Category Archives: Recensioni

A Blaze in the Northern Sky #06

Primo appuntamento del 2021 con A Blaze in the Northern Sky, la rubrica preferita da compagna Satana e più odiata dai seguaci dei Peste Noire. Nella puntata di oggi si parlerà quasi esclusivamente di band che definiscono la loro musica fieramente come Red and Anarchist Black Metal e che mettono al centro dei loro progetti le proprie tensioni antifasciste, anarchiche e rivoluzionarie. Per chi crede ancora che per essere “trve & kvlt“, si debba per forza strizzare l’occhio e collaborare con la merda nazifascista all’interno della scena black metal, la strada da sguire oggi ce la indicano Rampancy, Iron Column e Parasiticide. Questi tre gruppi incarnano differenti direzioni e pulsioni del black metal, ma concordano su una cosa: ai fascisti di ogni sorta non si lasciano spazi, né all’interno né all’esterno della scena del metallo nero. La copertina di questo sesto appuntamento non poteva che essere un omaggio al gesto della teppa cilena che, ad Ottobre, ha dato alle fiamme la Iglesia institucional de Carabineros durante l’anniversario delle rivolte popolari che hanno incendiato il Cile due anni fa. Per farla finita con le violenze poliziesche, con l’oppressione religiosa e con la repressione dello Stato, ancora una volta, come sempre, per la lotta di classe, per il black metal!

RAMPANCY – COMING INSURRECTION (2021)

“Every society you build will have its fringes, and on the fringes
of every society, heroic and restless vagabonds will wander, with
their wild and virgin thoughts, only able to live by preparing ever new and terrible outbreaks of rebellion!”

 

Dalle terre selvagge dell’Ontario (Canada), il one man project Rampancy (ex Anti-Freeze) irrompe sulle scene con Coming Insurrection, un ruggente e sacrilego ululato di dinamite con cui dichiara guerra aperta a questo mondo, una vera e propria tempesta di black metal furioso, attraversato da tensioni insurrezionali e antifasciste che non vi lascerà scampo! Tra un affascinante artwork di copertina (opera di Hagiophobic autore di innumerevoli illustrazioni per gruppi RABM) che raffigura una rivolta della Comune di Parigi e una citazione dell’anarchico individualista-nichilista Renzo Novatore con cui Rampancy si presenta sulla sua pagina bandcamp, lasciamoci dunque trascinare nel vortice di caos e distruzione evocato da queste 9 tracce di black metal rabbioso, implacabile e spietato. Un black metal quello suonato dal progetto Rampancy fortemente radicato nei territori più rumorosi della vecchia scuola, ma comunque caratterizzato da un approccio e un gusto moderno alla materia del metallo nero e sempre attento nella ricerca di riff e melodie che sono in grado di smorzare l’anima più noise del canadese e l’atmosfera generale profondamente opprimente, furiosa e annichilente. Fin dal prinicipio, in una traccia come King of the Locusts (quella dalla durata più sostenuta dell’intero disco) ci vengono presentate tutte le anime che attraversano il sound di Rampancy: rabbiose e gelide sferzate di classico black metal, forti influenze di certo harsh noise che enfatizzano l’atmosfera di caos generale che ci inghiotte senza pietà, uno screaming lontano e tormentato, assoli dal forte gusto melodico, ma anche spazio per un’intermezzo acustico seguito da un riffing in tremolo picking che evoca lo spettro dei primi Satyricon e che ci accompagnerà fino alla conclusione del brano. Coming Insurrection è un disco devastante che prosciuga le energie, un disco con cui Rampancy ci da in pasto la sua visione, abbastanza personale, di un black metal intransigente, belligerante e votato al caos. Mentre soffiamo sulle nere fiamme della rivolta che sta arrivando, i Rampancy con questo disco ci invitano a fare un salto nell’ignoto, a partecipare alla distruzione di questo mondo e a guardare le città bruciare in cenere! Aspettiamo il giorno in cui solo la bandiera dei RABM si alzerà dalle barricate!

IRON COLUMN – POWER FROM BELOW (2020)

“Ci sono solo due strade, la vittoria per il black metal della lotta di classe, che è la libertà, o la vittoria per i fascisti, che significa tirannia. Entrambi i combattenti sanno cosa c’è in serbo per chi perde.”  Dichiarazione incisa col sangue dei fascisti e dei padroni da Buenaventura Durruti Culto in un periodo imprecisato tra il 1936 e il 1993, da qualche parte tra Barcellona e la Norvegia.

 

Prendendo il nome dalla Colonna di Ferro, gruppo armato rivoluzionario anarchico attivo durante la guerra civile spagnola e impegnato nella lotta di resistenza antifranchista, la one man band Iron Column ci da in pasto una mezzora abbondante di black metal vecchia scuola capace di evocare i fantasmi dei primissimi Sodom nei momenti più thrash/proto black e certi Darkthrone in quelli più vicini a territori del metallo nero. Come evidenziato in maniera netta dal nome scelto, questo progetto solista proveniente da Lipsia è animato da un forte sentimento antifascista e anarchico, sentimento che viene ribadito ed enfatizzato fin a partire dalla copertina di questo Power from Below che ritrae per l’appunto un gruppo di anarchici della CNT-FAI durante la rivoluzione anarchica spagnola del 1936. Musicalmente, come già detto, ci troviamo catapultati nei territori di un black metal old school che si pone perfettamente a metà strada tra la first wave del genere ancora pesantemente influenzata dal thrash più malvagio e selvaggio e le prime pulsione della seconda ondata norvegese degli anni 90. Basta il minuto e dieci della intro per venire immediatamente inghiottiti da una tormenta devastante di thrash/black (che a volte riporta alla mente anche i primi lavori degli Aura Noir), un sound capace di risultare estremamente godibile nonostante non si tratti di qualcosa di innovativo o di originalissimo. Tracce come Antarctica (con un’atmosfera generale capace di evocare gli Immortal più glaciali), Fortress of Evil e le più punkeggianti Lawless e Masters of Lies, rendono perfettamente l’idea di quanto ho scritto sopra; siamo al cospetto di un disco davvero ispirato, godibile e che sa ricreare con gusto, conoscenza e passione un sound genuinamente debitore del proto black metal e delle prime incarnazioni del metallo nero novantiano. E mentre nere tormente si agitano e nubi oscure ci impediscono di vedere, Power from Below risuona nel vento facendo gelare il sangue nelle vene dei fascisti e dei reazionari di ogni colore! A las barricadas, por la revolución y por el triunfo del Black Metal antifascista!

