Category Archives: Recensioni

Prehistoric War Cult – Cold Wind Howls Over The Burial Site (2021)

Prehistoric metal of death is the soundtrack of the savage war to come… and meanwhile the cold wind howls over the next burial site!

In una scena spesso ambigua, se non apertamente tollerante nei confronti di gruppi vicini all’estrema destra come quella del cosiddetto war metal, fa estremamente piacere imbattersi in una band come i tedeschi Prehistoric War Cult che non si nasconde e anzi prende una netta posizione antifascista. I Prehistoric War Cult, portando alto lo stendardo del più feroce e primordiale war metal, già dal nome lasciano pochi spazi all’immaginazione su quello che sono capaci di offrirci con questa loro prima fatica in studio intitolata Cold Wind Howls Over The Burial Site.  La musica dei tedeschi potrebbe essere sintetizzata come il figlio bastardo, assetato di distruzione e sangue, del death metal più marcio e ferale e del black metal più primitivo e oltranzista, un sound opprimente, oscuro, feroce e primitivo che guarda tanto a nomi seminali come i Beherit di “The Oath of Black Blood” quanto alla proposta dei più recenti Caveman Cult. Un bestial war metal che non fa prigionieri e non lascia scampo a niente e nessuno, tira dritto per la sua strada in nome della guerra selvaggia e della violenza primitiva senza scrupoli, ribadendo la supremazia del metal estremo suonato con furia cieca e violenza barbarica.

Bastano difatti i 53 secondi dell’intro Marks of Death in Abandoned Caves per comprendere di essere al cospetto di un assalto di death/black metal implacabile e spietato, che non ha intenzione di risparmiarsi in termini di ferocia, brutalità e barbarico spirito guerresco. Sette tracce per una ventina di minuti abbondanti in cui veniamo sommersi da un riffing forsennato, blast beats tritaossa e da vocals selvagge, tutti elementi con cui i Prehistoric War Cult riescono costruire un’atmosfera soffocante e sulfurea che ci inghiotte senza lasciarsi speranze o attimi di tregua. Tracce come Blood Sacrifice e Towards the Blazing Monument (of Creation) evocano gli spettri di Goatlord e Black Witchery (altre due fondamentali influenze) in maniera convincente, pur dimostrando una buona dose di personalità nel trovare soluzioni interessanti e non monotone in un genere come il “war metal” fortemente inflazionato soprattutto negli anni più recenti. Altro momento di altissimo livello è Raiding The Enemy Village (As Foretold By The Sacred Bones), brano che, come evocato dal titolo steso, ha tutta la ferocia di un incursione barbarica, di una razzia selvaggia all’interno di un villaggio nemico che si trova impreparato e indifeso nell’affrontare la distruzione dispensata in nome del “preistorico metal della morte”! Lasciate ogni speranza e accettate dunque il culto del war metal suonato dai Prehistoric War Cult e siate pronti al bagno di sangue che lascerà dietro di sé questo Cold Wind Howls Over The Burial Site. 

Che i barbari si scatenino. Che affilino le spade, che brandiscano le asce, che colpiscano senza pietà i propri nemici. Che la guerra selvaggia  prenda il posto della rassegnazione, che la violenza primitiva prenda il posto del attesa, che il culto del metallo preistorico regni tra le macerie di questo mondo. Che le orde barbariche vadano all’assalto al grido di “Prehistoric Metal of Death”!

Moratory – The Old Tower Burns (2021)

In nome del metalpunk e del d-beat, cinque barbari senza padroni né dei, conosciuti con il nome di Moratory, sono pronti a scendere dalle fredde terre russe per dare alle fiamme il vecchio mondo e vedere le sue torri bruciare! 

“Non si dovrebbe mai giudicare un disco dalla copertina” quante volte abbiamo sentito ripetere questa frase. Ma quando ci si trova dinanzi il bellissimo artwork di questo The Old Tower Burns e lo si osserva con attenzione, capiamo che i Moratory hanno volutamente lasciato più di qualche indizio sulle loro influenze musicali, così da fugare quasi ogni dubbio sull’ispirazione e sull passione che anima la loro ricetta metalpunk. Riferimenti ai Driller Killer così come ai Venom o ai Darkthrone (soprattutto del loro periodo più “crust”) appaiono perfettamente azzeccati per farsi una prima idea del contenuto delle dieci tracce che ci troviamo ad ascoltare e che ci travolgono con tutta la furia e lo spirito battagliero del metalpunk più sincero e trascinante. Partendo da una solida base d-beat che emerge soprattutto nelle ritmiche di batteria oltre che nello spettro della scuola svedese di Driller Killer e Anti-Cimex che aleggia costante sull’intera proposta dei Moratory, la musica dei nostri evoca spesso il thrash metal vecchia scuola (primissimi Voivod o Onslaught) così come i primordiali vagiti proto-extreme metal di Bathory e Venom, finendo per condensare tutte queste influenze in un crossover metalpunk che mi ha ricordato per certi versi anche gli English Dogs e i Broken Bones dello spettacolare “F.O.A.D.”.

