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Prehistoric War Cult – Cold Wind Howls Over The Burial Site (2021)

Prehistoric metal of death is the soundtrack of the savage war to come… and meanwhile the cold wind howls over the next burial site!

In una scena spesso ambigua, se non apertamente tollerante nei confronti di gruppi vicini all’estrema destra come quella del cosiddetto war metal, fa estremamente piacere imbattersi in una band come i tedeschi Prehistoric War Cult che non si nasconde e anzi prende una netta posizione antifascista. I Prehistoric War Cult, portando alto lo stendardo del più feroce e primordiale war metal, già dal nome lasciano pochi spazi all’immaginazione su quello che sono capaci di offrirci con questa loro prima fatica in studio intitolata Cold Wind Howls Over The Burial Site.  La musica dei tedeschi potrebbe essere sintetizzata come il figlio bastardo, assetato di distruzione e sangue, del death metal più marcio e ferale e del black metal più primitivo e oltranzista, un sound opprimente, oscuro, feroce e primitivo che guarda tanto a nomi seminali come i Beherit di “The Oath of Black Blood” quanto alla proposta dei più recenti Caveman Cult. Un bestial war metal che non fa prigionieri e non lascia scampo a niente e nessuno, tira dritto per la sua strada in nome della guerra selvaggia e della violenza primitiva senza scrupoli, ribadendo la supremazia del metal estremo suonato con furia cieca e violenza barbarica.

Bastano difatti i 53 secondi dell’intro Marks of Death in Abandoned Caves per comprendere di essere al cospetto di un assalto di death/black metal implacabile e spietato, che non ha intenzione di risparmiarsi in termini di ferocia, brutalità e barbarico spirito guerresco. Sette tracce per una ventina di minuti abbondanti in cui veniamo sommersi da un riffing forsennato, blast beats tritaossa e da vocals selvagge, tutti elementi con cui i Prehistoric War Cult riescono costruire un’atmosfera soffocante e sulfurea che ci inghiotte senza lasciarsi speranze o attimi di tregua. Tracce come Blood Sacrifice e Towards the Blazing Monument (of Creation) evocano gli spettri di Goatlord e Black Witchery (altre due fondamentali influenze) in maniera convincente, pur dimostrando una buona dose di personalità nel trovare soluzioni interessanti e non monotone in un genere come il “war metal” fortemente inflazionato soprattutto negli anni più recenti. Altro momento di altissimo livello è Raiding The Enemy Village (As Foretold By The Sacred Bones), brano che, come evocato dal titolo steso, ha tutta la ferocia di un incursione barbarica, di una razzia selvaggia all’interno di un villaggio nemico che si trova impreparato e indifeso nell’affrontare la distruzione dispensata in nome del “preistorico metal della morte”! Lasciate ogni speranza e accettate dunque il culto del war metal suonato dai Prehistoric War Cult e siate pronti al bagno di sangue che lascerà dietro di sé questo Cold Wind Howls Over The Burial Site. 

Che i barbari si scatenino. Che affilino le spade, che brandiscano le asce, che colpiscano senza pietà i propri nemici. Che la guerra selvaggia  prenda il posto della rassegnazione, che la violenza primitiva prenda il posto del attesa, che il culto del metallo preistorico regni tra le macerie di questo mondo. Che le orde barbariche vadano all’assalto al grido di “Prehistoric Metal of Death”!

Køntraü – Un Mondo Diverso da Questo (2021)

Nella mia testa sogno un mondo diverso da questo e ne porto i segni sulla pelle.
Giorni neri nella mia testa, che si rincorrono senza fine, senza darmi tregua, lasciandomi inerme e impotente a guardare un futuro che non esiste più. E che per questo fa ancora più paura. Giorni neri con l’acqua alla gola e attorno a me dilaga impetuosa una sensazione di abbandono e sconfitta. Stringimi forte, sussurrami all’orecchio che possiamo ancora essere l’offensiva contro questa città di merda che ci soffoca, ci inghiotte e poi ci vomita senza alcuna pietà. Guarda fuori dalla finestra, sembra stia iniziando a piovere mentre, all’orizzonte, vedo il riflesso di Milano che ricomincia a bruciare nelle vetrine dei negozi di lusso. Non c’è più alcun posto per me in questa metropoli paranoica. Un mondo diverso da questo è quindi possibile?  Occupiamo queste strade con i nostri incubi di sopravvivenza. 

Milano brucia in una notte di settembre.

Punx-volpini, questa estate da qualche parte a Milano.