PARASITICIDE – INCENERATE THE CROWN (2020)

 

Grinding bestial metal of war! Basterebbe questa breve descrizione per fugare ogni dubbio in merito al contenuto di Incenerate the Crown e in merito alla devozione dei Parasiticide per le incarnazioni più barbariche e selvagge del black metal. Annoverando tra le proprie fila gentaglia già attiva in gruppi assolutamente devastanti del calibro di Sankara e Neckbeard Deathcamp, sembrerà scontato evidenziare che anche questo nuovo progetto è impegnato a suonare il più spietato e bestiale war metal che vi possiate mai immaginare. Scegliere di addentrarsi nei venticinque minuti di questo Incinerate the Crown significa abbandonare ogni speranza di salvezza e lasciarsi completamente travolgere da un vortice di caos selvaggio, impetuoso e violento interessato solo a lasciare distruzione e devastazione dietro di sè. Ogni traccia presente sul disco rappresenta una sorta di breviario del caos a se stante, l’essenza pura del war metal più bestiale e implacabile, in un tripudio di blast beat e di influenze che vanno ricercate nei territori più intransigenti e rumorosi del metal estremo, dal black metal al grindcore! Risentendo dell’influenza dei maestri Blasphemy, così come di quella dei Teitanblood o degli Infernal Coil, i Parasiticide costruiscono nove tracce granitiche attraversate da una furia barbarica che non mostrano mai segni di debolezza o labili spiragli per riprendere fiato, tirando dritto per la propria strada e tritando ossa dall’inizio alla fine del disco. Incenerate the Crown e i Parasiticide sono la migliore risposta possibile al war metal che strizza l’occhio alla feccia nazi-fascista, quindi non avete più scuse per non smettere immediatamente di ascoltare gentaglia ambigua come Conqueror e Archgoat! Indossate le vostre cartuccere, pronti a far divampare le fiamme della lotta di classe affinchè ogni corona bruci per l’eternità, antifascist war metal o barbarie!

 

GUNN – Peace Love and Heavy Weaponry (2020)

What is punk rock to you? No money!

Si apre con questo brevissimo botta e risposta Peace Love and Heavy Weaponry, ultima fatica in studio dei GUNN, dandoci dunque subito un assaggio del contenuto e del mood che avvolgeranno il disco. Un ep brevissimo ma di assoluto impatto, nemmeno 8 minuti di durata complessiva bastano però al gruppo californiano per regalarci un ottimo lavoro di hardcore punk suonato con passione. Anche se a primo impatto l’artwork di copertina potrebbe tradire influenze riconducibili all’anarcho punk britannico, le cinque tracce in cui ci imbattiamo su questo Peace Love and Heavy Weaponry ci portano da tutt’altra direzione, offrendoci un ottimo, incisivo e rabbioso quanto basta, hardcore punk di tradizione statunitense che strizza l’occhio a quanto fatto negli anni 80 da Negative Approach, Negative Fx e in parte dagli SS Decontrol e dai primissimi Gang Green. Le prime tre tracce sono caratterizzate da un hardcore veloce, senza fronzoli e che tira dritto al punto con un’attitudine molto in your face e riottosa, mentre le ultime due sono più melodiche e rallentate, ricordandomi addirittura vagamente i Dead Kenendys in una traccia come Not Original. Nella proposta dei GUNN, tra dosi di aggressività e urgenza espressiva, trova spazio però anche un certo gusto per le melodie e riff orecchiabili che permettono a tracce come la già citata Not Original e Killing Time di stamparsi facilmente in testa. Dopo una manciata di demo, finalmente i ragazzi di Orange County hanno detto la loro con un disco estremamente convincente di puro e semplice hardcore punk suonato con passione, ricordandoci inoltre che il punk è una merda che non ci fa fare una lira!

Dis Means War #01

Ennesima nuova quanto inutile rubrica che probabilmente finirà nel dimenticatoio dopo un paio di articoli. Fatta questa doverosa premessa, perchè Dis Means War? La risposta è abbastanza semplice. E’ evidente a tutti che la moda/revival più recente in ambito hardcore punk è quel calderone cosiddetto “raw punk”, qualsiasi cazzo di cosa voglia dire. Diciamo però che, in questo marasma di uscite estremamente elevato a livello numerico e spesso fin troppo monotono, si nascondono a parer mio anche degli interessanti dischi capaci di proporre un d-beat hardcore/punk convincente, godibile e ispirato anche quando si rifà in tutto e per tutto ai grandi nomi del genere, dai Disclose (gruppo più omaggiato-plagiato in assoluto) ai Mob47. La rubrica sarà strutturata come una sorta di carrellata di alcuni album pubblicati nell’ultimo periodo su cui spenderò pochissime righe, anche perchè spesso si tratterà di demo, ep o promo dalla brevissima durata. Tutto questo perchè il d-beat è guerra e districarsi tra l’enorme quantità di uscite giornaliere raccolte sotto l’astrusa etichetta di raw punk non è assolutamente cosa facile. Senza velleità di voler essere una guida approfondita alle più recenti uscite in ambito d-beat, ma con la passione sincera che mi lega a certe sonorità, ecco a voi Dis Means War!

 

Burning//World – What Brings Tomorrow? 

Questo What Brings Tomorrow si differenzia dalle altre uscite nella scena d-beat recente già a partire dalla copertina e dall’artwork estremamente minimalista e parecchio lontano dal clichè “collage con immagini di guerra in bianco e nero” tipico del genere. Anche musicalmente il d-beat/hardcore proposto dai Burning//World, band proveniente dal New Jersey, guarda principalmente alle sonorità di dischi fondamentali come Death From Above dei mitici Discard, Domd degli svedesi Disarm e in minima parte, nell’atmosfera noise generale, al sound di band come Electric Funeral e Dropend. A livello lirico, nelle sette tracce che compongono What Brings Tomorrow, i Burning//World ripropongono alla perfezione la tradizione del d-beat più classico, bellicoso e politico, affrontando quasi unicamente tematiche legate ad una disillusa quanto rabbiosa critica al militarismo, alla guerra imperialista e alla terrore del nucleare. Niente di nuovo sul fronte occidentale, ma senza dubbio uno dei migliori lavori d-beat in cui ci si può imbattere ultimamente!