Dieci tracce che non mostrano segni di cedimento né momenti di noia o incertezza, anzi tirano dritte implacabili e impetuose risultando essere coinvolgenti e riuscendo nell’impresa di alternare momenti più furiosi e dall’attitudine riottosa (Genocide State) ad altri in cui a dominare la scena ci pensano melodie a metà strada tra la scuola d-beat svedese più moderna e lo speed metal che fu (Project Humankind). E mentre mi ritrovo ad ascoltare per l’ennesima volta brani che mi costringono (quasi contro la mia volontà) a fare headbanging come Wagner’s Path o Dances of the Damned, comprendo che altre parole per parlare di questo album sarebbero del tutto superflue. Sia chiaro, non ci troviamo certamente dinanzi a qualcosa di innovativo o originale, ma questa mezz’ora abbondante di metalpunk ha un grande pregio: è estremamente divertente e non annoia praticamente mai, anzi sembra correre via anche troppo velocemente! I Moratory, suonando con una passione per questo genere che trasuda da ogni nota e da ogni riff, ci danno una monolitica prova di forza, maturità e sicurezza nei propri mezzi e con The Old Tower Burns  ribadiscono di essere attualmente uno dei gruppi più validi nell’innalzare al cielo la bandiera del metalpunk più sincero, trascinante e riottoso!

Brux – Guerra Mental (2021)

If the skins & dark are united then they will never be divided!

Oi! post-punk?! Cos’è questa nuova diavoleria?! La risposta ce la può dare solamente Guerra Mental, ultima fatica in studio per gli spagnoli Brux! Un breve Ep di sole quattro tracce per una durata complessiva di otto minuti bastano per farci immergere completamente in questo esperimento musicale impegnato a mescolare sonorità tipiche dell’Oi! e di certo Uk82 sound con atmosfere oscure e suoni riconducibili all’universo post-punk. L’album si apre con la titletrack, un ottimo manifesto di questo originale connubio sonoro tra sonorità post-punk e l’anima più Oi! che emerge principalmente nelle vocals, un traccia capace di evocare in più momenti lo spettro dei francesi Syndrome 81. Con la seconda traccia intitolata La Mierda de Siempre siam invece al cospetto dello spirito più Oi/street punk dei Brux, una canzone che richiama alla mente tanto la scuola britannica del genere quanto band più recenti come i Rixe, risultando il momento dal tiro più punk rock’n’roll presente su questo ep. Con Bullet, terzo brano in cui ci imbattiamo, tornano ad essere in primo piano sonorità e atmosfere malinconiche debitrici all’universo post-punk che possono ricordare in egual modo i Litovsk o gli spagnoli Belgrado. La conclusiva No Cierres el Bar è invece il più classico degli inni Oi!, una traccia accompagnata da un ritornello fortemente anthemico che si stampa in testa immediatamente e che si farà sicuramente cantare a squarciagola in preda al delirio alcolico più molesto. Giunti alla fine dell’ascolto, Guerra Mental risulta essere un lavoro godibile e interessante nel suo intento di provare a cercare una sintesi coerente a due generi così differenti per sonorità, attitudine e atmosfere come l’Oi! e il post-punk. Un esperimento musicale che i Brux dovranno però affinare in futuro per evitare di dar l’impressione che le due anime che convivono all’interno del loro sound siano fin troppo distinte e separate. Al di là di tutto, queste quattro tracce di Oi! post-punk risultano già essere trascinanti e affascinanti, quindi ai Brux non resta che proseguire sulla loro strada con convinzione, attitudine e passione!

 

Køntraü – Un Mondo Diverso da Questo (2021)

Nella mia testa sogno un mondo diverso da questo e ne porto i segni sulla pelle.
Giorni neri nella mia testa, che si rincorrono senza fine, senza darmi tregua, lasciandomi inerme e impotente a guardare un futuro che non esiste più. E che per questo fa ancora più paura. Giorni neri con l’acqua alla gola e attorno a me dilaga impetuosa una sensazione di abbandono e sconfitta. Stringimi forte, sussurrami all’orecchio che possiamo ancora essere l’offensiva contro questa città di merda che ci soffoca, ci inghiotte e poi ci vomita senza alcuna pietà. Guarda fuori dalla finestra, sembra stia iniziando a piovere mentre, all’orizzonte, vedo il riflesso di Milano che ricomincia a bruciare nelle vetrine dei negozi di lusso. Non c’è più alcun posto per me in questa metropoli paranoica. Un mondo diverso da questo è quindi possibile?  Occupiamo queste strade con i nostri incubi di sopravvivenza. 

Milano brucia in una notte di settembre.

Punx-volpini, questa estate da qualche parte a Milano.

