Category Archives: Recensioni

Greve – Allo Specchio (2019)

Il motivo principale per cui mi trovo a recensire solamente ora questo Allo Specchio, primo ep in casa Greve datato 2019, è di natura politica ancor prima che legato al solo lato musicale. Infatti a seguito degli arresti dovuti all’operazione repressiva anti-anarchica rinominata Bialystok del 12 giugno, Claudio, compagno e voce dei romani Greve, si trova in carcere a Siracusa. Come hanno già espresso gli altri membri del gruppo, non mi interessa sapere se le accuse mosse a lui e agli/alle altri/e compagn* siano vere o false, perchè se sono “innocenti” hanno tutta la mia solidarietà, se sono “colpevoli“, ancora di più (come recitava un volantino per i/le compas arrestati/e nel corso dell’Operazione Renata). E sopratutto perchè le categorie di “colpevolezza” e “innocenza” della giustizia borghese servono solamente a difendere questo esistente fatto di sfruttamento e oppressione quotidiana. Fatta questa premessa ed esprimendo ancora una volta in maniera netta la piena solidarietà e complicità con Claudio e tutt* gli/le altr* arrestat*, trovo sia importante sottolineare e notare un filo conduttore che unisce la lotta diretta contro questo sistema e questo mondo e la musica punk-hardcore, come a voler sottolineare che si l’hardcore è, può e dev’essere ancora una minaccia!

Passando a parlare nello specifico di questo Allo Specchio, ci troviamo dinanzi ad un ottimo e fresco lavoro di hardcore punk old school che risente profondamente dell’influenza della tradizionale scuola hc italiana degli anni ’80, senza nascondere un certo gusto per la melodia in grado di dare quel tocco personale all’intero lavoro. Un disco breve (sei brani per otto minuti scarsi) quanto intenso che non scende a compromessi nè conosce cedimenti, un concentrato di hardcore punk diretto pieno di attitudine e suonato con passione che trasuda da ogni singola nota e ogni singolo urlo vomitato dalla voce di Claudio. La proposta dei Greve è percorsa costantemente da un’urgenza espressiva e da una rabbia viscerale che rendono il sound dei romani estremamente energico e furioso, riuscendo a bilanciare perfettamente tanto le parti più veloci quanto quelle più melodiche. Il legame intimo con l’hardcore italiano vecchia scuola è palese e costante e a mio parere è riscontrabile nella qualità delle liriche e nello stile del cantato, entrambi elementi che sottolineano l’irruenza espressiva che anima interamente le sei tracce e l’intero lavoro. Un ep intenso e veloce che tira dritto per la sua strada senza inutili fronzoli, sei schegge impazzite di hardcore punk tutto sudore, passione e attitudine che colpiscono nel segno e in grado, grazie anche ad una certa vena anthemica, di stamparsi facilmente in testa, come l’iniziale “Realtà“, “Nei Tuoi Occhi” o la titletrack. Cosa si può chiedere di più ad un disco hardcore della durata di otto minuti scarsi?

Guardiamoci allo specchio, lo spirito continua!

Per chi volesse scrivere a Claudio:

Claudio Zaccone
C.C Siracusa Via Monasteri, 20C.
Contrada Cavadonna
Siracusa 96100

Evil Fragments #03

 

Terzo attesissimo appuntamento con Evil Fragments, come dovreste ormai sapere rubrica interamente dedicata a sonorità crust punk e d-beat. Mai come questa volta ci troveremo ad affrontare quasi esclusivamente lavori usciti recentemente in ambito d-beat e raw punk che affondano le proprie radici in profondità tanto nel sound svedese quanto nella affascinante scena giapponese, grazie alle ultime devastanti uscite di Fragment, Languid e Scarecrow. Ci sarà spazio però anche per parlare dell’ultimo ep targato Alement, gruppo a quanto pare cresciuto a pane e stench-crust di matrice britannica, perchè, ed è bene ricordarlo, i “frammenti del male” sono tanti, diversificati e pronti ad inghiottirci senza lasciarci vie di fuga o attimi per riprendere fiato, trascinandoci giù con loro in un abisso dominato solo dall’oscurità!

Alement – Onward (2019)

Onward, ultima fatica in casa Alement, è un perfetto esempio di apocalittico stench-crust punk dal sapore ottantiano che pesca a piene mani dall’underground britannico dell’epoca e dalla lezione primordiale di gentaglia brutta, sporca e cattiva del calibro di Axegrinder, Deviated Instinct ed Hellbastard. Niente di nuovo sotto al sole, ma vi assicuro che questo ep di sole tre tracce è quanto di meglio si possa ascoltare ultimamente se si è amanti viscerali di quel brodo primordiale a metà strada tra il metal e il punk conosciuto a suo tempo come stenchcore. I toni epici e le atmosfere oscure che avvolgono i tre brani disegnano paesaggi guerreschi e lande desolate post-apocalittiche in cui solo la desolazione regna sovrana e ciò che resta degli esseri umani è divorato dalla rassegnazione più totale. Sedici minuti abbondanti per immergersi completamente in questa tempesta oscura di stench-crust in cui emergono prepotenti le influenze più doom e thrash metal degli Alement, influenze che rendono ancora più affascinante l’ascolto dell’intero lavoro. Non c’è molto altro da aggiungere dinanzi ad un ep così interessante, se non forse soffermarsi e sprecare fiato e parole per parlare del gusto che i nostri dimostrano per la creazione di aperture melodiche dalle tinte scure e per la costruzione di atmosfere terrificanti che accompagnano la nostra discesa nelle viscere di Onward, un disco che potrebbe benissimo esser stato partorito dalla scena crust britannica di fine anni 80. E mentre la conclusiva titletrack ci accompagna fuori dalla tormenta stench-crust scatenata dagli Alement, gli ululanti venti del caos spirano preannunciando l’apocalisse che verrà…

