in quegli lontani anni, ho avuto la fortuna di dividere il palco. Nel caso dei fratelli, è proprio il caso di dirlo, Contrasto, Affluente o Hobophobic questo legame fortissimo dura da quasi 30 anni! Nel caso di altri l’occasione per tornare a parlare di questa nostra comune passione, soprattutto con coloro che da tempo non vivon più in Italia (vedi membri di By All Means & Dissesto, rispettivamente a Berlino & Tokio).   

Monica: I sedici intervistati di questo libro-avventura sono stati scelti tra la cerchia di altri membri di gruppi hc vecchia scuola del medesimo ambito rumoroso e fertile di quegli anni. Parliamo di formazioni storiche ancora oggi in piena attività, come nel caso di Contasto, Affluente e Tear Me Down, mentre altre sciolte, come Frammenti, Sottopressione, By All Means, Kafka, Jilted, Monkeys Factory, Dissesto, Hobophobic, The Sickoids e Flop Down. Sono tutte persone del giro delle amicizie strette e delle buone conoscenze di Capò, in primo luogo, e anche mie, con particolare riferimento ad alcuni di loro. Come dicevo prima, noi abbiamo potuto e voluto raccontare quella parte della storia della nostra scena dal punto di vista interno e “palpitante”, valorizzando la mentalità e anche l’attitudine di “essere comunità” propria del nostro mondo. Il solo piano musicale non ci ha mai interessato di per sé, questo non è solo rumore; perciò, abbiamo deciso di mantenere intatto anche questo nostro istinto che ci ha portato di pancia a rivolgerci agli amici, alle buone conoscenze, alle persone incontrate da Capò sopra gli innumerevoli palchi degli anni ’90. Quelle persone che hai conosciuto una notte prima o dopo il tuo concerto hardcore e che non hai lasciato più. È quello che è successo in questi casi, sono queste le cose belle che accadono nel nostro piccolo mondo e in Schegge di rumore abbiamo voluto dare spazio al valore di questi legami speciali, indissolubili nel tempo.

Voi siete attivi nella scena hardcore da più tempo di me, soprattutto per una questione anagrafica e quindi avete vissuto un’epoca che io ho potuto conoscere solamente tramite dischi, racconti, libri e chiacchierate. Quali sono secondo voi le maggiori differenze che possono essere riscontrate tra la scena hardcore degli anni 80 e quella dei 90, non solo da un punto di vista meramente musicale ma anche dal lato politico, di attitudine, militanza, luoghi e spazi e supporto tra le rispettive band e realtà in giro per lo stivale?

Capò: Per un discorso anagrafico non ho vissuto di persona la scena negli ’80, la differenza sta solo nel fatto che negli anni ’90 ci siam dovuti reinventare una scena quasi da capo (come tipo a Viterbo dove non c’era mai stato nulla prima di noi!) anche perché di quel giro non è rimasto nessun gruppo attivo, a parte qualche isolata reunion, come il caso di Kina, Indigesti o Peggio Punx. Dei ’90, oltre ai gruppi sopra nominati, ci son rimasti anche posti, vedi Torre Maura, El Paso, Bencivenga, Ateneo Libertario o Villa Vegan, tutt’ora (r)esistenti, così come alcuni collettivi, tutte realtà tuttora in piedi, con l’inevitabile evoluzione degli anni ma con stessa immutata attitude.  

Monica: In realtà io sono nata nel 1989, perciò ho vissuto anche io quello svantaggio anagrafico per l’hardcore degli anni ’90, figurati quindi per l’esplosione punk degli anni ’80! Dall’impressione che mi sono potuta fare con il tempo, attraverso i dischi, racconti e libri e non sulla base dell’esperienza personale, è che a livello di suono gli anni ’90 portano delle grosse novità, aprendo la strada a stili e generi differenti che si sviluppano all’interno della scena (penso alla particolarità dell’hc torinese, allo straight edge, ecc.) e che hanno un impatto anche sul piano attitudinale, naturalmente. Per quanto riguarda il lato politico mi sembra esserci una continuità sostanziale con i precedenti anni ’80, lo spirito di rivolta è sempre lì che infuria e scorre a fiumi (sulla militanza ci sarebbe da fare un discorso a parte, perché purtroppo non sempre la politicizzazione si traduce in militanza), come pure la presenza viva di luoghi e spazi che tenevano in piedi la scena in quel periodo. Anzi, permettimi di dire che negli anni ’90, a quanto abbiamo potuto constatare in Schegge, si fa molto di più che portare avanti un’eredità: nascono collettivi punk e spazi anche nelle province più isolate d’Italia (come la nostra Viterbo, per farti un esempio concreto), l’hardcore si diffonde a macchia d’olio, anche grazie a fanzine, radio, ecc. Nuovi gruppi si formano ovunque, a differenza dei gruppi del decennio precedente, sciolti per la maggior parte o che stavano cambiando pelle. Forse in quel decennio successivo si era preso coscienza della propria esistenza come “mondo a parte” e della volontà di fare ancora e fare meglio, di non essere costretti a volgere al termine, di dover estinguere una fiamma ancora accesa in tanti ragazzi e ragazze solo per dover seguire le sorti delle band degli anni ’80. Questa per lo meno è l’impressione che ho avuto io.

Sottopressione

Leggendo Schegge di Rumore salta subito all’occhio che il vostro intento non sia stato quello di scrivere un libro sulla storia di un genere musicale in un determinato periodo storico, bensì quello di concentrarvi principalmente sulla scena e il movimento che ne sta dietro, sottolineando quello slogan forse un po’ troppo abusato ma sempre attuale che vede nel punk uno stile di vita, non solo musica. Cosa significa dunque per voi suonare hardcore e far parte di questa scena? Quali sono secondo voi gli aspetti più importanti o gli insegnamenti principali che vi ha lasciato il punk hardcore?

Capò: Per me semplicemente Vita; Flopdown, Tmd, Razzapparte, Neid.. un’avventura cominciata quasi 3 decenni fa e fortunatamente ancora viva & vegeta! Quello che questo Stile di vita –a cui devo tutto!- mi ha insegnato è sempre parte integrante di me: l’essere un compagno, animalista, anticapitalista, nemico giurato di questa società-galera fondata sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, dell’uomo sugli animali, dell’uomo sulla natura! Insomma, se mi volto e guardo indietro, nel Bene o Male, vedo solo Me Stesso.         

Monica: Per me l’hardcore è semplicemente come io sono. Ho scoperto il punk da ragazzina, per caso, grazie ad una musicassetta portata in casa da mia sorella maggiore. Dopo quell’ascolto, misi da parte gli ascolti tecnici delle band-divinità metal per ritrovare quel semplice frastuono. Fu come inseguire il malessere che mi divorava dentro fino a sbatterci la testa contro. Invece di un muro, trovai una porta aperta. Scoprii che dentro a quel rumore e in quel mucchio di gente c’erano tante persone che dicevano quello che pensavo anche io e agivano come anche io credevo si dovesse fare. Dopo tutto il tempo trascorso a sentirmi ovunque fuori posto, finalmente trovai una dimensione in cui mi sapevo dare un nome a quell’irruenza che infuriava sotto la mia pelle. Conobbi l’hardcore e riconobbi me stessa. Per la ragazzina che ero rappresentò un punto di svolta. Non passò molto tempo che iniziai a partecipare alle mie prime assemblee politiche, perché sentivo di dover mettere in pratica con fatti concreti ciò che andavo cantando sotto il palco. Avvertivo la necessità di coerenza e di dover portare anche all’esterno quello stile di vita contrapposto alla società che vivevo dentro di me, come esigenza di cambiamento e di trasformazione reale attraverso la lotta.

Ad un certo punto della mia vita ho conosciuto i ragazzi e le ragazze del Tuscia Clan, grazie ai concerti organizzati alla Cantina del Gojo e all’impegno politico profuso in altri ambiti della vita e della nostra città. Iniziai a partecipare alle riunioni del collettivo politico insieme a loro e dopo un certo periodo di tempo presi coraggio, domandando se potessi dare una mano al prossimo concerto in Cantina. Da quel momento in poi non ho mai smesso di portare avanti con loro l’aspetto militante con il Comitato di Lotta Viterbo e quello accacì e sociale col Tuscia Clan. L’insegnamento più importante che ho ricevuto dal punk hardcore è il do it yourself, che poi è una delle pratiche più significative del movimento, quella cioè di superare gli ostacoli e le difficoltà rimboccandosi le mani, contando sulle proprie capacità, senza delegare al mondo esterno ciò che possiamo fare a modo nostro. È la messa in pratica del concetto di autogestione, in cui credo tantissimo e che è il modo in cui riusciamo a stare in piedi da soli.

Altro elemento che permea l’intero libro è sicuramente la volontà di focalizzarvi sull’aspetto della militanza e della lotta politica cosi intimamente legati alla scena hardcore e punk e alle individualità che avete deciso di intervistare. Che importanza hanno per voi l’aspetto politico e i percorsi di lotta, così come pratiche come autogestione, occupazioni e solidarietà che da sempre animano il movimento e la scena hardcore punk?