Nati nella saletta di T28 e da qualche anno attivi con varie apparizioni live nei vari squat e centri sociali milanesi e non solo, finalmente i Kontrau sono riusciti a dare alla luce il loro album di debutto accompagnato da un titolo che sembra una vera e propria dichiarazione di intenti da parte dei nostri: Un Mondo Diverso da Questo. Anche il nome scelto dalla band, che in esperanto significa “contro”, lascia presagire l’istinto bellicoso e l’attitudine rivoltosa dei nostri. Annoverando tra le loro fila gentaglia bellissima già attiva in altre band come Mesecina, Peep, Failure, nonchè volti noti della scena hardcore milanese, i nostri punx-volpini ci danno in pasto diciotto minuti in cui d-beat/crust punk e sonorità death metal vecchia scuola si mescolano in una ricetta convincente, brutale e che non lascia un attimo di tregua. Se musicalmente non stupisce l’intensità e la solidità della proposta dei Kontrau, tratto che si poteva notare già dai loro concerti (basti pensare a quelli di questa estate a Milano o in Scintilla a Modena), quello che maggiormente ho apprezzato durante l’ascolto delle undici tracce è senza ombra di dubbio il lato lirico. E’ infatti dai testi che emerge un continuum di tensioni e sensazioni che richiamano alla mente l’hardcore punk italiano degli anni ’80 e specialmente l’attitudine e il liricismo di band come Wretched o Declino. Testi che trasudano tutto il malessere, il senso di impotenza e di alienazione prodotti dal vivere in una metropoli come Milano e la necessità intima di rivoltarsi contro di essa e contro un mondo votato al profitto, al consumo e alla merce, allo sfruttamento di ogni forma di vita, alla distruzione del pianete e alla repressione di ogni forma di dissenso. Testi in cui emerge prepotente la tensione a trasformare l’apatia e il nichilismo in azioni per minare l’esistente capitalista, risvegliarsi dal torpore imposto dal quieto vivere e dalla pacificazione sociale, attaccare a viso aperto la repressione che minaccia le nostre vite, al fine di riuscire a costruire una vita radicalmente diversa, quel “mondo diverso da questo” evocato dal titolo dell’album.

Per quanto riguarda la musica, i Kontrau riescono perfettamente nel loro intento di condensare la loro passione per il d-beat/crust più classico di scuola svedese (l’iniziale Giorni Neri per esempio) e quella per le sonorità primordiali di certo death metal (Segni sulla Pelle, Con l’Acqua alla Gola), regalandoci così un sound che non mostra segni di cedimento e che si dimostra impetuoso, brutale e spietato nel suo incedere, incurante di ciò che si trova dinanzi così come delle macerie che si lascia alle spalle. Ultima nota che ci tengo a sottolineare è la prestazione dietro al microfono del buon Filippo, una voce abrasiva e rabbiosa perfetta per il genere e che risulta convincente e ispirata in tutte le tracce. Per concludere, i Kontrau hanno dato prova di essere devastanti sia dal vivo che in studio, quindi l’unico consiglio che mi sento di darvi è quello di correre ad ascoltare Un Mondo Diverso da Questo senza perdere tempo perchè erano anni che non veniva pubblicato (seppur al momento solo in versione digitale, purtroppo) un disco crust punk così valido, intenso e brutale all’interno della scena italiana! Bravi Kontrau, bravi punx-volpini!

E’ una notte oscura e piovosa nella metropoli, qualcuno fissa il proprio smartphone, qualcuno non riesce a dormire, qualcuno sta scappando dagli sbirri e 5 volpini corrono lungo le strade…

Zatrata – Zatrata (2020)

Scoperti personalmente lo scorso anno in occasione della pubblicazione di uno split insieme agli How Long, i polacchi Zatrata avevano fin da subito catturato il mio interesse per via del loro sound, un crust punk imbastardito con dosi di death metal vecchia scuola che tritava ossa e tirava dritto senza preoccuparsi di nulla. A giugno di quest’anno i nostri giungono finalmente alla pubblicazione di questo loro primo full lenght intitolato semplicemente Zatrata e ci danno in pasto un sound ancora più maturo in cui l’anima crust e quella death metal convivono in maniera convincente e ben bilanciata, dando vita ad una formula devastante e assolutamente solida che prende il meglio dai due generi, strizzando l’occhio in certi momenti ad un approccio e ad una furia espressiva riconducibile a territori grindcore. Il riffing appare davvero ispirato e funziona praticamente sempre, così come per le parti di batteria alternate tra blast beat serratissimi e classici ritmi d-beat, mentre il groove rende certe tracce assolutamente in grado di stamparsi in testa al primo ascolto (Śrut leśnej ciszy). In questo furioso mix tra il death metal old school (in cui ci sento personalmente echi di scuola britannica e scandinava) e il crust punk di gentaglia come gli Skitsystem, con le radici che affondano in profondità in quel putrido brodo primordiale che fu lo stenchcore e che emergono soprattutto nelle atmosfere oscure e labilmente apocalittiche che aleggiano minacciose sull’intero lavoro, gli Zatrata si avvicinano a quanto fatto negli anni recenti band come i Cruz, gli Ahna e gli Acephalix, colmando inoltre il vuoto lasciato da un altro interessante gruppo polacco, ovvero gli Icon of Evil. Tutto questo viene arricchito con passaggi dalle tonalità maggiormente riconducibili a territori blackened a la Storm of Sedition/Iskra e un’intensità brutale che tradisce vaghe influenze grind.  Per fare degli esempi di quanto appena descritto a livello di sonorità, la seconda traccia Oślepiony chciwością si apre come un classico riff death metal di chiara derivazione old school scandinava, prima di lasciare la strada ad una intensa tempesta dominata da sonorità crust punk che, in alcuni momenti, mi ha ricordato certe cose fatte dagli svedesi Skitsystem. Nella nona traccia intitolata Symbioza si sentono invece echi degli ultimi Storm of Sedition soprattutto nei passaggi più vicini a certo blackened crust punk, alternati a sfuriate tumultuose e assalti privi di pietà come solo i migliori Iskra sapevano fare.

