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Infernal Coil – Within a World Forgotten (2018)

Chi segue Disastro Sonoro con una certa costanza sa perfettamente che il poco tempo che ho a disposizione per dedicarmi a questo blog lo impiego a parlare unicamente di gruppi, dischi e generi che fanno parte dei miei ascolti quotidiani e che dunque mi piacciono. Zero tempo e zero voglia di impegnarmi a parlare di qualcosa che non ascolto volentieri, sopratutto perchè non sono, per mia fortuna, un recensore o un fottuto critico musicale, dunque non ho nessun interesse nel dare giudizi lapidari e negativi su un disco o una band che non cattura il mio interesse o che non ascolto con piacere. Inoltre, legato a quanto detto, è chiaro che io non abbia nessuna scadenza da rispettare per scrivere articoli o “recensioni” (tra infinite virgolette), nè tantomeno son costretto a inseguire una presunta attualità di uscite in ambito punk/hardcore e metal estremo. Fatta questa premessa, ora potrete capire meglio perchè mi ritrovo a parlare di questo Within a World Forgotten degli Infernal Coil solamente ora a distanza di due anni (quasi tre) dalla sua pubblicazione.

Dopo una manciata di ep che hanno visto la luce tra il 2016 e il 2017, gli Infernal Coil giungono alla pubblicazione del loro primo full lenght nel settembre del 2018, un album capace di colpire nel segno sotto tanti punti di vista e fin dal primo ascolto. Questo però non deve far pensare a Within a World Forgotten come ad un album di facile assimilazione e di ascolto indolore, anzi completamente l’opposto visto che siamo al cospetto di un muro di suono estremo, annichilente, devastante e assolutamente selvaggio nella sua furia distruttiva che prende le sembianze di un’ibrido di death/black metal e grind senza compromessi e assolutamente implacabile. Inoltre, se non si può propriamente parlare di war metal per definire la proposta degli Infernal Coil, poco ci manca perchè son tanti gli elementi e i passaggi che li avvicinano alle sfumature più barbare, bestiali e oltranziste di gruppi come Teitanblood e compagnia. “Non avremo distrutto tutto finchè non distruggeremo anche le macerie”, sembra questa la lezione che anima l’irruenza brutale e la furia caotica del death/black suonato dal gruppo dell’Idaho. E’ un disco difficile, volutamente finalizzato a disorientare l’ascoltatore che si avventura tra le sette tracce; un disco che trasmette sensazioni di angoscia e smarrimento, alternando momenti di estrema furia barbara in cui il caos nella sua forma più primitiva sembra regnare sovrano ad alcuni brevi passaggi “atmosferici” (come nella splendida 49 Suns) che illudono l’ascoltatore che esista la possibilità di un momento di quiete o di salvezza. E appena si riesce a prendere un minimo di fiato, è ancora una volta il caos più selvaggio e barbaro ad irrompere e inghiottirci con la sua violenza inaudita e implacabile, facendoci sprofondare in un vortice di impotenza e smarrimento.

Dal punto di vista delle tematiche, Within a World Forgotten si concentra invece sui paradossi che dominano il mondo naturale, il contrasto tra la bellezza ed il caos che dominano in natura, così come l’autodistruzione a cui sembra essersi condannata inevitabilmente l’umanità. Avviandoci alla conclusione, credo sia doveroso inoltre spendere due righe per parlare dello splendido artwork di copertina, che si discosta in maniera disarmante dall’estetica classica di moltissimi gruppi impegnati a suonare death/black o war metal, allontanandosi da quell’immaginario fatto di caproni, satana, blasfemia e occultismo spiccio. In modo altrettanto disarmante si discosta da un’immaginario più tipicamente grindcore. Anche nella scelta dell’artwork, che rappresenta un paesaggio boschivo attraversato da un torrente, dalle tinte fortemente decadenti e malinconiche, gli Infernal Coil sembrano infatti mossi unicamente dalla volontà di disorientare e confondere chiunque si approcci all’ascolto di questo Within a World Forgotten e una volta smarritosi tra i suoi abissi, lasciarlo in balia del caos più selvaggio e della violenza più brutale. Il metal estremo riparta da dischi come questo e da gruppi come gli Infernal Coil.

Black Curse – Endless Wounds (2020)

I Black Curse si abbattono su di noi come tempeste infernali di death metal, con la furia blasfema del black metal più nichilista. In nome del caos primordiale, devoti soltanto alla distruzione.

A metà strada tra il death metal opprimente degli Incantation, le derivazioni più barbare e selvagge di certo war metal a la Bestial Warlust, l’estremismo folle e brutale dei Sadistik Exekution e una forte presenza di influenze black metal primitive che mi ha ricordato per certi versi i Beherit, troviamo questa nuova creatura che risponde al nome di Black Curse e in cui incontriamo gentaglia già attiva in progetti del calibro di Primitive Man, Blood Incantation e Spectral Voice (l’influenza di questi ultimi infatti emerge spesso nel corso delle varie tracce, anche se in maniera labile e lontana). Prima fatica in studio per il gruppo di Denver intitolata Endless Wounds, trentotto minuti di devastante e bestiale death metal attraversato da tensioni di black infernale, un sound granitico e annichilente, che non lascia momenti per prendere fiato o attimi di quiete, né tantomeno mostra segnali di debolezza o pietà; un’assalto sonoro capace di aprire squarci e ferite profonde nella psiche dell’ascoltatore riducendo in frantumi quel che rimane della sua sanità mentale. In tutto questo i Black Curse riescono a suonare molto più groovy nel riffing di certi altri loro colleghi impegnati a suonare death/black che spesso si lasciano andare a muri di suono cacofonici e dissonanti fini a se stessi e spesso inutilmente ripetitivi e noiosi. Certo anche nella proposta dei Black Curse il caos furioso e primordiale ha una sua centralità e trova sempre modo di divampare e manifestarsi in tutta la sua ferocia, ma non risulta mai essere il fine ultimo, anzi viene sempre accompagnato ed enfatizzato da un’atmosfera occulta capace di sottolineare quella dimensione di malvagità primitiva che pervade e avvolge l’intero album. Un sound dunque diretto, devastante e profondamente crudo, sorretto da un’atmosfera generale estremamente maligna e blasfema  evidenziata dall’ottimo utilizzo delle trame di chitarra e dalle melodie sinistre dal sapore fortemente black metal. Inoltre i Black Curse suonano la loro ricetta black/death bestiale come fossero pervasi da una ferocia quasi primitiva e selvaggia, come fossero posseduti da chissà quale forza oscura e maligna, abbattendosi impetuosamente come fossero un’orda barbarica pronta a fare razzia di ogni cosa e a lasciare solo macerie e rovine dopo il loro passaggio. Le stesse vocals, quasi sempre in screaming, risultano praticamente sempre efficaci nel loro essere lancinanti, estremamente sofferte e attraversate da una malvagità quasi primordiale, amplificando questa sensazione di dannazione eterna che ci inghiotte nel corso dell’intera esperienza di Endless Wounds, lasciandoci inermi, impotenti e assolutamente  incapaci di ritrovare una parvenza di quiete.

I Black Curse aprono squarci nel tempo facendo riaffiorare quei momenti in cui il black e il death metal condividevano gli stessi principi, la stessa estetica e la stessa diabolica rabbia. Nessuna pietà dunque nelle note e negli intenti dei Black Curse, solo istintiva e sincera devozione alla distruzione più totale. Giunti ormai alla conclusione di questa discesa tra gli abissi infernali di Endless Wounds, siamo divorati interiormente da una maledizione oscura che ha aperto sui nostri corpi ferite senza fine… Siamo ormai anime costrette alla dannazione eterna, mentre il caos primordiale regna sovrano. Senza inventare nulla, a mani basse siamo al cospetto di uno dei dischi di metal estremo più intenso e interessanti del 2020.