Capò: Questi percorsi furono per me basilari per quel tipo di punk-hc, soprattutto in quegli anni. Gli anni di militanza/situazionismo passati coi Tear Me Down la dicono lunga: era dunque normale prassi partecipare ad un corteo, la sera tenere uno show in una situazione benefica e il giorno dopo magari presenziare ad un  presidio/concerto non autorizzato davanti al carcere. Così com’era abitudine (almeno qui in Tuscia) il doppio binario hc/militanza che ad esempio legava membri di Tmd & Comitato Antagonista di Viterbo, collettivo attivissimo sul territorio fra fine anni ’90 e inizi 2000, con iniziative, volantinaggi, presidi, cortei ed occupazioni!    

Monica: Sì, infatti, hai colto perfettamente. Dal momento che ci sembrava non fosse stato ancora affrontato apertamente questo aspetto, almeno per quanto riguarda quegli anni, abbiamo pensato che potesse essere utile aprire un dibattito militante intorno alla questione con chi ha voluto condividere con noi il proprio vissuto. Essendo l’hardcore un movimento in aperto conflitto con la società, le sue regole morali non scritte ma ugualmente imposte e con le sue leggi codificate create a vantaggio esclusivo del ceto sociale dominante – tutte queste cose vanno sotto il nome di Capitalismo –, è presente in esso una grossa componente di critica politica e sociale all’esistente, come sappiamo benissimo. Proprio come oggi, però, anche allora non esisteva un unico modo di vivere questi diversi aspetti e di metterli in relazione tra loro. Nelle interviste di Schegge di rumore emergono nettamente i diversi punti di vista personali, come pure le sensibilità e prassi. Ci sono casi in cui le cose coincidevano, cioè c’erano persone che suonavano, erano anche politicizzate e, inoltre, facevano parte di collettivi politici; poi c’era chi suonava e aveva pure posizioni politiche chiare che venivano comunicate attraverso le canzoni del gruppo ma non faceva parte di collettivi, perché dentro di sé considerava già questa cosa come militanza; oppure c’è chi, partendo dallo stesso presupposto del caso precedente, invece, la percepisce questa differenza tra l’essere politicizzati e il militare attivamente, ma sente come più giusto o naturale continuare a fare agitazione da sopra il palco; infine c’è anche chi suona ma non è interessato all’azione politica né la mette in pratica. Quindi, come vedi, gli scenari e pure gli orizzonti sono eterogenei, a volte molto lontani tra loro.

A livello personale, mi sento vicina alle esperienze in cui si percepisce intensamente la necessità di mettere sottosopra le città con tutti i mezzi a disposizione, dai presidi alle azioni, dai concerti alle manifestazioni, dalle assemblee alle situazioni di piazza… «tutto sotto lo stesso cielo», come dice uno dei nostri amici intervistati. Come già accennavo prima, oltre a far parte di un collettivo punk – il Tuscia Clan -, sono una militante politica del Comitato di Lotta Viterbo, perché sento il bisogno di portare anche all’esterno questo stile di vita in guerra con lo stato di cose presenti. Inoltre, partecipo alle attività che svolgiamo nella nostra sede a Viterbo. Questo posto si chiama Officina Dinamo, è la sede politica del Comitato ma anche un punto di riferimento per chiunque abbia dei guai con la legge o problemi sul posto di lavoro, grazie all’impegno del nostro sportello legale e di quello sindacale (S.I. Cobas Viterbo). Inoltre, Officina Dinamo rappresenta anche un importante luogo di aggregazione sociale per merito dei corsi popolari di allenamento calistenico curati dai nostri compagni del team Riot Squat e grazie al gruppo escursionistico L’Oplita. Officina Dinamo è un posto fantastico, che abbiamo cercato per tanto tempo e costruito attraverso le lotte sul territorio e grazie al sostegno di tutti quelli che in questi anni ci hanno supportato nelle tante realtà che portiamo avanti.

Come penso si capisca, le cose più importanti nella mia vita sono la militanza, la lotta di classe, la forza della lotta rivoluzionaria, la distruzione dello Stato e della sua smisurata violenza, il rifiuto di un destino fatto di miseria imposta, la gioia della vita vissuta senza paura. Ad ogni modo, al di là della posizione personale, credo pure nel principio generale della coerenza: non sono ossessionata dal fatto che una persona o un gruppo sia politicizzato o meno (preferirei ci fosse maggiore militanza, ovviamente!), però l’importante è che non si vada a millantare sopra o sotto il palco di fare cose che poi nella realtà non si avrebbe il coraggio di fare.

Contrasto

Forse la domanda più difficile, ma anche quella più stimolante. Che differenze avete notato tra la scena degli anni 90 e quella attuale? Secondo voi c’è ancora quell’idea che l’hc puo’ e deve essere una minaccia per questo esistente e non solo musica?

Capò: Parlando sempre di hc italiano vedo ad ora un buon ricambio generazionale di “giovani/vecchi” come Suddisorder, Carlos Dunga, My Own Voice, LaPiena, A Fora De Arrastu, SFC, Carne, o come la recente reunion Congegno al Marci Su Roma 2021. Quindi ecco, l’unica differenza percepita può essere giusto stilistica. Per quanto riguarda l’hc infine credo che, per sua natura, se non proprio impegnato almeno una minaccia dovrebbe esserlo, o meglio sarebbe auspicabile! Purtroppo -a mio modesto parere, grazie pure alla tecnologia nelle mani della classe dominante borghese- dal G8 di Genova del 2001 in poi le strategie di controllo e repressione di Stato si sono affinate e stratificate; vedi le infami Operazioni Cervantes, Fuoriluogo, Scripta Manent, Bialystok, Sibilla, etc…! Ma è pur vero che l’esistenza stessa di band militanti come Contrasto (arrivati a quasi 30 anni d’attività) Ludd (22) Le Tormenta o Cospirazione etc.. sono la prova che la fiamma non s’è definitivamente spenta, e che qualcosa di buono nel cosiddetto “punk di protesta” resiste ancora, non solo a livello di testi o mera musica.   

Monica: Anche qui gli orizzonti e le pratiche a volte sono differenti da città a città, da collettivo a collettivo punk. Questo proprio per il problema per il quale non sempre coincidono militanza politica (organizzata o meno) con il proprio istinto di rivolta e disgusto per ciò che ci circonda. Io credo che il punk da solo non basti a produrre un cambiamento su vasta scala, ma che vada concretizzato anche col quotidiano conflitto. Avendo la fortuna di stare in un collettivo in cui si fa moltissimo e nel quale le compagne e compagni non concepiscono questi aspetti come due cose separate l’una dall’altra, posso dire che essere una minaccia per questo mondo putrefatto non sia solo una possibilità, bensì una realtà concreta.

“The Class War Has Started” – Volantino dei Nausea sulle rivolte di Tompkins Square Park dell’agosto 1988

Seguendo la pagina facebook dei Nausea, storica e seminale anarcho-crustcore band newyorkese, mi sono imbattuto proprio negli scorsi giorni in un volantino intitolato “The Class War Has Started”. Un volantino scritto da Amy, cantante del gruppo, e firmato dall’intera band, in merito alle rivolte che hanno interessato Tompkins Square Park nell’estate del 1988. Un volantino che pur essendo stato scritto trentatré anni fa, ritengo possa avere non solo una sua importanza storica per sottolineare i rapporti tra scena anarcho/hardcore punk e movimenti sociali di rottura e di rivolta, ma anche una sua attualità per tornare a ragionare sul ruolo e sul potenziale che potrebbe avere il punk e i punx ancora oggi, se proprio vogliamo continuare a vedere in esso quella famosa “minaccia nei confronti dell’esistente” con cui noi tuttx, io per primo, ci siamo riempiti la bocca per troppo tempo forse in maniera fin troppo retorica e inoffensiva, per pulire le nostre coscienze dall’immobilismo in cui ci siamo impantanati. Come concludevano nel volantino i Nausea, l’invito è sempre quello di agire e cambiare tutto!

Breve storia delle rivolte di Tompkins Square Park

Sabato 6 agosto 1988 scoppiarono quelle che son passare alla cronaca come le rivolte di Tompkins Square Park. Negli anni 80 Tompkins Square Park aveva iniziato ad essere l’incarnazione materiale dei problemi socio-economici e del divario di classe che aumentava a New York. Dopo il crollo economico degli anni 70, New York stava attraversando infatti un forte processo di gentrificazione dei quartieri popolari e proletari, nei quali le abitazioni “a basso reddito” iniziarono ad essere demolite per far spazio a condomini e appartamenti di lusso. In questo contesto le imprese immobiliari la facevano da padroni assoluti, alzando gli affiti in quartieri storicamente popolari e inasprendo il conflitto tra le classi sociali. Nei mesi antecedenti alle rivolte, moltissime persone senza casa iniziarono a stanziarsi stabilmente all’interno del parco di Tompkins Square, un parco noto per lo spaccio e utilizzo di eroina, così come per essere punto di ritrovo per assemblee degli anarchici e teatro di concerti punk che duravano tutta la notte. I residenti benestanti iniziarono ad avere paura e a lamentarsi della presenza di senza tetto, punx, anarchici e reietti di ogni tipo che, a detta loro, sporcavano l’immagine del nuovo quartiere gentrificato e che disturbavano la quiete pubblica e la pace sociale. Di fatto Tompkins Square Park divenne nel giro di pochi mesi un vero e proprio luogo di ritrovo non solo per chi venne sfrattato e rimase senza casa, ma anche di tutti coloro che non accettavano il processo di gentrificazione e le diseguaglianze socio-economiche della città di New York.