Nati nella saletta di T28 e da qualche anno attivi con varie apparizioni live nei vari squat e centri sociali milanesi e non solo, finalmente i Kontrau sono riusciti a dare alla luce il loro album di debutto accompagnato da un titolo che sembra una vera e propria dichiarazione di intenti da parte dei nostri: Un Mondo Diverso da Questo. Anche il nome scelto dalla band, che in esperanto significa “contro”, lascia presagire l’istinto bellicoso e l’attitudine rivoltosa dei nostri. Annoverando tra le loro fila gentaglia bellissima già attiva in altre band come Mesecina, Peep, Failure, nonchè volti noti della scena hardcore milanese, i nostri punx-volpini ci danno in pasto diciotto minuti in cui d-beat/crust punk e sonorità death metal vecchia scuola si mescolano in una ricetta convincente, brutale e che non lascia un attimo di tregua. Se musicalmente non stupisce l’intensità e la solidità della proposta dei Kontrau, tratto che si poteva notare già dai loro concerti (basti pensare a quelli di questa estate a Milano o in Scintilla a Modena), quello che maggiormente ho apprezzato durante l’ascolto delle undici tracce è senza ombra di dubbio il lato lirico. E’ infatti dai testi che emerge un continuum di tensioni e sensazioni che richiamano alla mente l’hardcore punk italiano degli anni ’80 e specialmente l’attitudine e il liricismo di band come Wretched o Declino. Testi che trasudano tutto il malessere, il senso di impotenza e di alienazione prodotti dal vivere in una metropoli come Milano e la necessità intima di rivoltarsi contro di essa e contro un mondo votato al profitto, al consumo e alla merce, allo sfruttamento di ogni forma di vita, alla distruzione del pianete e alla repressione di ogni forma di dissenso. Testi in cui emerge prepotente la tensione a trasformare l’apatia e il nichilismo in azioni per minare l’esistente capitalista, risvegliarsi dal torpore imposto dal quieto vivere e dalla pacificazione sociale, attaccare a viso aperto la repressione che minaccia le nostre vite, al fine di riuscire a costruire una vita radicalmente diversa, quel “mondo diverso da questo” evocato dal titolo dell’album.

Per quanto riguarda la musica, i Kontrau riescono perfettamente nel loro intento di condensare la loro passione per il d-beat/crust più classico di scuola svedese (l’iniziale Giorni Neri per esempio) e quella per le sonorità primordiali di certo death metal (Segni sulla Pelle, Con l’Acqua alla Gola), regalandoci così un sound che non mostra segni di cedimento e che si dimostra impetuoso, brutale e spietato nel suo incedere, incurante di ciò che si trova dinanzi così come delle macerie che si lascia alle spalle. Ultima nota che ci tengo a sottolineare è la prestazione dietro al microfono del buon Filippo, una voce abrasiva e rabbiosa perfetta per il genere e che risulta convincente e ispirata in tutte le tracce. Per concludere, i Kontrau hanno dato prova di essere devastanti sia dal vivo che in studio, quindi l’unico consiglio che mi sento di darvi è quello di correre ad ascoltare Un Mondo Diverso da Questo senza perdere tempo perchè erano anni che non veniva pubblicato (seppur al momento solo in versione digitale, purtroppo) un disco crust punk così valido, intenso e brutale all’interno della scena italiana! Bravi Kontrau, bravi punx-volpini!

E’ una notte oscura e piovosa nella metropoli, qualcuno fissa il proprio smartphone, qualcuno non riesce a dormire, qualcuno sta scappando dagli sbirri e 5 volpini corrono lungo le strade…

Schegge Impazzite di Rumore – Speciale Sentiero Futuro Autoproduzioni

Nessuno vedeva, nessuno sentiva. Qualcosa scompare.

Appuntamento speciale con Schegge Impazzite di Rumore, la rubrica più longeva presente su Disastro Sonoro ma che era, inspiegabilmente e senza scuse che tengano, piombata nel silenzio per troppi mesi. Il silenzio viene oggi interrotto grazie alla pubblicazione avvenuta qualche mese fa di due nuove misteriose band prodotte da Sentiero Futuro Autoproduzioni, un nuovo collettivo punx milanese già autore della splendida compilation benefit “Uno Sguardo Oltre”. Due nuovi gruppi avvolti dal mistero, uno di Milano/Bologna e l’altro di Trento, che rispondono al nome di Spirito di Lupo e SLOI, impegnati a suonare rispettivamente un crudo anarcho punk e un d-beat hardcore fortemente debitore della vecchia scuola italiana. Citando direttamente le parole del collettivo Sentiero Futuro per chiudere questa inutile introduzione e lasciarvi alle “recensioni” e per dare anche un po’ di contesto: Being a punk takes a toll on your mental health. You live in a constant state of proud alienation, appropriating other people’s disgust and inability to understand, perpetually aware of the shittyness of society. 

Nei tuoi occhi lo sai, lo spirito continua!

 