 

Necrot – Mortal (2020)

Is the smell of our world falling under the greed and senseless pride of men. It is the stench you smell in the morning when you realize that outside your door is nothing but ugly humans ready to deceive, steal, or even kill for a little more power or money…

Chi segue Disastro Sonoro, così come chi mi conosce personalmente nella vita reale, sa benissimo quanto io sia affezionato e debba molto al death metal, in quanto genere che mi ha accompagnato negli anni e ha giocato un ruolo fondamentale per lo sviluppo dei miei gusti musicali in ambito di metal estremo. Ancora oggi il death metal, tanto quello old school anni novanta quanto le nuove uscite più underground, occupa assiduamente i miei ascolti. Proprio per questo oggi mi trovo costretto dal cuore a parlarvi di uno dei gruppi più interessanti partoriti dall’underground death metal statunitense negli ultimi anni e che risponde al nome di Necrot. Con questo nuovo album intitolato semplicemente Mortal, che finalmente da un seguito al devastante Blood Offerings del 2017, disco che aveva posto il gruppo di Oakland sotto l’attenzione di tutti gli amanti del death metal più marciulento e dalle sonorità old school, i nostri riprendono da dove avevano interrotto riuscendo contemporaneamente ad alzare l’asticella e ad evolvere (prendete assolutamente con le pinze questo termine) ulteriormente il proprio brutale sound. Aspettate un attimo, stiamo pur sempre parlando di un death metal con le radici profondamente piantate nella vecchia scuola, ma su questo Mortal i nostri sembrano aver preso maggior ispirazione dal sound disturbato, angosciante e rallentato degli Autopsy, dal riffing dei Dismember (una traccia come Asleep Forever è iconica di quanto appena detto) o da un certo groove che mi ha ricordato in alcuni casi addirittura la proposta putrescente degli Asphix, così come un certo modo di intendere e suonare un death metal asfissiante e opprimente di tradizione finlandese. Il tutto suonato dai Necrot con una vena maggiormente stench/crust rispetto al passato, capace di portarmi alla mente in alcuni momenti echi lontani di certe sonorità care ai Sanctum o agli Stormcrow (può fungere da esempio perfetto una traccia del calibro di Stench of Decay), probabilmente dovuta anche all’esperienza di Luca con gli Acephalix, altro ottimo gruppo della scena underground della Bay Area che da sempre è autore di una miscela devastante quanto mortifera di death metal old school e affilato crust punk. Mortal si apre con la doppietta formata da Your Hell e Dying Life, un biglietto da visita brutale e opprimente che mette fin da subito in chiaro il duplice intento dei Necrot, ovvero privarci delle energie lasciandoci inermi a livello fisico e annichilirci profondamente a livello psicologico. Il death metal dei Necrot, ormai giunti a piena maturità, è una carcassa in putrefazione che emana un fetore di morte e ci regala immagini di declino di una civiltà umana ormai allo sfacelo più totale, un’enorme necropoli a cielo aperto infestata da vivi morenti felici di sguazzare nella rovina che si sono autoimposti e nel collasso a cui si sono condannati. Sette tracce (per quasi quaranta minuti) ricche di momenti davvero ispirati a tutti i livelli, dal riffing alle vocals, che irrompono devastanti sotto le sembianze di invettive iconoclaste nei confronti dell’umanità e della sua civiltà ormai destinata irrimediabilmente a crollare su se stessa e divenire polvere.

Mortal ci da la riprova definitiva del fatto che i Necrot siano ormai uno dei gruppi più interessanti, devastanti e completi del panorama death metal underground e non solo. Faccio davvero fatica a trovare altre parole da aggiungere, dunque non posso che limitarmi a consigliarvi di correre ad ascoltare il disco e abbandonarvi totalmente nelle viscere putrescenti e nell’atmosfera mortifera creata dal death metal vecchia scuola suonato dal gruppo di Oakland. Tra vent’anni penseremo a questo Mortal come ad un classico del death metal degli anni ’20 del duemila, ne sono certo.

 

Suffering Reborn…- Intervista ai Carcinoid

Per la prima volta da quando Disastro Sonoro prese vita, nel lontano 2017, sotto le sembianze di blog/webzine, mi trovo ad ospitare e pubblicare un’intervista non scritta da me. Sono però molto orgoglioso e altrettanto felice di poter lasciare spazio su queste pagine virtuali all’intervista fatta agli australiani Carcinoid (uno dei migliori gruppi doom/death attualmente in circolazione) dal buon Francesco, intervista che sarebbe dovuta uscire, in origine, per Blogthrower, blog estremamente interessante per tutti gli/le amanti dell’underground in tutte le sue forme che però per il momento si è preso un periodo di pausa. Nelle righe che seguiranno vi troverete ad affrontare un’intervista impegnativa per la lunghezza, ma al contempo ricca di spunti nelle risposte e nelle domande sempre ben curate e dunque, in sintesi, davvero molto godibile. Nonostante abbia anche la versione in italiano, penso sia più importante e valido riportare l’intervista in lingua inglese in quanto credo possa rendere meglio l’idea dei toni e delle sfumature delle risposte rilasciate dai Carcinoid. Infine, ci tengo a ringraziare nuovamente Fra per aver pensato a Disastro Sonoro come piattaforma attraverso cui diffondere questa intervista che ha richiesto, da quanto so, molto tempo e un discreto dispendio di energie. Lunga vita all’underground e al supporto reciproco tra chi si sbatte per il metal e il punk senza finalità di profitto! Vi lascio finalmente alle parole dei Carcinoid… Suffering reborn!

Who came up with the idea of founding Carcinoid?

Az: Jess and I came up with the idea of doing a band together that fit influences we were both into. Jess has more doom influences and I have more metal influences so we thought death/doom was the way to go. Then we started writing together and then Josh was keen on doing vocals and we tried out some drummers and Carter was the best fit for what we are going for.

In which moment of your lives did you fall in love with horror themes? And what has been the first time in which you encountered the real horror, the true suffering?

Az: I guess all members all gravitate towards the darker things/side of life. I guess suffering from depression and wanting to die at a young age… 

Tell us about the differences between the writing and recording process for the demo and for the album, if there are any.

Az: On the demo riffs were written by Jess and I, more or less equally, as usual. On the album, instead, Jess wrote a bit more than me. She has always been great at structuring and the flow of songs. On the album tracks we tried to combine our riffs together on each track to help it become more interesting. We also went for a more straight forward approach on the demo. but we definitely tried to push ourselves musically on the album tracks.

Jess: Carter always has input on riff structure and variation too. He recorded both the demo and the album but the difference was we used a 4 track on the demo and an 8 track on the album to be able to add more channels and variation to the resulting sound.

Talking about sound, it’s quite unique and the guitar tone is MASSIVE. Do you think the secret is a matter of gear and settings, a charismatic player, a really good producer/studio or a mix of all of this?

Az: Cheers dude. Over the years I’ve been driven more to thick tones that really drive the riffs home. I just think over time I found exactly what sound I wanted. I get my tones down through my amps (Peavey 5150’s) as I’ve been in love with them since a teenager, apart from that I don’t use pedals for my sound. Just my amp, pickups and guitar tones get exactly what I want. I think believing in what you do, being confident and self expression developed over time is the secret. You can tweak your sound in the studio but it’s good to have a great sound straight up which makes the producer studio scenario a lot easier.

The album is recorded live (and it makes sense: given the raw energy and organic sound of it all)! That’s something not that common these days, but a wise choice. Did you record the demo that way as well? Also, how much takes have you done per track, more or less? And anyway, that means there is no double-tracking for the guitar, right? Was it ALL recorded live (vocals included, I mean) or did you add something later? Tell us more about that choice and the process behind it and if you think it payed off.

Az: We recorded all the music live minus the vocals and the occasional guitar overdub. What you hear on the recording is exactly what was played in the room together. Carter, Jess and I especially all love old style recordings. We didn’t doubletrack the guitars either. It has a nice feel mistakes and all as a lot of metal these days is super polished and every mistake is punched in and fixed. We definitely did not want to record that way. We have been really happy with how the recordings have turned out.

One of the first things that come to mind, right from the first seconds of Sorrow is this funny question, though: is there really ANY treble (drums apart) in the guitars and bass?

Az: I have some treble in my tone as we are tuned pretty low just so there is some separation between guitar and bass.

Jess: My treble is turned to the maximum on all of the recordings but we are tuned pretty low also. I like it that way so it cuts through the mix. I hate a washed out bass tone in metal.

The bass tone is very present all over ”Metastatic Declination” and it seems like it plays a big role in making everything sound heavy, fat and mournful. It’s got a really nice growl, much oomph and it complements the swamp-ish guitar tone really well! Was the idea of a very loud bass in your mind from the start or you simply found a great tone to go with and decided to put it higher during the recording process? Also, was the growl in the bass tone something you already wanted to achieve or have you tried different sounds and tones before finding the right one? It sounds like the guitar tone was one of the key elements since the forming of the band, but what about the bass?

Jess: Since Aaron and I forged the band together and both write the riffs it sort of eventuated that the sound was equal guitar and bass volume. As mentioned above I hate a washed out bass tone so I like having it loud in the mix, I think it sets us apart from other metal bands also and adds another layer of heaviness. I’ve used several basses and pedals before- I used to play a rickenbacker in my other band but I am happy with the tone I achieve with the japanese 80’s fender jazz specials I use and combined pedals which provides lots of grit and toughness which I think suits our sound.

What do you think of the relation between sound and songwriting? Not every sound is suitable for every style, so of course you’ve gotta find a tone that works with your type of riffs.
Entombed is great, for example, but I’d never listen to a Judas Priest record with those chainsaws (although that’d be funny, for a few minutes!)…

Az: I think that’s a good point as in any band I’ve been in the tones are never the same as I tweak it to suit the sound and the vibe we are going for.