Il New York City Parks Department per tentare di porre fine a quella che era diventata una vera e propria situazione abitativa nel parco e un luogo di organizzazione di concerti, feste e assemblee, impose il coprifuoco all’una di notte. Coprifuoco che però non fece altro che inasprire il conflitto e le tensioni tra gli occupanti del parco da una parte e i cittadini benestanti e le autorità cittadine dall’altra. Dopo una prima protesta organizzata il 31 luglio e sedata immediatamente dalla polizia, gli occupanti e gli abitanti del parco decisero di chiamare una nuova manifestazione, a cui parteciparono centinaio di persone, per il 6 di agosto per protestare contro e infrangere il coprifuoco al grido di “la gentrificazione è guerra di classe”. In pochissimo tempo la manifestazione si trasformò in un vero e proprio riot con tanto di blocchi del traffico e lanci di bottiglie e mattoni contro la polizia. Presa alla sprovvista la risposta delle forze di polizia fu quella di chiamare altri 400 uomini, circondare il parco e iniziare a caricare la folla di insorti e occupanti. Come raccontato in diverse cronache di quei giorni, molti degli agenti nascosero i loro distintivi per proteggere la loro identità mentre colpivano e picchiavano indiscriminatamente i manifestanti. Gli intensi scontri tra rivoltosi e polizia proseguirono fino alle sei del mattino successivo. La rivolta terminò con 44 feriti, più della metà tra le fila dei punx, anarchici, senzatetto, proletari e sottoproletari, e con la distruzione dell’accampamento delle persone che avevano occupato il parco come fosse casa loro.

Come evidenziato nel volantino stampato e distribuito dai Nausea che potrete leggere di seguito, i riots di Tompkins Square Park furono un momento in cui esplose evidente la lotta di classe, una situazione di unità e solidarietà tra tutte quelle individualità colpite dalla gentrificazione e dalle disuguaglianze socio-economiche e di volontà di resistere alle violenze poliziesche, così come la volontà di occupare, in risposta al disagio abitativo, un determinato luogo e viverlo attraverso la pratica dell’autogestione, senza il permesso o la concessione da parte delle autorità cittadine. Una situazione in cui il movimento anarchico e la scena punk hardcore di New York hanno giocato un ruolo importante, riaffermando che il punk dev’essere una minaccia per questo esistente e i/le punx devono stare in mezzo alle lotte reali.

“The Class War Has Started”, Nausea

Solo una settimana fa centinaia di persone si sono riunite per difendere i loro diritti, le loro case e se stessi contro gli strumenti dei loro oppressori, la polizia. I loro burattinai: i proprietari terrieri, le corporazioni e gli Yuppie Influx che hanno iniziato un processo che sta rimuovendo il popolo della nostra terra, la nostra eredità e quel poco di libertà che ci rimane da esercitare. Una rivolta scaturita dalla manifestazione dello scontro tra gentrificazione e umanizzazione, oppressione e libertà.

Anche se in superficie la ricompensa può sembrare minore (l’innalzamento del coprifuoco del parco), riconosciamo ciò che abbiamo veramente vinto: il diritto alla rivolta, l’orgoglio del popolo, il potere delle masse e le possibilità che derivano dalla nostra nuova libertà trovata.

Il popolo ha perso di vista il potere che possiede. Questo mondo può essere autogestito dal popolo!
Purtroppo la maggior parte ha deciso di liberarsi della responsabilità e optare per un’alternativa apatica ma facile di seguire regole e percorsi stabiliti dal sistema. Di tanto in tanto al popolo viene ricordata la sua perdita ed è ancora più raro che decida di riprendersi ciò che gli appartiene. Il 6 agosto, ispirato da un piccolo raduno di combattenti per la libertà (freedom fighters nel testo originale), il popolo ha fatto proprio questo. Per qualche ora abbiamo lottato per la vita e i diritti che ci sono stati negati fin dalla nascita.

Si, è stato tutto questo.

Anche i passanti innocenti e apparentemente ingenui presero parte alla lotta mentre riaccendevano temporaneamente e rilanciavano la loro rabbia e il loro odio per il sistema attraverso la ribellione. Il coprifuoco del parco era solo un simbolo dell’oppressione che stavamo combattendo. Abbiamo combattuto lo Stato, il governo e le corporazioni. Abbiamo negato il loro potere, la loro autorità e la loro influenza sulle nostre vite. Soprattutto, abbiamo preso le nostre vite e il nostro potere nelle nostre mani, dove appartengono. Abbiamo creduto in noi stessi, il popolo.

Molti dicono che siamo stati vittoriosi. Non solo abbiamo alzato il coprifuoco ma abbiamo risvegliato il resto del mondo alla realtà della guerra di classe, alla condizione del popolo. Le forze di polizia si sono prese la responsabilità di dimostrare la loro natura corrotta e violenta, ma il resto è toccato a noi.

Tuttavia, poche ore non furono sufficienti, perché dopo i festeggiamenti molti tornarono a casa orgogliosi della loro vittoria. Sono seduti nei loro salotti a rievocare i notiziari e a sperare che quelle poche ore di indipendenza, libertà e beatitudine ribelle possano vivere per sempre nei loro cuori e non solo nei loro ricordi.

Non deve essere un ricordo, riprendetevi il vostro potere! Riprendetevi le vostre vite! Abbiamo dimostrato che possiamo unirci per il cambiamento, unirci per una causa comune. Nessuno è contento di questo mondo corrotto e perverso.

Divisi siamo deboli
Uniti possiamo cambiare tutto!
Agiamo ora!

“L’Hardcore è Solidarietà e Lotta, No Business Punk!” – Intervista ai Jilted

Dopo averli visti suonare dal vivo in occasione della decima edizione del Go Fest! nella splendida cornice del centro sociale occupato e autogestito Strike lo scorso settembre, ho pensato, a distanza di qualche mese, che fosse un’ottima idea scambiare due chiacchere con i Jilted, nome storico della scena crust hardcore italiana. Attivo dalla fine degli anni 90, il gruppo di Alessandria rappresenta ancora oggi una garanzia in termini di attitudine e di visione dell’hardcore punk come musica politicamente impegnata, consapevole e intimamente legata a pratiche quali diy, solidarietà e autogestione. Di questo e di molto altro ho parlato nel corso di questa intervista insieme a Fulvio e Koro. No business punk!

Ciao ragazzi! Dato che vi ho visti dal vivo a settembre in occasione del Go Fest! 10, vorrei proprio iniziare da quell’evento. Com’è andata? Cosa significa per voi, band ormai in giro da più di vent’anni, suonare ad un concerto come il Go Fest! che è divenuto negli anni punto di riferimento per tutti gli amanti dei generi più estremi dell’hardcore, del punk e del metal?

Ciao! Il Go Fest 10 è stata un’esperienza veramente unica. Un festival organizzato molto bene, ottima promozione e bands provenienti da tutta Italia,isole comprese (cosa piuttosto inusuale), con una affluenza di pubblico incredibile! Credo di non aver mai visto così tanta gente ad un concerto o festival hc in Italia, se non a fine anni ‘80/inizio ‘90. Probabilmente anche il fatto di non aver potuto organizzare concerti per così tanto tempo a causa delle restrizioni per il Covid-19 ha influito positivamente, la gente aveva voglia di un’esperienza simile.

Quando siamo stati contattati per suonare abbiamo subito accettato molto volentieri, non suonavamo a Roma dal 2014 ed è stato un onore far parte del Go Fest 10 ed è stata la dimostrazione pratica che anche in Italia ci sono molti gruppi validi e molta gente che segue la scena. Abbiamo incontrato amici che non vedevamo da tantissimo tempo,altri che vediamo più spesso, in definitiva una delle migliori situazioni di sempre.

Siete in giro dalla fine degli anni 90, avete visto passare band, mode, spazi occupati, situazioni diverse. Quali sono secondo voi le più grandi differenze all’interno della scena hardcore e punk da quando avete iniziato ad oggi? Cosa pensate si sia perso invece in termini di attitudine, militanza e attivismo rispetto a quegli anni?

(Koro) In quegli anni c’erano sicuramente piu’ spazi,centri sociali autogestiti,squat,negozi di dischi ecc..,erano realta’ molto diffuse in quasi ogni citta’,ed erano una presenza forte sul territorio. oltre a dare un approccio diretto ad una cultura alternativa ed antagonista con la distribuzione di volantini informativi,dischi,cassette,libri,fanzines ecc..,coinvolgevano parecchia gente in ogni iniziativa,concerto,manifestazione. c’era forte interesse e un grande senso di appartenenza. Oggi molti spazi che davano queste possibilita’ sono stati chiusi o sgomberati,ci sono meno punti di riferimento. Ad Alessandria il “Perlanera” e’ molto attivo ed e’ sempre un gran posto da supportare. Come differenze,negli anni 90,ovviamente c’erano mezzi di comunicazione diversi,non c’era tutta la tecnologia di oggi,era tutto un po’ piu’ “artigianale”. Ci si teneva in contatto con gli amici della scena via lettera e telefonate sul fisso a ore pasti,si faceva tanto “tape trading”,si scambiavano paccate di cassette duplicate con amici della zona e in giro per l’Italia per conoscere nuove e vecchie band che non si erano mai ascoltate. Il materiale nuovo dei gruppi andava esaurito in breve tempo,ai concerti davanti ai banchetti delle distro c’erano sempre decine di persone,comprare dischi era una cosa molto piu’ diffusa.