Bordger – War of Extinction

Non sembra affatto un caso che lo stile del logo di questa band neozelandese richiami in maniera così netta il logo dei ben più noti Sedition, perchè il d-beat hardcore suonato dai Bordger si ispira profondamente al sound di certa scuola scozzese/inglese. Sono infatti Sedition  (nei toni più crust) e Disaffect (nelle parti prettamente d- beat/hardcore) i primi gruppi a venire in mente, insieme a qualcosa che ricorda il d-beat inglese dei Disaster e il kangpunk svedese degli anni ’80, appena ci si addentra nell’ascolto di questo War of Extinction. Un ottimo lavoro d-beat che per atmosfere, immaginario e ispirazione si distingue in modo abbastanza convincente da tutte quelle band che si limitano a riproporre senza ispirazione la ricetta vincente tanto cara ai Disclose o ai Discharge. Sei semplici tracce di d-beat punk robusto e bellicoso con una decisa quanto interessante venatura crust, questo è in estrema sintesi il contenuto di War of Extinction, un disco di assoluto impatto e veramente intenso!

Tortür – Never Ending Grief

Chi può sopravvivere a questa furiosa tempesta di d-beat punk a.k.a. a mass of raw noise attack rappresentata da Never Ending Grief? Probabilmente l’unica risposta possibile è: nessuno! Mi ero già imbattuto nei Tortür ai tempi di Death Looms Graves Fill e rimasi sinceramente folgorato dal loro devastante assalto di rumoroso d-beat totalmente debitore alla scuola giapponese e ai maestri indiscussi Disclose. Difatti il gruppo di L.A. non ha mai negato di essere a tutti gli effetti un gruppo impegnato a tenere in vita lo spirito selvaggio e il sound brutale che rese i Disclose un nome di culto all’interno dell’underground e fonte di ispirazione per una lista sterminata di band. Never Ending Grief è un’assalto di distorsioni e noise a mano armata, un disco con poche pretese suonato con attitudine e passione, un lavoro con cui i Tortür ci sparano addosso 10 tracce di d-beat crudo e spietato che non hanno alcuna intenzione di darci tregua e capaci di evocare con convinzione le stesse sensazioni che si hanno ascoltando per la prima volta ep del calibro di Once the War Started e Nightmare or Reality. Al grido di “Kawakami Forever!”, ancora una volta i Tortür dimostrano di essere uno dei gruppi migliori a tenere alto il nome e il sound dei Disclose e questo dovrebbe bastarci.

Absurd SS – S/t

Probabilmente questo self-titled album degli Absurd SS è quanto di meglio sia uscito nell’ultimo periodo dalla scena d-beat/raw puk. Un’apocalisse di d-beat noise senza freni e impetuosa nel suo incedere, una tempesta implacabile che lascia solo devastazione e morte al suo passaggio. Le radici del sound degli Absurd SS affondano in profondità nelle sfumature più noise dei giapponesi Framtid e nei toni più selvaggi e furiosi del d-beat suonato dagli svedesi Giftgasattack o dai troppo spesso dimenticati Bombraid, avvicinandosi per certi versi a quanto fatto un paio d’anni fa dai Physique di The Evolution of Combat. In sintesi non c’è dunque da aspettarsi niente di meglio di una devastante mazzata di Scandi-japan Jawbreaker che non guarda in faccia niente e nessuno, votata solamente a portare distruzione e devastazione in nome del d-beat più bellicoso, selvaggio e rumoroso! Dis-noize means fucking war!

Hellish Views  – Holy Horrors 

Minneapolis ha sempre avuto un’importante scena hardcore punk e ne ho anche parlato in maniera abbastanza approfondita in un articolo intitolato Minneapolis Brucia, apparso sul numero zero di Benzine, fanzine punx milanese. Non dovrebbe stupire allora che questi Hellish View siano emersi proprio dalla recente scena punk di Minneapolis dandoci in pasto un concentrato di semplice quanto efficace d-beat noise attack! Holy Horrors è il loro ultimo lavoro in studio, cinque tracce di classico d-beat selvaggio, brutale e votato al caos in perfetta tradizione Disclose, con una fortissimo componente noise che sottolinea quanto i nostri punx siano devoti all’eterno culto dei maestri del d-beat giapponese e a dischi del calibro di Yesterday’s Fairytale, Tomorrow’s Nightmare. Lo spettro incombente dei Disclose emerge poi in maniera estremamente netta soprattutto nelle vocals che evocano senza nascondersi lo spirito immortale di Kawakami. Nulla di nuovo sotto un sole artificiale, nulla di innovativo sotto una pioggia nucleare, solo un devastante, furioso e primitivo omaggio ai Disclose, un omaggio convincente ed estremamente godibile!

Civicide – A Sign of Times to Come (2021)

Ci ritroviamo a vagare tra città in macerie come ultimi sopravvissuti di un’umanità condannata a morte. Attraversiamo le rovine di scenari urbani abitati solamente da desolazione e morte, calpestando ossa e teschi umani, nascondendoci da creature spaventose di una nuova era preistorica post-apocalittica. Questo è il segno dei bui tempi che ci aspettano, mentre l’acre odore nauseabondo di un futuro che non esiste più invade le nostre narici abbandonandoci ai demoni della disperazione e agli spettri di un passato che vogliamo cancellare. 

Ogni amante dell’hardcore punk che si rispetti ha avuto certamente, in un preciso momento della propria vita, una qualche forma di infatuazione, seppur vaga, per la scena punk finlandese negli anni ’80 e per band assolutamente iconiche come Rattus, Kaaos, Terveet Kadet e Riistetyt. Non ho dubbi su quanto appena affermato e personalmente l’infatuazione per l’hardcore finnico è stata abbastanza importante durante i miei primi approcci a questo genere, tanto che anni fa era presente l’idea di scriverci un articolo a riguardo da pubblicare proprio su queste pagine. Poi si sa, il vizio di procrastinare ha sempre la meglio e ad oggi quell’idea abbozzata di un articolo sulla scena hardcore punk finlandese non ha ancora visto la luce e forse mai la vedrà, chissà. Detto questo, se son qui a parlarvi di punk e finlandia è perchè recentemente mi son imbattuto in A Sign of Times to Come, nuova fatica in studio targata Civicide, un gruppo a me sconosciuto fino a pochissime ore fa. Appena schiaccio play e decido di avventurarmi verso l’ignoto nell’ascolto di questo A Sign of Times to Come, il sound dei finlandesi mi sorprende come un fulmine a ciel sereno e cattura in men che non si dica tutta la mia attenzione. Bastano difatti i primi minuti strumentali dell’iniziale Premonition/Omen per accorgermi di essere al cospetto di una band impegnata a suonare un ibrido convincente seppur non originale di crust punk e thrash metal, un sound che evoca gli spettri di quel brodo primordiale conosciuto come stenchcore e che non cesserà mai di esercitare fascino su di me.