Jess: I think it is very important to have good tones that suit the style of music you play. I love my bass tone and think it fits really well with our sound, being tuned really low and having loud bass for the slow heavy parts but enough treble that cuts through the mix in the faster riffs.

Dread, the intro out of Metastatic Declination, is made by Xavier Irvine, which is your producer. Listening to it, I feel some heavy John Carpenter and even Fred Myrow vibes (in this case, Phantasm in particular, which we all know very well thanks to Entombed)! Did he create that intro by himself and you liked it or you worked on it together?
Or did you give him loose directions and then he did his thing? Was it intentional to evoke a sort of Carpenter/Phantasm atmosphere?

Az: I’ve been a fan of Xaviers synth work for a while as I’ve seen him do it live. When we locked him in to mix and master the album I asked him if we could do a intro. Josh suggested something John Carpenter and I wanted something 80s style we had a few ideas but Xavier pretty much nailed it straight off the bat. He worked with us and tweeked it a litle to get the final track.

Do you still play live the demo songs too? For example, Red Mist Descending is such a filthy heavy track, it’d be a shame to let it go lost so soon!

Az: Yeah we still do, mostly Red Mist Descending, we need to bring the other two back a bit more though haha.

Are the demo tracks and those of Metastatic Declination born in the same period or are they fruit of different states of inspiration?

Az: The tracks on the demo are in order of when they were written. Then the album tracks kept coming and we used all the next tracks we had written on the album.

Lyrics should always be a pretty important part and definitely something to consider, in music. Do you agree? Do you give them importance and therefore live with the eternal struggle of dissatisfaction for your own work, wishing it to be always more original, evocative and overall better? I think that your lyrics really exhale passion and dedication, instead of just being no-sense and soulless, generic metal lyrics written just because you’d have to sing something. They really enhance the oppressive and claustrophobic vibe that the music conveys and they’re quite evocative, indeed!

Jess: Definitely, I feel if you have great music and boring or bad lyrics it takes you down a level. Josh is a great lyricist and embodies struggles that we all have encountered. He bares his soul in what he writes about, not just generic death metal themes which I think is important and makes things seem more interesting and real.

You’ve got some amazing artworks on both of your works and the style is consistent. The question comes natural: who is this artist and will we be able to see more of his/her work on your future records? Is he/she ”part of the band” (in a sense that he/she’s an integral part to your band image and you’ll stick with that for the next artworks) or do you strive for variety?

Jess: Travis Papkey designed the demo art and Necrofrost designed the album cover. We like using different artists who embody raw, grim death vibes and fit our music. Even though we love both of these artists, we will probably use someone different for the next release as we also like to use up and coming artists to help with their exposure also.

In the cover art for your demo there are two tombstones, seemingly with something carved on them. One seems to say ”I bear”, but the rest of it is covered. The other says ”R.I.P. 1846 – 1996” or something like that, if I’m not wrong. Would you like to explain this and its meaning or do you prefer to keep it cryptic and open to interpretation?

Jess: We have never picked up on these details so you are very observant to notice! It’s all on Travis Papkey who designed it so maybe ask him, there may be a cool meaning behind it

The artwork on the demo features all kinds of tortured humans (or ONCE humans) and depictions of suffering. Three of them also have lots of needles on them. The artwork for Metastatic Declination, on the other hand, is more classic but still very filthy, rotten and more putrid than the average death metal release. Overall, the band philosophy seems to tackle nihilism, existentialism, death, horror, self-destructive behaviours, despair and decay.  But is there a slight shift on themes and image or could addiction still be considered a form of inspiration (if it ever was, anyway)?

Jess: I don’t think addiction is an active theme in the album, although it could be an underlying theme. We all have health issues past and present so I think the anguish, pain, anxiety, trauma, feelings of hopelessness and loathing ect is expressed in the lyrics and the music throughout.

The artwork for the album we had the idea based on gravediggers and hauling skeletons out of the ground. We thought it would be a really dark, grim idea and Necrofrost executed it well.

Along with the notable punk influences in your music, I think that the filthier imagery and themes we just talked about more or less link you to stenchcore. Although you aren’t, you’re closer to that genre than most other death metal bands. Do you know stenchcore? And what do you think of it?

Az: I’ve never heard of it, but I’m definitely influenced by a lot of punk stuff.

Something funny is that one of the best and ”biggest” stenchcore bands around published something with Memento Mori too, including a repress (for the first time on CD) of their latest LP, that came out lately. It also shares something with you name-wise: Cancer Spreading!

Jess: Have not heard of them. Will have to check it out!

I bet you love crust punk, too. There is that kind of filthy vibe, mixed with the punk influences… tell us about it. Are you into Amebix, Deviated Instinct, Doom, etc. as well then? And what are some of your favourite hardcore punk (or any of the subgenres) bands?

Az: I’m a big fan of a lot of different punk stuff, I listen to punk more than metal a fair bit of the time or more punk influenced metal. Lots of grind stuff, Napalm Death, Repulsion, Righteous Pigs, Black Flag, Discharge, Dr. Know, The Meanies, Massappeal, Ramones, Wipers, Sonic Youth. I like all the 70’s stuff, UK82, american stuff, australian stuff, pop punk, garage even a bit of ska. So yes lots of punk stuff haha.

Jess: I like Amebix and bands like Dystopia and Disrupt a lot, more on the sludgy, crusty side of things rather than hardcore and draw influences from that stuff.

Influences… let’s get deeper into that. I noticed your post on Facebook about your 10 favourite guitar influences. Tom G. Warrior, Greg Ginn, Tony Iommi, Max Cavalera and Pintando/Harris seem to be the most obvious. But there are also some more obscure or unusual ones in there, like the Moore/Ranaldo combo, Page Hamilton and Heath Smith. Would you like to narrate us your first encounter with those which you consider to be most important (I guess Tom G. warrior, Greg Ginn and Pintado/Harris) and how do you think they influence your music?

Az: Well Heath Smith is my older brother, my dad was married before he married my mum and had two children in his previous marriage. Heath lived with my parents when I was a baby until I was about 5 then lived with us on and off till my late teens. He is a massive music fan and played in metal bands. He exposed me to Thrash, Death Metal, Glam and Grunge from when I was a toddler.

So I grew up on all that stuff and I used to hang with him a lot, watch him jam, play guitar, talk about bands and music and I got to see him play a few times when I was in primary school.

I knew from a young age i wanted to play music and became obsessed. He is my overall biggest influence and taught me how to play guitar when I was a teenager and [so I] saved up for my first guitar. So I was exposed to most of my influences through him and a music tv show in australia called “Rage” which I used to record on vcr and watch the music videos I liked.

When I was a kid my fave bands were probably Motley Crue, Metallica and Nirvana. I guess any guitarist I like, I take things from their style and make it my own, it could be tones, picking, amps, guitars, feedback etc etc.

Tell us about the importance of Greg Ginn in particular and the overall importance of hardcore punk for your playing style and for the music of Carcinoid too.

Az: I really like the weird jazzy runs he does and I love his riffing, it was punk but it sorta had a dirty metal vibe I like a lot.

Hardcore is a big influence on my style i love the passion, values, aggression and feel, I find I like metal that has more of a punk influence and attitude overall.

I’ve played in a hardcore band in the past, and used to spend a lot of time in the DIY punk scene in melbourne and always enjoyed that more than the metal scenes here generally.

Also… do you think that some Sonic Youth influence somehow made it into Carcinoid?

Az: I love a lot of noiserock, sludge and grunge stuff. The feedback and noise parts they do and a lot of other bands I like that have that kind of stuff in their music definitely influence that side of carcinoid. 

Bury the Existence, Dungeons of Blood, Xenos, Hobo Magic, Reaper, Creep Diets, Spawn and god knows which other bands am I forgetting: before Carcinoid there were these in your lives, from metalcore to stoner, up to beloved death metal. Do you still like your old creations? Did you know each others already when you weren’t together as Carcinoid yet?

Az: Yeah of course, I have pretty broad tastes in music and I normally like doing a different style in each band I do. I’m proud of most things I’ve done, some stuff I listen to now and don’t like that much but it’s all part of my journey and has helped pave and develop to what I do today. Every time I do a different styled band and play with different people I learn and develop things which I really enjoy.

Jess: I still like the music I created in Spawn (psych/doom) although whilst I was doing this project I was always yearning to do something heavier and have definitely progressed a lot musically more than when I was in that band. I met Josh probably 5 years ago through going to metal gigs and mutual friends. Me and Aaron had known each other for about a year before starting the band together. We met Carter when he tried out but I had been to a lot of gigs to see his previous band, stoner/psych Hobo Magic.