Da sempre suonate un crust-hardcore sia radicato nella tradizione italiana dei Wretched sia influenzato dal crust punk europeo degli anni 80/90. Cosa significa per voi suonare questo genere? Quale pensate possa essere ancora oggi nel 2021 la potenzialità di suonare un punk ancora fortemente conscio dal punto di vista politico e sociale?

(Fulvio) Suoniamo grosso modo lo stesso genere da oltre 20 anni, con qualche miglioramento a livello di sonorità e per noi è fondamentale unire tematiche socio/politiche/ecologiste nonché un’attitudine d.i.y. alla sonorità punk hardcore, tutto l’insieme costituisce l’energia che ci fa andare avanti. Io suono da oltre 30 anni e se non fosse per tutto ciò che sta dietro alla musica fine a se stessa probabilmente avrei già smesso.

Da sempre siamo interessati e affascinati dalle pratiche d.i.y., io ho gestito per anni Angry records (etichetta/distribuzione) e in precedenza collaboravo con Shove records tuttora attiva e ancora oggi “spaccio” qualche disco,libro,fanzine principalmente agli amici della zona. Come hai detto tu, siamo stati influenzati da Wretched, Impact e innegabilmente anche da Wolfpack, Anti-cimex, Doom, Hiatus ma non solo dal punto di vista musicale; continuare a suonare un certo tipo di hc nel 2021 non cambierà sicuramente lo stato delle cose nel mondo ma credo che possa essere utile a qualche “giovane leva” come stimolo per approfondire certe argomentazioni ed avvicinarsi ad un certo modo di pensare e di comportarsi.

Il vostro ultimo disco in studiò e stato Venti di Guerra, pubblicato nel 2013. Finalmente lo scorso anno, in pieno pandemia, avete annunciato le registrazioni di un nuovo capitolo della vostra discografia intitolato “Nell’Ingiustizia e Nel Silenzio”, dandoci in anteprima sia lo splendido artwork di copertina che una nuova devastante traccia “Nel Sangue”. Quali saranno le differenze con i vostri precendenti lavori sul nuovo disco? Su quali tematiche vi siete concentrati per scrivere i testi?

(Fulvio) La registrazione del nuovo LP era in previsione da molto tempo, il precedente “Venti di guerra” era uscito in cd nel 2013 ed in LP nel 2015, ma siamo piuttosto scombinati nel fare pezzi nuovi; inoltre a fine 2017 abbiamo cambiato batterista quindi abbiamo passato un po’ di tempo a provare i pezzi già editi, abbiamo fatto un po’ di concerti e ci siamo poi finalmente decisi a comporre pezzi nuovi e registrare.

Non credo che ci siano grosse differenze rispetto ai dischi precedenti sia a livello musicale che per quanto riguarda le tematiche trattate; qualche pezzo è un po’ più articolato rispetto alla precedente produzione ma pur sempre veloce e aggressivo. Una differenza c’è stata a livello produttivo, infatti siamo finalmente riusciti a registrare nella nostra sala prove, grazie al nostro amico Roberto che ha portato da noi il suo studio mobile “Rec fast die young” e in tre giorni “full immersion” abbiamo sistemato e registrato tutti i 9 pezzi che compongono l’lp e il risultato per noi è molto soddisfacente.

Abbiamo curato anche maggiormente la parte grafica, copertina e foglio interno, da poco abbiamo mandato tutto in stampa ma a causa dei tempi odierni l’lp uscirà per fine Febbraio 2022. Per i testi come sempre ci siamo ispirati alla vita di tutti i giorni, a tutte le porcherie che ci circondano, inquinamento, ingiustizie sociali, razzismo, capitalismo, globalizzazione...

Continuando a parlare del vostro nuovo disco, la cui pubblicazione vedrà ancora una volta la collaborazione di una vera e propria cospirazione di etichette e distro DIY, volevo chiedervi quanta importanza hanno per voi come Jilted pratiche come appunto do It yourself, autoproduzioni, autogestione ma anche solidarietà e supporto reciproco tra band e individui all’interno della scena hardcore?

(Koro) Sicuramente il d.i.y. e’ sempre stato fondamentale per i jilted,fin dall’inizio.con le nostre forze abbiamo attraversato piu’ di 2 decenni e con l’aiuto e supporto di altri gruppi,amici di etichette e distro,siamo riusciti a mandare in stampa diversi dischi e suonare decine di concerti in quasi tutta Italia e all’estero. Anche per questo nuovo lp,la formula e’ sempre quella:una grossa mano da etichette d.i.y. per la stampa e distribuzione. Solidarieta’ e supporto reciproco sono le fondamenta su cui una scena si regge ed esiste.

Nel 2018 avete partecipato alla compilation Non Un Sasso Indietro volume 2, pubblicata dagli amici e compagni di Distrozione. Quella compilation era benefit per sostenere le lotte contro le frontiere e quelle all’interno dei centri di detenzione, quindi quanto sono importanti queste pratiche di solidarietà e complicità con compagnx e individualità che lottano contro lo Stato e il Capitale?

(Koro) Dare la nostra disponibilita’ per concerti benefit e compilation come questa,pubblicata da Distrozione e’ un segnale forte di solidarieta’ verso chi subisce sulla propria pelle gli introiti politici, le logiche e forme repressive di uno stato, che in questi anni ha pianificato questo “mercato” di esseri umani. E’ sicuramente importante per noi quindi supportare e collaborare con chi nel proprio piccolo da’ un segnale di dissenso verso tutto questo.

Nel corso degli anni avete suonato con band fondamentali all’interno della scena crust/hardcore punk europea (ma non solo) come Doom, Visions of War, Asocial, così come con i brasiliani Armagedom e i giapponesi Beyond Description (con cui avete anche condiviso uno split). Quali sono i vostri ricordi di queste esperienze in giro per l’Europa? Quali sono le band con cui siete più orgogliosi di aver condiviso date e palco? Quali invece i momenti e le situazioni che vi hanno dato più fastidio?

(Fulvio) I nostri ricordi dei concerti in giro per l’Europa sono senz’altro bei ricordi, sinceramente non abbiamo mai trovato situazioni “catastrofiche”. Io ricordo con particolare affetto un paio di date in Belgio con Visions of war, Olho de gato e Twisted System, erano le nostre prime date all’estero e mantengo ancora oggi un rapporto di amicizia con alcuni componenti (o ex) di quelle bands. Altri ricordi particolarmente piacevoli sono il tour in Germania con i giapponesi Beyond Description ai quali avevo prodotto l’lp “A road to a brilliant future”, l’Anti-fascist festival a Stoccarda con Behind Enemy Lines, Cluster Bomb Unit….. migliaia di Km , poche ore di sonno accampati ma tante soddisfazioni a livello umano/emotivo. Non parlerei proprio di orgoglio ma direi che siamo stati particolarmente contenti e soddisfatti di aver condiviso il palco con Doom, Mob 47, Wolfbrigade, Sin Dios, Asocial ecc.

Una delle poche situazioni spiacevoli si è verificata qui in Italia, nemmeno molto tempo fa ad un festival,dove (pare) che una delle band abbia preso tutto il poco incasso della serata e se ne sia andata lasciando tutti gli altri gruppi a mani vuote…….il punto non sono i soldi ma il gesto in sé, imbarazzante!

Parlando per un momento della vostra città, vi va di raccontarmi/raccontare a chi leggerà un po’ la storia della scena hardcore punk di Alessandria?

(Fulvio) Alessandria è una piccola cittadina di circa 95 mila abitanti ma ha sempre avuto una scena punk hardcore attiva e prolifica. A partire dai primi anni ‘80,i Peggio Punx hanno dato inizio alla scena punk hardcore in città, hanno contribuito alla nascita del centro sociale “Subbuglio” ed è iniziata un’attività live non da poco che ha visto passare la maggior parte dei gruppi hc italiani degli anni ‘80 e,successivamente (nella seconda sede) anche quelli degli anni ‘90. Dalla fine degli anni ‘80 in avanti sono nate svariate bands quali Permanent Scar, Point of View, Burning Defeat, Insult,Bhopal e altre ancora fino ad arrivare ai giorni attuali con ancora attivi Jilted, Drunkards, Rogue State, Suicideforce, Cranked. Oltre al C.S. Subbuglio, in città ci sono stati il Forte Guercio Occupato che è stato attivissimo per tutti gli anni ‘90 e prima decade dei 2000, oltre a una miriade di gruppi italiani passarono in città Disorder, MDC, UK Subs, Intensity, Agnostic Front, Madball, Sick of it all, No Fx, Blue Cheer e molti altri. Ci fu ancheil C.S. Crocevia ed ora c’è il Laboratorio Anarchico Perlanera molto attivo con concerti, mercatino autobiologic, presentazione di libri ed altre iniziative.

Siamo giunti alla fine di questa chiacchierata/intervista/chiamatela un po’ come volete, quindi vi lascio questo spazio per aggiungere qualsiasi cosa vi passi per la testa. Vi ringrazio ancora per la disponibilità a rispondere alle mie domande, lunga vita ai Jilted!

Grazie a te per la bella intervista e per esserti interessato ai Jilted,speriamo di tornare presto a suonare dal vivo,magari con un po’ di copie del nuovo lp e di proseguire piu’ a lungo possibile!

La tristezza è ribellione.