La proposta di cui si fanno portabandiera i Civicide prende certamente ispirazione dalla seminale lezione dei Sacrilege e degli Axegrinder, ma il gruppo finlandese dimostra di aver fatto suo certe sonorità e di saperle riproporre e ricreare con passione, convinzione e soprattutto con una buona dose di qualità che emerge specialmente nella capacità di costruire quell’atmosfera apocalittica e desolante tipica del genere, un’atmosfera che aleggia minacciosa e opprimente sull’intero lavoro. Sei tracce che ci danno una convincente e godibile prova di metal-stench-crust, una formula quella proposta dai Civicide che riesce a sintetizzare dentro sè tanto le primordiali pulsioni del genere quanto le incarnazioni più moderne, in uno spettro di influenze che saccheggiano senza problemi sia i territori del primitivo thrash metal britannico di Sacrilege e Onslaught che le inospitali lande del crust punk dominate da desolazione, miseria e oscurità, ricordando per certi versi i toni più cupi ed epici di certi Warcollapse e Swordwielder. Se, come già sottolineato, non siamo di certo al cospetto di una proposta estremamente innovativa, c’è da evidenziare il fatto che i nostri punx finlandesi possono contare su una una buonissima qualità tecnica; una qualità che si manifesta in maniera netta nel songwriting e nella capacità di costruire riff veramente ispirati alternati a melodie che sanno come enfatizzare quell’atmosfera apocalittica perfettamente evocata da tracce come Depths od Despair o Final Frontiers. Accanto a tracce caratterizzate da questa natura più oscura che potrebbe chiamare in causa le atmosfere care agli Amebix, spiccano però anche momenti come Already Dreamed, ovvero assalti metal-crust attraversati da una furia selvaggia e bellicosa che si dimostrano assolutamente senza pietà. Per concludere non posso che scrivere queste righe come fossero una sorta di grido liberatorio: A Sign of Times to Come rappresenta finalmente un lavoro di stench-crust marcio e oscuro come piace a me, un album che mi permetterà di dare un attimo di tregua a dischi che ho ormai consumato in maniera famelica come When Daylight Reveals the Torture degli Agnosy e System Overlord degli Swordwielder.

A Lesson in Violence: Stimulant & Ona Snop

Sarà che negli ultimi giorni sono tornato in fissa potente con Hellnation, Crossed Out e soprattutto Capitalist Casualties, tutti gruppi che amo alla follia e che hanno influenzato parecchio i miei gusti in ambito hardcore ed estremo, ma eccomi pronto a parlavi di due dei migliori dischi powerviolence/fastcore usciti nel 2020 e che meritano sicuramente la vostra attenzione! Se pensiamo per un attimo a cos’è stata la scena powerviolence/fastcore di qualche anno fa, tanto a livello mondiale quanto a livello italiano, e a quante band sono nate al suo interno per poi sciogliersi nel giro di poco tempo, e poi spostassimo lo sguardo ad oggi, ci renderemmo conto come sia effettivamente esistita una sorta di “moda powerviolence” e che sia ormai passata, lasciando spazio a quell’entità che a moltissimi piace definire “raw punk” e che non si ancora capito bene cosa cazzo voglia dire. Al di là di questi cenni storici assolutamente inutili ma che forse potrebbero intercettare lo spirito dei tempi soprattutto all’interno della scena hardcore e punk, ad oggi le band rimaste attive a suonare con passione sincera, convinzione e attitudine powerviolence o fastcore sono molto poche rispetto al periodo di massimo splendore del revival del genere. Tra queste troviamo certamente gli inglesi Ona Snop e gli Stimulant da Brooklyn, senza troppi dubbi due delle migliori espressioni del PV/fastcore degli ultimi 5-10 anni, due band che hanno sempre sfornato dischi di una qualità altissima e di un’intensità invidiabile. Negli scorsi mesi entrambe le band hanno dato alla luce un nuovo album ed è per tale ragione che in questo nuovo appuntamento con A Lesson in Violence vi parlerò proprio di Intermittent Damnation degli Ona Snop e Sensory Deprivation degli Stimulant, dischi che rispondono ad un unico imperativo categorico: “play fast or die trying!”.

E’ cosa nota a tutti che la scena hardcore di Leeds degli ultimi dieci anni ha dato i natali ad alcune delle migliori band contemporanee in ambito fastcore e powerviolence come Gets Worse e Afternoon Gentlemen. Difatti non stupisce che gli Ona Snop, forse il gruppo più interessante e originale appartenente a quella scena, abbiano pubblicato qualche mese fa l’ennesimo devastante capitolo della loro discografia, un semplice e sincero disco di fastcore in your face intitolato Intermittent Damnation, a mani basse quello che si può definire senza troppi problemi uno dei dischi migliori dell’intero 2020. Un disco che, dall’iniziale Everybody in the World is Fucked alla conclusiva Drunk and Rich, non lascia mezzo secondo per riprendere fiato e che impatta sull’ascoltatore come una scarica di pugni nello stomaco, diciassette tracce che non mostrano mai segni di cedimento e un sound generale che dimostra ancora una volta come gli Ona Snop conoscano perfettamente la materia fast-hardcore e sappiano suonarla in maniera assolutamente devastante e convincente. Un concentrato di fastcore, con qualche vaga incursione in territori powerviolence, suonato con passione e attitudine e che ha dalla sua un’ottima tecnica strumentale e la qualità di imprimersi in maniera indelebile già dopo pochissimi ascolti. Non che servissero ulteriori prove o conferme sulla qualità degli Ona Snop e del loro fast-hardcore, senza dubbio uno di quei gruppi che difficilmente deludono le aspettative, ma ancora una volta sono riusciti a superare quanto già di ottimo e devastante avevano offerto con il precedente Geezer del 2018, pubblicando un disco come Intermittent Damnation capace di creare dipendenza e non stancare mai. Tempo fa in merito allo splendido Snubbed dei Gets Worse concludevo la recensione con un breve quanto valido “Leeds odia ancora” e arrivato per l’ennesima volta (ormai ho perso il conto e poco importa) a dover mettere questo Intermittent Damnation da capo, mi tocca ribadirlo con gioia: Leeds continua ad odiare, fastcore a mano armata!