SLOI – SLOI

VEDO LA FOLLIA NEI VOSTRI OCCHI, PREFERISCO LA MORTE CHE CONFORMARMI

Gli SLOI sono originari di Trento e il loro nome è l’acronimo di Società Lavorazioni Organiche Inorganiche, una fabbrica di piombo che avvelenò la zona trentina più di 40 anni fa e conosciuta tristemente anche come “la fabbrica degli invisibili”. Molti dei suoi operai sono infatti morti per avvelenamento da piombo, mentre altri si sono tolti la vita all’interno del manicomio di Pergine, dove venivano curati come malati di mente. Abbozzate queste note biografiche sulla band e contesto in cui emerge il progetto, che ci danno un ulteriore prova delle barbarie prodotte dal capitalismo, dalle industrie che avvelenano esseri umani e natura e dagli orrori dei manicomi, possiamo già intuire l’atmosfera, le sensazioni e i contenuti lirici condensati in queste sette tracce che formano la prima fatica in studio degli SLOI. Bastano pochissimi secondi dell’introduttiva La Fine per venire letteralmente travolti da furiosi assalti d-beat, chitare fuzz e un sound generale estremamente rumoroso che non riesce a fare a meno di ricorrere ad un uso estremo del riverbero, tutti elementi che creano un muro di rumore in cui a farla da padrona sono i ritmi martellanti della batteria e i riff selvaggi. Sette schegge impazzito di hardcore punk senza compromessi che flirta con il noise e con il quale gli Sloi ci vomitano addosso tutta la rabbia nichilista, la disillusione, il senso di impotenza così come l’istinto di sopravvivenza condito con labili tensioni di rivolta e protesta che animano la loro proposta. Le influenze dei trentini vanno ovviamente ricercate nella tradizione hardcore italiana degli anni 80 e specialmente in gruppi come Wretched, Eu’s Arse, Declino e Stigmathe (soprattutto per una vaga atmosfera oscura che avvolge l’intero lavoro), ma il sound generale strizza l’occhio anche ad una certa corrente d-beat/raw punk meno stereotipata degli ultimi tempi. Per fare un solo esempio, un brano come il conclusivo Preferisco la Morte evoca in maniera chiara, tanto nel testo quanto nelle sensazione di disillusione e rabbia viscerale che esprime, tutta l’influenza dell’hardcore italiano di band come Wretched o Eu’s Arse. Stiamo in fin dei conti sempre parlando di un furioso assalto hardcore volto a distruggere qualsiasi cosa si trovi davanti, quindi state certi che ascoltare veri e propri inni nichilisti come Futuro Programmato, Vite Cibernetiche e Addestrato al Nulla non sarà sicuramente un’esperienza che vi lascerà uscire indenni e indifferenti. Condensando in un quarto d’ora rumore e nichilismo, rabbia viscerale,  sensazioni di impotenza e angoscia, pulsioni di rivolta e volontà di non volersi ancora arrendere del tutto all’incubo dell’esistente, gli SLOI innalzano la nera bandiera dell’hardcore punk italiano che resiste!

 

Spirito di Lupo – 4 Canzoni

Gli Spirito di Lupo sono una band formata da membri di Kobra, Horror Vacui, Cerimonia Secreta e Tuono (giusto per fare qualche nome) e questi nomi dovrebbero già darvi un background musicale, lirico, di attitudine e di immaginario per iniziare a comprendere su quali coordinate si muove questa nuova incarnazione-punx che ha preso vita nell’oscurità tra Milano e Bologna. L’iniziale I Miei Occhi Sono Chiusi rappresenta il manifesto perfetto del punk suonato dagli Spirito di Lupo e degli elementi che caratterizzano questa loro prima fatica in studio intitolata semplicemente “4 Canzoni”. E’ un punk estremamente raw, volutamente rumoroso e caotico e dai suoni profondamente lo-fi quello suonato dai nostri punx milanesi/bolognesi, in bilico tra le pulsioni più rabbiose dell’hardcore punk italiano degli anni 80 e i territori più oscuri dell’anarcho punk classico. Quattro tracce selvagge e minacciose, che riescono però anche ad evocare atmosfere estatiche grazie ad un certo gusto psichedelico che si può riscontrare specialmente nei riff, riff che rimangono però sempre taglienti e aggressivi quanto basta. L’alternanza delle due voci, una maschile più parlata e una femminile più urlata, si staglia perfettamente su una sezione ritmica in cui il basso si impegna a creare un suono estremamente cupo e oscuro e la batteria si assesta invece su una ritmica primitiva e furiosa. La proposta degli Spirito di Lupo è però molto eclettica, come lo spirito primordiale dell’anarcho punk britannico insegna, è difatti nella prima traccia i nostri presentano addirittura delle parti di synth. Non è un caso che questi punx milanesi/bolognesi definiscano la loro proposta come “inner peace punk”, come a voler sottolineare un continuum musicale, di attitudine e di idee con la scena anarcho punk britannica di fine anni 70/inizio 80, ma soprattutto la ricerca di una dimensione che potremmo definire senza troppi problemi come spirituale e intima dell’essere e suonare punk. Una dimensione sottolineata ed evocata specialmente dalle liriche e dalle atmosfere di una traccia come Canzone della Foresta, probabilmente il brano più interessante.  Altro momento che ha attirato la mia attenzione è stata “Nessuno vedeva, nessuno ascoltava”, brano che sembra voler citare più nel testo che nelle sonorità i Negazione. Per concludere, riprendendo proprio le parole del collettivo Sentiero Futuro, essere punk, alla lunga, pesa sulla propria salute mentale ed è forse proprio per questo che gli Spirito di Lupo hanno trovato la loro personale dimensione e il loro rifugio sicuro attraverso questa incarnazione musicale chiamata “inner peace punk” e racchiusa perfettamente nelle parole conclusive di Canzone della Foresta: “La pioggia è la mia casa!