Languid – Submission is the Only Freedom

Con questo nuovissimo Submission is the Only Freedom, i Languid tornano all’assalto con la loro devastante miscela di crudo hardcore punk/d-beat condensata in otto feroci tracce che non lasciano scampo e sembrano non aver la minima pietà per le nostre orecchie. Se mai ce ne fosse stato bisogno (e la risposta è ovviamente affermativa) i nostri punx canadesi riescono ad incarnare con questa ultima fatica in studio il perfetto punto di incontro e di sintesi tra lo swedish d-beat sound degli Anti Cimex di “Absolute Country of Sweden” e il rumoroso raw punk dei  Disclose di “Once War Started”, mantenendo sempre le radici ben salde nella primigenia lezione d-beat dei maestri Discharge, regalandoci così otto tracce devastanti e pronte a distruggere qualsiasi cosa si trovi per errore sul loro cammino. La doppietta che ci introduce a questo Submission is the Only Freedom rappresentata da “Stench of Death” e “No Peace“, mostra fin da subito l’irruenza battagliera del sound proposto dai Languid che, come un tornado ci inghiotte, ci trascina con sè e non ci lascia un secondo per riprendere fiato. “Path of Devastation”, così come la penultima “In Darkness“, è invece una di quelle tracce che riescono ad imprimersi nella memoria fin dal primo ascolto grazie sopratutto ad un riffing preciso, ad un assolo accennato ma quanto mai azzeccato e delle vocals abrasive che richiamano sia i primi Discharge sia gli Anti-Cimex. In generale gli otto brani, avvolti in una patina dai tratti vagamente crust, presenti su questa ultima fatica dei canadesi Languid non superano praticamente mai i due minuti di durata e proprio per questo riescono a colpire nel segno sotto forma di brevi quanto devastanti assalti di d-beat/hardcore punk che lacerano la carne e lasciano solo macerie al loro passaggio. Infine, nota di merito per l’artwork di copertina che accompagna Submission is the Only Freedom, un’artwork in grado fin da subito di rendere chiari gli intenti bellicosi e privi di pietà espressi dal sound crudo e irruento dei Languid. Absolute country of Canada… nient’altro che questo.

Fragment – Serial Mass Destruction (2020)

Serial Mass Destruction, ultimo lavoro targato Fragment, è una assoluta mazzata in pieno volto di raw d-beat punk che non lascia spazio ai compromessi e che sembra non provare alcuna pietà nei nostri confronti. Affondando le radici tanto nella scena d-beat svedese quanto in quella raw punk giapponese, i nostri punx canadesi di Halifax celati dietro il nome Fragment, ci regalano solo otto minuti di intensità e rabbia che non guardano in faccia niente e nessuno, tirando dritti per la loro strada come una tempesta che inghiotte e distrugge tutto ciò che si trova dinanzi. Un disco purtroppo di sole cinque tracce che si conficcano nella nostra carne facendo deflagrare in tutta la sua potenza questo concentrato di rumoroso e crudo d-beat/hardcore che riesce perfettamente ad insinuarsi nella nostra testa. I Fragment non inventano nulla di nuovo, certo, ma sanno maneggiare e modellare la materia d-beat in modo del tutto personale e godibile, al punto che ci si troverà più volte di fila ad ascoltare questo devastante “Serial Mass Destruction”, un lavoro che difetta solamente nella durata, davvero troppo esigua per un lavoro così intenso e che sa come colpire nel segno ed imprimersi nella memoria. Discharge, Disclose, Framtid, Mob 47 e primissimi Anti-Cimex sono le principali influenze condensate nella proposta e nel sound dei Fragment, ma i nostri riescono ad aggiungere a tutto questo una minima dose di personalità che ci permette di godere a fondo dell’ascolto di questo Serial Mass Destruction senza aver l’impressione di “fin troppo già sentito”, rischio che spesso si corre in ambito d-beat/hardcore, scena estremamente satura negli ultimi tempi, ad essere sinceri. It’s only a mass of Scandi-japanese raw sound attack and that’s the way i like it baby!

Scarecrow – Revenge (2020)

Un vortice di violento e roboante vento scandinavo accompagna una tempesta furiosa di d-beat punk… ecco da cosa veniamo inghiottiti quando iniziamo l’ascolto di questo devastante Revenge ultima fatica in studio per gli Scarecrow. Un d-beat hardcore/kångpunk radicato in profondità nella scena svedese degli anni 80/90 e che si inserisce in quel solco scavato a suo tempo da dischi fondamentali come “Karnvapen Attack” dei Mob 47, “Crucified by the System” degli Avskum ma soprattutto “Sin Egen Motståndare” dei Totalitar! Un hardcore punk furioso e senza cedimenti, sorretto in modo estremamente godibile da ritmi d-beat vecchia scuola che riportano alla mente un modo tutto svedese di suonare questo genere, tanto che si avrà spesso la sensazioni di essere all’ascolto di qualche lavoro sconosciuto della scena kangpunk degli ’80. Rabbia viscerale e irruenza espressiva che sembra non conoscere compromessi o soste sono le sensazioni che trasudano da questo Revenge, una vera e propria mazzata in pieno volto che lascia storditi , in cui gli otto brani (tutti molto brevi) prendono le sembianze di schegge di d-beat/hardcore impazzite che vanno a conficcarsi nelle nostre orecchie senza alcuna pietà. Ne sono esempi perfetti la seconda traccia intitolata “This Misery“, in cui si sente profondamente l’influenza dei Totalitar, “Ourorobos” e “Zero Tolerance”, ottimi momenti di rabbioso d-beat/hardcore pronto a distruggere qualsiasi cosa e che lascia addosso una voglia indescrivibile di pogare selvaggiamente, incuranti dei lividi e delle ossa rotte. Scandi…ehm no, North Carolina Jawbreaker!