Think again of those moments and band that I mentioned earlier. Would you ever have thought that one day you’d have been founding a band like Carcinoid? Were there presages of what would have been?

Jess: I thought I would start more of a grim sludge/doom band rather than death/doom but it’s worked out that way because me and Aaron wanted to start a project together and when we started carcinoid then things took off. I’m really happy with how we’ve progressed in such a short time, the chemistry we all have together as a band working together and the sound we have established.

Az: Yeah for me I really wanted to do a band with Jess and I liked a lot of death metal (and I had not really done that style before).
We wanted to bring our tastes and ideas together to make a cool combo of Doom and Death stuff garnished with our other influences.

What do you think Blood Incantation has that other bands don’t have? What is the feature that made them so popular, especially in 2019?

Jess: They are pushing the boundaries in terms of how modern death metal is progressing. In their writing of the new album I think they tried to incorporate a lot of different elements rather than the usual in death metal. I really like them a lot. We were very excited to be announced to share the stage with them later in the year. Hopefully it still happens.

Blood Incantation or Spectral Voice?

Jess: I like both. But would probably say Spectral Voice. They have a lot more dissonant doomy vibes that I am a big fan of. We saw them at MDF last year. Amazing!

Az: I hear a lot of newer bands through Jess but I always go back to all the old school stuff it really clicks with me. I haven’t really got into either band TBH, nothing against them though.

Another (web but not only so) phenomenon has became Sanguisugabogg. How do you explain their success? Because ok, they’re subject of memes on social networks, but in March they’ll do a tour with Undeath, Vomit Forth and Graveview, with barely one published demo (that flied off the shelves).

Jess: I like them, I have heard their music but I don’t know much about their back story or the band.

What is your relationship with Japan like? You felt really good on your tour there, but why have you chosen that nation particularly, even before traveling Australia properly?
Are you fan of japanese hardcore and metal bands?

Jess: Japan was awesome! We had such a good response there. It’s pretty close to us compared to the US or Europe so that’s why we chose there first also we have mostly already toured Australia with our previous bands. There’s so many bands we love from Japan – Coffins obviously, evil, transgressor, anatomia, Nepenthes, Church of misery, Eternal Elysium, SOB, fuck on the beach, unholy grave.

Az: I love Japan it is one of my fave places in the world, I had been there twice on holidays prior to the tour. That tour was amazing and the people were awesome. I never thought I’d get the chance to play there, I guess the opportunity came up and we weren’t gonna say no. We have plans to play more places in australia once we can. Yes I am, Some of my fave japanese bands are Coffins, Melt Banana, Transgressor, S.O.B., Unholy Grave, Fuck on the Beach and probably lots more I’ve forgotten haha.

Australia’s fires have been devastating and you have also played benefit gigs for fundraising. How are you living the situation? I believe that one of the most heinous aspects is the storm of fake news about it, from racists spreading rumors of pseudo-firestarters with arabic names to climate change deniers.

Az: The bushfire situation was a pretty fucked time fortunately we were not affected, but there were people who died or lost everything. The least we could do was do something to help raise some money to help. We have a big issue in australia with the right wing government being in power and supporting fossil fuel and trying to dance around the climate change issues, whilst avoiding the switch to more green energy. I’m no expert on the situation but there is a lot more that could be done to help the situation, from looking to the indigenous for more implementation of traditional burning that has been done for at least 66,000 years. Corporate greed and ties with companies that destroy the earth seem to be supported over more sustainable options in australia which I find very upsetting. 

”In the hollows of the dead we crawl and we stumble, looking for salvation but only finding dust and rot. We try to survive, but we’re already dead.” You close ”The Drowning” with this statement. While reading the lyrics, I thought it was just printed in the booklet without being said in the song, but it’s in there too. It sounds, indeed, like a statement. So, do you actually live the day? Do you indulge in hedonistic lifestyles because, indeed, this might be our last day and we wouldn’t even know? What do you think of health-fanatics? Avoiding everything ”bad” to stay healthy, but they might get hit by a bus while crossing the street. And what’s the point of dying all good and preserved, after all? You die anyway.

Josh: It’s just something that ties in with the whole concept of the album. Despite our best intentions, we’re drawn to destruction and decay.

Is weed legal in Australia? I did a (VERY) quick research on Wikipedia and it seems like its history is troubled. Are you and/or others in the band regular users?

Az: Weed is legal to grow in ACT. In the past I think it was legal to grow in S.A. (South Australia). I’ve heard Australia has a high ratio of users compared to a lot of other countries.
I guess you could say it’s troubled here as it’s still illegal overall. Some members use, I go through Phases of regular to not so regular use.

Jess: Weed has just become legal to grow as of the start of this year in ACT (Not our state). Two plants per person or 4 max per household. Hopefully this changes for Victoria asap! haha

Weed or alcohol? And why?

Az: That’s a tough one. I do love having a beer at home or at shows or whilst I play. But I have big problems playing stoned. But to chill and relax definitely weed over booze!

Jess: Weed at home. Alcohol at gigs!

Do you think that metal circles are inclusive or that there are still ideological barriers to break down?

Jess: Sometimes. It really depends on the people. Some people are great, some are not so I don’t think its fair to make generalisations about all metal circles. I feel it’s harder for women in the metal scene to feel included or taken seriously sometimes – based on my own experiences it feels very male dominated at times. But of course this has changed in the past 30 years, and hopefully continues to do so. I think everyone deserves to be treated as equals and to enjoy metal regardless of gender, race, sexuality, ect. so this should not matter but sometimes metal circles can exclude people based on these factors.

Az: I find some metalheads are very backward in their views, which I can’t stand, I have seen and heard a lot of racist, sexist, homophobic and transphobic stuff occur.
Which gives metal a bad name. I understand it’s not everyone but it ruins it for everyone else, metal shouldn’t discriminate it is a universal music that brings people together worldwide. Why add all this unnecessary hate of people in the mix.

This one is hard. Best Coffins album and why?

Jess: Buried death. It is the first one I heard years ago and is still my favourite. Classic.

Who has been really ingenious within death metal for you?

Az: I guess bands that are really original or incorporate other styles into their music, Cannibal Corpse I think were really groundbreaking especially the drumming, morbid angel, death, obituary, napalm death on harmony and utopia, and more experimental stuff like Alchemist, Nocturnus, Human Remains, early Fear Factory etc etc

Tell us your Top 7 zombie movies! (Spit a bonus of 3 horror movies of any kind as well, if you want!)

Jess: I don’t watch that many movies! Josh is really into a lot of B-grade horror stuff

Josh: Top 7 Zombie Movies:

Tombs of the Blind Dead
Braindead
The Return of the Living Dead
Re-Animator
Rec
The Beyond
Poultrygeist: Night of the Chicken Dead

You have announced two tours outside of Australia for 2020. Europe and USA? Give us some steady points of your future. Like the split with mighty Charnel Altar.

Jess: We were set to play Killtown in Denmark and do a couple of weeks in Europe in September, but obviously because of Covid-19 everything is up in the air and we don’t know how long travel bans will be in place. We are taking the time to write new material and hopefully play some more shows around Australia this year if we cannot leave the country. We are dying to play in Europe and the US soon so hopefully it’s on the cards for the future…… 

Bedsore – Hypnagogic Hallucinations (2020)

Sembrava che quelle imponenti vette da incubo fossero i piloni di una porta spaventosa che conducesse nella sfera proibita del sogno e nel vortice del tempo, dello spazio e delle altri dimensioni… (Le Montagne della Follia, H.P.Lovecraft)

A gennaio, redigendo l’articolo in merito alle migliori uscite del 2019 in ambito death metal, mi sono accorto di quanto fosse stata presente e attenta la 20 Buck Spin Records nell’individuare e pubblicare lavori di elevata qualità e gruppi di assoluto valore che fino a poco tempo prima sguazzavano felicemente nell’underground del metallo della morte. Oggi noto con estremo piacere che la stessa etichetta con sede a Pittsburgh ha dato alla luce il primo full lenght dei romani Bedsore intitolato Hypnagogig Hallucinations, disco che segue il precedente The Mountains of Madness, ep d’esordio dal titolo che è un chiaro omaggio all’omonima opera e in generale alla figura di Lovecraft. Ma cosa suoneranno mai i nostri Bedsore? Quale sarà il contenuto musicale e concettuale di suddetta opera introdotta da un titolo così tanto affascinante quanto enigmatico? I romani sono autori di un death metal parecchio disturbante e angosciante che affonda le proprie radici nella vecchia scuola, un sound però tutt’altro che scontato e anzi capace di stupire senza dare quella sensazione di fin troppo già sentito. Difatti su questa base di partenza i nostri ci aggiungono un’ottima dose di personalità e originalità, riuscendo a costruire divagazioni che sfociano spesso in territori cari a certo progressive rock e momenti atmosferici dai toni allucinati e psichedelici, il tutto accompagnato da un’ottima tecnica mai fine a se stessa al punto da divenir boriosa e annoiare l’ascoltatore. La tecnica sfoderata dai Bedsore infatti si dimostra sempre ben controllata e intelligentemente piegata al servizio dell’atmosfera generale dell’intero lavoro cosi come dei singoli brani che, come in un viaggio onirico e allucinato nell’ignoto più profondo e impenetrabile, si diramano assumendo le sembianze di sentieri sempre nuovi ed inesplorati, lasciando l’ascoltatore in balia del proprio subconscio e di una sensazione di estasi mista angoscia dinanzi allo sconosciuto che si prospetta dinanzi ai suoi occhi.  Le principali influenze del gruppo romano sono essere evidenti, ben sottolineate nel corso di tutto il disco e vanno ricercate nei Death più tecnici, nei primi lavori degli svedesi Morbus Chron e negli Execration di “Morbid Dimensions“.