Una toppa sulla tua schiena mi dice che la tristezza è ribellione, mentre io continuo a disegnare col dito il contorno di questa città che sembra un volantino di un concerto punk che non c’è mai stato.E che forse non ci sarà più.
Stiamo lentamente scomparendo, stretti in un abbraccio illudendoci di sopravvivere ad un altro inverno e ad un’altra guerra immaginaria con nemici immaginari. Ma io sono solo uno scemo di guerra e ho già disertato.


Forse un giorno tutte le luci di questa metropoli si spegneranno di colpo, un improvviso blackout nei nostri occhi, e le strade smetteranno di essere un groviglio che non porta da nessuna parte. E i sottopassaggi delle superstrade diverranno luoghi in cui fare l’amore o respirare insieme di avvisi agli insorti e ricette per il caos.
Forse un giorno i cocci di bottiglia che calpesto sotto i piedi in questo enorme, lercio e umido capannone, diverranno lame da puntare alle nostre gole corrose, soffocate da urla inoffensive che nessuno vuole più sentire.
Forse un giorno non ci sentiremo più così soli e sconfitti, stringendoci le mani tremanti indosseremo i panni di una tempesta pronta a spazzare via l’alienazione che ci divora e le paure che ci immobilizzano.
Il futuro è solo un cappio attorno al nostro collo, mentre noi, ancora una volta, decidiamo di sfoggiare il più triste dei sorrisi che ci hanno insegnato a fingere.


Le lacrime sul mio volto sciolgono il rossetto sulle tue labbra. Specchiati in quella pozzanghera di fango, osserviamo le nostre guance arrugginite e ci ripetiamo che la tristezza è ribellione. No, non è depressione. È il sabotaggio dell’esistente. È l’attacco mirato alle contraddizioni che ci ingannano, rendendoci immobili e inoffensivi. Le tue labbra mi sussurrano cospirazioni di orgasmi inafferrabili che esplodono come boati assordanti. È giunta l’ora, non possiamo più soffocare l’istinto. Affinità e divergenze, tensioni da non sopprimere e sentieri ancora da battere.
Ci incontreremo lontani da qui, in un posto qualunque altrove da noi due.
Sii prudente, fai perdere le tue tracce.

Yanka 30/12/21

Lo Spirito può Continuare (di Gabryela Yankov)

Cosa ti può fare questa vita?
Mentre si liberano le lacrime,
Ci si lascia alle spalle fantasmi,
Si contano cicatrici,
Si vivono amori.
Cosa può fare il punk hardcore?!..
Forse dissipa illusioni,
Da una forma più decisa ai sogni,
Non insegue denaro o la fama,
Ma segue strade cercando di non perdersi,
Magari in giro da giorni?
Trasandati e senza lavarsi.
Viaggiare senza biglietto,
Il favoloso brivido della trasferta,
Macinare chilometri,
Tossire città.
Mangiare sigarette,
Bere disperazione,
Fumare urgenza,
Guidati da voglia d’allegria.
Cosa può fare il punk hardcore?
Aiuta a sentirsi meno sol, Unisce disadattat,
Non immagina copertine o
Collezioni compulsive.
Non sono toppe…
Spille,Tragedy o Slogan,
A cambiare la tua vita?!
Quell* sei tu.
Cosa può fare il Tupa Tupa?
Forse far nascere amicizie sincere
Contro tutto,
Ingannando gelosie,
Tritando possesività,
Difendendo le fragilità,
Aiutandosi fra deboli…
Disintegrando l’attenzione fine a se stessa,
Mischiando l’impegno con il divertimento.
Non leccando il culo a nessun… Cosa può fare il punk? Schifo di niente Paura di nessun*
Cosa può fare?
Forse sdrammatizzare l’impossibile?!
Forse può cacciare una risata che si fa beffa del uomo?
Lo spirito può continuare,
L’immortalità non serve.
Viva tutti i miei guai
Un ritmo interminabile
Non importa come finirà?
Sempre con te sarò
Ovunque con te andrò,
Per giorni forse non dormirò?
Non deludi mai,
In ogni sfiga mi aiuti e lo sai?!
1 2 3 4…

Gabryela Yankov 27/12/21

“Punk is About Politics and Not Just About Having a Good Time” – Interview with Nukke

Suddenly emerged from nowhere with the devastating “No More Peace“, a mix of metalpunk and d-beat that leaves no way out, Nukke are undoubtedly one of the most interesting projects of the whole hardcore and punk scene of the last year. It’s not only music though for Nukke, because as Jimmy tells us in the interview : “punk is about politics and not just about having a good time.” Enjoy reading and let’s keep making punk a threat and a tool against oppression!

Hi Nukke! Let’s start with the simplest questions. When and why was the band born? Would you like to give us a short biography?

Hi Disastro Sonoro, Jimmy here from NUKKE. Thank you for taking the time to interview us, we are appreciative of that. the band started whilst me and Hugh were touring with another project of ours and we came to the conclusion that we wanted to play punk together again(we had previously played in a punk band together but both left). We were in Italy, which at the time was the first European country to be struck with COVID, so it felt right to have a band that reflected the dystopic future about to turn present.

No More Peace,” your first record, was definitely one of the most worthwhile and interesting works in d-beat/hardcore punk of all of 2021. Musically and lyrically what influenced you in the composition of the various songs?

Thank you for the kind words. I wouldn´t consider NUKKE a D-beat band, it sure has a lot of D-beat in it but it´s also very dynamic throughout which is not the case for D-beat bands which stick to the DISCHARGE/DISCLOSE formula. Musically there is a lot of punk and heavy metal intertwined as bands like later ANTI CIMEX/G.I.S.M./BROKEN BONES/ ENGLISH DOGS play a huge inspiration of us. We are also huge metal fans so bands like VENOM, BATHORY or even IMPALED NAZARENE also add up to the sound. That´s why I would think that NUKKE is more of a metalpunk band but with it´s own twist. Lyrically and aesthetically there is no need at all to draw inspiration from anywhere other than the world we ar living in and the collapse that will come in the near future. This is something very real that many seem to ignore. Bands love to talk about war but forget that there is a cold war going on all the time against us through fear and manipulation of the masses.

In a genre like d-beat, perhaps back in fashion in recent years, it seems to have all been said and done already. To an inattentive listening in fact the d-beat seems a genre little inclined to innovations and in which it is increasingly difficult to find personal solutions. What still fascinates you about this genre? What was your approach to d-beat/hardcore punk in life?

As mentioned before we try o add up our influences in a way that is our own and did not set out to sound like the band X or Z. It comes from a very sincere place and the main goal is for us to make music we enjoy listening. In that sense we were able to sound different from the regular bands but you can pinpoint moments in the music that sound familiar at the same time. The artwork was also something that is very unlike the other bands in the genre and that was done with that purpose, to add something “real” and bleak to match the sound. The same approach to our music can be translated to our own lives, to drawn inspiration from what inspires you and make it so that you recicle it into your own bubble of influences intead of straight mimicking what other people do. Thinking for oneself is something that is a cannon to punk and should not be lost.

One question I’d like to ask any band or individuality I have the pleasure of interviewing is this: what does playing hardcore punk in 2021 mean to you? What do you think are the potentialities of a genre like this one that for its nature and history has to do with concepts of rebellion, political struggle and an anti-authoritarian, anti-capitalist and DIY attitude?

It is of the utmost importance to live your life according to those principles especially in a time in which our little freedoms are being taken away with fearful consent. Punk is what opened my eyes to the injustices of this world and it shall remain a conduit for doing so. The message has to be spread and the voices of dissent can´t be silenced.

Within “No More Peace“, as per the best d-beat tradition, the anti-militarist theme seems to represent a very important and central part. What does anti-militarism mean for you? What scares you more than the possible current imperialist wars made, as always, in the name of profit?

Our anti-militaristic views and the “war” we write about and stand against is the metaphoric war fought against our minds, as mentioned before. None of us have seen real war, nor every other band that talks about war, but what we know is that war can be silent and we are all victims of this war of fear.

In the last few months I’ve managed to interview two other great Portuguese bands, Nagasaki Sunrise and fellow friends Corrupted Human Behavior. How is the situation of the DIY hardcore punk scene in Portugal? Which are the realities (collectives, squats, zines, bands) more interesting and with which you have more connections?

NAGASAKI SUNRISE is a great Burning Spirits styled metalpunk band and I´ve known the guys for ages. They work hard and deserve the recognition they are getting, which is something hard for a Portuguese band to do, since we are in the “butt of Europe” we don´t get that much attention. CORRUPTED HUMAN BEHAVIOR is also a great band with a bright future ahead with their hommage to stenchcore that gets more “polished” by the second. Other great bands that come from Portugal and are aiming at the right direction are DISHUMAN(kids playing the sickest D-beat worship), SCATTERBRAINIAC(One-man catchy as hell snotty punk rock), DOKUGA(Legendary Oporto punk hardcore) and ANTINOMIA(fast hardcore for fans of VOID and NO TREND). Please do check these bands out. The scene is a hit or miss sometimes, it doesn´t seem to be in its fullest potential yet. There is a lot of division, elitism and a lot of partying and not enough real discussion and activism. The older generation seems to waste more time discussing who is the “punkest” or has more “punk status” rather that creating ways to educate the younger generation on solving issues. But the younger generation can sure change that. Punk is about politics and not just about having a good time. Period!

Future projects? Are you already working on a new album or are you planning concerts and tours?