 

Rigorous Institution – Survival/Despotism (2020)

I Rigorous Institution sembrano provenire direttamente da qualche umido squat di Bristol o di Norwich della prima metà degli anni 80, quando il crust come lo conosciamo oggi non esisteva ancora ma si respiravano solamente i fumi nauseabondi del suo antenato, quel marciulento brodo primordiale conosciuto come stenchcore. Si ma sia chiaro a tuttx, il sound dei Rigorous Institution non ha niente a che vedere con quel metallic-crust che andava tanto di moda nell’underground nella prima metà degli anni duemila e nei primi anni ’10, bensì riesce a rievocare perfettamente quel calderone di influenze che sembra provenire da un’epoca in cui Discharge e Hellhammer, Amebix e Celtic Frost, avevano molte più cose in comune di quanto oggi si potrebbe pensare. A differenza dei precedenti Ep “The Coming of the Terror” o “Penitent“, con questo Survival/Despotism, i nostri punx di Portland si spostano in maniera ancora più netta verso territori e sonorità di amebixiana memoria, in cui atmosfere post-punk enfatizzate dall’utilizzo del synth e ritmi tribali che chiamano in causa la sezione ritmica dei Killing Joke, rivestono un ruolo centrale e riescono a dipingere paesaggi dai toni post-apocalittici, dominati dallo sconforto e dall’impotenza. Stando a quanto scrivono sulla loro pagina bandcamp, i Rigorous Institution definiscono il loro sound con termini come “synth crust” o con la ben più fantasiosa etichetta di “descendant angel-crust“, ma in fin dei conti poco importa come lo si voglia chiamare, perché quello in cui ci imbatteremo durante l’ascolto di questo ep non è altro che la versione più embrionale e primordiale del crust punk da cui tutto ha preso poi la forma che consociamo noi oggi. Musicalmente le due tracce che compongono questo Survival/Despotism riescono dunque a sintetizzare in maniera estremamente convincente e ispirata sonorità che spaziano dagli Amebix di Winter/Beginning of the End agli Hellhammer di Apocalyptic Raids, accompagnando questa primitiva versione del crust punk di scuola britannica con un’atmosfera fortemente oscura che ha il compito di evocare nelle nostre menti scenari apocalittici e desolati, da cui veniamo sopraffatti in preda allo smarrimento e alla disillusione. Se vi mancano quelle sonorità e quelle atmosfere che solamente i primordiali gruppi stench-crust britannici sapevano creare e trasmettere, questo Survival/Despotism è un lavoro che non dovete assolutamente farvi scappare!

 

Rata Negra – Una Vida Vulgar (2021)

Cosa provate appena sentite/leggete la parola “pop” collegata a “punk”? Un brivido freddo lungo la schiena e conati di vomito pensando a quelle band adolescenziali da MTV di fine anni 90/inizio 00? Molto probabilmente si. Per fortuna esiste tutto un altro modo di approcciarsi al punk in maniera pop e melodica e la ricetta migliore negli ultimi anni ce l’hanno proposta gli spagnoli Rata Negra, uno di quei gruppi che son solito definire a mani basse e senza problemi come “uno dei miei preferiti”. Autori di un primo omonimo lavoro nel 2016 dalla qualità elevatissima (e di cui mi infatuai all’istante!), seguito dallo splendido Justicia Cosmica nel 2018, finalmente dopo un breve Ep rilasciato un anno fa, i nostri tre punk madrileni, grazie alla supervisione di La Vida Es Un Mas Discos, ci regalano questa loro terza fatica in studio intitolata Un Vida Vulgar, un disco che prosegue nel percorso di evoluzione della band pur mantenendo quell’ormai iconico “Rata Negra Sound“. Si perché se da un lato è innegabile che ormai i Rata Negra abbiano un loro preciso marchio di fabbrica che emerge principalmente nelle melodie estremamente catchy, nel tiro fortemente anthemico dei loro pezzi e in una sezione ritmica che rende davvero difficoltoso non fare salire voglia di muoversi e ballare, dall’altra è altrettanto evidente una certa dose di originalità che attraversa i brani presenti su questo nuovo disco e una volontà di non ripetere se stessi in maniera fin troppo banale e scontata, puntando invece a sorprendere l’ascoltatore anche se magari l’evoluzione non è così immediata ad un primo, distratto e frettoloso ascolto. Esempio perfetto di questa volontà di intraprendere rotte improvvise quanto inaspettate e di non ripetere all’infinito la loro ricetta abituale e vincente, è rappresentato da una traccia sognante, calma e a tratti intima come Cuando Me Muera, che stempera in parte i toni più allegri e pop della prima parte del disco, così come dalla breve intro del primo brano Venid a Ver dai toni post-punk e dalle tinte oscure, prima di divampare in un’intensissimo punk rock senza freni in cui svetta un’ottima prova da parte della sezione ritmica. Anche in una traccia come En la Playa, in cui vengono evocate atmosfere, sfumature e riff di chitarra capaci di chiamare in causa certo surf rock anni 60/70, emerge prepotente quanto convincente il desiderio dei Rata Negra di esplorare soluzioni differenti dalle classiche a cui ci hanno abituato fino ad oggi, senza però mai perdere di vista i loro punti di forza.