Addentrarsi negli abissi di questo Hypnagogic Hallucinations è come piombare in un’incubo senza fine in cui ci sentiamo sotto costante minaccia di qualcosa che non conosciamo, a cui non sappiamo dare né un nome tanto meno una forma, sempre in bilico tra un sogno lucido e psichedeliche visioni di terrore primigenio. Inoltre ad amplificare questa generale sensazione di terrore e inquietudine ci pensano poi le lancinanti vocals ad opera di Jacopo e Stefano, i due chitarristi che si alternano dietro il microfono. A livello di sensazioni e atmosfere si torna spesso alla letterature lovecraftiana, una delle influenze principali che anima la proposta dei Bedsore. Difatti durante l’ascolto di queste sette tappe (tra cui a mio parere spiccano Cauliflower Growth e la conclusiva Brains On The Tarmac) che ci accompagnano ad indagare i nostri abissi più reconditi e spaventosi, verremo assaliti spesso da una profonda sensazione di sconforto e di orrore cosmico, il tutto sempre filtrato da una lente dalle tonalità oniriche. È un death metal ricco di sfumature e digressioni allucinate, che vive di un’alternanza costante e ben bilanciata tra sfuriate furiose e aperture atmosferiche dagli accentuati toni psichedelici che ingannano l’ascoltatore con illusori quanto labili momenti di quiete, momenti che però lasciano presagire la presenza di qualcosa di spaventoso che se ne sta in agguato aspettando il nostro totale smarrimento tra i meandri e i labirinti di Hypnagogic Hallucinations. Non credo servano altre parole per raccontarvi l’esperienza che vi troverete ad affrontare appena partiranno le prime note dell’iniziale “The Gate, Disclosure”, un’intro strumentale dai toni progressive e onirici che lascia spiazzati e senza fiato. I Bedsore, con maturità e qualità, hanno costruito e dipinto un trip allucinato, estatico e angosciante che ci inghiotte fin dal principio senza lasciarci speranza di salvezza, ma solo illusioni e inquietanti incubi.

In quel momento il dominio della ragione sembrava irrefutabilmente scosso perchè quei labirinti avevano delle configurazioni che escludevano ogni tipo di rifugio confortevole del razionale. (Le Montagne della Follia, H.P.Lovecraft)

 

 

Adrestia – The Wrath of Euphrates (2019)

MAY THE SUN OF ROJAVA RISE AND NEVER SET. MAY THE SUN OF ROJAVA BURN ITS ENEMIES TO DEATH!

Il vento scandinavo soffia più forte che mai annunciando una tempesta di tuonante d-beat/crust che squarcia il cielo e si abbatte sul terreno con una potenza devastante. Su questa ultima fatica in studio intitolata “The Wrath of Euphrates”, ancora una volta gli Adrestia sintetizzano al meglio l’influenza dei due generi musicali che hanno inciso in modo indelebile il nome della Svezia nel panorama della musica estrema a livello internazionale: la scena d-beat/crust punk da una parte e quella death metal dall’altra. Le vocals stesse ricordano spesso quelle di Thomas Lindberg degli At The Gates, gruppo che senza ombra di dubbio ha influenzato in profondità il sound degli Adrestia soprattutto nei passaggi più melodici, mentre nei momenti prettamente crust/d-beat si può sentire in egual misura l’eco dei Martyrdod, dei Wolfpack/Wolfbrigade e dei Disfear. Il legame intimo con la prima scena d-beat svedese è sottolineato invece dalla presenza di Tomas Jonsson degli Anti-Cimex che presta la sua voce nella traccia “The Message”. 

Al di là della mera questione musicale, ciò che rende veramente interessante un disco come “The Wrath of Euprhates” è però il concept lirico che ne sta alla base e che denota una netta presa di posizione politica degli Adrestia, i quali non nascondono il loro schierarsi in solidarietà e complicità con la rivoluzione sociale del Rojava fondata su tre punti fondamentali: il confederalismo democratico, l’ecologia politica e la lotta di emancipazione femminista. Questa ispirazione lirico-politico e questa presa di posizione erano state già affrontate dal gruppo svedese sul precedente “The Art of Modern Warfare” e avevano spinto gli Adrestia a far parte fin da subito di una rete di supporto alla rivoluzione del Rojava, nata qualche anno fa all’interno della scena punk internazionale e chiamata appunto “Punks for Rojava” (troviamo una traccia omonima proprio su questo nuovo disco). Anche a livello estetico l’immaginario legato al Rojava, alle milizie armate delle YPG e delle YPJ perme l’intera proposta degli Adrestia, a partire dall’artwork di copertina in cui è raffigurato il volto di una combattente rivoluzionaria delle YPJ, divenuto ormai fin troppo iconico. Infine, il titolo stesso del disco riprende direttamente il nome dato ad un’operazione militare guidata dalle Forze Democratiche Siriane contro Daesh per riconquistare la città di Raqqa.

È profondo il legame che intercorre tra gli Adrestia e la rivoluzione avvenuta nella Siria del Nord e in cantoni e città come Afrin o Kobane e va ricercato, sopratutto, stando alle parole del gruppo, nel notare elementi di estrema somiglianza e vicinanza tra il progetto sociale e politico del Rojava e gli ideali che fondano il modo di vedere, intendere e vivere la scena hardcore/punk del gruppo , mutuo svedese. Solidarietà appoggio, collaborazione, autogestione, antifascismo, antisessismo e antirazzismo non sono parole vuote, ma pratiche quotidiane e concrete che vivono tanto in un contesto rivoluzionario come quello del Rojava quanto all’interno della scena punk hardcore internazionale e dentro molti percorsi di lotta in cui i e le punx sono attivi/e, dalle occupazioni abitative alle questioni anti-carcerarie. Sempre affidandoci alle parole degli Adrestia, “The Wrath of Euphrates” rappresenta dunque un vero e proprio omaggio non solo alla resistenza e alla lotta delle YPG e delle YPJ nella Siria del Nord, ma anche a chiunque combatte quotidianamente e in modo concreto per cercare di debellare piaghe come le guerre imperialiste, la misoginia, il razzismo, il fascismo e la distruzione dell’ecosistema.

Tornando brevemente a parlare nello specifico del lato musicale, l’ibrido crust punk/death metal tutto in salsa svedese è attraversato da un’irruenza devastante e una bellicositá a tratti selvaggia nella formula degli Adrestia, che certamente non inventano nulla di nuovo ma suonano con passione, convinzione e attitudine regalandoci quaranta minuti furiosi dominati tanto da un’aggressività cieca dai tratti crust-core quanto da momenti melodici di scuola At The Gates/Martyrdöd.

The Wrath of Euphrates” è l’ennesimo rabbioso grido di lotta degli Adrestia, un disco intenso, sia dal punto di vista meramente musicale sia a livello politico, con cui gli svedesi ribadiscono l’importanza per loro di schierarsi in solidarietà e complicità con la rivoluzione confederale, femminista ed ecologica che resiste ancora oggi, nonostante i diversi tentativi, ultimi in ordine di tempo quelli ad opera della Turchia del fascista Erdogan, di affossare questa esperienza rivoluzionaria, in Rojava! Quando sulle barricate incroceremo lo sguardo degli Adrestia, quando le fiamme della rivoluzione incendieranno questo mondo affinché ne rimangano solo macerie, risuoneranno certamente le note di questo “The Wrath of Euphrates”. Contro l’oppressione, la vita. Per la vita, l’insurrezione. Biji Rojava, Biji Adrestia!