Tirando le somme, agli Zatrata bastano dieci tracce per irrompere prepotentemente sulle scene, con un’irruenza barbara e selvaggia che non può lasciare indifferenti, e per incidere in maniera profonda il proprio nome sull’attuale mappa del crust punk europeo e mondiale con questa loro prima omonima fatica in studio che, ascolto dopo ascolta risulta sempre più solida, devastante e convincente. Un’ottimo disco di death-crust moderno che non dovreste lasciarvi sfuggire!

 

Infernal Coil – Within a World Forgotten (2018)

Chi segue Disastro Sonoro con una certa costanza sa perfettamente che il poco tempo che ho a disposizione per dedicarmi a questo blog lo impiego a parlare unicamente di gruppi, dischi e generi che fanno parte dei miei ascolti quotidiani e che dunque mi piacciono. Zero tempo e zero voglia di impegnarmi a parlare di qualcosa che non ascolto volentieri, sopratutto perchè non sono, per mia fortuna, un recensore o un fottuto critico musicale, dunque non ho nessun interesse nel dare giudizi lapidari e negativi su un disco o una band che non cattura il mio interesse o che non ascolto con piacere. Inoltre, legato a quanto detto, è chiaro che io non abbia nessuna scadenza da rispettare per scrivere articoli o “recensioni” (tra infinite virgolette), nè tantomeno son costretto a inseguire una presunta attualità di uscite in ambito punk/hardcore e metal estremo. Fatta questa premessa, ora potrete capire meglio perchè mi ritrovo a parlare di questo Within a World Forgotten degli Infernal Coil solamente ora a distanza di due anni (quasi tre) dalla sua pubblicazione.

Dopo una manciata di ep che hanno visto la luce tra il 2016 e il 2017, gli Infernal Coil giungono alla pubblicazione del loro primo full lenght nel settembre del 2018, un album capace di colpire nel segno sotto tanti punti di vista e fin dal primo ascolto. Questo però non deve far pensare a Within a World Forgotten come ad un album di facile assimilazione e di ascolto indolore, anzi completamente l’opposto visto che siamo al cospetto di un muro di suono estremo, annichilente, devastante e assolutamente selvaggio nella sua furia distruttiva che prende le sembianze di un’ibrido di death/black metal e grind senza compromessi e assolutamente implacabile. Inoltre, se non si può propriamente parlare di war metal per definire la proposta degli Infernal Coil, poco ci manca perchè son tanti gli elementi e i passaggi che li avvicinano alle sfumature più barbare, bestiali e oltranziste di gruppi come Teitanblood e compagnia. “Non avremo distrutto tutto finchè non distruggeremo anche le macerie”, sembra questa la lezione che anima l’irruenza brutale e la furia caotica del death/black suonato dal gruppo dell’Idaho. E’ un disco difficile, volutamente finalizzato a disorientare l’ascoltatore che si avventura tra le sette tracce; un disco che trasmette sensazioni di angoscia e smarrimento, alternando momenti di estrema furia barbara in cui il caos nella sua forma più primitiva sembra regnare sovrano ad alcuni brevi passaggi “atmosferici” (come nella splendida 49 Suns) che illudono l’ascoltatore che esista la possibilità di un momento di quiete o di salvezza. E appena si riesce a prendere un minimo di fiato, è ancora una volta il caos più selvaggio e barbaro ad irrompere e inghiottirci con la sua violenza inaudita e implacabile, facendoci sprofondare in un vortice di impotenza e smarrimento.

Dal punto di vista delle tematiche, Within a World Forgotten si concentra invece sui paradossi che dominano il mondo naturale, il contrasto tra la bellezza ed il caos che dominano in natura, così come l’autodistruzione a cui sembra essersi condannata inevitabilmente l’umanità. Avviandoci alla conclusione, credo sia doveroso inoltre spendere due righe per parlare dello splendido artwork di copertina, che si discosta in maniera disarmante dall’estetica classica di moltissimi gruppi impegnati a suonare death/black o war metal, allontanandosi da quell’immaginario fatto di caproni, satana, blasfemia e occultismo spiccio. In modo altrettanto disarmante si discosta da un’immaginario più tipicamente grindcore. Anche nella scelta dell’artwork, che rappresenta un paesaggio boschivo attraversato da un torrente, dalle tinte fortemente decadenti e malinconiche, gli Infernal Coil sembrano infatti mossi unicamente dalla volontà di disorientare e confondere chiunque si approcci all’ascolto di questo Within a World Forgotten e una volta smarritosi tra i suoi abissi, lasciarlo in balia del caos più selvaggio e della violenza più brutale. Il metal estremo riparta da dischi come questo e da gruppi come gli Infernal Coil.

Black Curse – Endless Wounds (2020)

I Black Curse si abbattono su di noi come tempeste infernali di death metal, con la furia blasfema del black metal più nichilista. In nome del caos primordiale, devoti soltanto alla distruzione.