We have a new album recorded and is in it´s mixing phase. It´s even more dynamic that “No More Peace” and deals with even more bleak topics. We have some gigs linned up for outside of Portugal and soon we will have some here. Just waiting for all this mess about quarantines to slow down.

Your great debut record was released by D-Takt and Råpunk Records, one of the most active labels in d-beat, raw punk and hardcore. How did you get in touch with them and how did the collaboration for the release of No More Peace come about?

I simply sent an email to Jocke, who is the most dedicated dude ever, stating that we loved the label and wanted to work with him. We love all the bands in there and it would be an honour to share the same “space” as so many great acts. Jocke loved our stuff and there you go!

Dear Nukke we have come to the end of this talk. I’m leaving this space completely up to you to add and write whatever else is on your mind! Thanks again for accepting the interview and spending your time answering my questions!

Thank you once again for the interview and thank you to whoever is reading this because it matters to be hear. Please help make punk political again and a tool against oppression. There are a lot of ways one can act and small changes in our own lifes can make an impact on others. Ask yourself if you are the solution or the problem? What are you contributing to your locals scene? Is it getting better because you are in it? Strive to b the change you want to see in the world and be active! Peace out!

Working Class Grind-violence Galá! – Giorni Neri is Back!

“Sono parte dell’hardcore la musica e il pensiero”

Giorni Neri Is back! E con lui anche gli inutili live report che ero solito scrivere agli inizi di questo blog ritornano a gamba tesa e senza nessuna apparente ragione valida. Dopotutto per me scrivere live report è sempre stato solamente un modo di incidere nella memoria e nel racconto serate, live e situazioni che pensavo meritassero di essere raccontate anche a parole perchè rappresentative di un certo modo di vivere la scena e la musica hardcore. Soprattutto quando si trattava e si tratta, come in questo caso, di una serata che non fatico a definire “intima”, visto che tra band e organizzatori ho potuto riassaporare finalmente quello “spirito che continua” e quella comunione di tensioni e volontà che forse sentivo mancare da tempo. Bando alle ciance e alle fregnacce, partiamo con il racconto di questi Giorni Neri Is Back, organizzato come nome tradisce dal collettivo Giorni Neri dei bellissimi Achille e Fez e che vuole essere un anticipo, un assaggio, del Giorni Neri Fest che a febbraio vedrà la sua quarta edizione! Nella cornice del nuovo splendido FOA Boccaccio, ultimo avamposto di resistenza in una delle città più borghesi e gentrificate a colpi di sicurezza e decoro di tutta la Lombardia, un concerto che di sicuro ha compromesso l’integrità dei nostri timpani e che ha fatto tremare la terra sotto i nostri piedi. Un vero e proprio galà del working class grind violence, lontano dai tentativi di commercializzazione della scena hardcore e dalle contaminazioni hipster di merda che cercano di rendere una comunità e una scena nient’altro che mero pubblico da locale sedicente alternativo su cui fare profitti e carriere.

Monza, venerdì 17 dicembre.

Se Vice fosse un giornale non lo userei nemmeno per pulirmi il culo“. Questa frase probabilmente rappresenta l’apice della performance dei Misophonia. 10 minuti scarsi di working class noisecore, violenza e blast beats in nome del comunismo. Primo vero e proprio live per questo super gruppo bergamasco-milanese (ma anche pugliese, filippino, rhodense), ma tra una cerchia ristretta di eletti si narra fosse in realtà il secondo. Sicuramente il primo dinanzi a più di 15 persone. Musicalmente non si capisce un cazzo (in senso buono): è noise, è violence, è grind, ci sono i blast e i cambi di tempo, i timpani fischiano. Le canzoni se durano tanto non superano i 35 secondi. Alcuni testi sono dissing a tanta merda che infesta la scena hardcore, DIY e underground, da quegli hipster coi soldi di Vice a chiunque confonda tutte le persone che provengono dal Sud Est Asiatico con un generico “ah ma sei giapponese?”. Attitudine street, odio di classe e coltellate per tutto e tutti, quante ne volete. Il fantasma di Tito aleggia su Monza, Misophonia o Barbarie.

Il potere-violenza di Cuneo terrorizza la Padania monzese“. A seguire la barbarie misophonica ci hanno pensato i Rice Filth, in un continuum di devastazione, saccheggio, blast beats e rumore. Rispetto all’ultimo volta che gli ho visti, si son decisi a non suonare per tre volte l’intera scaletta di fila (punto a loro favore, vi voglio bene), difatti anche loro avranno suonato si e no poco meno di un quarto d’ora. Un quarto d’ora che ai Rice Filth basta e avanza per mettere in chiaro di essere i nuovi giovani fuoriclasse del powerviolence italiano! Se solo fossero esisti nel biennio 2014/15 li avrebbero chiamati a suonare ovunque, anche a Gubbio probabilmente. Per fortuna la moda powerviolence è passata e a suonare questo genere è rimasta solo gentaglia come i Rice Filth che ci crede davvero e lo fa con sincera passione. Attualmente migliore band italiana a parer mio a suonare potere-violenza, c’è ben poco altro da aggiungere. Se non li avete ancora visti live, non perdete occasione e fatevi triturare le ossa al più presto. Bel momento la cover degli Sfottex, modo migliore per onorare la memoria di Samu. Cuneo a mano armata, mani rubate alle risaie, mani che blastano senza pietà! Viva l’agricoltura, il powerviolence e la libertà. Risorneremo, prima o dopo!

Finito il live dei Rice Filth è toccato ai malefici Evil Cosby scaldare cuori e corpi dei e delle presenti. Peccato che, tocca fare mea culpa, me li sono persi. Dopo essermi fatto quasi 3 ore di macchina più di un mese fa per vedermeli al Next Emerson di Firenze (dove oggettivamente hanno spaccato), in questa occasione non son riuscito a vedermeli perché chissà dove cazzo fossi, fuori al freddo a fare chissà cosa. Vergogna su di me. Onore e tanto amore a loro che, ci metto la mano sul fuoco, avranno sicuramente dato riprova di quanto cazzo sia pesante, solido e devastante il loro sludg-core a tutti e tutte i/le presenti. Cosby malvagio, io stupido. Ah sì Dharma, ultimo Ep in casa Evil Cosby, è un album che dovete assolutamente recuperare e divorare se non l’aveste ancora fatto. Mi raccomando.

Bella ragazzi allora come va? Eh come va…” A concludere in bellezza questo grind-galà non poteva che toccare ai One Day in Fukushima, band che non credo abbia bisogno di presentazioni visto che il loro micidiale death-grind parla per loro e colpisce dritto lasciando stremati a terra senza energie. Sarà che son stati la prima band che ho intervistato su questo merda di blog. Sarà che una delle coproduzioni più fighe che ho fatto è stato il loro split con gli Aftersundown, ma ora sarà solo il mio cuore a parlare. Praticamente rinominabili One Day in Boccaccio, dopo aver suonato ai Giorni Neri Fest di due anni fa sempre in quel di Monza, anche questa volta non hanno deluso e hanno fatto pogare come fossimo al ballo della scuola grindcore. Che cazzo vogliamo dire a questi tre fuoriclasse del death-grindcore tritaossa?! Ma li sentite i riff? L’avete sentita la macchina da guerra spara blast beats che hanno alla batteria? Una band ormai giunta ad una maturità totale, suonano bene, hanno la giusta attitudine, sono veri manowar e non sono false grind, ripeto, che cazzo vogliamo chiedere di più? Oggettivamente impossibile non pogare e stare fermi quando attaccano a suonare. Se non vi piacciono probabilmente ascoltate i Full of Hell. Se i nemici del vero grind hanno provato ad eliminarci, i One Day in Fukushima ribadiscono la loro lezione di violenza sonora senza compromessi e con tantissima attitudine! Scossa sismica sabato mattina in Lombardia? Probabilmente i blast beats dei One Day in Fukushima hanno qualche responsabilità.

Aspettando l’arrivo dei Giorni Neri Fest a febbraio, solo grazie ad Achille, Fez, ai/alle compas del FOA Boccaccio e alle band per aver reso possibile una serata come questa, qualcosa che ha scaldato corpi e cuori nel gelido freddo di dicembre. Grazie anche al buon Angel (seguite il profilo instagram su cui carica le foto dei concerti!) per avermi concesso alcune foto della serata da inserire nell’articolo. Lo spirito continua!

“Keep the Black Flame Burning and Fuck NSBM” – Interview with Qwälen

If you follow this blog closely, you’ll be well aware of my passion for black metal and the attention I pay especially to those records and bands that are openly anti-fascist, RABM (Red and Anarchist Black Metal) or take a clear stand against the racist, sexist and homotransphobic scum that infest the extreme metal scene. If you have all that in mind, the following interview is definitely for you! Released a year ago by Time to Kill Records, Unohnden Sinut by Finnish Qwälen was literally a blaze in the northern sky, a devastating Nordic black metal record capable of mixing the second Scandinavian wave and the most modern sounds in an interesting and personal way. I recently managed to interview Qwälen, talking not only about their personal approach to black metal but also about their hardcore punk attitude and background and their sharp stance against NSBM. “Keep the black flame burning and fuck the NSBM”, this is the clear and unequivocal message screamed in the Nordic sky by Qwälen!

Hi guys! Would you like to tell us some biographical notes about your band? Most importantly, what does it mean and what inspired you to choose to call yourselves Qwälen?