 

The Mild – Old Man (2020)

A metà strada tra i Trap Them e i Gatecreeper, ci imbattiamo nel nuovo EP dei veneziani The Mild intitolato “Old Man. Virando prepotente il proprio sound verso sonorità death metal di scuola svedese (Entombed su tutti), senza abbandonare mai completamente gli ingredienti più hardcore e grind che fanno parte del corredo genetico del loro sound dalla prima ora, i The Mild ci regalano 6 tracce intense, aggressive e votate alla distruzione più totale. A farla da padrona, per tutta la brve durata dell’intero lavoro, è un tappeto sonoro fatto di tupa tupa tritaossa, un riffing frenetico e brutale e vocals barbariche e rabbiose, elementi che contribuiscono a creare un’atmosfera caotica e assordante. La lunghezza media dei brani si aggira intorno ai due minuti e mezzo, ricordando profondamente il percorso intrapreso musicalmente dagli ultimi Hierophant e il loro modo di suonare death metal, condensando in tracce brevi tutta la brutalità, l’aggressività e il groove possibili. Inoltre su questo Ep possiamo imbatterci anche in improvvise incursioni in territori black che conferiscono ulteriori sfumature a questa ricetta hardcore/grind/death devastante che è il sound dei The Mild, al punto da ricordarmi fortemente sonorità riconducibili a quanto fatto dai The Secret o dagli Hungry Like Rakovits. La quarta traccia “Confusion Reigns” rappresenta alla perfezione questa sporcatura blackened presente nella proposta dei veneziani, sopratutto nel riffing infernale e nello screaming lacerante e gelido. Light Beam, così come l’iniziale The Creationd is Beyond Saving e Horrible Visuals, è invece una traccia che mostra precisamente la nuova rotta verso lidi swedish death intrapresa dai The Mild che non nascondono l’influenza di Entombed e Grave, anche se rivisitata in chiave moderna e forse più groovy sulla falsa riga di quanto fatto recentemente dai Gatecreeper. Un Ep intenso, brutale e che non concede momenti di quiete o possibilità di riprendere fiato; un lavoro con cui i The Mild ribadiscono che il loro unico obiettivo è quello di demolire qualsiasi cosa si trovi dinanzi a loro, devoti solamente a far si che questo mondo sprofondi nel caos e nella follia!

 

Schegge Impazzite di Rumore #09

Ma rifiuto una vita di menzogna e paura!
Rifiuto una vita stabilita da loro!
Rifiuto una vita senza futuro!
Finira’ mai? Finira’ mai? Finira’ mai???

Anche in quarantena non si ferma l’appuntamento con le schegge impazzite di rumore, giungendo infatti al tanto atteso nono episodio! Quest’oggi a tenerci compagnia durante la reclusione nella città contaminata e quarantenata ci saranno il thrash metal delirante dei sardi Abduction, il death metal satanico e femminista degli Skulld ed il d-beat metal-punk dei milanesi Kombustion. Chiuso in una citta’ come una tigre nella gabbia. Non c’e’ niente da capire, non c’e’ niente da sperare, non ci rimane che urlare! Non ci rimangono che schegge di rumore impazzite!

Skulld in concerto

Abduction – Killer Holydays on Planet Earth (2020)

Si narra che durante i rapimenti alieni si possano sentire le note di questo “Killer Holydays on Planet Earth“… Thrash metal demenziale e fieramente ignorante per gli Abduction che tornano finalmente sulle scene con questo nuovo devastante “Killer Holydays on Planet Earth”, in cui i nostri sintetizzano quanto fatto nell’ultimo decennio dai Municipal Waste, dai Gama Bomb e dai brasiliani Violator, lasciando intravedere anche influenze più datate riconducibili ai Sacred Reich. Undici tracce accompagnate da testi deliranti e titoli che non celano l’intento palesemente nonsense e goliardico con cui i sardi si approcciano a quel sound thrash metal tipico del nuovo millennio che non sembra ancora aver del tutto perso il suo fascino. Tanto a livello musicale, quanto e soprattutto a livello di approccio lirico e di immaginario generale, gli Abduction mi hanno felicemente ricordato i Gama Bomb; difatti sulla falsa riga degli irlandesi anche il thrash metal dei sardi è infarcito di riferimenti ad una certa cultura cinematografica “nerd”, ben evidenziata da tracce quali “Grandpa Rick” ispirata dalla serie capolavoro “Rick e Morty”, dalla netta quanto assurda presa di posizione di una canzone come “If You Don’t Like Star Wars We Can’t Be Friends” o dall’iniziale “Uranus Attacck”, la cui accoppiata titolo-testo è degna di un filmaccio horror di serie Z. Thrash metal senza alcuna pretesa di risultare originale o tecnico, ma suonato con passione e con la giusta dose di “demenzialità” perfetto per fare headbanging selvaggio o per ritrovarsi a moshare in solitaria e che troverà sicuramente la sua dimensione ideale dal vivo. Non prendendosi troppo sul serio, mostrando una buona capacità nel songwriting che non risulta mai noioso e anzi mostra molta momenti estremamente godibili, gli Abduction sembrano volerci dire una semplice cosa con questo nuovo, assurdo in tutti i sensi, “Killer Holydays on Planet Earth“: It’s only thrash metal and we like it!

Skulld – Reinventing Darkness (2020)

Skuld, facendo riferimento alla mitologia norrena, era il nome di una norna (termine che etimologicamente significa “colei che bisbiglia un segreto“) che sembrerebbe potesse decidere il destino degli uomini. Tralasciando l’affascinante nome scelto dal gruppo e il suo background ricco di riferimenti alla cultura norrena, le tematiche principalmente trattate nelle liriche sono da ricondurre al mondo dell’esoterismo, del paganesimo  e di qualcosa che può essere definito come satanismo femminista, prendendo in prestito il titolo dell’ultimo brano presente su questo “Reinventing Darkness”. Evocando entità demoniache e forze pagane per lasciarle libere di infestare il regno dei mortali, con “Reinventing Darkness” gli Skulld ci trascinano in rituale esoterico che prende forma sulla base di sonorità death metal vecchia scuola che si rifanno tanto alla scena svedese quanto a certe cose fatte dagli Asphyx, ma con una buona dose di influenze black e hardcore (background da cui provengono i nostri) che affiorano spesso in superficie, con il growl urlato e lancinante della sacerdotessa Pam a farci da guida in questa discesa senza ritorno negli inferi più profondi. Un’atmosfera esoterica e infernale fa da sfondo al nostro viaggio tra le sei tappe di questo “Reinventing Darkness”, un viaggio tra rituali occulti (The Priestess), oscurità opprimente e senza fine (The Longest Hour), femminismo satanico (l’omonimo ultimo brano, uno dei migliori tanto per il contenuto lirico quanto per la parte strumentale) e antiche divinità pagane come nella quarta traccia intitolata Beaivi e incentrata sulla figura della dea del sole della cultura Sami. Tra racconti di donne che nella storia, nel passato così come, purtroppo, nel presente, son vittime di violenze, oppressione e morte da parte di una cultura patriarcale che le ha spesso indicate come streghe, pazze o figlie del demonio quando si sono ribellate e riferimenti a mitologie e rituali pagani, il death metal vecchia scuola degli Skulld colpisce nel segno con il suo mix di atmosfera, brutalità e un immaginario occulto ed esoterico. Rebels of the past, your anger shall rise… Slowly we riot!

Kombustion – Cenere (2019)

È un d-beat/metal-punk nichilista ed estremo quello che ci sparano addosso senza pietà alcuna i milanesi Kombustion, una dichiarazione di guerra senza fine decantata su sonorità aggressive che sembrano non aspettare altro che travolgerci come una furia selvaggia per lasciarci a terra inermi e privi di forze. “Cenere“, questo è il titolo del primo disco in casa Kombustion, ci regala nove tracce a cui si sommano un’intro e un breve outro, una roboante tempesta di d-beat/metal punk che pesca a piene mani dalla scena svedese più moderna e recente e principalmente da dischi come “Pray to the World” dei Wolfbrigade, “Allday Hell” dei Wolfpack e “Sekt” dei Martyrdöd, ma che non nasconde l’intimo legame che lo collega alla lezione seminale di Avskum e Anti-Cimex. Certamente non ci troviamo a livello dei gruppi appena citati, ma durante l’ascolto di questa prima fatica targata Kombustion, che inizia con l’assalto di “Rinnegato“, ci imbattiamo in una serie di tracce quali “Lato Sbagliato”, “Tutto si Spegne” o “L’Altra Faccia del Nulla” che danno l’impressione di trovarsi, impotente e rassegnati, nel bel mezzo di una tempesta che spazza via ogni cosa si trovi sul suo cammino. Altra traccia che inghiotte l’ascoltatore senza lasciar lui nessuna via di fuga è la bellissima “I am the Storm”, pezzo non inedito visto che era già stato inciso e rilasciato nel 2017 ma che in questa versione si riveste di una rinnovata brutalità, come se i Kombustion ci tendessero un’agguato che prende all’improvviso prima di scomparire nel fragore della tormenta. “Non avremo demolito tutto se non distruggiamo anche le rovine» sembrano volerci dire proprio questo, prendendo a prestito una frase accreditata al drammaturgo Alfred Jarry, i Kombustion con la loro miscela furiosa ed esplosiva di d-beat/crust e metal-punk. Spreading darkness, screaming the rage… It’s time to destroy appearing from the storm…

p.s. menzione d’onore per l’artwork di copertina che a parer mio merita moltissimo

 

 

Ahna – Crimson Dawn (2020)

Mentre il regno della follia viene inghiottito da un’oscurità senza fine, gli Ahna si abbattono come un vortice di caos e distruzione su un campo di battaglia che non conosce alcuna legge. 