A metà strada tra il death metal opprimente degli Incantation, le derivazioni più barbare e selvagge di certo war metal a la Bestial Warlust, l’estremismo folle e brutale dei Sadistik Exekution e una forte presenza di influenze black metal primitive che mi ha ricordato per certi versi i Beherit, troviamo questa nuova creatura che risponde al nome di Black Curse e in cui incontriamo gentaglia già attiva in progetti del calibro di Primitive Man, Blood Incantation e Spectral Voice (l’influenza di questi ultimi infatti emerge spesso nel corso delle varie tracce, anche se in maniera labile e lontana). Prima fatica in studio per il gruppo di Denver intitolata Endless Wounds, trentotto minuti di devastante e bestiale death metal attraversato da tensioni di black infernale, un sound granitico e annichilente, che non lascia momenti per prendere fiato o attimi di quiete, né tantomeno mostra segnali di debolezza o pietà; un’assalto sonoro capace di aprire squarci e ferite profonde nella psiche dell’ascoltatore riducendo in frantumi quel che rimane della sua sanità mentale. In tutto questo i Black Curse riescono a suonare molto più groovy nel riffing di certi altri loro colleghi impegnati a suonare death/black che spesso si lasciano andare a muri di suono cacofonici e dissonanti fini a se stessi e spesso inutilmente ripetitivi e noiosi. Certo anche nella proposta dei Black Curse il caos furioso e primordiale ha una sua centralità e trova sempre modo di divampare e manifestarsi in tutta la sua ferocia, ma non risulta mai essere il fine ultimo, anzi viene sempre accompagnato ed enfatizzato da un’atmosfera occulta capace di sottolineare quella dimensione di malvagità primitiva che pervade e avvolge l’intero album. Un sound dunque diretto, devastante e profondamente crudo, sorretto da un’atmosfera generale estremamente maligna e blasfema  evidenziata dall’ottimo utilizzo delle trame di chitarra e dalle melodie sinistre dal sapore fortemente black metal. Inoltre i Black Curse suonano la loro ricetta black/death bestiale come fossero pervasi da una ferocia quasi primitiva e selvaggia, come fossero posseduti da chissà quale forza oscura e maligna, abbattendosi impetuosamente come fossero un’orda barbarica pronta a fare razzia di ogni cosa e a lasciare solo macerie e rovine dopo il loro passaggio. Le stesse vocals, quasi sempre in screaming, risultano praticamente sempre efficaci nel loro essere lancinanti, estremamente sofferte e attraversate da una malvagità quasi primordiale, amplificando questa sensazione di dannazione eterna che ci inghiotte nel corso dell’intera esperienza di Endless Wounds, lasciandoci inermi, impotenti e assolutamente  incapaci di ritrovare una parvenza di quiete.

I Black Curse aprono squarci nel tempo facendo riaffiorare quei momenti in cui il black e il death metal condividevano gli stessi principi, la stessa estetica e la stessa diabolica rabbia. Nessuna pietà dunque nelle note e negli intenti dei Black Curse, solo istintiva e sincera devozione alla distruzione più totale. Giunti ormai alla conclusione di questa discesa tra gli abissi infernali di Endless Wounds, siamo divorati interiormente da una maledizione oscura che ha aperto sui nostri corpi ferite senza fine… Siamo ormai anime costrette alla dannazione eterna, mentre il caos primordiale regna sovrano. Senza inventare nulla, a mani basse siamo al cospetto di uno dei dischi di metal estremo più intenso e interessanti del 2020.

 

Necrot – Mortal (2020)

Is the smell of our world falling under the greed and senseless pride of men. It is the stench you smell in the morning when you realize that outside your door is nothing but ugly humans ready to deceive, steal, or even kill for a little more power or money…

Chi segue Disastro Sonoro, così come chi mi conosce personalmente nella vita reale, sa benissimo quanto io sia affezionato e debba molto al death metal, in quanto genere che mi ha accompagnato negli anni e ha giocato un ruolo fondamentale per lo sviluppo dei miei gusti musicali in ambito di metal estremo. Ancora oggi il death metal, tanto quello old school anni novanta quanto le nuove uscite più underground, occupa assiduamente i miei ascolti. Proprio per questo oggi mi trovo costretto dal cuore a parlarvi di uno dei gruppi più interessanti partoriti dall’underground death metal statunitense negli ultimi anni e che risponde al nome di Necrot. Con questo nuovo album intitolato semplicemente Mortal, che finalmente da un seguito al devastante Blood Offerings del 2017, disco che aveva posto il gruppo di Oakland sotto l’attenzione di tutti gli amanti del death metal più marciulento e dalle sonorità old school, i nostri riprendono da dove avevano interrotto riuscendo contemporaneamente ad alzare l’asticella e ad evolvere (prendete assolutamente con le pinze questo termine) ulteriormente il proprio brutale sound. Aspettate un attimo, stiamo pur sempre parlando di un death metal con le radici profondamente piantate nella vecchia scuola, ma su questo Mortal i nostri sembrano aver preso maggior ispirazione dal sound disturbato, angosciante e rallentato degli Autopsy, dal riffing dei Dismember (una traccia come Asleep Forever è iconica di quanto appena detto) o da un certo groove che mi ha ricordato in alcuni casi addirittura la proposta putrescente degli Asphix, così come un certo modo di intendere e suonare un death metal asfissiante e opprimente di tradizione finlandese. Il tutto suonato dai Necrot con una vena maggiormente stench/crust rispetto al passato, capace di portarmi alla mente in alcuni momenti echi lontani di certe sonorità care ai Sanctum o agli Stormcrow (può fungere da esempio perfetto una traccia del calibro di Stench of Decay), probabilmente dovuta anche all’esperienza di Luca con gli Acephalix, altro ottimo gruppo della scena underground della Bay Area che da sempre è autore di una miscela devastante quanto mortifera di death metal old school e affilato crust punk. Mortal si apre con la doppietta formata da Your Hell e Dying Life, un biglietto da visita brutale e opprimente che mette fin da subito in chiaro il duplice intento dei Necrot, ovvero privarci delle energie lasciandoci inermi a livello fisico e annichilirci profondamente a livello psicologico. Il death metal dei Necrot, ormai giunti a piena maturità, è una carcassa in putrefazione che emana un fetore di morte e ci regala immagini di declino di una civiltà umana ormai allo sfacelo più totale, un’enorme necropoli a cielo aperto infestata da vivi morenti felici di sguazzare nella rovina che si sono autoimposti e nel collasso a cui si sono condannati. Sette tracce (per quasi quaranta minuti) ricche di momenti davvero ispirati a tutti i livelli, dal riffing alle vocals, che irrompono devastanti sotto le sembianze di invettive iconoclaste nei confronti dell’umanità e della sua civiltà ormai destinata irrimediabilmente a crollare su se stessa e divenire polvere.