 

 

Hyle – Weapons I’ve Earned (2020)

Se il precedente “Malakia” mi fece innamorare immediatamente del sound delle Hyle, questo “Weapons I’ve Earned” ha cementato in modo assoluto il mio amore per loro e per la loro musica. Ma andiamo con ordine…

L’ impatto che si ha con questo nuovo album intitolato “Weapons I’ve Earned” e targato Hyle è visivo prima ancora che sonoro. Ed è devastante, grazie ad una copertina dai colori accesi raffigurante il sempre caro compagno Satana, un artwork affascinante e dai tratti esoterico-psichedelici enfatizzati dalla scelta di utilizzare colori molto netti e accesi. Quando poi si inizia ad addentrarsi nell’ascolto, si viene travolti senza pietà dalla robustezza e dall’urto brutale e monolitico del sound proposto dalle bolognesi, un sound che con questa ultima fatica sembra aver ormai virato in modo quasi definitivo verso territori stench-crust punk, senza disdegnare interessanti incursioni nel death metal britannico di scuola Bolt Thrower (sopratutto nel riffing). Senza mai completamente abbandonare l’influenza d-beat/hardcore che ha caratterizzato i precedenti lavori e soprattutto quella perla che era ed è tuttora “Malakia“, le Hyle hanno irrobustito la propria proposta, hanno aumentato la componente “metallica” e hanno saputo rileggere la tradizione britannica degli anni ’80 di Sacrilege, Axegrinder e Deviated Instinct in una chiave attuale e abbastanza personale, riuscendo nell’arduo compito di non suonare come qualcosa di fin troppo scontato e “già sentito”. Il riff che apre e successivamente sorregge l’intera “Holding my Breath” (una delle tracce che ho maggiormente apprezzato) penso possa essere preso ad esempio perfetto della compattezza e di un certo gusto per il groove presente nel suono che caratterizza tutte e otto le tracce di questo Weapons I’ve Earned, mentre la melodia che accompagna l’inizio di “I’m a Slob” mostra apertamente quanto le radici delle Hyle siano ben piantate in profondità in quel brodo primordiale tra metal estremo e hardcore punk conosciuto come stenchcore. Certamente le Hyle non inventano nulla e forse non è nemmeno nei loro intenti suonare originali, ma la loro formula ormai matura che oggi potremmo definire senza troppi problemi come “death’n’crust” sa dove e come colpire per lasciare squarci profondi e insanabili, soprattutto grazie ad un comparto lirico profondamente bellicoso e schierato nettamente su argomenti quali il femminismo, le tematiche queer, la lotta anticapitalista e in generale riconducibili ad un rifiuto totale di ogni forma di gerarchia, autoritá e discriminazione. Nel complesso siamo al cospetto di un disco monolitico e devastante che non mostra segni di cedimento o passi falsi, in cui è davvero difficile parlare di questa o quell’altra traccia nello specifico visto che il livello generale del songwriting è molto alto. Questo è senza dubbio dovuto ai tanti pregi delle bolognesi, dalla batteria martellante e tritaossa ad una voce lancinante che si insinua nel cervello e sembra poter divorarci dall’interno, passando per un riffing praticamente sempre azzeccato che strizza spesso l’occhio ad un certo groove propriamente death metal. E mentre la brutale doppietta finale composta da “Ancestors” e “Flesh” ci accompagna al termine di questa discesa negli abissi di Weapons I’ve Earned, prendiamo definitivamente coscienza del fatto che le Hyle abbiano probabilmente pubblicato il loro disco più maturo e devastante, riuscendo a trovare la formula perfetta per radere al suolo qualsiasi cosa si ponga ad intralciare il loro cammino. Terminal filth death’n’crust… nient’altro che questo.

 

 

Thecodontion – Supercontinent (2020)

Prehistoric Metal of Death, così definiscono praticamente dal primo giorno la loro brutale proposta i romani Thecodontion, pronti a pubblicare tramite I, Voidhanger Records il loro nuovo album “Supercontinent” previsto per il 26 di giugno, dopo averci regalato nello scorso biennio una demo intitolata “Thecodontia” e il successivo ep “Jurassic”, lavori che già ci avevano permesso di assaporare l’originalità tanto dal punto di vista lirico-concettuale quanto sul lato musicale che anima questo affascinante progetto. Cerchiamo però di andare con ordine mentre ci avventuriamo in questo nuovo viaggio intitolato Supercontinent.  La prima volta che mi sono imbattuto in questa bestiale entità preistorica che risponde al nome di Thecodontion ho subito pensate di trovarmi al cospetto di un progetto tanto folle e brutale quanto affascinante e originale nella scelta di suonare un black/death metal primitivo e di accompagnarlo con un’immaginario e delle liriche influenzate dalla preistoria, dai fossili e dalle ere geologiche. Una scelta coraggiosa e tutt’altro che scontata e che mostra dunque la profonda personalità e l’originalità che contraddistinguono il gruppo romano, ma soprattutto una scelta che spinge l’ascoltatore a volerne sapere di più rispetto alle tematiche affrontate nel corso dei brani e degli album, visto che non sono capita tutti i giorni di ascoltare un disco death/black che tratta quasi a trecentosessanta gradi di preistoria.

Menzione d’onore per il suggestivo artwork di copertina ad opera di Stefan Thanneur (Chaos Echoes), che rappresenta a colori la Pangea, il supercontinente finale, circondata dal Panthalassa, l’ultimo dei superoceani.