 

Nati dallo scioglimento dei magnifici Water Torture e già autori nel 2017 di uno splendido self titled album di debutto, disco che incise in maniera indelebile il loro nome sulla mappa del powerviolence mondiale, gli Stimulant tornano finalmente sulle scene con questo Sensory Deprivation, un lavoro monolitico che a partire dal titolo non lascia spazio a troppi dubbi e può dare subito una chiara idea dell’impatto che avranno queste nuove 27 tracce su di noi. La formula vincente della band di Brooklyn è sempre la stessa: un mix assolutamente devastante di grindcore e powerviolence, in cui a farla da padroni assoluti sono i costanti quanto improvvisi cambi di tempo e una forte componente noise, oggi forse più protagonista nel sound degli Stimulant rispetto al passato e capace di rendere la proposta dei nostri ancora più violenta, rumorosa e interessante. Come sempre siamo di fronte ad un muro di suono che appare riduttivo definire granitico e brutale, un sound implacabile e impossibile da scalfire e che nei momenti più furiosi e distruttivi, in cui a prendersi la scena sono senza dubbi i blast beats tritaossa, sembra realmente di essere in mezzo ad un agguato a mano armata da cui è impossibile uscire indenni. Come da tradizione del gruppo statunitense, anche questo Sensory Deprivation ha un durata abbastanza sostenuta che si aggira sulla mezzora abbondante, in netta controtendenza rispetto alla maggior parte delle uscite powerviolence. Se da una parte, a primo impatto, il minutaggio generale può sembrare eccessivo, dall’altra, appena si decide di premere play e si viene trafitti senza pietà dalla tripletta iniziale formata da Apathetic, Trashed e Myopic Voided, si capisce immediatamente che il powerviolence degli Stimulant non ci lascerà mezzo secondo per riprendere fiato, continuando a colpirci con violenza fino all’ultimo secondo disponibile, lasciandoci di fatto impotenti, inermi e sfiniti una volta giunti alla fine. Inoltre la forte componente noise è capace di rendere l’esperienza dell’ascolto di Sensory Deprivation una vera e propria discesa in un vortice di confusione, angoscia, estraniamento e totale impotenza dinanzi all’impossibilità di trovare una via di fuga, mentre il powerviolence degli Stimulant continuerà a scagliarci addosso schegge impazzite di rumore e violenza senza alcuna pietà. In fin dei conti vale lo stesso discorso fatto per gli Ona Snop; se infatti non serviva un disco come Sensory Deprivation per darci la conferma della qualità e della brutalità del potere-violenza suonato dagli Stimulant, dischi come questo ci ricordano cosa significhi suonare questo genere con passione, ispirazione e sincera quanto viscerale rabbia, dandoci una vera e propria lezione di violenza e di estremismo sonoro. E forse qualche volta si ha solo bisogno di spararsi nelle orecchie un disco come questo, semplicemente quanto di meglio la scena powerviolence ha da offrirci ancora oggi! Play fast till the day you die, this is another lesson in (noise-power)violence!

 

Straw Man Army – Age of Exile (2020)

“This is one small attempt to make something of the bewildering history of these ‘united states,’ and the long age of exile that follows in the wake of this colonial project. An attempt to become better students of the land we occupy, and the long resistance of its stewards to cultural and ecological decimation. A vehicle for histories that won’t sit still.”

Partiamo col dire che Age of Exile è un disco particolare, tanto affascinante quanto certamente non di facile assimilazione. Uno di quei dischi che è inutile ascoltare in maniera distratta sperando di poter assimilare ogni sua sfumatura dopo un solo, rapido, ascolto. Questo perchè musicalmente la proposta degli Straw Man Army è estremamente variegata e piena di tonalità e tensioni riconducibili a numerose influenze differenti. Quello che è certo e che appare riconoscibile fin da subito è che il sound del gruppo di Ney York affonda le proprie radici in profondità nella tradizione dell’anarcho punk britannico, facendo propria quell’attitudine alla sperimentazione, all’ibridazione e all’infrangere barriere sonore tipica di gruppi quali Crass, Zounds e Rudimentary Peni. Nelle varie tracce si possono infatti sentire echi che rimandano a certo surf rock (Common Shame ne è un ottimo esempio e può ricordare anche certi Dead Kennedys), cosi come strutture dei brani che strizzano l’occhio ad un’impostazione quasi free jazz come l’affascinante Arrival, intro strumentale che apre il disco e che ha una qualità e un’atmosfera quasi da soundtrack. E’ veramente difficile imbattersi in tracce che si somigliano perchè una delle enormi qualità degli Straw Men Army è certamente l’imprevedibilità e l’originalità con cui amalgamano le varie influenze che fanno parte del loro dna e con cui costruiscono canzoni estremamente eterogenee l’una dall’altra. Forse a fare da vero e unico comune denominatore a tutti e dodici i brani che vanno a comporre lo stupendo Age of Exile è il cantato che assume costantemente la forma di uno spoken word, redendo evidente la volontà degli Straw Man Army di conferire un ruolo di centrale importanza alla parte lirica e alle tematiche trattate nei testi all’interno della loro proposta.

Il titolo stesso  scelto per accompagnare il disco è un netto richiamo alla storia di oppressione, sterminio e sfruttamento subito dai popoli nativi nordamericani, una storia il cui il nome e il volto dell’oppressore è da ricercare nel colonialismo euroeo, una storia che è ancora attuale come dimostrano le rivolte e i movimenti di protesta anticoloniali che hanno incendiato gli States (ma non solo) nel corso dei mesi estivi, con statue di schiavisti, colonialisti o “scopritori del nuovo mondo” distrutte e abbattute in varie città. Una storia che però non è solo passiva, ma fatta anche e soprattutto da azioni di resistenza e di rivolta, oltre che da momenti di protesta e mobilitazione per affermare i diritti indigeni sulle proprie terre ancestrali (vedasi un movimento come il più recente in ordine di tempo No Dapl nelle terre Lakota). Age of Exile è dunque un disco estremamente politico, un lavoro attraversato da una vena profondamente tormentata e rabbiosa come da perfetta attitudine e tradizione dell’anarcho punk più primitivo, ma gli Straw Man Army decidono di manifestare questi sentimenti non attraverso una musica veloce, concitata e furiosa, bensì scegliendo la strada di sonorità più estranianti e che, in certi momenti, azzarderei a definire paranoiche, giocando con le melodie e spesso con la ripetizione di certi riff, oltre che con una sezione ritmica abbastanza ipnotica, per aumentare quella sensazione di disagio che emerge già dalle liriche e che promette di tormentarci a lungo, insidiandosi dentro le nostre teste per ribadire che il punk è un mezzo di protesta e di minaccia.