Mortal ci da la riprova definitiva del fatto che i Necrot siano ormai uno dei gruppi più interessanti, devastanti e completi del panorama death metal underground e non solo. Faccio davvero fatica a trovare altre parole da aggiungere, dunque non posso che limitarmi a consigliarvi di correre ad ascoltare il disco e abbandonarvi totalmente nelle viscere putrescenti e nell’atmosfera mortifera creata dal death metal vecchia scuola suonato dal gruppo di Oakland. Tra vent’anni penseremo a questo Mortal come ad un classico del death metal degli anni ’20 del duemila, ne sono certo.

 

Bedsore – Hypnagogic Hallucinations (2020)

Sembrava che quelle imponenti vette da incubo fossero i piloni di una porta spaventosa che conducesse nella sfera proibita del sogno e nel vortice del tempo, dello spazio e delle altri dimensioni… (Le Montagne della Follia, H.P.Lovecraft)

A gennaio, redigendo l’articolo in merito alle migliori uscite del 2019 in ambito death metal, mi sono accorto di quanto fosse stata presente e attenta la 20 Buck Spin Records nell’individuare e pubblicare lavori di elevata qualità e gruppi di assoluto valore che fino a poco tempo prima sguazzavano felicemente nell’underground del metallo della morte. Oggi noto con estremo piacere che la stessa etichetta con sede a Pittsburgh ha dato alla luce il primo full lenght dei romani Bedsore intitolato Hypnagogig Hallucinations, disco che segue il precedente The Mountains of Madness, ep d’esordio dal titolo che è un chiaro omaggio all’omonima opera e in generale alla figura di Lovecraft. Ma cosa suoneranno mai i nostri Bedsore? Quale sarà il contenuto musicale e concettuale di suddetta opera introdotta da un titolo così tanto affascinante quanto enigmatico? I romani sono autori di un death metal parecchio disturbante e angosciante che affonda le proprie radici nella vecchia scuola, un sound però tutt’altro che scontato e anzi capace di stupire senza dare quella sensazione di fin troppo già sentito. Difatti su questa base di partenza i nostri ci aggiungono un’ottima dose di personalità e originalità, riuscendo a costruire divagazioni che sfociano spesso in territori cari a certo progressive rock e momenti atmosferici dai toni allucinati e psichedelici, il tutto accompagnato da un’ottima tecnica mai fine a se stessa al punto da divenir boriosa e annoiare l’ascoltatore. La tecnica sfoderata dai Bedsore infatti si dimostra sempre ben controllata e intelligentemente piegata al servizio dell’atmosfera generale dell’intero lavoro cosi come dei singoli brani che, come in un viaggio onirico e allucinato nell’ignoto più profondo e impenetrabile, si diramano assumendo le sembianze di sentieri sempre nuovi ed inesplorati, lasciando l’ascoltatore in balia del proprio subconscio e di una sensazione di estasi mista angoscia dinanzi allo sconosciuto che si prospetta dinanzi ai suoi occhi.  Le principali influenze del gruppo romano sono essere evidenti, ben sottolineate nel corso di tutto il disco e vanno ricercate nei Death più tecnici, nei primi lavori degli svedesi Morbus Chron e negli Execration di “Morbid Dimensions“.

Addentrarsi negli abissi di questo Hypnagogic Hallucinations è come piombare in un’incubo senza fine in cui ci sentiamo sotto costante minaccia di qualcosa che non conosciamo, a cui non sappiamo dare né un nome tanto meno una forma, sempre in bilico tra un sogno lucido e psichedeliche visioni di terrore primigenio. Inoltre ad amplificare questa generale sensazione di terrore e inquietudine ci pensano poi le lancinanti vocals ad opera di Jacopo e Stefano, i due chitarristi che si alternano dietro il microfono. A livello di sensazioni e atmosfere si torna spesso alla letterature lovecraftiana, una delle influenze principali che anima la proposta dei Bedsore. Difatti durante l’ascolto di queste sette tappe (tra cui a mio parere spiccano Cauliflower Growth e la conclusiva Brains On The Tarmac) che ci accompagnano ad indagare i nostri abissi più reconditi e spaventosi, verremo assaliti spesso da una profonda sensazione di sconforto e di orrore cosmico, il tutto sempre filtrato da una lente dalle tonalità oniriche. È un death metal ricco di sfumature e digressioni allucinate, che vive di un’alternanza costante e ben bilanciata tra sfuriate furiose e aperture atmosferiche dagli accentuati toni psichedelici che ingannano l’ascoltatore con illusori quanto labili momenti di quiete, momenti che però lasciano presagire la presenza di qualcosa di spaventoso che se ne sta in agguato aspettando il nostro totale smarrimento tra i meandri e i labirinti di Hypnagogic Hallucinations. Non credo servano altre parole per raccontarvi l’esperienza che vi troverete ad affrontare appena partiranno le prime note dell’iniziale “The Gate, Disclosure”, un’intro strumentale dai toni progressive e onirici che lascia spiazzati e senza fiato. I Bedsore, con maturità e qualità, hanno costruito e dipinto un trip allucinato, estatico e angosciante che ci inghiotte fin dal principio senza lasciarci speranza di salvezza, ma solo illusioni e inquietanti incubi.