Così è difatti avvenuto con l’ascolto di questo nuovo Supercontinent, un concept-album sui continenti antichi che segue, da quel poco che mi è parso di capire da totale ignorante in materia, la linea temporale del ciclo dei supercontinenti, descrivendo le varie fasi di aggregazione e deriva periodiche della crosta continentale terrestre. Un viaggio affascinante attraverso undici tracce che corrispondo dunque ad altrettante ere geologiche e quattro interludi strumentali  dalla natura più rock e atmosferica che smorzano l’atmosfera devastante dell’intero disco e che traggono ispirazione invece da altrettanti superoceani antichi. Sul lato musicale questo viaggio tra i supercontinenti antichi si dirama seguendo preistoriche tensioni death/black metal dominate dall’utilizzo di due bassi che giocano pesantemente con distorsioni e riverberi, da un riffing che alterna sfuriate brutali a momenti più rallentati e dall’assenza pressochè totale di chitarre (escludendo la presenza di un assolo sulla nona traccia intitolata “Laurasia-Gondwana“), rendendo il sound dei Thecodontion estremamente brutale e opprimente. Ancora una volta però i nostri non si limitano a ripetere se stessi, ed ecco allora che su Supercontinent viene lasciato ampio spazio alla creazione di momenti e passaggi atmosferici sottolineati da un ottimo bilanciamento tra sfuriate di selvaggio death/black, che avvicinano la proposta del nostro preistorico duo al sound brutale di Antediluvian e Mithocondrion, e rallentamenti improvvisi in grado di amplificare la sensazione di trovarsi fuori dal tempo, immersi completamente in un viaggio agli albori della storia del nostro pianeta tra antiche forme di vita ed eventi catastrofici, il tutto accompagnato da una batteria che oscilla costantemente tra blast-beats furiosi e ritmiche tribali che in certi momenti riportano alla mente addirittura i Neurosis. Tracce come “Vaalbara“, “Nuna” o “Kenorland“, per non parlare del climax che ci accompagna alla conclusione del disco rappresentato dalla doppietta “Pangaea” e “Panthalassa“, possono dare l’idea migliore, a mio parere, di quanto scritto fino ad adesso. Selvaggio e bestiale war metal che non lascia scampo e ci trascina giù con se in questo affascinante quanto disturbante viaggio preistorico, pur illudendoci con attimi di quiete e aperture atmosferiche che percorrono interamente il disco. Ancora una volta il primordiale intento dei Thecodontion è chiaro: niente chitarre, solo preistorico metallo della morte!

 

Schegge Impazzite di Rumore #10

Decimo appuntamento con le Schegge Impazzite di Rumore? Davvero? Incredibile tutta questa costanza da parte mia, non me lo sarei mai aspettato. Al di là dell’autoironia, questo decimo capitolo della miglior rubrica in cui la scena punk hardcore italiana possa attualmente imbattersi (sto a scherza’), è una sorta di speciale e vi spiego anche perché. Praticamente un anno fa stavo lavorando effettivamente al primo numero della fanzine cartacea di Disastro Sonoro e dunque in occasione di questo evento mai concretizzatosi avevo scritto una manciata di “brevi” recensioni che fino ad oggi non hanno ancora visto la luce. Qualche giorno fa le ho ritrovate, riguardate e dopo averle rilette (e sistemate) mi sono accorto non facessero così tanto schifo e che avrebbero meritato di veder la luce. Visto che lasciarle lì a marcire non ha troppo senso, quale migliore veste se non Schegge Impazzite di Rumore per pubblicarle? Ecco, dunque buona lettura tra scemi, idioti civilizzati e altre canaglie punx.

Idiota Civilizzato, Vecchio Son, Bologna

Scemo – Caccia alle Streghe (2019)

Dalla scena underground milanese viene vomitato fuori questo nuovo progetto dall’inequivocabile nome (sono quasi convinto sia una citazione diretta al brano dei Peggio Punx) che pubblica la sua prima fatica dall’incisivo titolo “Caccia alle Streghe“. Gli Scemo sono un’entità impegnata a suonare un hardcore punk senza fronzoli, veloce quanto basta e che tira dritto per la sua strada, riuscendo a condensare in dieci tracce sia la lezione più classica del genere di scuola italiana e statunitense (primi Negazione, Peggio Punx o Poison Idea per fare dei nomi) sia gruppi più recenti e moderni che però si rifanno ad un’attitudine coerente e in linea con la vecchia scuola hc. Difatti al primo ascolto di “Colpo Basso“, traccia posta in apertura di questo “Caccia alle Streghe“, ho immediatamente pensato ai Tørsö , ma anche a gruppi come Wallbreaker o Exit Order (ma senza le melodie vagamente post punk di questi ultimi). Ecco se volessi in estrema sintesi definire gli Scemo potrei pensare a loro come la versione italiana dell’hardcore rabbioso dei Tørsö, chiaramente non solo perchè entrambi i gruppi hanno in comune le rabbiose vocals femminili, ma sopratutto per l’attitudine in your face, per l’intensità che attraversa tutto il disco e per la capacità di scrivere pezzi hc fuoriosi e adrenalinici a cui è seriamente difficile resistere. Se non siete scemi e sceme correte veloci ad ascoltarvi questa bombetta di hardcore punk, non ve ne pentirete!

A Culture of Killing – The Feast of Vultures, The Cry of a Dove (2019)

A Culture of Killing è una one man band milanese cresciuta a pane e anarcho punk in salsa “Crass Records”, questo in breve. Ma in realtà addentrandosi nell’ascolto di questo “The Feast of Vultures, The Cry of a Dove…“, scopriamo che c’è molto di più. Già sul precedente debutto di qualche anno fa nel sound proposto da Luca (mente e corpo dietro questo progetto) si ritrovano tutti gli ingredienti più classici del genere, nonostante questo “The Feast of…” suoni più vicino ai The Mob e agli Zounds piuttosto che all’irruenza più rabbiosa di Crass o Conflict. Inoltre A Culture of Killing non si fa mancare nemmeno divagazioni melodiche in territori post-punk in stile Vex e A Touch of Hysteria e qualche pulsione addirittura goth che rendono il sound molto più variegato e personale, riuscendo a catturare quel sapore e quel gusto per le melodie oscure/decadenti tipiche di certe uscite dell’underground post-punk e death rock britannico degli anni ’80 . Citando una famosa pubblicità, cosa vuoi di più dalla vita? Rilasciato a marzo dello scorso anno, questo lavoro merita di essere ascoltato più e più volte, sopratutto se avete un’ossessione morbosa (come il sottoscritto) per tutto quello che è uscito dalla “Crass Records” e dall’underground britannico anarcho/post-punk dal 1979 al 1984.