Ville: The name is derived from the German verb quälen (“to torture”). I think Ari, our original bass player, came up with the idea to change the u to w. We thought the word would be quite suitable for a black metal band and well, here we are with a name that doesn’t mean anything so we’re quite happy with that.

Eetu: When I was asked to join the band, I thought the name Qwälen was twisted from the Finnish dialect word “kualen” (I am dying). Samuli, Ville or Henri can tell better about the birth of the band because I joined the band later.

Henri: Haha, I too have heard someone say “What is this mää kualen (I´m dying) band”

Samuli: Yeah, the start of the band was a rather boozy night when the idea came together. I have always had a drive to create something that I feel strongly about musically and thus had a strong drive already to start creating this kind of music. Six or so years ago Ville, Henkka, myself along with our former bass player Ari started doing music together and few of the songs of the first album were written already then. We had a different vocalist in the beginning but then Eetu was asked to fill that position and once Ville switched to bass, Antti was invited by Eetu. By then Qwälen started properly rehearsing with a goal to create an album.

As I’ve been able to read from a variety of places, you primarily come from a hardcore and punk background. How much does this connection of yours to the hardcore punk scene affect your way of playing and being a band?

E: We all have very different musical backgrounds. My background is in hardcore punk and grindcore. With my grindcore band, I’ve been doing gigs for over a decade, so it’s natural to bring Qwälen to those same venues as well. We have done gigs in free art facilities, bars and various D.I.Y events. The punk background is reflected in my performance and in that I have no need to obey the rules written in black metal.

Antti: In my case, the background is shown by accepting the equipment I already have. I don’t want to buy new instruments just for black metal.

Ville: I think it mostly shows in trusting more in power and pure aggression, sort of attacking your instrument instead of being technically that talented. In Qwälen, I switched from guitar to bass sometime around 2017 or 2018 and I think it can be heard on our recordings. Coming from hardcore background, I think it shows that I care more about the people I’m playing with than their talents and treat them as my equals.

Samuli: Punk is what I started with but that was a long time ago. I’ve been hanging in the local scene sidelines most of the time I’ve played in bands but the more I age the more I’ve been drawn into different kinds of music. I guess unconsciously the attitude and musical approach still remains. Simplicity, danger and aggression both in songwriting and in our live presence.

Henri: I myself come from more of a trash/melo-death metal background, but punk, hardcore and black-metal has always been in my playlists. In my opinion, our differing musical starting points is one of the things that gives Qwälen the twist that differs us from the traditional Finnish black metal.   

Starting from a purely hardcore background, how did you develop your passion for black metal sounds that refer as much to the second Norwegian/Scandinavian wave as to more modern sounds of the genre? Which are the bands that influenced your music the most?

Ville: I used to listen to more black metal during my teenage years, mostly Emperor, Darkthrone, Immortal and Bathory, so the passion definitely comes from there. I think at some point when I was diving more into grindcore, hardcore and crust punk, I noticed the similarities between the earlier black metal stuff and the crustier stuff, so in some way I guess the passion was somewhat natural and always there for me. Considering Qwälen, I’m as much influenced by Anti Cimex (think of Scandinavian Jawbreaker era) and Darkthrone. I think Young and in the Way’s “When Life Comes to Death” was also somewhat of a big thing for me and Samuli, but Immortal’s “At the Heart of Winter” was probably the album that made Samuli start the band.

Samuli: I wouldn’t say that “At the heart of winter” was the album that made me want to start Qwälen, but it was one of the albums that really opened my mind into the sounds of black metal. Darkthrone and Immortal we’re the ones that opened the genre to me, but from those two Darkthrone has remained a constant influence. Qwälen started out of a passion to create black metal rather than going after certain bands.

As a late-discoverer of black metal in my 20s, I felt a really strong connection with the genre from the start. The extreme aural aesthetics, connection to spirituality, raw emotionality and embracing the inner darkness felt real and meaningful. There was much more beyond the songs themselves, and for me music was at that point a long time ago gone beyond mere songs and notes. The core concepts in BM resonate very deeply to me still and the spiritual side has helped me evaluate my own philosophy and spiritual history. The music itself made me interested, but the deeper aspects started my passion.

Scandinavian first and second waves have always been the main reference points. I would not say that our sound or expression references modern sounds per se, but there are definitely bands whose influence might be heard. Young and in the way is definitely one. However, being a rather stubborn person musically I tend to gravitate towards primitive, raw, old and dusty sounds. One of the driving ideas was to go back to the very basics of playing as a band with Qwälen and approach everything with simplicity in mind. I still look for the same thing in black metal that I listen to and modern renditions rarely work for myself. There is however a fresh movement that captures the right sound in the raw US and UK BM scenes. The rise of both scenes is a rather modern phenomenon.

Henri: I grew up listening to 90s groove- and “cross-over” metal bands (such as Pantera, Machine Head, Sepultura and Biohazard) but got really into black and death metal in my teens (Immortal and Children of Bodom were the shit back then).  The rawness and multilayered dark and honest self-expression were the things that got me too into black metal in the first place. And hey, we live in a country that is dark and cold for 9 months every year.

Talking about black metal, you know better than me that the international black scene is full of overtly Nazi bands or ambiguous bands that sympathize or collaborate with openly racist, homophobic or far-right bands. What is your position on this? Do you consider, also because of your past in the hardcore and punk scene, Qwälen a political band or at least openly anti-fascist?

E: Our music is not political, but we strongly bring out that we stand with anti-fascism. In our lyric sheet you can see our statement “FUCK OFF NSBM SHIT” and we have merch with ANTI-FASCIST BLACK METAL -print. There’s no room for misogyny, sexism, homophobia, ableism, racism or any shit like those in any scene. We are very precise about who we work with, so do not contact us if you do not stand behind these ideas.

Ville: Sometimes it feels a bit hard for me to talk about Qwälen as a black metal band since our sound and mindset is quite far away from the black metal scene. It’s hard to even consider us or at least myself belonging to any black metal scene, since that’s something I definitely don’t identify with. Probably the traditional black metal scene wants us to stay out and I’m totally happy with that. I come from a small town and there was a neo-nazi wave going on in many small towns in Finland during the late 90s/early 2000s so my disgust with any fascist or nazi ideology comes from there and for me, hardcore and punk has also had a big impact on taking a stand against fascism/nazism.

Henri: Ditto. We don´t like assholes.

Over the decades Finland has been extremely fertile ground for a lot of more or less extreme genres, from black metal to hardcore punk of bands like Kaaos and Riistetyt, how is currently the situation of the underground and DIY metal and punk scene in your country? Which are the most active and valid realities (clubs, fanzines, bands, collectives) from your point of view?

Ville: I guess the overall situation is pretty good, even though there hasn’t been that much going on due to the covid situation and I’ve been a bit lazy about following new bands during the last couple of years. I think the biggest problem might be that there’s not that many small or mid-sized venues, even DIY-venues, for bands to perform and many of the existing places are quite overbooked. New Yleiset Syyt and Kohti Tuhoa 7”s just came out and Stolen Kidneys just released their new album “Maailma loppuu”, those are definitely worth checking out.

E: The D.I.Y scene has grown in Finland in recent years. There is a D.I.Y venue in almost every big city, where you can arrange performances for small bands (Tukikohta, Kenneli D.I.Y, Mäkitorppa, Hoi Sie!, Kirjakahvila, Oranssi). When I started touring with bands over a decade ago, gigs could only be held in bars. The number of distros has also risen in recent years.

We made a Spotify playlist some time ago where we collected songs from our friends ’bands. Definitely worth a look! It’s called FULL SATANIC SPEED WITH FAMILY AND FRIENDS BY QWÄLEN.

Continuing to talk about Black metal, do you notice any similarities and differences between your approach to the genre and that of more classic Finnish bands, from Beherit to Sargeist?

Ville: I guess the approach was originally to just play and do something new. I think we’ve managed to develop our own twist on black metal and not just replicate something that’s already been done. So there might be similarities and differences, but I don’t have that deep thoughts about it…

Samuli: The main idea might be the same. A great desire to express what we have inside. Soundwise the cold atmosphere is something shared, but then again that is a general trait of the genre. Also I guess there are some similar approaches to riffing in utilizing melodicism together with power chords as a starting point? One becomes rather blind to things written by yourself and I’ve always thought that the ones outside are better at pointing out similarities etc.

The finnish black metal scene is heavily coerced by unwritten rules of what black metal is and thematically limited in the sense of what is accepted. We do not care. We can do whatever we want. Fuck your rules. In this sense we might have more similarities thematically and approach-wise with the modern raw BM of the US or scenes outside Scandinavia which tend to look at BM in a thematically broader context.

What does it mean for Qwälen to play black metal in 2021? What do you think is the potential of such a controversial, hostile and extreme genre nowadays?

Antti: When Qwälen plays live, the band offers something new and extreme that hasn’t been heard in the DIY metal and punk scene.

Ville: Taking a twist on the traditional sound and mindset. The potential is huge, for example the new Pan-Amerikan Native Front with its approach from an indigenous person’s point of view is a great take on black metal and opens up discussion for current problems, even though the album deals with a historical event and persons (Little Turtle, Blue Jacket and the Battle of the Wabash).