In quel momento il dominio della ragione sembrava irrefutabilmente scosso perchè quei labirinti avevano delle configurazioni che escludevano ogni tipo di rifugio confortevole del razionale. (Le Montagne della Follia, H.P.Lovecraft)

 

 

Adrestia – The Wrath of Euphrates (2019)

MAY THE SUN OF ROJAVA RISE AND NEVER SET. MAY THE SUN OF ROJAVA BURN ITS ENEMIES TO DEATH!

Il vento scandinavo soffia più forte che mai annunciando una tempesta di tuonante d-beat/crust che squarcia il cielo e si abbatte sul terreno con una potenza devastante. Su questa ultima fatica in studio intitolata “The Wrath of Euphrates”, ancora una volta gli Adrestia sintetizzano al meglio l’influenza dei due generi musicali che hanno inciso in modo indelebile il nome della Svezia nel panorama della musica estrema a livello internazionale: la scena d-beat/crust punk da una parte e quella death metal dall’altra. Le vocals stesse ricordano spesso quelle di Thomas Lindberg degli At The Gates, gruppo che senza ombra di dubbio ha influenzato in profondità il sound degli Adrestia soprattutto nei passaggi più melodici, mentre nei momenti prettamente crust/d-beat si può sentire in egual misura l’eco dei Martyrdod, dei Wolfpack/Wolfbrigade e dei Disfear. Il legame intimo con la prima scena d-beat svedese è sottolineato invece dalla presenza di Tomas Jonsson degli Anti-Cimex che presta la sua voce nella traccia “The Message”. 

Al di là della mera questione musicale, ciò che rende veramente interessante un disco come “The Wrath of Euprhates” è però il concept lirico che ne sta alla base e che denota una netta presa di posizione politica degli Adrestia, i quali non nascondono il loro schierarsi in solidarietà e complicità con la rivoluzione sociale del Rojava fondata su tre punti fondamentali: il confederalismo democratico, l’ecologia politica e la lotta di emancipazione femminista. Questa ispirazione lirico-politico e questa presa di posizione erano state già affrontate dal gruppo svedese sul precedente “The Art of Modern Warfare” e avevano spinto gli Adrestia a far parte fin da subito di una rete di supporto alla rivoluzione del Rojava, nata qualche anno fa all’interno della scena punk internazionale e chiamata appunto “Punks for Rojava” (troviamo una traccia omonima proprio su questo nuovo disco). Anche a livello estetico l’immaginario legato al Rojava, alle milizie armate delle YPG e delle YPJ perme l’intera proposta degli Adrestia, a partire dall’artwork di copertina in cui è raffigurato il volto di una combattente rivoluzionaria delle YPJ, divenuto ormai fin troppo iconico. Infine, il titolo stesso del disco riprende direttamente il nome dato ad un’operazione militare guidata dalle Forze Democratiche Siriane contro Daesh per riconquistare la città di Raqqa.

È profondo il legame che intercorre tra gli Adrestia e la rivoluzione avvenuta nella Siria del Nord e in cantoni e città come Afrin o Kobane e va ricercato, sopratutto, stando alle parole del gruppo, nel notare elementi di estrema somiglianza e vicinanza tra il progetto sociale e politico del Rojava e gli ideali che fondano il modo di vedere, intendere e vivere la scena hardcore/punk del gruppo , mutuo svedese. Solidarietà appoggio, collaborazione, autogestione, antifascismo, antisessismo e antirazzismo non sono parole vuote, ma pratiche quotidiane e concrete che vivono tanto in un contesto rivoluzionario come quello del Rojava quanto all’interno della scena punk hardcore internazionale e dentro molti percorsi di lotta in cui i e le punx sono attivi/e, dalle occupazioni abitative alle questioni anti-carcerarie. Sempre affidandoci alle parole degli Adrestia, “The Wrath of Euphrates” rappresenta dunque un vero e proprio omaggio non solo alla resistenza e alla lotta delle YPG e delle YPJ nella Siria del Nord, ma anche a chiunque combatte quotidianamente e in modo concreto per cercare di debellare piaghe come le guerre imperialiste, la misoginia, il razzismo, il fascismo e la distruzione dell’ecosistema.

Tornando brevemente a parlare nello specifico del lato musicale, l’ibrido crust punk/death metal tutto in salsa svedese è attraversato da un’irruenza devastante e una bellicositá a tratti selvaggia nella formula degli Adrestia, che certamente non inventano nulla di nuovo ma suonano con passione, convinzione e attitudine regalandoci quaranta minuti furiosi dominati tanto da un’aggressività cieca dai tratti crust-core quanto da momenti melodici di scuola At The Gates/Martyrdöd.