Golpe – Subisci, Conformati, Rassegnati (2019)

Caos non musica. Potremmo terminare così, liquidando in tre parole la proposta dei Golpe, nuova misteriosa entità libera e selvaggia che se ne sta in agguato negli abissi polverosi della metropoli milanese pronta ad attaccare con tutta la sua furia cieca. Cinque tracce di caos non musica, ribadisco, che parte dalla primordiale lezione degli immortali Wretched, prende in prestito tutto il marciume del d-beat hardcore giapponese di Warhead, Crow e simili e arriva a lambire territori d-beat/crust svedesi cari a Mob 47, Anti Cimex e Totalitar. Raw d-beat/hardcore classico, non originale ma estremamente godibile, suonato con attitudine e passione e che riesce a dare quel sapore fortemente old school che sta sempre bene e di cui sono perfetti esempi tracce come “Istruzioni di Vita” o “Non Piegarti“. Stanchi di subire l’esistente, esistenze non conformi che creano crepe nel quotidiano per farla finita con la rassegnazione e l’abitudine che lentamente corrode e uccide. Caos non musica, affinché non rimangano che macerie di questo mondo!

Idiota Civilizzato – Civiltà Idiota (2019)

Nuovo Ep in casa Idiota Civilizzato! Quattro nuove schegge di rumore impazzite ancorate come al solito alla vecchia scuola dell’hardcore punk italiana degli anni ’80! “Civiltà Idiota” potrebbe benissimo trattarsi di un misterioso Ep registrato, dimenticato e mai pubblicato intorno al biennio 1983-85, epoca d’oro dell’hardcore punk italiano. Le sonorità a cui sono fortemente legati gli Idiota Civilizzato hanno infatti lo stesso sapore, la stessa rabbia, la stessa identica irruenza e la stessa attitudine del punk hardcore che fu e difatti si può udire in modo chiaro l’influenza che le prime fatiche dei Declino, dei Peggio Punx, dei primissimi Negazione e degli Impact hanno avuto sulla musica degli Idiota Civilizzato! “Uno e Nessuno” e la conclusiva “Guerra di Spettri” son due vere e proprie scariche furiose di pugni nello stomaco e personalmente le ritengo essere le tracce migliori di questo “Civiltà Idiota“. So’ cortellate quando volete, cantava qualcuna tanti anni fa e “Civiltà Idiota” è proprio questo: coltellate selvagge dal primo all’ultimo minuto. Liberi e selvaggi contro questa civiltà e la sua idiozia!

Caged – Burning Rage of a Dying Planet (2019)

We’ll be the burning rage of a dying planet
It’s not too late, this is not the end.

La prima volta che mi sono imbattuto dal vivo nei Caged è stata in occasione dell’ultima edizione di uni dei “mini-festival” più belli e intensi che la scena hardcore italiana abbia visto negli ultimi anni. Sto parlando della terza e ultima edizione dei Giorni Neri Fest organizzata come al solito dal collettivo Giorni Neri di cui fan parte persone che stimo moltissimo per la passione che ci mettono in quello che fanno e a cui voglio sinceramente bene a livello umano e personale. A febbraio, nella cornice del FOA Boccaccio di Monza, l’ultima edizione del Giorni Neri (tra l’altro, benefit per l’operazione repressiva “Prometeo”) è stata devastante rappresentando l’essenza stessa di cosa dovrebbe significare l’hardcore, con ben dieci gruppi ad alternarsi su due palchi. Tra le varie band c’erano pure i bolognesi/imolesi Caged, protagonisti di una esibizione estremamente intensa e godibile nonostante il cantante (Ivan) fosse costretto a star seduto su una sedia per via di un infortunio alla gamba accaduto poco prima che iniziassero a suonare (la sfiga come sempre ci vede benissimo). Infortunio che comunque non ha influenzato più di tanto l’intensità e l’attitudine con cui i Caged hanno suonato la loro devastante ricetta di metal-hardcore.

A settembre dello scorso anno i Caged hanno rilasciato il loro primo lavoro in studio intitolato “Burning Rage of a Dying Planet”, un’ep di sole quattro tracce  che bastano, al momento, per scaricarci senza pietà in pieno volto il loro rabbioso sound a base di metal-hardcore dal sapore anni novanta che deve tutto a gentaglia del calibro di Integrity, Sick of It All e Chokehold. Il genere suonato dai Caged non rientra tra i miei ascolti ordinari e solitamente tende ad annoiarmi o a non suscitarmi nulla, ma con questo “Burning Rage of a Dying Planet” le cose son andate fin dall’inizio diversamente e non so nemmeno spiegarne i motivi . Sarà per la sincera attitudine hardcore del gruppo, la passione invidiabile che trasuda da ogni singola nota o da ogni singola parola urlata da Ivan, sarà soprattutto per le tematiche affrontate nelle liriche che toccano questioni care a chiunque viva l’hardcore oltre alla mera musica, vedendolo come un mezzo per opporsi e lottare attivamente contro un sistema economico votato allo sfruttamento e al profitto e contro un esistente che aliena, reprime e opprime le nostre vite, ma le quattro tracce mi hanno fatto salire una fotta indescrivibile fin dal primo ascolto.

Quattro tracce che si alternano tra un riffing che spesso invade territori thrash metal con pesanti echi slayeriani, un groove costante e con classici breakdown di tradizione hardcore newyorkese, in cui le vocals furiose di Ivan sottolineano la natura riottosa e aggressiva dei testi in maniera estremamente convincente e sincera. Il sound dei Caged, robusto e monolitico, è dunque perfettamente condensato in quattro tracce che colpiscono violentemente come una mazza da baseball in pieno volto ricordandoci, mentre il sangue cola sulle mani, che siamo vivi e che abbiamo ancora tantissima rabbia da urlare a squarciagola contro lo sfruttamento e l’oppressione di ogni essere vivente!

I Caged ci sputano addosso la rabbia ardente di un mondo che sta morendo con la loro attitudine hardcore in your face e testi che prendono netta posizione in favore della liberazione della terra, degli animali e di ogni essere umano, come a voler ribadire che l’hardcore dev’essere anzitutto una reale minaccia per questo esistente di gabbie e sfruttamento quotidiano.