C’è da riconoscere poi al gruppo di NY la capacità di indovinare alcune melodie di chitarra e alcuni riff capaci di far ricordare alcune tracce come First Contact subito dopo pochi ascolti. Il disco vive di un’alternanza costante tra momenti come la splendida The Silver Bridge (una feroce critica al progresso capitalista) che gioca con atmosfere care a certo death rock e melodie di natura smaccatamente post-punk, e altri come la titletrack, che partendo da una linea di chitarra capace di creare un’atmosfera dominata da un senso di desolazione e totale impotenza (sensazioni evocate magistralmente anche dall’artwork di copertina), lascia spazio alla rabbia più viscerale e sincera strizzando l’occhio a certo hardcore vecchia scuola a la Dead Kennedys e all’attitudine riottosa dei primi Crass. Il disco si chiude poi com’era iniziato, ovvero lasciando libero sfogo alle pulsioni e alle sonorità più vicine al free jazz invece che al punk anarchico di scuola britannica, ribadendo ulteriormente le tensioni sperimentali degli Straw Man Army, la loro personalità indiscutibile e l’indubbia originalità della loro proposta. Age of Exile è dunque un disco originale, imprevedibile, complicato ed estremamente affascinante, un lavoro da cui lasciarsi inghiottire senza remore per poterne, ascolto dopo ascolto, assaporare al meglio ogni sua minima sfumatura. Un disco a mio parere maestoso tanto dal punto di vista della qualità strumentale quanto dal lato del messaggio politico, riuscendo ad intercettare in maniera perfetta quello che dovrebbe essere il punk in ogni sua forma: coscienza, protesta, minaccia, rivolta.

Tørsö – Home Wrecked (2021)

Home Wrecked è un Ep dalla brevissima durata ma estremamente intenso come, d’altronde,  ci hanno abituato i Tørsö nel corso degli anni, senza dubbio uno dei migliori gruppi contemporanei a suonare un hardcore punk dal forte sapore old school e caratterizzato da una profonda attitudine in your face sincera e convincente! Queste tre nuove tracce presero forma durante la stessa sessione di registrazione che portò nel 2019 alla pubblicazione del precedente, stupendo, ep intitolato Build and Break; difatti l’intensità e l’emergenza espressiva che attraversavano quel disco emergono prepotentemente anche nel sound, nelle tensioni e nell’attitudine che caratterizzano questo nuovo Home Wrecked. L’hardcore punk del gruppo della Bay Area ancora una volta pianta le proprie radici in profondità nel sound classico di band come Faith (non a caso tra queste nuove tre tracce la band di Oakland ha deciso di realizzare una cover di You’re X’d), Negative Approach, Totalitar, Youth of Today e in generale in tutta la scena straight edge e youth crew statunitense degli anni ’80. Questo rifarsi a certi grandi nomi e ad un sound preciso però non rende i Tørsö un banale gruppo clone, perchè i nostri hanno dalla loro tanti punti a favore: l’attitudine riottosa che appare visceralmente sincera, la passione per l’hardcore punk non solo come musica ma come mezzo per esprimere tensioni politiche e personali, la capacità di scrivere canzoni che si stampano facilmente in testa e la qualità strumentale, soprattutto di Giacomo alla batteria, sono tutte caratteristiche che fanno dei Tørsö uno dei gruppi più intensi e sinceri nell’attuale panorama hardcore mondiale. Le parole che scrivevo qualche anno fa in merito di Build and Break, in fondo, sono valide ancora oggi per parlare di Home Wrecked: i Tørsö non inventano certo nulla di nuovo e sicuramente a loro non frega un cazzo di suonare originali, ma questo nuovo ep è una scarica di pugni nello stomaco e ginocchiate sui denti, quindi, in fin dei conti, la ricetta migliore possibile per un disco hardcore punk sincero e suonato con l’attitudine giusta! E citando i Negazione voglio concludere questa breve ma intensa recensione: lo spirito continua, potremo davvero essere vecchi e forti!

A Lesson in Violence: Repulsione/Inglorious Basterds & One Day in Fukushima/Aftersundown

La fine dello sciagurato 2020 ci ha regalato due degli split grindcore più belli e intensi mai registrati e pubblicati negli ultimi anni, quanto meno all’interno della scena italiana. Sto parlando chiaramente dello split tra i bolognesi Repulsione e i romani Inglorious Basterds e di Barbaric Scenario, lavoro diviso a metà tra i campani One Day in Fukushima e gli indonesiani Aftersundwon! Quest’ultimo disco è inoltre una coproduzione targata Disastro Sonoro, una coproduzione di cui vado particolarmente fiero per il semplice fatto che i One Day in Fukushima furono il primo gruppo che decisi di intervistare su queste pagine nel lontano 2017 e perchè sono un gruppo che ha dimostrato nel corso degli anni di essere quanto meglio ci sia in ambito grindcore a livello europeo. Presto arriveranno le copie di questo devastante split in distro, quindi sapete cosa fare appena finirete di leggervi il seguente sproloquio spacciato per recensione! One Day in Fukushima e Aftersundown da una parte, Repulsione e Inglorious Basterds dall’altra, quattro modi diversi di intendere, interpretare e suonare grindcore, un’unica lezione di violenza inaudita e devastante per le nostre orecchie indifese! ANOTHER LESSON IN VIOLENCE, GRINDCORE IST KRIEG!