Uno dei punti di forza dei Rata Negra fin dal loro primo album rimane però l’estrema semplicità e la naturalezza con cui riescono a scrivere canzoni di immediato impatto e capaci di stamparsi in testa al primo ascolto, grazie a brani estremamente radiofonici ma non per questo banali e scontati, con delle linee melodiche praticamente sempre ispirate e linee e vocali che invitano a cantare. Uno dei migliori momenti dell’intero disco è il singolo El Escarmiento, probabilmente la canzone più smaccatamente pop mai scritta dai Rata Negra, una di quelle canzoni che ci si ritrova a cantare e fischiettare dopo mezzo ascolto quasi contro la propria volontà da quanto sono catchy le melodie di chitarra e la voce della bassista Violeta. A seguire troviamo un altro dei brani più interessanti e intensi dell’album, altro singolo rilasciato negli scorsi mesi intitolato Desconfia de ese Chico, che cambia in maniera repentina il mood rispetto alla canzone precedente, lasciando spazio ad un punk più nervoso e accompagnato da una sezione ritmica perfetta e precisa capace di evocare un’atmosfera dalle tinte paranoiche. Forse in maniera più netta rispetto al passato, possiamo notare come su Una Vida Vulgar i Rata Negra lascino tutte le differenti anime che convivono all’interno del loro sound libere di affiorare in superficie, senza però mai snaturarsi completamente. Sono molteplici infatti le influenze che emergono dalla musica del gruppo di Madrid, influenze che svariano dagli X alla produzione più pop e radiofonica di Blondie, trovando difatti un equilibrio e una sintesi perfette tra il punk rock più melodico e le soluzioni più pop, riuscendo ad imprimere sempre il loro peculiare marchio di fabbrica che rende impossibile non riconoscere le loro canzoni al primo ascolto.

Non è stato facile mettermi a scrivere di questo nuovo disco dei Rata Negra, perchè si sa che faccio sempre estrema fatica a parlare di gruppi a cui sono affezionato e la cui musica mi accompagna ormai da molti anni, ma ora posso dirlo senza nascondermi: Una Vida Vulgar si candida ad essere uno dei dischi migliori di tutto il 2021! Un disco che dimostra a tuttx come si possa suonare dell’ottimo e ispirato punk rock melodico, estremamente catchy, dal sapore pop e con una carica anthemica invidiabile, senza per questo risultare banali, scontati o privi di attitudine e passione. E forse è giunta finalmente l’ora di tornare a danzare come topi alla luce di un falò!

 

Golpe – La Colpa è Solo Tua (2021)

Primavera 2021. Milano assomiglia sempre di più al volantino di un concerto punk che non c’è mai stato, un vecchio flyer che resiste sui muri grigi di questa metropoli corroso dal tempo e sbiadito dalla pioggia. Mentre sono sempre più lontane le nostre offensive improvvise e le nostre cinque giornate all’insegna del rumore e del DIY, mentre non si sentono più chitarre distorte attentare al quieto vivere e urla incazzate riecheggiare nella notte fino a perdere la voce, qualcuno decide di rompere il silenzio e pubblicare un disco di “chaos non musica”, un disco che prende le sembianze di un grido di disperazione e, al contempo, di una dichiarazione di guerra verso l’esistente di merda che stiamo vivendo. La città è quieta… I Golpe parlano.

Partiamo con delle doverose note biografiche e tecniche legate a La Colpa è Solo Tua, primo vero e proprio album in studio del progetto milanese Golpe. La pubblicazione è stata curata dalla statunitense Sorry State Records, una delle label DIY più interessanti e attente nell’attuale underground hardcore mondiale, mentre l’artwork di copertina è opera del solito Fra Goats, figura arcinota della scena hardcore punk milanese, attualmente dietro il microfono degli affascinanti anarcopunx Kobra e parte del collettivo Sentiero Futuro. Inoltre il disco è accompagnato da un poster-comunicato politico con cui Tadzio, mente e braccio dietro il progetto Golpe, presenta i suoi pensieri, ciò in cui crede e soprattutto ciò che per lui significa ancora oggi “essere punk”, invitandoci a mantenere uno sguardo e un pensiero critico sull’esistente e sul mondo odierno.