“Shadows of the Past” // Ablach – Aon (2009)

Nel lontano 2009 gli scozzesi Ablach irrompevano sulle scene pubblicando “Aon”,  praticamente un perla dimenticata di grindcore old school che non sarebbe affatto sfigurato su qualche compilation della Earache negli anni ’90. Il concentrato di questa prima fatica in studio è per l’appunto un grindcore vecchia scuola che ancora mostra tutta l’influenza primitiva dell’hardcore punk più politicizzato, riottoso e  aggressivo, i cui passi si muovono sulle coordinate tracciate da mostri sacri quali Extreme Noise Terror (influenza che emerge prepotentemente dall’utilizzo di due voci, una più grind e l’altra a tratti più crust-hc), Napalm Death e Terrorizer, ma che strizza l’occhio anche ai primi lavori dei Nasum. Non è un caso infatti che, tra le tredici schegge di grindcore impazzito che ci sparano addosso gli Ablach con questo “Aon“, troviamo una cover dei Napalm Death (Unchallenged Hate) e una dei Terrorizer (Corporation Pull In), oltre a tracce assolutamente senza pietà e devastanti come  Confessit & Declait Furth o Obar Dheathain. Uno degli aspetti più interessanti però di questo primo lavoro in casa Ablach è senza ombra di dubbio l’influenza lirica e linguistica che hanno avuto la mitologia, il folklore e la storia scozzese e irlandese sul loro personale modo di intendere e suonare grindcore incazzato e politicamente schierato. A partire dal nome scelto dal gruppo che richiama Emain Ablach, un mitico paradiso insulare della mitologia irlandese, fino a giungere al titolo dell’album (che significa letteralmente “uno” o “primo”) e a buona parte dei testi scritti e urlati in lingua gaelica, passando per l’artwork di copertina che richiama l’immaginario celtico caro a gruppi come gli Oi Polloi!, il grindcore degli scozzesi, pur rimanendo ancorato ai mostri sacri del genere, palesa fin da subito la volontà di ricercare una sua propria identità, mostrando già una buona dose di personalità. Questo retaggio storico-culturale di matrice scozzese e gaelica evoca inoltre un’atmosfera generale, tanto nell’immaginario quanto nei momenti che tradiscono il retaggio hardcore del grind suonato dagli Ablach, che mi ha spesso riportato alla mente le stesse sensazioni che mi trasmettono dischi come “Respect, Protect, Reconnect” degli Scatha o “Earthbeat” dei Sedition, storici e fondamentali gruppi crust/hardcore emersi dalla scena scozzese tra la fine degli anni ’80 e la prima metà degli anni ’90. Le tematiche affrontate nelle liriche sono quelle più classiche e tipiche del primo grindcore e dell’hardcore, passando dai toni apocalittici di una possibile fine del mondo a problematiche sociali come la violenza domestica e l’alcolismo, il tutto con una forte impronta politica e una tensione riottosa e belligerante che emerge dall’intensità con cui gli Ablach ci sputano addosso tutta la rabbia e l’odio che hanno nel cuore.

Se siete cresciuti con i gruppi sopracitati e ancora oggi non potete fare a meno di ascoltarvi capolavori immortali del calibro di “A Holocaust in Your Head” o “World Downfall“, il gaelic grindcore concentrato nelle tredici devastanti tracce di questo “Aon”  è quello che fa per voi. Ancora una volta, grindcore o barbarie.

 

 

 

 

Dead to a Dying World – Elegy (2019)

 

Stando alle parole stesse degli A Dead to a Dying World questo terzo lavoro in studio intitolato “Elegy vuole essere una sorta di premonizione di un mondo post-umano attraverso l’esplorazione di sensazioni come la perdita, lo smarrimento e il dolore. Avventurarsi nell’ascolto delle sei composizioni che compongono “Elegy” assume presto le sembianze di un’esperienza di un viaggiatore solitario che vaga in un mondo sopravvissuto alla catastrofe ambientale e che all’orizzonte vede sorgere l’alba di una nuova era ecologica. Un po’ come il famoso viandante sul mare di nebbia, la sensazione di estasi dinanzi alla magnificenza e al sublime della natura ci travolgerà nel corso dei sei brani e ci troveremo a contemplare la maestosità dei paesaggi dipinti ed evocati dalla polimorfa musica suonata dai Dead to a Dying World, una musica in costante tensione tra la quiete e la tempesta, nonchè un disco che vive di contrasti e sfumature, di atmosfere malinconiche e di disperati e tumultuosi assalti dal sapore black metal. “Elegy” dei Dead to a Dying World, in qualsiasi modo lo si voglia leggere o interpretare, è una perla di rara bellezza all’interno del panorama musicale estremo odierno. Ma cerchiamo di andare con ordine e di orientarci in questo turbinio di emozioni e suoni cangianti.

L’intero lavoro prende dunque la forma di una riflessione profonda della relazione tra l’uomo e la natura, esplorando tale rapporto nel passato, nel presente e sopratutto nell’imminente futuro. Inoltre “Elegy” è connotato da una forte impronta ecologista, trattando la questione della devastazione ambientale e dell’antropocene che ha già segnato l’inizio della sesta estinzione attraverso un’ottica che vede come responsabile della catastrofe ecologica che stiamo attraversando e che si annuncia ancora più terribile nel futuro più prossimo, la fame di profitto e di risorse naturali dell’economica capitalista.

Il sound dei texani Dead to a Dying World (che loro stessi definiscono elemental dark metal) è come un dipinto ad acquerello, in cui le varie tonalità e sfumature di colore si mescolano e contaminano senza però mai perdere completamente la loro identità. Così accade per le differenti anime che attraversano le sei composizioni sontuose di questo “Elegy”, costantemente in tensione verso burrascosi momenti black metal e passaggi in cui vengono dipinti in maniera epica momenti di calma apparente o di quiete sognante grazie a intermezzi ambientali e atmosferici, il tutto comunque dominato da una profonda e intima venatura malinconica sempre presente nel sound dei nostri. Nel corso dell’album ci imbattiamo anche in melodie e arpeggi di natura post-rock che conferiscono un’ulteriore e personale sfumatura all’insieme, così come passaggi ambient o altri ancora contraddistinti da sonorità folk tese verso paesaggi a metà strada tra toni sublimi ed epici e tensioni apocalittiche. Infine impossibile non venire ammaliati dalle melodie malinconiche ma al tempo stesso sognanti create con maestria dalla viola (suonata da Eva Vonne) che tolgono letteralmente il fiato per quanto riescono ad essere evocative, trasmettendo sensazioni di labile calma e di nostalgica rassegnazione dinanzi alla presa di coscienza della maestosità della natura e della finitezza dell’essere umano.