Quanti minuti servono ad uno split grindcore per lasciare impresso indelebilmente il proprio segno nei nostri ricordi e per lasciarci inermi a terra senza più energie? Ai veterani Repulsione e agli ottimi Inglorious Baterds bastano dieci minuti totali suddivisi in quattro tracce a testa che non lasciano alcuno scampo e alcuna via di fuga all’ascoltatore. I Repulsione sono ormai un nome di culto della scena powerviolence/grindcore italiana e con il passare degli anni hanno spinto la loto brutale proposta priva di chitarre sempre più in là verso forme di vero e proprio terrorismo musicale, rendendola di fatto implacabile e assolutamente priva di pietà. Se già nel precedente Sunrip erano molto labili e vaghi gli echi powerviolence presenti dagli albori nel dna della proposta del gruppo bolognese, queste nuove quattro tracce si allontano quasi totalmente da territori pv dandoci in pasto un grindcore devastante e granitico, in un tripudio di blast beats che sembrano poterci tritare le ossa e il cervello in ogni momento. Il grindcore suonato dai bolognesi strizza l’occhio alle sonorità più estreme, rumorose e riottose del genere, quelle che vanno dai Warsore agli Unholy Grave per capirci, piuttosto che ai nomi storici e alle band più moderne, sottolineando in questo modo l’intimo legame con l’attitudine hardcore di certo grind più underground e “politico”. Il sound dei Repulsione è come sempre monolitico e non mostra mai segni di cedimento, ma in fin dei conti non servivano queste nuove quattro tracce per darci prova del terrorismo musicale di cui sono capaci i nostri grinders bolognesi. Per essere sintetici e chiari: assolutamente devastanti!

Dall’altra parte dello split troviamo invece gli Inglorius Basterds che, con la delicatezza del coltello con cui Brad Pit incide una svastica sulla fronte del gerarca nazista nell’omonimo film da cui il gruppo romano prende ispirazione per il proprio nome, ci lasciano preda indifesa di un altro modo di intendere il grindcore, sicuramente meno legato a sonorità hardcore punk e powerviolence, ma che irrompe spessissimo in territori brutali ed estremi che strizzano l’occhio a certo death metal. Emerge una certa “atmosfera” marciulenta e dalle tinte vagamente gore nella proposta degli Ingloriuos Basterds, i quali però, pur attenti alla ricerca di groove nel riffing e nella struttura dei brani, non perdono mai di vista l’intensità e l’irruenza del loro grindcore furioso e spietato. Ottima anche la scelta degli intermezzi cinematografici tra un brano e l’altro. Quattro tracce che possono essere descritte unicamente prendendo a prestito le parole di una grandissima cantautrice romana: “so’ cortellate quante ne volete”! In fin dei conti il lato dello split occupato da questi “bastardi senza gloria” risulta essere un vero proprio assalto a mano armata mosso unicamente dalla volontà di non risparmiare niente e nessuno e totalmente incapace di provare qualsivoglia pietà!

Se invece provassimo a porre la domanda di cui sopra a One Day in Fukushima e Aftersundown la risposta sarebbe ben poco diversa. Dodici minuti totali più una manciata di secondi che, per un disco grindcore, fanno eccome la differenza. Cinque canzoni per gruppo, con sonorità che pur partendo da una netta base grindcore si differenziano abbastanza tra le due band. La proposta degli indonesiani Aftersundown è infatti molto più marcia e rozza (caratteristiche enfatizzate anche da una registrazione volutamente poco pulita e noisy), con influenze di certo crust a la Extreme Noise Terror degli albori che emergono spesso in tracce come Fake Raids e Bullshit Doctrine e che sono evidenziate perfettamente anche nella decisione di coverizzare l’iconica Police Bastard dei Doom. In sostanza però siamo al cospetto di un grindcore visceralmente e sinceramente old school, devoto unicamente al rumore più primitivo e crudo, un sound che mi ha ricordato in più di un’occasione la proposta di band di culto come i colombiani Confusion e in generale di tutte le incarnazioni del grindcore che vanno dai Warsore agli Autoritar. Tenendo fede al titolo dello split, quello che ci offrono gli Aftersundown è un concentrato di primitivo e barbarico grindcore senza fronzoli e senza pretese, che sa colpire nel segno con una furia devastatrice e selvaggia!

Il sound proposto dai One Day in Fukushima è invece totalmente debitore ad un grindcore classico, sonorità che pur mantenendo un forte legame con i nomi storici della vecchia scuola, riesce a suonare moderno e con una buona dose di personalità, oltre che di evidente qualità tecnica, di passione e sincera attitudine, tutti elementi fondamentali per suonare grind come si deve. Al mio orecchio anche queste nuove cinque tracce dei One Day In Fukushima tradiscono l’influenza della scuola scandinava di Nasum e Rotten Sound e di certo death metal, specialmente in una traccia brutale come The Leviathan, e questa varietà di influenze presente nel sound robusto e devastante dei One Day in Fukushima non può che essere un enorme qualità del gruppo campano. In poche parole si tratta di un grindcore che non fa prigionieri, che tira dritto per la sua strada lasciando dietro di se solo macerie e devastazione. Un grindcore dotato però non solo di brutalità e violenza, ma anche di un ottimo tiro e di una certa dose di groove, caratteristiche che permettono facilmente alle cinque tracce di stamparsi in testa fin dal primo ascolto. Passione, sincerità, qualità e profonda conoscenza della materia grindcore permettono ancora una volta ai One Day in Fukushima, dopo il devastante e bellissimo Ozymandias del 2018, di confermarsi tra le migliori realtà estreme europee!

 

Children of Technology – Written Destiny (2020)

THIS IS METAL ANARCHY!

In un tripudio di caos, velocità e litri di birra scadente, creature notturne con i volti dipinti da pitture di guerra, si aggirano per le wasteland come nuovi barbari assetati di distruzione e pronti a suonare a tutto volume, tra le macerie delle città abbandonate, un perfetto ibrido di furioso e spietato speed metal punk, l’unica colonna sonora possibile per accompagnare i giorni di un futuro che non esiste più. Metal anarchy è l’urlo di battaglia, i Children of Technology son pronti a vendere cara la loro pellaccia in quest’epoca post apocalittica dominata dallo sconforto e dalla desolazione! 

Rompo gli indugi fin da subito così mi tolgo il pensiero: non sono mai stato un grande ascoltatore dei Children of Technology nonostante il genere che suonino rientri pienamente nei miei gusti e nei miei ascolti più assidui. Non ho mai saputo spiegarmi bene il perchè, ma i vecchi lavori della band mi hanno spesso lasciato indifferente. Ecco perchè trovarmi qui a parlare di questo nuovissimo e inaspettato nuovo lavoro intitolato Written Destiny, è per me abbastanza strano ma allo stesso tempo interessante. Strano sopratutto perchè finalmente l’ascolto dello speed-metal-punk dei Children of Technology ha spazzato via la mia indifferenza nei loro confronti, riuscendo a farmi apprezzare appieno la loro proposta!