The Wrath of Euphrates” è l’ennesimo rabbioso grido di lotta degli Adrestia, un disco intenso, sia dal punto di vista meramente musicale sia a livello politico, con cui gli svedesi ribadiscono l’importanza per loro di schierarsi in solidarietà e complicità con la rivoluzione confederale, femminista ed ecologica che resiste ancora oggi, nonostante i diversi tentativi, ultimi in ordine di tempo quelli ad opera della Turchia del fascista Erdogan, di affossare questa esperienza rivoluzionaria, in Rojava! Quando sulle barricate incroceremo lo sguardo degli Adrestia, quando le fiamme della rivoluzione incendieranno questo mondo affinché ne rimangano solo macerie, risuoneranno certamente le note di questo “The Wrath of Euphrates”. Contro l’oppressione, la vita. Per la vita, l’insurrezione. Biji Rojava, Biji Adrestia!

 

The Mild – Old Man (2020)

A metà strada tra i Trap Them e i Gatecreeper, ci imbattiamo nel nuovo EP dei veneziani The Mild intitolato “Old Man. Virando prepotente il proprio sound verso sonorità death metal di scuola svedese (Entombed su tutti), senza abbandonare mai completamente gli ingredienti più hardcore e grind che fanno parte del corredo genetico del loro sound dalla prima ora, i The Mild ci regalano 6 tracce intense, aggressive e votate alla distruzione più totale. A farla da padrona, per tutta la brve durata dell’intero lavoro, è un tappeto sonoro fatto di tupa tupa tritaossa, un riffing frenetico e brutale e vocals barbariche e rabbiose, elementi che contribuiscono a creare un’atmosfera caotica e assordante. La lunghezza media dei brani si aggira intorno ai due minuti e mezzo, ricordando profondamente il percorso intrapreso musicalmente dagli ultimi Hierophant e il loro modo di suonare death metal, condensando in tracce brevi tutta la brutalità, l’aggressività e il groove possibili. Inoltre su questo Ep possiamo imbatterci anche in improvvise incursioni in territori black che conferiscono ulteriori sfumature a questa ricetta hardcore/grind/death devastante che è il sound dei The Mild, al punto da ricordarmi fortemente sonorità riconducibili a quanto fatto dai The Secret o dagli Hungry Like Rakovits. La quarta traccia “Confusion Reigns” rappresenta alla perfezione questa sporcatura blackened presente nella proposta dei veneziani, sopratutto nel riffing infernale e nello screaming lacerante e gelido. Light Beam, così come l’iniziale The Creationd is Beyond Saving e Horrible Visuals, è invece una traccia che mostra precisamente la nuova rotta verso lidi swedish death intrapresa dai The Mild che non nascondono l’influenza di Entombed e Grave, anche se rivisitata in chiave moderna e forse più groovy sulla falsa riga di quanto fatto recentemente dai Gatecreeper. Un Ep intenso, brutale e che non concede momenti di quiete o possibilità di riprendere fiato; un lavoro con cui i The Mild ribadiscono che il loro unico obiettivo è quello di demolire qualsiasi cosa si trovi dinanzi a loro, devoti solamente a far si che questo mondo sprofondi nel caos e nella follia!

 

Schegge Impazzite di Rumore #09

Ma rifiuto una vita di menzogna e paura!
Rifiuto una vita stabilita da loro!
Rifiuto una vita senza futuro!
Finira’ mai? Finira’ mai? Finira’ mai???

Anche in quarantena non si ferma l’appuntamento con le schegge impazzite di rumore, giungendo infatti al tanto atteso nono episodio! Quest’oggi a tenerci compagnia durante la reclusione nella città contaminata e quarantenata ci saranno il thrash metal delirante dei sardi Abduction, il death metal satanico e femminista degli Skulld ed il d-beat metal-punk dei milanesi Kombustion. Chiuso in una citta’ come una tigre nella gabbia. Non c’e’ niente da capire, non c’e’ niente da sperare, non ci rimane che urlare! Non ci rimangono che schegge di rumore impazzite!

Skulld in concerto

Abduction – Killer Holydays on Planet Earth (2020)

Si narra che durante i rapimenti alieni si possano sentire le note di questo “Killer Holydays on Planet Earth“… Thrash metal demenziale e fieramente ignorante per gli Abduction che tornano finalmente sulle scene con questo nuovo devastante “Killer Holydays on Planet Earth”, in cui i nostri sintetizzano quanto fatto nell’ultimo decennio dai Municipal Waste, dai Gama Bomb e dai brasiliani Violator, lasciando intravedere anche influenze più datate riconducibili ai Sacred Reich. Undici tracce accompagnate da testi deliranti e titoli che non celano l’intento palesemente nonsense e goliardico con cui i sardi si approcciano a quel sound thrash metal tipico del nuovo millennio che non sembra ancora aver del tutto perso il suo fascino. Tanto a livello musicale, quanto e soprattutto a livello di approccio lirico e di immaginario generale, gli Abduction mi hanno felicemente ricordato i Gama Bomb; difatti sulla falsa riga degli irlandesi anche il thrash metal dei sardi è infarcito di riferimenti ad una certa cultura cinematografica “nerd”, ben evidenziata da tracce quali “Grandpa Rick” ispirata dalla serie capolavoro “Rick e Morty”, dalla netta quanto assurda presa di posizione di una canzone come “If You Don’t Like Star Wars We Can’t Be Friends” o dall’iniziale “Uranus Attacck”, la cui accoppiata titolo-testo è degna di un filmaccio horror di serie Z. Thrash metal senza alcuna pretesa di risultare originale o tecnico, ma suonato con passione e con la giusta dose di “demenzialità” perfetto per fare headbanging selvaggio o per ritrovarsi a moshare in solitaria e che troverà sicuramente la sua dimensione ideale dal vivo. Non prendendosi troppo sul serio, mostrando una buona capacità nel songwriting che non risulta mai noioso e anzi mostra molta momenti estremamente godibili, gli Abduction sembrano volerci dire una semplice cosa con questo nuovo, assurdo in tutti i sensi, “Killer Holydays on Planet Earth“: It’s only thrash metal and we like it!