Le vocals che principalmente si alternano tra una femminile (Heidi Moore) e una maschile (Mike Yeager), che vengono supportate su questo album dalla presenza di ospiti del calibro di Jarboe o Thor Harris (entrambi ex Swans) tra gli altri, enfatizzano tutto quello che abbiamo detto finora sul sound dei Dead to a Dying World grazie alla loro interpretazione profondamente evocativa nei momenti di quiete, così come prontamente lancinanti quando si lasciano andare ad uno screaming sofferente per accompagnare gli assalti black metal.

Le sei composizioni sono ben bilanciate, alternandosi tra tracce dalla lunga durata (tutte superiori ai dieci minuti) e monolitiche nella loro evoluzione e intensi quanto brevi intermezzi finalizzati a smorzare la tensione generale dell’album e a concedere oscuri momenti di quiete. Il primo di questi intermezzi è rappresentato da “Syzygy“, brano posto ad introduzione del disco, una litania dalle tinte scure e in cui fa subito capolinea la vena malinconica che contraddistingue la proposta dei Dead to a Dying World, enfatizzata dall’interpretazione evocativa delle vocals ad opera di Mike. La successiva “The Seer’s Embrace” irrompe improvvisamente come una tuonante tempesta in cui la voce di Mike si alterna tra growl cavernosi e un sofferto screaming black metal e con le melodie della viola a sottolineare nuovamente l’atmosfera malinconica. L’intero lavoro si dirama, come già detto, su queste due strade, una tesa verso l’esplosione di burrasche e tormente che sembrano non aver fine e l’altra che cede al richiamo intimo di una tranquillità effimera quanto sognante.

In modo simile all’esperienza avuta con lo splendido “Sequestered Sympathy “ degli Exulansis, l’ascolto di questo “Elegy” trasmette sensazioni degne del romanticismo artistico e letterario, evocando quella reazione di inquietudine e stupore dell’uomo che si trova a contemplare estasiato la sublime maestosità (tanto affascinante quanto brutale) della natura,  prendendo consapevolezza del suo essere finito e insignificante di fronte alla magnificenza dei paesaggi naturali che si distendono infiniti davanti ai suoi occhi increduli. È infatti un disco che a partire dal bellissimo artwork di copertina permette di viaggiare con la mente, facendoci immaginare di star percorrendo paesaggi montani che svettano imperiosi avvolti dalle nuvole, foreste primigenie dominate da forze ed entità naturali o sulla cima di scogliere a strapiombo su un oceano agitato che ruggisce riecheggiando nel vento, preannunciando una tempesta senza fine e che non lascerà scampo.

Gli stessi colori e sfumature che dominano l’artwork di copertina richiamano, a mio avviso, le differenti pulsioni e le molteplici tensioni che attraversano e animano la musica dei Dead to a Dying World, dalle melodie degli archi che sottolineano i momenti più malinconici e decadenti, alle sfuriate di chitarra con il riffing sempre serratissimo ad enfatizzare le brevi quanto letali incursioni in territori (post) black metal accomunabili ai Wolves In The Throne Room o agli ultimi Downfall of Gaia , il tutto ritornando sempre a quel porto sicuro rappresentato da un muro sonoro che si dirama lungo cordinate doom-sludge e in cui i rallentamenti, le atmosfere, i momenti ambientali e le divagazioni folk la fanno da padroni assoluti.

Giunti ormai alla conclusione di questa “recensione”-viaggio, Il solitario viandante che si imbatte nella musica di“Elegy” sarà dunque improvvisamente assalito da uno stato d’animo di completa estasi e di vaga inquietudine dinanzi  alla magnificenza e ai sublimi paesaggi dipinti dalla musica dei Dead to a Dying World. Un album di una bellezza e di una sensibilità rarissime e certamente tra i migliori pubblicati lo scorso anno, un’esperienza intensa in costante tensione tra momenti di quiete effimera e improvvise quanto ruggenti tempeste che travolgono senza pietà.

Agnosy – When Daylight Reveals the Torture (2019)

Quando l’ennesimo temporale sopraggiunge all’improvviso coprendo di nuvole un cielo artificiale, quando l’ora più buia sembra ormai giunta,  quando l’ultima luce del giorno rivela visioni orribili di tortura, morte, distruzione e illumina paesaggi desolati e privi ormai di ogni forma di vita… Incubo o realtà? 

Un sound temprato dalle frequenti piogge e dai cieli plumbei che dominano i paesaggi e le città britanniche ci travolge appena ci addentriamo nell’ascolto di questo affascinante “When Daylight Reveals the Torture”, terza fatica in studio dei londinesi Agnosy e per quanto mi riguarda, uno dei dischi migliori dello scorso anno.