La British Columbia, regione canadese che si affaccia sull’Oceano Pacifico, nel corso degli anni ha dimostrato di essere terreno estremamente fertile per il proliferare di progetti devoti a sonorità crust punk di ogni sorta, da quelle più vicine al grind dei Massgrave a quelle che esondavano su territori black metal come gli indimenticabili Iskra e i più recenti Storm of Sedition. Dieci anni dopo il loro primo full lenght, ma solamente a cinque anni di distanza dal bellissimo Ep “Perpetual Warfare“, come un fulmine che squarcia improvvisamente la quiete preannunciando una notte di devastante tempesta, gli Ahna, nome storico della scena crust della British Columbia, ritornano con questo nuovissimo e inaspettato disco intitolato “Crimson Dawn“! Ai tempi del primo omonimo full lenght, gli Ahna ci avevano proposto un sound crust punk fortemente influenzato e imbastardito con le frange più estreme del metal, death in primis, e nelle sette tracce che compongono “Crimson Dawn” , il gruppo  torna a riproporre una formula sempre vincente: death metal di tradizione svedese, Bolt Thrower, Sacrilege, Axegrinder e Hellbastard si uniscono in questa bomba di death-crust selvaggio e dal sapore fortemente old school.

Il disco di apre con “Run for your Life”, pezzo che evoca in modo inconfondibile i Sacrilege di quel capolavoro che è “Realms of Madness“, un’assalto che sta in bilico tra sfuriate crust e cavalcate propriamente thrash metal e che può riportare alla mente anche gli Hellbastard di “Heading for Internal Darkness”, con la voce della batterista Anju a ricordare proprio quella di Lynda dei Sacrilege. Nella successiva “In Death’s Grip” sembra invece di imbattersi in una versione swedish death dei Bolt Thrower e in un sound che può essere descritto solamente come se, in un universo parallelo, il seminale “In Battle There’s No Law” fosse stato registrato in terra svedese durante una jam insieme ai Grave e agli Unleashed. In questi due primi brani di “Crimson Dawn” possiamo subito notare l’alternarsi di due voci, quella di Anju più urlata sullo stile dei Sacrilege (influenza onnipresente in tutte e sette le tracce) e quella del chitarrista Graham invece decisamente più growl e corrosiva, due stili che però finiscono per non convergere mai all’interno di una stessa traccia. Bellissimo anche un pezzo come “Sick Waste” aperto dall’urlo di Anju che sembra preannunciare l’inizio dell’assalto selvaggio. Assalto selvaggio che non si fa chiaramente aspettare travolgendoci in un vortice fatto di riff thrash metal serratissimi, quasi a lambire territori proto-death, e da ritmi di batteria martellanti che sembrano potere e volere frantumare qualsiasi cosa si trovi sul loro cammino. Un pezzo che potremmo definire come la perfetta sintesi di quanto fatto dagli Hellbastard su “Heading for Internal Darkness” e i già citati Bolt Thrower di “In Battle There Is No Law”. Nel complesso tutte e sette le tracce sono come attraversate da una furia selvaggia e caratterizzate da un’atteggiamento fortemente bellicoso, come a non voler lasciare nessuna possibilità di sopravvivenza una volta che ci si è addentrati tra la devastazione e la brutalità di questo “Crimson Dawn”. È dunque un sound bestiale e famelico quello che gli Ahna ci propongono oggi, sonorità che rievocano volutamente un periodo storico in cui le contaminazioni tra la scena punk e quella del metal estremo diedero origine a quel brodo primordiale che ha portato alla nascita di quello che noi oggi conosciamo come crust punk. “Crimson Dawn” risulta essere quindi un ottimo disco in cui l’anima più crust e quella più death trovano il loro terreno ideale per regnare incontrastati nella distruzione e nel caos più selvaggio, sottolineando l’immortalità di cui sembrano godere certe sonorità ancora oggi. Gli Ahna cantano la morte ed è… tempo di massacro!

In Front of Paranoia – Insanity Reigns Supreme

Cronache dalla quarantena nella provincia contaminata. Prima lettera ai sopravvissuti al virus (e al collasso del capitalismo).

Di fronte alla paranoia, la follia regna sovrana…

Alla televisione hanno detto che la malattia si espande rapidamente. In moltissime città il numero di coloro che muoiono aumenta, in altre zone desolate cresce sempre di più la conta di chi, in preda al terrore e alla paranoia, decide di togliersi la vita piuttosto che attendere la lenta morte tra atroci sofferenze. Il virus, ancora scononosciuto, si trasmette velocemente come un banale raffreddore stagionale. Basta un qualsiasi contatto umano e ti ammali. Una volta che il virus inizia a circolare nel corpo, si viene assaliti da una tristezza profonda e si hanno due sole alternative: aspettare la morte o uccidersi, è cosi che funziona. Altri credono che per sfuggire al virus basti barricarsi nelle proprie abitazioni, come fossero dei lazzaretti impenetrabili e attendere che dalle televisioni una voce annunci la scoperta di una cura o di un vaccino per il virus. Ma il tempo scorre inesorabile, giorno dopo giorno il numero dei decessi aumenta. Passa così un mese, le autorità impongono la quarantena forzata a tutta la popolazione, minacciando arresti, denunce e sanzioni per coloro che avessero anche solo osato pensare di poter infrnagere queste misure speciali. Repressione reale e psicopolizia si alternano come in un romanzo distopico.

Una quarantena inizialmente momentanea e che invece ad oggi non sembra ancora avere una scadenza. Non basta, le strade deserte vengono invase da forze di polizia e dall’esercito con il compito di controllare e sorvegliare gli spostamenti di ogni singolo individuo e di punire coloro che si ribellano a questa restrizione estrema della libertà. Paranoia nelle strade, paranoie nelle abitazioni che prendono sempre più la forma di celle e in cui la quarantena si trasforma in reclusione forzata, psicosi diffusa tra la gente. Ma la sete di sangue del virus non sembra aver intenzione di placarsi.

Gli unici a cui l’autorità concede (sarebbe meglio dire, obbliga) di muoversi sono i lavoratori delle fabbriche, perchè si sa che il capitalismo e gli interessi dei padroni sono più importanti della sicurezza dei proletari  che possono senza problemi essere sacrificati sull’altare del profitto,per l’ennesima volta nella storia. Scioperi spontanei e selvaggi disturbano però l’ordinario funzionamento del capitalismo nazionale e invadono le fabbriche e gli altri luoghi di lavoro. La produzione si ferma, la logisitica di ferma. Iniziano i saccheggi dei grandi centri commerciali, la merce di lusso viene data alle fiamme in un vortice di gioia insurrezionale. L’inizio del collasso del capitalismo sembra all’orizzonte e qualcuno tra noi si prepara ad  assestare il colpo fatale a questo mondo.

Intanto le carceri di tutto il paese iniziano a prendere fuoco e ad alimentarne le fiamme sono le rivolte dei detenuti che protestano per le loro condizioni e per la mancanza di sicurezza dinanzi all’avanzata del mortale virus. L’autorità dello stato ha una sola risposta per placare i tumulti, la più classica: repressione e omicidi. Nel giro di meno di quattro giorni di rivolte perdono la vita per mano delle forze poliziesche una ventina di detenuti da nord a sud, mentre altrettanti riescono ad evadere dalle galere e correre liberi su sentieri illuminati solamente dalla luna, unica fedele compagna dei fuggiaschi e dei latitanti di ogni epoca. Ma il virus non è ancora sazio e anzi prosegue nella sua bramosa fame di morte. Detenuti e proletari, carne da macello per il capitale e per lo Stato, hanno iniziato a minare questo esistente fondato sullo sfruttamento, sulla repressione, sulla non-vita. Gli oppressi ci insegnano che lo stato di emergenza» in cui viviamo è la regola nell’epoca del libero mercato. Il virus ha smascherato l’intima fragilità delle strutture statali e della loro pretesa di essere necessarie, inattaccabili, eterne, divine.