Passando invece ora al lato musicale, bastano pochissime note della titletrack che ci introduce a questo album per notare come i Golpe riprendano, senza nasconderle, quelle sonorità bellicose, immediate e grezze della vecchia scuola dell’hardcore italiano riconducibili principalmente a Wretched e Eu’s Arse. Ma il sound che caratterizza i Golpe non si ferma qui e prende le sembianze di certo raw punk/d beat di matrice svedese, chiamando in causa gentaglia come Mob 47, Disarm, Discard e Bombraid. Tutte queste influenze sono sintetizzabile in un conciso quanto chiaro “chaos non musica”, in modo da fugare ogni dubbio possibile su cosa ci troviamo ad ascoltare. Per quanto riguarda invece il comparto lirico, anche i testi che accompagnano le dieci tracce evocano in maniera convincente lo spettro dei Wretched dei primi Ep e gli Eu’s Arse di Lo Stato ha Bisogno di te? Bene, Fottilo!, riuscendo a ricordare in maniera sincera l’attitudine riottosa, l’irruenza espressiva e l’immediatezza tipica dell’hardcore italiano degli anni ’80. Inoltre è fin da subito chiaro che i toni di questo primo album in casa Golpe segnano un continuum logico con quelli che caratterizzavano il primo ep Subisci, Conformati, Rassegnati pubblicato due anni fa. Difatti se da un lato si può notare un continuo alternarsi di sensazioni come nichilismo, impotenza e disillusione, dall’altro troviamo testi molto più bellicosi e che invitano a scuotersi di dosso la rassegnazione per spezzare le sbarre delle prigioni che ci costruiamo (Sei la tua Prigione), continuare a bruciare sotto la cenere (Non Spegnerti) e rivoltarsi contro lo Stato (Non Piegarti). A livello lirico il buon Tadzio si trova ad affrontare anche tematiche classiche (ma che non stancano mai) del d-beat/hardcore punk come l’antimilitarismo e la repressione in un pezzo come Servo del Potere  o l’antiautoritarismo e la presa di posizione contro la politica istituzionale (Propaganda). 

In conclusione, seppur devo ammette che ero partito abbastanza prevenuto nell’ascoltare La Colpa è Solo Tua, pensando di trovarmi dinanzi all’ennesimo lavoro che segue in maniera scontata quel revival di d-beat/raw punk che va tanto di moda oggi, mi sono dovuto ricredere completamente perchè i Golpe sono riusciti a non far suonare il tutto come qualcosa di noioso o banale, ma anzi presentandoci un disco ispirato sia musicalmente che liricamente. D-beat, raw punk, hardcore punk, crust, kangpunk… chiamatelo un po’ come cazzo vi pare, alla fine dei conti questo La Colpa è Solo Tua è solamente un concentrato di “chaos non musica” riottoso, devastante e senza pietà! Mai arrendersi, mai morire. Pensa, agisci, reagisci. La scelta è solo tua!

Grima – Rotten Garden (2021)

La foresta si sta annerendo e gli abeti sono verdi. La notte correva nel cielo e la tempesta stava ululando. Ululando sotto la luna…

Emergendo dalle glaciali ed inospitali terre selvagge siberiane, dove insidie e forze primordiali tanto visibili quanto invisibili son pronte in agguato per trascinarci con loro nelle profondità ignote delle foreste ancestrali, i misteriosi Grima ci lasciano in balia di questo Rotten Garden, un nuovo straordinario capitolo del loro personale viaggio nelle lande del black metal atmosferico. Un viaggio iniziato nel lontano 2015 con il primitivo Devotion to Lord e che oggi giunge ad un livello di qualità impressionante e una maturità compositiva probabilmente definitiva.

Il black metal a cui son devoti e di cui si fanno messaggeri i Grima invade territori glaciali e selvaggi tipici del genere, ma al contempo è attraversato da misteriose energie pagane e tensioni ancestrali, assumendo, ancora una volta le sembianze di una vera e propria maestosa ode alle antiche foreste siberiane e alle forze magiche che le attraversano, rendendole allo stesso tempo luogo ricco di fascino e di inquietudine. Inoltre, proprio come la divinità da cui prende in prestito il nome questo due siberiano, il black metal atmosferico, primitivo e pagano racchiuso nelle sette tracce presenti su questo Rotten Garden sembra voler rappresentare una sorta di punizione e maledizione per chiunque non rispetti la natura selvaggia, ma anche offrire protezione e riparo per le creature umane, animali e magiche che vivono nel profondo delle foreste ancestrali e primigenie. Un disco con cui i fratelli Velhelm e Morbius riescono in maniera affascinante ad enfatizzare quel lato ambient e atmosferico ricco di magia e folklore anche grazie a suoni che richiamano elementi tipici della natura selvaggia siberiana come nella bellissima Cedar and Owls, brano che ci introduce a questo rituale di quarantacinque minuti.

Come già vagamente accennato, anche su questo nuovo disco il black metal suonato dai Grima è caratterizzato da una dimensione ritualistica che si manifesta in una atmosfera sfera generale di completa devozione e rispetto profondo nei confronti della natura e dei suoi abitanti; difatti le sette tracce appaiono come veri e propri inni che i Grima dedicano alla natura selvaggia siberiana, alle sue enormi distese di tundra, neve e foreste e alle creature che abitano questo ambiente inospitale per l’uomo. Il black metal dei siberiani, come da tradizione, gioca sull’alternanza tra sfuriate glaciali e tempestose, dominate da uno screaming freddo, lancinante e tormentato che sembra provenire da tempi antichi e dimenticati e momenti di quiete effimera in cui a farla da padrone sono le atmosfere, le melodie e le tastiere capaci di costruire trame sinfoniche perfettamente inserite nel contesto generale e mai stucchevoli. Troviamo anche un breve quanto affascinante intermezzo interamente acustico come Old Oak, momento che sembra voler segnare un passaggio non solo materiale ma anche rituale tra la prima parte del disco e la seconda, preparandoci forse a quello che il momento più alto dell’intero lavoro, ovvero la maestosa e sublime titletrack, la sintesi migliore di tutto ciò che sono i Grima e delle differenti anime che vivono nel loro sound. Infine questo Rotten Garden, proprio perchè riesce nell’impresa di tracciare un continuum non solo musicale ma anche ritualistico con i precedenti lavori della band, non può che concludersi con una nuova versione di Devotion to Lord (brano già apparso sulla prima fatica dei Grima), quasi come a voler simbolicamente chiudere un cerchio e sottolineare ancora di più la totale devozione del duo siberiano nei confronti della natura selvaggia che domina incontrastata nella loro terra natia.