Quelle sonorità che si rifanno in egual misura agli Axegrinder, agli Amebix, ai Sacrilege e in generale a tutto quel brodo primordiale rappresentato dalla seminale scena estrema (punk e metal) underground britannica a cavallo tra gli anni ’80 e i primi ’90, sembrano non avere mai cessato di esercitare il loro fascino sulle generazioni successive. Tra i tanti gruppi che si rifanno a quel sound primitivo di crust punk apocalittico e oscuro che incorpora dentro se tanto ingredienti thrash metal (e primitive pulsioni di metal più estremo) quanto tensioni che richiamano l’aggressività e lo spirito riottoso dell’anarcho punk della prima ora, non nascondendo il gusto per la costruzione di momenti atmosferici e passaggi in cui le melodie disegnano momenti di quiete e paesaggi epici ed al contempo angoscianti, troviamo senza ombra di dubbio da anni i londinesi Agnosy autori di dischi interessanti come “Point of No Return” e il successivo “Traits of the Past” del 2014. Lo scorso anno, dopo una lunga assenza, i nostri son tornati sulle scene con il nuovo, bellissimo a parer mio, “When Daylight Reveals the Torture“, un disco di perfetto crust punk britannico che sintetizza perfettamente, in sette tracce, tutta la maestosità degli Axegrinder di “The Rise of the Serpent Man“, dei Sacrilege di “Behind the Realms of Madness” e degli Hellbastard di “Heading fot Internal Darkness“, riuscendo ad evocare in molti frangenti addirittura atmosfere più apocalittiche e toni di tetra e desolante epicità a la Amebix. L’atmosfera generale che attraversa le sette tracce, creata dal sapiente ricorso ad un riffing melodico e ai rallentamenti, riesce a dipingere paesaggi che ondeggiano costantemente tra l’epico e il malinconico, dando la sensazione di osservare la pioggia che batte incessantemente sulle sporche finestre di un gelido squat sperduto nella periferia industriale di qualche metropoli durante un’inverno che appare senza fine strisciando nelle viscere, mentre anneghiamo in litri di alcool di infima qualità una spirale di paranoie, desolazione e rassegnazione che cerca di inghiottirci.

Uno dei brani che ho apprezzato di più è senza ombra di dubbio “No Friends but the Mountains”, introdotto da una lenta melodia malinconica che prende la forma di una litania oscura e dal sapore vagamente doom, prima di esplodere in una cavalcata di classico crust punk britannico vecchia scuola. Il titolo del brano potrebbe essere una citazione voluta ad un’opera autobiografica scritta da Behrouz Boochani, giornalista e attivista curdo noto per essere tuttora detenuto nel campo profughi sull’Isola di Manus dopo che  le autorità australiane gli negarono l’asilo politco. Le liriche invece affrontano la questione della rivoluzione in Rojava, sottolineando la presa di posizione netta degli Agnosy in solidarietà e supporto a questo progetto rivoluzionario, femminista ed ecologista. La conclusiva “Rise of the Right” introdotta ancora una volta da una melodia oscura, ha un testo fortemente caratterizzato da una posizone antifascista in un momento storico come quello attuale di profonda crisi del capitalismo, in cui i nazi-fascisti tornano a mettere i loro sporchi musi fuori dalle fogne. Infine come non citare il refrain melodico principale della titletrack, un brano a mio avviso magnifico e completo che riesce a condensare dentro di sè tanto le tensioni più epiche quanto toni dal sapore apocalittico, che si stampa in testa al primo ascolto e non vi abbandonerà più.

Con “When Daylight Reveals the Torture” i londinesi Agnosy ci hanno regalato, ad oggi, il lavoro più intenso e completo della loro carriera, riuscendo finalmente a dare la propria impronta personale al loro crust punk intimamente legato alla tradizione britannica del genere e all’immortale quanto seminale scena underground degli ’80. Ancora una volta incatenati nell’oscurità di un inverno eterno, fino a quando la luce del giorno non tornerà a rivelare la tortura a cui siamo condannati…

 

 

Extinction of Mankind – Storm of Resentment (2018)

Dopo che cessano le urla più strazianti, dopo che la tempesta si avvia a placarsi, irrompe il silenzio più assordante e la quiete appare come un’incubo da cui è impossibile svegliarsi…

Due anni fa ormai usciva questo “Storm of Resentment, ultima fatica in studio per i veterani del crust punk britannico che rispondono al nome di Extinction of Mankind, gentaglia brutta, sporca e cattiva sulle scene dal 1992. La proposta degli Extinction of Mankind affonda le sue marciulente radici in quel brodo primordiale in cui confluiscono influenze derivate dall’anarco-punk e pulsioni di metal proto-estremo tipico dell’underground inglese degli anni ’80, quel sound primitivo e selvaggio passato poi alla storia come crust punk o come stenchcore, termine praticamente coniato dai Deviated Instinct per descrivere il proprio selvaggio e brutale sound . Ancora una volta il gruppo britannico sintetizza nella propria musica la fondamentale lezione di gruppi seminali come gli Amebix, gli Antisect, gli Hellbastard e gli Axegrinder, portando avanti un sound volutamente old school e che non ha alcun interesse ad abbandonare quel crust punk apocalittico che ha segnato i passati lavori della band. È infatti nuovamente una tempesta di apocalittico stench-crust di tradizione britannica ad inghiottirci senza pietà in un voragine di rassegnazione, miseria e nichilismo estremo, come a volerci dire che l’incubo continua e che dall’oscurità non si può più fuggire. Atmosfere apocalittiche e oscure avvolgono le varie tracce, con un riffing dalla natura profondamente thrash metal (il riff iniziale della prima traccia Cash Cow, per fare un esempio) che ricorda tanto gli Axegrinder quanto gli Hellbastard ad evocare i momenti più robusti e sostenuti, nonostante la proposta degli Extinction of Mankind preferisca sempre giocare con i rallentamenti e le atmosfere piuttosto che lasciarsi andare ad assalti furiosi fini a se stessi. “Storm of Resentment” nel complesso è un disco solido e che non mostra cedimenti tirando dritto per la sua strada e con alcune tracce che sembrano non lasciare alcuna speranza di sopravvivenza come Engage the Enemy, After the Screams is the Loudest Silence e la stessa titletrack, tuonanti assalti che lasciano impotenti dinanzi all’orrore di paesaggi desolati evocati dai toni apocalittici che permeano l’intero lavoro.  Certamente non troviamo nulla di nuovo sotto al sole, ma gli Extinction of Mankind dimostrano che nonostante gli anni passino, loro sono ancora in grado governare con maestria il genere regalandoci l’ennesimo ottimo disco di crust punk che ci riporta indietro nel tempo grazie al suo sapore fortemente vecchia scuola. Un’altra tempesta di risentimento per ricordarci che l’umanità, per troppo tempo felice o colpevolmente inconsapevole di sguazzare in un mare di merda, si è autocondannata all’estinzione.