Samuli: Playing black metal means to look inside. Bands in my opinion at times point too many fingers and my idea of black metal is looking into the spiritual mirror within. It is not ours or the point of the music to tell what to do or think, but hopefully to spark thought. It is self-expression both lyrically and  in instrumentation. Black metal in a way is a tool for reflection. Destroy your temple, build anew and in the process lift yourself up. Life is the ultimate oppressor and the answer for moving forward is within.

Your first record “Unohdan Sinut” was released this year and it is absolutely devastating! How did you get in touch with Time to Kill Records for the release?

E: We contacted a few labels when we got the record ready and Time to Kill Records were selected from those who were interested. We didn’t know much about the label but the choice has proven to be the right one. The collaboration with Time to Kill Records has been really smooth and we look forward to the future. We are really grateful for this opportunity. Thanks to Time to Kill Records and Enrico.

What are the songs contained in “Unohdan Sinut” about? What are the songs you are most attached to and why?

E: The last few years have been quite heavy for me mentally, so the lyrics are based on my inner world. ​The songs eschew the usual anti-religious black metal themes and focus instead on self-portrayals. Temppeli is the most important song from the album for me because it was the first text I wrote for Qwälen. It’s also the last song of our set list.

Future projects for the Qwälen? Have you been able to play live during these last months despite the difficulties due to the pandemic situation? What difficulties did you have to face releasing a record in a period when it was not possible to play live in many European countries?

Samuli: Future projects include a second album and possible a shorter release, but the shorter release is still on an idea-level. Second album is coming, but no timetable is yet agreed and we’re not going to hurry anything. Most of the members in the band have multiple things musically going on and that also affects how things work and when things can move along. Not to mention family obligations. I have been focusing solely on writing Qwälen for a long period of time and there is quite a lot of demo material written already! I think Henri had some ideas for music videos as well.

The album release without playing shows has gone better than we hoped. Time to kill records did an amazing job in promoting the record and people who have interest in this music have found it. I would hope to be able to play outside of Finland in the future as there have been interest from abroad as well. We’ve been able to play a few shows in Finland this fall and reception has been overwhelming. A lot of people have come to the shows just to see Qwälen, which feels very weird. Album release was many months ago and the hype has died, but I guess people have been waiting to see us live. I am weirded out by the fact that people care, but am at the same time extremely grateful.

Henri: As Samuli said already, I think we all are still baffled and confused about the positive feedback from our first album (and extremely grateful too). Live shows have suffered but the covid situation might have worked a bit in our favor since most of the world had to sit home, listen to music and reflect on their inner worlds that might not have been so rosy in the past times.

And yes, new music videos are coming.

E: I haven’t received such good feedback on any of my previous music projects. It’s great to see how warmly our music has been received around the world. People have bought records, shirts and cassettes. The most important thing, of course, is that people have also come to our gigs. Thank you.

I look forward to the moment when we get to release new Qwälen songs for the world to hear. Be prepared.

We have come to the end of this interview. I leave this space at your complete disposal, feel free to add anything you think might be interesting for the readers!

Samuli: Support the underground and keep the black flame burning. HAIL SATAN.

Henri: Don´t be an asshole, drink beer and hail satan.

E: Support the D.I.Y scene, hate the police, spit on the face of the fascists and remember that NSBM is for the losers.

“Musica del Barrio, para el Barrio” – Interview with Generacion Suicida

In October 2017, Generacion Suicida, a melodic punk rock band from Los Angeles, played at Villa Vegan in Milan in a two-day event that on paper seems to have been great, given the presence of other great bands like Canadian Massgrave or Kontatto. I say on paper because for work reasons I was not able to be present, thus missing the live of one of my favorite bands and I still regret not being able to enjoy them live and not being able to chat with them in person. Years later and after the publication of their latest album entitled Regeneracion, which I’m listening to on repeat, I decided to write to them to propose an interview. Fortunately they accepted and Tony answered in a very enthusiastic way and really in a few hours to my questions, so I leave the word to him and Generacion Suicida, nothing but punk in its purest and most sincere form, that is “musica del barrio, para el barrio”!

Hi Generacion Suicida! I’ve been listening to you for many years now, since the days of “Con la Muerte a tu Lado” and “Todo Termina”, so I’m very happy to be able to ask you some questions. I would start by asking how and why you chose a name deeply steeped in nihilism and disillusionment as Generacion Suicida?

This may seem anticlimactic, but we chose our band name based on a song by the Vicious (Suicide Generation). There wasn’t any real meaning behind the name when we chose to name our band that, although these days we feel differently about it. Maybe it was a subconscious decision, but there is definitely a sense of hopelessness and despair in our daily lives, especially when we were younger. So we often lived every day like it was our last and did tons of reckless things. So I suppose the name fits in that sense.

You have always defined your personal punk rock using two definitions: “KDB punk style” and most interestingly from an attitude point of view, “musica del barrio, para el barrio“. Would you like to deepen these definitions and explain us what does it mean for you to be a band still so strongly anchored to a very underground and neighborhood dimension?

Sure. When we say “KBD punk”, we mean lofi or low quality sounding punk. Often times, those old KBD comps from the early days didn’t sound the best, but you were able to feel the emotion and feelings that the bands were trying to convey. We feel the same, that our emotion and feel comes first before everything else. “Musica del barrio, para el barrio” is better translated as “music for us, by us”. We’re from South Central. We have pretty much nothing in this area and the kids growing up here have very little resources. It’s important for them to know this is theirs and it belongs to them. Our music belongs to the people.

You are from Los Angeles, specifically South Central L.A. How much has your neighborhood influenced your band, your musical approach and content?

All we sing about is life experiences. All the lyrical content is about the things we experience on a daily basis. The music we play is in contrast to our environment. Things around here are typically loud and chaotic, so we wanted to play in contrast to that, with more rhythm and less distortion.

You have always decided to sing in your native language. Is it a way to stay true to your origins and your community or are there other reasons behind this choice? How important is the choice to write and sing in Spanish for you?

We often say that the voice is also an instrument. We think that the vocals sound better in spanish than in english. Our style of spanish is different from the spanish they speak in Spain or anywhere in Latin America. They call it “Spanglish” here in the hood, and often times even people in Latin america do not understand us. It’s almost like the kids in our city have their own language that’s different from everywhere else. This becomes just another way that our band gets identified as an LA band.

Your style of punk rock is very melodic and slow compared to most of the hardcore and punk bands that are part of the scene. Why the choice to prefer melodies and this style over more furious, chaotic and fast sounds?

We love bands like Discharge, Kaaos, Wretched, or Indigesti. But we don’t want to sound like those bands. When our band first started back in 2010, every band in our town was a fast hardcore band. We didn’t sound like everyone else, so we decided to play in a more stripped down melodic style. Suprisingly, people liked it and we continued in that style.

The message and the more “political” and protest approach have always been central and inseparable from playing punk (in all its forms). What sense does it make for you to play punk today in 2021? Do you think that certain sounds, being only a means to convey messages and ideas of struggle, revolt and solidarity, still have potential? If yes, which one?

When it comes to music and expressing political discontent or struggle, we don’t think that punk is the only way. There are many hip hop artists that are political in nature or talk about their daily struggles. It’s really just up the artists to decide what kind of forms they want to use to express themselves, but we believe they are all valid.

Your latest album (which I can’t stop listening to) is titled “Regeneracion“. Would you like to explain the meaning of this title that seems to evoke a dimension of “rebirth”?

“Regeneracion” was written during a time when we really wanted to rewrite and redo everything we thought we know about how to play. Unfortunately, it was during Covid lock downs, so we weren’t able to actually go into a studio to do it the way we wanted to do it. Basically the album is about rebirth and starting all over again. Discarding old ideas and trying to grow into something new and bigger. We’re actually going to head into a real studio in January of 2022 to redo the entire album the way we intended to do it in the first place. We’re very excited to have it come out the way it was originally intended and can’t wait to share it with everyone! In it’s current form, it is only limited to a few hundred copies, and is only available in Europe.

Last year, after the racial murder of George Floyd caused by a cop, intense and very long days of revolt and mobilization against the systemic racism of US society broke out. The four of you have Latino’s origins, have you ever faced racial discrimination inside and outside the punk scene? What are your positions on systemic racism in the United States, and how did you live through those months of protests, demonstrations and attacks on the symbols of this age-old oppression in Los Angeles? (If you think this is too sensitive and personal a question I apologize to you, you may not answer.)

Last year was pretty difficuly, but honestly nothing new. We have been dealing with this for decades and now it just seemed that people had had enough. But it isn’t the first time. We’ve had uprisings in 1965, 1968, 1992, and now in 2020. It just seems after a few years, these revolts get swept under the rug and people largely forget. To answer the question tho, yes we have faced discrimination both inside and outside the punk scene. Everything from only getting allowed to play with Latino bands in fests, to not even being considered for playing because we sing in Spanish. It often feels like we have to work 10 times harder than an average band that does not have latino or black members.

What is the current state of the DIY punk scene in Los Angeles? Which are the most active realities? Are there collectives or squats that organize concerts?

There are no squats or collectives that we are aware. Since the beginning of the pandemic a lot of bands have broken up and a few new bands have popped up, but we haven’t had a chance to check them out. I’m sure a lot of younger kids are taking the helm tho and are organizing their own shows in spaces that we are not aware of.

Generacion Suicida thank you again for taking the time to answer my questions. This space is all about you, you can add whatever you want!

Thanks for taking the time to write to us! Hopefully we’ll see you all in Europe in 2022/2023!