Siamo solo all’inizio di aprile nel momento in cui mi trovo a scrivere questa recensione, ma non posso non sbilanciarmi definendo questo Rotten Garden, come uno dei dischi migliori del 2021 a mani basse, un disco che dimostra come i Grima siano l’espressione migliore del panorama black metal atmosferico attuale. E allora, mente la notte impenetrabile cala sulla foresta innevata, mentre il vento ulula tra le fronde degli alberi insieme alle creature della notte, mentre il fuoco si sta lentamente consumando rendendo labile il confine tra il mondo reale, quello degli uomini e quello delle ombre, lasciamoci rapire da questo sublime Rotten Garden con cui i Grima riescono ancora una volta ad evocare in maniera vivida nelle nostre menti gli innevati e selvaggi paesaggi siberiani da cui provengono. Opera maestosa sotto tutti i punti di vista.

Si siedono e meditano i gufi sul passato, sul futuro. Su ciò che è malato e ciò che è urgente. Si siederanno ancora e aspetteranno l’ora del commiato, quando l’alba sorge con rinnovato vigore e il sole rovescerà l’oscurità…

 

Poison Ruïn – S/t (2021)

Si può parlare di dungeon punk? Forse, ma prima di tirare conclusioni affrettate proviamo ad andare con ordine.

Un fulmine a ciel sereno. Un ascolto che prende le sembianze di un’escursione in territori musicali che all’apparenza hanno poco da spartire l’un con l’altro. Un viaggio che può apparire a primo avviso confuso, privo di senso o addirittura pretenzioso. Poi, in realtà bastano pochissimi minuti immersi in questo S/t album del progetto Poison Ruïn per accorgersi che le cose stanno diversamente, che a volte l’azzardo ripaga e che ci troviamo al cospetto di un disco estremamente ispirato, profondamente originale e attraverso da una vena sperimentale convincente, come non se ne sentivano da parecchio tempo.  Le dieci tracce che incontriamo su questo omonimo lavoro di Poison Ruin sono caratterizzate da continui saccheggi e incursioni razziatrici in territori musicali completamente diversi, un sound polimorfo in cui differenti anime e influenze si incontrano e trovano terreno comune in un tappeto sonoro e in un mood riconducibile all’universo dungeon synth; proprio quel dungeon synth che sembra poter fagocitare qualsiasi cosa in ambito underground ultimamente e che ha trovato tantissime incarnazioni e declinazioni degne di nota, basti anche solo pensare alle notevoli pubblicazioni dell’italiana Heimat der Katastrophe.

Tornando a capofitto nei meandri e nelle sfumature di questo dungeon targato Poison Ruïn, sono tante le anime diverse che si scontrano, si intrecciano, spesso rendendo difficile comprendere come sia possibile farle convivere in un’unica proposta in una maniera così convincente e addirittura godibile. Mac, mente e braccio dietro il progetto Poison Ruïn, ci riesce in maniera del tutto inaspettata al punto da lasciare sbalorditi e ammaliati come fossimo preda del canto di una sirena in un mare burrascoso. Un lavoro che, come un avventuriero in terra di frontiera, tende in maniera costante alle contaminazioni e alla fuga verso territori nuovi in cui proseguire il proprio viaggio e la propria visione, passando senza inibizioni futili dal punk rock degli albori al post punk variegato da venature deathrock e atmosfere vagamente gotiche. Ma anche incursioni improvvise in territori dominati dal primitivo heavy metal britannico e addirittura veri e propri agguati inaspettati e apparentemente fuori luogo alla ricerca di quella dimensione ritualistica e infernale degna di certo raw black metal degli ultimi anni (Sacrosant). Tutte queste incarnazioni sonore trovano libero sfogo all’interno di un sound a cui fare da filo conduttore appare chiaro essere da una parte certo primitivo punk di scuola britannica così come, dall’altra la costruzione di atmosfere e scenari affidata alla componente dungeon synth, soprattutto per quanto riguarda intro e outro dei vari brani. Lo stesso artwork di copertina, per via della sua dimensione misteriosa e oscura, evoca nelle nostre mente scenari e immaginari tipicamente swords and sorcery tanto cari alla scena dungeon synth.

 

Si può dunque parlare di dungeon punk, si o no? Forse non esiste una risposta univoca una volta che arriviamo al termine di questo assurdo viaggio accompagnati dalla conclusiva Hell Hounds, dunque lascio a voi decidere se a senso definire il sound di Posion Ruïn con tale fantasiosa etichetta. Forse è presto pure per parlare di dischi dell’anno, ma sicuramente questa prima fatica in studio del progetto Poison Ruïn rimarrà per molti mesi nelle cuffie e nelle orecchie di molti di noi.