Controllo, sorveglianza, repressione non bastano più a placare la ribellione degli ultimi e degli sfruttati di questo mondo. Il collasso del capitalismo sembra davvero alle porte… La paranoia dilaga nei difensori di questo esistente, infinite possibilità si aprono invece per coloro che di questo esistente vogliono lasciare solo macerie.

La storia narrata nell’introduzione di questo articolo si pone a meta strada tra la cronaca reale delle ultime settimane, la fantasia degna di un film fantascientifico-horror degli anni ’80 in stile “Incubo sulla Città Contaminata” di Umberto Lenzi e una buona dose di analisi di classe auspicando nella caduta del capitalismo. Prendetela per quella che è, un racconto a metà tra la realtà e la distopia scritto durante la quarantena rinchiuso in provincia, niente più, niente meno. Però vi lascio alla fine di questo articolo un interessante contributo da leggere per comprendere al meglio questa situazione di emergenza economico-sanitaria.

Purtroppo però a fare da colonna sonora a questa reclusione forzata non ci sono le sublimi musiche che accompagnavano il film di Lenzi sopracitato ad opera dal grandissimo Stelvio Cipriani, bensì un tripudio di brutale e marcio crust punk imbastardito con le frange più violente del metal estremo e del grindcore. E’ così che nasce quindi “In Front of Paranoia”, rubrica creata con il solo scopo di riscoprire quei gruppi e quei dischi che ritengo fondamentali e che si posizionano a metà strada tra i territori più estremi della musica metal (death su tutti) e il crust punk. In questo primo appuntamento ci addentreremo negli oscuri abissi dell’underground estremo del Regno Unito alla scoperta (o riscoperta) dei Prophecy of Doom e dei Deviated Instinct e di due dischi seminali per la musica estrema a cavallo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90: “Acknowledge the Confusion Master” e “Rock’n’Roll Conformity”.

I Prophecy of Doom emergono dagli abissi dell’underground britannico dei tardi anni ’80 e personalmente ritengo siano stati uno di quei gruppi da ritenere fondamentali e seminali nel rendere vani quei confini immaginari tra la scena crust punk e quella del death metal dell’epoca. I Prophecy of Doom nel 1988 emergono per l’appunto da questo brodo primordiale composto in egual misura da influenze provenienti da entrambi i territori estremi e si sciolgono meno di dieci anni dopo, nel 1996.

Nel 1989 i Prophecy of Doom registrano i loro primo 7″ intitolato “Calculated Mind Rape”, lavoro in cui i nostri ci danno un primo assaggio del loro sound che risente dell’influenza di tutte quelle anime che permeavano l’underground estremo britannico dell’epoca, prendendo a piene mani tanto dal death metal a la Bolt Thrower quanto dal grindcore dei Napalm Death, senza disdegnare echi di retaggi crust punk.

Ma è nel 1990 che Martin (basso), Shrew (Voce), Tom (Chitarra), Shrub (Chitarra) e Dean (Batteria) registrano il seminale Acknowledge the Confusion Master” che vedrà successivamente la luce su CD sotto forma di split con quell’altro capolavoro dell’underground estremo britannico di fine anni ’80/inizio ’90 che è “The Rise of the Serpent Man” degli Axegrinder. Uscito nello stesso anno di “Harmony Corruption”, terza fatica in studio dei Napalm Death, e ad un anno di distanza dal capolavoro “World Downfall” firmato Terrorizer, questo “Acknowledge the Confusion Master” rappresenta anch’esso un ottimo esempio di death-grind che non abbandona mai del tutto però il proprio legame primordiale con le frange più estreme e marce del punk, tanto nell’attitudine quanto nell’atmosfera generale che permea l’intero lavoro. Ci troviamo infatti dinanzi ad un perfetto ibrido tra il primordiale e selvaggio death metal di scuola britannica di gentaglia quali Bolt Thrower e Benediction, il marcio crust/d-beat punk di Doom e primissimi Extreme Noise Terror e il seminale grindcore dei mostri sacri Napalm Death (per rimanere in terra albionica) e dei Repulsion di “Horrified“. Questo variegato spettro di influenze che animava i Prophecy of Doom venne sintetizzato in ben nove tracce e in un sound definibile senza troppi problemi come marcio e brutale death-grind anora legato a doppio filo con il crust punk più selvaggio e primitivo e ben evidenziato da tracce quali Insanity Reigns Supreme, Calculated Mind Rape, Rancid Oracle o la stessa titletrack. All’epoca I Prophecy of Doom son stati sicuramente tra i pionieri di un nuovo modo di intendere la musica estrema e hanno dato una spinta che ritengo fondamentale all’evoluzione della scena grindcore britannica grazie al loro ibrido di death-grind e reminescenze crust/punk. La profezia è stata svelata, la follia regna sovrana...

Prophecy of Doom

I Deviated Instinct si formarono nel lontanissimo 1984 in uno squat di Argyle Street in quel di Norwich e nel giro di due anni registrarono e pubblicarono due demo devastanti intitolate rispettivamente “Tip of the Iceberg” e la seminale “Terminal Filth Stenchcore” che diede addirittura nome ad un preciso modo di suonare crust punk influenzato dal metal estremo, in particolare il death. Nel 1986, ai tempi della pubblicazione di “Terminal Filth Stenchcore” i Deviated Instinct non avrebbero mai pensato che quella parola (stenchcore) nel titolo della loro seconda demo sarebbe poi stata presa come etichetta da affibbiare a tutti quei gruppi caratterizzati da un suond a metà strada tra il crust punk ed il death metal. A quei tempi probabilmente il termine stenchcore era per i Deviated Instinct solamente il modo migliore per descrivere la propria proposta e il proprio modo di suona un crust punk estremamente influenzato dal death e dal thrash metal. Un anno doppo, nel 1987, i Deviated Instinct pubblicano quello che ritengo essere uno dei migliori ep mai registrati, ovvero “Welcome to the Orgy”, quattro tracce tra cui possiamo trovare due dei brani che amo di più del gruppo di Norwich: “Cancer Spreading” e “Scarecrow”. Un Ep seminale che iniziava già a delineare quasi definitivamente il sound selvaggio, abrasivo e marcio tipico dei Deviated Instinct e che sarebbe poi definitivamente esploso sul vero protagonista di queste righe, il magnifico “Rock’n’Roll Conformity“.

E’ finalmente nel 1988 che Leggo (Voce), Tom (Basso), Sean (Batteria) e Rob (Chitarra) decidono di registrare e dare alle stampe il loro primo full lenght che intitolarono “Rock’n’Roll Confirmity”, quello che ritengo essere il loro capolavoro in assoluto e allo stesso tempo il riassunto perfetto del loro sound. “Rock’n’Roll Confirmity” è un disco primitivo nella sua brutalità e di un importanza inenarrabile per la scena estrema britannica di fine anni 80, un disco capace di mettere d’accordo tutti, tanto gli amanti del crust punk più selvaggio quanto quelli del death metal più marcio e brutale. Un riffing influenzato dal death metal così come dal thrash ma mai complesso al punto da valicare l’irruenza selvaggia del punk, una voce si sofferta ma sopratutto aggressiva e graffiante, un’atmosfera generale permeata da un epicità oscura e attratta da tensioni apocalittiche e una batteria martellante che non disdegna qualche brutale blast-beats, sono questi gli elementi attorno a cui ruotano le dieci tracce che compongono “Rock’n’Roll Conformity” e che delineano il death-crust punk suonato dai Deviated Instinct. La doppietta iniziale con cui si apre il disco formata da Pearl Before Swine e da Laugh in Your Face ci travolge con la sua ferocia selvaggia e primordiale che non ha alcuna intenzione di risparmiare le nostre futili esistenze; allo stesso modo le due tracce con cui si giunge al termine del disco, Return of Frost e Mechanical Extinction, sono una tempesta inarrestabile di furia cieca e rabbia primitiva. Rock’n’Roll Conformity è stato un disco seminale, non mi stancherò mai di sottolinearlo. In un’orgia di crust punk imbastardito con il death e il thrash metal della durata di mezz’ora, i Deviated Instinct hanno segnato per sempre la storia della musica estrema, per alcuni inventando addirittura un genere, lo stenchcore. Tirando le somme e giungendo alla conclusione di questo articolo, esiste dunque un solo modo per definire i Deviated Instinct ed il loro sound: sporco stenchcore suonato da quattro squatters di Norwich, niente di più e niente di meno. Pestilenza, carestia, guerra e morte… benvenuti nell’orgia.

 

Contributi da leggere per analizzare la situazione di crisi sanitaria ed economica attuale, la repressione statale e discutere delle possibilità che si presentano dinanzi a noi per colpire il capitalismo e accellerarne la caduta: La Città Appestata di M.Foucault