New wave of speed metal punk! Questa in estrema sintesi è quanto ci troveremo ad ascoltare una volta che ci saremo addentrati in Written Destiny, un concentrato assolutamente devastante di Venom, Warfare, Tank, primi Onslaught, qualcosa dal sapore d-beat/crust a la Anti-Cimex/Driller Killer, riffing thrash metal taglienti sullo stile dei primi Voivod e dei Sacrilege di Within the Prophecy e un sound generale che non può non riportare alla mente il crossover thrash/hardcore punk dei Broken Bones dell’era F.O.A.D. e l’attitudine stradaiola tanto cara agli Inepsy. Un destino, quello dei Children of Technology, dunque inciso indelebilmente nella scena metal/punk underground degli anni ’80, scena a cui i nostri sono sinceramente devoti fedeli e lo dimostrano senza remore ancora una volta con questo nuovo lavoro assolutamente devastante e senza pietà!

L’atmosfera generale di questo Written Destiny alterna momenti capaci di evocare un certo immaginario (a dirla tutta un po’ abusato ma sempre parecchio godibile) post apocalittico a la Mad Max ad altri passaggi dal sapore fortemente anthemico, senza mai perdere d’occhio una certa propensione alla distruzione e alla crudeltà, così come un certo gusto per il riffing sempre ispirato e devastante. In fin dei conti siamo sempre al cospetto di un assalto di speed metal punk che non ha alcuna intenzione di fare prigionieri ma è mosso unicamente dalla voglia di distruggere qualsiasi cosa si trovi sul suo cammino, quindi non ci si stupisca se ascoltando queste nuove otto tracce dei Children of Technology ci si ritrovi immediatamente catapultati in un vortice di distruzione e crudeltà! Tracce di assoluto impatto come The New Barbarians, la stessa titletrack, The Days of Future Past e Creation Trough Destruction sono veri e propri assalti brutali e spietati di speed/heavy metal di scuola Warfare/Tank, uno speed metal imbastardito perfettamente con il thrash di scuola Sacrilege/Onslaught e con l’attitudine punk e stradaiola dei migliori Broken Bone e Inepsy.

Alla fine dei conti questo Written Destiny è esattamente la colonna sonora di un futuro che non esiste più, parafrasando il titolo della canzone con cui ha inizio questo nostro viaggio. Traccia dopo traccia i Children of Technology, distruttori del mondo come l’abbiamo finora conosciuto, sono dunque pronti a scatenare le forze infernali su questa terra senza lasciarci alcuna via di fuga o possibilità di salvezza, innalzando fieramente al cielo la loro bandiera “speedmetalpunk”! Chiudetevi in casa e blindate porte e finestre se non siete dunque pronti ad unirvi alla brigata del caos che porta il nome dei Children of Technology e a seguire i canti di guerra da loro intonati con furia selvaggia. In caso contrario, lasciate ogni speranza di salvezza perchè la tempesta di speed metal punk evocata da questo Written Destiny non conosce pietà verso niente e nessuno! Stappate le vostre birre scadenti e tenetevi pronti a scorrazzare liberi e selvaggi su e giù per le wastelands, mentre le fiamme infernali del metal-punk più ignorante inghiottiranno le rovine delle vostre città e ridurranno questo mondo in macerie! This is metal anarchy, nothing less, nothing more!

Tower 7 – Entrance to a Living Organism (2020)

Non ho idea di come sia possibile che mia sia scordato di inserire questo Entrance to a Living Organism dei Tower 7 nell’articolo “Music Critics and Records Collectors are Pretentious Assholes“, articolo, per chi non se lo fosse ancora letto, dedicato ad alcune delle pù interessanti uscite in ambito punk e hardcore del 2020. Rileggendo l’articolo mi sono accorto di questa grave mancanza, perchè si tratta a mio parere di uno dei migliori dischi “punk” ascoltati negli ultimi anni, nonchè uno dei miei ascolti più assidui da marzo (mese di pubblicazione del disco) a oggi. Fatta questa premessa auto-assolutoria, cerchiamo di andare con ordine e addentriamoci in questa prima fatica in studio dei Tower 7, gruppo che sembra uscito direttamente tra la fine degli anni 80 e l’inizio dei 90. Il sound che caratterizza le otto tracce presenti su questo Entrance to a Living Organism è permeato di quel sapore e di quell’attitudine anarchica e riottosa tipica dell’underground hardcore/crust punk, riuscendo nell’impresa di sintetizzare tanto la lezione seminale di band anarcho punk come Anti-System e A-Political quanto l’irruenza selvaggia e furiosa di gente come Electro Hippies e in parte dei Concrete Sox più crust.

E’ dunque un’anarcho punk fortemente caratterizzato da un’attitudine tipica del crossover britannico fine anni 80 e che non nasconde all’ascoltatore l’influenza di certo metal (in alcuni momenti il riffing ricorda il trash metal più primitivo e crudo). Rimanendo sul lato prettamente musicale, se da una parte il sound generale da una sensazione di rabbia primitiva profondamente istintiva, dall’altra il riffing di matrice crossover/metal sembra molto ispirato e suonato non solo con qualità ma anche con una certa dose di personalità. A tutto ciò si sommano le vocals, estremamente selvagge e abrasive ma anche sofferte in alcuni passaggi, perfettamente in grado di segnare un continuum, sincero per quanto riguarda l’attitudine anarchica e riottosa, con i gruppi sopracitati. Come da tradizione anarcho punk, ad attirare e catturare l’interesse di chi ascolta sono sicuramente i testi e la volontà dei Tower 7 di rendere la musica principalmente un mezzo con cui esprimere le proprie tensioni di rivolta, tensioni tanto personali quanto politiche che necessitano di deflagrare liberamente, invece di venire soffocate per l’ennesima volta. In estrema sintesi questo Entrance to a Living Organism è si un disco da ascoltare tutto d’un fiato facendosi completamente inghiottire e distruggere, ma anche un lavoro che merita il giusto tempo per soffermarsi a leggere i testi di tracce devastanti come Ritual of Detention, Fatigue e Endless Growth. Se vi mancano gli Electro Hippies, ora potete consolarvi con i Tower 7 senza avere rimpianti!