Skulld – Reinventing Darkness (2020)

Skuld, facendo riferimento alla mitologia norrena, era il nome di una norna (termine che etimologicamente significa “colei che bisbiglia un segreto“) che sembrerebbe potesse decidere il destino degli uomini. Tralasciando l’affascinante nome scelto dal gruppo e il suo background ricco di riferimenti alla cultura norrena, le tematiche principalmente trattate nelle liriche sono da ricondurre al mondo dell’esoterismo, del paganesimo  e di qualcosa che può essere definito come satanismo femminista, prendendo in prestito il titolo dell’ultimo brano presente su questo “Reinventing Darkness”. Evocando entità demoniache e forze pagane per lasciarle libere di infestare il regno dei mortali, con “Reinventing Darkness” gli Skulld ci trascinano in rituale esoterico che prende forma sulla base di sonorità death metal vecchia scuola che si rifanno tanto alla scena svedese quanto a certe cose fatte dagli Asphyx, ma con una buona dose di influenze black e hardcore (background da cui provengono i nostri) che affiorano spesso in superficie, con il growl urlato e lancinante della sacerdotessa Pam a farci da guida in questa discesa senza ritorno negli inferi più profondi. Un’atmosfera esoterica e infernale fa da sfondo al nostro viaggio tra le sei tappe di questo “Reinventing Darkness”, un viaggio tra rituali occulti (The Priestess), oscurità opprimente e senza fine (The Longest Hour), femminismo satanico (l’omonimo ultimo brano, uno dei migliori tanto per il contenuto lirico quanto per la parte strumentale) e antiche divinità pagane come nella quarta traccia intitolata Beaivi e incentrata sulla figura della dea del sole della cultura Sami. Tra racconti di donne che nella storia, nel passato così come, purtroppo, nel presente, son vittime di violenze, oppressione e morte da parte di una cultura patriarcale che le ha spesso indicate come streghe, pazze o figlie del demonio quando si sono ribellate e riferimenti a mitologie e rituali pagani, il death metal vecchia scuola degli Skulld colpisce nel segno con il suo mix di atmosfera, brutalità e un immaginario occulto ed esoterico. Rebels of the past, your anger shall rise… Slowly we riot!

Kombustion – Cenere (2019)

È un d-beat/metal-punk nichilista ed estremo quello che ci sparano addosso senza pietà alcuna i milanesi Kombustion, una dichiarazione di guerra senza fine decantata su sonorità aggressive che sembrano non aspettare altro che travolgerci come una furia selvaggia per lasciarci a terra inermi e privi di forze. “Cenere“, questo è il titolo del primo disco in casa Kombustion, ci regala nove tracce a cui si sommano un’intro e un breve outro, una roboante tempesta di d-beat/metal punk che pesca a piene mani dalla scena svedese più moderna e recente e principalmente da dischi come “Pray to the World” dei Wolfbrigade, “Allday Hell” dei Wolfpack e “Sekt” dei Martyrdöd, ma che non nasconde l’intimo legame che lo collega alla lezione seminale di Avskum e Anti-Cimex. Certamente non ci troviamo a livello dei gruppi appena citati, ma durante l’ascolto di questa prima fatica targata Kombustion, che inizia con l’assalto di “Rinnegato“, ci imbattiamo in una serie di tracce quali “Lato Sbagliato”, “Tutto si Spegne” o “L’Altra Faccia del Nulla” che danno l’impressione di trovarsi, impotente e rassegnati, nel bel mezzo di una tempesta che spazza via ogni cosa si trovi sul suo cammino. Altra traccia che inghiotte l’ascoltatore senza lasciar lui nessuna via di fuga è la bellissima “I am the Storm”, pezzo non inedito visto che era già stato inciso e rilasciato nel 2017 ma che in questa versione si riveste di una rinnovata brutalità, come se i Kombustion ci tendessero un’agguato che prende all’improvviso prima di scomparire nel fragore della tormenta. “Non avremo demolito tutto se non distruggiamo anche le rovine» sembrano volerci dire proprio questo, prendendo a prestito una frase accreditata al drammaturgo Alfred Jarry, i Kombustion con la loro miscela furiosa ed esplosiva di d-beat/crust e metal-punk. Spreading darkness, screaming the rage… It’s time to destroy appearing from the storm…

p.s. menzione d’onore per l’artwork di copertina che a parer mio merita moltissimo